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31 ottobre 2016

Grande Architetto e... dintorni 7


Considerazioni finali

Il rituale prescrive il divieto di parlare di politica e di religione. 

Certamente legittima la prescrizione di non trattare argomenti che possono dividere e sicuramente è rigoroso indicare quali non sono (non debbono essere) gli obiettivi del lavoro muratorio.

Ma è tuttavia opportuna l’occasione di specificarne il senso. Nei miei ricordi di vita muratoria c’è l’intervento di un fratello: in una camera rituale a lavori aperti osservò che, trovandoci nel Rito e non nell’Ordine, cadeva il divieto di parlare di politica e di religione. 

Esempio tipico che credo dimostri come sia difficile liberarsi dalla mentalità profana: pur sapendo (almeno spero) come procedere, spesso il massone non è conseguente alle premesse nel lavoro muratorio. Eppure ne avrebbe la capacità (di questo i maestri tegolatori hanno garantito).

Se il massone ha una vita familiare felice, è dipeso anche da lui. Se ha una vita professionale e sociale della quale è soddisfatto, è dipeso anche da lui. Se ha amici fidati è dipeso anche da lui, dai suoi comportamenti che hanno provocato negli altri comportamenti analoghi.

Nella sua vita muratoria deve essere lo stesso. Non voglio teorizzare lo star bene in loggia, ma osservare che se nella vita profana si è sforzato di avere determinati comportamenti e non altri, altrettanto deve fare nel lavoro muratorio. Il massone deluso che avverte che la massoneria non gli ha dato le risposte che cercava, dimentica che per avere risposte bisogna prima domandare e che per domandare bisogna cercare. E cercare è un atto di volontà. E la volontà costa fatica.

Costa fatica perché è difficile e faticoso cambiare; lo è quando sei ancora una persona in formazione, a maggior ragione lo è nell’età cosiddetta matura.

D’altronde se bussa alla porta del tempio sarà certamente insoddisfatto di qualcosa.

Spesso però il massone è pigro. E lo è tanto più quanto più eterodosse sono state le spinte ad intraprendere la via muratoria.

Tu sottolinei opportunamente che il lavoro muratorio, che è lavoro iniziatico, utilizza come metodologia appropriata il metodo simbolico.

Il lavoro iniziatico è del tutto particolare: va fatto entro se stesso. Ma il massone (parlo del massone tipico, il massone “medio”) non conosce in genere il senso del lavoro simbolico né sa come “lavorare” con i simboli. Probabilmente troppo spesso viene pure lasciato solo a se stesso, per cui nemmeno riesce ad instradarsi. Altrettanto probabilmente trova solo dei “fratelli maggiori” che non conoscono affatto le modalità del lavoro.

Direi che preventivamente il neo fratello (come tutti i fratelli) ha l’obbligo – liberamente e spontaneamente assunto – di rettificarsi: è il lavoro preliminare su se stesso.

Il lavoro iniziatico è del tutto particolare: va fatto entro se stesso. Quindi (o contemporaneamente) per la particolare specificità del lavoro muratorio (che del lavoro iniziatico è uno specifico aspetto) il lavoro introspettivo va collegato al lavoro del cantiere – gruppo, ogni membro del quale deve nel frattempo eseguire lo stesso tipo di attività. Ecco quindi il continuo interscambio tra i fratelli durante i lavori di loggia.

Ecco quindi come un fratello che non riesce a “sgrossarsi” può coinvolgere il lavoro degli altri fratelli.

Fissate le premesse affronto il problema, consapevole che l’attività di un massone non può essere sezionata e stabilita categoricamente: da qui a lì il lavoro di sgrossamento, poi fino a quell’altro punto il lavoro di apprendista, e così via. Sono aspetti che mi pare poter affermare sono interdipendente e che se si potessero suddividere uno dall’altro potremmo anche dire che in genere “coesistono” tra loro.
Dunque: morire alla vita profana e rinascere ad altro. Sì, e questo significa cambiare. E cambiare significa cambiare (scusa il bisticcio di parole), ma non cambiare abito, abitudini, magari persone da incontrare. Cambiare, e basta. E chi non cambia, non cambia.

*

La preliminare attività del massone è di abbandonare i metalli (non tanto lasciare le proprie idee quanto entrare in un altro ordine di idee).

Approvo quelle modalità di lavoro che impongono opportunamente “regole diverse” (silenzio degli apprendisti) e disapprovo le eccezioni (il buonismo del maestro che fa parlare l’apprendista). Il silenzio imposto all’apprendista (che magari nella vita profana è uomo maturo ed affermato, ed abituato a porre il suo parere sempre e dovunque) è una specie di vaccino muratorio (il gruppo – cantiere non ha bisogno di leader, ne ha già uno istituzionale, il Maestro Venerabile).

*

Contemporaneamente al lavoro muratorio. A fianco dell’attività “rettificatoria” va considerata anche quella costruttiva. E qui il discorso diventa delicato.

Un esempio. Se il massone intende la contrapposizione bianco – nero (o le due colonne o sole – luna, eccetera) come la lotta tra bene e male (magari con la vittoria finale del bene sul male) distorce il lavoro muratorio sul superamento dei contrari.

