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23 settembre 2026

Antichi Doveri: Primo 1

 Due Liberi Muratori parlano degli Antichi Doveri

De Officiis Antiquis 

Primo Dovere

Parte prima


Non avevamo belle insegne,

E il nostro Tempio era vecchio e spoglio,

Ma conoscevamo gli antichi Landmarks,

E li osservavamo per filo e per segno.

E guardando tutto ciò all’indietro,

Mi colpisce questo fatto,

Che non esiste qualcosa come un infedele,

Eccetto, forse, noi stessi.

Rudyard Kipling


1 - Concernente Dio e la religione.

Un Muratore è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale; e se egli intende rettamente l'Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso. Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono, lasciando ad essi le loro particolari opinioni; ossia, essere uomini buoni e sinceri o uomini di onore ed onestà, quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere; per cui la Muratorìa diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti.

* * *

Ulisse. Gli Antichi Doveri non indicano lo scopo della Associazione, ma si limitano ad escludere tutto ciò che divide.

Vecchio Copritore. Infatti qualcuno potrebbe pensare a un circolo di affari. Sono proprio la legge morale e la sincera amicizia tra i massoni i vaccini contro scopi impropri.

Ulisse. Uomini di buoni costumi non fanno affari. Il primo obbligo è la legge morale: “Un Muratore è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale”.

Vecchio Copritore. Forse la traduzione e il tempo trascorso fa perdere di vista al Massone di oggi il senso profondo delle parole.

Ulisse. Ogni traduzione per quanto fedele perde qualcosa e aggiunge qualcos'altro.

Vecchio Copritore. Anderson scrive: “A Mason is oblig’d by his Tenure, to obey the moral law”. Noi traduciamo: “Un Muratore è tenuto per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale”.

Ulisse. “By his Tenure” tradotto con “per la sua condizione”.

Vecchio Copritore. Tenure è termine del linguaggio giuridico feudale francese, traghettato in Inghilterra con l'invasione normanna. Il vassallo prestava giuramento di fedeltà al sovrano, riconosceva la sua sovranità e si obbligava anche personalmente verso di lui. In cambio il sovrano cedeva al vassallo il possesso ereditario di un dominio dal quale ricavare i mezzi per vivere. Il re garantiva così la sicurezza del paese.

Ulisse. Se i Massoni accettati erano in genere nobili o alti borghesi era loro ben chiaro il significato di tenure.

Vecchio Copritore. Anderson in un certo senso allarga il significato di tenure: la reciprocità del vassallo verso il sovrano ora viene estesa dal Massone alla Legge Morale. Le nostre Leggi sulla morale non debbono transigere come non transigeva la fedeltà del vassallo verso il proprio signore.

(continua)







11 maggio 2026

Loggia madre - Loggia matrigna

C’è una delicatezza profonda nella poesia di Kipling dedicata alla Loggia Madre, la Hope and Perseverance n.782 all'Oriente di Lahore, unita ad una grande nostalgia per quei Fratelli. Costumi diversi, estrazioni diverse, religioni diverse, ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie prescrizioni: chi non può mangiar carne, chi non beve alcool, chi non può sedersi a tavola con caste inferiori, e così via. E allora cosa fanno? Semplicemente stanno assieme a fumare e a parlare (magari oggi non fumerebbero nemmeno per non disturbare i Fratelli non fumatori).

Si è parlato spesso di Kipling come espressione alta dell'imperialismo inglese. Ma a ben vedere in lui non si tratta di vero e proprio imperialismo, bensì di consapevolezza di portare nel mondo la civiltà (certo idea discutibile, ma lui ci credeva), come l’antico romano vedeva in Roma il centro irradiante della civiltà umana. E la Massoneria viene vista come il legame più saldo e più “civile” (perdonate il bisticcio di parole) per tenere unite persone di origini così diverse.

Io qui vedo il piacere di stare assieme, senza discutere, parlando ordinatamente uno dopo l'altro, in letizia. Ecco, qui forse assume il suo significato originale la letizia di Francesco d'Assisi. E' una vicinanza che unisce e non vuole dividere, che fa capire come siano assurde le guerre sante contro l'infedele: ...non esiste qualcosa come un infedele, Eccetto, forse, noi stessi – scrive Kipling.

