Ulisse, elevato Maestro nella tornata precedente, è stato invitato a ritornare nel Gabinetto di Riflessione. Sta, appunto, riflettendo...
Ulisse nel Gabinetto di Riflessione
Terza parte
« Ulisse, non far finta di non capire! Il nuovo Maestro non distrugge gli istinti. E come potrebbe senza distruggere se stesso? Invece in un certo senso “ricolloca” i suoi istinti bassi. Infatti il Massone non cerca la santità (se così fosse dovrebbe trovare altre vie). Il Massone come erede degli antichi costruttori non rigetta la materia, ma la rimpasta e la rifinisce. Le fondazioni della costruzione, fabbricate con solida materia, vengono posate proprio là dove la materia-terreno è più solida e robusta. E ricordati, caro Ulisse, che la pietra del Libero Muratore non è liscia e polita: le pietre troppo lisce non potrebbero far presa le une con le altre. Le pietre debbono essere sì squadrate ma restare con la superficie scabra in modo che possano rinsaldarsi con le loro scabrosità ».
Ulisse non risponde e Ulisse-2 continua inarrestabile.
« Ricollocare gli istinti è operazione niente affatto facile. Pensa a quel cuoco che deve preparare un succulento ragù. Deve stare molto attento: se cuoce poco non avrà il ragù ma non lo avrà nemmeno se cuoce troppo o con fiamma troppo alta. Deve essere accorto e restare nel dovuto equilibrio. Così il non massone che diventa Apprendista è pieno di pregiudizi. E’ il Secondo Grado che lavora con la Bellezza sui pregiudizio, anche se non ha gli strumenti per risolverli tutti. Ve ne sono di profondamente radicati che restano; ma almeno è possibile renderli un po’ meno pregiudizi.
Togliere i pregiudizi significa diventare flessibili verso gli altri, accettare gli altri con i loro limiti e i loro pregiudizi. Attento però. Chi vive secondo il parere degli altri ha forse pochi pregiudizi, ma sono ben radicati.
In te c’è un grande nemico nascosto che dovresti scoprire e sconfiggere. In te c’è una forte dose di aggressività che mal si concilia con un percorso di ricerca interiore – eppure la devi se non conciliare almeno riconoscere ».
« Aggressivo? Io? »
« Certo. Aggressivo. Ulisse l’aggressività non è solo quella manifesta, evidente, fisica. L’aggressività si manifesta in molte forme, non tutte violente, ma alcune francamente subdole ».
« !?! ».
« Per capirlo, Ulisse, osservati alla guida dell’automobile. Quando accendi il motore ti viene quasi un delirio di onnipotenza. Sei aggressivo quando sorpassi. Ma spesso sei aggressivo anche quando reagisci agli altri ».
« Cioè? ».
« Un’auto ti sorpassa, magari troppo velocemente o là dove il sorpasso è vietato. Cosa fai? ».
« Niente ».
« Certo, niente. Ma cosa pensi? Che volendo, anche tu saresti stato capace di fare altrettanto; ma appunto non vuoi, perché così non ci si può comportare, che è bene e giusto rispettare le regole, e che quello finirà male,... eccetera... eccetera... E non è anche questa aggressività? ».
« Ma... ».
« Sì, è una forma di aggressività mascherata, e pure di orgoglio, come se tu ti dicessi: come sono bravo ad osservare le regole, io!... ».
« Adesso non esagerare! »
« Ti pare che stia esagerando? – sogghigna Ulisse-2 – Sai benissimo che non esagero. Guardati, esaminati e non giudicare ».
Dopo qualche attimo di pausa Ulisse-2 riprende.
« Ti ricordi quel vecchio Maestro? Si diventa Apprendisti, diceva, solo quando si è in grado di bussare alla porta della Camera di Compagno ».
« E diceva che si diventa Compagni proprio quando si bussa alla porta della Camera di Mezzo. Ma non rispondeva mai alla mia domanda: Quando si diventa Maestri? ».
