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03 ottobre 2015

American Gothic



Grant Wood: American Gothic (1930)

 
Vedo qui due americani, solidi. Mi paiono immagine della Massoneria, anzi: di un certo modo di vedere la Massoneria. Modo che non è il mio.

Lui pare un gran lavoratore, sempre in cerca del gesto giusto, del giudizio giusto. Uno insomma che vuole essere giusto con la moglie, con i figli, e vuole comportarsi giustamente con i membri della propria comunità.

Non commettiamo l’errore, noi “scafati” figli del vecchio e glorioso mondo europeo, di giudicare gli americani con il nostro metro continentale, metro nostro, non loro. Solo se evitiamo questo errore (segno del nostro provincialismo, perché ormai noi siamo la provincia dell’impero, che ha per capitale non più Washington, bensì Pekino oppure New Delhi oppure Rio de Janeiro ), solo evitando queste limitazioni possiamo comprendere lo spirito che anima figure quali quelle rappresentate da Grant Wood.

Sono persone giuste ma dure. Conoscono la giustizia ma paiono zoppicanti sulla misericordia.

Persone per bene, per carità, ma non mi piacerebbe frequentarle. Non voglio giudicare. Sicuramente pretendono da sé prima che dagli altri. Sicuramente sono free born, of good repute, and well recommended. Ma paiono non commuoversi mai.

Sanno che gli uccelli volano, ma non sanno apprezzare la bellezza del volo. Sanno che i pesci nuotano, ma non sanno apprezzare la bellezza dei loro guizzi.

La loro Massoneria è giusta, attenta ai nuovi ingressi, attenta ai comportamenti, pronta a sottolineare le scorrettezze e imprecisioni, pronta a giudicare.

E' una Massoneria triste, severa, grave. E' la Massoneria del solo dovere. E' la Massoneria della sola Forza che sottovaluta la Bellezza.
E' la Massoneria dei Massoni che non ridono in Loggia perché sono uomini che non ridono mai.

24 agosto 2015

Il Massone che ride 6

Concludiamo le riflessioni sul ridere in Loggia.


La nostra Massoneria invece vuole essere aperta, gioiosa, allegra. E’ già tanto difficile e scomodo rimestare nell'interiore mare nostrum! Almeno facciamolo con gioia e allegria, sperando di buttar via un po’ delle nostre scorie (e, tanto per restare in tema, alla parola scorie sostituite quella più realistica, anche se più volgare!).

Sì, è vero. A volte si ride per nascondere le proprie paure. A volte si ride per imbarazzo. A volte si ride per deridere. A volte si ride per ridere...

Ma a noi questo ridere non interessa. Noi invece desideriamo che il Massone rida in Loggia.

Il motivo è molto semplice, va ben oltre il valore terapeutico della risata, va ben oltre il buonumore e lo star bene.

Ricordate gli studi scolastici? Ricordate quel è funesto a chi nasce il dì natale?

Ho sempre visto nella chiusa del Pastore errante leopardiano l’altra faccia della medaglia occidentale, opposta e contraria al fondante versetto della Genesi: Ed Elohim disse: Sia la luce. E la luce fu.

La luce elohimica e il dì natale leopardiano sono gli estremi paletti della civiltà occidentale, veri e propri landmark spirituali entro i quali tutta la spiritualità occidentale ha preso forma (perché anche l’ateismo può scorrere nel gran fiume della spiritualità come pure certa fede può esserne esclusa).

Spiega il poeta:
Nasce l'uomo a fatica, / ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento / per prima cosa.

Certo, è vero, il primo atto del bimbo appena uscito dal grembo materno è un gran pianto, disperato, non proprio liberatorio. Ma dopo quel momento di smarrimento, dopo che il neo-nato ha iniziato ad adattarsi alla perdita del suo mondo calmo e tranquillo, caldo e circoscritto, allora ride; prima con la mamma, poi con le persone vicine. E poi ride..., spesso..., frequentemente.

Forse avere vicino figure rassicuranti lo fa sentire al sicuro da quel mondo il cui primo impatto deve essere stato drammatico se non traumatico, e ride per un inconscio senso di scampato pericolo.

Forse avere vicino figure rassicuranti lo fa sentire appunto al sicuro, semplicemente al sicuro, protetto da pericoli che non conosce ma teme, e ride per il senso di benessere che avverte.

