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04 agosto 2026

Pensieri

 Lavoro di Loggia

Rito è ciò che è correttamente eseguito.

Nella Camera di Apprendista in che cosa consiste l’ordine che deve regnare?

Il nostro rituale è scorretto là dove ha invertito i pilastri della Forza (che deve competere al Primo Sorvegliante) e della Bellezza (che deve competere al Secondo Sorvegliante).

Il Maestro delle Cerimonie in realtà dovrebbe essere il Maestro del Rito. Infatti non ci sono cerimonie, ma solo riti: riti esoterici e riti essoterici.

E’ davvero il Primo Sorvegliante a dover chiudere la Loggia? In altre ritualità la Loggia è chiusa dal Maestro Venerabile, che esce per ultimo, mentre il Primo Sorvegliante esce per primo.

02 luglio 2026

La Madre

 La Loggia lavora sulla tavola "La Madre". I Fratelli lavorano riflettendo...

Il lavoro dei Fratelli

Lavorando sull’aspetto Madre si lavora sulla facoltà creatrice che è presente anche nell’uomo. L’evento creativo non termina alla nascita ma si realizza seguendo la nuova vita. La creazione è atto d’Amore, che culmina nell’illuminazione, l’attimo del fascino.

Nella storia dell’umanità l’archetipo femminile indica l’Opera nelle sue fasi.

Vivere nell’amore significa vivere in simbiosi, senza che – come Filemone e Bauci - nessuno dei due comandi o ubbidisca. La coppia nasce nella trasposizione del femminino nell’altro.

Il metodo muratorio è “penetrativo”, quindi “maschile”; attraverso simboli “femminili” permette il completamento del massone.

Il “femminile” presiede e il “maschile” ricerca.

Achille è l’uomo invincibile, che cerca l’immortalità nella vittoria e teme la morte non del corpo ma dello spirito. Ettore è contemporaneamente guerriero, marito, padre. Non teme la morte perché sa che è inevitabile. Vuole non tanto non morire quanto essere di esempio e proteggere. Ettore rappresenta il lavoro del libero muratore che non deve cercare come modello Achille.

L’Amore è forza attrattiva molto potente; se deviata e non controllata è in grado di compiere le peggiori atrocità. Deve essere affiancato e “guidato” da Sapienza, Bellezza e Forza.

L’uomo è rappresentato dal Pentalfa, che ne contiene all’interno un altro rovesciato (che a sua volta ne contiene un altro ancora rovesciato, e così via). Così l’uomo (Pentalfa “dritto”) ha in sé il femminile e la donna (Pentalfa “rovesciato”) il maschile.

L’Apprendista diventando Compagno deve prendere coscienza della propria componente femminile e riappropriarsene: solo così potrà consapevolmente rialzarsi Maestro.

Un cammino iniziatico non deve essere maschile, femminile o misto, quanto solitario. In noi c’è il nero e il bianco, il secco e l’umido; successivamente c’è l’incontro con e tra simili.

Alchemicamente si deve procedere dal nero, che risulta il punto di partenza di innumerevoli percorsi, fin dall’antico Egitto, che ricorrentemente diventava appunto nero per le alluvioni.

L’Amore è il collante universale: la Luce genera l’Amore e l’Amore genera la Luce. Non odiare chi ti ha fatto un torto perché i tuoi pensieri ritornano indietro: se odi ti ritornerà odio, se ami ti ritornerà amore.

12 giugno 2026

Ancora nel Gabinetto di Riflessione 4

 Si conclude l'esperienza di Ulisse nel Gabinetto di Riflessione. E' inutile starvi prima del Passaggio a Compagno?

Esaù e Giacobbe

« Potresti anche aver ragione sugli altri – ribatte Ulisse-2 – ma lasciali perdere. Concentrati e cerca che Forza e Bellezza acquistino un senso per te.

Bellezza non significa chiamare in ballo l’estetica. Qui l’estetica non c’entra nulla. Bellezza è una specie di canone costruttivo, che in un certo senso riesce a incanalare la forza bruta mantenendola sempre forte ma plasmandola e controllandola. C’è differenza tra la Forza di un minus habens e la forza del Libero Muratore: il primo si preoccupa solo di forza, resistenza e solidità, il secondo ha un orizzonte più ampio, perché sa vedere oltre e comprende che vi sono altri aspetti oltre la forza bruta ».

Ulisse-2 continua.

« Pensa, Ulisse, al significato del mito di Esaù e Giacobbe. Sono gemelli, ma sono completamente diversi. Uno è il tipico selvaggio, tutto muscoli, che dirige il suo pensiero solo dove sono i suoi interessi immediati. Ha insomma un pensiero limitato ad un solo settore per volta. L’altro, Giacobbe, sa andare oltre, con il pensiero e con le azioni. In più ha l’appoggio della madre Rebecca, cioè della Bellezza.

Certo, non tutti possono comprendere.

Certo, la Massoneria si rivolge ad una élite, è vero, ma non nel senso sociale, anche se molti massoni così l’hanno trasformata (e questo è uno dei segni della sua degenerazione!). La Massoneria si rivolge a chi cerca, a chi vuole cercare, a chi non può fare altro che cercare e cercarsi ».

Profano

Ulisse-2 è ora incontenibile.

« Tu sai, Ulisse, che io non uso il termine “profano”, che non mi piace. Viene utilizzato generalmente come sinonimo di non massone, per distinguere chi sta fuori della Loggia da chi sta dentro, come etichetta che classifica qualcosa che non è classificabile così superficialmente. In realtà il profano esiste e il suo senso non coincide necessariamente con non massone. Profano è chi resta alla superficie e non approfondisce, come la schiuma resta sulla superficie dell’acqua. Profano è il superficiale. E in questo senso esistono purtroppo tanti massoni che sono profani, “galleggiano” sulla Massoneria come la schiuma sul mare. Insomma, restano sulla superficie di se stessi!

Tanti sono i problemi che un uomo non può affrontare da solo e deve essere insieme ad altri. Se il lavoro muratorio si svolge come dovrebbe diventa indagine interiore ed ognuno contribuisce non con cose lette e rimasticate ma con esperienze personali; allora l’aiuto che tutti danno a tutti diventa effettivo, quasi terapeutico.

Molti purtroppo intendono il silenzio come attributo dell’Apprendista e, una volta passati di grado, si comportano come se il Compagno o il Maestro avessero quasi l’obbligo di parlare ».

Silenzio

« Sì, ricordo cosa mi ha detto il Vecchio Copritore – qui Ulisse pare all’altezza della situazione – Quando avrai guadagnato il diritto di parola in Loggia, ricordati sempre di aspettare che parlino prima gli altri: magari qualcuno dirà ciò che vuoi dire e lo dirà meglio! ».

« Appunto! – continua Ulisse-2 –  Il silenzio è un atteggiamento molto particolare e allo stesso tempo molto ampio. Si può stare in silenzio perché felici. Si può stare in silenzio al contrario perché infelici. Si può stare in silenzio perché appagati. Si può stare in silenzio perché angosciati. Si può stare in silenzio perché concentrati su altro. Si può stare in silenzio perché stanchi. Si può stare in silenzio perché indifferenti. Si può stare in silenzio perché annoiati.

Consapevolezza

E tu, Ulisse, perché stai in silenzio? E non dire che taci perché così deve essere: non è una risposta, è solo un ripetere ciò che altri ti hanno detto. Ma se vuoi essere Massone, non devi limitarti a ripetere ciò che ti dicono gli altri. Il tuo silenzio deve essere concentrazione massima sul tuo dentro e non giochino con cose grandi ».

« Ne sono consapevole ».

« Ulisse, non parlar di consapevolezza senza sapere cosa sia. Sì, certo che capisci, ma non la pratichi, non la senti. La consapevolezza va avvertita, “sentita”, sempre, di giorno e di notte. Non son queste, cose da comprendere con la ragione, ma da sentire nel flusso dell’energia vitale.

L’uomo è come un corpo quasi del tutto sepolto, una specie di iceberg terrestre. E’ visibile solo una piccola parte che esce dal terreno, tutto il resto è sepolto, ben nascosto. Andarci dentro è scavare nelle proprie viscere, senza sapere cosa si troverà, tesori nascosti o mostri terribili. Ma è un lavoro da fare altrimenti non potrai conoscerti.

Apprendista e Compagno nella cripta. L'immaginazione

E’ una discesa nella propria cripta, là dove è nascosto il segreto più prezioso del Libero Muratore. Il Secondo Grado vuole insegnarti ad allentare la rigidità del ragionamento.

Da Apprendista hai lavorato privilegiando l’intelligenza costruttiva. Ora come Compagno devi “modellare” il tuo lavoro. Ci devi mettere del sentimento, delle emozioni. Ci devi mettere del “tuo” ».