« No, no, ha risposto anche a questa domanda, ricordi? ».
« Ricordo solo un vago accenno di sorriso, che pareva arrivar da lontano ».
« Quella era la risposta – spiega Ulisse-2 – Diventerai Maestro, se lo diventerai, all’incontro con la Nera Signora ».
Ulisse-2 continua.
« Il Maestro deve fare i conti con la morte. Gli si fissano nella mente due paletti fondamentali: La carne si stacca dalle ossa, E’ tutto putrefatto. Hiram è morto, morto e sepolto, morto e putrefatto: morto de-fi-ni-ti-va-men-te ».
« Cioè: fine della storia? ».
« Esatto »
« E il resto? ».
« Il resto è ciò che vien detto rinascita iniziatica. Ma è un di più ».
« Cioè? ».
« Tu sarai elevato Maestro solo al momento della tua morte: questa è la vera prova iniziatica. E mai come in questo caso sarà così. Ma non lo saprà nessuno, perché in fin dei conti importa solo a te stesso se allora sarai o non sarai Maestro ».
« Quindi quella bara che ho scavalcato è la mia? ».
« Sì, indica proprio la tua bara ».
« Ma se uno diventa Maestro solo alla propria morte allora tutti i Maestri con il grembiule rosso, verde, eccetera che sono? ».
« Sono Maestri solo per la Corporazione, Maestri, per così dire, burocratici. Se si diventa Maestri solo alla propria morte, nessuno vorrebbe diventare Maestro. Allora si tien presente un altro punto di vista.
Morte è una grande parola che dice tutto e non dice niente, se non una fine. Ed è parola tremenda che si contrappone all’istinto di conservazione dell’ego.
Il Rituale non parla di morte iniziatica. Questo termine, francamente ambiguo, è stato proposto, e ha avuto una enorme fortuna, per un solo motivo: noi non abbiamo più la saggezza degli antichi Romani che prescrivevano il generale trionfatore fosse accompagnato sul cocchio, nella cerimonia del trionfo, da uno schiavo che gli sorreggeva la corona d’alloro e continuamente gli sussurrava all’orecchio: Ricordati che devi morire. Noi non abbiamo più con la morte un rapporto ineluttabile ma sereno. Il nostro rapporto con la Nera Signora è tremendo, angosciante, pauroso. Ci siamo identificati con il corpo fisico e non accettiamo una realtà nella quale il corpo fisico non c’è più e dalla quale siamo obbligati ad andare “altrove”. Non lo accettiamo, non lo vogliamo, lo rifiutiamo, lo neghiamo. E non ne parliamo, mai. Proprio come fosse qualcosa che non esiste.
E allora ci aggrappiamo alla morte come un passaggio, un andare oltre una porta chiusa. Non è la vera morte, ma è certo un modo più accettabile, anche se solo parziale e non completo.
Scavalcare la bara significa fondamentalmente accettare il proprio passaggio oltre questo piano fisico. E questo è l’unico e vero significato: la bara è la “tua” bara, quella che racchiude il “tuo” corpo. La vera maestrìa si vedrà solo in quel momento.
Ma in subordine possono esserci significati per così dire “palliativi” di passaggio ad uno stato più sereno, meno complicato, di vittoria su qualche nostra facoltà.
Può essere (anzi sicuramente è) una piccola vittoria su ciò che ci allontana dal nostro equilibrio.
La maestrìa può essere all’inizio semplicemente questo: conoscersi un po’ di più e armonizzarsi un po’ di più con se stessi. All’atto pratico quello che noi chiamiamo Maestrìa non è altro che un periodo di preparazione alla vera Maestrìa ».
« Preparazione?... ».
« Sì, preparazione. C’è differenza, troppa differenza!, tra ciò che uno dice di voler fare e ciò che poi effettivamente fa. Devi lavorarci sopra…
(continua)
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