martedì 22 dicembre 2015

Guardo e riguardo, ma...

(Da "Fantasia" di Bruno Munari)

Noi siamo immersi nel mondo del relativo e non ce la facciamo (proprio per una impossibilità intrinseca) ad assumere punti di vista "assoluti".
Mi domando: l'immagine è di un ciottolo su terreno erboso o muschio oppure un monte roccioso che si innalza sulla boscaglia?
Senza ulteriori punti di riferimento, non è possibile rispondere. 
Se optiamo per il ciottolo, subito il contorno si trasforma in un tappeto erboso. Se invece preferiamo il monte ecco che il tappeto erboso diventa immediatamente una foresta amazzonica.
Dunque, par proprio che vediamo ciò che vogliamo, ciò che abbiamo scelto di vedere. In altre parole, il cervello elabora e mostra ciò che abbiamo "deciso" di vedere.
Non è cosa strana, anzi è molto naturale. 
Guardiamo l'immagine che segue.

 (Immagine dal web)

E' un vaso bianco su sfondo nero oppure sono due visi neri su sfondo bianco?
Qualunque risposta è valida: la nostra vista non permette di andare oltre.
Siamo come dei "ciechi vedenti".
Appunto perché siamo fatti così il nostro Rituale ci propone il simbolo della Scala Curva. Anzi, non solo simbolo, ma vero e proprio utensìle di lavoro, vera e propria modalità di lavoro.
La salita sulla Scala ci deve stimolare ad "uscire" dalla nostra cecità vedente, comprendere l'esistenza di altri punti di vista, di altri punti di fuga, di altre modalità, di altre.. di altre... Insomma di "altro".
Per essere chiari, noi siamo nel mondo del relativo. Ma essere coscienti di questo non significa cadere nel relativismo, secondo il quale ogni opinione è valida e tutte hanno analoga dignità.
No, ci deve essere una scala di valori che non appiattisce tutto. Ma è graduatoria legata al tempoo e allo spazio, valida certo oggi, ma domani? chissà.
Non veniva un tempo giustificata la schiavitù, tanto che lo stesso Paolo di Tarso riteneva giusto restituire al legittimo proprietario lo schiavo fuggito? E non è oggi la schiavitù universalmente esecrata?
Mi fanno sorridere quei Massoni che pontificano che ogni opinione in Loggia è valida. Mi fanno sorridere, questi minus habentes, che si fermano alla superficialità delle cose e non osano andar oltre, ammesso che ne siano capaci.
Riguardiamo la prima immagine e ridomandiamoci: sasso o montagna? Piccolo o grande? Nano o gigante?
E tu, caro Fratello, sei nano o gigante? 
Chi ha costruito le grandi cattedrali era nano o gigante? Certamente non nano, visto ciò che ci ha lasciato.
E allora chi vuol essere loro erede deve essere altrettano grande, altrimenti non è che un millantatore.

Ma... Attenzione! Anche il naso di Pinocchio cresce fino ad essere gigantesco.


lunedì 21 dicembre 2015

Bambini, imparate...

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
regalare una rosa al cieco,
cantare al sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi
 Gianni Rodari

 Il nostro Rituale indica la stessa cosa quando invita a salire sulla Scala Curva.
Anzi, più che invito, è un vero e proprio programma di lavoro.
Le "cose difficili" non sono che l'uso di di determinati sensi e funzioni (spesso sottovalutate o trascurate nella vita quotidiana) in un modo, per così dire, "no standard".
Regalare una cosa al cieco, cantare al sordo, non significano altro che porgere qualcosa di bello a chi non sa cogliere la bellezza. E quindi il regalo è stimolo forte per fargli comprendere - aprendo la mente - qualcosa che al momento è oltre la sua comprensione.
Difficile è liberare chi crede di essere libero.
Quanti ne incontriamo di prigionieri in gabbie che si son costruiti con le proprie mani! E pur essendosi rinchiusi dentro hanno ormai perso la chiave che permetterebbe loro di uscire.
Quante persone conosciamo che hanno ribaltato il cogito cartesiano (cogito ergo sum) nella banale assunzione del ruolo che li fa esistere.
O, peggio ancora, si sentono esistere perché appartengono a qualcosa (e sottolineo il verbo appartengono).
Per cui, magari, si dicono "Sono Libero Muratore quindi esisto" e non "Io esisto e sono un uomo, e questo uomo è anche un Libero Muratore".
Si può liberare facilmente chi è prigioniero e sa di essere prigioniero: basta aiutarlo ad aprire la porta.
E' ben difficile liberare chi è prigioniero e crede di essere libero. La prigione per lui è diventata la sua stessa vita, la sua stessa ragione di vita. E chi lo fa più scappare da lì?

martedì 15 dicembre 2015

Hiram

A differenza di tanti eroi solari Hiram non ascende al cielo. E questo, forse, ce lo fa sentire più vicino.

