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16 settembre 2009

3.8.6 Domande

DOMANDA n. 1 (provocatoria).
Gli Antichi Doveri descrivono l’essenza della massoneria?

Da quanto riportato credo che i dubbi siano immediati e spontanei: invece di un organismo con valenze iniziatiche rivolte al lavoro interiore, ciò che emerge dalle regole andersoniane sembra piuttosto il ritratto di un’associazione di buoni amici, affratellati da legami fraterni, temperanti, morigerati e dediti alla beneficenza verso gli altri. Oggi con termine moderno definiremmo una tal associazione come club di servizio, non massoneria. Mi chiedo: sono proprio i Doveri andersoniani a individuare la Massoneria, tanto che se ne modifichiamo uno non facciamo più Massoneria? Oppure è la Massoneria come noi l'abbiamo praticata non conforme alle regole andersoniane?

DOMANDA n. 2 (provocatoria).
Gli Antichi Doveri sono normativamente immutabili e fissati per l'eternità? Oppure per la contestualizzazione spazio-temporale di qualsivoglia norma possono essere rettificati? oppure reinterpretati?

DOMANDA n. 3 (provocatoria).
Se un bussante si dichiara apertamente ateo (sia pure intelligente e non stupido) che si fa? Lo si accetta o lo si rifiuta?

Certamente si tratta di regole (fissate organicamente appunto dal reverendo Anderson, sia pure prendendo spunti da Old Charges preesistenti) che non possono che essere legate al tempo storico in cui il buon Anderson viveva e al comune sentire dell'epoca e dell'ambiente sociale e di un religioso.

Il passaggio dalla massoneria operativa alla massoneria speculativa si è sicuramente prolungato per molto tempo, secoli addirittura, e Anderson ha codificato quanto si era stabilito. Ovviamente ha agito da uomo del suo tempo, impregnato di illuminismo (al quale probabilmente è dovuto il concetto di Religione universale che gli valse l'accusa di de-cristianizzazione della massoneria) e certo gli si deve riconoscere il merito di avere almeno stabilito un corpus iuris che dopo quasi tre secoli è ancora riconosciuto valido.

Ciò non toglie che in una visione storicista si può andare anche oltre Anderson, non per il gusto di andare oltre ad ogni costo, ma semplicemente perché la situazione di oggi è cambiata.

Non riterrei quindi gli Antichi Doveri immutabili. Anche perché ho qualche dubbio che possano essere gli effettivi "paletti regolatori" della massoneria, ritenendoli appunto coerenti con le concezioni andersoniane e - in senso lato - tipiche della massoneria inglese del tempo.

In ogni caso il nostro buon reverendo, rapportandosi nella sua epoca, ebbe alcune importanti intuizioni (probabilmente anche della odierna massoneria anglosassone).

Capì che si dovevano evitare argomenti che dividessero (ecco la proibizione di parlar di politica e religione, argomenti tanto più scottanti in un paese che aveva conosciuto guerre di religione e di supremazia dinastica), comprese che si poteva far lavorare e tenere uniti persone di diversa cultura ed estrazione religiosa e di diversa estrazione sociale solo affidandosi a ciò che unisce, non a ciò che divide (ecco quindi l’importanza dello star bene assieme e la valorizzazione del senso di amicizia e fraternità). Principio rivoluzionario se rapportato ai tempi storici inglesi ed europei, ma principio rivoluzionario (purtroppo) anche oggi dopo tre secoli.

Credo comunque che sia un principio mutuato direttamente dalla operatività muratoria: se devi costruire un edificio, a te costruttore importa prima tenere il cantiere in armonia perché lavori proficuamente e mantenere uniti i singoli materiali, di qualunque sostanza siano fatti. E qui si apre una prospettiva immensa: le singole pietre siamo noi, e noi dobbiamo riconoscerci in grado di unirci agli altri, e dobbiamo lavorare su noi stessi.

DOMANDA n. 4.
Al bambino che oggi è ancora nel grembo materno, già sottoposto ad una quantità enorme di stimoli e che fin dalla prima infanzia avrà numerosissime sollecitazioni e impulsi solamente impensabili fino a pochi anni fa, questa massoneria, questo tipo di massoneria avrà ancora qualcosa da dire?