Ulisse-2 continua.

« Insomma devi imparare ad avere immaginazione. Ma, attento! L’immaginazione è una signora molto potente, forse addirittura più forte della Forza (se mi passi il  bisticcio di parole!). E’ una signora bianca che può diventar nera o di tutti i colori, se si mette a fantasticare senza fondamento (appunto, senza la Forza!); e allora ti trasporta lontano, troppo lontano, verso le più strampalate manie a volte pericolose, spesso sterili e fuorvianti. Sarebbe un inutile spreco di energia ».

Ulisse ribatte stancamente: « Ma mi hanno sempre detto di stare con i piedi per terra! »

Ulisse-2 ha la risposta pronta.

« Certo, ma stare con i piedi per terra non significa privarsi dell’immaginazione.

Significa invece evitare l’immaginazione sfrenata, frivola e vana, l’immaginazione del superficiale,  che si accontenta di rimanere appunto alla superficie delle cose ».

« Faccio fatica a distinguere tra immaginazione valida e immaginazione sfrenata ».

« La differenza non dipende dall’immaginazione, ma da chi immagina. Un sogno, per esempio, non è immaginazione vacua e sterile: dal profondo emergono simbologie personali che ti aiutano a conoscerti. L’immaginazione sfrenata è quella di chi crede di essere l’uomo volante e si butta giù da una finestra. Oppure di chi va alla ricerca di cose strampalate. L’Immaginazione valida invece va abbinata alla Forza.

La Forza è diretta. Ha una direzione e quella segue. Va dritto, non sa deviare. L’hai già incontrata la prima volta in cui hai bussato alla porta della Loggia ».

Ulisse è pronto a ribattere: « Non ricordo questa brutalità della Forza ».

Maglietto e scalpello

« Non puoi ricordarlo – spiega Ulisse-2 – perché il nostro Rituale qui è molto succinto. Altri Rituali invece sono più chiari. Nel Rituale Emulation dopo il giuramento il Maestro Venerabile spiega al neofita: I pericoli ai quali siete sfuggito sono quelli di essere trafitto e strangolato, perché, quando siete entrato nella Loggia, questa spada venne puntata contro la parte sinistra del vostro petto nudo, per cui, se vi foste temerariamente gettato in avanti, sareste stato complice della vostra morte facendovi trafiggere, perché il Fratello che la brandiva sarebbe rimasto immobile, facendo il suo dovere. Qual è il senso della spiegazione se non quello di indicare che la Forza indirizzata verso una certa direzione, si muove solo verso quella direttrice? ».

« Te l’hanno pur detto – continua Ulisse-2 – che se colpisci una pietra con il solo mazzuolo puoi solo spaccarla, se il colpo è abbastanza potente; altrimenti la scalfisci. Se devi lavorar di fino hai bisogno dello scalpello, che “controlla” la direzione della Forza, permettendo non di scheggiare la pietra, ma di scolpirla, il che non è lo stesso.

Ecco perché la Forza deve essere sempre accompagnata dalla Bellezza ».

Ulisse ribatte che ne è consapevole, ma Ulisse-2 continua.

« Ascolta, è una questione importante. Forza e Bellezza debbono collaborare, altrimenti l’azione è bloccata. Tra poco, appena sarai entrato in Loggia come un Apprendista postulante il Secondo Grado, dovrai compiere alcuni viaggi. Prima di partire il Maestro Venerabile ti spronerà a conseguire una conoscenza più sottile: “alla Forza dell’Intelletto – ti dirà – dovrete aggiungere la Bellezza dell’Immaginazione”. Non ti dirà invece una cosa che dovrebbe essere scontata, ma non sempre lo è: che Forza e Bellezza debbono cooperare, altrimenti la loro unione diventa inutile e sterile ».

« Ovvio » osserva Ulisse.

Ma Ulisse-2 lo mette in guardia.

« Attento Ulisse. Non essere troppo facilone e perentorio. Dire che Forza e Bellezza devono cooperare è detto bene ed è “bello” dirlo. Ma la cooperazione non è facile. L’Intelletto cerca di comprendere concetti e pensieri ed elaborarli, l’Immaginazione elabora liberamente certi pensieri ed esperienze e lo fa al di fuori di esperienze pratiche. Se l’Immaginazione ti proponesse l’Ouroboro, il serpente che si mangia la coda, come simbolo sul quale riflettere, e contemporaneamente l’Intelletto ti suggerisse che è una raffigurazione impossibile perché non esiste nessun serpente tanto stupido da mordersi la coda, allora la validità del simbolo sarebbe compromessa e il simbolo rimarrebbe muto ».

« Ulisse – continua Ulisse-2 – questa è una situazione limite, ma è molto frequente la possibilità che l’Intelletto o la ragione intacchino la validità di un simbolo semplicemente suggerendo che sia  inutile riflettere sopra qualcosa di troppo vago o di logicamente impossibile ».

Ulisse riflette a voce alta. « Deve esserci da qualche parte un punto cui riferirsi. Come potrei salire su una scala senza un punto di riferimento? ».

« Fulcro – riprende il suo inseparabile compagno – si chiama fulcro, non ricordi? Ma stai attento, Ulisse, tu non sei la leva di Archimede, che ha bisogno di un punto di appoggio altrimenti non può funzionare. Devi semplicemente concentrarti sul tuo centro di gravità, che non è il punto dove si applica il peso che ti vuol portare verso il basso. E’ una specie di punto di configurazione o di identità che tiene unite tutte le parti che messe assieme formano l’uomo Ulisse ».

« Quindi anche te! - ribatte piccato Ulisse.

« Certamente! - risponde un po’ pomposamente Ulisse-2 – io, te, tutti noi (anche gli altri Ulisse che tu ancora non conosci) partiamo proprio da lì ».

La porta si apre silenziosamente. È il Vecchio Copritore: « Ulisse, andiamo. E’ ora ».

Ulisse esce. Ulisse-2 fa in tempo ad esortarlo velocemente: « Non pensare al futuro basandoti su ciò che sei ora. Magari non te ne sei accorto, ma sei già un po’ diverso e i tuoi pensieri rischiano di diventare elucubrazioni sterili ».

« Bisognerebbe sostare nel Gabinetto di Riflessione prima di ogni Tornata » gli risponde silenziosamente Ulisse.

Il Vecchio Copritore, ora Esperto, gli consegna un Regolo di 24 pollici:

« Ulisse, cominciamo. Appoggia il Regolo sulla spalla sinistra. Hai già il tuo grembiule da Apprendista. Ricordati che il Rito che stai per affrontare simbolicamente si indica come passaggio dalla Perpendicolare alla Livella. Vai alla porta e bussa ».

Ulisse va, e bussa tre volte alla porta chiusa:  ●  ●  ●

(fine)

Ancora nel Gabinetto di Riflessione 3

 Segue dal post precedente.


« Ulisse, tu sei come sei, non come credi di essere. Quando compi una “buona azione” sei sicuro di non avere altri fini? Per esempio soddisfare la tua vanità e il tuo orgoglio col dirti di aver compiuto un’azione positiva? Pensa e rifletti. Apriti! ».

« A che cosa? ».

« Ma a te stesso, diamine! ».

Ulisse-2 continua: « Il Vecchio Copritore ti ha parlato di una scala curva sulla quale il Compagno deve salire per andare a riscuotere il salario. E allora, Ulisse, salici su questa scala! Non cogli niente? Scendi e risali. E questa volta? Ancora niente? Bene, ridiscendi e risali ancora, ogni volta più concentrato. Provando e riprovando...

Provando e riprovando

Ricordi Ulisse i tempi del liceo? Allora spesso ti parevano studi noiosi, ma oggi?...

Quel sol che pria d’amor mi scaldò il petto

Di bella verità m’avea scoverto

Provando e riprovando, il dolce aspetto ».

« Sì, ricordo. E quei versi oggi mi paiono più significativi di allora » risponde Ulisse.

« Ulisse, concentrati sul provando e riprovando. Lì sta il segreto, non tanto della Massoneria, quanto dell’uomo (ma è la stessa cosa!). Altro che massoni padroni occulti dell’universo, adoratori della grande bestia o roba del genere!

In cima alla scala finalmente avrai gli strumenti per “ritrovarti”. Ritrovarsi è un riconoscersi.

I mostri che abbiamo dentro e il fuoco

Hai già avvertito in te l’esistenza di quelli che chiamiamo “mostri che abbiamo dentro”.

