martedì 22 dicembre 2015

Guardo e riguardo, ma...

(Da "Fantasia" di Bruno Munari)

Noi siamo immersi nel mondo del relativo e non ce la facciamo (proprio per una impossibilità intrinseca) ad assumere punti di vista "assoluti".
Mi domando: l'immagine è di un ciottolo su terreno erboso o muschio oppure un monte roccioso che si innalza sulla boscaglia?
Senza ulteriori punti di riferimento, non è possibile rispondere. 
Se optiamo per il ciottolo, subito il contorno si trasforma in un tappeto erboso. Se invece preferiamo il monte ecco che il tappeto erboso diventa immediatamente una foresta amazzonica.
Dunque, par proprio che vediamo ciò che vogliamo, ciò che abbiamo scelto di vedere. In altre parole, il cervello elabora e mostra ciò che abbiamo "deciso" di vedere.
Non è cosa strana, anzi è molto naturale. 
Guardiamo l'immagine che segue.

 (Immagine dal web)

E' un vaso bianco su sfondo nero oppure sono due visi neri su sfondo bianco?
Qualunque risposta è valida: la nostra vista non permette di andare oltre.
Siamo come dei "ciechi vedenti".
Appunto perché siamo fatti così il nostro Rituale ci propone il simbolo della Scala Curva. Anzi, non solo simbolo, ma vero e proprio utensìle di lavoro, vera e propria modalità di lavoro.
La salita sulla Scala ci deve stimolare ad "uscire" dalla nostra cecità vedente, comprendere l'esistenza di altri punti di vista, di altri punti di fuga, di altre modalità, di altre.. di altre... Insomma di "altro".
Per essere chiari, noi siamo nel mondo del relativo. Ma essere coscienti di questo non significa cadere nel relativismo, secondo il quale ogni opinione è valida e tutte hanno analoga dignità.
No, ci deve essere una scala di valori che non appiattisce tutto. Ma è graduatoria legata al tempoo e allo spazio, valida certo oggi, ma domani? chissà.
Non veniva un tempo giustificata la schiavitù, tanto che lo stesso Paolo di Tarso riteneva giusto restituire al legittimo proprietario lo schiavo fuggito? E non è oggi la schiavitù universalmente esecrata?
Mi fanno sorridere quei Massoni che pontificano che ogni opinione in Loggia è valida. Mi fanno sorridere, questi minus habentes, che si fermano alla superficialità delle cose e non osano andar oltre, ammesso che ne siano capaci.
Riguardiamo la prima immagine e ridomandiamoci: sasso o montagna? Piccolo o grande? Nano o gigante?
E tu, caro Fratello, sei nano o gigante? 
Chi ha costruito le grandi cattedrali era nano o gigante? Certamente non nano, visto ciò che ci ha lasciato.
E allora chi vuol essere loro erede deve essere altrettano grande, altrimenti non è che un millantatore.

Ma... Attenzione! Anche il naso di Pinocchio cresce fino ad essere gigantesco.


lunedì 21 dicembre 2015

Bambini, imparate...

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
regalare una rosa al cieco,
cantare al sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi
 Gianni Rodari

 Il nostro Rituale indica la stessa cosa quando invita a salire sulla Scala Curva.
Anzi, più che invito, è un vero e proprio programma di lavoro.
Le "cose difficili" non sono che l'uso di di determinati sensi e funzioni (spesso sottovalutate o trascurate nella vita quotidiana) in un modo, per così dire, "no standard".
Regalare una cosa al cieco, cantare al sordo, non significano altro che porgere qualcosa di bello a chi non sa cogliere la bellezza. E quindi il regalo è stimolo forte per fargli comprendere - aprendo la mente - qualcosa che al momento è oltre la sua comprensione.
Difficile è liberare chi crede di essere libero.
Quanti ne incontriamo di prigionieri in gabbie che si son costruiti con le proprie mani! E pur essendosi rinchiusi dentro hanno ormai perso la chiave che permetterebbe loro di uscire.
Quante persone conosciamo che hanno ribaltato il cogito cartesiano (cogito ergo sum) nella banale assunzione del ruolo che li fa esistere.
O, peggio ancora, si sentono esistere perché appartengono a qualcosa (e sottolineo il verbo appartengono).
Per cui, magari, si dicono "Sono Libero Muratore quindi esisto" e non "Io esisto e sono un uomo, e questo uomo è anche un Libero Muratore".
Si può liberare facilmente chi è prigioniero e sa di essere prigioniero: basta aiutarlo ad aprire la porta.
E' ben difficile liberare chi è prigioniero e crede di essere libero. La prigione per lui è diventata la sua stessa vita, la sua stessa ragione di vita. E chi lo fa più scappare da lì?

martedì 15 dicembre 2015

Hiram

A differenza di tanti eroi solari Hiram non ascende al cielo. E questo, forse, ce lo fa sentire più vicino.

Hiram viene calato in una fossa (per tre volte, secondo il rituale Duncan: la prima volta subito dopo la morte tra gli scarti del materiale di costruzione del Tempio; la seconda volta dai tre farabutti suoi uccisori in un posto segnato da un ramoscello di acacia; la terza volta nel sepolcro sua sepoltura definitiva).

Ma da quella fossa Hiram si "eleva" e si rialza (oppure si eleva il nuovo Maestro e non Hiram?). 

Il "rialzamento" è indice di solarità? 

Hiram non ha una funzione salvifica, come il Dio che muore e rinasce (risorge). Hiram è solo un simbolo che ti carica di energia per il tuo cammino.

Hiram non è l'eroe che da la luce agli uomini.

domenica 13 dicembre 2015

Ripensare il simbolo

Il ponte di un piroscafo in rotta per le Americhe, meglio di Atene, offre all’uomo moderno un’acropoli per la sua preghiera. Ma non ti pregheremo ormai, anemica dea, fondatrice di una civiltà prigioniera! Trascurando quegli eroi navigatori, esploratori e conquistatori del Nuovo Mondo – che (in attesa del viaggio sulla luna) corsero la sola avventura totale proposta all’umanità di quei tempi, il mio pensiero si innalza a voi, sopravvissuti di una retroguardia che ha così crudelmente pagato l’errore di tenere aperte le porte: Indiani il cui esempio, attraverso Montaigne, Rousseau, Diderot, Voltaire, ha arricchito la sostanza di ciò che la scuola mi ha dato, Uroni, Irocchesi, Caraibi, Tupi, eccomi a voi!

Lévi-Strauss scrive queste parole a bordo del la nave che nel 1935 lo porta in Brasile.

Della citazione mi piace il breve cenno al viaggio sulla Luna. Lévi-Strauss non può immaginare all’epoca che il viaggio sulla luna sarà completamente diverso dai viaggi ai quali l’uomo era abituato.

Nei viaggi precedenti è l’uomo l’unico e vero protagonista, consapevole di poter giungere alla meta e altrettanto consapevole di poter soccombere.

Cristoforo Colombo salpa da Palos seguendo una propria visione. E’ lui lo spirito e l’anima della spedizione, non l’equipaggio. In questo senso Colombo è certamente l’eroe solitario, che tiene a bada l’equipaggio come si tiene a bada un puledro focoso e poco docile.

Il viaggio sulla luna, invece, è opera dell’organizzazione. E’ la NASA che fa sbarcare Armstrong sulla luna, non è Armstrong che va sulla luna come Colombo che naviga sull’Atlantico.

Senza Armstrong ci sarebbe stato un altro astronauta sulla luna, senza Colombo il viaggio verso le Americhe sarebbe stato altro da ciò che fu.

La valenza simbolica del viaggio oggi è fortemente compromessa e dovremmo ricostruirne l’impatto per far riemergere ciò che oggi – temo – fatica ad emergere.

Sono tanti gli atti del Rituale che oggi risultano compromessi e appaiono in un certo senso banalizzati.