Si dice: il lavoro simbolico serve appunto a superare questa problematica. Sì, a patto di essere consapevoli della problematica. A mio parere sapere che il problema esiste significa anche sapere che ci sono modalità non pertinenti al lavoro muratorio, che sono proprio quelle che hanno permesso in molti massoni di considerare la massoneria quella chiesa laica che per molti è diventata.

Il lavoro rituale si attua appunto unendo i presenti e per così dire incanalare le loro energie in un flusso unico (come i singoli fili di un grosso cavo). E’ un simbolo? Tutto nel lavoro di loggia è simbolo e quindi anche lo stesso lavoro. Alla fin fine ciò che importa è il lavoro dell’uomo su se stesso: come in loggia si lavora tutti assieme per raggiungere l’armonia di tutti, così entro se stesso il massone deve lavorare per raggiungere la “sua” armonia interiore.

In massoneria non viene presupposta l’esistenza o l’aiuto di un Dio supremo, e il GADU è infatti solo un simbolo (non il simbolo di Dio!). Centrale è l’uomo, anzi, l’uomo che costruisce. Non c’è il cibo in comune, ma il lavoro in comune.

Come disse un fratello: la massoneria non sa più dare risposte perché non sa più porsi domande.

Il GADU “spontaneo emerge dall’esperienza costruttiva quotidiana; dove il lavoro rivela l’esigenza del Fine, la sua essenza sul piano visibile come progresso e missione, la necessità del transito evolutivo oltre le barriere fisiche e quindi anche il principio della sopravvivenza”. Mi piace il concetto del Fine del lavoro, anzi, meglio, che il lavoro rivela l’esigenza di un Fine, che può non essere solo il fine dell’opera che si sta costruendo. Ciò non significa l’esistenza dell’ente, del principio, ma solo la constatazione del Fine del lavoro (senza sapere né se tale Fine esiste, né cosa sia).

Se un osservatore è posto sul tetto di un alto edificio e vede una palla che rotola nel giardino percorrendo una traiettoria irregolare può supporre che le irregolarità (deviazioni, rallentamenti, accelerazioni) dipendono da forze applicate in vari punti. Un osservatore posto nel giardino invece si rende conto che le irregolarità dipendono semplicemente dalla natura del terreno non perfettamente orizzontale e liscio senza il bisogno quindi di ipotizzare forze applicate qua o là per giustificare le deviazioni.

Il massone deve quindi rendersi conto che non può attribuire al GADU un senso religioso proprio della religione. Il simbolo verrebbe completamente frainteso.

Moramarco osserva nella sua Nuova Enciclopedia Massonica come la libertà all’approccio alla trascendenza sia stata “fraintesa, o comunque assolutizzata al punto di divenire quasi la matrice di quella teologia massonica che si è prima detta improponibile: da Lessing (col suo noto passo: «…Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra il solo tendere verso la verità ecc. ecc…») al massone svizzero A. Chédel che intende l’Assoluto come ricerca, al “Dio liberale” di Quirico Filopanti, al massone comune che crede nell’”antidogmatismo massonico” (di regola in opposizione al dogmatismo delle chiese) sul tema del Grande Architetto “laddove – sia detto una volta per tutte – un Libero Muratore, è libero di accettare e coltivare tutti i dogmi che vuole (e la storia della Massoneria annovera personaggi che oggi sarebbero definiti «fondamentalisti») fatto salvo il principio che non dovrà pretendere di far coincidere quelli altrui con i propri)” (Moramarco, p. 483).
Il massone non può avere in loggia lo stesso atteggiamento del religioso verso l’oggetto di culto.

L’accettazione GADU = simbolo deve essere sviluppata coerentemente con l’attività del massone, altrimenti si cade nelle ristrettezze del GADU come nome massonico della divinità.

Quindi dobbiamo evitare sermoni sul tipo “trionfo finale del bene” che esulano dall’obiettivo del lavoro e mettono a rischio la funzionalità del GADU come simbolo.

*

La metodologia religiosa non dovrebbe presentarsi nel lavoro di loggia. Se qualche fratello ancora ne risente è il lavoro di gruppo nel suo complesso che dovrebbe riuscire a far superare il contrasto, anzi: quel contrasto. Se ne presenteranno altri. Ma punto fondamentale del lavoro è non tanto superare tutti i contrasti, quanto giungere ad una metodologia per superarli quando si presenteranno.

La massoneria lascia ampia libertà al massone nel proprio lavoro, ma lascia anche (è il rovescio della medaglia) ampia libertà di non lavorare con la metodologia opportuna.

Faccio fatica a spiegare quale possa essere la metodologia adatta. Ma alcune indicazioni possono essere date: il massone deve cambiare mentalità, cioè tutto ciò che si porta dietro quando bussa alla porta del tempio (il suo bagaglio, insomma) va rivisto alla luce del nuovo stato. Il massone viene spinto a salire e risalire sulla scala curva, se vuole riscuotere il suo salario.

Il rito di iniziazione gli ha proposto alcuni strumenti che non conosceva. Anzi – meglio – gli ha proposto nuovi usi di strumenti che probabilmente conosceva. Con questi strumenti lavorerà per rettificarsi, per sgrossare la propria pietra (il termine purificazione, se pur abbastanza corretto, non lo sento mio e possibilmente non l’uso).

*

Qui sta il difficile, perché non è immediato “lavorare con i simboli” e non tutti sappiamo come fare. E non è nemmeno detto che le modalità per uno siano valide anche per l’altro.