Hiram viene calato in una fossa (per tre volte, secondo il rituale Duncan: la prima volta subito dopo la morte tra gli scarti del materiale di costruzione del Tempio; la seconda volta dai tre farabutti suoi uccisori in un posto segnato da un ramoscello di acacia; la terza volta nel sepolcro sua sepoltura definitiva).

Ma da quella fossa Hiram si "eleva" e si rialza (oppure si eleva il nuovo Maestro e non Hiram?). 

Il "rialzamento" è indice di solarità? 

Hiram non ha una funzione salvifica, come il Dio che muore e rinasce (risorge). Hiram è solo un simbolo che ti carica di energia per il tuo cammino.

Hiram non è l'eroe che da la luce agli uomini.

domenica 13 dicembre 2015

Ripensare il simbolo

Il ponte di un piroscafo in rotta per le Americhe, meglio di Atene, offre all’uomo moderno un’acropoli per la sua preghiera. Ma non ti pregheremo ormai, anemica dea, fondatrice di una civiltà prigioniera! Trascurando quegli eroi navigatori, esploratori e conquistatori del Nuovo Mondo – che (in attesa del viaggio sulla luna) corsero la sola avventura totale proposta all’umanità di quei tempi, il mio pensiero si innalza a voi, sopravvissuti di una retroguardia che ha così crudelmente pagato l’errore di tenere aperte le porte: Indiani il cui esempio, attraverso Montaigne, Rousseau, Diderot, Voltaire, ha arricchito la sostanza di ciò che la scuola mi ha dato, Uroni, Irocchesi, Caraibi, Tupi, eccomi a voi!

Lévi-Strauss scrive queste parole a bordo del la nave che nel 1935 lo porta in Brasile.

Della citazione mi piace il breve cenno al viaggio sulla Luna. Lévi-Strauss non può immaginare all’epoca che il viaggio sulla luna sarà completamente diverso dai viaggi ai quali l’uomo era abituato.

Nei viaggi precedenti è l’uomo l’unico e vero protagonista, consapevole di poter giungere alla meta e altrettanto consapevole di poter soccombere.

Cristoforo Colombo salpa da Palos seguendo una propria visione. E’ lui lo spirito e l’anima della spedizione, non l’equipaggio. In questo senso Colombo è certamente l’eroe solitario, che tiene a bada l’equipaggio come si tiene a bada un puledro focoso e poco docile.

Il viaggio sulla luna, invece, è opera dell’organizzazione. E’ la NASA che fa sbarcare Armstrong sulla luna, non è Armstrong che va sulla luna come Colombo che naviga sull’Atlantico.

Senza Armstrong ci sarebbe stato un altro astronauta sulla luna, senza Colombo il viaggio verso le Americhe sarebbe stato altro da ciò che fu.

La valenza simbolica del viaggio oggi è fortemente compromessa e dovremmo ricostruirne l’impatto per far riemergere ciò che oggi – temo – fatica ad emergere.

Sono tanti gli atti del Rituale che oggi risultano compromessi e appaiono in un certo senso banalizzati.

Chi può oggi esser emotivamente colpito da una spada, oggetto che la stragrande maggioranza ha visto solo in televisione senza avere mai toccato? Che senso emotivo può dare una cazzuola se nessuno ha mai provato ad usarla e non sa come sia maledettamente faticoso miscelare sabbia, calcina e acqua con una cazzuola... E come sia maledettamente difficile prender la calcina e sbatterla sul muro senza che cada?

Forse dovremmo ripensare i nostri simboli per ritrovarne l’impatto emotivo, quel primo colpo che oltrepassa la tua corazza. Altrimenti il nostro apparato simbolico può ridursi a semplice giochino intellettuale.

Le parole di Lévi-Strauss fanno vedere il senso profondo del viaggio eroico nel passato e purtroppo non possono mostrare che quel tipo di viaggi è ormai tramontato.