Chi può oggi esser emotivamente colpito da una spada, oggetto che la stragrande maggioranza ha visto solo in televisione senza avere mai toccato? Che senso emotivo può dare una cazzuola se nessuno ha mai provato ad usarla e non sa come sia maledettamente faticoso miscelare sabbia, calcina e acqua con una cazzuola... E come sia maledettamente difficile prender la calcina e sbatterla sul muro senza che cada?

Forse dovremmo ripensare i nostri simboli per ritrovarne l’impatto emotivo, quel primo colpo che oltrepassa la tua corazza. Altrimenti il nostro apparato simbolico può ridursi a semplice giochino intellettuale.

Le parole di Lévi-Strauss fanno vedere il senso profondo del viaggio eroico nel passato e purtroppo non possono mostrare che quel tipo di viaggi è ormai tramontato.

E non si può ancora sapere, nel 1935, che il mondo cosiddetto civile ha appena cominciato un altro tipo di viaggio, che porterà a rimescolare mostri orrendi che sonnecchiano nei fondali melmosi del mare interiore dell’uomo. L’altra faccia del viaggio: il viaggio negativo.

sabato 12 dicembre 2015

La Spada Fiammeggiante

La spada è l'arma del cavaliere. E' l'arma dell'eroe solitario, che cammina da solo alla ricerca di qualcosa, svincolato dalle lagnanze del mondo comune dei minus habentes.

L' "arma" della Loggia è la  Spada Fiammeggiante, che può impugnare solo il Maestro Venerabile o chi Maestro Venerabile è già stato.

La Spada Fiammeggiante è lo strumento per mezzo del quale il Venerabile trasmette qualcosa. E il Venerabile può trasmettere "per i poteri a me conferiti", cioè in quanto è Venerabile voluto a quella Dignità dai Maestri della Loggia.

Il Venerabile trasmette perché in quel momento lui è la Loggia. Ecco perché lui, e solo lui (o chi Venerabile è già stato ma solo perché in quel momento rappresenta il Venerabile) può impugnare la Spada Fiammeggiante.

In quell'istante, l'istante cioè della trasmissione, la Loggia tutta diventa un tutt'uno, appunto l'eroe solitario.

Solitario perché la Loggia è il nucleo basilare della Massoneria. Può appartenere ad una Istituzione Massonica (per favore, non chiamiamola "Obbedienza"!) ma solo nella misura nella quale è la Loggia ad aver ceduto ad una organizzazione parte dei suoi poteri.

venerdì 11 dicembre 2015

I Maestri alla ricerca di Hiram

Il nostro Rituale è molto chiaro: i maestri che vanno alla ricerca di Hiram scomparso viaggiano di giorno sotto il sole cocente e ne trovano il corpo al tramonto, quando uno dei cercatori, dopo un breve riposo nel rialzarsi scopre il famoso ramoscello di acacia. E questo accade in tutte le versioni: il nostro Rituale, l'Emulation, il Duncane, e via dicendo.

Ma un nostro Fratello continua a sostenere che la ricerca dei maestri avviene di notte, alla luce della luna.

Quel Fratello sbaglia. Il Rituale è chiarissimo: la ricerca avviene di giorno e la scoperta al crepuscolo. Ma il Rituale - è mia opinione - qui sbaglia, mentre il Fratello ha colto nel segno.

Simbolicamente quel Fratello ci suggerisce che la ricerca del Maestro Hiram (quell'Hiram che è in ognuno di noi) avviene non in pieno sole, ma nella luce attenuata della luna. E la scoperta avviene al crepuscolo, vero confine tra il giorno e la notte, tra la luce e il buio.

Solo alla "luce" del crepuscolo possiamo raggiungere ciò che cerchiamo.

giovedì 10 dicembre 2015

Ancora sul Maestro Venerabile

C'è più di una saggezza,
e tutte sono necessarie al mondo.
Non è male alternarle.
Marguerite Yourcenar                     

In poche parole la Yourcenar riesce a comunicre una grande verità. E allora...

PROMEMORIA PER IL MAESTRO VENERABILE

Il Maestro Venerabile è oggi quello che un tempo era il Maestro di Loggia.

Ma i tempi sono cambiati, la Massoneria di allora è cambiata e quindi anche i ruoli sono cambiati.

Al tempo degli operativi tra Maestro e gli altri c'era un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato con regole molto precise e dettagliate.

Tra gli operativi sarebbe stato impensabile avere un fratello Bravini abile nel bla bla bla... e nient'altro.
Ma quanti fratelli Bravini pullulano da noi!

Come potrebbe un fratello Bravini svolgere il ruolo di Venerabile? Si limiterebbe al "Io sono il comandante della nave" e basta.

Si dimentica, il fratello Bravini, oppure non riesce a comprendere, che il Venerabile deve  avere prima di tutto una grande sensibilità e quindi capacità, dirigendo la Loggia con tocco leggero.

L'autorità del Maestro Venerabile deriva dal ruolo, ma soprattutto è costruita giorno dopo giorno con il suo comportamento, ispirato dalla sapienza. O, meglio e più realisticamente, dalle tante facce della sapienza.

Il Venerabile deve imparare a conoscere tutti i volti della sapienza...
 

martedì 8 dicembre 2015

Il Maestro Venerabile

Nel corso della mia appartenenza muratoria ho incontrato diverse volte Maestri Venerabili in cattedra o passati sostenere analogie tra la Loggia e l'equipaggio di una nave.
La loggia cioè viene paragonata all'equipaggio di una nave, nel quale ogni membro ha un suo compito specifico (uno è addetto alle vele, un altro al timone, chi si occupa del sartiame, e così via). Se tutto si svolge in ordine e armonia la barca va. Se al contrario c'è discordia e dissonanza la barca non va o corre grossi rischi.

E' un paragone bellissimo. Purtroppo questi fratelli si fermano qui e non si preoccupano di approfondirlo.

Che vuol dire ordine e armonia? E qual è il confine attraversato il quale l'ordine diventa disordine e l'armonia discordia?

Il sospetto nasce dal comportamento di certi Venerabili. Nella loro mente ordine e armonia significano semplicemente assonanza con le disposizioni e i desideri del Venerabile. Per parlare brutalmente: c'è ordine se si "obbedisce" al Venerabile, altrimenti l'ordine si trasforma in disordine.

Non hanno compreso, questi Venerabili, il senso profondo della loro Dignità e del loro ruolo. Il Venerabile non è il capo o il comandante della Loggia (capo, comandante, capufficio, colonnello, generale sono termini che con la Massoneria non hanno niente a che fare); è molto di più. E' l' "espressione" della Loggia tutta e della Camera di Maestro in particolare. E' - se vogliamo - la punta della spada, non la spada intera.

L'utensìle del Venerabile non è il bastone del comando e non è solo il mazzuolo che impugna. Il Venerabile ha un altro utensìle, del quale non parla mai nessuno, ma che deve usare e soprattutto saper usare con energia ed equilibrio. Mi riferisco alla cazzuola, che deve essere usata con molta perizia e delicatezza.

La cazzuola serve a spargere calcina tra pietra e pietra per costruire un muro solido, con le pietre ben ferme e stabili. E' un lavoro che non puoi fare senza cazzuola.
La cazzuole è quasi la terza mano del muratore, che se ne serve continuamente e la tiene sempre a portata di mano.
Che sarebbe un muratore senza cazzuola?

