giovedì 31 dicembre 2009

8.2 Massone Sublime

Il Candidato entra dalla porta del Nord e viene condotto attraverso il Labirinto. Gli viene ricordata la caduta di Helel e la desolazione nella città dopo la scomparsa della letizia.

Il Venerabile Patriarca ricorda la Muratoria del Legno, risalente a Noach, che con il legno costruì l’Arca dell’Alleanza tra l’Eterno e i Viventi.

E in questo grado,- dice il Venerabile Patriarca - dopo aver rivissuto l’immenso dramma dell’inizio dei tempi, dramma che ancora segna il cammino dei Viventi, voi vi apprestate ad edificare nuovamente l’Arca, poiché perenne è la minaccia delle Acque della Morte e perenne dev’essere la rigenerazione del Noachita.
Costruite dunque un’Arca ampia e stabile come la dimora dell’Eterno, accogliete in essa, senza esclusioni, tutti i Viventi, per condurli nella Sublime Terra dell’Armonia.


Il Candidato si impegna alla costruzione dell’Arca Universale e ad affrontare al giusto tempo il viaggio verso la Sublime Terra dell’Armonia. Vivida e trasparente è in lui la memoria dell’Eden: lavorando alla costruzione dell’Arca nei boschi e nella campagna, tra il profumo flagrante degli olivi, dei cedri, dei cipressi, delle rose e dei gigli in ogni istante ha avvertito la Divina Presenza.

8.1.1 Leggenda del Grado

Gli uomini di Egitto, basandosi sulla legge di analogia, consideravano luoghi, pietre, piante e animali corrispondenti a differenti qualità Divine. I figli di Israele tradussero la legge di analogia nel Libro Sacro.

I Padri Antichi veneravano l’Eterno nei boschi e giardini (intelligenza e saggezza) ed ogni pianta era il simbolo di un aspetto del Bene e del Vero. L’Eden era simbolo della purezza e della ricchezza che la Virtù porta in sé. La Verità Infinita è come un fiume che nessuno può attraversare; al momento di entrare nella mente umana si divide e delimita, analogicamente al Fiume della Vita che si quadripartisce nella Terra Sacra.

Dapprima la Verità entra nella regione più intima ed elevata, poi discende spontaneamente ai livelli intermedi ed inferiori, fino a coprire l’intero uomo, collegandolo all’Oceano della Divina Manifestazione. Nel rito dei quattro guadi - insegna il Venerabile Patriarca - voi avete percorso a ritroso il cammino della Verità Infinita, risalendo dalle caviglie del Fondamento ai ginocchi del Movimento e attraversando poi le anche della Sensazione per giungere alla base del capo, ove risiede il Principio della Coscienza.

Il mondo esterno è simbolo del mondo interiore. Come la Legge Divina regnava sulla Natura, così ora regna sul Massone Illuminato.

8.1 Massone Illuminato

Il recipiendario viene accolto con la proclamazione che il Maestro dei Liberi Muratori è il Supremo Patriarca dei Mondi, intendendo come tale chi sovrintende al Grande Tempio della Natura Primordiale (appunto la natura pre-noetica): l’Arca Noachita infatti rappresenta il Grande Tempio della Natura Primordiale, il solo modello degno della imitazione dei Liberi Muratori.

Il candidato compie a ritroso, guidato dalla Stella Vespertina, il cammino dall’Abisso all’Eden di Luce, da Settentrione (l’oscurità, perno del cammino di Luce sempre nascosto alla vista), a Occidente (stazione del tramonto), a Meridione (apice della potenza luminosa) fino a Oriente, l’Alba Orientale che racchiude in sé la Tenebra, il Tramonto e lo splendore Diurno.

All’Ara riceve la Luce dell’Eden e la diffonde attraverso i tre punti cardinali attraversati.

Contempla inoltre il Nome Ineffabile Fiammeggiante. In esso stanno il Padre, la Madre, la loro perpetua congiunzione e la Matrice Universale delle Forme Viventi, cioè al di là della identificazione con princìpi religiosi (che a mio parere limiterebbero l’universalità del simbolo) riconosce la centralità di un Principio entro il quale sono comprese tutte le possibilità. Il camminatore nel suo cammino non può avanzare alla cieca, ma ha bisogno di una guida (la stella) non tanto per seguire quanto per possedere un orientamento interno (attenzione: guida, non luce! - guida interna, non esterna!) che gli permetta di non perdere la via oppure di ritrovarla in caso di diversioni.

Il recipiendario stipula il triplice patto stabilito con l’Eterno (tenere sacro il Nome Ineffabile e seguire i Comandamenti), con i Viventi (rispettare l’Armonia della Natura Primordiale) e con se stesso (verità, fedeltà e giustizia).

Ritorna il motivo del Patto, alla base dell’esistenza di popoli (e religioni: l’ebraismo). Il patto giuridicamente è un contratto tra due persone (i contraenti) che appunto per il fatto stesso di “patteggiare” si riconoscono uguali o almeno di pari dignità. Se nella religione può essere una concessione dall’alto (la divinità che si degna di “abbassarsi” patteggiando con chi ha creato come l’adulto si rivolge al bimbo promettendo un premio in cambio di un comportamento educato) il camminatore si pone in un’ottica diversa: l’uomo riconosce un altro da sé (l'altro contraente del patto) e si impegna. Nel corso del cammino riconoscerà che fondamentalmente il patto è un triplice accordo con se stesso.

In virtù del patto può rivivere la Festa delle Capanne al termine del raccolto,antica festività ebraica durante la quale ognuno viveva per sette giorni in una capanna di frasche, che si era costruito, senza l’ausilio di utensili di metallo, come memoriale della Grande Opera divina, cioè come preparazione all’entrata nella Terra dell’Eden, la Terra dei Quattro Fiumi, all’angolo nord-est, il luogo della sorgente più elevata del mondo: Qui abitarono i nostri Antenati... Punto di intersezione tra la Luce e le Tenebre. Il neofita vive il rito dei quattro guadi: nel primo guado l’acqua giunge alle caviglie, nel secondo alle ginocchia, nel terzo alle anche, ma nel quarto alla base del capo, impedendo il passaggio e interrompendo il cammino.

mercoledì 30 dicembre 2009

8 La Massoneria del legno

Accanto alla massoneria della pietra si trovano una massoneria del legno e una massoneria del ferro, in accordo col ritmo ternario che pervade l’universo.
[Il ritmo ternario è pure indicato dalle tre figure nella direzione dei lavori muratori (il Venerabile e i due Sorveglianti nell’Ordine, i tre Principali nel sistema dell’Arco Reale, ecc.)].

Se riflettiamo sulle tecniche costruttive tradizionali, immediatamente risalta la presenza, accanto alla pietra ed ai materiali connessi, del legno e del ferro: legno non solo per impalcature ma anche come componente essenziale della costruzione (travi di sostegno e copertura, travetti, ecc.) e ferro come elemento denotante per esteso i metalli in genere (in primis grappe di sostegno e di “chiusura” delle pietre, ecc.).

Nulla ho da dire sulla massoneria del ferro (sulla quale comunque rifletto da parecchio tempo) se non che non è praticata [sporadiche notizie si trovano nella Nuova Enciclopedia Massonica di Moramarco, Reggio Emilia, 1989,v. 1, p. 317].

Invece è simbolicamente interessante la massoneria del legno, che risulta complementare a quella della pietra: dopo aver incontrato Hiram il massone conosce Noè (o Noach). In Italia la Massoneria del legno nell'ambito del Grande Oriente è “praticata" nell'Antico Rito Noachita.

Il maestro massone che bussa alla porta dell’Arca rappresenta come Massone Illuminato l’uomo degno e qualificato alla ricerca dell’armonia universale: il ricercatore che sente tutto il disagio della propria situazione particolare.

Come Massone Sublime si impegna alla costruzione dell’Arca dell’Alleanza, cioè si impegna in prima persone alla costruzione dei mezzi per raggiungere ciò che cerca.

Come Massone Perfetto rivive l’archetipo di Noach il giusto, che costruisce l’Arca, seguendo quel comando interiore al quale non ci si può sottrarre, naviga sulle acque del diluvio, assiste al volo del corvo e ai voli della colomba, il primo – provvisorio - e il secondo - definitivo – durante il quale la colomba supera l’orizzonte e non ritorna più indietro.

Diventa quindi contraente del Patto tra i viventi e l’Altrove e sente imperativa la partecipazione alla vita, ma al contempo sentendosene fondamentalmente distaccato nella imperturbabilità del saggio. Non considera la vita fisica un valore da difendere a tutti i costi, ma riesce ad inquadrarla in una visione più ampia. Come contraente del patto non parteggia per nessuna fede o ideologia, nella convinzione che in tutti esiste un sia pur minimo collegamento con l’universale, indicato dalla colomba pronta a spiccare il grande volo. Questa una prima grande lezione da mettere in pratica.

Certo, l'uomo sente un “io devo” imperativo e forse non tutti lo sentiamo con la stessa intensità. Ma i princìpi ai quali si deve ispirare l’uomo debbono essere calibrati secondo la regola aurea del non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te. Prendere come ispirazione la figura di Noè, contraente, a nome di tutti gli uomini, del Patto con l’Eterno significa riconoscere princìpi superiori alla realtà individuale o alle singole realtà collettive. Significa assumere regole generali che possano informarsi sì alle singole tradizioni, ma che da queste possano e debbano distaccarsene, se non altro per permettere che esse non si combattano o distruggano a vicenda ma possano coesistere armonicamente.

7.2.1 Osservazioni

Al di là di invocazioni alla divinità (il Grande Architetto inteso come la generalizzazione del concetto di Dio nelle singole chiese cristiane ed ebrea) l’insegnamento fondamentale credo stia nella preparazione lungimirante alla riscoperta della Parola nel caso della sua probabile futura perdita (ammesso che si sia un tempo posseduta e poi persa la parola).
Innanzi tutto il fatto sconcertante (solo sconcertante?) che sia l’unica camera muratoria (almeno per quanto a mia conoscenza) dove un nuovo ingresso implica necessariamente la morte (sì, la morte mediante esecuzione sommaria!) di un adepto: dunque: il camminatore infingardo è destinato a perdersi (Attenzione! Il prossimo a morire potresti essere proprio te).

Il sistema criptico invita il massone a lavorare all'interno di se stesso.

Come procede il lavoro? Qui sta il difficile. Non esiste il perfetto manuale per il massone.

L’indicazione di Hiram Abif è chiarissima: Se morrò (…) la Parola Sacra sarà sepolta qui, dentro noi.

La Parola non è perduta, ma è in noi, e davanti alla morte, alla prospettiva della nostra morte fisica, non è possibile barare, tanto meno barare con noi stessi: la Parola è qui e la troveremo se saremo sinceri e obiettivi con noi stessi, se cioè sapremo compiere quell’esame introspettivo (da non confondersi con l'esame di coscienza tipico di un atteggiamento devozionale) che ci permetterà di raggiungerla. Il grado stesso ci indica che la Parola non è perduta, ma è solamente nascosta e alla portata di chi saprà cercare. Ancora una volta ci rendiamo conto che le Parole ritrovate nei gradi precedenti sono solo Parole Sostitutive e quella della quale siamo alla ricerca è la Nostra Parola Sacra!

Gli antichi ebrei resero fondamentale la Parola facendola scaturire da Dio. Noi, oggi, dobbiamo considerarla altrettanto importante cercando di farla scaturire da noi stessi. Non perché Dio l’ha nascosta in noi, ma perché noi siamo Dio. Dio è l’unica grande creazione umana da quando il primo nostro antenato alzò gli occhi al cielo e iniziò quel lungo cammino che lo portò da ominide a homo, da homo a homo sapiens e via via dovrà far avanzare noi sulla via verso l’homo deus, punto di incontro tra homo e deus.