Prima di rispondere col cuore (dando una scontata risposta affermativa) pensiamo che la massoneria è una creazione umana, nata storicamente come struttura organizzata appunto nel settecento inglese - sia pure raccogliendo e collegando tradizioni precedenti - per rispondere ad esigenze di quei tempi e di quelle classi sociali (aristocrazia e poi borghesia e poi ceto medio). E' certamente anche suo merito se le società occidentale odierna non soffre più di alcuni mali, vere e proprie piaghe sociali del tempo. Molti uomini si sono formati tra le colonne del Tempio e hanno poi operato nella vita quotidiana e nella società a favore di tutti e non (solo) per i propri interessi.

Oggi la costruzione è ancora valida? Oppure per rispondere ad esigenze diverse si dovrà rettificare o al limite ricostruire oppure costruire qualcosa di nuovo?
Non ho risposte, ma credo che valga la pena porsi le domande, anche se possono non piacerci (e magari la risposta ci piacerà ancora meno).

12 settembre 2009

3.3 Uomo libero e di buoni costumi

Il fratello esperto accompagna il recipiendario alla porta del tempio. Il copritore interno, accorso al bussare scomposto (non battute armoniche ma frastuono che “turba” la sinfonia del lavoro di loggia), lascia entrare il candidato perché uomo libero e di buoni costumi, come garantito dall’esperto.

Il primo impatto con la muratoria pone quindi l’accento sulla libertà e sul possesso di un minimo di qualificazioni (i buoni costumi) che non si riferiscono tanto o non solo al comportamento quotidiano del bussante quanto alle effettive capacità che gli permettano un lavoro muratorio efficace. Ricordo un fratello che mi confidò con una punta di amarezza che sarebbe stato contrario all’ingresso in massoneria del figlio, ottima persona e al quale era attaccatissimo, perché non gli riconosceva le qualifiche indispensabili per il lavoro muratorio.

Dunque l’integerrimo cittadino ed esemplare padre di famiglia potrebbe non possedere i "buoni costumi", mentre altri, meno irreprensibili, potrebbero dimostrare maggiore attitudine al lavoro.

Per quanto riguarda l’essere libero è opportuno puntualizzare, perché qui il simbolo (la libertà) si presta a diverse chiavi di lettura.

Innanzi tutto il massone è libero muratore, con riferimento immediato nel nome alla libertà. Poco importa che il libero sia traduzione “libera” del freemason (non free mason) con riferimento probabile alla freestone, la pietra arenaria o calcare di taglio liscio, particolarmente adatta ad essere modellata [Michele Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, Reggio Emilia, 1989 vol. 1, p. 6]; la suggestione, anche se filologicamente non corretta, mette in relazione ogni massone con la libertà.

Ritualmente la libertà è condizione essenziale per l’ammissione: ecco quindi la garanzia che i fratelli presentatore, tegolatori, esperto offrono alla loggia tutta sul bussante: è un uomo libero e di buoni costumi.

Si potrebbe comunque osservare che il bussante all’inizio del suo cammino di ricerca non può ancora essere uomo libero, ma più modestamente uomo che vuole liberarsi, come Virgilio presenta Dante a Catone:
libertà va cercando, ch’è ‘sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta
.
[Dante, Purgatorio, canto I, vv. 71-72]

Le chiose al libero sono innumerevoli, molte pertinenti e altre fantasiose, diverse filosoficheggianti e altre mistiche e altre altro ancora.

Invece parlare in campo muratorio di uomo libero significa parlare di libertà senza aggettivi e senza qualificazioni. Quindi non libertà politica, libertà religiosa, libertà di associazione, libertà dal bisogno, ma semplicemente libertà, non perché solo questa sia importante e le altre trascurabili, ma perché quelle presuppongono questa e da questa quelle conseguono.

Se il bussante fosse davvero uomo libero non avrebbe bisogno di bussare: il bussante bussa alla porta del tempio appunto perché sa di non essere libero e vuole liberarsi.


ANNOTAZIONE

L’aspirante che desidera essere affiliato alla massoneria viene sottoposto ad un’indagine preventiva da tre maestri.