Solo se il Venerabile ha lavorato con la cazzuola può battere il maglietto con la debita autorità.

sabato 5 dicembre 2015

Viaggiare

Il viaggio è simbolo presente in Massoneria.
Il Candidato viaggia attraverso gli elementi (oppure presentandosi ai futuri Fratelli, secondo la ritualità anglosassone). Ma viaggia anche l'Apprendista che chiede di passare Compagno. E viaggiano i Maestri alla ricerca di Hiram.
Fermiamoci qui, senza inoltrarci nel mare magnum dei gradi muratori: ma anche una lettura superficiale dei vari rituali mostra che si viaggia sempre, in ogni "dove" e in ogni "quando".
Si viaggia sempre perché il viaggio è archetipo fondamentale e fondante della vita: noi uomini stanziali abbiamo scolpito nel nostro patrimonio genetico il senso del muoversi, del vagare, dell'andare, del migrare: il viaggio, appunto.
E anche se non vaghiamo per motivi di sopravvivenza alla ricerca di cibo o di luoghi dove è più facile sopravvivere fisicamente (ma quanti uomini ancora sono in queste condizioni!), ci resta dentro il senso dell'andare, di nuove esperienze, di nuove conoscenze.
I nostri padri hanno incanalato l'esigenza "nomade"  in una ritualità che spinge il massone a non soffermarsi mai più di tanto sulle sue, ma di aprirsi al mondo, agli altri, agli altri massoni e ai non massoni.
La ritualità del viaggio però, temo, ha perso molto del suo impatto emotivo. Oggi in meno di due ore si può andare dall'Italia a Londra, in mezza giornata dall'Italia agli Stati Uniti. Un tempo erano il viaggio della vita, partivi, sapevi di partire, ma non sapevi se saresti tornato.
Erano viaggi, quelli, impegnativi; ti prendevano tutto, avevano un forte impatto emotivo.
Ecco, l'impatto emotivo, quel tipo di impatto emotivo, deeve prendere il Massone che viaggia. Il viaggio nella terra, "quel" viaggio nel Gabinetto di Riflessione, lo fai solo una volta, e mai più. Sì, potrai tornare a riflettere, ma non più in quelle condizioni. Se quel viaggio ti passa sopra come un piovasco, hai sprecato una bella occasione di approfondire, di approfondirti, e sei restato alla superficie delle cose.
Senza impatto emotivo il simbolo perde molto e si limita ad essere un piccolo, magari pure simpatico, garbuglio intellettuale.
 

venerdì 4 dicembre 2015

Promemoria per il Segretario di Loggia

Leggo in "Tristi Tropici" di Lévi-Strauss (pag. 61 dell'edizione Il Saggiatore del 1960):
Quando il cielo comincia ad illuminarsi delle luci del tramonto (...) il contadino si ferma lungo il sentiero, il pescatore trattiene la barca e il selvaggio socchiude gli occhi, seduto vicino a un pallido fuoco. Il ricordo è per l'uomo una grande voluttà, ma non nel senso di memoria letterale; pochi infatti accetterebbero di rivivere le fatiche e le sofferenze che malgrado tutto amano ricordare. Il ricordo è la vita stessa, ma di una qualità diversa. Così, quando il sole si abbassa verso la superficie levigata di un'acqua tranquilla, come l'obolo di un dio avaro, o quando il suo disco staglia la cresta della montagna come una foglia dura e dentellata, l'uomo trova, in una breve fantasmagoria, la rivelazione delle forze opache, delle brume e degli sfolgorii di cui, nel fondo di se stesso, e durante tutta la giornata, ha vagamente percepito gli oscuri conflitti.
 E' una semplice citazione, ma richiama l'uomo nella sua complessità.
La pongo, questa citazione, accanto ad un'altra, che lessi più di quarant'anni fa (ero ancora un giovane apprendista appena entrato in Loggia). Una citazione che non ricordo più di chi fosse (e sì che in quarant'anna ne ho fatte di ricerche!).
Dice più o meno così.
Essi costruiscono un muro unendo con la calcina pietre con pietre. Ma non si accorgono che contemporaneamente le loro ombre costruiscono un'ombra di muro unendo ombre di pietre con ombre di pietra utilizzando un'ombra di calcina. Ed è la costruzione d'ombra che conta.

Passo questo appunto al Segretario della mia Loggia perché si renda finalmente conto che lui è ben più del registratore di una Tornata.

mercoledì 2 dicembre 2015

MASSONE e massone

Ho conosciuto persone che sapevano molto ma erano incapaci di insegnare.
Ho conosciuto persone che sapevano molto di meno ma erano eccellenti insegnanti.
Sapere insegnare significa saper trasmettere qualcosa e naturalmente devi "possedere" questo qualcosa: non puoi trasmettere ciò che non hai.
La Tornata di Loggia è una rete fitta fitta di qualcosa che si dà agli altri e qualcosa che si riceve dagli altri. La Tornata è una pausa di riflessione nel cammino personale (che continua oltre e al di fuori delle Tornate) e permette, nella continua "interconnessione" del singolo Fratello con gli altri Fratelli, di confrontarsi, ricevere qualcosa, dare qualcos'altro, oppure semplicemente di "star lì", lui e gli altri, nel calore umano e fraterno della vicinanza e contiguità.
Non esiste un Manuale del "Bravo Massone". In Massoneria, più che altrove, l'insegnamento avviene in primo luogo con l'esempio personale e poi con il confronto dell'uno con gli altri.
Se intendi l'essere Massone soprattutto un impegno personale con te stesso e non l'appartenenza ad un circolo un po', ma neanche tanto!, esclusivo  allora la Massoneria ti può "cambiare la vita"; altrimenti continuerai nel tuo solito tran tran e avrai passato l'esperienza murtatoria con lo spirito del passante che si ripara dal temporale.

martedì 1 dicembre 2015

Compagno

E' difficile diventare Compagno di Mestiere perché è difficile riuscire a servirsi di due facoltà (apparentemente) contrastanti e inconciliabili, di mettere in comunicazione i due lobi destro e sinistro del cervello e riuscire ad utilizzarli come fossero un unico lobo.

Paiono quasi come olio e aceto: per quanto  tu faccia sforzi otterrai sempre solo una specie di miscuglio che col tempo tende a separare nettamente i due componenti.

Anche nella dimostrazione di un teorema o nella risoluzione di un problema scientifico entrano spesso in gioco intuizione e immaginazione: ma queste sono solo un aspetto della intuizione e immaginazione.

Anche nel riprodurre una musica si può eseguire il brano con tecnica impeccabile (la Forza) ma per così dire "senz'anima" (la Bellezza). Qui manca la necessaria fusione dei due lobi.

Il Compagno di Mestiere, il muratore che nel cantiere ha raggiunto la comprensione del manufatto e segue autonomamente le indicazioni del Capo-cantiere ed è quindi autonomo lavoratore che può insegnare agli apprendisti, non è né un tecnico arido né un sognatore inconsistente. Sa salire e scendere sulla scala curva e riesce a conciliare ciò che ad altri pare inconciliabile.

domenica 29 novembre 2015

Il fratello Bravini


Nulla è dunque più erroneo che il vo­lerli persuadere ad impegnarsi; anche quando credono di farlo, il loro im­pegno non consiste nell'accettare un dato di fatto, nell'identificarsi in una delle sue funzioni, nell'assumerne le possibilità e i rischi personali; ma nel giudicarlo dal di fuori e come se non ne facessero parte essi stessi; quell'impegno è an­cora un modo particolare di restare liberi. L'insegnamento e l'indagine scien­tifica non si confondono, da questo punto di vista, con il tirocinio di un me­stiere. La loro grandezza e la loro miseria è appunto di essere e un rifugio e una missione.

Claude Lévi-Strauss (Tristi Tropici, p. 53) sta parlando di certi studenti e futuri insegnanti o scienziati.

E’ però atteggiamento diffuso in ogni campo: spesso o meno frequentemente, in qualunque ambito ti trovi, prima o poi incontri il tizio saccente, che ti spiega, che ti vuole insegnare.

Se ci riferiamo poi al campo che più ci sta a cuore, lo incontriamo, questo Massone, il fratello Bravini, che ti spiega come va la Massoneria, come va il mondo e come invece dovrebbe andare.

E’ il tipo da Loggia, alter ego dell’esperto da bar: se il mondo andasse come dovrebbe (cioè: come lui dice che dovrebbe andare) sarebbe molto migliore.

E’ l’iscritto alla Massoneria, che pur essendo iscritto (magari da molti anni) alla Massoneria è sempre stato “asintotico” e non l’ha mai “intersecata”. 
(NB: Asintotico deriva da asintoto, la retta che si avvicina sempre più ad una curva senza mai raggiungerla).