Hai già compreso che non è possibile domarli tutti e neppure completamente. Ora cambia punto di vista. Non pensarli come condanna e dannazione, ma considerali come ricchezza, abbondanza di energia, utile, ma da tenere sotto controllo. E soprattutto convinciti che non abbiamo dentro solo mostri.

Pensa di essere come una grossa automobile con un grande serbatoio di carburante. Ma il carburante va centellinato, come un buon bicchiere di vino. Sorseggiarne un poco è piacevole; berne di più può far male. Berne smodatamente è disastroso.

Così un grande falò può essere bello ma è pericolosa fonte di incendi. Un fuoco più piccolo riscalda ed è piacevole. Un fuoco ancora più piccolo cuoce il cibo e permette di sopravvivere.

Il fuoco va tenuto sotto controllo.

La Bellezza adorna e contemporaneamente pone dei paletti per incanalare la Forza ed evitare le esplosioni incontrollate. Solo con certi ornamenti e soddisfacendo certi canoni la colonna diventa robusta e bella ».

Ulisse ricorda le lezioni del suo vecchio insegnante di matematica sulla sezione aurea, definita da quella strana proporzione che lo ha sempre lasciato indifferente: la sezione aurea di un segmento è il medio proporzionale tra tutto il segmento e la parte rimanente. Definizione semplice e chiara, ma della quale non coglieva il senso.

Alla fin fine quale è mai stata l’importanza della parte aurea? Gli rispondevano che “è bella”. Ma che vuol dire che una proporzione è bella? E che? Ci sono anche le proporzioni brutte?

« Vuoi vedere – si sta dicendo Ulisse – che è proprio questo il senso della Bellezza? Se un disegno, una statua, un edificio tiene conto di proporzioni auree allora è bello altrimenti non lo è o lo è solo poco o non abbastanza.

Ma l’uomo è legato alle sue radici animali e materiali e non può reciderle: andrebbe contro natura e taglierebbe la fonte di buona parte di sé. La natura umana è anche un campo di battaglia tra l’io e l’istinto ».

« La battaglia – interviene ancora una volta Ulisse-2 – o la vinci o la perdi. Se non ti senti in grado di affrontarla puoi tenere sotto controllo le forze dell’istinto con piccole valvole di sfogo (le manie quotidiane, a volte innocue, a volte irritanti, a volte pesanti per chi ti sta vicino). Non sarà “bello”, ma puoi andare avanti, imparando ad incanalare quegli sfoghi proprio come l’uomo ha imparato ad imbrigliare l’acqua e ad usarne l’energia ».

« Ma ti puoi bloccare! » ribatte Ulisse.

« Cioè? » lo contraddice il suo numero 2.

Ulisse risponde con sicurezza: « Rimani terra terra, procedi lentamente, hai poche possibilità di “vedere” ».

Ulisse-2 è perentorio: « Il Massone non cerca visioni, neanche quelle interiori ».

« E perché no? » – chiede Ulisse.

« Semplicemente perché non è quello il metodo. Bada, Ulisse, non dico che sia un metodo sbagliato, semplicemente non è il metodo della Libera Muratoria » risponde Ulisse-2.

E continua. « Ti ricordi quel tuo collega che, andando tanti anni fa in camper a Medjugorice, ti raccontò di aver visto lungo la strada la Madonna spronarlo e incitarlo? Alla domanda diretta che ti fece (Ma tu ci credi che io l’abbia veramente vista?) rispondesti con sincerità affermativamente, lasciandolo forse un po’ stupito. Per lui quella fu una vera e propria esperienza spirituale, tanto che te la raccontò come punto di svolta della sua vita. Fu per lui una esperienza positiva, certamente. Ma non fu una esperienza muratoria. E non solo perché lui non era massone.

Forza e Bellezza

Il lavoro muratorio non cerca le visioni, che erompono dalle fessure della nostra crosta terrestre come le colonne d’acqua di un geyser; belle sì, ma di una bellezza fine a se stessa. Il lavoro muratorio è molto più calmo, è una costruzione lenta ma costante: non è estraniarsi dal mondo, ma costruire nel mondo. E’ equilibrio tra Forza e Bellezza ».

« Ancora? - ribatté quasi stanco Ulisse – Tutti si riempiono la bocca con queste parole, ma ho l’impressione che non abbiano capito affatto che vuol dire. Io almeno ho capito poco ».


(continua)


10 giugno 2026

Ancora nel Gabinetto di Riflessione 1

Tempo fa supposi che Ulisse-Odisseo fosse iniziato alla Massoneria e ne immaginai il suo viaggio nei post Arrivo e partenza (qui il primo dei sette capitoli). Dopo il debito apprendistato Ulisse viene passato al grado di Compagno.

Oggi lo accompagniamo nel suo nuovo viaggio.

***   ***


Il nostro amico Ulisse è stato proposto dalle Dignità di Loggia per il passaggio al Secondo Grado. La Loggia ha approvato.

La sera stabilita giunge in Loggia un po’ eccitato, anche se cerca di non farlo vedere. E chi incontra subito? Proprio il Fratello che inconsciamente cercava, il Vecchio Copritore, che era lì apparentemente per caso ma in realtà aspettandolo. Sentiva un qualcosa che lo spingeva a stargli vicino in quell’occasione e avvertiva in qualche strano modo che il sentimento era reciproco. Infatti  quel vecchio Fratello, che di norma ricopriva l’incarico di Copritore, aveva chiesto per quella occasione di svolgere il ruolo di Esperto, facendosi forte del fatto che era stato proprio lui ad avere accolto mascherato il profano Ulisse e ad averlo accompagnarlo nei suoi primi passi muratorii.

Il Fratello che accompagna il bussante assume per il Candidato un ruolo molto importante – aveva sostenuto il Vecchio Copritore con il Maestro Venerabile – ed è ovvio che sia sempre lui ad accompagnarlo anche nelle successive tappe. Il Vecchio Copritore stava proprio aspettando Ulisse, perché, conoscendolo, voleva preparargli un rito che gli facesse intuire il senso del passaggio da Apprendista a Compagno.

Compagno di Mestiere o d'Arte

« Compagno d’Arte?... Che brutta traduzione di Fellow Craft. – pensò il Vecchio Copritore – Per specificare l’attività di uno che lavora con le mani si è preso un termine quasi lezioso. Molto più sensato parlar di un lavorante del Craft, della Corporazione, del Mestiere. Ecco, Compagno di Mestiere andrebbe meglio, uno che si “sporca” le mani nel lavoro, ma che allo stesso tempo deve usare la testa per costruire ».

Dunque, arriva Ulisse e subito trova il Vecchio Copritore in attesa. Lo sta aspettando, il Vecchio Copritore, perché lo vuole instradare su un passaggio intimo, suo, tutto suo, senza dover ascoltare le chiacchiere degli intervenuti che usano la Sala dei Passi Perduti non per la necessaria preparazione ma semplicemente come un luogo di ameni conversari.

Il Vecchio Copritore prende Ulisse e lo accompagna là dove Ulisse non avrebbe mai immaginato. Sì, il Vecchio Copritore porta Ulisse nel Gabinetto di Riflessione.

Entrano tutti e due e il Vecchio Copritore fa sedere Ulisse. Lui rimane in piedi, ma si premura di chiudere la porta.

Di nuovo nel Gabinetto di Riflessione

Ulisse rimane stupito, in due nel Gabinetto di Riflessione. Gli pare strano; certo è anomalo.

« Ti ricordi Ulisse, quando ti portai qui la sera della tua iniziazione? »

fa il Vecchio Copritore.

« Certo » risponde Ulisse.

« Ho chiesto al Maestro Venerabile di essere io ad accompagnarti nel rito che dovrai affrontare: sarò quindi il tuo Fratello Esperto. Il motivo è molto semplice: questa sarà una esperienza unica. Tu passi Compagno di Mestiere e non rivivrai mai più nella tua vita massonica questo momento. Desidero tu possa viverlo al meglio ».

Bellezza e Forza

Il Vecchio Copritore continua.