E non si può ancora sapere, nel 1935, che il mondo cosiddetto civile ha appena cominciato un altro tipo di viaggio, che porterà a rimescolare mostri orrendi che sonnecchiano nei fondali melmosi del mare interiore dell’uomo. L’altra faccia del viaggio: il viaggio negativo.

sabato 12 dicembre 2015

La Spada Fiammeggiante

La spada è l'arma del cavaliere. E' l'arma dell'eroe solitario, che cammina da solo alla ricerca di qualcosa, svincolato dalle lagnanze del mondo comune dei minus habentes.

L' "arma" della Loggia è la  Spada Fiammeggiante, che può impugnare solo il Maestro Venerabile o chi Maestro Venerabile è già stato.

La Spada Fiammeggiante è lo strumento per mezzo del quale il Venerabile trasmette qualcosa. E il Venerabile può trasmettere "per i poteri a me conferiti", cioè in quanto è Venerabile voluto a quella Dignità dai Maestri della Loggia.

Il Venerabile trasmette perché in quel momento lui è la Loggia. Ecco perché lui, e solo lui (o chi Venerabile è già stato ma solo perché in quel momento rappresenta il Venerabile) può impugnare la Spada Fiammeggiante.

In quell'istante, l'istante cioè della trasmissione, la Loggia tutta diventa un tutt'uno, appunto l'eroe solitario.

Solitario perché la Loggia è il nucleo basilare della Massoneria. Può appartenere ad una Istituzione Massonica (per favore, non chiamiamola "Obbedienza"!) ma solo nella misura nella quale è la Loggia ad aver ceduto ad una organizzazione parte dei suoi poteri.

venerdì 11 dicembre 2015

I Maestri alla ricerca di Hiram

Il nostro Rituale è molto chiaro: i maestri che vanno alla ricerca di Hiram scomparso viaggiano di giorno sotto il sole cocente e ne trovano il corpo al tramonto, quando uno dei cercatori, dopo un breve riposo nel rialzarsi scopre il famoso ramoscello di acacia. E questo accade in tutte le versioni: il nostro Rituale, l'Emulation, il Duncane, e via dicendo.

Ma un nostro Fratello continua a sostenere che la ricerca dei maestri avviene di notte, alla luce della luna.

Quel Fratello sbaglia. Il Rituale è chiarissimo: la ricerca avviene di giorno e la scoperta al crepuscolo. Ma il Rituale - è mia opinione - qui sbaglia, mentre il Fratello ha colto nel segno.

Simbolicamente quel Fratello ci suggerisce che la ricerca del Maestro Hiram (quell'Hiram che è in ognuno di noi) avviene non in pieno sole, ma nella luce attenuata della luna. E la scoperta avviene al crepuscolo, vero confine tra il giorno e la notte, tra la luce e il buio.

Solo alla "luce" del crepuscolo possiamo raggiungere ciò che cerchiamo.

giovedì 10 dicembre 2015

Ancora sul Maestro Venerabile

C'è più di una saggezza,
e tutte sono necessarie al mondo.
Non è male alternarle.
Marguerite Yourcenar                     

In poche parole la Yourcenar riesce a comunicre una grande verità. E allora...

PROMEMORIA PER IL MAESTRO VENERABILE

Il Maestro Venerabile è oggi quello che un tempo era il Maestro di Loggia.

Ma i tempi sono cambiati, la Massoneria di allora è cambiata e quindi anche i ruoli sono cambiati.

Al tempo degli operativi tra Maestro e gli altri c'era un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato con regole molto precise e dettagliate.

Tra gli operativi sarebbe stato impensabile avere un fratello Bravini abile nel bla bla bla... e nient'altro.
Ma quanti fratelli Bravini pullulano da noi!

Come potrebbe un fratello Bravini svolgere il ruolo di Venerabile? Si limiterebbe al "Io sono il comandante della nave" e basta.

Si dimentica, il fratello Bravini, oppure non riesce a comprendere, che il Venerabile deve  avere prima di tutto una grande sensibilità e quindi capacità, dirigendo la Loggia con tocco leggero.

L'autorità del Maestro Venerabile deriva dal ruolo, ma soprattutto è costruita giorno dopo giorno con il suo comportamento, ispirato dalla sapienza. O, meglio e più realisticamente, dalle tante facce della sapienza.

Il Venerabile deve imparare a conoscere tutti i volti della sapienza...
 

martedì 8 dicembre 2015

Il Maestro Venerabile

Nel corso della mia appartenenza muratoria ho incontrato diverse volte Maestri Venerabili in cattedra o passati sostenere analogie tra la Loggia e l'equipaggio di una nave.
La loggia cioè viene paragonata all'equipaggio di una nave, nel quale ogni membro ha un suo compito specifico (uno è addetto alle vele, un altro al timone, chi si occupa del sartiame, e così via). Se tutto si svolge in ordine e armonia la barca va. Se al contrario c'è discordia e dissonanza la barca non va o corre grossi rischi.