Allora come ci potremo incamminare?

Non dobbiamo andare dove ci porta il vento, ma coscientemente cominciare ad eliminare la nostra zavorra.

Chi non si sente invaso da una sorta di delirio di onnipotenza quando si mette al volante della propria auto? Bene, questo delirio di onnipotenza deve essere cambiato, trasmutato in consapevolezza di raggiungere la meta.

Chi di noi non prova invidia, timore, orgoglio?
Bene, invidia, timore, orgoglio devono essere eliminati e cambiati nella perseveranza e nella fermezza del proprio impegno, consapevoli della difficoltà del lavoro (l’orgoglio è l’ultimo vizio che si riesce a trasmutare, perché spesso si maschera in legittima soddisfazione per il lavoro compiuto).

E’ un lavoro solo concettualmente collettivo. La Camera criptica non è un cantiere, ma una camera di riflessione. Possiamo certo riflettere insieme sulle leggi che regolano la costruzione e che nelle camere precedenti abbiamo solo applicato. Qui dobbiamo capirle e capendole applicarle su noi, sul nostro ego, sul nostro io.
Non dimentichiamo l’esecuzione sommaria del fratello venuto meno ai propri compiti il cui posto noi abbiamo preso. Anzi, noi siamo entrati proprio perché quello è stato giustiziato.

Grande responsabilità per il recipiendario, che qui viene messo a un duro confronto con la propria coscienza. Impegno enorme, perché il compagno giustiziato è la nostra personalità, la nostra profanità che ancora sopravvive malgrado l’iter percorso da chi bussa alla porta della Cripta.

Il rituale dice: il vecchio sa che sta per morire, il saggio sa che morirà… Ma il saggio sa anche che la morte non è la meta, ma solo una tappa.

domenica 27 dicembre 2009

7.2 Maestro Eletto

I lavori si svolgono nella Cripta segreta (collegata al vestibolo, la stanza più riservata di Re Salomone), sotto nove archi, otto dei quali in costruzione e solo l’ultimo, il nono, completo.
Il candidato impersona Zabud, fedele amico di Re Salomone, che, vista la porta della cripta aperta e la sentinella Ahishar addormentata, entra per essere subito bloccato dalle guardie. Dimostrata la sua innocenza (l'ingresso nella cripta non dipendeva da curiosità o disobbedienza, ma da fervore e zelo), la sentinella negligente viene giustiziata per inosservanza dei propri doveri e Zabud ammesso al posto vacante (il numero dei componenti ammessi non può superare ventisette).

Gli operai addetti alla costruzione del Tempio sanno già per rivelazione divina che il Tempio stesso sarà distrutto e il popolo tutto condotto in schiavitù, dimenticando il culto e i riti. Per impedire la sciagura, Dio stesso ha indicato ai Maestri Eletti di nascondere in luogo sicuro, appunto sotto il nono arco, quei Sacri Tesori citati nelle Sacre Scritture (il vaso di manna, il bastone di Aronne, il Libro in cui Mosè scrisse gli insegnamenti ricevuti): Vi verrà altresì posta la Parola e la chiave per decifrarla.

7.1.4 Hiram e Zarathustra

Quel grande dissacratore che fu Nietzsche colse nel segno quando parlò Della libera morte (in Così parlò Zarathustra – Un libro per tutti e per nessuno, Milano, 2003, p. 80).
Molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto. Ancora suona insolita questa dottrina: «Muori al momento giusto!».
Muori al momento giusto: così insegna Zarathustra. Certo, colui che mai vive al momento giusto, come potrebbe morire al momento giusto? Non fosse mai nato! - Questo consiglio io do ai superflui.
Ma anche i superflui si dànno grande importanza quando muoiono, e anche la più vuota delle noci vuol essere schiacciata
[Perché questo - secondo Nietzsche - è il destino della noce: avere il guscio spezzato per essere mangiata, la migliore come la meno buona (così si sente migliore?). Al di là del punto di vista (sia pure simbolico) esclusivamente antropocentrico (la noce potrebbe obiettare che il suo destino, come frutto dell'albero noce, è di dar vita ad altri noci), la risultante dell’esistenza del frutto noce – dal punto di vista del mangiatore – è di essere degustata, la buona e la cattiva. Così tutte le noci aspirano ad essere schiacciate, atto appunto precedente la degustazione.].
Per tutti, morire è una cosa importante: ma la morte non è ancora una festa. Gli uomini non hanno ancora imparato come si consacrano le feste più belle.

Il massone camminatore potrà afferrare il senso della morte solo dopo essersi liberato dalle paure ancestrali della individualizzazione della specie. Allora sì che potranno imparare a consacrare le feste più belle (la morte è quindi non il termine cristiano della vita [Alla stessa concezione appartengono anche le immagini della Loggia Celeste e l'Onnipotente Mano del Supremo Maestro richiamate nel terzo discorso di Hiram] – sia pure con tutti gli abbellimenti dell’oltretomba – quanto una porta che si pone di fronte al camminatore). Per sua natura estraneo al devotismo religioso e consolatorio, che promette premi nel post mortem in cambio di una condotta retta il libero muratore affronta la porta e si affaccia sull'altrove. La morte, che in molti devoti viene vista con il terrore di chi teme la punizione eterna, non gli suscita paura e sgomento: è un atto necessario della vita, è l’altra faccia della vita (come d’altro canto la vita è l’altra faccia della morte).

Continua Zarathustra, quasi all'unisono con Hiram:
Io vi mostro la morte come adempimento, la morte che per i vivi diventa uno stimolo e una promessa.
Colui che adempie la sua vita, morrà la sua morte da vittorioso, circondato dalla speranza e dalle promesse di altri.
Così si dovrebbe imparare a morire: e non vi dovrebbe essere festa alcuna, senza che un tal morente non consacrasse i giuramenti dei vivi!
Questa è la morte migliore; quindi viene: morire in battaglia e profondere un’anima grande.
Ma la vostra morte ghignante, che si avvicina furtiva come un ladro, e tuttavia viene come la padrona, - è odiosa tanto al combattente quanto al vincitore.
Vi faccio l’elogio della mia morte, la libera morte, che viene a me, perché io voglio.

Attenzione. Zarathustra non predica la “bella morte” (in battaglia, durante un gesto epico, in uno slancio di altruismo), ma la morte per così dire “opportuna”: non si deve morire né troppo presto, né troppo tardi. Il camminatore è dunque giunto a un punto tale del cammino da “sapere” quando è il tempo “giusto” per morire: chiosando il 1° Sorvegliante, quando è giunto il tempo giusto e perfetto per morire. Non vuole, il massone, la morte che si avvicina di soppiatto e all’improvviso (anche se comunque deve essere sempre pronto, “con la valigia in mano”). Non vuole la morte che sopraggiunga troppo presto e non vuole la morte che tardi a venire: per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo.

Il camminatore è un felice connubio di forza e bellezza, fuor di metafora tra ragione e intuizione. L’intuizione può anche essere “giusta”, ma se non è supportata dalla necessaria forza raziocinante non può essere messa in pratica; la forza della ragione può essere vigorosa e possente, ma se non è “guidata” dall’intuizione rimane sterile e fine a se stessa. Se l’equilibrio tra forza e bellezza viene meno e l’una non riesce più a compenetrarsi con l’altra, allora l’unità complessa “uomo” perde la propria coesione e possono verificarsi (perché l’uomo così squilibrato lo vuole o crede di volerlo) atti contraddittori.

La famosa “conversione in punto di morte”, esempi della quale riempiono le apologetiche del devotismo di ogni religione, è il tipico risultato della perdita di equilibrio del decadimento dell’uomo fisico.

La morte è vista come una tappa del cammino. Il camminatore non sa se la tappa è l’ultima oppure è una delle tante (molte o poche) del percorso. Ma non se ne preoccupa: suo compito è di percorrere al meglio questa tappa, senza pensare alle (eventuali) successive (così insegna anche Hiram nel secondo discorso).

Simbolo del grado è il triangolo spezzato, che allude proprio a quanto temuto. Al momento di trasmettere la Parola si prende atto che uno dei tre, Hiram appunto, è mancato: la Parola non può essere trasmessa e viene sepolta nella cripta.

martedì 22 dicembre 2009

7.1.3 Il testamento di Hiram: la Parola e la morte

Scocca mezzogiorno. Mentre gli operai sono mandati dal lavoro alla ricreazione il Gran Maestro Hiram Abif entra nel Sancta Sanctorum per elevare le proprie preghiere.

Secondo il Rituale la preghiera deve essere scelta fra le tre seguenti:

1.
Divino Padre, possa la Tua grazia scendere su me così come io mi inginocchio all’Altare. Possa una parte della Tua saggezza essere da me ricevuta affinché io tracci sul tavolo da disegno progetti accettabili alla Tua vista. Alimentami con cibo adatto affinché io rimuova la paura che, sazio, Ti rinneghi. Possa la mia pietra essere la Tua roccaforte. Per tutta questa opera indirizzami e guidami. Amen.

2.
Proverbi, 30 8-9: Tieni lontano da me falsità e menzogna e dammi quello che è necessario per vivere, senza farmi né ricco né povero. Se fossi ricco potrei rinnegarTi pensando di non aver bisogno di Te; se fossi povero potrei rubare disobbedendo alla Tua volontà.

3.
Salmi 31 1-4: In Te, Signore, ho trovato rifugio, fa che non resti mai deluso. Tu che sei giusto, mettimi al sicuro. Ascoltami, corri a liberarmi. Sii per me una fortezza invincibile, la roccaforte che mi salva. Sei Tu la mia roccia e la mia difesa. Fà onore al Tuo nome, conducimi e guidami.

Al termine Hiram Abif puntualizza ad Adoniram che riceverà la Parola di Maestro solo al completamento del Tempio. Il rituale è eloquente: Hiram risponde ri-velando l'essenza della Parola.
Mio carissimo amico Adoniram, non so quando la potrai ricevere poiché fu concordato tra Salomone Re d'Israele, Hiram Re di Tiro e me stesso, che la Parola di Maestro possa essere conosciuta soltanto quando il Tempio sarà ultimato ed, allora, solo alla presenza di tutti e tre.
Ritorna il motivo del Tre, ma ritorna anche il motivo della perdita della Parola non perché l'unico possessore sia stato improvvisamente ucciso (come nella leggenda del Terzo Grado), ma perché la trasmissione può avvenire con la triplice presenza. E' una questione più sottile: non si perde (per scomparsa dell'unico detentore) la Parola, viene meno la possibilità della trasmissione della Parola, per cui si è obbligati al declassamento dalla trasmissione rituale alla trasmissione virtuale. In questo quadro si inseriscono le considerazioni che Hiram svolge ad Adoniram (che aveva chiesto la Parola di Maestro) durante le tre deambulazioni.

Sono considerazioni di una drammaticità attuale e, pronunciate all'interno del rito, producono effetti palpabili che fanno riflettere nel profondo di se stessi.

Immaginiamo la scena. Hiram ha pregato (per parte mia preferirei la seconda delle tre “preghiere” - altrove svolgerò le mie considerazioni sulla presenza della "preghiera in un lavoro rituale massonico) e si reca alla Tavola da Disegno. Lo avvicina Adoniram e gli chiede quando potrà ricevere la Parola di Maestro (naturalmente l'approccio è diverso dai tre compagni infedeli che pretendevano la Parola); Hiram risponde che potrà averla solo al compimento del Tempio con la presenza contemporanea dei tre Maestri. Ma Adoniram obietta, ragionevolmente ma colpendo nel profondo: che succederebbe se uno dei tre morisse prima? come potrebbe allora ricevere la Parola?