Siamo in tanti a sostenere che la Loggia non è un circolo culturale dove vai ad assistere a dotte conferenze, non è lo studio di uno psicologo o psicanalista che cura terapie di gruppo, non è un’associazione di “poverini” che sfogano le proprie frustrazioni indossando variopinti paludamenti.

No, la Loggia è qualcosa di molto diverso, e ognuno deve riportare non la freddezza di cose lette e magari capite poco, ma esperienze personali. La Loggia non è un confessionale, ma una specie di laboratorio umano, dove la mia esperienza può stimolare i Fratelli, come le loro esperienze stimolano me.

Il fratello Bravini, che legge, e legge solo, non porta nulla. Non è sincero. Non “digerisce” ciò che ha letto, non riesce a far suo quanto letto e a farlo diventare una propria esperienza.

Se tu ti limiti a riportare quanto letto senza averlo fatto tuo, resti in superficie, come la schiuma del mare. Il tuo intervento risulta freddo, superficiale, epidermico. Fondamentalmente inutile.

La Loggia deve costruire con le pietre dei singoli Fratelli, e queste pietre non le leggi altrove, ma le sgrossi dentro di te.

sabato 28 novembre 2015

Il topo che mangiava i gatti

Una delle Favole al Telefono di Gianni Rodari.

Un vecchio topo di biblioteca andò a trovare i suoi cugini, che abitavano in solaio e conoscevano poco il mondo.
- Voi conoscete poco il mondo, - egli diceva ai suoi ti­midi parenti, — e probabilmente non sapete nemmeno leggere.
- Eh, tu la sai lunga, - sospiravano quelli.
- Per esempio, avete mai mangiato un gatto?
- Eh, tu la sai lunga. Ma da noi sono i gatti che man­giano i topi.
- Perché siete ignoranti. Io ne ho mangiato più d'uno e vi assicuro che non hanno detto neanche: Ahi!
- E di che sapevano?
- Di carta e d'inchiostro, a mio parere. Ma questo è niente. Avete mai mangiato un cane?
- Per carità.
- Io ne ho mangiato uno proprio ieri. Un cane lupo. Aveva certe zanne... Bene, si è lasciato mangiare quieto quieto e non ha detto neanche: Ahi!
- E di che sapeva?
- Di carta, di carta. E un rinoceronte l'avete mai man­giato?
- Eh, tu la sai lunga. Ma noi un rinoceronte non l'abbia­mo visto mai. Somiglia al parmigiano o al gorgonzola?
- Somiglia a un rinoceronte, naturalmente. E avete mai mangiato un elefante, un frate, una principessa, un albero di Natale?
In quel momento il gatto, che era stato ad ascoltare die­tro un baule, balzò fuori con un miagolio minaccioso. Era un gatto vero, di carne e d'ossa, con baffi e artigli. I to­polini volarono a rintanarsi, tranne il topo di biblioteca, che per la sorpresa era rimasto immobile sulle sue zampe come un monumentino. Il gatto lo agguantò e cominciò a giocare con lui.
- Tu saresti il topo che mangia i gatti?
- Io, Eccellenza... Lei deve comprendere... Stando sempre in libreria...
- Capisco, capisco. Li mangi in figura, stampati nei libri.
- Qualche volta, ma solo per ragioni di studio.
- Certo. Anch'io apprezzo la letteratura. Ma non ti pare che avresti dovuto studiare un pochino anche dal vero? Avresti imparato che non tutti i gatti sono fatti di carta, e non tutti i rinoceronti si lasciano rosicchiare dai topi.
Per fortuna del povero prigioniero il gatto ebbe un atti­mo di distrazione, perché aveva visto passare un ragno sul pavimento. Il topo di biblioteca, con due salti, tornò tra i suoi libri, e il gatto dovette accontentarsi di mangiare il ragno.

Lasciamo stare l’ultimo periodo, evidentemente aggiunto per non mostrare subito ai bambini la ferocia della vita (Esopo o de la Fontaine avrebbero fatto terminare la favola col gatto che mangiava allegramente il topo).

Il resto è invece una grande metafora dell’insipiente che fa scuola.

Persone così le troviamo a tutti gli angoli delle strade: sono gli esperti da bar che sanno loro come va la vita e cosa bisognerebbe fare per risolvere i problemi del mondo.

Quanti ce ne sono anche in Massoneria! Loro sì che sanno cosa vuol dire essere Massoni, loro sì che ti spiegano la Massoneria, e come si usa la squadra e il filo a piombo, e a non impugnare così male la cazzuola e a puntar bene le punte del compasso... 

E mentre tu ti affanni a camminare per un percorso tortuoso, senza mai sapere se la direzione presa è corretta, camminando al lume della tua intuizione con l’aiuto della tua ragione, incontri qua e là questi fratelli Bravini che hanno letto libri, “rosicchiandoli” come il topo della favola, ma non ne hanno capito più di tanto, che non sono stati capaci di collegare quanto letto al loro vissuto personale e interiore, ma che parlano, parlano, parlano, dispensando il loro “rosicchiato” a tutti.

venerdì 27 novembre 2015

La memoria fallace

Fallace agg. [dal lat. fallax -acis, der. di fallĕre «ingannare»
(così il vocabolario Treccani:  http://www.treccani.it/vocabolario).

C'è un aspetto della memoria che non ho mai considerato, forse perché lo sento estraneo (ma non sono fallace anch'io nel sentirlo estraneo?).

Qualche giorno fa ho letto un'osservazione di Claude Lévi-Strauss in "Tristi Tropici" (p. 47 dell'edizione Il Saggiatore del 1960).

Scrive Lévi-Strauss dell'incontro a Parigi con l'ambasciatore brasiliano poco prima della sua partenza per Sao Paulo (siamo nel 1935). Dell'ambasciatore osserva:
Ma, brasiliano d'esportazione, che dall'adolescenza aveva adottato la Francia come patria, aveva perduto perfino la coscienza dello stato reale del suo paese, sostituendovi nella memoria luoghi comuni ufficiale e molto dignitosi.
Nella memoria di questo personaggio pare sia avvenuta una sostituzione di ricordi di certi fatti (avvenuti) con ricordi di altri fatti (non avvenuti).
Credo sia un fenomeno frequente: si dimenticano fatti percepiti come spiacevolissimi per sostituirli (nella memoria) con fatti meno spiacevoli o che addirittura non sono accaduti.
E' un po' quello che raccontano i linguaggi cimiteriali: Qui giace Pinco Pallino, sposo esemplare, sposa affettuosa, cittadino integerrimo, madre amorevole, padre premuroso, e così via.
E gli sposi adulteri, i cittadini corrotti dove sono sepolti?
Sono sempre lì, ma la memoria in un certo senso li ha "ripuliti" nel ricordo dei sopravvissuti.

E allora, per tornare al nostro "piccolo" ambito della Loggia, il Segretario deve prestare molta attenzione, altrimenti rischia di riportare non quello che in Loggia è effettivamente lavorato, bensì quello che la testa del Segretario vorrebbe fosse stato lavorato.



giovedì 26 novembre 2015

La Massoneria di oggi

Le cause della scomparsa della Massoneria operativa sono molteplici, ma fondamentalmente possono ricondursi, a dirla in termini moderni, alla caduta della domanda. Non dell'edificazione di costruzioni, ché quelle continuarono, ma della costruzione di "certi tipi" di costruzioni.

Le grandi cattedrali medievali erano edifici sì di culto, ma riunivano tutta la comunità. Gli edifici rinascimentali e delle epoche successive venivano edificati a gloria dell'un principe o dell'altro re, non erano della comunità. Così le grandi chiese erano sì erette a gloria di Dio, ma fondamentalmente davano lustro alla struttura, alla religione per così dire "organizzata": non erano più della comunità, ma della Chiesa.

In queste condizioni avevi una "Massoneria" asservita al potere politico e religioso (cioè cattolico o anglicano o luterano eccetera).

In ogni caso le mutate condizioni storiche obbligarono a mutate condizioni nella Massoneria.