E' un paragone bellissimo. Purtroppo questi fratelli si fermano qui e non si preoccupano di approfondirlo.

Che vuol dire ordine e armonia? E qual è il confine attraversato il quale l'ordine diventa disordine e l'armonia discordia?

Il sospetto nasce dal comportamento di certi Venerabili. Nella loro mente ordine e armonia significano semplicemente assonanza con le disposizioni e i desideri del Venerabile. Per parlare brutalmente: c'è ordine se si "obbedisce" al Venerabile, altrimenti l'ordine si trasforma in disordine.

Non hanno compreso, questi Venerabili, il senso profondo della loro Dignità e del loro ruolo. Il Venerabile non è il capo o il comandante della Loggia (capo, comandante, capufficio, colonnello, generale sono termini che con la Massoneria non hanno niente a che fare); è molto di più. E' l' "espressione" della Loggia tutta e della Camera di Maestro in particolare. E' - se vogliamo - la punta della spada, non la spada intera.

L'utensìle del Venerabile non è il bastone del comando e non è solo il mazzuolo che impugna. Il Venerabile ha un altro utensìle, del quale non parla mai nessuno, ma che deve usare e soprattutto saper usare con energia ed equilibrio. Mi riferisco alla cazzuola, che deve essere usata con molta perizia e delicatezza.

La cazzuola serve a spargere calcina tra pietra e pietra per costruire un muro solido, con le pietre ben ferme e stabili. E' un lavoro che non puoi fare senza cazzuola.
La cazzuole è quasi la terza mano del muratore, che se ne serve continuamente e la tiene sempre a portata di mano.
Che sarebbe un muratore senza cazzuola?

Solo se il Venerabile ha lavorato con la cazzuola può battere il maglietto con la debita autorità.

sabato 5 dicembre 2015

Viaggiare

Il viaggio è simbolo presente in Massoneria.
Il Candidato viaggia attraverso gli elementi (oppure presentandosi ai futuri Fratelli, secondo la ritualità anglosassone). Ma viaggia anche l'Apprendista che chiede di passare Compagno. E viaggiano i Maestri alla ricerca di Hiram.
Fermiamoci qui, senza inoltrarci nel mare magnum dei gradi muratori: ma anche una lettura superficiale dei vari rituali mostra che si viaggia sempre, in ogni "dove" e in ogni "quando".
Si viaggia sempre perché il viaggio è archetipo fondamentale e fondante della vita: noi uomini stanziali abbiamo scolpito nel nostro patrimonio genetico il senso del muoversi, del vagare, dell'andare, del migrare: il viaggio, appunto.
E anche se non vaghiamo per motivi di sopravvivenza alla ricerca di cibo o di luoghi dove è più facile sopravvivere fisicamente (ma quanti uomini ancora sono in queste condizioni!), ci resta dentro il senso dell'andare, di nuove esperienze, di nuove conoscenze.
I nostri padri hanno incanalato l'esigenza "nomade"  in una ritualità che spinge il massone a non soffermarsi mai più di tanto sulle sue, ma di aprirsi al mondo, agli altri, agli altri massoni e ai non massoni.
La ritualità del viaggio però, temo, ha perso molto del suo impatto emotivo. Oggi in meno di due ore si può andare dall'Italia a Londra, in mezza giornata dall'Italia agli Stati Uniti. Un tempo erano il viaggio della vita, partivi, sapevi di partire, ma non sapevi se saresti tornato.
Erano viaggi, quelli, impegnativi; ti prendevano tutto, avevano un forte impatto emotivo.
Ecco, l'impatto emotivo, quel tipo di impatto emotivo, deeve prendere il Massone che viaggia. Il viaggio nella terra, "quel" viaggio nel Gabinetto di Riflessione, lo fai solo una volta, e mai più. Sì, potrai tornare a riflettere, ma non più in quelle condizioni. Se quel viaggio ti passa sopra come un piovasco, hai sprecato una bella occasione di approfondire, di approfondirti, e sei restato alla superficie delle cose.
Senza impatto emotivo il simbolo perde molto e si limita ad essere un piccolo, magari pure simpatico, garbuglio intellettuale.
 