L'obiezione colpisce Hiram. Il problema esiste e sembra insormontabile: la Parola dovrà dunque perdersi? Prende Adoniram sotto braccio e “viaggia” con lui attorno all'Ara.

Ascoltiamo Hiram.

PRIMA DEAMBULAZIONE
Compagno Adoniram, quello della morte è un argomento che non può essere trattato superficialmente da coloro che sono soggetti al suo potere. Il giovane può morire, il vecchio deve morire, il più saggio non sa quando morrà. Ma non c'è nessuno che può sfuggire a questo inesorabile destino. Anche il più giovane che si trova sopra questo pavimento a scacchi è coperto dall'ombra della morte la cui mano invisibile si protende contemporaneamente su Re Salomone e sul suo trono d'avorio. Noi camminiamo sulle ceneri di tutte le generazioni, che hanno percorso questa strada prima di noi; ed a loro volta le nostre stesse ceneri si uniranno a quelle. Non è da me, Compagno Adoniram, sperare di essere sottratto dal comune destino dell'uomo. Io non potrò vivere tanto da vedere il Tempio ultimato. La Parola di Maestro andrà persa... E se morrò... (indica l'Ara e batte tre colpi per terra) la Parola Sacra sarà sotterrata qui!

SECONDA DEAMBULAZIONE
Compagno Adoniram, la morte conclude il lavoro di un uomo. Da quel momento in poi le generazioni successive potranno costruire o conquistare ogni cosa ma egli non ci sarà. Una mente fertile, una mano esperta, un braccio vigoroso, sono purtroppo inutili nella bara. Come ha detto il nostro Eccellente Re Salomone: «I morti perdono la loro saggezza, i loro affetti, le loro inimicizie e le loro gelosie poiché ormai sono cessate e non fanno più parte di alcuna cosa che avvenga alla luce del sole». Quale sprone è questo, per un uso proficuo del nostro tempo e delle nostre capacità, se non di spingerci a utilizzarlo proficuamente fin quando le nostre forze dureranno ed affinché il nostro lavoro sia completo prima del Sabato dell'Eternità. Il mio lavoro, Compagno Adoniram, non è completo; tuttavia ho lavorato a lungo e infaticabilmente per eseguirlo. Io non potrò vivere tanto da vedere il Tempio ultimato. La Parola di Maestro andrà persa... E se morrò... (indica l'Ara e batte tre colpi per terra) la Parola Sacra sarà sotterrata qui!

TERZA DEAMBULAZIONE
Compagno Adoniram, è attraverso il cancello della morte che noi troveremo l'ingresso al luogo della paga, della ricreazione e del riposo. Il Supremo Maestro dell'Universo, davanti al quale noi ci inchiniamo in adorazione ed il cui occhio onniveggente ha guidato i nostri lavori nella Loggia terrena, promette di diffondere su di noi, nella Loggia Celeste, tutte le gioie e le glorie del Sabato Eterno. Dopo che la forte mano della morte ha livellato tutti nella umiliazione della bara, l'Onnipotente Mano del Supremo Maestro prevarrà ed esalterà ciascun Fratello alla gloriosa compagnia di quella indissolvibile Loggia. Là, i disegni tracciati sulla Tavola da disegno saranno visti finiti. Là, l'adorazione della Dodicesima ora sarà ininterrottamente goduta. Là, la luce del giorno splenderà eternamente. Là, i veli del dubbio e della oscurità cadranno dai miei occhi e le sagge indicazioni del Divino Architetto appariranno in tutto il loro splendore. Con questa luce di fede che batte su di me, oh Morte! non temo il tuo colpo. La mia speranza, Compagno Adoniram, è nella Loggia Suprema verso la quale mi sto avviando. Io non potrò vivere tanto da vedere il Tempio ultimato. La Parola di Maestro andrà persa... E se morrò... (indica l'Ara e batte tre colpi per terra) la Parola Sacra sarà sotterrata qui!


Tralascio i riferimenti religiosi e il quadro indiscutibilmente cristiano (specie nella terza deambulazione): ormai il camminatore ha ben superato la religione e non se ne preoccupa.

Osservo invece che al Maestro Reale si insegna che la Parola andrà perduta, mentre come Maestro dell'Ordine l'aveva già ritrovata [ma secondo la ritualità anglosassone ne aveva ritrovata una sostitutiva] e come Maestro dell'Arco Reale aveva scoperto che la Parola perduta è il nome di Dio. Qui l'insegnamento è più profondo. “Storicamente” (la “storia” come affiora dalle leggende muratorie - mitologicamente "più vera" della storia reale) ci troviamo durante la costruzione del primo Tempio, poco prima dell'uccisione di Hiram da parte dei cattivi compagni e ovviamente prima della ricostruzione del secondo Tempio (contesto della leggenda dell'Arco Reale), quindi dovrebbe essere il necessario prodromo alla futura perdita e al posteriore ritrovamento (molti esegeti del grado infatti intendono così).

Credo invece che l'insegnamento sia più profondo. Il Massone Eletto non nasconde nell'eventualità di perdere, ma nasconde perché sa che la Parola verrà persa. E quelle che verranno poi ritrovate? Tutte le Parole ri-trovate in qualunque grado muratorio sono solo Parole Sostitutive, forse qualcuna meno approssimativa di altre, ma tutte sostitutive. La vera Parola sarà sotterrata all'Ara. Il simbolo del grado, un triangolo spezzato, individua proprio l'insegnamento del grado: la Parola verrà perduta. Non esiste una Parola che verrà ritrovata definitivamente: ognuno dovrà indirizzare il proprio cammino alla ricerca. La cazzuola e la spada vengono inseriti nel triangolo spezzato e indicano le due modalità di ricerca: la costruzione di qualcosa e la difesa di qualcosa.

La ricerca della Parola si intreccia inestricabilmente con la vita del ricercatore al quale Hiram indica tre prospettive o - meglio - una triplice prospettiva: ineluttabilità della morte, impegno nel lavoro prima della morte, livellamento della morte (tralascio ciò che sarà “dopo” la morte in quanto pertinente al religioso e/o al “post-massoneria”). La prospettiva comunque è la stessa: la morte. L'uomo deve morire. Possiamo eventualmente aggiungere: morire a questo piano fisico. La morte è il “compimento dell'opera”. L'uomo saggio non va contro un evento naturale che non può essere evitato, ma sa che esiste un tempo giusto per ogni cosa, glielo ha ribadito il 1° Sorvegliante a mezzanotte in punto: Maestro Venerabile, tutto è giusto e perfetto.

sabato 19 dicembre 2009

7.1.2 Il Capo d'Opera e la Massoneria dei Metalli

Il candidato, debitamente preparato, si presenta a Hiram Abif per il controllo della propria opera: un vaso d’oro. La Massoneria Criptica si innesta sul sistema dell'Arco Reale, quindi nell'ambito della massoneria della pietra. In precedenza si presentavano all'ispezione manufatti di pietra (vedi il grado del Maestro del Marchio): qui invece si presenta un manufatto di metallo (è oro, ma avrebbe potuto essere bronzo, ferro o altro metallo). Secondo Moramarco può essere una traccia dell’antica massoneria del ferro che simbolicamente si pone accanto alla massoneria della pietra e alla massoneria del legno.
Il grado di Maestro Reale ci pare di particolare interesse perché costituisce un residuo della settecentesca «massoneria adonhiramita» e rappresenta la trasmissione iniziatica da Hiram ad Adonhiram, sovrintendente degli operai del metallo. Simbolicamente in tal modo la Massoneria completa il suo ciclo di manifestazione o solidificazione: avendo plasmato il legno prima (tradizione noachita) e la pietra poi (tradizione hiramica), essa lavora infine i metalli (tradizione adonhiramita).
[Michele Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, Reggio Emilia, 1989, v. 1, p. 317].

Pietra, legno e ferro sono i tre materiali necessari per la costruzione di edifici e simbolicamente ha senso parlare di una Massoneria della Pietra, del Legno e del Ferro, “patrocinate” rispettivamente da Hiram, Noè e Adonhiram.
Ho riflettuto a lungo sulle tre Massonerie - meglio: sui tre aspetti diversi della Massoneria. Sono infatti tre modalità di costruzione non contrapposte, ma complementari, per cui sono dell'opinione che non sia possibile applicarsi su una prescindendo dalle altre. Qui forse sta uno dei limiti simbolici della Massoneria (quale è comunemente praticata). Mi spiego considerando il nostro rituale (quello - per intenderci - praticato nel Goi).

Nei nostri tre gradi, in particolar modo nei primi due, non ci sono atti che richiamino direttamente all'arte della costruzione se non i colpi che l'Apprendista prima e il Compagno dopo battono sulla pietra, e le spiegazioni (morali, non applicate all'arte del costruire) degli strumenti che l'Apprendista promuovendo impugna nei viaggi che lo porteranno al Secondo Grado. Un po' poco per una Istituzione che proprio all'ars edificandi si richiama. Anche la leggenda di Hiram è imperniata più sul destino del singolo che sulla costruzione del Tempio.

E' probabile (ma è mia supposizione personale) che sia dovuto all'ingresso nelle vecchie Logge operative degli speculativi, approfonditi nelle arti esoteriche e filosofiche ma estranei a tecniche di costruzione. E' stato enucleato solo l'aspetto “costruire con la pietra” senza rendersi conto che mancavano elementi essenziali? Ancora oggi chi è pratico del mestiere sa che per costruire una casa non bastano mattoni, sabbia e cemento, ma sono necessari anche travi e tavole di legno, e ferri (per armare il cemento o fissare le travi). Possiamo affermare che la Massoneria è stata decurtata di qualcosa di se non essenziale certamente significativo?
Se il ritmo del Tre pervade tutta l'organizzazione muratoria (Maestro Venerabile e i due Sorveglianti nell'Ordine, i tre Principali di un Capitolo nel sistema dell'Arco Reale, eccetera) perché non pensare anche alla terna Massoneria della Pietra, del Legno e del Ferro?

Il vaso d’oro, riconosciuto manufatto perfetto, fu ordinato a suo tempo da re Salomone per rappresentare la misteriosa Triade: Fede, Speranza e Carità [per questo ternario si veda più avanti].

7.1.1 Spazio e tempo

Il Prologo (cosi detto nel rituale) di Re Salomone al Candidato appare assolvere la funzione di sradicare le certezze temporali dei Fratelli (non più profani o apprendisti inesperti, ma Maestri dell'Arco Reale, quindi massoni già provetti nell'Arte). Lo riporto per intero perché mi pare di grande importanza.
Compagni voi siete stati più volte informati che la Massoneria è una ricerca senza fine della Luce. Nei gradi dell'Ordine voi avete avuto la prima Luce, poi più Luce e successivamente più Luce ancora; ma la vostra ricerca non fu completa. Nei gradi del Capitolo dei Maestri dell'Arco Reale altra luce vi è stata impartita, e voi avete riscontrato, così come avviene durante la vita terrena, che ogni progresso nella conoscenza apre semplicemente gli occhi ad un campo di ricerca sempre più vasto. Ogni rivelazione, in Massoneria è anche Ri-Velata, cioè velata di nuovo. Ogni ricerca di nuove verità abbassa anche un velo su altre verità; il che determina uno stimolo a protrarsi verso successive ricerche. La Verità Ultima potrà essere scoperta soltanto quando avremo sollevato l'ultimo velo e ci troveremo alla presenza di Colui che è la Via, la Verità e la Vita.
Prendendo i vostri nuovi gradi, c'è una cosa che dovrete ricordare, e cioè che se nella vita l'ordine in cui gli eventi si susseguono è lo stesso ordine nel quale noi ne veniamo a conoscenza, nei successivi gradi della Massoneria, gli eventi, così come li impariamo, non sono rappresentati nell'ordine cronologico in cui essi realmente si svolgono...