Ecco quindi che per insipienza il fratello non si rende conto che certe modalità sono fuor di luogo.

Il fratello che proclama la massoneria come culla della democrazia ha della nostra Istituzione una visione parziale (la sua) e non se ne rende conto.

(Fine - per ora)

29 ottobre 2016

Grande Architetto e... dintorni 5

Comportamenti parareligiosi

La concezione che ha il singolo massone di Dio può (e sottolineo può) influire sul proprio lavoro in Loggia e quindi può (e sottolineo ancora una volta può) influenzare i singoli fratelli se non altro attribuendo significati religiosi al lavoro muratorio. Desidero quindi confrontarmi su quei comportamenti in Loggia che potrei chiamare parareligiosi.

N. B. - Sottolineo l’accezione di possibilità. I cosiddetti “comportamenti parareligiosi” possono non essere diffusi, ma essere presenti. Soprattutto mi preme porre il problema per il lavoro di Loggia perché mi sembra opportuno che tutti ne siano consapevoli: il nostro è il tipico “lavoro di gruppo” e ognuno dei fratelli influisce inevitabilmente sugli altri. Il lavoro comune poi dovrà amalgamare il tutto.

Ho già accennato alla considerazione che alcuni massoni possono avere del VLS (il massone di religione islamica si adonterebbe se un suo fratello massone (si badi bene: un suo fratello massone) toccasse il Corano posto quale VLS sull’ara. Mi sembra un tipico atteggiamento religioso devozionale.

Il Grande Architetto

Che molti massoni intendano il GADU come il nome di una divinità muratoria o – piuttosto – come il nome muratorio della divinità è posizione piuttosto diffusa. Un esempio per tutti, da una tavola della loggia 1051 del GOI (vedi il sito internet della Loggia): Considerato il G.A.D.U. Come essere Perfetto non si capirebbe come Egli possa aver creato qualche cosa di imperfetto, a meno che l’imperfetto non derivi dal nulla, ma niente può esistere che non abbia un principio e tale Principio non può che essere la Perfezione in quanto contiene tutte le cose in potenza.

Questo non è il GADU, ma il Dio cattolico! E comunque mi pare un concetto non proprio massonico.

Alcuni anni fa durante una tornata un fratello presentò una tavola nella quale affermò testualmente: La Massoneria, com’è a tutti noto, professa il culto del «Grande Architetto dell’Universo». (…) UNO DEI PRINCIPI costituenti le “pietre” fondamentali dell’edificio massonico, è il seguente: ogni Libero Muratore deve credere nell’esistenza di Dio come Grande Architetto dell’Universo. Il credo è accettato da tutta la Massoneria. (…) La Massoneria deve affermare senz’altro l’infinito e supremo creatore, ma il Massone non deve interpretarlo…

Anche qui mi pare ci sia una convergenza sostanziale tra il GADU e il Dio delle religioni: nella parte successiva della tavola questa affermazione viene forse attenuata ma non ne viene rettificata la natura.

Concludo con un’ultima citazione.

Il GADU è solo un simbolo che sta a rappresentare l’Essere Supremo che, piaccia o non piaccia, è Dio, sebbene riconosciuto dal singolo massone nel Dio della religione ch’egli stesso professa (Delfo Del Bino, La Massoneria e il GADU – Un Dio massonico che non esiste, in Massoneria Oggi, set-ott 1997, p. 22)

E se il massone non professa nessuna religione?

 
La chiesa laica e illuministica

Il tempio massonico è come una chiesa, una chiesa laica non dogmatica, una chiesa illuministica dove la fede scaturisce dalla ragione e la ragione dalla conoscenza (citazione tratta da Perché sono diventato e sono rimasto un Massone? Di P. F. Bayeli in Hiram n. 1/2007).

Può sembrare una affermazione neutra e incolore. Ma non esistono parole neutre perché ogni parola comunica non solo quanto esprime, ma anche tutto un accumulo di impressioni e percezioni esplicite e soprattutto implicite. Le parole non sono neutre e non possono esserlo; se chi ascolta non ha la necessaria capacità di intendere, il messaggio viene sicuramente frainteso. La comunicazione “tempio massonico come chiesa laica e illuministica” (ammesso e non concesso che sia chiara e attendibile) ha altissima probabilità di essere fraintesa e sintetizzata nel più sintetico (ma fuorviante) “tempio massonico = chiesa”, intendendola oltre tutto in senso letterale, come se ci fosse o identità o coincidenza (totale o parziale) o almeno corrispondenza tra loggia e chiesa (nella mentalità italiana ovviamente il termine chiesa rimanda immediatamente al cattolicesimo). Dunque per costoro l’atteggiamento del massone in loggia può, è (deve essere) almeno analogo all’atteggiamento del cattolico in chiesa.

A me invece pare limitativo interpretare l’atteggiamento del massone alla luce dell’atteggiamento dell’uomo praticante la propria religione. Non soltanto sono piani diversi, ma essenzialmente diversi devono essere atteggiamento, mentalità, comportamento.

Chi vuole percorrere la via muratoria non può utilizzare strumenti propri di altre vie. Non ha bisogno di fede, neppure di quella che scaturisce dalla ragione (ammesso che questa non sia invece una contraddizione in termini). E non ha bisogno nemmeno di illuminismo: la massoneria non è nemmeno una filosofia.

