Continuano le riflessioni che dal Canada e Libano di Nawal, attraverso la Tebe di Edipo e Atene di Oreste, mi hanno portato all'Edmond Dantès della Francia di Luigi Filippo.
Ma il mio punto di vista è del mondo di oggi...
Chi nega la prospettiva della casualità sfortunata nella vicenda di Edipo grosso modo fa le seguenti valutazioni.
Qual era la probabilità di un neonato abbandonato sul monte Citerone di essere raccolto e non perire? E la probabilità di andare a Tebe e non altrove? E di incontrare per la strada due tizi che lo aggrediscono e che lui uccide? Qual era la probabilità di diventare re sposando la regina vedova? E così via. La probabilità di una tale catena di eventi è talmente minima da spingere a concludere: non potendo capitare per caso, è successo così perché così doveva succedere. Pare quasi che Edipo sia la pallina del flipper che una volta lanciata sul piano inclinato andrà sì! qua e là con rapide ed effimere risalite, ma alla fine sempre laggiù dovrà terminare la corsa, proprio nella buca di uscita. Volontà superiore? No, semplice fisica elementare. Conclusione: il destino lì ha portato Edipo, perché così doveva andare. Il determinismo è tentazione più insidiosa del serpente del Paradiso Terrestre!
E’ infatti immediato ribattere che una probabilità pur piccola piccola, quasi vicina allo zero, non è zero (cioè evento impossibile). Per cui un evento con una sia pur minima probabilità di verificarsi non è affatto impossibile e non si può correttamente dedurre che non potrebbe mai accadere se non ci fosse una "superiore volontà”.
Ancora. Edipo abbandona volontariamente la città. E perché non andare dalla fiorente Corinto alla altrettanto fiorente Tebe, un grande centro distante solo un centinaio di chilometri, una manciata di ore di strada a piedi? E’ litigioso con due arroganti che pretendono la precedenza? I due sono arroganti perché uno è il re di Tebe, Edipo ribatte irascibile perché è figlio del re di Corinto e, per di più, si trova in uno stato psicologico alterato dalla recente scoperta: il litigio diventa praticamente obbligato ed è nelle cose che in uno scontro fisico il più giovane abbia la meglio. Il matrimonio con Giocasta non è dettato da legami di amore (mancano corteggiamento e una qualche, per così dire, “affinità elettiva”), ma è legittimazione dell’autorità ottenuta.
Improbabile? Forse; ma improbabile non vuol dire impossibile.
Accade spesso che in certi avvenimenti tragici della vita quotidiana si pretenda l’intervento del destino, che invece non va scomodato. Per esempio. In un rettilineo un’auto guidata da un giovane esce di strada nell’unica curva a gomito del percorso e si scontra contro l'unico albero della zona. Era buio, pioveva, l’auto è distrutta e il guidatore è morto.
Comunemente si dice: è stata una fatalità, era il suo destino morire così, un metro prima o un metro dopo e non sarebbe morto!
Se analizziamo la situazione dovremmo invece fare un ragionamento diverso.
Era tardi; era buio e pioveva. Il guidatore, uscendo a quella determinata ora da quel particolare locale, con quel certo grado di stanchezza, andando a quella velocità (né di più, né di meno) con quel grado di usura di freni e pneumatici sull’asfalto bagnato, muovendo leggermente il volante in un verso e nell’altro, come si fa guidando, proprio con quei movimenti esigui e non con altri, aveva innestato una catena di piccoli eventi che “necessariamente” ha portato l’auto ad uscire di strada in quel particolare punto (non prima né dopo) con quella direzione e quella velocità e terminare la corsa contro l’unico albero della zona e non altrove.
Conclusione: non è stato il destino, ma la conseguenza di una serie di eventi innestati da chi era alla guida. [Sono debitore di questo esempio al prof. Matteo Saudino del canale Youtube Barbasophia].
Si può anche aggiungere: era estremamente difficile (se non impossibile) prevedere la successione esatta degli stessi eventi prima del loro verificarsi, ma è sbagliato attribuire a un presunto destino fatale la responsabilità del loro verificarsi.