Ricordiamo che le parole vengono indirizzate ad un massone che è già Maestro dell'Arco Reale, che ha quindi non solo ritrovato la Parola perduta (che la ritualità anglosassone insegna subentrare a quella del Terzo Grado, indicata come “sostitutiva”), ma che ha scoperto che quella Parola è proprio il Nome della divinità. Qui si vedono i limiti tutti di una visione, sia pure muratoria, ridotta all'ambito religioso, anche se di quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono. Fuor di metafora, nemmeno l'Arco Reale è il punto di arrivo definitivo, ma è solo una tappa della via. E il Nome della divinità non è la Parola perduta finalmente ritrovata, ma è anch'essa un'altra Parola sostitutiva. Il massone che non l'aveva compreso trova qui chiaramente indicato non tanto la dichiarazione preliminare d'intenti di uno dei tanti gradi massonici, quanto la caratteristica fondamentale del sapere muratorio e in ultima istanza della vita dell'uomo: ogni conquista aumenta un poco la tua conoscenza, ma contemporaneamente sai anche di sapere di meno e quindi aumenta la tua ignoranza. Il massone appagato del grado che ha raggiunto (qualunque esso sia) è un massone limitato.

La ricerca ora è più intima e coinvolge intimamente l'essere del massone ricercatore, il camminatore. Il discorso pare riavvitare il cammino muratorio su se stesso, specificando ciò che era già stato incontrato: il viaggio nel Gabinetto di Riflessione implicava uno scardinamento dei parametri spazio-temporali; altrettanto la rinascita di Hiram. Il Maestro del Marchio non lavora in un cantiere (come ci aspetteremmo), bensì in un luogo geodetico che simboleggia un cantiere.

Che si chiede al Segretario Intimo, sesto grado della scala scozzese?
Da dove venite? Da ogni luogo.
Dove andate? In ogni luogo.
[Cfr. Catechismo del grado. Vedi anche in Ugo Poli, Massoneria iniziatica – La via Scozzese, Roma, 1981, p. 45]

Non è lo scardinamento dei parametri spaziali? Il camminatore non ha davanti a sé una strada tracciata da altri, ma deve trovare da solo la direzione sapendo che ciò che sa può aiutarlo, ma può anche fuorviarlo. Ora si è liberato dai facili fumi dell'entusiasmo, sa che il percorso non è facile ed ha la maturità di ripercorrere i propri passi e “ri-vedere” quanto ha già visto. Che significa il superamento del binario indicato dal muoversi sul pavimento bianco e nero del Tempio? Il camminatore non cammina né sul bianco né sul nero, ma sul bianco-nero: ha scardinato i propri parametri spaziali.

Re Salomone qui è più specifico: se vuoi proseguire devi scardinare anche i parametri temporali per “uscire” dal tempo profano: la cronologia che tu fissi nella tua mente può non essere (sicuramente non è) quella che dovrà essere; lo dovevi aver già fatto, ma ora te ne si dà l'opportunità. Nell'Ordine in ogni grado si stabilisce ora di inizio e fine dei lavori (mezzogiorno e mezzanotte), mente nei gradi del sistema Arco Reale non se ne fa cenno. Doveva già essere stato affrontato il parametro tempo? Ora ritorna il “tempo” dei lavori: il Maestro Eletto lavora dalle nove a mezzanotte. Si vuole ora ribadire che dovrà nuovamente essere affrontato?

Nella nostra mente il tempo presiede la formazione dell'uomo. Due degli atti fondamentali che hanno portato l'uomo ad essere uomo sono il contare e il parlare: entrambi si basano sul tempo (parlo: una parola dopo l'altra; conto: un numero dopo l'altro).
Se invece guardo, non vedo un oggetto dopo l'altro, ma li osservo contemporaneamente. Queste idee mi sono state suggerite da Simone che individua due modelli di intelligenza: al visivo, un'intelligenza simultanea, che coglie nello stesso momento una varietà di dati percettivi, senza che si possa dire quale di essi sta prima E quale sta dopo. Si tratta dunque di un''intelligenza non strutturata temporalmente, non organizzata in successioni. Al linguaggio, a causa della sua natura intrinsecamente lineare, cioè del fatto che dispone inevitabilmente i suoi elementi l'uno dopo l'altro (non si pronunciano due fonemi nello stesso momento, non si possono dire due parole nello stesso momento, ecc.), si può associare un'intelligenza di tipo sequenziale: la linearità del linguaggio (sia nella percezione che nella produzione) pilota la formazione della capacità di seguire, organizzare e governare successioni ordinate.
La mia personale opinione è che l'intelligenza simultanea sia più primitiva di quella sequenziale, che risalga a fasi evolutive precedenti, e che sia per così dire «controllata» dal nascere dell'intelligenza sequenziale
. (Raffaele Simone, Maistock, Il linguaggio spiegato da una bambina, Firenze, 1988, pp. 86-87).

Il libero muratore sa già che il linguaggio non è sufficiente alla completa comunicazione, e infatti ha già imparato ad utilizzare il linguaggio dei simboli fin dal Gabinetto di Riflessione. Ora deve perfezionarlo svincolandolo dai parametri temporali, passando - per riprendere la metafora di Raffaele Simone - dall'intelligenza sequenziale alla simultanea (e non si tratta di “ritorno” e “regressione” contro il verso della freccia evoluzionistica, ma “riappropriazione” di modalità che non sappiamo più di possedere).

Il nostro tempo occidentale è scandito dal Qoelet:
Per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo:
un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato,
un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire;
un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare,
un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci;
un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via,
un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare;
un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

[Qoelet, 3 1-8]


L'uomo occidentale ha scandito il proprio tempo (tempo sacro, tempo profano) su queste parole che scaturiscono dal suo profondo.

Ma il Qoelet aggiunge (3 11, 15):
Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità,...
Ciò che è, è già stato prima, e ciò che sarà è già stato, e Dio riconduce ciò ch'è passato...

L'antico autore ammonisce: attenzione, tutto non è come sembra.

Re Salomone esorta il recipiendario: attenzione, puoi andare ancora avanti, ma dovrai andare oltre le categorie spazio-temporali alle quali si affida l'uomo comune.

7.1 Maestro Reale

I lavori vengono aperti in grado di Maestro Eletto,. nella Cripta Segreta del Tempio di Salomone, dalle nove a mezzanotte. Vengono quindi sospesi per il passaggio al grado di Maestro Reale
Al recipiendario, già Maestro dell’Arco Reale, re Salomone spiega che ogni avanzamento è aumento di luce e che ogni nuova scoperta di verità abbassa un velo su altre verità.

7 Il Maestro nella Cripta

E’ uno dei sistemi più significativi della Libera Muratoria, in quanto riesce (almeno a mio parere) a individuare il «nucleo forte» della massonicità. In Italia il sistema è federato nel Rito di York.

domenica 11 ottobre 2009

6.3.2.2 Annotazione

La scoperta del Nome non è e non può essere, massonicamente parlando, un obiettivo religioso. Se lo diventa il demerito non va al grado, ma ai massoni che non ne hanno compreso la potenzialità. Bisognerebbe infatti svolgere una analisi sulla interpretazione religiosa di simboli che in un contesto iniziatico non possono venire ridotti ad una sfera che al più può essere solo propedeutica, ma non fondativa né tanto meno obiettivo della ricerca.

E' sicuramente vero che “tutta la massoneria” è compresa nei tre gradi (escludendovi - con buona pace della Gran Loggia d'Inghilterra - l'Arco Reale), ma è anche vero che i Corpi rituali, innestati a partire dal Terzo Grado, dovrebbero essere strumenti di perfezionamento, non di “restrizioni iniziatiche”, come può diventare restringere il ritrovamento della Parola ad un piano religioso. A questo livello, ben oltre il Terzo Grado, il Libero Muratore ha superato, o dovrebbe averlo fatto, il mero piano religioso e se pure il Nome può avere una veste religiosa è ben capace di andare oltre. Ciò che frena il cammino invece è il contesto di fede religiosa che impernia e informa il rituale tutto dell'Arco (mi riferisco qui al sistema americano, ma il discorso vale anche per l'inglese - nulla posso dire degli altri due sistemi che non conosco).

Cito solo alcuni passi, significativi dell'atmosfera. All'apertura dei lavori il Cappellano (figura tipica della ritualità anglosassone) invoca il Grande Architetto: O tu, Eterno ed Onnipotente Jehova, permetti a noi, tue creature fragili, dipendenti, bisognose, di accostarsi alla tua Divina Maestà. Umilmente noi adoriamo e veneriamo le tue indicibili perfezioni (…) ...O Padre Misericordioso, quando avremo passato i veli esterni di queste corti terrene, lasciaci entrare nel Sancta Sanctorum alla presenza del Gran Concilio del Cielo, dove il Gran Sacerdote per sempre presiede, per sempre regna.

L'atmosfera, malgrado la veste ebraica, è prettamente cristiana, anzi quasi cristiano-devozionale (...umilmente adoriamo... veneriamo le tue indicibili perfezioni...). L'Eterno ed Onnipotente Jehova non è il Grande Architetto dell'Ordine, ma un Dio ben preciso. Il citato Gran Concilio del Cielo non pare che un nome altro del paradiso cristiano con il Padreterno calato nel ruolo di Gran Sacerdote (Eterno).

E' sicuramente vero che il singolo massone lavora nel grado e applicando il simbolismo interviene nell'esegetica del grado stesso, ma pongo alcune domande.
E'il massone che interpreta il grado o è il grado che indirizza il massone?
Fino a che punto il massone può interpretare il grado?
La preghiera del Cappellano non è di per sé una preliminare dichiarazione di intenti al di qua e al di là della quale il grado non permette di andare, per cui chi si spinge oltre si trova al di fuori (del grado)?
Non diventa allora il sistema uno strumento di perfezionamento “indirizzato” piuttosto che perfezionamento tout court che porge stimoli senza indirizzare il cammino (la direzione del percorso è scelta dal camminatore)?

6.3.2.1 La Divinità

Si pone un problema delicato. La Parola ritrovata è il Nome di Dio, fissato nella rivelazione mosaica in Genesi 2:4 ed Esodo 3:14. Non è il nome del Dio cristiano, ma dell’ebraico YHVH (per altro ripreso dai cristiani che hanno comunque ignorato gli altri nomi presenti nella Bibbia, accettati solo come attributi e non come nomi diversi della stessa entità).

Sono convinto che per gli antichi massoni si trattasse proprio del dio cristiano (anche se sotto veste formalmente ebraica) piuttosto che del quid divino che è in ogni uomo e che veniva richiamato nel primo Dovere di Anderson. Nel 1778 il primo Gran Capitolo dell’Arco Reale puntualizza:
Il Nome... non deve essere concepito solo come una parola d'ordine, alla maniera di coloro che sono legati ai vari gradi della Libera Muratoria, ma anche teologicamente, come termine, al fine di dare l'idea del Grande Essere, unico autore della nostra esistenza.
[Antonio De Stefano, Origini della Massoneria dell'Arco Reale in Supremo Gran Capitolo d'Italia del Sacro Arco Reale di Gerusalemme, Atti del primo convegno, Chianciano Terme, 1986, pp. 11-12].