Il bianco e il nero – I due solstizi

Vi sono fratelli che interpretano il pavimento a scacchi come l’eterna opposizione di bene e male (e questa potrebbe essere una interpretazione accettabile anche se limitativa) ma aggiungono che il bene avrà la vittoria finale (e qui l’atteggiamento religioso appare evidente, come se nella escatologia muratoria vi fosse qualcosa di simile alla Gerusalemme celeste che scende dal cielo alla fine del tempo, come “preannuncia” l’Apocalisse, appunto dopo la vittoria definitiva del bene sul male.

Analogamente spiegano il periodico gioco solstiziale di luce e buio. 

L’allora Gran Maestro del Goi (mai smentito in seguito da nessuno), scrisse nel 1990: La festa del Solstizio d’estate, espressa simbolicamente con S. Giovanni Battista, è il trionfo della Luce sulle Tenebre. Luce e Tenebre rappresentano due forze opposte che esistono oggettivamente al di fuori del massone, nei confronti delle quali egli assume un comportamento massonicamente ispirato. Ma, nel fare ciò, egli proietta il conflitto fra Luce e Tenebre nella propria coscienza. Nasce così in lui la dimensione etica massonica: il dualismo Luce/Tenebre cede il posto al conflitto Bene/Male e l’impegno etico lo porta a realizzare il Bene e a sconfiggere il Male, ad “edificare Templi alla Virtù e a scavare oscure e profonde prigioni al vizio” (Di Bernardo, Allocuzione sul solstizio d’estate, 1990).

A parte le considerazioni sul personaggio, ho riportato il passo a causa dell’atteggiamento, che vedo diffuso in molti massoni, di ridurre l’opposizione dei contrasti da modalità del mondo al mero piano etico tradotto in modalità religiose (il trionfo finale del bene sul male, in una escatologia storica che tutto è tranne che muratoria), quando gli insegnamenti tradizionali sulla contrapposizione insegnano a superare il contrasto piuttosto che conseguire la prevalenza di uno dei due. Di Bernardo si prolungò sulla successione dei solstizi e quindi sulle vittorie parziali del Bene sul Male (le maiuscole sono sue): Per ogni Solstizio che passa, il massone procede lungo la via iniziatica e diventa sempre più buono, giusto e saggio, mentre la “Verità Assoluta” e il “Bene finale” restano per lui solo una meta ideale verso cui tendere (insomma una specie di paradiso finale).

L’allocuzione terminò con una singolare invocazione (Che il Grande Architetto dell’Universo ci assista), bizzarra espressione in bocca di chi intendeva il GADU in senso regolativo (si veda la sua Filosofia della Massoneria): sa tanto di implorazione religiosa in barba a tutte le sue filosofie.

Lascio da parte questo autore massonicamente irrilevante (ma fu il nostro Gran Maestro!), l’invocazione Che il GADU mi/ti/ci assista ricorre frequentemente negli interventi di massoni in loggia, quasi trasposizione illuminante di religione piuttosto che di religiosità. E comunque poco consono al lavoro muratorio.

(continua)

11 agosto 2015

Buio 1

La citazione di Emerson, riportata ieri, è stata posta da Isaac Asimov all'inizio del racconto breve Notturno, scritto nel 1951 e considerato uno dei più bei racconti di fantascienza.
La storia si svolge su un lontano pianeta illuminato da sei soli, che gode quindi di un eterno giorno e continuo clima mite. Gli abitanti di quel pianeta non hanno mai visto il cielo buio e hanno sviluppato congeniti e insopportabili timore, panico e fobia del buio stesso.
Una setta religiosa sostiene che, se dovesse arrivare il buio, la civiltà terminerebbe; ed effettivamente nella storia archeologica si trovano a intervalli di circa duemila anni tracce di incendi catastrofici che sicuramente hanno distrutto le civiltà del tempo.

Alcuni scienziati sono giunti alla conclusione, sulla base della legge di gravitazione universale, da poco scoperta, che ogni duemila anni, mentre cinque soli sono sotto l’orizzonte e non sono quindi visibili, una luna, non individuabile nella luce del continuo giorno, causa un’eclisse totale su tutto il pianeta dell’unico sole in cielo, permettendo l’apparizione delle stelle.

L’evento (il buio e le stelle) provoca il crollo della civiltà: una autodistruzione originata dalla follia dell’uomo di quel pianeta che, incapace di reggere la visione del notturno cielo stellato, impazzisce.
PS - Consiglio la lettura preventiva della novella di Asimov facilmente reperibile con una breve ricerca in rete.

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Pensieri iniziali

Rituale GOI
M. Ven. Fratello 1° Sorvegliante, che cosa chiedete per il Candidato?
1° Sorv. La Luce, Maestro Venerabile.
M. Ven. Che la Luce sia al terzo colpo del mio Maglietto (Colpi lenti ).


Rituale Emulation
M. Ven. Avendovi tenuto per parecchio tempo nell’oscurità, qual è, al momento, il desiderio predominante del vostro cuore?
Candidato (il 2° Diacono suggerisce) La Luce.
M. Ven. Fratello 2° Diacono, restituite al Candidato questa benedizione.


Rituale Duncan
M. Ven. Fratelli, allargate le mani e assistetemi a portare il nuovo fratello alla luce.
I fratelli circondano l'altare e fanno il segno “duegard” di Apprendista.
M. Ven. Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.
All'ultima parola “luce” il 1° Diacono fa cadere la benda dagli occhi del candidato e gli toglie il cappio dal collo....