Non cercano le cose che dividono, ma quello che unisce. Non pongono un Dio contro l'altro Dio, ma tutti parlano rifacendosi al Dio che meglio conoscono. Divinità diverse o aspetti diversi dell'unico Dio? Non importa. Lasciano alle teologie disquisizioni del genere. Quei Fratelli hanno un solido senso di religiosità che ognuno “descrive” e “interpreta” con i parametri che sente più confacenti a lui. E questo per loro è sufficiente.

Il senso della Loggia Madre è di uno struggimento commovente.

Il legame è forte. La Loggia Madre è unica, per tutta la vita massonica. Puoi cambiare Loggia, puoi cambiare Istituzione, puoi venire ri-iniziato per certe regole che all'una Istituzione non fanno riconoscere l'altra Istituzione, puoi entrare in Corpi Rituali ed avere altre iniziazioni o elevazioni o esaltazioni o come si chiamano, ma la prima Loggia, la tua Loggia Madre, è sempre e rimarrà sempre solo quella, e non altre.

Il legame che si è costruito con quella è viscerale e lo avverti se i casi della vita ti portano a cambiare Loggia. Lo avverti anche se la tua Loggia da madre diventa matrigna (perché certi fratelli cambiano, altri ancora non ci sono più e nuovi ne sono entrati). Solo così avverti la profondità, la sacralità quasi di quanto costruito in quella lontana tornata dove sei stato fatto Apprendista, e proprio lì, in quella particolare Loggia, e non altrove.

E se anni dopo vi ritornerai, ti renderai conto, anche se fisicamente i Fratelli di allora non ci sono più, anche se il locale non è più quello, che è rimasto forte il legame con la Loggia, la tua Loggia Madre: lì c'è la spada fiammeggiante con la quale fosti creato Apprendista, lì c'è la pietra grezza sulla quale hai iniziato il tuo lavoro, lì c'è il Volume della Legge sul quale giurasti, lì ti sei alzato in piedi e hai mosso i primi incerti passi.

Appunto, ci fu un momento in cui la mia Loggia da madre diventò matrigna.

Qualche anno fa in collina vidi in un campo lontano, un gruppo di caprioli che si muoveva in fila indiana, faticosamente arrancando sulla neve. Guardai col binocolo: cinque sagome, tutte in fila. I primi tre camminavano in avanti, ma gli ultimi due stavano dando vita ad un rito drammatico: il quarto della fila scacciava l’ultimo e gli imponeva di non seguirli. Immaginai che l’ultimo fosse il piccolo della cucciolata dell’estate precedente e l’animale che lo scacciava dal gruppo fosse proprio la madre che gli imponeva brutalmente una ferrea legge di vita. Il piccolo tentava di ritornare nel gruppo, il suo mondo conosciuto, ma la madre, ferrea, ogni volta che notava un suo avvicinamento, lo scacciava sempre più brutalmente.

Sì, lo so. La Natura (con la N maiuscola) non lascia spazio ai sentimenti. Il piccolo capriolo deve essere allontanato perché il territorio non può reggere un aumento eccessivo della popolazione e perché si potrebbe correre il rischio di un rapporto incestuoso, geneticamente micidiale. La Natura rifugge dai moralismi, ma ne sa di genetica molto più dei nostri più ferrati genetisti; non si preoccupa della salute psichica del singolo individuo ma della salute dell’intera popolazione. I malesseri psichici di un singolo fan presto a passare quando le tue giornate sono scandite dalla affannosa ricerca del cibo e dalla ancor più affannosa fuga dai pericoli. E se il singolo capriolo non dovesse sopravvivere, beh, in tal caso quel capriolo contribuirà alla sopravvivenza magari di un gruppo di lupi.

Guardando dalla finestra quella scena mi immedesimai nello stato d’animo del capriolo scacciato dalla madre e ritornai con la mente a quella tornata della mia Loggia.

Erano almeno un paio d’anni che mi lamentavo della mancanza dei lavori nei gradi. Ebbene, quella sera, ebbi l’onore di una tornata tutta per me. Elevarono la Loggia al Terzo Grado e il Venerabile lesse la sentenza del Tribunale di Loggia che mi condannava.