La Massoneria operativa si trovava senza ragioni di vita e stava diventando una specie di contenitore vuoto? Forse. Probabilmente fu una delle spinte ad ammettere gli "accettati", non più esercitanti il mestiere effettivo, ma intellettuali desiderosi di incontrarsi.

Questo il grande cambiamento della Massoneria da operativa a speculativa.
Quindi Massoneria snaturata? La risposta affermativa credo sia scontata. Nessun Massone oggi fa di mestiere il muratore. Io almeno non ne ho mai incontrato nessuno.

Che poi tra i massoni siano preponderanti certe professioni e non altre, è certo vero. E sarebbe interessante indagarne motivi e cause.

Comunque questa nostra povera Massoneria un suo punto di forza ce l'ha, e non trascurabile.

Se non altro ha conservato un apparato simbolico che permette, a chi vuole e non si accontenta delle vesti antropo-socio-logiche, di indagare in profondità.

Ecco il grande merito della Massoneria moderna: aver permesso che un grande linguaggio simbolico non andasse perso e metterlo a disposizione.

mercoledì 25 novembre 2015

Sapido o insipido?

La nascita della Massoneria non è certo il 1717.
Quel 24 giugno quattro Logge (sulle tante che c'erano) si unirono in una struttura nuova, inesistente.
Quel giorno nacque un organismo, la Gran Loggia di Londra, che poi diventò d'Inghilterra, che poi convisse con un altro organismo antagonista, che poi eccetera eccetera eccetera.
Il 1717 è la nascita delle "Obbedienze" (termine credo inventato da Frapolli nell'Ottocento).
Obbedienze da "obbedire", eh! Il 1717 è la morte della Loggia sovrana, altro che nascita!
La Massoneria è nata molto prima del 1717, quando si incontrarono le richieste di costruire qualcosa e le offerte di chi quel qualcosa sapeva costruire.
Lì, in quell'incontro, nacque la Massoneria. Lì, in quei tempi, i massoni non avevano tempo di parlare, disquisire, supporre, interloquire... i massoni costruivano. Non parlavano di squadra, filo a piombo, mazzuolo, cazzuola, ma li "usavano".
E come si faceva a sapere se uno era Massone oppure no (al di là di appartenenze più o meno conosciute)? Semplice. Costruisci ed è solido e sta in piedi? Bene, sei un Massone. Costruisci e non sta in piedi? Beh, caro amico, sarai anche simpatico, ma non sei Massone. E se proprio mi sei simpatico ti dico: Applicati, prova, riprova. Lo diventerai.
Diventi Massone imparando ad usare gli utensili adatti.
E imparerai che colpire uno scalpello con un mazzuolo da un chilo o più di peso per tante ore è maledettamente faticoso. E se non stai attento ti schiacci pure un dito.
E imparerai, tu che ti dai da fare per diventare il prossimo Maestro di Loggia, che usare la cazzuola per mantenere unita la tua Loggia, è maledettamente faticoso e ti spezza polso e braccio.
E imparerai che a lavore ci si sporca, si suda, si fa fatica.
E imparerai che l'abito non fa il monaco. E che la Massoneria non può ridursi ad un andarsene in giro con giacca nera, pantaloni neri, scarpe nere come tanti jellatori.
Ma il Massone di oggi sembra abbia perso il "gusto del sale".
Non coglie, il Massone di oggi, il "sale" degli strumenti perché ha perso il contatto con la "materialità" del lavoro muratorio.
Il Massone di oggi è come l'ex-buongustaio costretto a nutrirsi di minestrine insipide e non coglie più il senso del manicaretto.
Ecco il nostro grande "peccato mortale": Massoni insipidi per una Massoneria insipida.
 
 

martedì 24 novembre 2015

Il viaggio negativo

Abbiamo visto che per passar di grado il Massone deve viaggiare.
Il simbolo "viaggio" è dunque alla base di ogni cambiamento.

I viaggi posson essere di qualunque tipo: il viaggio per conoscere, il viaggio per conquistar qualcosa, il viaggio per raggiungere il proprio centro, il viaggio per superare difficoltà. Il viaggio per andar di qua o per andar di là.

Ma c'è un tipo di viaggio del quale non si parla. Chi ne parla non lo conosce. Chi lo conosce non ne parla, se non a fatica, solo con voci amiche, molto amiche.

E' il viaggio negativo.

Viaggio in una malattia che non lascia scampo.
Viaggio in brume dell'anima e dell'animo che ti fan toccare i mostri che hai dentro, quei mali oscuri che ti tolgon la voglia di vivere.
Viaggio nei cosiddetti "paradisi artificiali" che ben presto si mostrano inferni reali.

E c'è il viaggio nel male. Nel male metafisico. Nel male assoluto.
Io personalmente non lo conosco, ma so che c'è. E da quel che ho capito chi c'è passato ne è rimasto segnato. Per sempre.

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte
e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Elie Wiesel, La notte

lunedì 23 novembre 2015

Il viaggio

Il Libero Muratore viaggia.
Viaggia L'Apprendista e viaggia il Compagno. Viaggiano i Maestri alla ricerca di Hiram.

Ma viaggiano anche i Maestri Segreti. E viaggiano i Cavalieri di Malta. E viaggiano i Massoni Noachiti.

E viaggiano anche i Maestri dell'Arco Reale ritornando da Babilonia.

Ogni Massone viaggia. Il viaggio è un superamento di qualcosa, un aumento della propria esperienza, una conquista di qualcos'altro. E' un raggiungere un qualche centro.

Il "viaggio" ha un forte senso simbolico, un forte impatto emotivo.

Già: forte impatto emotivo. Specialmente se spesso il ritorno non era certo.
Pensiamo per esempio a un milanese che in pieno Rinascimento avesse voluto compiere un pellegrinaggio a Santiago di Campostela. Da Milano a Santiago sono 1800 chilometri, in auto diciotto ore più le soste. Ma allora si viaggiava a piedi o al massimo a cavallo: parti a Pasqua e arrivi a Ferragosto. Se arrivi e non soccombi durante il tragitto! E altrettanto per il ritorno.

Che c'entra l'esempio? Una semplice osservazione sull'impatto emotivo del simbolo "viaggio". Viaggiare non voleva dire: prendo l'auto e torno. Significava partire e andare... e forse, a Dio piacendo, tornare.

Carichiamo di questo impatto emotivo i viaggi dell'Apprendista e del Compagno. Dell'Apprendista che cerca un lavoro affiliandosi ad una Gilda di muratori: se ci riuscirà la sua sopravvivenza sarà assicurata: potrà mangiare tutti i giorni. Del Compagno che ha terminato un lavoro e cerca una sistemazione migliore entro la Corporazione: se ci riuscirà avrà l'avvenire in mano, potendo spuntare quel salario al quale da Apprendista non aveva diritto (l'Apprendista veniva pagato in natura: vitto e alloggio).

Carichiamo di questo impatto emotivo i viaggi dei Maestri alla ricerca di Hiram, e immaginiamo il loro smarrimento, il loro dolore, il loro "non saper più cosa fare", la loro stessa sopravvivenza nel caso in cui il Cantiere (Dio non voglia!) dovesse sfasciarsi.

Se riusciremo a caricare i viaggi del Massone di questa carica emotiva, allora, forse, avremo fatto un piccolo passo in avanti sul cammino.
 

domenica 22 novembre 2015

Copritore Interno e Segretario

Il Copritore Interno è proiettato all'esterno della Loggia: il suo compito è di conservare il luogo entro il quale i Liberi Muratori stanno lavorando, preservarlo dalla "profanità" che potrebbe entrare "disturbando i nostri Architettonici Lavori". (Però il Massone malizioso potrebbe chiedersi chi è che fa uscire la profanità già dentro la Loggia).

Il Segretario è proiettato all'interno della Loggia verso i Fratelli. Il suo compito è di recepire parole, posture, atteggiamenti dei singoli Fratelli e registrare tutto accuratamente.

Il Segretario quindi ha un atteggiamento "ricettivo". Ma non è un "ricettivo" e basta, un registrare e basta.