In questo modo la Religione nella quale tutti gli uomini convengono viene individuata nell'aspetto ebraico-cristiano, togliendo senza dubbio universalità all'Ordine muratorio che aveva reso gli adepti “neutrali” ai particolarismi delle singole religioni e tesi alla ecumenicità del religioso.

L’operazione diventerà ancora più esplicita con l’inserimento della cavalleria ( che significativamente viene innestata proprio sul sistema dell’Arco Reale.
[In ogni Rito – per quanto è a mia conoscenza - qualifica essenziale per un candidato all’esaltazione cavalleresca è l’appartenenza all’Arco Reale. Anche nel Rito Scozzese il grado dell’Arco Reale (XIII) è precedente ai più significativi gradi cavallereschi. Il Gran Priorato di Scozia, che gestisce Cavalleria Templare e di Malta, ammette solo massoni dell'Arco Reale ed è (o almeno era) così anche per la Cavalleria della Croce Rossa di Costantino].

Il massone speculativo però riesce a comprendere la necessità di andare oltre gli impacci di una interpretazione meramente religiosa che si scontra con l’universalità della massoneria ponendo differenziazioni che non le sono pertinenti, meditando sull’essere la Parola (prima perduta quindi ritrovata) non la cristiana chiave della resurrezione, ma il punto di partenza per comprendere l’armonia del sistema uomo, contemporaneamente costruttore e costruzione.

Mi hanno sempre colpito le parole di Carlo Gentile:
Al Maestro si presenta il problema di come essere libero da un possibile determinismo occulto, per potere esercitare la propria funzione iniziatica nell'atmosfera in cui egli è venuto a trovarsi. L'Arco Reale richiama proprio a tale responsabilità; se riflettiamo alla discesa nella caverna, al recupero di preziosi simboli, e addirittura al momento in cui il Maestro dell'Arco Reale diviene il tramite che fa ricongiungere alla Luce del Tempio il Delta d'oro con sopra inciso il Nome Ineffabile... Il filosofo (e Libero Muratore) Fichte, teorico della espansione cosmica del pensiero, ha sostenuto che esso è inarrestabile per propria natura... L'indirizzo etico dell'Arco Reale ha per evidente postulato la presenza del Pensiero calato nel Tempio e risalente dalle profondità incommensurabili sotto il triplicato simbolo della Squadra (la Legge, la Rettitudine, l'Armonia dei rapporti sociali, ecc.). La sublimazione dell'opera dell'Arco Reale corrisponde in sostanza alla continua richiesta di risposte alle problematiche del cammino, aspro e denso di nebbia del Mondo.
[Carlo Gentile, citato in Aldo Scarlata, Carlo Gentile e l'Arco Reale in Hiram, Roma, agosto 1987, p. 249].

La leggenda dell’Arco risulta così la conclusione del cammino che l'apprendista cominciò nel Gabinetto di Riflessione. Terzo grado e Arco sono quindi quasi aspetti non necessariamente consequenziali l'uno all'altro (sicuramente il Terzo Grado dà la pienezza della maestria) ma nemmeno distanziati. Il Terzo Grado lascia il camminatore davanti alle innumerevoli potenzialità del cammino, mentre l'Arco propone fra le tante un'alternativa, non esclusiva, di interpretazione della costruzione e del completamento. Certamente l'interpretazione del grado di Maestro rimane nel filone “religioso” (ho evidenziato il termine tra virgolette per indicare sì il carattere religioso, ma separato da una religione positiva o da atteggiamenti devozionali): il massone dell'Arco Reale scopre il Nome e la Legge di “Dio” (che poi tenda a considerare il Grande Architetto come il dio di una religione rivelata, questo è affar suo – oltre che, a mio parere, riduttivo e coerente con la debolezza di chi tenta il cammino).
[Spesso ho notato nel linguaggio di massoni esclamazioni del tipo “che il Grande Architetto ti assista”, “speriamo nel Grande Architetto”, che mostrano come il termine GADU sia quasi sinonimo di Dio (anzi del dio antropomorfo della tradizione cristiana), snaturando così quel delicato equilibrio sul quale si muove il lavoro muratorio].
Nei primi tre gradi il grande Architetto dell'Universo era una presenza-assenza: pur essendo invocato in apertura e chiusura dei lavori, pur vegliando simbolicamente dall'Oriente del Tempio sui Fratelli, non era al centro della meditazione massonica, occupata dal dramma umano.
Nell'Arco Reale i Massoni incontrano la Divinità, nel mistero del Suo Essere (il Nome) e nel suo significato mortale (la Torah). Ed è un Dio personale, come attestato dal Genesi, dove si afferma che Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza, conferendogli cioè il principio di personalità, il più alto che ci è dato di conoscere nella realtà. Dio è Persona, anche se non è "una persona"
.
[Michele Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, v. 1, p. 177].

Così Michele Moramarco; io aggiungo, a completamento, che se Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, anche l’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza (domanda provocatoria: è più importante che Dio esista o che l’uomo creda in Dio?) puntualizzando la non differenziazione tra Dio e uomo e riappropriandomi della Parola perduta (il Nome è così anche il Nome dell'uomo, pronunciato nella coscienza dell'uomo, che partecipa all’universalità unitamente alla coscienza di tutti gli uomini - Se la Torah insegna che il Libro sacro non è altro che l'elenco dei nomi di Dio, per parte mia cerco di trovare se non l'elenco almeno qualche nome dell'Uomo.


RITO SCOZZESE A. A.

Un'altra versione della leggenda dell'Arco (XIII grado del Rito Scozzese: Cavaliere dell'Arco Reale – non praticato, ma incontrato nel mio percorso di tanti anni fa) si riferisce invece al Libro di Enoch. Il profeta Enoch aveva nascosto prima del diluvio, sotto uno dei nove archi di un tempio sotterraneo, un Delta d'agata e due Colonne. Sul Delta era inciso il Nome Ineffabile dell'Essere Supremo; sulla Colonna di bronzo i princìpi della Conoscenza primordiale umana e sulla Colonna di marmo la chiave per la pronuncia del Nome Ineffabile. Salomone incaricò tre Grandi Maestri Architetti (Maestro Architetto è il XII grado scozzese) della ricerca ed essi trovarono solo il Delta e la Colonna di bronzo, quella di marmo essendo stata corrosa dalle acque.

Cambia il contesto espositivo, ma resta la sostanza della scoperta del Nome e quindi del ritrovamento della Parola. Insomma: resta l’essenzialità del grado.

6.3.2 La leggenda americana e inglese

La leggenda si basa sul ritorno dalla cattività babilonese e sul racconto biblico della costruzione del secondo Tempio di Gerusalemme.

Tre Muratori ritornano dalla cattività babilonese, liberati, come tutti gli altri ebrei, dall'editto di Ciro. Giunti a Gerusalemme si presentano al Sinedrio offrendo la propria opera per la costruzione del Tempio.

Vengono destinati alla preparazione del terreno sul quale edificare il Secondo Tempio, sullo stesso luogo del Primo costruito da Salomone e dall'architetto Hiram.

Durante i lavori scoprono una cripta nella quale vengono ritrovati la Chiave di Volta, il Libro della Legge e la Parola perduta, il Nome di Dio. Questa è la vera Parola: solo ora - insegna il grado - viene raggiunta la pienezza della Maestria.

6.3.1 Osservazione sul “sistema Arco Reale”

Premetto che le osservazioni si riferiscono ai sistemi inglese e americano (gli unici che conosco) e che sugli altri due sistemi non ho che sporadiche informazioni1.
[Una “caratteristica” dell'Arco Reale è la mancanza di “informazioni congiunte o comparative”: chi pratica un sistema non sembra interessarsi che marginalmente degli altri. Così il Jones, esponente del sistema inglese ed autore di una densa opera sull'Arco inglese, dimostra di ignorare (non ne dice nulla se non qualche sporadico cenno) l'Arco americano, che pure è il più diffuso nel mondo massonico). Così chi pratica l'Arco americano conosce stentatamente gli altri sistemi (quali sono le differenze, perché si sono create, quali sono i punti comuni?) e pare essere completamente soddisfatto della mancanza di curiositas]

Il rituale dell'Arco Reale di Gerusalemme chiaramente espone all'atto della esaltazione del Candidato: Probabilmente, voi immaginate di aver oggi ricevuto il Quarto Grado della Massoneria; ma non è così. Questo è solo il completamento del Grado di Maestro Libero Muratore. Quando foste elevato al Terzo Grado vi si informò che, per la prematura morte del nostro Maestro Hiram Abif, i segreti di un Maestro Muratore s'erano perduti ed essi furono sostituiti con certi segreti fortuiti...

Per parte sua il rituale dell'Arco americano ribadisce lo stesso concetto: Il grado dell'Arco Reale è il completamento del grado di Maestro, la rivelazione in un secondo tempo della storia di quello che si era perduto, fino alla sua scoperta finale. Senza l'Arco Reale, il grado di Maestro è come un suono cantato a mezzo, una storia raccontata a metà o una promessa non mantenuta.

La scoperta dei vecchi segreti perduti quindi appare come una specie di “seconda parte” del Terzo Grado. A ciò fa riferimento anche l'organizzazione stessa dell'Arco in Inghilterra: ogni Capitolo prende nome e numero della Loggia sulla quale si “innesta” mostrando così lo stretto legame con l'Ordine (sottolineato anche dal fatto che i Dignitari della Gran Loggia ricoprono i corrispondenti incarichi nel Gran Capitolo (se ovviamente esaltati all'Ordine). E' ciò che si tentò in Italia anni fa con l'arco di Gerusalemme: il Gran Maestro Corona era anche Primo Gran Principale del Gran Capitolo dell'Arco e analogamente al successore Di Bernardo, diventato automaticamente Primo Gran Principale appena esaltato all'Arco.
[Che poco dopo uscisse dal Goi assieme ai maggiorenti dell'Arco Reale è fatto che qui non interessa. L'evento appartiene ormai alla storia massonica e il giudizio è già stato pronunciato].

Il mio parere (al di là del fatto organizzativo) resta problematico.

Posso accettare che il Terzo Grado sia incompleto, come del resto tutti gli altri gradi muratori, essendo in realtà progetti di lavoro che il massone dovrà poi realizzare, ma non nel senso che ne manchi una parte (appunto quella che ora è di pertinenza dell'Arco). Infatti in quest'ultimo caso la leggenda di Hiram e il ritrovamento del Libro e della Parola tra le rovine del primo Tempio (proprio quello che costruiva Hiram) avrebbero dovuto avere la stessa origine. Lascio la parola ad un esperto in materia.
Sappiamo che, negli anni successivi al 1717 (nel quale fu fondata la Prima Gran Loggia) il Grado Hiramico si stava sviluppando come rituale eseguibile; sappiamo anche che il Grado dell'Arco Reale, due o tre decenni dopo, visse un'esperienza analoga. Questa sequenza cronologica va a sostegno dell'idea che la leggenda Hiramica del Primo Tempio sia stata enucleata per prima dal patrimonio della tradizione massonica e che in seguito lo stesso sia avvenuto per la leggenda del Soggiornante del Secondo Tempio. Benché il Conte Goblet d'Alviella suggerisca dei contatti tra muratori medioevali e filosofi, la maggior parte degli studiosi (ed io fra essi) non riesce a scorgere una pur minima possibilità che l'Arco Reale si sia sviluppato dalla muratorìa operativa. Probabilmente il Conte pensava alla congiunzione fra la muratorìa embrionalmente speculativa del diciassettesimo secolo, forse imperniata sulla Compagnia Londinese dei Muratori, e i dotti mistici che praticavano le arti Rosacruciane e alchemiche. Molti dotti che all'epoca entrarono nella muratorìa erano degli studiosi ben addentro nella letteratura classica e medioevale; essi possedevano una conoscenza eccezionale e singolare e, per quanto lo si può valutare, innestarono parte di quella conoscenza sulle brevi e semplici cerimonie della muratorìa speculativa dell'epoca. Vi sono delle buone ragioni per ritenere che molto del simbolismo della muratorìa sia stato introdotto da tali mistici e non può esservi alcun dubbio che alcuni dei più noti simboli della muratorìa dell'Arco Reale abbiano una stretta somiglianza con quelli dell'alchimia.
[Jones, op. cit, p. 10].