venerdì 4 dicembre 2015

Promemoria per il Segretario di Loggia

Leggo in "Tristi Tropici" di Lévi-Strauss (pag. 61 dell'edizione Il Saggiatore del 1960):
Quando il cielo comincia ad illuminarsi delle luci del tramonto (...) il contadino si ferma lungo il sentiero, il pescatore trattiene la barca e il selvaggio socchiude gli occhi, seduto vicino a un pallido fuoco. Il ricordo è per l'uomo una grande voluttà, ma non nel senso di memoria letterale; pochi infatti accetterebbero di rivivere le fatiche e le sofferenze che malgrado tutto amano ricordare. Il ricordo è la vita stessa, ma di una qualità diversa. Così, quando il sole si abbassa verso la superficie levigata di un'acqua tranquilla, come l'obolo di un dio avaro, o quando il suo disco staglia la cresta della montagna come una foglia dura e dentellata, l'uomo trova, in una breve fantasmagoria, la rivelazione delle forze opache, delle brume e degli sfolgorii di cui, nel fondo di se stesso, e durante tutta la giornata, ha vagamente percepito gli oscuri conflitti.
 E' una semplice citazione, ma richiama l'uomo nella sua complessità.
La pongo, questa citazione, accanto ad un'altra, che lessi più di quarant'anni fa (ero ancora un giovane apprendista appena entrato in Loggia). Una citazione che non ricordo più di chi fosse (e sì che in quarant'anna ne ho fatte di ricerche!).
Dice più o meno così.
Essi costruiscono un muro unendo con la calcina pietre con pietre. Ma non si accorgono che contemporaneamente le loro ombre costruiscono un'ombra di muro unendo ombre di pietre con ombre di pietra utilizzando un'ombra di calcina. Ed è la costruzione d'ombra che conta.

Passo questo appunto al Segretario della mia Loggia perché si renda finalmente conto che lui è ben più del registratore di una Tornata.

mercoledì 2 dicembre 2015

MASSONE e massone

Ho conosciuto persone che sapevano molto ma erano incapaci di insegnare.
Ho conosciuto persone che sapevano molto di meno ma erano eccellenti insegnanti.
Sapere insegnare significa saper trasmettere qualcosa e naturalmente devi "possedere" questo qualcosa: non puoi trasmettere ciò che non hai.
La Tornata di Loggia è una rete fitta fitta di qualcosa che si dà agli altri e qualcosa che si riceve dagli altri. La Tornata è una pausa di riflessione nel cammino personale (che continua oltre e al di fuori delle Tornate) e permette, nella continua "interconnessione" del singolo Fratello con gli altri Fratelli, di confrontarsi, ricevere qualcosa, dare qualcos'altro, oppure semplicemente di "star lì", lui e gli altri, nel calore umano e fraterno della vicinanza e contiguità.
Non esiste un Manuale del "Bravo Massone". In Massoneria, più che altrove, l'insegnamento avviene in primo luogo con l'esempio personale e poi con il confronto dell'uno con gli altri.
Se intendi l'essere Massone soprattutto un impegno personale con te stesso e non l'appartenenza ad un circolo un po', ma neanche tanto!, esclusivo  allora la Massoneria ti può "cambiare la vita"; altrimenti continuerai nel tuo solito tran tran e avrai passato l'esperienza murtatoria con lo spirito del passante che si ripara dal temporale.

martedì 1 dicembre 2015

Compagno

E' difficile diventare Compagno di Mestiere perché è difficile riuscire a servirsi di due facoltà (apparentemente) contrastanti e inconciliabili, di mettere in comunicazione i due lobi destro e sinistro del cervello e riuscire ad utilizzarli come fossero un unico lobo.

Paiono quasi come olio e aceto: per quanto  tu faccia sforzi otterrai sempre solo una specie di miscuglio che col tempo tende a separare nettamente i due componenti.

Anche nella dimostrazione di un teorema o nella risoluzione di un problema scientifico entrano spesso in gioco intuizione e immaginazione: ma queste sono solo un aspetto della intuizione e immaginazione.

Anche nel riprodurre una musica si può eseguire il brano con tecnica impeccabile (la Forza) ma per così dire "senz'anima" (la Bellezza). Qui manca la necessaria fusione dei due lobi.

Il Compagno di Mestiere, il muratore che nel cantiere ha raggiunto la comprensione del manufatto e segue autonomamente le indicazioni del Capo-cantiere ed è quindi autonomo lavoratore che può insegnare agli apprendisti, non è né un tecnico arido né un sognatore inconsistente. Sa salire e scendere sulla scala curva e riesce a conciliare ciò che ad altri pare inconciliabile.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.