Il Segretario è anche l' "elaboratore" di Loggia. Nel momento in cui recepisce per registrare, elabora o rielabora il lavoro di Loggia e lo ripresenta per i successivi lavori personali dei singoli Fratelli.

Insomma, una specie di "ricezione passiva" prima e "ricezione attiva" poi.
 

sabato 21 novembre 2015

Segretario e memoria

L'altra sera la mia Loggia ha riflettuto sul ruolo del Segretario.

Abbiamo convenuto che il compito del Segretario va ben oltre la scrittura dei verbali delle Tornate, oltre la funzione meramente burocratica di un tizio che scrive ciò che si è detto.

Nel raccogliere le pietre che i Fratelli hanno squadrato il Segretario fa sì un lavoro di raccolta e classificazione, ma contemporaneamente compie un lavoro di "ricomposizione" come se anche lui, dopo la Tornata, provvedesse ad "aggiustare" quelle pietre in una composizione fedele al lavoro della Loggia ma presentata in modo "nuovo". Una specie, cioè, di nuova "cottura" di alimenti in parte già parzialmente "precotti" nella Tornata.

E' stato detto che in questo modo il Segretario fornisce ai Fratelli una seconda opportunità e un secondo livello di lettura della Tornata.

Il lavoro del Segretario è tutto portato a stimolare la memoria dei Fratelli, memoria comune dei lavori che la Loggia man mano nel tempo ha svolto. Così la memoria comune dei Fratelli si intreccia dentro ciascuno con la memoria del proprio vissuto personale in modo che la rielaborazione del passato diventi base e stimolo del futuro.

Ma dobbiamo essere ben consapevoli che il lavoro futuro avrà sì una dimensione comune nel lavoro di Loggia, ma fondamentalmente dovrà essere un lavoro personale e interiore.

venerdì 20 novembre 2015

Forza e Bellezza

Non esiste un manuale della Bellezza e di come render belle le cose. Se esistesse, non potrebbe che insegnare il falso.

 Forza e Bellezza non sono i canoni che conosciamo, ma sono due vie strettamente intrecciate, talmente intrecciate da essere una sola via, con la caratteristica, però, di poter distinguere l'intreccio.
E' una via intrecciata che compenetra tutto il nostro essere.

giovedì 19 novembre 2015

Un massone e la memoria


Il Segretario di Loggia è un po' il pignolo raccoglitore dei sassolini delle tornate, prende appunti su ciò che si dicono i presenti, perché tutti possano ricordare...
Mi ha colpito nel film Ogni cosa è illuminata il personaggio di Jonhatan, nipote di uno dei due protagonisti occulti, i due nonni sopravissuti alle stragi razziali della guerra. Jonhatan ha il vezzo di raccogliere cose e oggettini per conservarli accuratamente e quasi catalogarli.
Alex, nipote dell’altro protagonista, gli domanda: Perché fai tutto questo? E Jonhatan risponde: Forse perché ho paura di dimenticare.
Ecco, la paura di dimenticare qualcosa di noi permane viva anche se spesso non visibile. Gli adolescenti frequentemente scrivono diari che conservano gelosamente. Noi, quasi “adolescenti dello spirito” registriamo qualche sassolino per conservare un po’ di memoria.
Memoria di noi, di ciò che ci è accaduto, del nostro “dentro” e anche del “fuori” (non è possibile separare con un taglio netto l’esterno dall’interno; non siamo un Uovo di Pasqua da scartare e rompere per giungere alla “sorpresa”).
Ma la nostra non vuole essere la memoria di coloro che ricordano per l’eternità qualunque presunto “torto” subito, ovviamente “ingiustamente”. Quella è solo memoria della vanità e dell’orgoglio, dell’egotismo e della vanagloria. La nostra invece è memoria della fatica di fare o non fare certe cose. Ricordiamo perché questa fatica fa parte delle cose belle della vita e ci piace ricordare le cose belle.
Il Segretario di Loggia raccoglie le tracce “fisiche” dei nostri lavori.
Ma... Ma... Ma... contemporaneamente, silenziosamente e segretamente l’ombra cela e svela altri verbali interiori, le minute di quel miscuglio di sensazioni, aspirazioni, considerazioni che ci hanno permesso di scendere nella nostra miniera e seguirvi i filoni nascosti, le vene preziose.
Nella miniera c’è la risposta alla domanda: Vengo in Loggia, perché?... Oppure all’altra domanda, simmetrica e opposta: Non vado in Loggia, perché?...
E’ anche, questo ricordo, memoria della labilità delle Tornate di Loggia. La Tornata è un attimo della nostra vita, ma è attimo vissuto (non un flatus vocis) e in quanto vissuto fa parte del nostro bagaglio nel nostro zaino sulle spalle che dovremo mostrare alla Nera Signora quando sarà giunto il nostro turno.


martedì 17 novembre 2015

Ancora sul Segretario di Loggia

Mi son domandato se il verbale che scrive il Segretario di Loggia (no, non verbale ma "tavola della Tornata") abbia anche un senso che va oltre la semplice burocraticità dell'atto.
 
Credo ci sia un compito “nascosto” della tavola della tornata: essere cioè il materiale a disposizione di ognuno per le sue intime e personali considerazioni. Insomma la polenta “precotta” dalla Loggia che dovrà lui, da solo, in base alla “sua” ricetta, rimescolare nel suo paiolo.

Quello del Segretario è quindi un lavoro tutto particolare, che presuppone una conoscenza significativa dei Fratelli. In un certo senso “rimescola” la polenta cotta nella Tornata e la ripropone ai Fratelli dopo un superficiale sgrossamento, materiale non più grezzo, ma ancora grossolano, e sempre coerente con la ricetta originaria.

E’ il suo un lavoro di memoria ma anche una specie di manipolazione: il Segretario potrebbe evitare di registrare interventi o parti di interventi che a suo parere sono andati oltre i fini o le modalità del lavoro di Loggia.

Dunque. Grande manipolatore. Ma questo tipo di manipolazione è accettabile solo se alla base di tutto c’è un grande rispetto di tutti per tutti. Solo così è possibile riportare non solo ciò che si è detto ma anche suggerire ciò che si voleva dire.

Faccio un esempio, puramente teorico, per cui è inutile cercar di riconoscervisi.

Il fratello Bravini è solito richiamarsi agli aspetti più superficiali della conformità muratoria. Termina spesso i suoi interventi invitando a vestirsi adeguatamente in nero; purtroppo per lui il suo dire sconfina nella saccenteria più pretenziosa. Ben si comporta allora il Segretario di quella Loggia a non registrare quell’intervento oppure, registrandolo, a cambiarne il senso, che da rampogna e censura (atteggiamenti che non possono che dividere) diventano, opportunamente “digeriti”, incitamento all’unione e al bello dello stare insieme.

E’ censura? No. E’ manipolazione? Sì e no: sì, perché l’intervento non è stato proprio così; no, perché nella Tavola vanno registrate le cose che uniscono e non gli interventi che dividono, che per la loro stessa natura non fanno parte della Massoneria.

Insomma il Segretario è interprete tendenzioso della tornata.

E ricordatevi. A disposizione di un futuro storico che voglia indagare sulla Loggia, scomparsi ormai i protagonisti, resteranno solo i resoconti del Segretario!

lunedì 16 novembre 2015

Il Segretario di Loggia

Il resoconto di una tornata va ben oltre il verbale di un’assemblea ed è lontanissimo dai resoconti di qualche consiglio di amministrazione di società.

Intanto non è “verbale” ma “tavola” (precisamente: “tavola architettonica della tornata”).
Non è solo distinzione formale:

il verbale è resoconto il più minuzioso possibile di quanto detto nella riunione, segnalando eventuali posizioni discordi e il risultato di votazioni;

la tavola è composizione armonica di quanto detto e non detto. Sì, anche quanto “non detto”, perché il lavoro di Loggia non è semplicemente ciò che viene pronunciato, ma anche il gesto, la postura, l’attenzione, lo sbadiglio, la sintonia e la disarmonia, il profumo e il suono.