« Ora qualche spiegazione preventiva. Tu sei Apprendista Libero Muratore. Vuol dire che nel tuo lavoro hai cercato di comprendere gli interventi della Forza e rendertene consapevole. Questo però non vuol dire che hai lavorato solo con la Forza.
Ricordi la favola sul cambiamento dell’entropia che ti ho raccontato l’anno scorso? Tu hai una solida preparazione scientifica, quindi se vogliamo parlar di entropia tu, Apprendista, sei il mio Maestro, ché io di entropia so poco o nulla. Vedi dunque che contemporaneamente sei Apprendista per certi versi, e Maestro per altri ancora? E quindi sei anche Compagno per altri aspetti.
La contemporanea presenza in te di qualcosa dell’Apprendista, del Compagno e del Maestro ti deve far comprendere la limitatezza di quelli che sostengono la scansione temporale dei tre gradi: prima Apprendista, poi da un certo momento Compagno (e non più Apprendista) e finalmente, da una certa ora x in poi, Maestro.
Ulisse, non è così.
Essere Apprendista deve farti diventare consapevole della Forza. Essere Maestro significa renderti conto che tu sai alcune cose e non ne sai tante altre. Devi quindi essere conscio dei tuoi limiti (quelli che conosci e quelli che ignori) ed essere umile (umile, da humus = terra) nel trasmettere agli altri.
L’Apprendista deve imparare i propri limiti e il Maestro deve essere consapevole dei propri limiti.
Stai per diventare Compagno. Ovviamente anche il Compagno ha dei limiti. E lo vedrai.
Mi preme invece proporti alcuni stimoli che ti possano far comprendere il senso del Grado che stai per ricevere. Per prima cosa, fondamentale, il Compagno deve imparare la Bellezza, che tu finora hai “utilizzato” inconsapevolmente ».

Il Compagno segreto

Il Vecchio Copritore continua.

« Dovrai imparare non solo l’uso della Forza, ma anche l’uso “indiretto” della Forza, cioè l’intervento della Bellezza, che in un certo modo “tempera” la Forza e la “addolcisce”, adornandola di quegli ornamenti non inutili e leziosi, tali da toglierle la caratteristica di forza bruta.
Insomma la Bellezza deve allentare le maglie della Forza senza distruggere la rete formata da quelle maglie: senza la rete il manufatto si sgretola.
Devi evitare l’insofferenza per ogni limite: se togli tutti i limiti non c’è più l’uomo.
Fosti accolto nella Loggia di Apprendista sulla punta di una spada. Ti insegnava, quella punta, il colpo dritto, il giungere immediatamente al cuore del problema, con volontà, razionalità e immaginazione (in questo senso ancella della ragione). Volontà di dominare il problema, volontà di risolvere, volontà di emergere, insomma volontà di potere. E non è in sé atteggiamento negativo.
Diventa però negativo se ti fermi qui, se cioè il potere diventa dominazione e predominio, egemonia sugli altri. Devi procedere oltre.
Ricorda Ulisse che come Compagno hai diritto di ricevere il salario. Le antiche leggende della nostra Corporazione indicano che il Compagno riscuote il salario nella Camera di Mezzo. Si va nella Camera di Mezzo salendo una scala dal Portico del Tempio. E’ una scala curva così che mentre sali cambi continuamente punto di vista. Basta, non aggiungo altro, ma concentrati su questo simbolo: è forse il più significativo del Secondo Grado.
Ricordati che da qualche parte esiste un tuo Fratello, legato a te da vincoli più forti dei legami di sangue. E’ il tuo uguale e contrario. Sali e risali sulla Scala Curva e cerca di capire ».

Ulisse sobbalza a queste parole. Che il Vecchio Copritore si riferisca a...? No, impossibile. Non ne aveva mai parlato con nessuno. Ulisse temeva infatti che solo ipotizzare la presenza invadente e invasiva di quel qualcuno dentro di lui, che aveva chiamato Ulisse-2, la sua petulanza nel fargli osservazioni sgradevoli quanto inopportune, avrebbe instillato nelle menti degli interlocutori il sospetto di una specie di “anormalità” psichica da curare al più presto. Infatti – concludeva sconsolato – è accettabile che ad “udire” le “voci” sia una Giovanna d’Arco e magari è pure ammirevole; ma se le voci le ode un Ulisse qualunque, ahimè viene considerato un caso patologico da curare.

Che il Vecchio Copritore sospetti qualcosa? Che ne abbia parlato con qualcuno? Oppure che qualche Fratello di Loggia, più perspicace, abbia detto qualcosa al Vecchio Copritore sapendolo capace di parlare con Ulisse? E perché qualcuno dovrebbe “impicciarsi degli affari suoi”?

Il Vecchio Copritore conclude:

« Ora Ulisse ti lascio. Resta qui, concentrati, rifletti ».

Quindi esce, lasciandolo ancora una volta chiuso in quell’angusto stanzino.

(continua)

09 giugno 2026

Giove

Anni fa il nostro Maestro Venerabile chiese alla Loggia di lavorare sui pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Luna, eccetera). Per me fu scelto Giove. Io proposi questo dialogo, che mi fu suggerito da una vecchia novella di Isaac Asimov, manipolandola in libertà.

DIALOGO TRA ULISSE E IL VECCHIO COPRITORE DI LOGGIA



NOTA. Ulisse è stato accettato nella Loggia Agli Antichi Viaggiatori n. 000 all'Oriente dell'Umanità. Lì è stato Creato Apprendista, poi è stato passato Compagno di Mestiere ed infine è stato elevato Maestro Libero Muratore.
Per sua natura Ulisse-Odisseo periodicamente chiede di essere dispensato temporaneamente dai lavori di Loggia per la sua necessità di viaggiare.
Da un viaggio è appena ritornato ed incontra un Fratello che fu il Fratello Terribile alla sua iniziazione, chiamato da tutti Vecchio Copritore.


VC. Bentornato, Ulisse. E’ stato un viaggio lungo?

U. Salute a te, Vecchio Copritore. Sì, è stato un viaggio lungo.

VC. Dove questa volta?

U. Una spedizione lontanissima e segreta. Ho fatto parte della delegazione terrestre inviata su Giove.

VC. Giove?

U. Volevamo stabilire un contatto con i gioviani, che nelle trasmissioni radio dimostravano grande aggressività verso gli altri sentendosi i più forti di tutti: volevano invadere e soggiogare tutti i popoli del sistema solare.

VC. Siete andati su Giove in missione diplomatica?

U. Non proprio Giove. Ci fermammo su Ganimede e mandammo sul pianeta una navicella con robot collegati alle nostre menti, una specie di nostri doppi. Io ero su Ganimede ma con la mente ero nel mio robottino e sentivo e parlavo come fossi su Giove. Di persona non avremmo potuto sopportare la forza di gravità del pianeta. E men che mai avremmo potuto respirare quell’aria mefitica che avrebbe potuto corrodere anche le nostre tute!

VC. I nostri antichi avrebbero esclamato: Mirabile dictu!

U. Mi sentivo proprio strano. E ancora più strano è quel pianeta. Lo immaginavo come una palla grande e dura circondata da una pestifera atmosfera, come la Terra. Ma…

VC. Ma?

U. Non c’era superficie. Scendendo, avvertivo che l’atmosfera si faceva sempre più densa e mi sentivo come un farfallone svolazzante che un po’ alla volta si trasformava in una specie di manta gigante che “volava” in qualcosa di simile all’acqua, una nebbia densa e viscida. Faticavo a distinguere alto e basso: forse è questo il significato profondo della materialità, anche se là non c’era materia nel senso che noi diamo al termine. Non c’era un solido terreno sul quale camminare. Non era un posto dove innalzare templi alla virtù e nemmeno scavare prigioni al vizio. Mi pareva di essere nel niente!

VC. Ma ti sarai pur fermato!

U. Sì. Scendendo, la densità dell’aria (chiamo quella robaccia gioviana aria) aumentava fino a che ci ha fermato ad una certa quota. I miei compagni scienziati l’hanno subito battezzata “quota zero” e l’hanno considerata la superficie del pianeta. Tanto più che lì c’erano i gioviani. Ma non era terreno solido come lo possiamo intendere noi, da camminarci sopra; in un certo senso eravamo sospesi a mezz’aria come palloncini un po’ flosci.

VC. Vi hanno accolto?

U. Se quella era accoglienza… Erano aggressivi e arroganti. Si consideravano i padroni dell’universo e ben presto lo avrebbero dimostrato a tutti, benevoli carcerieri solo con chi sarebbe stato arrendevole; gli altri invece eliminati!

VC. Bella prospettiva.

U. La loro insolenza impudente metteva in ombra il resto. Anche la bellezza del pianeta, e altri gioviani, completamente diversi da loro.

VC. Altri gioviani?

U. Anche su Giove ci sono popoli diversi, come sulla Terra. Ce ne accorgemmo ben presto dopo che quegli arroganti ci sollecitarono a visitare il pianeta per renderci conto della loro superiorità e quindi sottometterci fin da subito a quei mega esseri che si ritenevano invincibili.

VC. C’erano quindi anche altri gioviani?

U. Ed erano completamente diversi. Cioè diversi non fisicamente, ma mentalmente, psicologicamente.

VC. In che senso?

U. I primi erano megalomani aggressivi e orgogliosi. Però malgrado la loro sedicente forza non erano i padroni. Gli altri erano decisamente diversi.