Diciamo che i tre maestri indagatori devono conoscerlo e riconoscergli le qualifiche per essere massone (appunto i buoni costumi). Lasciamo perdere le indagini superficiali o puramente teoriche, per cui un massone riempie i moduli (la cosiddetta tavola informativa) su dettatura del presentatore del profano senza conoscenze personali o incontri col bussante (comportamento deplorevole in quanto vanifica il senso, anche simbolico, della nuova immissione: il presentatore per così dire garantisce al bussante la qualità del lavoro muratorio mentre i maestri tegolatori ne garantiscono la validità e i buoni costumi ai fratelli e quindi alla comunione tutta); si dovrebbero porre invece alcune domande.

Più avanti dirò della necessità per il bussante di credere in un ente supremo; qui aggiungo alcune domande sul suo comportamento nella vita quotidiana.

Durante il rito il recipiendario viene ammonito.
La Virtù, che secondo l'etimologia significa Forza, è la capacità di adempiere, in ogni occasione, ai doveri del proprio stato, nei confronti della Società e della Famiglia. Essa si esercita con disinteresse e non si arresta né davanti ai sacrifici né davanti alla morte.
Al contrario, il vizio è concessione fatta all'interesse ed alla passione, a spese del Dovere. Il vizio, quindi, è il pericolo contro il quale bisogna armarsi con tutte le forze della Ragione e con tutta l'energia del carattere.
È per mettere un freno alle nostre passioni, per elevarci al di sopra dei vili interessi, per imparare a calmare l'ardore dei nostri desideri antisociali e antimorali che ci riuniamo nei nostri Templi.
Noi lavoriamo senza tregua al nostro miglioramento perché è solo regolando le nostre inclinazioni e i nostri costumi che perverremo a dare a noi stessi quel giusto equilibrio che costituisce la Saggezza, cioè la scienza della vita.
Ma tale Lavoro è penoso e impone molti sacrifici ai quali dovrete sottomettervi, se sarete ammesso fra noi. Occorre che, consapevole dei vostri difetti, siate disposto a lavorare senza tregua al vostro perfezionamento, se persisterete nel desiderio di essere accolto fra noi.

Profani che non adempiono ai loro doveri verso lo stato e la società possono essere accolti? Un evasore fiscale può essere accolto?
Profani che non adempiono ai loro doveri verso la famiglia possono essere accolti? Un adultero può essere accolto?

E’ ben vero che il bussante più che essere libero, vuole liberarsi, per cui le risposte alle domande possono essere doverosamente positive, Ma in tal modo la risposta non diventa definitiva, viene semplicemente spostata in avanti nel tempo. Il bussante adultero viene accolto perché vuole liberarsi. Il lavoro senza tregua al perfezionamento non implica anche l’abbandono dell’adulterio oppure la chiarezza comportamentale, per esempio abbandonando la vecchia famiglia per costruirne un'altra? Se il nuovo fratello invece persiste nel suo stato di marito adultero che si fa? All’atto pratico, nulla; ma non è anche questo nulla un venir meno, per gli altri fratelli, ai propri doveri di massoni?

E il fratello che continua a non pagar le tasse, venendo meno ai propri obblighi verso la società?
E il fratello “disinvolto” nel campo del lavoro?…


MIGLIORAMENTO?

Il rituale dei lavori - lo abbiamo appena visto - insiste sull'automiglioramento del massone. Noi lavoriamo senza tregua al nostro miglioramento perché è solo regolando le nostre inclinazioni e i nostri costumi che perverremo a dare a noi stessi quel giusto equilibrio che costituisce la Saggezza, cioè la scienza della vita.

Il termine va puntualizzato.

E' idea comune che esista una visione della storia che ne spieghi gli avvenimenti. Al di là delle singole posizioni ideologiche o politiche è diffusa l'idea che esista di per se stesso un preesistente progetto nel quale gli avvenimenti storici si inseriscono o come tentativo di avanzamento sul cammino o come tentativo di reazione al corso degli eventi.