Mi viene spesso alla mente la figura di vecchio e caro Fratello, da qualche anno all'Oriente Eterno, Fratello di grandissimo cuore, ma con alcune ben radicate convinzioni sul verbale che – sosteneva – doveva riportare gli interventi di tutti i Fratelli.

Gli rispondeva chi sosteneva invece il verbale dover segnare solo i nomi di presenti, giustificati, intervenuti e il titolo della Tavola.

Credo che questi siano i due paletti entro i quali si possano redigere i verbali di Loggia, a seconda delle disposizioni dei segretari, delle loro concezioni e del tempo che possono dedicare a questo compito. Insomma, dipende – credo - dalla storia personale massonica del Segretario.

Ognuno di noi infatti si pone in Loggia in base alla sua storia massonica personale.

Da vecchio camminatore ho incontrato tanti massoni, di tutti i tipi e di tutti i generi, alcuni validi compagni di cammino pronti a sostenerti se inciampi e cadi, altri invece indifferenti al cammino, altri ancora in preda ad eroici furori, a protagonismi ed esibizionismi. Ho incontrato ricercatori seri, ma anche voglie di primeggiare.
 
Per carità, sono atteggiamenti permessi, forse un po’ pesanti per gli altri partecipanti, ma leciti, anche se, a mio parere, estranei ad un lavoro in una Loggia massonica.

Il lavoro di Loggia infatti deve essere corale: tutti sullo stesso piano.

Anche il Maestro Venerabile è sullo stesso piano degli altri Maestri, ma appunto per il ruolo che la Loggia tutta gli ha affidato ha il compito di “drizzare” le orecchie per captare tutto ciò che può essere captato e comportarsi di conseguenza.

Per questo, limitandoci ai lavori di Loggia, è lui che dà la parola ai partecipanti, li segue negli interventi, eventualmente li commenta, li può limitare in durata, può non concedere un secondo intervento; infine è lui, il Venerabile, che completa i lavori della Tornata (completa, non conclude, poiché solo all’Oratore spettano le conclusioni).

Il Segretario registra, ma non i personalismi e protagonismi. Deve usare quindi un metodo molto semplice, tra l’altro a mio parere conseguente della particolarità dei lavori della Loggia: evitare il collegamento tra chi parla e ciò che dice. In questo modo si considerano gli interventi come deposito di materiale per il cantiere.

Successivamente deve “smontare” gli interventi in piccole molecole, rimescolandole le une alle altre.

In questo modo il resoconto della Tornata diventa una raccolta-classificazione di singoli ciottoli, semplicemente accostati gli uni agli altri, come appunto in un magazzino.

Insomma: ogni Fratello, ascoltando la tavola della tornata, deve sentir l’eco del suo contributo, ma non deve ritrovarlo. Starà a lui, in sede di rielaborazione della Tornata, raccogliere le pietre che ritiene opportuno e con quelle lavorare al suo Tempio interiore.

domenica 15 novembre 2015

Memoria dei Lavori di Loggia


In una visione un po’ olistica la Loggia può essere pensata come un grande organismo? Un qualcosa di super-umano in cui i presenti assumono ruoli e funzioni di organi o facoltà dell’uomo? Possiamo dirlo?

E così vedere i Diaconi come messaggeri (il sangue, gli impulsi nervosi), l’Oratore come coscienza (il collegamento alla Legge), il Maestro Venerabile come centro cerebrale e decisionale? e via dicendo?

E il Segretario? In una visione del genere il Segretario è espressione della memoria: memoria del passato, memoria del conservato, memoria per il futuro. Il Segretario riporta quanto fatto nella Tornata precedente, durante la quale era stato riportato quanto fatto in quella precedente, durante la quale era stato riportato eccetera eccetera, il Segretario collega l’attività della Loggia a quella fatidica e primordiale Tornata n. 1 di partenza, collegando l’oggi non tanto ai fondatori della Loggia bensì allo spirito originario della Loggia.

Attenzione! Se proprio vogliamo parlar per immagini, la memoria non è il congelatore di casa, che mantiene gli alimenti inalterati. La memoria piuttosto assomiglia alla massaia che prepara marmellate per l’inverno.

Appunto conserviamo la marmellata, non la frutta. Sì, perché nel ricordare vengono identificati i topos, i motivi ricorrenti che la mente ritiene significativi. E già questo la dice lunga su una presunta obiettività del ricordo. Nulla come i ricordi è più lontano dalla oggettività (ammesso che l’oggettività esista).

Allora – ribatte il Fratello scocciato dalla lettura di pedanti verbali – che senso può avere scrivere qualcosa del quale non sappiamo se ciò che è scritto si è verificato o no e del quale siamo sicuri che tanto di ciò che si è verificato non è scritto? Non sarebbe meglio accontentarsi di un registratore elettronico?

Credo che qualche Segretario un po’ pigro ne sarebbe felice, magari corredando l’apparato con un programma automatico di scrittura del parlato.

Ma sarebbe opportuna o solo utile un’attività del genere?


venerdì 13 novembre 2015

Scetticismo

C'è uno scetticismo "sano", che ognuno dovrebbe avere, che ci obbliga quasi a verificare ogni cosa o credenza criticamente prima di accoglierla, che ci permette di essere entusiasti (ma con moderazione).
E c'è uno scetticismo "malato", negativo, che non ti fa mai credere in niente, che certo ti suscita una diffidenza "opportuna", ma talmente "invischiante" che non ti pemette più di credere in nulla e in nessuno.
Se uno delinque, non significa che tutti delinqueranno.
Se uno ruba, non significa che tutti ruberanno.
Se uno ti delude, non significa che tutti ti deluderanno.

E così pure la Massoneria.
Ti hanno detto: La Massoneria ti piacerà, ma i massoni ti deluderanno.
E ne sei stato convinto, sempre.
Ma se  ora dici che è la Massoneria a deluderti, metti nel mucchio anche quelli che non ti hanno deluso.

giovedì 12 novembre 2015

Tradizione





Magritte: Sedia
Ho sempre visto questo poster di Magritte come una metafora della tradizione.
cos'è la tradizione? Come dobbiamo porci verso la tradizione? E, soprattutto: tradizione o Tradizione?
E ancora: Massoneria Tradizionale, Non modificare la tradizione, Trasmettiamo la Tradizione, e così via...
Molti sostengono che noi abbiamo ricevuto la Tradizione e dobbiamo trasmetterla senza cambiamenti a chi verrà dopo di noi.
Altri sostengono che la Tradizione è stata cambiata (leggi: è degenerata) fin dalla notte dei tempi e quella che ci è stata trasmessa non è più la Tradizione originaria ma qualcosa di diverso.
E così le domande si accavallano alle domande.
La Massoneria tradizionale accettava le donne? Metà Massoni dicon di sì (rifacendosi ai lavoranti dei cantieri delle cattedrali), e metà Massoni dicon di no (rifacendosi ai princìpi di Anderson).
In Loggia si prega? Metà Massoni dicon di no (rifacendosi agli usi dei Moderns, la Gran Loggia di Anderson), e metà Massoni dicon di sì (rifacendosi agli usi degli Antiens, la Gran Loggia antagonista a quella di Anderson, e alla Massoneria anglosassone).
E così via.
Forse (ma dico solo: forse) la Tradizione è qualcosa che noi abbiamo ricevuto già modificata (ma non lo vogliamo dire) e che inevitabilemte trasmetteremo con altre modifiche.
Del resto lo stesso Anderson redige i suoi Doveri all'inizio del XVII secolo. E prima? Anderson ha raccolto tutti i Doveri o ne ha tralasciato qualcuno?

mercoledì 11 novembre 2015

Autunno





(immagine da: https://oltreilcancello.wordpress.com)
E' autunno.
Gli alberi cominciano a perdere le foglie, anche se, causa la temperatura ancora inusualmente elevata di questo ultimo periodo, solo da poco tempo le foglie stanno ingiallendo.
E' ormai uno splendore di foglie con tutte le sfumature dal giallo al marrone al rosso.
Il giudizio estetico è immediato: è bello!
C'è ormai poca Forza, ma molta Bellezza in questo spettacolo della natura (sì, della Natura!).
L'autunno pare proprio la stagione della Bellezza, che pare al lavoro per  immagazzinare l'eccesso della Forza, una parte della Forza per tenerla disponibile in futuro.
Ma anche questo è un discorso un po' troppo superficiale.
Se intendiamo Forza e Bellezza al pari di due serpenti intrecciati che si ergono verticalmente, con le spire poco distinguibili, non è troppo sostenere che lae spire della Bellezza ora stanno sovrastando le spire della Forza.
Pare quasi che la Bellezza riesca ad incanalare la Forza (ma non è sempre così?) per prepararsi al futuro.
Che sia questo lo scopo della Natura, la Sapienza unificatrice, che come una eterna Minerva dalle profondità del suo conoscere tesse le fila del dipanarsi del tempo nel nostro pianeta?

martedì 10 novembre 2015

Caminante... Il Massone in cammino



          Caminante non hay camino
         sino estelas en la mar

ha cantato Machado.