Forse avere vicino figure rassicuranti lo fa sentire al sicuro permettendogli di incominciare un percorso di integrazione nel nuovo mondo, e ride soddisfatto per il lavoro che lui ha svolto.

Forse avere vicino figure rassicuranti lo fa sentire semplicemente felice anche se ha abbandonato il mondo che conosceva, e ride... semplicemente ride... come se salutasse gli angioletti con i quali fino a poco prima stava giocando.

Il bimbo ride. Il bambino cresciuto ride. Ma... crescendo... crescendo... si ride sempre di meno. L’adulto ride poco. Spesso ride male o addirittura deride. A volte sorride. E raramente ride di se stesso.

Però l’adulto che ride in un certo senso si avvicina al bambino, allo spirito del bimbo, non ancora differenziato in questo nostro mondo.

E allora il Massone deve tornare a ridere come un bimbo. 

Perché ridere come un bimbo significa avvicinarsi a quel mondo che abbiamo abbandonato e del quale abbiamo nostalgia.

Ridere come un bimbo significa ritornare a giocare con gli angioletti.

Ridere come un bimbo significa riappropriarsi della serietà e concentrazione del bimbo che gioca.

Ridere come un bimbo significa impegnarsi nel lavoro di Loggia come il bimbo si impegna nel gioco.

Ridere come un bimbo significa capire che la Loggia è il mondo e il lavoro dei Massoni in Loggia è il grande girotondo della vita.

(fine)

23 agosto 2015

Il Massone che ride 5

(continua dal post precedente)

Però non è condanna del ridere, ma del ridere inopportuno.

E qui il massone potrebbe ribattere: Appunto, è inopportuno ridere in Loggia.

Questo massone è contro il ridere, non solo contro il ridere inopportuno.

Mentre la tradizione ebraica, per bocca del Rabbi di Lublino insegna che si può, si deve ridere, specie mentre si piange, perché il solo pianto porta alla disperazione e il solo riso rende sciocchi e fa perdere il timor di Dio.

Dunque: ridiamo. Meglio: sorridiamo.

Ma perché il cristianesimo, cioè i fondamentalisti cristiani dei primi secoli erano contro il riso?

Credo che una buona risposta si possa trovare in Umberto Eco, Il nome della rosa. E’ un romanzo un po’ freddino, dalla lettura piacevole, non so di quanto valore letterario, ma certo feconda miniera di informazioni.

Chi ride non crede in ciò di cui si ride, ma neppure lo odia. E dunque ridere del male significa non disporsi a combatterlo e ridere del bene significa disconoscere la forza per cui il bene è diffusivo di sé. Per questo la Regola dice: “decimus humilitatis gradus est si non sit facilis ac promptus in risu, quia scriptum est: stultus in risu exaltat vocem suam”.1

E ancora.

Jorge temeva il secondo libro di Aristotele2 perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l'unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.3

Insomma, in sintesi.

Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l'uomo simile alla scimmia.4

Ecco qui forse sta il succo del problema.

Per una concezione integrale e fondamentale della vita e della religione (per non dire integralista e fondamentalista), in cui l’uomo era visto come creato ad immagine e somiglianza di Dio, qualunque atto che modificasse, sia pure per un momento, il bel sembiante era visto come contrario a Dio e originato dal demonio.

Se, di più, pensiamo alla risata a crepapelle, la cosiddetta risata di pancia, quella che senti nascere dalle viscere e che ti fa poi scuotere tutto il corpo, quella irresistibile scoppio di energia liberatoria che ti pulisce la mente dalle impurità fosche del tuo mare interiore; se pensiamo a quel tipo di ridere, allora possiamo ben capire come si sia potuto fantasticarne demoniaca l’origine. Le viscere sono la parte più bassa della pancia e stanno - ahi! Ahi! – vicino agli organi sessuali, proprio gli organi, per i nostri fondamentalisti, origine del male nel mondo. E così – per loro – la creatura del bel sembiante viene quasi trasmutato in un piccolo Satana, che non solo non va retro, ma al contrario avanza.