La citazione è lunga ma chiara: grado hiramitico e Arco Reale non hanno avuto origini comuni, anzi pare che l'Arco segua di alcuni anni il Terzo Grado. Ci può essere solo una continuità ideale (allo stesso modo in cui c'è continuità “ideale” tra Terzo Grado” e il grado di Maestro Segreto, quarto del Rito scozzese), ma appare almeno “strana” l'organizzazione inglese (cfr. post Il Precedente Maestro di Loggia). Più accettabile la posizione dei sistemi (lo York in primis) che hanno separato il Terzo Grado nell'Ordine (nel Craft) e l'Arco Reale nel Corpo rituale.

6.3 Maestro dell’Arco Reale

Al di là della già citata suddivisione nei quattro sistemi (americano o Arco Reale del Rito di York, inglese o Arco Reale di Gerusalemme, irlandese e scozzese) formalmente diversi, credo vada sottolineata una caratteristica fondamentale.
La pregnanza muratoria del lavoro dell’Arco consiste nella costruzione cosciente, applicando le leggi della geometria e della fisica (cioè dell’Architettura), ma la cerimonia si svolge non sul “costruire”, bensì sul “trovare” (anche se il “costruire” appare nello sfondo).

L’applicazione delle leggi è il lavoro manuale. Sottolineo manuale, perché costruire è soprattutto sacrificio e fatica individuale, non disquisizione intellettuale o peggio intellettualistica. La fatica fisica, simbolicamente intesa, insegna l’umiltà e ti cambia; la disquisizione intellettuale invece soddisfa il tuo ego e la tua pigrizia e autoesalta il tuo delirio di onnipotenza.

La giustificazione simbolica del sistema dell'Arco dovrebbe trarre legittimità dal terzo grado.

A mio parere il condizionale è d'obbligo.

La morte di Hiram fa venir meno la possibilità di comunicare la Parola. Nei rituali muratori del Terzo Grado viene inizialmente espresso lo sconforto per la perdita della Parola, perdita che si ritiene irrecuperabile. Successivamente nei rituali latini la Parola viene ritrovata; ma in quelli anglosassoni (cfr. per esempio l'Emulation e il Duncan) ci si accorda che per Parola si sarebbe presa la prima pronunciata alla scoperta del cadavere e per Segno il primo eseguito sempre alla scoperta del cadavere, che viene trovato per la presenza di un ramo di acacia spezzato, legando così la morte-rinascita del maestro al simbolismo vegetale.

Dunque la Parola ritrovata nel terzo grado risulta una parola sostitutiva. Del resto anche nel quarto grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, che senza soluzioni di continuità riprende il racconto hiramitico, viene esplicitamente dichiarato che la Parola non è stata ancora ritrovata.

Nell'Arco Reale viene definitivamente ritrovata in un contesto vetero-testamentario: ritorno dalla prigionia babilonese (sistema americano, inglese e scozzese) o riparazione e restaurazione del Tempio al tempo di re Giosìa (sistema irlandese). In entrambi i contesti si ritrova il Libro Sacro e quindi la Parola.

giovedì 8 ottobre 2009

6.2 Il Precedente Maestro di Loggia

In inglese è il Past Master.

E’ dunque così importante l’aver retto il maglietto di una Loggia da quasi ripetere la cerimonia di installazione del Maestro di Loggia (tale è appunto il grado) o il farla per chi non lo è mai stato?

La risposta dovrebbe essere doverosamente positiva. Ma diventa difficile spiegarne le ragioni, perché alla luce del ritualismo “latino” il quesito non riveste un significato particolare. Invece pare che l’essere stato installato Maestro di Loggia lasci un segno indispensabile al cammino seguente e non si riduca solamente ad un'esperienza superiore.

In certi rituali, in primis l'Emulation, è prevista una cerimonia di installazione del Maestro Venerabile. La Loggia è aperta in Primo Grado. Gli Apprendisti coprono il Tempio. Il rito è condotto dal Maestro Venerabile uscente che a questo punto chiede a due ex Maestri Venerabili (cioè Maestri già Installati) di occupare gli scranni di 1° e 2° Sorvegliante; anche l'ufficio di Copritore Interno è ricoperto da un ex Venerabile. I lavori vengono elevati al Secondo Grado.

Seguendo il rituale Emulation, al Maestro installando vengono letti gli Antichi Doveri, Usi e Costumi (il testo dei quali non coincide con quelli di Anderson, ma li richiama) che dovrà “assecondare” uno ad uno.

Dopo il giuramento vengono fatti uscire tutti i Compagni e, aperti i lavori in Terzo Grado, usciti i Maestri che non sono mai stati Venerabile, si procede poi nel Consiglio dei Maestri Installati, dove si ricorda al nuovo Venerabile l'importanza delle tre Grandi Luci, gli viene consegnato dal predecessore o dal Maestro installante mazzuolo e insegne. Successivamente il Maestro Venerabile ormai installato dovrà a sua volta installare il predecessore come ex Maestro Venerabile.

Fatti rientrare, i Maestri sfilano davanti alla cattedra del nuovo Venerabile. Si procede alla chiusura dei lavori in terzo grado e vengono fatti rientrare i Compagni, che a loro volta sfilano davanti al neo Venerabile. Si chiudono i lavori in Secondo Grado e la cerimonia si ripete per gli Apprendisti.

Interessante notare che nel corso dei lavori vengono (ri)presentati gli attrezzi da lavoro: sisaro, matita e compasso per i Maestri; squadra, livella e filo a piombo per i Compagni; Regolo da 24 pollici, maglietto e scalpello per gli Apprendisti.

Quindi segue l'investitura dei Dignitari e Ufficiali di Loggia: 1° e 2° Sorvegliante, Cappellano, Tesoriere, Segretario, Maestro delle Cerimonie, 1° e 2° Diacono, Copritore Interno ed Esterno.
[Notiamo che la funzione di Cappellano nella ritualità anglosassone non è riconducibile a quella di Oratore nella ritualità latina. L'Esortazione al Cappellano che il Venerabile indirizza nell'installazione (vedi Emulation Ritual, pp. 175-176) è significativa. “...Io vi nomino Cappellano della Loggia e vi investo con il Gioiello della vostra carica, il Libro Aperto. Esso rappresenta il Volume della Legge Sacra, che sempre deve trovarsi aperto sul tavolo del Maestro Venerabile, quando i Fratelli sono intenti ai lavori nella Loggia. Il Volume della Legge Sacra è il principale delle tre grandi, seppur emblematiche luci della Libera Massoneria. Le Sacre Scritture sono il simbolo delle fondamenta e dell'indirizzo della nostra Fede. Il Volume Sacro ci guida alla Verità assoluta, dirigerà i nostri passi lungo il cammino verso la Felicità e sta ad indicare ogni dovere dell'Uomo. Priva di esso, la Loggia non è perfetta, e senza l'esplicita ammissione di credenza nel suo Divino Autore, nessun Candidato può essere lecitamente ammesso al nostro Ordine. Il vostro posto nella Loggia è immediatamente a sinistra dell'Ex Maestro Venerabile e il vostro dovere consiste, sia all'Apertura, sia alla Chiusura, della Loggia, in ogni Grado, così come nelle tre Cerimonie, nell'invocare la Benedizione dell'Onnipotente sui nostri lavori. Voi dovete perciò, partecipando nel limite del possibile ad ogni riunione della Loggia, espletare l'incarico sacrale previsto dalle parti devozionali delle nostre cerimonie”].
Al Consiglio dei Maestri Installati può partecipare solo chi ha ricoperto la dignità di Maestro Venerabile. E' un'antica traccia delle Logge di Maestri Venerabili?
[La prima documentazione di Logge di Maestri Venerabili è nell'Inghilterra del 1730, create per elevare i Compagni d'Arte al grado di Maestro (che solo alla fine degli anni 1720 era diventato patrimonio di alcune Logge, ma non era ben noto come praticarlo. Le Logge di Maestri Venerabili erano composte da fratelli in grado di svolgere la cerimonia n modo impeccabile. (cfr. Bernard J. Jones, Il libro dei Liberi Muratori del Sacro Arco Reale, Roma, 1988.p. 68)].

Si può configurare l'installazione del Maestro di Loggia come una specie di quarto grado massonico?

La domanda non pare peregrina, anche se da parte inglese, ancora oggi fa testo il compromesso tra le due Grandi Logge rivali inglesi, quella degli Antients (gli scissionisti della metà del XVIII secolo) e dei Moderns (la Gran Loggia del 1717) che si riunificarono nel 1813, pattuendo, tra l'altro: Pure antient Masonry consists of three Degres, and no more, viz. those of the Entered Apprentice, the Fellow Craft, and the Master Mason, including the Supreme Order of the Holy Royal Arch (cioè: La pura, antica Massoneria è composta da tre gradi, e non di più, cioè quelli di Apprendista Accettato (ammesso, iscritto), di Compagno d'Arte (di mestiere) e di Maestro Muratore, incluso il Supremo Ordine del Sacro Arco Reale).

Riprenderò tra poco la questione dell'Arco Reale; qui mi soffermo sui three Degrees and no more, cioè tre Gradi e non di più. L'atto (del 1813, ma valido ancora oggi) parla di tre gradi, quindi non si può parlare di "nuovi gradi", ma - eventualmente - di ampliamenti e completamenti (in quest'ottica, infatti, il Marchio risulterebbe ampliamento del grado di Compagno e l'Arco Reale di Maestro). Per cui il Marchio non è - non può e non deve essere - un nuovo grado, il Maestro Installato non può e non deve essere un nuovo grado, l'Arco Reale non può e non deve essere un nuovo grado, con buona pace di chi ha opinioni diverse.
[Jones, esponente dell'Arco Reale (di Gerusalemme), annota (op. cit. p. 121): L'anomalia più vistosa nella storia dell'Arco Reale, costituita da una serie di stranezze, è quella implicita nella dichiarazione del 1817, secondo cui la muratorìa dell'Arco Reale non costituisce un grado. Si dice che i Fratelli “Moderni” avessero la miglior propensione a salvaguardare nella sua interezza il Grado dell'Arco Reale. E' indubbio che molti, come Fratelli, l'avessero ma è curioso vedere come ancora a quel tempo persistesse una certa opposizione ufficiale al riconoscimento totale, perché altrimenti l'Arco Reale avrebbe conservato il suo status pre-Unione, di grado a pieno titolo. Nominalmente non vi riuscì, sebbene rimanga in effetti un grado, come è sempre stato e sempre sarà, poiché dobbiamo sempre ricordare che un grado è solo un passo e che nessuno può mettere in dubbio che in una cerimonia di Esaltazione il Candidato compie un passo di alto rilievo muratorio. Non è strano che quello che nel 1813 fu ritenuto il semplice completamento di un grado della Libera Muratoria abbia avuto il permesso di rimanere sotto la giurisdizione di un organo non coincidente con quello che presiedeva ai Tre Gradi, pur stabilendo che i membri del Gran Capitolo potessero essere gli stessi della Gran Loggia? Tale condizione singolare poteva essere soltanto la conseguenza di un compromesso raggiunto dopo una accesa contrattazione - compromesso possibile solo per la mentalità inglese - ma bisogna ammettere che, per quanto illogico, esso ha funzionato. Al di fuori dell'obbedienza inglese l'Arco Reale è un grado a parte].