Cioè: Viandante (ma come è più incisivo il vocabolo spagnolo: caminante!) non esiste il sentiero ma solamente scie nel mare...

Mi ci ritrovo in questi versi. E mi ritrovo anche in tutta questa poesia di Machado, specie là dove canta:



Caminante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
Caminante, non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando.
Camminando si fa il sentiero
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.
Qui “sento” forte il senso dell’uomo contemporaneo. Almeno il mio senso. 

Non ci sono paletti che possono tracciare il sentiero, da tempo ho rifiutato quelli piantati da altri e cerco di avere i “miei” punti di riferimento. Punti in armonia con la natura, con il cielo, con il sole... Posizione però “pericolosa”: nessuno ti può indicare il tuo percorso.
 
Mi ricorda il Broomway, il sentiero nel sud-est dell’Inghilterra che si svolge in mare, a qualche centinaio di metri dalla riva, ed è percorribile a piedi solo quando la terra emerge durante la bassa marea. Per secoli è stato l’unico punto di accesso all’isola Foulness, a nord dell’estuario del Tamigi per l’impossibilità di costruire ponti in un territorio paludoso. E’ lungo alcuni chilometri, ma non ci si può attardare per il pericolo di essere travolti dalla marea crescente. Sembra quasi la materializzazione dei versi di Machado e la condizione del camminatore contemporaneo.

Camminiamo. Camminiamo.

Ma il sentiero dobbiamo  segnarcelo noi, da soli. I paletti degli altri, i confini degli altri, i... Landmark degli altri (sì degli altri) non fanno per noi, massoni malpensanti.

lunedì 9 novembre 2015

Massoneria sterilizzata

Noi siamo abituati ad una Massoneria sterilizzata, che ha perso ogni contatto con il lavoro degli antichi muratori delle origini; una Massoneria che non si sporca più le mani, non in senso metaforico ma proprio in senso materiale, del muratore cioè che – svolgendo il mestiere – si sporca.

La nostra, quella dei Massoni di oggi, è la mentalità dell’Arcadia che vede la gente di campagna formata da pastorelle o pastorelli che pascolano le pecorelle, siedono all’ombra di un alberello a cantare o suonare pifferi e tarantelle.

Non sanno, gli uomini dell'Arcadia, cosa era effettivamente la vita dei campi: fatica, sudore, puzzo, escrementi, malattie, parassiti, e... fame, fame, fame atavica. E malattie: scorbuto, pellagra,... E onnipresente, la morte...

Le pecorelle così ben ricamate o dipinte sono animali sporchi, che puzzano, pieni di parassiti e che tieni cari perché anche loro ti permettono di sopravvivere.

E non sanno, i Massoni di oggi, cosa era la Massoneria delle origini, quella che costruiva, che tirava su muri, che ci ha lasciato quel po’ po’ di roba.

Lavoro duro, faticoso, dall'alba al tramonto...
Quegli Apprendisti, poco più che bambini, che sgobbavano, trasportavano carichi e pesi. Ma potevi mangiare, e non era poco in quei tempi. E potevi imparare.

Eri dentro una corporazione, che da te pretendeva ma che contemporaneamente ti dava e ti apriva il futuro.

No, la Massoneria non è quella delle nostre visioni, di massoni tutti vestiti con l’abito rigorosamente scuro, tutti incravattati, tutti rivestiti di grembiuli e sciarpe e collari variopinti.

Massoneria significa fatica e sudore. Un tempo fatica fisica, oggi fatica mentale. Ma proprio quella che deve portarci a scardinare i nostri pregiudizi e a cambiare il nostro punto di vista.

Ed è un lavoro che devi compiere sempre, continuamente, indipendentemente da come ti vesti e da dove ti trovi!

domenica 8 novembre 2015

Il Teorema di Pitagora


L’immagine è tolta dal Rituale Duncan nel capitolo relativo al Terzo Grado.

La proposizione ricordata nel titolo è la 47-sima del Primo Libro degli Elementi di Euclide, che letteralmente recita:

Nei triangoli rettangoli il quadrato del lato opposto all’angolo retto è uguale alla somma dei quadrati dei lati che comprendono l’angolo retto.

Credo sia uno dei teoremi più conosciuti al mondo, comunemente chiamato Teorema di Pitagora, anche se storicamente l’attribuzione effettiva a Pitagora è dubbia.

Sorprendentemente il teorema di Pitagora compare nel Terzo Grado muratorio.

La traduzione del brano in figura suona così.

Questa è stata una invenzione del nostro antico amico e fratello, il grande Pitagora, che, nei suoi viaggi attraverso l'Asia, l'Africa e l'Europa, fu iniziato in diversi ordini di sacerdozio, ed elevato al grado sublime di Maestro Massone.
Questo saggio filosofo arricchì la sua mente di una conoscenza generale delle cose, e più in particolare della geometria o massoneria. Su questo tema egli trasse molti problemi e teoremi, e, tra i più illustri eresse questo, che nella gioia del suo cuore chiamò "Eureka", che in greco significa "ho trovato," e su questa scoperta si dice che abbia sacrificato una ecatombe. Insegna ai Massoni di essere amanti generali delle arti e delle scienze.

Il Teorema di Pitagora compare nel gioiello del Precedente Maestro Venerabile, ma non in quello del Maestro Venerabile in carica, al quale compete la squadra; oppure detto molto poco elegantemente: che si deve “accontentare” della squadra, cioè di un triangolo rettangolo non chiuso (come se il Maestro Venerabile che ha “completato” il suo mandato abbia qualcosa in più del Maestro Venerabile che sta svolgendo il suo mandato ma non l’ha ancora terminato).

Perché il teorema di Pitagora e non altri teoremi?

Io credo che vi siano state considerazioni di due generi o filoni.
Innanzi tutto il teorema di Pitagora è intuitivo, chiaro, immediato, alla portata della comprensione di chiunque.

Per costruire materialmente un triangolo rettangolo è sufficiente prendere una fune e dividerla in dodici tratti uguali (cioè dividerla con undici nodi equidistanti tra loro e dagli estremi. Chiudendo la corda e dividendola in tre lati di tre, quattro e cinque parti si trova immediatamente un triangolo rettangolo.

Il teorema di Pitagora, in un triangolo del genere immediatamente costruibile, lega il lato opposto all'angolo retto agli altri due, in modo chiaro e univoco, molto più intuitivamente di altri teoremi che troviamo nelle pagine dell' opera di Euclide.

Un lato legato strettamente agli altri due che, in un certo senso, si fondono e confondono nel primo, come la Massoneria dovrebbe saper fare con i Fratelli.

E la Forza del simbolo, unito alla Bellezza del teorema l’ha posto nel gioiello del Maestro Venerabile che ha completato il suo mandato, al quale compete (come al Maestro Venerabile in cattedra) la Sapienza.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.