Il buio.
Cosa è il buio?
L’intellettuale lo definisce come “assenza della luce”. Cioè non lo definisce affatto.
In genere infatti dire di qualcosa che è la mancanza di qualcos’altro non è una definizione. La definizione sana, onesta, vera, è quella che ti permette di capir subito di cosa si parla. Così se io definisco un triangolo come un poligono con tre lati, sapendo cosa è un poligono e cosa è un lato so subito cosa è un triangolo.
Ma... “buio”?
Beh, parlandone come assenza di luce, posso sapere cosa è il buio?
Certo - risponde qualcuno - Se è buio tu non puoi vedere.
Ma io non vedo anche se sono in una nebbia fittissima, eppure non è buio. Non vedo nemmeno se sono in quelle camere delle stazioni termali sature di vapore. Eppure non sono buie.
Ma se è buio – ribatte quel qualcuno – è tutto nero e non vedi nulla, mentre in mezzo alla nebbia vedi sempre qualcosa.
E se invece di nero è marrone molto scuro? O blu molto scuro? Anche in questo caso non vedi, ma è buio? E se sono abbagliato da una forte luce non vedo, ma è buio?
E... se fossi cieco? Non potrei vedere anche se non c'è il buio.
Capirete che su questa strada si potrà andare avanti per molto senza però raggiungere risultati apprezzabili.
Noi, quasi geneticamente, crediamo che la luce sia la condizione “normale” del nostro mondo e che l’anomalia sia il buio.
Ma non sappiamo comprendere né capire, né con la ragione né con l'intuizione: né con la Forza né con la Bellezza.
La Forza ci dice che la luce è una radiazione elettromagnetica con lunghezza d’onda compresa fra 350 e 750 nanometri (un nanometro è un milionesimo di millimetro, quello che fino a pochi anni fa veniva chiamato micron). Le radiazioni con lunghezza d’onda inferiore a 350 o superiori a 750 non sono luce. Sono allora buio?
La Bellezza ci dice che le radiazioni al di fuori dell’intervallo suddetto non sono buio, perché sono esattamente la stessa cosa delle radiazioni all’interno dell’intervallo e tra queste e quelle l’unica differenza è la lunghezza d’onda1.
Quindi è insoddisfacente parlare di luce e di buio: la fisica ci insegna che luce e buio sono la stessa cosa, con una sola piccola differenza nella lunghezza d’onda.
Deve intervenire la Sapienza per risolvere una dualità che pare pure artificiosa; la Sapienza, che per sua natura è salita e sale continuamente sulla scala curva.
La natura ha dotato gli animali, e quindi pure l’uomo, di un organo capace di cogliere proprio quelle particolari onde che noi chiamiamo luce, e di non cogliere le altre (il buio). E quindi sul pianeta terra luce è ciò che ci fa vedere e buio è ciò che non ci fa vedere, con confini tra il vedere e il non vedere estremamente individuali.
Ma se passiamo dalla fisica ad altro, il discorso è diverso, molto diverso. Infatti se fisicamente luce e buio sono la stessa cosa, simbolicamente la situazione è diversa. Molto più complessa.
La luce è collegata al vedere e il buio al non vedere.
Simbolicamente la contrapposizione resta: vedere e non vedere, luce e buio, luce e tenebre.
Simbolicamente l’uomo ha collegato il vedere fisico anche al vedere psicologico, animico, spirituale, e così via: vedere è conoscere, sapere; non vedere è non conoscere, non sapere. Il vedere spirituale viene fortemente legato al bene e il non vedere spirituale al male.
Ecco quindi che il contrasto luce e buio si trasforma nel contrasto gnoseologico conoscenza e ignoranza, e nel contrasto etico (drammatico) bene e male.
Ma se il contrasto fisico non esiste, allora che si può dire degli altri contrasti? Potremmo forse dire che conoscenza e ignoranza sono la stessa cosa? E che bene e male sono la stessa cosa?
La domanda è forte. Io credo che nel cammino si dovrà giungere ad una tappa (che probabilmente sarà un percorso piuttosto che un punto ben precisato e certamente non sarà nemmeno in questo piano) dove il caminante2 comprenderà la limitatezza dei contrasti e la necessità di superarli. Invece in questo piano, dove attualmente siamo, è molto pericoloso affermare tout court la necessità di superare il contrasto bene-male, perché temo inevitabilmente diventi una non-scelta che al contrario fa scegliere l’alternativa peggiore.


NOTE
 
1  Esistono animali che “vedono” al di fuori dell’intervallo indicato: per esempio le api vedono l’ultravioletto (lunghezza d’onda maggiore di 750) e altri l’infrarosso (lunghezza d’onda minore di 350). Del resto, anche noi percepiamo l’ “assenza di luce”: ci scaldiamo e cuociamo cibi all’infrarosso e ci bruciamo all’ultravioletto (le scottature per esposizioni eccessive al sole).
2 Uso il termine spagnolo caminante (invece di camminatore, viaggiatore, viandante) perché emotivamente mi colpisce molto più degli altri e mi ricorda quel profondo senso di libertà e di ricerca interiore che emerge dal Caminante no hai camino di Machado.
(continua)

26 settembre 2009

5.3 La controiniziazione

E’ un termine che personalmente uso molto poco; non appartiene quasi al mio lessico, non perché non sia corretto, ma per l’uso talmente frequente e in qualunque contesto – non sempre a proposito – da avere perso ormai per me molto della sua valenza semantica, per cui in un certo senso si trova a condividere lo stesso destino linguistico di altri vocaboli altrettanto genericizzati e impoveriti (iniziazione, esoterismo, realizzazione, autorealizzazione). Non ne contesto il significato, ma li uso raramente e cerco di esprimere altrimenti ciò che indicano.