Ma il bello venne nella Sala dei Passi Perduti. Mi trovai al centro di un cerchio vuoto. Mi spostavo e si spostava il cerchio vuoto. Quasi nessuno mi rivolse la parola. Qualcuno immaginai per ritegno e imbarazzo non sapendo che dirmi, altri per non andar contro l’indirizzo predominante, altri ancora proprio per non volermi avvicinare. Partecipai ad un’altra tornata dopo quattro mesi e gli altri mi trattarono con formale cortesia (ma quanto gelida!).

Anni dopo vi ritornai come Maestro Venerabile della Loggia che mi aveva accolto. Francamente stare all’Oriente la prima volta non mi dispiacque (dopo tutto quello che era successo) e qualche pavoneggiamento temo pure di averlo fatto.

I tempi erano cambiati, io ero cambiato, presumo che anche i protagonisti di quella vicenda fossero cambiati, alcuni di loro non c’erano più. Ritornai e fui anche, per tre anni, Ispettore di Loggia, seduto alla sinistra del Venerabile e attento allo svolgimento dei lavori.

Un giorno incontrai per strada l’allora Maestro Venerabile e Presidente del Tribunale che mi condannò. Mi chiese scusa di quanto successo, confessandomi di essere stato spinto da qualcuno che al tempo aveva idee grandiose e manipolatorie.

Gli risposi, con aria da vecchio saggio (ma forse non colse l’ironia ) che quello aveva preso in giro parecchie persone...

Sporadicamente frequentai i lavori della mia Loggia Madre.

Oggi è rimasta là dove io non sono più, deluso e stancato dall'atmosfera di irreggimentazione e dalla passività arrendevole praticata dalla gran parte di chi là è restato. Ma sento ancora forte il legame con la mia Loggia Madre, anche se ormai quella Loggia, anche se fosse raggiungibile, non c'è più. 