Ferrea convinzione, la loro, ben tetragona ai colpi di ventura, che pare proprio quel masso che dal vertice di erpa ripa montana... batte sul fondo e sta. Ferrea convinzione, che lì sta, che fu solo scalfita dalla letizia di Francesco di Assisi e che ancora oggi dipana in molti le sue influenze, anche se non più per quei lontani motivi.

La risata, il ridere provoca una contrazione dei muscoli e quindi la deformazione del bel sembiante. A quegli occhi parziali, che non erano in grado di “vedere” il mondo e lo filtravano attraverso una lente ideologica strana, come gli occhiali polaroid che “filtrano” la luce e quindi mostrano non tutta la visione, ma solo una sua parte, a quegli occhi limitativi pareva proprio la deformazione del volto di Dio.

Così è il fondamentalista, qualunque fondamentalista. Così è l’integralista, qualunque integralista. Hanno occhiali colorati e non riescono a vedere tutte le sfumature: si accontentano di ciò che vedono e che pensano sia la verità.

Non si pongono il problema se ciò che vedono sia completo, sia corretto, sia deformato. Vedono solo così, e così è. Non si accorgono di perdere tanto...

La loro Massoneria è seria, severa, puritana, formale; insomma: tetra. Non sanno distinguere tra lo spirito dell’esser Massoni e i particolari dell’esser Massoni; non sanno distinguere tra lo spirito generale della Massoneria (aspetto dello spirito universale dell’Umanità) e i particolari (appunto: particolari contingenti) attraverso i quali lo spirito si realizza in quel particolare momento.

Sono come quel tizio che dovendo scegliere tra due bottiglie di vino si fa prendere dall’etichetta o dalla forma della bottiglia e non dal contenuto.

Oppure come quell’altro che riempì il suo mobile libreria in base al colore delle copertine e, tanto per dire, mise Guerra e pace vicino al Manuale delle Giovani Marmotte perché l’accostamento dei colori delle copertine era piacevole. E non si sognò mai di leggerli, quei libri.

NOTE
 
1  Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, 1980, p. 105.

2  E' appunto l’opera di Aristotele che tratta del ridere. L’autore immagina che l’ultima copia esistente sia stata volutamente distrutta nel rogo della biblioteca del convento.

3 Ivi, p. 374.

4 Ivi, p. 105.

(continua)

22 agosto 2015

Il Massone che ride 4

(continua dal post precedente)

Per comprendere la cristiana proibizione del ridere bisogna andare indietro nel tempo, proprio alle origini del cristianesimo. Quei primi cristiani, e conseguentemente i Padri della Chiesa, nella necessità di distinguersi dagli altri (cioè pagani ed ebrei) misero in rilievo le differenze. Così Paolo spiega esser venuti meno l’obbligo della circoncisione e le prescrizioni sui cibi. Così si insiste sulla differenza con le credenze e gli atteggiamenti pagani. Si insiste sul giudizio divino sul nostro comportamento dopo la morte e quindi si introduce l’idea che tutta la vita terrena non sia altro che preparazione alla vita divina.

Vengono rigettati i piaceri della carne, non solo gli eccessi. Vengono rifiutati i piaceri della tavola e del sesso, viene respinta una visione della vita che non sia strettamente finalizzata al dopo morte.

Non è mia intenzione esaminare quel tipo “triste” di vita, ma dobbiamo pur riconoscere che tali concezioni, esaltate e sottolineate nei secoli successivi, hanno influenzato il cristianesimo, e conseguentemente il mondo occidentale, dei secoli seguenti e, sotto sotto, persino fino ad oggi.

Esempi ne possiamo trovare numerosi. Qui mi limito ad accennarne a due.

Uno. La Regola di san Benedetto.

Capitolo IV: - Quae sunt instrumenta bonorum operum. Punto 54: verba vana aut risui apta non loqui: non ridere spesso e in maniera smodata.
Non si parla del ridere in chiesa, ma il pio monaco non riderà troppo spesso e smodatamente.

Due. Nel 1729 un fra' Gaetano Maria da Bergamo, cappuccino (quindi francescano!), darà alle stampe una specie di manuale per predicatori (L'uomo Apostolico istruito nella sua vocazione al Pulpito1) dove scrive: 

 Non si trova Santo Padre, né alcun Teologo, che faccia lecito il ridere nella Chiesa, che è la Casa d’Iddio; ed a leggere tutti i Quaresimali, ne’ quali vi è la Predica della Riverenza alle Chiese, si troverà, che altrimenti declamati contra coloro, che stanno a ridere in Chiesa, come se fossero in Piazza.