VC. Migliori?

U. Più disponibili, non aggressivi.

VC. Un pianeta con molte nazioni e popolazioni diverse… Come potevano stare insieme?

U. Se mi permetti un paragone un po’ strano, penso a Giove come al grande stagnino.

VC. Stagnino?

U. Lo stagnino faceva cose con rame e stagno, un metallo conosciuto dalla più remota antichità. Quarantacinque secoli fa stagno e rame furono fusi assieme per originare formidabili utensili in bronzo. Le armi di Achille, che gli Achei mi donarono dopo la sua morte, erano splendide armi in bronzo.

VC. L’età del bronzo.

U. Troppo stagno nel rame dà una lega fragile, la quantità giusta dà leghe dure e resistenti.

VC. Armonia ed equilibrio. Che la sapienza guidi il lavoro dello stagnino.

U. Certo. Lo stagnino non fonde rame e stagno ma lavora con rame e con stagno, li mette assieme, li accosta in un groviglio armonioso.

VC. Appunto, armonia ed equilibrio.

U. Ricordo quegli straordinari tegami di rame stagnato per cuocere il cibo: il meglio dei due metalli veniva messo insieme per cuocere succulenti cibi. Ma quelli erano tempi in cui si mangiava per vivere e non si viveva per mangiare. La materia serviva per costruire cattedrali, non per spianare la via dell’inferno.

VC. Già, lo stagno… duttile, malleabile, resistente. Non arrugginisce. È però intaccato da acidi forti.

U. Come certi uomini che resistono alla cupidigia ma non si trattengono dallo sperperare. Così i gioviani. Abbiamo incontrato anche esseri dalle aspirazioni non terra terra (forse dovrei dire: non giove giove), non spocchiosi e non aggressivi. Altri si mostravano non egoisti ed altri ancora fin troppo prodighi.

VC. Quindi in un certo senso erano “umani”?

U. Diciamo così, anche se il termine “umano” è fuori posto riferito ad un gioviano. Abbiamo incontrato esseri disponibili verso gli altri. Avevano ovviamente grande considerazione del mondo nel quale vivevano, ma molti di loro lo consideravano solo un mondo possibile, non il mondo migliore.

VC. E’ atteggiamento che permette il dialogo.

U. Ti rapporti con gli altri su posizioni diverse ma compatibili. Come la squadratura delle nostre pietre: non le lisciamo ma semplicemente (semplicemente!) le squadriamo: la robustezza del muro dipende anche dall’attrito fra le pietre, e l’attrito dipende dalle scabrosità non dalla levigatezza delle facce.

VC. Già.

U. Il confronto con i gioviani mi ha dato la possibilità di apprezzare la bellezza di quei posti per me molto strani. Un tipo di bellezza diversa che mi fa apprezzare ancora più la bellezza che ho sempre ammirato.

VC. La bellezza terrestre?

U. Ma anche la bellezza “gioviana”. La bellezza è bellezza, sulla Terra e su Giove.

VC. Forse la bellezza gioviana ha sfumature che la bellezza terrestre non ha.

U. E viceversa. Ho trovato nei gioviani, almeno nei migliori, comportamenti accettabili. In qualcuno ho notato una forte spinta alla crescita non materiale. Tanti di loro parevano vivere coerenti con i loro ideali. Mostravano uno spiccato senso di giustizia che contrastava con l’arroganza degli altri.

VC. Giustizia gioviana?

U. Giustizia, senza aggettivi. Sulla Terra, su Giove e altrove. Un tempo si classificava bene e male in base ai propri assoluti. Che contrasti quando l’assoluto dell’uno era diverso dall’assoluto dell’altro! Oggi dobbiamo cambiare riferendoci a ciò che vogliamo o non vogliamo fare agli altri e viceversa, secondo quella mirabile regoletta aurea presente in tutti i sistemi umani e che credo sia valida anche al di fuori del nostro pianeta. Quei gioviani, almeno tanti di loro, mostravano di comportarsi così. E proprio per questi loro comportamenti venivano considerati dagli altri delle autorità morali, molto più dei prepotenti che ci avevano accolto all’arrivo.

VC. Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te.

U. E fai agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te.
Sia chiaro. Non è egoismo, ma pratica regola di vita che mette assieme Forza e Bellezza. Pensando agli dei della mia giovinezza mi pareva di collegare Giove a Venere tramite il desiderio di Bellezza, rivolto alla contemplazione della bellezza materiale nel caso di lei ma con aspirazioni ad andare oltre la materia o almeno di sollevare quella strana quota zero della superficie del pianeta verso altezze dove l’atmosfera è meno densa.

VC. Quindi hai incontrato tanti gioviani.

U. Sì, diversi gli uni dagli altri, proprio come gli umani. In tanti ho notato benevolenza e magnanimità; e il piacere di comunicare con gli altri. E il desiderio di sollevarsi da quella fatidica quota zero verso “più spirabili auree” (magari il paragone va bene anche per loro).

VC. Superamento della materialità di Giove.

U. Giove materialità? Non so, non credo. Materia forse che aspira ad essere non più materia o almeno meno materiale possibile.
Mi tornarono alla mente i miti della mia giovinezza. Il padre Zeus, quello che oggi noi tutti chiamiamo Giove, è in un certo senso il dio del cielo e degli dei. Non è il dio del mare (lì regge il fratello Poseidone-Nettuno) e nemmeno degli inferi affidati all’altro fratello Ade-Plutone. E nessuno di loro reggeva la terra, che restava competenza di Gea, la terra madre. Ma esiste su Giove la terra madre?

VC. Gli antichi conoscevano gli archetipici flussi tra le cose del mondo.

U. Quel viaggio mi ha insegnato che Giove è proprio in analogia con la capacità di andare oltre. I miei antenati lo capirono se nella guerra contro i Titani e il padre Cronos, fecero aiutare Zeus-Giove da un’aquila, l’uccello degli spazi alti e liberi, ponte tra il cielo e ciò che è oltre, come del resto pare indicare Giove, un pianeta che è stato lì lì per diventare un altro sole (pensa a un sistema solare con due soli!), ma è rimasto pianeta; nondimeno è un pianeta gassoso, non roccioso come gli altri.

VC. Che vuoi dire?

U. La materia di Giove è materia diversa dalla materia volgare. In un certo senso è materia che evidenzia la potenzialità, in positivo e negativo. Noi siamo abituati a etichettare tutto come spirito (buono) e materia (cattiva). Ma non è così. Tra materia e spirito vi sono innumerevoli stati intermedi, tanto da far supporre che lo spirito sia materia che ancora non cade sotto i nostri sensi e che la materia sia spirito che già cade sotto i nostri sensi.

VC. Spirito e materia così come li vediamo non esistono.

U. Proprio così. Sono una grande “cosa-una”. L’ho capito proprio su Giove. Questo strano pianeta mi ha spinto ad individuare il mio ideale, ciò in cui credere e per cui lottare.

VC. Giove come tuo mito personale?

U. Direi piuttosto un mio utensìle personale. Giove viene considerata una stella mancata per “poco di vigore” (insomma non ce l’ha fatta a diventare un sole). Se invece la spiegazione fosse diversa?

VC. Cosa vuoi dire?

U. Giove non è diventata una stella: non ha raggiunto il valore della massa che fa diventare un corpo celeste una stella con fusione del proprio nucleo. Se si fosse fermato alla stadio pre-stellare per indicare la via della realizzazione del proprio potenziale? L’homo faber fortunae suae costruisce il proprio destino e in Giove trova (può trovare) indicazioni utili. Non è il pianeta più brillante nel cielo notturno? Anche Mercurio e Venere sarebbero brillanti così, ma a notte fonda Mercurio e Venere non ci sono, e Giove invece sì.

VC. Giove, il padre degli dei, sta nell’Olimpo, ma guarda in basso al mondo degli uomini.

U. E’ la sua caratteristica. Ma non è debolezza, come qualcuno vorrebbe insinuare, o incapacità di guardare alto. E’ la Forza del principio spirituale vicino all’uomo; tanto vicino all’uomo che pare quasi prediligere le sue figlie, le più belle. Innumerevoli amplessi con Giove hanno popolato la terra di eroi e di semidei ma gli hanno dato la fama di incallita infedeltà coniugale. Ma il semidio che proviene dagli amplessi di Giove sotto innumerevoli vesti, dal cigno al toro, non è forse un oltre-uomo, stimolo al cammino dell’uomo? Giove non è contro gli uomini, non li blocca, ma li stimola.

VC. Non sarebbe la materia che tutto prende e assorbe? Quindi non dobbiamo aspettarci guerre e invasioni da quei gioviani arroganti e pretenziosi?