13 maggio 2014

L'Inno di Marcia degli Iniziati


R. Kipling

  1. Ecco, noi ce ne stiamo ammucchiati all’Oriente,
  2. a mezza strada verso gli alti gradi!
  3. Non invidiate le nostre sciarpe cangianti?
  4. Non vorreste avere tre gradi di più?
  5. Non vi piacerebbe avere un grembiule così,
  6. teso come il perizoma di Mandulis?
  7. Adesso vi arrabbiate, ma... non importa.
  8. Fratello, ti pende la coda di dietro!
  9. Ecco, noi sediamo composti in molte file,
  10. pensando alle troppe cose che sappiamo;
  11. sognando le cose che vogliamo fare,
  12. e che saranno tutte quante compiute
  13. fra un minuto o due.
  14. Qualcosa di nobile, di grandioso e di segreto
  15. ottenuto con il semplice desiderio.
  16. Ora farem... non importa.
  17. Fratello, ti pende la coda di dietro!
  18. Tutti i discorsi che sentiamo esternare,
  19. fatti da stolti, da saggi o da apprendisti;
  20. noi tolleranti tutto incameriamo
  21. senza nessuno porre in discussione
  22. che così detta la stolta uguaglianza.
  23. Eccellente! Meraviglioso! Un'altra volta!
  24. Adesso noi parliamo proprio come gli uomini.
  25. Facciamo finta di essere... non importa.
  26. Fratello, ti pende la coda di dietro!
  27. Questo è quanto fanno gli iniziati.
  28. Allora unitevi alle nostre file
  29. che impettite marciano a squadra,
  30. d’intorno a tre pilastri a triangolo,
  31. che delimitano un quadro ormai stinto.
  32. I pensieri, che non sappiamo dire,
  33. in una lingua un minimo umana,
  34. vi daranno certezza, vi daranno certezza
  35. che noi stiamo per fare splendide cose!
  36. Fratello, ti pende la coda di dietro!
Buon vecchio Kipling. Conosciuto come l'autore di Kim e di Capitani Coraggiosi, che durante la mia adolescenza passavano superficialmente per romanzi per bambini o adolescenti (e oggi riprendo la lettura di Kim). Lo conobbi anche per L'Uomo che volle farsi re, da cui John Huston trasse un film con Sean Connery. Ma quelli erano tempi in cui chiunque avesse pubblicato qualcosa con il nome Massoneria ben in vista avrebbe ricevuto il plauso pressoché universale dei massoni. Kipling fu anche conosciutissimo tra i massoni è per la sua poesia Loggia Madre, composta da uomini talnto estranei dal punto di vista profano quanto uniti come Fratelli Massoni.
Ho invece conosciuto l'Inno di cui parliamo da poco tempo, che dimostra come Kipling conoscesse a fondo gli uomini massoni. E' una rielaborazione della Canzone del Popolo delle Scimmie nel Libro della Jungla. Mi sorge però un piccolo dubbio: è di Kiplig oppure è apocrifa?
Dunque, Inno degli Iniziati. Titolo stupendo, ma fondamentalmente ironico. descrive quel certo tipo di uomo frequente nel mondo quotidiano che che ritroviamo anche all'interno della Massoneria.
Ammucchiati all'Oriente. E' la descrizione più accurata di chi si sente "appagato" nel sedere là dove (nella sua fantasia) siedono le persone importanti, a mezza strada verso gli alti gradi; cioè, si potrebbe dire, visto che nell'Ordine non si riconoscono gradi oltre il Terzo, più maestri dei maestri.
Non invidiate le nostre sciarpe cangianti?... Non vi piacerebbe avere un grembiule così? Per quanto possa sembrar loro strano, no. Molti massoni rifuggono da tali ornamenti perché rifiutano l'apparire e cercano l'essere. Ma loro, quelli dell'ammucchiata, lo sanno, riescono a capirlo?
Mandulis era la forma nubiana del dio Horus.
Fratello, ti pende la coda di dietro! La tua vera natura emerge, non la riesci a nascondere. Così il paludato che siede all'Oriente, non perché ricopre al momento un ruolo effettivo (per esempio i Venerabili di altre Logge) ma perché gli è stato dato un titolo per soddisfare la sua vanità, mostra effettivamente ciò che è.
Tutta la canzone svolge una parodia del porsi di certuni con la loro supponenza vuota, dove l'ornamento è diventato prima un sostegno per stare in piedi, poi una gabbia che mantiene in vita.
Le troppe cose che sappiamo. Il camminatore percorre una via, incontra "cose" che andranno a far parte del suo patrimonio. Ma... più sa e più si accorge di saper poco, più amplia la cerchia delle sue conoscenze, più si accorge di quanto invece sia ristretta. Altri invece... sanno di sapere. Beh, cito il buon Dante: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
Noi tolleranti tutto incameriamo. Costoro, gli ammucchiati all'Oriente, non sanno cosa sia la tolleranza scambiandola con la sopportazione di qualunque sciocchezza venga detta. Non è vero che in Loggia ogni opinione vale quanto le altre in un appiattimento che impedisce ogni tipo di lavoro.
Stolta uguaglianza. Già, ricordate Orwell? Tutti gli animali sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.
I pensieri, che non sappiamo dire,... vi daranno certezza. Si sente dire spesso che il massone è l'uomo del dubbio. In realtà la dizione è imprecisa: il massone, come tutti gli uomini, ha le sue certezze; ma a differenza di altri non ritiene le proprie certezze definitive ed è pronto sempre a confrontarle con la realtà e a cambiarle. E' un atteggiamento, però, che richiede grande impegno personale e disponibilità, che non tutti sono disposti ad utilizzare.





12 maggio 2014

Loggia Madre

LOGGIA MADRE
C'erano Rundle, il capo stazione,
E Beazeley, delle Ferrovie,
E Ackman dell'Intendenza,
E Donkin delle Prigioni,
E Blake il sergente istruttore,
Per due volte fu il nostro Venerabile
Con quello che aveva il negozio «Europa»,
Il vecchio Framjee Eduljee.

Fuori - «Sergente, Signore, Saluto, Salaam»
Dentro, «Fratello», e non c'era nulla di male.
Ci incontravamo sulla Livella e ci separavamo sulla Squadra,
Ed io ero Secondo Diacono nella mia Loggia Madre laggiù!