Vien da lontano, appunto, questa proibizione, che ancora oggi è molto seguita, con tutte le variazioni e sfumature.

Risus abundat in ore stultorum. Versione del latino volgare di un paio di passi del commediografo Menando (III – IV secolo a. C.). Viene condannato l’eccessivo riso, quello inopportuno per il contesto in cui esplode la risata (appunto inopportuna). Possiamo pensar la frase come rappresentativa di una classe di proverbi che dal francese Plus on est de fous plus on rit va all’italiano I matti si conoscono dal molto ridere al portoghese Muito riso è sinal de pouco siso, al tedesco, che non cito perché non conosco il tedesco, e ritorna all’italiano Chi ride senza perché o è pazzo o ce l'ha con me.2

Però non è condanna del ridere, ma del ridere inopportuno.

E qui il massone potrebbe ribattere: Appunto, è inopportuno ridere in Loggia.

Questo massone è contro il ridere, non solo contro il ridere inopportuno. 

Mentre la tradizione ebraica, per bocca del Rabbi di Lublino, insegna che si può, si deve ridere, specie mentre si piange, perché il solo pianto porta alla disperazione e il solo riso rende sciocchi e fa perdere il timor di Dio.

Dunque: ridiamo. Meglio: sorridiamo.


NOTE

1  In google.books (consultato il 24/07/15).
2  Cfr. Tosi, Sulla genesi di alcuni proverbi, in https://www.academia.edu (consultata il 31/07/15).

(continua)


21 agosto 2015

Il Massone che ride 3

(segue dal post precedente)


Per inquadrare la situazione ricordiamoci che gli incontri (quelle che noi chiamiamo tornate) erano tenuti in taverne e osterie, pardon pub. Non c’erano gli arredi ai quali noi siamo abituati, ma solo alcuni oggetti simbolici. La Loggia lavorava quindi a tavola e possiamo immaginare (non esistono documenti certi) che ci fossero sospensioni frequenti per mangiare o bere.


Viene ribadito l'obbligo di non occuparsi di cose ridicole o scherzose mentre la Loggia è impegnata in altre serie e solenni e si permette (a lavori chiusi): Potete divertirvi con innocente allegria, trattandovi l'un l'altro a vostro talento, ma evitando ogni eccesso.


Dunque non ci si deve occupare di cose ridicole e scherzose mentre la Loggia lavora su cose serie. Allora evidentemente si possono trattare cose leggere quando la Loggia non è impegnata in cose serie. E comunque si devono evitare eccessi di ogni genere.


Ecco, mi pare che per quei nostri padri fondatori fosse importante mantenere un’atmosfera di armonia cordiale, disponibile all’impegno ma anche capace di vivere in serenità momenti “leggeri” (e nei momenti leggeri darsi alla gioia).


E’ una disposizione di vera e propria letizia francescana. Secondo Francesco d’Assisi l’armonia del vivere è fondamentale: armonia del proprio corpo con lo spirito, armonia del proprio essere con la natura, armonia dell’un fratello con l’altro fratello.


Vivere in armonia significa imbrigliare il proprio ego, vedere nell’altro non un avversario, vero o presunto, da sopraffare, ma un complemento di sé. E il riso allora scaturisce dalla gioia di stare assieme. E assieme allora si può costruire. Perché i nostri incontri sono sempre finalizzati a costruire qualcosa, altrimenti si riducono a meeting profani, mondani e superficiali, magari anche, Dio non voglia, rissosi.


Ma il massone, un certo tipo di massone, non solo non ride in Loggia aperta: non ne vuole proprio sapere.


Ma perché? gli obietti.


Non ti può rispondere Perché no; allora ti dice che noi dobbiamo essere seri e il discorso termina con la solita osservazione: Anche in chiesa non si ride.


Già, il massone, fierissimo laico, quando non sa che pesci pigliare si attacca alla chiesa cattolica che di solito fieramente ignora (anche se non ne dice più peste e corna, perché l’anticlericalismo è ormai fuori moda).