U. Credo di no. Quando la missione dei nostri doppi terminò e ci accingemmo a partire (dico accingemmo, tanto mi sono immedesimato nel mio robottino), i gioviani arroganti (che nella mia testa chiamavo ormai i super-macho) colsero una caratteristica dell’astronave. I nostri scienziati infatti avevano costruito una navicella spaziale per robot non per uomini, quindi non si erano preoccupati né dell’atmosfera interna né di mantenervi una certa pressione e nemmeno delle radiazioni cosmiche, per cui la navicella era come un auto che viaggia con i finestrini aperti. Gli arroganti super-macho ne restarono stupiti e terrorizzati: avevano trovato – pensarono – dei macho ancora più super di loro in grado di sopportare senza conseguenze sia l’assenza di pressione del vuoto interplanetario sia la pressione altissima di Giove. Ci avevano considerati deboli perché eravamo gentili ed ora avevano la prova che la nostra forza era più forte della loro. Ci chiesero un trattato perpetuo di alleanza ed amicizia.

VC. La Forza da sola non basta.

U. Ti ricordi, Vecchio Copritore? Alla Forza dell’Intelletto dovrete aggiungere la Bellezza dell’Immaginazione...

VC. La Forza non è tutto.

U. La forza della Bellezza ha vinto la forza della Forza.



26 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 14

Continuano le riflessioni che dal Canada e Libano di Nawal, attraverso la Tebe di Edipo e Atene di Oreste, mi hanno portato all'Edmond Dantès della Francia di Luigi Filippo.

Ma il mio punto di vista è del mondo di oggi...


Chi nega la prospettiva della casualità sfortunata nella vicenda di Edipo grosso modo fa le seguenti valutazioni.

Qual era la probabilità di un neonato abbandonato sul monte Citerone di essere raccolto e non perire? E la probabilità di andare a Tebe e non altrove? E di incontrare per la strada due tizi che lo aggrediscono e che lui uccide? Qual era la probabilità di diventare re sposando la regina vedova? E così via. La probabilità di una tale catena di eventi è talmente minima da spingere a concludere: non potendo capitare per caso, è successo così perché così doveva succedere. Pare quasi che Edipo sia la pallina del flipper che una volta lanciata sul piano inclinato andrà sì! qua e là con rapide ed effimere risalite, ma alla fine sempre laggiù dovrà terminare la corsa, proprio nella buca di uscita. Volontà superiore? No, semplice fisica elementare. Conclusione: il destino lì ha portato Edipo, perché così doveva andare. Il determinismo è tentazione più insidiosa del serpente del Paradiso Terrestre!

E’ infatti immediato ribattere che una probabilità pur piccola piccola, quasi vicina allo zero, non è zero (cioè evento impossibile). Per cui un evento con una sia pur minima probabilità di verificarsi non è affatto impossibile e non si può correttamente dedurre che non potrebbe mai accadere se non ci fosse una "superiore volontà”.

Ancora. Edipo abbandona volontariamente la città. E perché non andare dalla fiorente Corinto alla altrettanto fiorente Tebe, un grande centro distante solo un centinaio di chilometri, una manciata di ore di strada a piedi? E’ litigioso con due arroganti che pretendono la precedenza? I due sono arroganti perché uno è il re di Tebe, Edipo ribatte irascibile perché è figlio del re di Corinto e, per di più, si trova in uno stato psicologico alterato dalla recente scoperta: il litigio diventa praticamente obbligato ed è nelle cose che in uno scontro fisico il più giovane abbia la meglio. Il matrimonio con Giocasta non è dettato da legami di amore (mancano corteggiamento e una qualche, per così dire, “affinità elettiva”), ma è legittimazione dell’autorità ottenuta.

Improbabile? Forse; ma improbabile non vuol dire impossibile.

Accade spesso che in certi avvenimenti tragici della vita quotidiana si pretenda l’intervento del destino, che invece non va scomodato. Per esempio. In un rettilineo un’auto guidata da un giovane esce di strada nell’unica curva a gomito del percorso e si scontra contro l'unico albero della zona. Era buio, pioveva, l’auto è distrutta e il guidatore è morto.

Comunemente si dice: è stata una fatalità, era il suo destino morire così, un metro prima o un metro dopo e non sarebbe morto!

Se analizziamo la situazione dovremmo invece fare un ragionamento diverso.

Era tardi; era buio e pioveva. Il guidatore, uscendo a quella determinata ora da quel particolare locale, con quel certo grado di stanchezza, andando a quella velocità (né di più, né di meno) con quel grado di usura di freni e pneumatici sull’asfalto bagnato, muovendo leggermente il volante in un verso e nell’altro, come si fa guidando, proprio con quei movimenti esigui e non con altri, aveva innestato una catena di piccoli eventi che “necessariamente” ha portato l’auto ad uscire di strada in quel particolare punto (non prima né dopo) con quella direzione e quella velocità e terminare la corsa contro l’unico albero della zona e non altrove.

Conclusione: non è stato il destino, ma la conseguenza di una serie di eventi innestati da chi era alla guida. [Sono debitore di questo esempio al prof. Matteo Saudino del canale Youtube Barbasophia].

Si può anche aggiungere: era estremamente difficile (se non impossibile) prevedere la successione esatta degli stessi eventi prima del loro verificarsi, ma è sbagliato attribuire a un presunto destino fatale la responsabilità del loro verificarsi.

E’ corretto supporre che il destino dell’uomo Edipo fosse segnato dal Fato?

Se consideriamo Edipo un singolo uomo è certo “surplus metafisico” immaginarlo perseguitato dalla sorte: perché mai avrebbe dovuto nascere con quel destino già stabilito? E poi: stabilito da chi, o da cosa? E perché?

Se invece consideriamo Edipo un simbolo collettivo, allora la risposta può essere diversa. Se per esempio Edipo viene inteso come segno della società al femminile di contro a Creonte segno di quella al maschile, allora il suo destino è segnato dalla fatalità, non metafisica ma storica, e il simbolo Edipo ha effettivamente il destino segnato. Che poi il vincitore Creonte si trovi sperduto tra macerie e cadaveri non potrebbe essere una rivalsa mitologica del narratore di parte perdente? Non sempre la storia è scritta dai vincitori!

*

Credo comunque che si debba essere molto prudenti in letture così particolari, perché il rischio di stravolgere il mito può essere elevato.

Narwan non è nel mito: è una donna di oggi. E’ stata torturata e violentata: l’innamorato ucciso dai fratelli, il figlio sottrattole alla nascita, rinchiusa per quindici anni in una cella lunga appena tre passi, torturata e violentata. Scoprirà – ultimo colpo della sorte! – che il violentatore padre dei suoi figli è lo stesso figlio mai dimenticato. Eppure il suo appello contro l’odio, sapiente sintesi di forza e bellezza malgrado tutto e malgrado tutti, è un inno alla libertà che stravolge i singoli fatti e dà significato al futuro contro i nichilismi intellettuali.

E’ quello di Narwan un destino immutabile già scolpito nelle stelle oppure una serie di coincidenze sfortunate?

Anche qui la risposta dipende dalla prospettiva di chi risponde: per gli uni è sbagliata la risposta degli altri, e viceversa.

La risposta di Edipo è rivolta alle figlie: Ma esiste un'unica parola, che premia ogni durezza della vita: intimità, quel sentirvi sue che da nessun altro aveste, più che da questo vecchio, che vi lascia, e che non sopporterete più nei vostri giorni. Altri traducono “intimità” con amore; e amore da nessuno più che da me ne aveste, conclude Edipo il saluto alle figlie.

E’ una risposta sorprendentemente personale e soprattutto intima, anche nel caso in cui Edipo, Antigone e Ismene vengano intesi come gli ultimi sprazzi della morente religione al femminile: non ci sono connessioni del vecchio che scompare con il nuovo che sorge. Per questi motivi non può esserci una risposta universale; però come non cogliere la bellezza di Edipo e di Narwan?

La risposta di Narwan è diretta ai figli ma è pure un grande messaggio di speranza che travalica i singoli personaggi e le prospettive parziali per assumere valenza generale, oserei dire universale. Il notaio libanese aveva detto ai gemelli: Voi dovete capire che quel periodo è una successione di rappresaglie susseguitesi l'un l'altra in una logica implacabile, come in una addizione. Narwan vuole spezzare la catena dell'odio. Rifiuta la logica implacabile che incasella il mondo in vittime e colpevoli, cioè in buoni e cattivi.

Attenzione! Non significa non schierarsi perché hanno tutti ragione o tutti torto; vuol dire che è necessario schierarsi, ma senza partigianerie e faziosità.