Così il cristiano può intendere la storia come avvicinamento al momento in cui si realizzerà in questo mondo l'avvento della Gerusalemme celeste (Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. Apocalisse 21 10-11). Il marxista intende la storia come una serie di avvenimenti che porteranno alla finale dittatura del proletariato. Altri porranno l'accento su una sopravveniente libertà finale o su una situazione "paradisiaca" nella quale sono definitivamente eliminate le cause di sofferenza spirituale e/o materiale e/o sociale.

Il camminatore nutre seri dubbi sulle concezioni di coloro che abitano un mondo dietro il mondo, richiamando una felice espressione nietzschiana (Un tempo anche Zarathustra gettò la sua illusione al di là dell'uomo, come tutti coloro che abitano un mondo dietro il mondo. E allora il mondo mi sembrò l'opera di un dio sofferente e torturato. E più avanti: Più onesto e puro parla il corpo sano, nella sua perfezione tetragona: ed esso parla il senso della terra. Nietzsche, Così parlò Zarathustra – Un libro per tutti e per nessuno, Milano, 2003, pp. 29, 32).
Credo che alla base delle loro differenze ci sia una diversa percezione del tempo: il tempo dell'abitante del mondo dietro il mondo è lineare, il tempo del camminatore è diverso.

Scrive Banana Yoshimoto:
La belva che immobile punta la preda da dietro un albero non è paziente per il piacere che riceverà dalla caccia, non mette da parte i suoi risparmi per garanzie future.
Agisce così solo perché ha voglia di comportarsi così.
Pertanto è meglio evitare di mangiare quando non si ha fame o di dormire quando non si ha sonno. In questo mondo folle dove il tempo è una cosa assurda, in cui non è assolutamente detto che si venga premiati in misura proporzionale agli sforzi compiuti, è bene usare la testa e vivere pensando solo a ciò che si vuole conquistare. Vivere senza perdere di vista quella luce, mantenendo l’equilibrio, adeguandosi alle circostanze. Se si fa così, non c’è bisogno di mentire. E possiamo anche fare a meno di immolare il povero capro, necessario a pagare lo scotto delle falsità dette per vivere. In cambio, però, proprio come animali, dobbiamo individuare da soli cosa c’è al di là di molte cose, eh sì, di cose incredibilmente drammatiche e fastidiose... Dobbiamo scoprirlo per conto nostro.
[Banana Yoshimoto, L'ultima amante di Hachiko, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 24].

La scrittrice osserva acutamente come una causa del malessere della vita possa proprio risiedere nella concezione cristianamente diffusa di premio (e quindi punizione) sottintesa alla linearità del tempo.

Tempo lineare è concepito pure dagli altri due monoteismi occidentali, pur non essendo presente il gioco esasperato del premio-punizione del post mortem.

In ogni caso questo tempo lineare, che ti guida come il flusso di un fiume verso la terminale ultima meta, per molti inquietante e angosciosa, condiziona l'uomo occidentale come lo condiziona la formazione cristiana della società stessa.

Anche in chi è non solo formalmente lontano da concezioni religiose compaiono più o meno inaspettatamente concetti, elaborazioni, rappresentazioni e immagini tipiche del pensiero religioso.

Così il senso stesso del "miglioramento" appare legato al discorso che emerge dalla religiosa idea del premio per i buoni e della punizione per i cattivi.

E' credenza tipicamente occidentale (cristiana) che il camminatore abbandona, come tipicamente occidentale risulta l'interpretazione (cristiana?) data alla legge del Dharma come legge di causa ed effetto.

E' invece interessante quanto osserva Alan Watts (Alan W. Watts, La via della liberazione. Saggi e discorsi sull'autotrasformazione, Roma, 1992.pp. 35-37):
La vera disciplina dello zen inizia solo nel momento in cui l'individuo ha del tutto cessato di tentare di migliorarsi [perché] la persona che cerca di migliorarsi, di diventare qualcosa di più di ciò che è, è incapace di azione creativa (…). Non si può progredire nella vita del Bodhisattva fintanto che c'è la minima ansia o il minimo sforzo di diventare più di ciò che si è. (…) Infatti, se [uno] si sforza di rendersi migliore, cade nel circolo vizioso dell'egocentrismo. Forse per la mente occidentale è difficile comprendere che l'uomo si sviluppa in base alla crescita piuttosto che per automiglioramento (…). Non è una questione di miglioramento, poiché un albero non è un seme migliorato, ed è perfino perfettamente in armonia con la natura e col Tao che molti semi non diventino mai alberi.