E’ vero, in chiesa non si ride. Alt, un momento. In chiesa si può anche ridere e manifestare la propria gioia: non è raro accompagnare le cerimonie religiose con canti di giubilo e di gioia. Ricordiamoci che giubilo (da jùbilum = il gridare per gioia) indica una gioia ineffabile che non si può esprimere a parole, ma di tale intensità che non permette di tacere.1 E spesso questo gridare ha origine da personali e intime esperienze religiose.


NOTA

 


1 Non confondiamo giubilo con giubileo, che deriva invece dall’ebraico jobel = montone e per traslato corno, appunto lo strumento che produceva il suono con il quale veniva dato inizio ogni cinquantesimo anno al giubileo. (Cfr. http://www.etimo.it, consultato il 30/07/15)

(continua)

20 agosto 2015

Il Massone che ride 2

(continua dal post precedente)

Già, ridere...

Ma si può ridere in Loggia aperta?

Veramente il rituale, nessun rituale, prevede che durante i lavori si possa ridere.
E perché mai?

C’è una relazione tra il lavoro rituale e il ridere?

Messa così la domanda pare indicare la mancanza di rapporti tra rituale e ridere. Pare quasi che se rapporto esiste sia quasi un rapporto più o meno nascosto tra un lui, il rituale, e una lei, la risata (che può essere anche un lui: il riso, il ridere, l’atto del ridere). Ma tranquillizziamoci. Non ci sono rapporti, più o meno clandestini, tra un lui e una lei, e nemmeno rapporti particolari con una lei (la risata) che potrebbe essere pure un lui (il riso, il ridere). Non ci sono rapporti perché rapporti tra quel lui e quella lei non ci sono proprio. Non sono previsti.

E i bravi Massoni si adeguano. Non si ride in Loggia; del resto – aggiungono – non si ride nemmeno in chiesa, in nessuna chiesa. La Massoneria è una cosa tremendamente seria, concludono.

Qualcuno più colto degli altri ricorda un antico manoscritto, ovviamente inglese, addirittura del Seicento.

D. Cosa rende una Loggia giusta e perfetta?
R. Sette maestri, cinque apprendisti, a una giornata di cammino da un borgo, senza latrati di cane o canto di gallo.

Dunque in Loggia non ci deve essere nemmeno un cane abbaiare o un gallo chicchiriare, figuriamoci se ci può stare un massone a ridere. Anzi, in Loggia non possono entrare nemmeno gli animali, che del resto non possono nemmeno entrare in chiesa, come in chiesa non è permesso ridere.

Ma questo qualcuno, colto, si dimentica che, poco dopo la citazione, in quello stesso manoscritto antico si legge.
 
D. E con meno [fratelli]?

R. Più siamo maggiore felicità [altri traducono: più si ride]1. Meno siamo più si sta comodi.

 In quegli antichi documenti si accenna dunque, certo con un sorriso, a quello che oggi potremmo chiamare lo star bene in Loggia.

Il massone colto, a questo punto un po’ in difficoltà, spiega che è solo un fuggevole cenno in un documento che al massimo ha un valore storico e basta.

I cenni sono però molto più sostanziosi se ci rifacciamo ad uno dei documenti fondanti il nostro Craft, cioè gli Antichi Doveri.

Prendiamo il sesto capitolo: Del comportamento, ossia... Seguono sei casi, dei quali ora ci interessano i primi due: 
 
1- ...Ossia: Nella Loggia allorché costituita.
2 - ...Ossia: Comportamento quando la Loggia è chiusa ed i Fratelli non sono usciti.

Per inquadrare la situazione ricordiamoci che gli incontri (quelle che noi chiamiamo tornate) erano tenuti in taverne e osterie, pardon pub2. Non c’erano gli arredi ai quali noi siamo abituati, ma solo alcuni oggetti simbolici. La Loggia lavorava quindi a tavola e possiamo immaginare (non esistono documenti certi) che ci fossero sospensioni frequenti per mangiare o bere.3

NOTE 

1 Il testo inglese recita: The more the merrier. Merrier = più allegro. In http://dictionary.cambridge.org (consultato il 30/07/15) l’espressione è così commentata: used to say an occasion will be more enjoyable if a lot of people are there.