In gran parte degli uomini prevalgono spinte irrazionali. L’uomo cerca posizioni sicuramente drastiche ma... molto rassicuranti, specie in questo odierno mondo “fluido” dove non c’è più bianco e nero ma solo un amorfo grigio. Chi non ha mai provato la tentazione di trasformare una persona non amica in nemico (ho un nemico, quindi esisto), il desiderio di prevaricazione (io comando, quindi sono), il desiderio di alzare le mani (io picchio, quindi valgo) piuttosto che convivere pacificamente con gli altri (come se si dicesse: io convivo, quindi non valgo)? Chi non giustifica il proprio diritto di rivalsa e vendetta (se lo fanno loro, perché io no?) o di semplice dispetto verso gli altri?

Come se dicesse: Io… tutto questo, quindi io sono.

E invece no!… tu non sei.

(continua)


04 maggio 2026

Il tempo... e il resto 3

 Continuano le riflessioni sul lavoro della mia Loggia.


Il tempo divora i suoi figli e ben lo sapeva Crono, che è stato messo da parte proprio da un figlio. Da allora non è più re, ma non fu affatto sconfitto: Zeus ha permesso, con un atto violento, la vita dell’uomo ed ha esiliato il tempo. Ma il tempo resta e l’uomo vive nel tempo.


*

C’è anche un’altra storia, più recente e non meno affascinante.

Big bang 1.

In principio, circa 15 miliardi di anni fa, ci fu un’esplosione. Non come le esplosioni che conosciamo che partono da un centro ben preciso e si diffondono fino ad inghiottire una parte sempre maggiore dello spazio circostante: un palloncino che si gonfia, un rumore assordante tutto intorno. No, fu silenziosissima (non c’era nulla per trasmettere il rumore) e si verificò simultaneamente ovunque. Ma attenzione le parole “simultaneamente” (dal latino simul = allo stesso tempo) e “ovunque” (dal latino ubicumque = in qualunque luogo) vengono usate per comodità, perché all’istante dell’esplosione non significano nulla, come nulla significa la parola “istante”. Non c’è (ancora) ciò che conosciamo come “spazio” e non c’è (ancora) ciò che conosciamo come “tempo”. Facciamo fatica ad immaginarlo. Insomma siamo all’epoca degli amplessi geo-uranici, Crono deve ancora nascere, quindi il tempo non c’è.

Il tempo più all’indietro che riusciamo a raggiungere per avere un quadro non solo speculativo ma anche fisico (nel senso della fisica nucleare e astronomica) è successivo al big bang, anche se di poco: circa la cento-miliardesima parte di un secondo dopo il “botto”. Per intenderci un numero zero virgola undici 0 e un 1: cento miliardi di questi tempuscoli fanno un secondo! – Tanto per averne un’idea, se cominciassimo a contare 1, 2, 3,… un numero al secondo, senza interruzioni, ricordando che in un anno ci sono 31 milioni e mezzo di secondi, impiegheremmo più di tremila anni per giungere a 100 miliardi! Se volessimo ricorrere all’immaginazione esiodea forse è questo il momento del primo amplesso di Crono e Gea.

La temperatura complessiva è diminuita (comunque è cento milioni di volte più alta di quella del sole) e i quark, raffreddati, perdono la loro libertà e sono imprigionati (si fa per dire) all’interno di neutroni e protoni. Esiodo direbbe: per azione di Eros!

Raffreddandosi ulteriormente, protoni e neutroni si fondono a formare i nuclei atomici, eccetera eccetera… e tutto l’universo si imbarca in questa corsa che dura ancora oggi.

Big bang 2.

E’ andata proprio così?

Altre ipotesi sono state avanzate per spiegare certe anomalie.

Qualcuno suppone che l’espansione dell’universo immediatamente dopo il “big bang” abbia avuto una improvvisa accelerazione.

Altri suppongono che l’universo sia non tanto un palloncino che si espande ma un immenso frattale (un oggetto geometrico frastagliato) che si ripete continuamente nella stessa forma.

Altri ancora ipotizzano che dall’universale frattale nascano continuamente nuovi universi a causa di tanti piccoli “big bang locali”.

Sono ipotesi che per me diventano troppo astruse. Troppa Forza che non comprendo più e poca Bellezza che non riesco a cogliere.

Forza e bellezza.

Io taccio, e ammiro: stupito. O smarrito?

Ma è “bello” e “forte” lo stupore del piccolo di fronte al grande, così grande che più grande non si può nemmeno immaginare. Che sia Dio questo “grande”?

Sappiamo che l’uomo si accorse che il tempo c’era e che non ne poteva fare a meno.

Come se ne accorse? Si avvide che le cose cambiavano.

M. e D. suggeriscono che il cambiamento del Massone possa solo avvenire con la levigazione personale della propria pietra. Il tempo del Massone è quindi un tempo personale, che deve in Loggia rapportarsi con il tempo degli altri Massoni, come se dovessimo tutti noi sincronizzare i nostri orologi interni, ovviamente a mezzogiorno.

*

Metodologicamente rifletto utilizzando i due grandi paradigmi di Forza e Bellezza (utili a porre collegamenti che altri riterrebbero pura fantasticheria); mi domando se non ci sia qualcosa di comune nel nostro patrimonio di homo sapiens che spinse qualcuno a “raccontare” gesta di dei molto umani e altri a “raccontare” di particelle misteriose che vagolano qua e là e si uniscono tra loro (ah... Eros e Afrodite!) in una continua specie di “danza” gioiosa.

La presa di potere di Zeus non è l’attuale strutturazione della materia in atomi e molecole che alla fin fine ha permesso la nostra vita?

*

Anche Zeus però è stato detronizzato e un altro Dio ha preso il potere destrutturando il suo mondo e trasformandolo in qualcosa di diverso.

Mi domando se questo nuovo Dio sia il dio definitivo oppure un altro dio prima o poi prenderà il suo posto destrutturando ancora il nostro mondo.


(continua)


24 giugno 2019

La nonna Minghina


Quando penso alla Forza mi vien in mente la mia bisnonna, la nonna Minghina.

Analfabeta, non parlava l’italiano ma solo il dialetto. Quando il figlio, lo zio Rico, fuoriuscito a Parigi nel 1925, ebbe bisogno di un aiuto per la figlia neonata, lei partì.

In treno, da sola, per più di mille chilometri.

Le avevano scritto in un biglietto le varie stazioni da raggiungere e dove avrebbe dovuto cambiare il treno. Non sapendo leggere rimediava facendolo leggere alla gente e riusciva a a comprendere a gesti dove andare.

Era il 1930 o ‘31: una vera avventura per una donna sola e analfabeta.

E ce la fece.

Ecco cosa vuol dire Forza.

Quando ascolto il Maestro Venerabile battere il maglietto e ripetere: I lavori riprendono forza e vigore penso sempre a lei.

15 giugno 2019

Il Maestro

Il Compagno di Mestiere è stato elevato Maestro.

E' stata completata una tappa del cammino iniziato quando, semplice Candidato, bussò alla porta del Tempio.

E' quindi un "piccolo" punto di arrivo; ma allo stesso tempo è un "grande" punto di partenza.

E' il punto di partenza.

Sono tre i simboli peculiari del percorso massonico, quelli che mostrano il senso più importante del cammino muratorio, che in ultima analisi è il cammino dell'uomo.

Tre simboli, tre incitazioni al lavoro. Tre spunti caratterizzanti.
La spada del Copritore in primo grado. La scala curva in secondo grado. Lo scavalcamento della bara in terzo grado.

La spada del Copritore va dritta alla meta, non devia e raggiunge ciò che deve raggiungere.

La scala curva del Compagno obbliga a cambiare continuamente la visuale e guardare il mondo sempre in altro modo.

Il primo fa pensare alla Forza e il secondo alla Bellezza.

La Saggezza si acquisisce scavalcando la bara.

Sapienza è capire che la bara è la mia e lì dentro ci sono proprio io.



02 marzo 2019

L'Ombra

Nel rapporto con la nostra Ombra cerchiamo di mantenere ben salde le fondamenta della costruzione (per usare un linguaggio muratorio).

Proiettare al di fuori di sé la propria Ombra significa in genere sottolineare negli altri le qualità negative che non vogliamo vedere in noi e spesso quello che diciamo ad un altro in realtà lo dobbiamo dire a noi stessi.

Ma nell’Ombra non ci sono solo le negatività, c’è molto di più.

C’è la nostra Venere che il Compagno deve far propria nella sua ars costruendi, applicando i di lei canoni e non altri, perché solo quelli sono suoi e fan “bella” l’opera.

Un tempo consideravo il grado di Compagno apollineo e chiaro nelle sue delineazioni, quasi linearmente solare nella sua costruttività operativa.