11 settembre 2009

3.2 Alla porta del Tempio

Uscito dal Gabinetto di Riflessione il Candidato, in precedenza privato dei "metalli", è spogliato di una parte dei vestiti (braccio e petto sinistro, gamba e ginocchio destro scoperti); è senza scarpa sinistra, ha una corda al collo ed è bendato.

A prima vista può sembrare una specie di umiliazione oppure un modo di coinvolgere maggiormente il recipiendario nello psicodramma, anche se non dobbiamo dimenticare che il rito non deve fare appello solo alla emotività, ma alle facoltà più elevate dell’uomo.

Abbiamo già imparato che ogni atto ha un suo senso riposto, e spesso più d’uno, per cui non dobbiamo accontentarci di risposte superficiali.

La spoliazione dei metalli può indicare la necessità che il recipiendario si spogli di tutto ciò che lo può appesantire (passioni, preconcetti, schematismi culturali, ideologici e religiosi). Se percorrere la via significa raggiungere stati nuovi e diversi, allora il punto di partenza deve essere l’uomo nella sua integrità originaria senza le sovrastrutture che si è costruito nella vita: una pietra grezza sulla quale lavorare, anzi – meglio – una pietra malsquadrata che deve ritornare grezza per essere ri-lavorata.

In un certo senso è come un ritorno al punto di partenza dell’Opera.

Ha gamba e ginocchio destri scoperti.
La parte destra indica il lato della razionalità, che deve servire da fondamento nel percorso. Il piede sinistro è scalzo. I piedi sono la parte sensitiva denudata per indicare il collegamento tellurico. Qui è solo il piede sinistro, quasi ad indicare che l’intuizione nel profano che vuole iniziare un certo cammino è ancora troppo vincolata agli istinti e – come progetto – su questo si dovrà lavorare (non tanto per eliminare il collegamento, quanto per trasformarlo).
Mosè avanza a piedi scalzi nel roveto ardente.
Giasone viene riconosciuto perché è privo di un sandalo (ma anche, per la fondamentale ambiguità del simbolo, Teseo viene riconosciuto dal padre Egeo dai sandali).
Per Tucidide la psiché, o genio, era associata alle ginocchia ed ai piedi perché tenere il piede scalzo dava genialità in battaglia e nel pericolo. Eracle lottò con il gigante Anteo (secondo alcuni figlio di Poseidone e della Terra, ma dall'etimo del nome molto significativo: “colui che incontra”) che riacquistava le forze ogni volta che toccava il suolo. Lo vinse tenendolo sollevato da terra fino al suo sfinimento.

Il recipiendario ha scoperti anche braccio e petto sinistro.
La parte sinistra indica l’intuizione, le facoltà extra-razionali. E’ la parte del cuore. Il cuore dell’uomo è simbolicamente il centro dei sentimenti, quasi motore del resto.

Le due parti, destra e sinistra, possono indicare le due modalità entro le quali dovrà svilupparsi il lavoro del Libero Muratore: l’arco è sostenuto da due colonne, il principio universale delle polarità, distinte e contrapposte ma unite nella “tolleranza” dell’arco.

La corda al collo può ricordare il cordone ombelicale che alla nascita lega il neonato al corpo della madre, ma anche il legame che impedisce la conquista della propria libertà. Come la recisione del cordone ombelicale indica l’atto del nascere, la liberazione dalla corda mostra la volontà di liberarsi.

La benda indica la cecità del profano, che si lascia condizionare dai rumori della materialità e non conosce la luce, che cerca, ma che non ha ancora trovato. Ma anche, simbolicamente, chi riesce a vedere nell’altrove è materialmente cieco: nell’antichità l’indovino Tiresia, che vede il futuro, è appunto cieco.
La benda può anche essere intesa come modalità operativa: la luce va cercata al proprio interno e si devono rifiutare obiettivi esterni, pena il fallimento.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.