Molti massoni sono orientati a identificare l’iniziazione con il bene e la controiniziazione con il male, ritrovandosi in uno schema che ripete, con nomi diversi, il modello cristiano di bene e male (con l’analogia Hiram = Gesù e controiniziazione = diavolo, irriverente per un cristiano e sterile per il lavoro muratorio).
«Bene e male sono i pregiudizi di Dio»,disse il serpente.
[Nietzsche, La gaia scienza, Milano, 1996, p. 159].
La citazione nietzschiana vuole essere un contributo ad una comprensione più completa delle modalità indicate convenzionalmente con bene e male.

Qualcuno sostiene che il pavimento del Tempio è sì a scacchi bianchi e neri, ma il numero dei quadrati bianchi supera quello dei neri, ad indicare che il bene avrà la prevalenza sul male.
E' quanto ascoltai in una tornata di loggia. Ma non mi adombro con il fratello che sostenne un’idea così bizzarra, bensì con il “maestro” che gliela insegnò.

Sono concezioni non appropriate al lavoro muratorio, anzi discostantesi sostanzialmente dalla metodologia muratoria stessa. Se uno dei simbolismi più incisivi del primo grado è il pavimento bianco e nero, sul quale l’apprendista cammina dopo essere passato nel gabinetto di riflessione e avere varcato le due colonne, allora l’insegnamento operativo non può che essere il superamento delle due contraddizioni: io cammino sul bianco e nero, non sul bianco oppure sul nero. Il camminatore ha superato la contraddizione bianco – nero, perché, essendo passato nel gabinetto di riflessione, vera e propria cesura con un metodo di lavoro profano, vuole superare le contraddizioni proprie del mondo del quotidiano e comprendere che quelli che appaiono come opposti sono in realtà complementari. Ponendosi in un’ottica totalmente diversa dalla mentalità quotidiana (simbolicamente individuata come profana) deve giungere a rifiutare ciò che per il mondo profano è valore, non per rigettare qualunque valore, ma per giungere a “valori” simbolicamente più significativi di quelli profani.

Il devoto religioso si propone la salvezza (non sarà mai sufficiente ribadire che il concetto di salvezza è estraneo al metodo muratorio) nel post-mortem cercando di modificare il proprio comportamento in base a parametri coerenti con il metodo religioso-devozionale: si propone quindi di essere più “buono”, di “fuggire il peccato”, di "compiere buone azioni", ecc.

Il concetto di peccato – che personalmente mi è estraneo – appare alla moltitudine come trasgressione della legge divina, concezione che si basa anche sui frammenti di reminiscenza della dottrina cattolica inculcata nella prima infanzia e ormai entrata pure nel lessico comune. Invece nell’ottica muratoria la concezione di peccato e trasgressione risulta essenzialmente non pertinente, per cui non è possibile sostenere che scavare oscure e profonde prigioni al vizio indichi eliminare il peccato e lavorare al bene e al progresso dell’umanità significhi far sì che tutti diventino migliori e più buoni (coprendo magari con un pietoso e penoso velo le carenze dei troppi massoni che individuano altrove l’obiettivo del lavoro).
[Progresso di cosa? E' un termine che io ormai non uso più perché mi pare generico e poco caratterizzante. Progresso spirituale? Progresso economico? O sociale? O tutto questo? O qualcosa d'altro? Cosa significa "progredire"? Sento molto spesso qualcuno affermare che da quando è diventato massone è progredito e migliorato. Ma che vuol dire? In che senso è migliorato? Ha aumentato la sua cultura? Sarebbe già molto. E’ diventato più buono? Per carità!].
Umberto Eco identifica la natura dell’Anticristo non nel nemico di Cristo che verrà o è già venuto a contrastarlo, ma in una caratterizzazione tale per cui il bene senza equilibrio può diventare male.
[In http://www.akkuaria.com si legge: Il vero volto di Gesù è quello di un personaggio puramente umano, dotato di eccezionali doti di intelligenza, di bontà, di conoscenza biblica, di eloquenza e soprattutto di una profonda convinzione (…) di essere stato scelto da Dio per realizzare il promesso e tanto atteso "regno di Dio" (…). Gesù non si è creduto affatto Dio ma semplicemente il “prescelto o unto" o "Cristo" di Dio: sono stati i suoi discepoli che lo hanno divinizzato identificandolo con la "sapienza" o col "logos" dopo strane suggestioni di apparizioni di cui nelle loro relazioni troviamo tracce di mitiche e contraddittorie testimonianze. La divinizzazione di Gesù, come "Verbo Incarnato" con la missione di salvare l'umanità, ha fatto demonizzare ogni avversario che si opponesse a tale benefico maestro. Se Gesù è Dio, chi gli si oppone è il Demonio o un emissario del Demonio. Secondo tale impostazione, già presente nella letteratura apostolica, l'Anticristo è identificato con l'attività di chiunque combatte il movimento cristiano secondo la voce udita da Saulo sulla via di Damasco ("Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?") (Atti 9 3), poi nell’apparato pubblico che promuove la persecuzione, come la società ebraica, poi l'impero Romano che continua la persecuzione, poi l'islamismo che intraprende una nuova furibonda lotta contro il Cristianesimo, poi le eresie che si discostano dall'ortodossia insegnata dall'Autorità della Chiesa, poi la Chiesa stessa quando traligna dallo spirito del Vangelo. E in tutte queste personificazioni collettive veniva riconosciuta l'azione dilatata dell'anticristo identificato in un personaggio che viene additato ora in uno ora in un altro individuo storico concreto che opera servendosi delle "collettivtà".]