Ora invece immagino il Compagno come immerso in una specie di sturm un drang (=impeto e tempesta).

Le regole architettoniche e il progetto disegnato dal Maestro gli permettono di “lavorare” i materiali manipolandoli senza esserne travolto.

A volte mi vien quasi da pensare che il tempio del Compagno di Mestiere più che il tempio di Salomone sia quasi il tempio di Artemide e di Afrodite:

Artemide, la Febea dea della luna, la lungisaettante dea della verginità e della pudicizia, delle iniziazioni femminili, la selvatica dea della caccia e della natura;

Afrodite, la cipride dea della bellezza, l’Anadiomene nata dalla spuma del mare fecondata da Urano, la potente dea dell’amore che potentemente investe tutte le attività della natura per la propagazione della vita, e quindi la Urania dea dell’amore puro e ideale ma anche la Pandèmia dea degli amori sensuali e venali che spinse Elena a seguire Paride e ispirò Pasifae, Fedra e Medea.

NOTA. Pandèmia.
Pandémio (dal greco πανδήμιος ) significa “che appartiene a tutti, comune, pubblico”. Nel mondo classico, era epiteto di Eros e di Afrodite, in quanto divinità dell’amore sessuale. Invece pandemìa è rifacimento di epidemia (secondo l’agg. gr. πανδήμιος di tutto il popolo). Epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territorî e continenti.

NOTA. Pasifae, Fedra e Medea.
Pasifae fu moglie del re di Creta Minosse. Innamoratasi follemente di un toro, si congiunse con l’animale nascosta dentro una vacca di legno e diede alla luce il Minotauro, essere dal corpo umano e testa taurina.
Fedra fu figlia di Minosse e sposa di Teseo. Respinta da Ippolito, figlio di Teseo, del quale si era follemente innamorata, lo accusò falsamente di violenza carnale. Alla morte di Ippolito, maledetto dal padre e ucciso da un mostro marino, si diede la morte.
Medea fu maga dotata di poteri quasi divini e assassina dei suoi figli per amore e gelosia.

Intendo il tempio di Artemide e Afrodite come il tempio cioè di chi deve affrontare se stesso e la propria oscurità.
 
Il Compagno non lavora nella cripta del Tempio, come succederà ad altri; ma qualcuno la cripta dovrà ben costruirla. Chi costruisce la cripta? Chi costruisce il Tempio lavora anche alla cripta.

Costruire la cripta significa entrare nella propria ombra e prendere contatto con quello che c’è.

Certo, c’è Venere, la celeste eterea Afrodite, amata da Ares, la Forza, e sposa di Efesto, brutto e sciancato, ma dalla forza possente, dio del fuoco sotterraneo e capace artigiano dalla perfezione inimitabile, creatore impareggiabile. Afrodite ed Efesto, i nostri Venere e Vulcano: è il caso di dire: che coppia!

Sarà proprio Efesto a sbugiardare la consorte Afrodite colta in flagrante adulterio con Ares, il dio della forza (muscolare?) di contro ad Efesto, dio della forza (costruttiva?). La grande Afrodite, o Venere come la chiamiamo noi latini, che è fissata nel nostro immaginario dalla magistrale rappresentazione botticelliana della sua nascita dalla schiuma del mare.

Efesto è anche Afrodite e Afrodite è anche Efesto. Anche e non solo.

La costruzione del Tempio comporta anche la costruzione della cripta. Anzi non c’è tempio senza cripta. Quindi Forza e Bellezza, che intervengono nella costruzione del tempio, intervengono pure nella costruzione della cripta.

La Bellezza ci permette di cogliere molti aspetti della nostra Ombra.

Intanto pensiamo al significato etimologico della parola.

Bellezza proviene dal latino benulus, poi bellus (non il classico bellum, i = guerra, ma bellus, a, um) che viene da un antiquato benus per bonus = bene. Il significato originale era confacente, comodo, e solo successivamente ben proporzionato e bello.

Bellezza ed estetica non hanno etimologicamente punti di contatto.

Estetica deriva dal greco aisteticos = sensibile, capace di sentire, percepire attraverso i sensi. Fu solo nel 1750 che Alexander Gottlieb Baumgarten la definì come scienza del Bello, delle arti liberali e gnoseologia inferiore, sorella della Logica. Qui si intende la bellezza dal punto di vista classico; insomma: sensazione e sentimento.

Ognuno di noi è inseguito da un’ombra e meno questa è integrata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa affermava Jung.

In psicologia sono molti i sensi dell’Ombra (i moti di rabbia, le attrazioni disdicevoli, ciò che non vogliamo mostrare agli altri), ma qui non mi interessa il discorso meramente psicologico. A mio parere i sensi dell’Ombra non sono tutti negativi. Sì lì ci sono i mostri che strisciano nel fondale del nostro mare magnum, ma ci sono gli aspetti che riteniamo non siano di nostra “competenza”.

Per esempio, assecondando un mal posto senso di convenienza sociale, l’uomo non doveva mostrarsi debole e la donna eccessivamente forte e mascolina, per cui tali aspetti venivano rimossi nell’ombra, assieme alle tendenze ignave degli attive, alle propensioni irresponsabili delle persone responsabili, e così via.

Insomma venivano nascoste nell’ombra gli opposti, che pure ci appartenevano, di quanto volevamo essere. E pure vi gettiamo le credenze irrazionali incompatibili con la nostra razionalità.

Dobbiamo superare una visione meramente medico-psicologica e giungere a una prospettiva più ampia e generale dove ci sia spazio per una simbolica umana che riguardi il nostro lavoro: nell’Ombra ci sono anche aspetti positivi, specialmente i contrari a certi difetti che prevalgono nella nostra personalità quotidiana.

Come fare per riappropriarci di ciò che considerammo scarti, ma che scarti non sono e che devono essere ripresi se vogliamo giungere ad una più sentita completezza?

Non c’è una ricetta valida per tutti; credo che il primo passo debba essere riuscire a comprendere come siamo effettivamente e non come vogliamo essere.

Ed è significativo che nel simbolismo muratorio il vero muratore non sia l’Apprendista, uno che è lì per imparare, ma il Compagno, quello che si chiama Compagno di Mestiere. E’ il Compagno che costruisce secondo il progetto del Maestro, l’unico in grado di disegnare sulla tavola da disegno.

25 febbraio 2019

Dalla Bellezza all'Ombra

Strano il cammino che da Forza e Bellezza mi ha condotto all’Ombra.

Lo spunto mi è venuto da una pagina di Robert Bly (pp. 20-21).

Se potevo aspettarmi un aiuto per uscire dall'infelicità in cui mi trovavo, esso sarebbe venuto dal lato oscuro della mia personalità. Questa scoperta la ricordo come una delle prime cose che ho capito chiaramente per conto mio. E ho sentito che la stessa cosa era vera anche in politica: la persona di cui la nazione aveva bisogno non era un Adlai Stevenson, troppo simile a una rondine, e neppure uno come Bertrand Russell, che aveva troppa luce nella sua personalità. Anche Eugene McCarthy, che apparve più tardi, mi è sembrato troppo rondine, incapace di trovare il fango. Gli uccelli sono diventati un problema per gli Stati Uniti: non riusciamo a eleggere alla presidenza altro che colombe e rondini, o corvi bianchi come Nixon.

Un pomeriggio, vari anni dopo, guardando la neve cadere sull'erba alta ho sentito di nuovo la presenza dell'oscurità positiva.

I
L'erba è per metà coperta di neve.
E stata una di quelle nevicate che cominciano all'imbrunire,
e ora nelle casette dell'erba si va facendo buio.

II
Se tendessi le mani in giù, vicino alla terra,
potrei raccogliere manciate di oscurità!
Un'oscurità c'è sempre stata, e non l'abbiamo mai notata.

Blay annota che spesso i criteri di scelta che guidano l’elettore al voto non sono razionali ma passionali (oggi si parlerebbe di “voto con la pancia”).

Che la gente voti guidata da sentimenti passionali è sempre stato vero. Fino a qualche decennio fa erano passioni più alte, mentre oggi paiono più sentimenti rivolti all’immediato interesse senza molte prospettive per il futuro.

Che la gente voti volentieri per chi sa mettere mano nel fango, non ne sono convinto.

Che comunque la gente scelga politicanti dalle roboanti promesse miope e poco realizzabili è purtroppo vero.


PS.
Ricordo che Adlai Stevenson fu candidato democratico alle elezioni presidenziali USA del 1952 e ‘56 vinte da Eisenhower, Eugene McCarthy tentò la nomination democratica nelle elezioni presidenziali del ‘68, ‘72, ‘76. Richard Nixon fu presidente dal 1969 al 1974.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.