Avevamo Bola Nath il contabile
E Saul, l'israelita di Aden,
E Din Mohammed disegnatore al Catasto,
C'erano Babu Chuckerbutty,
E Amir Singh, il Sikh,
E Castro delle officine di riparazione,
Il Cattolico Romano!

Non avevamo belle insegne,
E il nostro Tempio era vecchio e spoglio,
Ma conoscevamo gli antichi Landmarks,
E li osservavamo per filo e per segno.
E guardando tutto ciò all'indietro,
Mi colpisce questo fatto,
Che non esiste qualcosa come un infedele,
Eccetto, forse, noi stessi.

Poiché ogni mese, finiti i Lavori,
Ci sedevamo tutti e fumavamo,
(Non osavamo fare banchetti
Per non violare la casta di un Fratello),
E si parlava, uno dopo l'altro,
Di Religione e di altre cose,
Ognuno rifacendosi al Dio che meglio conosceva.

L'uno dopo l'altro si parlava,
E non un solo Fratello si agitava,
Fino a che il mattino svegliava i pappagalli,
E quell'altro uccello vaneggiante;
Si diceva che ciò era curioso,
E si rincasava per dormire,
Con Maometto, Dio e Shiva
Che facevano il cambio della guardia nelle nostre teste.

Sovente, al servizio del Governo,
Questi passi erranti hanno visitato
E recato saluti fraterni
A Logge d'oriente e d'occidente,
Secondo l'ordine ricevuto,
Da Kohat a Singapore,
Ma come vorrei rivedere
Ancora una volta quelli della mia Loggia Madre!

Vorrei potere rivederli,
I miei Fratelli neri e scuri,
Tra l'odore piacevole dei sigari di là,
Mentre ci si passa l'appiccicafuoco;
E con il vecchio khansamah che russa
Sul pavimento della dispensa,
Ah! essere Maestro Massone di buona fama
Nella mia Loggia Madre, ancora una volta!

Fuori - «Sergente, Signore, Saluto, Salaam»
Dentro, «Fratello», e non c'era nulla di male.
Ci incontravamo sulla Livella e ci separavamo sulla Squadra,
Ed io ero Secondo Diacono nella mia Loggia Madre laggiù!