La realtà si adegua a coercizioni derivate dall'ammettere solo tre gradi nella Massoneria e contemporaneamente “salvare” anche ciò che ai tre gradi non può propriamente rifarsi? Oppure è più "assennata" la posizione del sistema americano che non abbandona le nuove modalità, ma le inserisce come nuovi gradi in un Corpo rituale che ha al culmine proprio l'Arco Reale?

Così facendo viene preservato il regime dei tre gradi “di base” e tutto il resto viene demandato ai Corpi rituali.

Resta aperta la questione se l'installazione del Maestro Venerabile prefiguri un nuovo grado.

Il sistema inglese risponde negativamente: è una parte del grado di maestro.
Il sistema americano risponde affermativamente (evitando così la necessità di ammettere candidati all'Arco Reale solo fratelli già Maestri Venerabili di una Loggia del Craft - eventualità evitata dal sistema inglese che mantiene il venerabilato condizione indispensabile solo per i tre Principali del Capitolo).

Quale la lezione del Past Master che emerge dal rituale (americano)?

Potrebbe essere la capacità di conciliare rigore e indulgenza, scrupolosità e bonarietà nel dirigere i lavori, sempre condotti con la consapevolezza che l’equilibrio costruito per i fratelli di Loggia diventa equilibrio applicato a se stessi. Colpisce la fantasia l’episodio del tumulto (mentre il neofita siede sullo scranno del Venerabile, i fratelli di Loggia si comportano con rumorosa confusione: a un colpo di maglietto l’ordine e l'armonia dei lavori è immediatamente ristabilita), che può esaltare l’onnipotenza di chi dirige se non riesce a temperare la passione con l’armonia del lavoro.

Più significativa credo sia la responsabilità degli utensili che cade su di lui, al quale, unico fra tutti, compete il mazzuolo. Il Maestro di Loggia – credo che qui stia il senso profondo della qualifica – deve infatti conoscere a fondo gli strumenti dell’Arte e deve saperli usare. Fuor di metafora, deve essere maestro di se stesso e sapere usare gli strumenti su se stesso, e come un direttore d’orchestra promuovere l’armonia nel lavoro. E' qui - credo - che sta l'imprintig del grado.

6.1.5 Massoneria e democrazia

E’ conseguenza immediata di quanto detto nel paragrafo precedente.

In genere il massone rivolto al sociale giustifica la propria aspirazione con le figure di quei massoni che ebbero ruoli attivi nei rispettivi paesi o nelle rispettive professioni. L’elenco dei nomi è lunghissimo, praticamente illimitato, e si spazia da Garibaldi a Washington, da Allende a Franklin, da Voltaire a Cavour.

Ma dimentica che Voltaire entrò nell’istituzione pochi mesi prima della morte e non può quindi essere considerato un maître à penser muratorio. Dimentica anche che se molti massoni operarono per la democrazia (ma andrebbero anche esaminate le differenze tra gli uni e gli altri, perché politicamente esistono eterogeneità e difformità anche sostanziali tra un Garibaldi, un Ataturk e un Washington) altrettanti operarono per regimi non democratici, anche se non necessariamente totalitari.

Dimentica anche che se fu massone Silvio Pellico, fu pure massone il giudice Salvotti che lo condannò allo Spielberg; se fu massone Allende, furono anche massoni lo stesso Pinochet (ahi! ahi!) e gli agenti della Cia che lo rovesciarono; se fu massone Proudhon, fu massone anche il famigerato Duvalier, dittatore-padrone di Haiti negli anni sessanta del Novecento più noto come Papa Doc, e fu massone pure il suo degno figliolo Baby Doc. Fu massone Andrea Costa e fu massone Charles Lindbergh, il primo sorvolatore atlantico di dichiarate simpatie naziste. Per rimanere all’Italia se furono massoni Giovanni Bovio e Mario Angeloni, furono massoni pure Cesare Balbo e Roberto Farinacci (anche se si allontanarono dalle logge dopo la decretata incompatibilità tra fascismo e massoneria).

Insomma non si possono certo definire campioni della democrazia; e nemmeno campione della laicità e della democrazia può essere considerato il fratello de Maistre, controrivoluzionario e papista, (autore di un reazionario seppur godibilissimo elogio del boia).
[Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, v.2, p. 136. Moramarco continua. Joseph de Maistre si staglia nella storia della Massoneria come la figura decisamente più scomoda di tutto il panorama che stiamo osservando [seconda metà del xviii e inizi del xix secolo]. Il suo “Du Pape” fu (…) un’anticipazione (…) dell’infallibilità papale… Escludeva che la sovranità potesse risiedere nel popolo… Difese la legittimità ordinaria della pena di morte… Fu anche un Libero Muratore zelante…].

Diversi anni fa la Rivista Massonica pubblicò numerose schede di massoni (raccolte poi in Mille volti di massoni a cura di Giordano Gamberini): una galleria di personaggi, i più disparati, degli ultimi tre secoli: militari, aristocratici, borghesi. Non si riesce a individuare in loro un filo comune “democratico”.

Credo che il vedere la massoneria come campione della democrazia sia eccessivo e solo eredità di certe concezioni del passato, quando l’Ordine (ahimè) faceva politica (e la faceva “così bene” che il parlamento che nei primi anni del secolo decretò l’insegnamento religioso cattolico nelle scuole pubbliche era composto in maggioranza da massoni!).

Non è neppure vero che l’Ordine stesso sia una associazione democratica.
L’apprendista e il compagno non possiedono elettorato attivo e passivo (l'apprendista nemmeno il diritto di parola). Solo il Maestro può votare per la gestione degli organi dell’Ordine e solo il Maestro con anzianità di un anno nel grado può essere eletto alle dignità di Loggia e solo dopo tre anni di anzianità nel grado e aver ricoperto per almeno un anno una dignità di Loggia il Maestro può essere eletto Maestro Venerabile. e solo chi ha ricoperto la dignità di Venerabile può candidarsi a incarichi più alti.

Gli apprendisti non possono decidere quando diventare compagni, ma lo diventano solo su chiamata (cooptazione è il termine tecnico), così come per cooptazione il compagno diventa maestro. Così si entra in massoneria per chiamata, decisa all’unanimità di voti dei presenti (non a maggioranza). Agli occhi del massone può sembrare ovvio e opportuno, ma sicuramente non sono princìpi di democrazia e contraddicono la norma: una testa, un voto.

mercoledì 7 ottobre 2009

6.1.4 Dubbio ed errore - …o no?

«Dunque, sei qui, Asa Hesel.»
«Sì, nonno.»
«Vedo, vedo. Sei cresciuto. Mi sembri cresciuto.»
«Può darsi, nonno.»
«Ho saputo tutto. Ti sei sposato. Arrivò una lettera. Bene, mazal tov. Non ti ho neanche mandato un regalo di nozze.»
«Non fa nulla, nonno.»
«Ti sei almeno sposato secondo le leggi di Mosè e Israele?»
«Sì, nonno. Lei viene da una famiglia religiosa.»
«E ritieni che questo sia un pregio?»perché
«Certamente, nonno.»
«Com’è mai possibile? Dunque l’ultima scintilla di fede non si è ancora spenta in te.»
«Non nego l’esistenza di Dio.»
«E che cosa neghi, allora?»
«Le presunzioni dell’uomo.»
[Isaaac B. Singer, La famiglia Moskat, Milano, 2004, p. 282].

Chi vuole questa nostra "merce"? Chi è disposto a barattare la certezza della felicità eterna offerta dalla/e religione/i con il dubbio continuo e quotidiano del nostro vivere qui, non di là, con il dubbio unico antidoto agli integralismi e agli assolutismi, con il dubbio che resiste di fronte ad affermazioni che verità non sono e impedisce si attribuisca universalità alle intuizioni del singolo? E soprattutto con il dubbio che mostra in una luce diversa la nozione stessa di errore.
[Interessante, come descrizione letteraria dell’atteggiamento mentale dell’integralista, questo passo di Umberto Eco dal dialogo tra frate Jorge da Burgos e il protagonista frate Guglielmo da Baskerville:
“L’animo è sereno solo quando contempla la verità e si diletta del bene compiuto, e della verità e del bene non si ride. Ecco perché Cristo non rideva. Il riso è fomite di dubbio.”
“Ma talora è giusto dubitare.”
“Non ne vedo la ragione. Quando si dubita è necessario rivolgersi a un’autorità, alle parole di un padre o di un dottore, e cessa ogni ragione di dubbio…”
[Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, 1980, p. 139].
Io invece ho dubbi, ma non sono scettico, perché il dubbio, al di là dell’essere contraddittorio, è invece affermazione dei miei limiti, è sospensione del consenso (che verrà o non verrà) a qualche verità per cercarne il fondamento (intuitivo, logico, psicologico,…). E’ soprattutto rifiuto dell’ordine del capo al seguace: Seguimi, ché io ti porterò alla verità! E’ rifiuto del gregge e della guida del pastore che lo porta al pascolo].

Chi segue un’idea forte, talmente forte da assolutizzarla a verità universale (il dogmatico religioso e il dogmatico ideologo e il dogmatico scienziato e il dogmatico tout court) considera ogni deviazione dalla propria idea sbaglio ed errore. Fino a non molto tempo fa l’errante veniva considerato alla stregua di una parte malata del corpo sociale e come tale chirurgicamente separato (leggi: eliminato dal consesso fisico degli uomini o dal consesso di quegli scienziati, ecc.). Se oggi, almeno nella nostra società, conseguenze così drastiche sul piano fisico non ci sono più, l’atteggiamento mentale del dogmatico non è cambiato, pronto a commisurare una censura morale o psicologica, spesso con separazione nel mondo del lavoro o della scienza. Partendo dal presupposto che posizione moralmente accettabile sia quella del credente (o di chi è coerente con la “verità” ufficiale), vengono sminuite le idee di chi si pone dubbi, di chi accetta anche il rischio di sbagliare, ma come conseguenza di proprie scelte. Scegliere significa libertà e sostenere che la possibilità di sbagliare porti allo scetticismo mostra la debolezza del dogmatico e la forza del camminatore.

Infatti “non sbagliare” per il dogmatico significa seguire, più o meno pedissequamente, le idee accettate. Il camminatore che segue idee altrui invece non solo non è al riparo da eventuali sbagli (non saremmo uomini), ma corre il rischio di sbagliare non per proprie scelte, ma per scelte altrui, e quindi sbagliare doppiamente.

In ogni caso non scegliere in prima persona significa non essere liberi. Scegliere – invece – significa essere liberi. scegliere consapevolmente significa essere in grado di esercitare la facoltà di libertà. Dunque: io posso, perché io so. Ma fondamentalmente so di non sapere, in modo che il mio sapere (quel po’ che so), lungi dall’assumere una veste universale, diventa solamente un piccolo sapere, propedeutico ad un sapere ancora piccolo, ma – forse – un po’ meno piccolo. Ecco il senso profondo del simbolo della lucciola (vedi post Il lavoro di Loggia).

La chiave di volta dell’antidoto all’assolutizzazione personale è il dubbio, fermento del lavoro del camminatore e vaccino alle tentazioni assolutistiche e integralistiche.

A livello discorsivo sottolineo l’importanza della piccola locuzione: o no?

Faccio un esempio.