2 Pub  è abbreviazione di public house, il tipico locale anglosassone dove si consuma rigorosamente seduti.

3 Una supposizione che ritengo non infondata vorrebbe le colonnine dei Sorveglianti come il segno dei lavori in atto (colonnina del 1° Sorvegliante alzata e del 2° abbassata) o dei lavori sospesi (colonnina del 2° Sorvegliante alzata e del 1° abbassata).

(continua)

19 agosto 2015

Il Massone che ride 1

Avete notato che in Loggia non si ride mai?


Non si può passare dall'una all’altra Colonna, non ci si può intrattenere in questioni di religione e di politica. Altrove si consiglia il neofita a non presentarsi in Loggia se si è in disaccordo con un Fratello per non disturbare l’armonia dei Lavori.


Insomma si consiglia / prescrive al nuovo Fratello la serietà di comportamento, la serietà di partecipazione ai lavori, avendone già accertato (almeno simbolicamente) la serietà delle intenzioni.


Insomma il Massone deve essere serio, tanto serio che più serio non si può.

Già, serio. Serio e non serioso. O no?


Serio. Si dice di persona che affronta la vita e i suoi problemi con coscienza dei propri diritti, doveri e compiti. Oppure: che non ride, accigliato; preoccupato. Oppure: grave; importante.


Serioso. Serio con affettazione, cioè artificiosa ostentazione nel parlare e nel comportarsi.


Essere seri ed essere seriosi sono atteggiamenti diversi. E molti minus habentes forse per ignoranza, forse per incapacità, forse per insipienza non sanno distinguerli, e credono che l’esser seri debba per forza di cose mostrarsi con il comportamento, con il vestire: insomma con il mostrarsi. E questo porta a certi atteggiamenti superficiali in Loggia. Li porta a insistere sul dovere della frequenza, sul dovere di stare composti, sul dovere di ascoltare.


No, no. Abbiamo l’obbligo di frequenza? Certo. Dobbiamo obbedire al dovere della presenza? Certo.


Ma il dovere di esserci deriva dal piacere di stare assieme con i Fratelli, proprio con quelli e magari non con altri. Capita a volte in certe Logge che vi sia qualche fratello (iniziale volutamente minuscola) che non ha ben compreso il senso della partecipazione. E succede così che la sua partecipazione è sempre disarmonica, magari polemica e puntigliosa. E succede per contrasto che quelle Tornate alle quali non c’è diventano armoniche per tutti gli altri, che non sono disturbati dalla pedanteria bizzosa dell’assente.


Sicuramente quel fratello è persona che non sa ridere e forse nemmeno sorridere. Oh, sì, certo, lo vediamo ridere, vediamo che spesso il suo volto si atteggia a sorrisi. Ma è un ridere poco sano, quasi nervoso e cerebrale. Non è il ridere aperto dell’uomo in armonia con gli altri.


Dobbiamo indossare un abito nero perché l’uniformità dei colori è importante nel lavoro di Loggia?


Io sono convinto che l’uniformità dei colori sia importante, anche se magari sul nero avrei qualcosa da dire (ricordo un Fratello di spessore sostenere: Io sono martinista e come martinista mi rifiuto di vestirmi di nero). Non c’è sul presunto obbligo del nero nessun motivo “muratorio” se non una consuetudine registrata all’articolo 20 del Regolamento (che, tra l’altro, all’epoca del mio ingresso parlava di “abito scuro da passeggio (sic!)”, indicando chiaramente la classe sociale cui ci si rivolgeva).


Il “serioso” è superficiale, artificiale, epidermico, esteriore, non di rado affettato. E, soprattutto, in Loggia non ride mai.


Già, ridere...


Ma si può ridere in Loggia aperta?


Veramente il rituale, nessun rituale, prevede che durante i lavori si possa ridere.

E perché mai?


C’è una relazione tra il lavoro rituale e il ridere?
(continua)

17 agosto 2015

Ridere in Loggia

Avete notato che in genere in Loggia non c'è nessuno che ride?

Ed io mi domando:

Si può ridere in Loggia? Si deve ridere in Loggia? Oppure durante il lavoro rituale è vietato ridere? E perché dovrebbe essere vietato ridere in Loggia? Essere seri significa non poter ridere?
Ridere fa bene oppure no? E ridere in Loggia permette di essere "più" oppure no?

Pensiamoci. Riflettiamoci. E - magari - ridiamoci sopra.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.