Nato a Bombay da genitori inglesi, a cinque anni Kipling fu mandato in patria per ricevere un'educazione adeguata. Ritornato in India, a Lhaore, il suo comportamento gli acquisì la fiducia di due colonnelli dell’esercito inglese che gli fecero da garanti consentendo l'ingresso, nell'aprile 1886 non essendo ancora maggiorenne (come prescritto) nella Loggia Hope and Perseverance n.782 all'Oriente di Lahore, Loggia di cui fu subito Segretario, poi Direttore delle Cerimonie, ma che dovette lasciare ben presto, l'anno dopo, perché inviato per lavoro altrove.
La poesia, un vero e proprio inno alla Loggia nella quale (per usare il linguaggio muratorio) vide la luce, è del 1896, dieci anni dopo la propria iniziazione. Solo un anno su dieci Kipling trascorse, giovane Fratello, alla Hope and Perseverance, il dieci per cento, cioè della sua vita massonica. Ma evidentemente un dieci per cento così fondamentale, da ricordare quei suoi Fratelli con accenti di una grande nostalgia struggente che ancora oggi ci fa commuovere.
La Loggia Madre è una delle sue poesie più note ed è citatissima da tutti i massoni. Tanto citata, però, quanto non capita e incompresa, e proprio dai Liberi Muratori, da coloro, cioè, che più di altri, avrebbero gli strumenti per comprendere.
Guardiamoli questi Fratelli di Loggia, Fratelli del giovane Kipling e contemporaneamente, e per sempre, Fratelli nostri e di ogni Libero Muratore.
Dunque. Rundley, Beazeley, Ackman, Blake. Nomi inglesi.
Poi. Bola Nath, Saul, Din Mohammed, Babu Chuckerbutty, Amir Sing. Nomi indiani.
E ancora. Castro. Nome italiano.
E' certo una Loggia cosmopolita. Ma c'è di più.
Supponiamo gli inglesi protestanti, e l'italiano cattolico (cattolici e protestanti, gli uni contro gli altri armati, ma in Loggia no). E poi: induisti, musulmani, sikkh. Una miscela ieri come oggi esplosiva. Ma in Loggia no.
Ma andiamo avanti.
C'è il capostazione, l'impiegato delle Ferrovie, quello delle Prigioni, il sergente istruttore, il commerciante, il contabile, l'impiegato al Catasto, l'addetto delle Officine di riparazione.
Dunque: diversi per razza, per religione, per lavoro, per estrazione sociale. Difficile in una Loggia trovare Fratelli più diversi.
E come facevano - ci si può domandare - a stare assieme?
Ecco, qui sta il segreto della Massoneria. Segreto che, aggiungo polemicamente, sembra che tanti oggi abbiano dimenticato in certe Logge monotonamente uguali, di formazione religiosa monotonamente cattolica (anche se lo negano), monotonamente di razza bianca, monotonamente di certe professioni e non di altre. Logge monotone, dove però la monotonia sembra assurgere a regola.
Ma leggiamo il vecchio Kipling.
Non avevamo belle insegne,
E il nostro Tempio era vecchio e spoglio,
Ma conoscevamo gli antichi Landmarks,
E li osservavamo per filo e per segno.
Un Tempio vecchio e spoglio, scarno quasi nella sua semplicità, insegne non belle, ma - immagino - essenziali. Nessuna concessione alla vanità, ma ricerca della sostanza: conoscevamo gli antichi Landmarks, e li osservavamo per filo e per segno.
Vestiti semplici, quasi abiti da lavoro, non il prescritto (!?!) abito scuro o nero (tanto che in certi eventi se così non sei vestito, non ti fanno entrare!).
Mi colpisce un fatto. Al termine dei lavori stavano seduti a fumare e a parlare
Non osavamo fare banchetti
Per non violare la casta di un Fratello...
C'è una delicatezza profonda in queste parole. Costumi diversi, estrazioni diverse, religioni diverse, ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie prescrizioni: chi non può mangiar carne, chi non può assumere bevande alcoliche, chi non può sedersi a tavola con caste inferiori, e così via. E allora cosa fanno ? Semplicemente stanno assieme a fumare e a parlare (magari oggi non fumerebbero nemmeno per non disturbare qualche Fratello).
Io lo vedo come il piacere di stare assieme, senza discutere, parlando ordinatamente uno dopo l'altro, in letizia. Una vicinanza che unisce e non divide, che fa capire come siano assurde le guerre sante contro l'infedele:
E guardando tutto ciò all'indietro,
Mi colpisce questo fatto,
Che non esiste qualcosa come un infedele,
Eccetto, forse, noi stessi.
Nei colloqui non si cercano i punti che dividono, ma quelli che uniscono. Non si mette quindi un Dio contro l'altro Dio, ma tutti parlano rifacendosi al Dio che meglio conoscevano. Divinità diverse o aspetti diversi dell'unico Dio? Non importa, ognuno ha un solido senso di religiosità che "descrive" e "interpreta" come i parametri che sente più confacenti a lui. E questo per loro è sufficiente.
Il senso della Loggia Madre è di uno struggimento commovente.
Il legame è forte. La Loggia Madre è unica, per tutta la vita massonica. Puoi cambiare Loggia, puoi cambiare Istituzione, puoi venire ri-iniziato per certe regole che all'una Istituzione non fanno riconoscere l'altra Istituzione, puoi entrare in Corpi Rituali ed avere altre iniziazioni o come si chiamano, ma la prima Loggia, la tua Loggia Madre, è sempre e solo quella, e non altre.
Il legame che si è costruito con quella è viscerale e lo avverti se i casi della vita ti portano a cambiare Loggia o se la tua Loggia da madre diventa matrigna (perché certi fratelli cambiano, altri ancora non ci sono più e nuovi fratelli sono entrati). Solo così avverti la profondità, la sacralità quasi del legame costruito in quella lontana tornata dove sei stato fatto Apprendista, e proprio lì, in quella particolare Loggia, e non altrove.
E se anni dopo ritornerai come visitatore ti renderai conto, anche se fisicamente i Fratelli di allora non ci sono più, che è rimasto il legame forte con la Loggia.









Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.