Scrive dunque Eco:
In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da osar tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.
[Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, 1980, p. 494].

Infatti ampliando il punto di vista al religioso e considerando ad esempio le figure che in due religioni (cristianesimo e buddhismo) personificano l’altro, Satana-Diavolo cristiano e Mara buddhista, osservo che esse sono la personificazione della legge (figure-simbolo impersonali, quindi) che governa il mondo materiale, dell’impermanenza – per usare un termine buddhista. Mara e Satana sono nemici del bene nella misura in cui il bene è uscire dall’impermanenza (e quindi Mara-Satana è restarvi), anche se Satana (in ebraico l’avversario) è o era detto Lucifero, il portatore della luce.

Se vuoi uscire dalla materialità sei obbligato a scontrarti con forze contrastanti il tuo obiettivo (il simbolico guardiano della soglia) che scaturiscono dalla tua composizione materiale, psichica, vitale e animica. Tutto ciò in una parola è detto Mara. Infatti Mara, in ambito buddhista, e Satana, in ambito cristiano, sono personificazioni non del principio del male, ma della opposizione al lavoro su se stessi.

L’atmosfera cupa che circonda il diavolo cattolico, non deve trarre in inganno: come Mara, Satana non è tanto un alter ego di dio quanto la personificazione del mondo dell’impermanente. E’ – se si vuole - la personificazione dell’altro cammino o del non-cammino e – in quanto tale – raffigurazione di uno dei due aspetti del binario, e quindi in termini “profani” (appunto, profani) del male contrapposto al bene.

Bene e male sono invece due facce della stessa medaglia e il superamento del male risulta anche e contemporaneamente il superamento del bene.

Nell'ebraico-cristiana Genesi, dal terzo giorno della creazione Dio osserva che quanto fatto è buono e addirittura al compimento della creazione l'antico scrittore enfatizza: Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono (1 31) implicitamente riconoscendo anche l'"altro" aspetto, il non-buono, e sancendo che l'energia vitale si può esplicare soltanto nella diversità. Al di là del moralistico approccio al contrasto Caino e Abele, non possiamo dimenticare che noi apparteniamo alla stirpe di Caino, intesa non nel senso religioso di figli del male, ma nel vitalizzante significato di appartenenti alla stirpe dei trasformatori e dei costruttori di conto alla stirpe di Abele (da Habel o Hebel, etimologicamente , il respiro, il soffio vitale, il pensiero, ma anche la negazione, la deficienza, la vacuità).

Non è ancora il momento per il maestro massone di affrontare la religione, ma è l’occasione di capire, non solo intellettualmente, che il cammino deve portare al superamento di tutte le contraddizioni tipiche del mondo del manifestato e alla ricerca di una armonia sempre più profonda in primis con se stessi e quindi con la natura tutta, non solo la natura naturata ma anche la natura naturans.
[Il problema del rapporto tra libero muratore (non la massoneria) e religione (intendendo per tale una religione organizzata: cattolicesimo, luteranesimo, ebraismo, ecc.) viene nei primi gradi in un certo senso “accantonato” sotto il simbolo del Grande Architetto dell’Universo o equivalenti (Supremo Patriarca, Sommo Artefice, ecc.). E' mia opinione che uno dei punti più importanti per la stabilità dell'Istituzione sia il divieto di parlare di politica e religione. Divieto ricordato ad ogni tornata in primo grado e quindi posto alla base di qualunque lavoro muratorio. Politica e religione sono argomenti che dividono, specialmente se non affrontati con le debite prospettive. Mi riferisco non tanto alla politica, ma alla religione.
In una nazione – l’Inghilterra andersoniana del XVIII secolo - in cui lotte politiche si sono intrecciate e hanno avuto origine dalle differenti religioni (anglicani e papisti in primis) il divieto di parlare di politica e religione era la condizione indispensabile e necessaria semplicemente per lo stare assieme. Oggi è lo stesso, perché politica e religione, specie se impostate con i parametri della politica militante e della religione praticante, dividono.
Ecco dunque il simbolo del Grande Architetto, che non è, non può e non vuole essere una divinità teologicamente precisa (ammesso che sia possibile), ma un simbolo di qualcosa che va oltre l'uomo o della sua esigenza di andare oltre il quotidiano e il particolare.
Grande intuizione dei nostri padri fu proporre il simbolo di qualcosa oltre l'umano, denotato Grande Architetto o altro. E' un modo ben chiaro di indicare che la massoneria non è una religione, anche se il massone può avere una sua religione.]