E’ corretto supporre che il destino dell’uomo Edipo fosse segnato dal Fato?
Se consideriamo Edipo un singolo uomo è certo “surplus metafisico” immaginarlo perseguitato dalla sorte: perché mai avrebbe dovuto nascere con quel destino già stabilito? E poi: stabilito da chi, o da cosa? E perché?
Se invece consideriamo Edipo un simbolo collettivo, allora la risposta può essere diversa. Se per esempio Edipo viene inteso come segno della società al femminile di contro a Creonte segno di quella al maschile, allora il suo destino è segnato dalla fatalità, non metafisica ma storica, e il simbolo Edipo ha effettivamente il destino segnato. Che poi il vincitore Creonte si trovi sperduto tra macerie e cadaveri non potrebbe essere una rivalsa mitologica del narratore di parte perdente? Non sempre la storia è scritta dai vincitori!
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Credo comunque che si debba essere molto prudenti in letture così particolari, perché il rischio di stravolgere il mito può essere elevato.
Narwan non è nel mito: è una donna di oggi. E’ stata torturata e violentata: l’innamorato ucciso dai fratelli, il figlio sottrattole alla nascita, rinchiusa per quindici anni in una cella lunga appena tre passi, torturata e violentata. Scoprirà – ultimo colpo della sorte! – che il violentatore padre dei suoi figli è lo stesso figlio mai dimenticato. Eppure il suo appello contro l’odio, sapiente sintesi di forza e bellezza malgrado tutto e malgrado tutti, è un inno alla libertà che stravolge i singoli fatti e dà significato al futuro contro i nichilismi intellettuali.
E’ quello di Narwan un destino immutabile già scolpito nelle stelle oppure una serie di coincidenze sfortunate?
Anche qui la risposta dipende dalla prospettiva di chi risponde: per gli uni è sbagliata la risposta degli altri, e viceversa.
La risposta di Edipo è rivolta alle figlie: Ma esiste un'unica parola, che premia ogni durezza della vita: intimità, quel sentirvi sue che da nessun altro aveste, più che da questo vecchio, che vi lascia, e che non sopporterete più nei vostri giorni. Altri traducono “intimità” con amore; e amore da nessuno più che da me ne aveste, conclude Edipo il saluto alle figlie.
E’ una risposta sorprendentemente personale e soprattutto intima, anche nel caso in cui Edipo, Antigone e Ismene vengano intesi come gli ultimi sprazzi della morente religione al femminile: non ci sono connessioni del vecchio che scompare con il nuovo che sorge. Per questi motivi non può esserci una risposta universale; però come non cogliere la bellezza di Edipo e di Narwan?
La risposta di Narwan è diretta ai figli ma è pure un grande messaggio di speranza che travalica i singoli personaggi e le prospettive parziali per assumere valenza generale, oserei dire universale. Il notaio libanese aveva detto ai gemelli: Voi dovete capire che quel periodo è una successione di rappresaglie susseguitesi l'un l'altra in una logica implacabile, come in una addizione. Narwan vuole spezzare la catena dell'odio. Rifiuta la logica implacabile che incasella il mondo in vittime e colpevoli, cioè in buoni e cattivi.
Attenzione! Non significa non schierarsi perché hanno tutti ragione o tutti torto; vuol dire che è necessario schierarsi, ma senza partigianerie e faziosità.
In gran parte degli uomini prevalgono spinte irrazionali. L’uomo cerca posizioni sicuramente drastiche ma... molto rassicuranti, specie in questo odierno mondo “fluido” dove non c’è più bianco e nero ma solo un amorfo grigio. Chi non ha mai provato la tentazione di trasformare una persona non amica in nemico (ho un nemico, quindi esisto), il desiderio di prevaricazione (io comando, quindi sono), il desiderio di alzare le mani (io picchio, quindi valgo) piuttosto che convivere pacificamente con gli altri (come se si dicesse: io convivo, quindi non valgo)? Chi non giustifica il proprio diritto di rivalsa e vendetta (se lo fanno loro, perché io no?) o di semplice dispetto verso gli altri?
Come se dicesse: Io… tutto questo, quindi io sono.
E invece no!… tu non sei.
(continua)
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