Il camminatore però è ancora (non può essere altrimenti!) immerso nel mondo delle contraddizioni e delle antinomie. Volendole superare, non può abbracciare un aspetto contro l’altro: non può scegliere l’aspetto attivo invece del passivo, non può scegliere il maschile invece del femminile, non può scegliere il bianco invece del nero, e non può nemmeno scegliere il bene invece del male. Scegliere uno invece dell’altro significa limitare la propria evoluzione e deviare dal cammino; scegliere il bene invece del male significa modificare la sostanza del procedere e rettificare la metodologia di lavoro9. Bene e male, strettamente legati ai costumi e al momento storico, non possono risultare meta (il bene) del camminatore, che comunque nel procedere non può non tenerne conto, ma solo come parametri e strumenti del percorso, che invece volge verso il punto di equilibrio tra le due contraddizioni, in modo che una bilanci l’altra, e sceglierne una contro l’altra fa perdere di vista la ricerca del proprio equilibrio unica via per superare il binario.
[Bene e male sono concetti legati ai tempi storici, ai costumi e alle usanze. Secoli fa per esempio nei rapporti umani la donna era considerata inferiore all’uomo: addirittura padri della chiesa la ritenevano senza anima. Era quindi “male” considerarla uguale all’uomo quando non pochi santi e anacoreti, assolutizzando la propria ricerca di santità, la vedevano tentatrice e demoniaca: e “bene” era per loro considerarla così, visto che la si reputava discendente della prima donna, che condusse l’uomo a trasgredire agli ordini divini. Oggi tali considerazioni non solo sono fermamente rifiutate, ma ripugnano alla coscienza e “bene” è rifiutarle.]

In natura tutto è maschio o femmina. La devianza è errore perché impedisce la focalizzazione delle forze. In termini simbolici l'unione maschio-femmina è il due che dà origine al tre (numero paradigmatico composto che a sua volta può dare origine a un altro dualismo). La devianza verso uno dei due aspetti (maschio o femmina, attivo o passivo) impedisce l’unione e non fa raggiungere la sintesi superiore.
[Attenzione. Queste righe non significano condanna della omosessualità, come aspetto “deviato” dalla norma eterosessuale, fenomeno sul quale non mi sento in grado di avanzare nessun tipo di giudizio.
Per devianza sessuale io intendo il rifiuto dell’equilibrio, per cui considero deviato il fiero eterosessuale che imposta la sua vita quotidiana alla ricerca di incontri sessuali e non considero deviato l’omosessuale che sa attribuire al sesso la giusta importanza nei rapporti umani (sia pure con persone dello stesso sesso).
A coloro che obiettano essere l’omosessualità un rifiuto della distinzione tra l’attivo (maschile) e il passivo (femminile) obietto semplicemente – da ignorante – che forse anche tale distinzione proviene da chi ha implicitamente già espresso un giudizio sulla omosessualità. Domando e mi chiedo: Forse anche questo giudizio è da rivedere alla luce del cammino svolto?]

Noi siamo nel mondo del manifestato, del quaternario (per usare un termine tradizionale). Modalità del mondo è la manifestazione nelle due dimensioni (oppure nelle quattro: le tre spaziali e la quarta temporale) e quindi la contraddizione.

Tutto è contraddizione e di ogni aspetto possiamo individuare l’aspetto opposto. E’ immediato riconoscere a livello quotidiano le opposizioni più evidenti, dal maschile al femminile, dall’attivo al passivo, dal positivo al negativo, dall’apollineo al dionisiaco, dal razionale all’extra-razionale.

Meno immediate sono altre opposizioni e sono del parere che la metodologia muratoria di “lavorare per gradi” (quando nei gradi si lavori davvero!) sia non solo corretta, ma l’unica adeguata che permetta la maturazione del camminatore. Aumentando appunto i gradi, cioè lavorando su se stessi a diversi livelli, vengono individuate altre opposizioni da superare. Ne ho già indicato una nella contrapposizione bene e male, ma ve ne sono altre, se vogliamo ben più drammatiche, che si dovranno affrontare nel prosieguo del cammino. Tra queste cito solo la contrapposizione dio e diavolo, Cristo e Anticristo. Se la metodologia muratoria è corretta, il camminatore dovrà superare anche queste (attenzione: superare, non scegliere!), obiettivo indicato dalla posizione di squadra e compasso sovrapposte al Libro della Legge, che pertanto non appare né come verità rivelata né come indicatore devozionale.

Controiniziazione (o Anticristo per analoghe considerazioni in ambito religioso cristiano) per me significa utilizzare gli strumenti in modo improprio e incamminarsi sulla via sostitutiva, pericolo sempre presente in lavori che si svolgono con il sole allo zenith perché la direzione punto dei lavori / zenith e punto dei lavori / nadir è la stessa ancorché il verso sia opposto.

Attenzione. Non mi riferisco all’operaio che per propria imperfezione non è in grado di utilizzare al meglio gli strumenti, sbaglia e deve continuamente rivedere il proprio lavoro (noi siamo questo operaio!); mi riferisco invece a chi non ritiene di doversi impegnarsi in prima persona lungo il sentiero della ricerca e spinge, insegna, che il lavoro è cosa diversa (noi non dobbiamo essere questo falso maestro). Quando si parla di decadenza (per non dire altro) degli ordini iniziatici, si intende proprio che la controiniziazione ha avuto parte importante in organismi che avrebbero dovuto invece lavorare per altri fini.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.