In loggia il Libro della Legge Sacra è aperto – almeno oggi nel Grande Oriente d’Italia per unanime consuetudine e prescrizione normativa – all’incipit del vangelo di Giovanni.
E’ sicuramente una pagina molto profonda che – al di là della posizione predominante in un vangelo canonicamente accolto dal cristianesimo – assume un senso che travalica le singole religioni (è sufficiente confrontarlo con testi di altre religioni).

Nella mia vita muratoria ho assistito a numerosi tentativi di massoni in cerca di spiegazioni più o meno consone al contesto muratorio.

Ho quindi assistito a tentativi di interpretare il Logos del testo originario collegando vibrazione sonora a vibrazione luminosa, e l’inizio del vangelo di Giovanni al primo capitolo della Genesi. Ci sono stati e saranno anche in futuro tentativi sapienti che possono provocare spunti alle meditazioni e al lavoro interiore. Mi pare però che fino ad ora tutti i tentativi esegetici siano risultati “limitati” per così dire da un contesto essenzialmente cristiano ed entro il quadro cristiano sono restati.

Beninteso, non mi scandalizzo e posso accettare il contesto cristiano, ma solo dal punto di vista formale e come struttura linguistica, non come quadro ultimo di riferimento al di la del quale non poter andare.

Mi spiego. Il vangelo di Giovanni inizia così.
Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.
Essa era nel principio con Dio.
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.
In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini.
La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.
[Giovanni 1:1-5]

Il camminatore legge.
Nel principio era la Parola, …o no?
…La Parola era con Dio, …o no?
…E la Parola era Dio, …o no?
Essa era nel principio con Dio, …o no?
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; …o no?
…e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. …o no?
…In lei era la vita, …o no?
…e la vita era la luce degli uomini. ….o no?
…La luce splende nelle tenebre, …o no?
…e le tenebre non l'hanno sopraffatta. …o no?
Non accoglie affermazioni apodittiche, ma lavora sulle dichiarazioni (o testimonianze?) di altri cercando di considerarle stimoli al proprio lavoro, non verità assodate o assolute o punti di arrivo stabiliti.

Ecco la “parolina magica”: …o no?.

PS.
Lo spunto della riflessione nasce da una tavola, corta ma profonda, di qualche anno fa di un fratello di loggia.


DIFFERENZE

Si faccia attenzione alla differenza sostanziale tra i termini dubbio ed errore.

Errore è deviazione dalla via, deviazione riconosciuta da qualcuno o qualcosa (gruppo, organismo, istituto) ed esplicitamente condannata e proibita.

Dubbio invece è riconsiderazione continua delle proprie scelte come riconferma più approfondita e contemporaneamente accettazione della validità di altre scelte – a suo tempo scartate. Non si tratta del Forse io ho torto e tu ragione (posizione certo stimabile e troppo poco praticata, ma… poco iniziatica). Il dubbio è a mio parere il dubbio metafisico, quello che ti coglie sulla via che tu e solo tu hai scelto di percorrere. Non esclude altri tipi di dubbio, che anzi ne sono per così dire l'inizio necessario, ma li ingloba in un senso più ampio e completo. E' questa la strada? E' la strada giusta? Mi porterà da qualche parte? E' mai possibile che io possa affermare che la stragrande maggioranza degli altri massoni abbia torto e io solo (o quasi) abbia ragione? Capperi, che dubbi!… Dopo più di trent’anni di vita nelle Istituzioni (massoniche e no), dopo le "visite" a riti muratori e no, dopo le "entrate" e "uscite" in riti muratori e no, dopo avere trascorso la mia vita a cercare - e a trovare non soluzioni, ma altre ricerche -­­ chi sono io per tranciare giudizi del genere?


SE…

Kipling ci ha lasciato una poesia che sintetizza il senso dell’uomo. Ai più appare come insegnamento educativo e morale, ma non possiamo nasconderci la profonda valenza muratoria appresa nella lunga frequentazione di loggia. Ne riporto qualche passo:
…Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno la perdono, e se la prendono con te…
Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere…
Se sai sognare - ma dai sogni non ti fai dominare…
Se sai trattare nello stesso modo i due impostori - Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi…
Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consumati, le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante…
E se perdi, sai ricominciare senza dire una parola di sconfitta…
…Allora sarai un uomo, o figlio!
Chi oggi è disposto a trovarsi nella situazione di dovere ricominciare dopo che gli è stato distrutto tutto? Specie quando trovi ad ogni angolo chi ti prende, ti solleva dalle tue fatiche e costruisce al tuo posto? chi ti allevia dalla difficoltà di pensare e addirittura porge un senso alla tua sofferenza?

La Massoneria non potrà mai essere di molti, proprio per la sua natura. E più vorrà essere Massoneria meno sarà numerosa...

Ciò non toglie che il massone (non la massoneria) può (e deve) operare nella società. Ma come cittadino che è anche massone e che si è formato con un certo metodo.

Il resto non serve. Ricordo che proprio quando in una famigerata intervista al Corriere della Sera l'allora Gran Maestro Salvini affermò che diverse centinaia di parlamentari erano massoni iniziarono prima le proteste del mondo politico (leggi le segreterie dei partiti) e poi le quasi persecuzioni culminate nella pubblicazione dell'elenco dei Maestri Venerabili del Goi sull'Espresso.

Dobbiamo gettarci nel sociale? Non pretendiamo che l’organismo massoneria faccia concorrenza o si inserisca nel mondo del volontariato, altrimenti in quale modo potremmo distinguerci? Se la funzione della Massoneria viene ridotta ad opere sociali, che bisogno allora c'è della Massoneria? Non bastano la Caritas o le Acli o i vari enti di derivazione religiosa e laica? O Medici senza Frontiere?

Se la funzione della Massoneria viene ristretta alla promozione di princìpi sociali (tolleranza, pena di morte, laicità dello stato, diritti, ambiente) non bastano i vari Amnesty, Green Peace, associazioni consumatori, circoli culturali?

Non dobbiamo ridurre la nostra ragion d'essere. Nel Tempio si costruisce l'uomo, cioè noi stessi. Poi ognuno si comporterà nella società secondo la propria coscienza. Non in concorrenza con altri, ma in conseguenza di ciò che ha costruito dentro di sé. E allora non ci potranno essere deviazioni o vie sostituite.

Inoltre, direi quasi per definizione, il mondo profano è il mondo dei contrasti e del binario; è il mondo cioè dove le contraddizioni vengono vissute e “superate” solo nel senso di farne prevalere una a discapito dell’altra. E’ ben difficile che chi si è abituato a considerare l’altro non come contrapposizione inconciliabile, ma come suo possibile completamento possa facilmente ritornare a comportamenti ormai abbandonati.

giovedì 1 ottobre 2009

6.1.3 Il massone di oggi

Ma se costoro non hanno imparato a fare né gli Apprendisti né i Compagni, come potranno sapere e imparare ciò che significa essere Maestro? Mi ricordo della mia esperienza nel Rito Scozzese. Ero da poco entrato nella camera di quarto grado e sentii un fratello più anziano sostenere che nella camera cadeva la proibizione propria dell'Ordine di parlare di politica e di religione.

A questa chicca aggiungo alcune osservazioni lette in mailing list aperte solo a massoni.

[La condizione essenziale per la partecipazione alle Mailing List consisteva appunto nell’appartenenza ad una Obbedienza massonica. Il ritratto è quindi completo, e, pur non statisticamente esaustivo, risulta certo significativo del massone di oggi al di là della singola Obbedienza.]

Un massone scrive: Cerco di spiegarmi: la tornata in loggia, alla mia età e con la mia esperienza, la vedo come una forma di autodisciplina e di catechismo da sopportare perché necessario, ma non sufficiente, perché, fra letture, chiacchiere ed internet sono molto avanti (non è presunzione). Ricordati che i veri discorsi si fanno nella sala dei passi perduti.

Un altro: Accetto ed apprezzo la disciplina (rectius l'autodisciplina), comprendo meno perché, anche nella sala dei passi perduti, dovrei parlare come in grado da apprendista (sono già un compagno).

Un altro ancora: Ecco perché vorrei spostare l'argomento della nostra prossima (…) Agape dai rituali ad argomenti concreti della vita quotidiana, in cui pensiero e atteggiamenti possano trovare applicazione concreta nella vita di tutti i giorni. Là dove si vedono i Massoni.

Ancora: Nella Loggia, vestito con i coriandoli e medaglie (simboliche, per carità...) non mi sento operativo...

Un altro: Io penso che, anche in Massoneria, la forma rimane tale, come indicazione di massima. La sostanza sono gli uomini.
[Credo non si tratti di distinzione tra forma e sostanza. Nel lavoro rituale (massonico o no) forma e sostanza coincidono. Il rituale è ad un primo esame un fatto puramente formale. Ma chi vuole incamminarsi sulla via non sta neppure a perdere tempo su queste false distinzioni. Il lavoro permette modifiche sui piani oltre il materiale per cui le espressioni verbali da formali diventano sostanziali].
Infine, “dulcis in fundo”: Difatti, io sono entrato nella Libera Muratoria per imparare quello che sanno gli altri, aspettando lo Ierofante vero che mi introducesse nell'antro della Luce.
[Qui viene da commentare un po' brutalmente: Aspetta e spera! Non dobbiamo aspettare nessuno. Lo Ierofante (denominazione tipica della massoneria egizia, che può essere traslitterato in Maestro) non va aspettato. Il Maestro è in noi. Ricorda: Svegliati, o Tu che dormi! La Parola non è affatto perduta, la Parola continua da sempre a risuonare attorno a noi e in noi: siamo noi che non abbiamo l'udito! Possiamo costruirlo oppure cercare un pastore che ci guidi (ma allora non è più metodologia muratoria). Infatti per Maestro non si deve intendere un uomo fisico o un guru, ma il Maestro interiore che si nasconde nel profondo del Se. In alternativa è il lavoro collettivo, comunitario quasi, dove ognuno può essere maestro all’altro in uno scambio reciproco di esperienze e reciproco arricchimento. In questo senso aiuta il simbolismo del lavoro del cantiere, dove il maestro Hiram non è tanto l’architetto che guida i lavori alla costruzione del Tempio, ma colui che cerca lo sviluppo armonico del cantiere tutto con l’utilizzo opportuno dei vari strumenti (il paragone tra il cantiere fisico e il cantiere interiore per la costruzione del Tempio interiore è immediato)].

Sono solo pochi esempi, raccolti qua e là senza voler essere completi od esaustivi. Ma indicano idee purtroppo diffuse sempre di più che rendono labile se non inesistente il confine con la profanità rappresentato dall’ingresso nel Tempio tra le due colonne.

Il problema tratteggiato poco fa sul rapporto tra singolo e gruppo si delinea ancora più pressante: come è possibile svolgere un effettivo lavoro rituale muratorio se chi partecipa ha queste idee?

Chi obietta sostiene (come quel fratello della precedente Mailing List): Ma i Massoni sono un'altra cosa ! Più concreta, penso. O no?
[Mi viene in mente un vecchio verbale degli anni 50 della mia prima Loggia. Diceva più o meno così: abbiamo fratelli in Comune, in Provincia, al Genio Civile. Ce ne vorrebbe qualcuno anche in Prefettura, eccetera. Ecco la massoneria concreta e pratica!].




LA MASSONERIA E IL SOCIALE
Al massone che vuole “uscire alla luce del sole” e si lamenta dell’attuale incomprensione del mondo profano verso la massoneria ritenendo che la causa vada cercata nella nostra “chiusura”, obietto che gran parte della cosiddetta “incomprensione” ha origine proprio nei comportamenti di massoni: non solo Gelli e la P2, ma anche i piccoli carrierismi e favoritismi che a volte (troppo spesso) massoni hanno fatto ad altri massoni (poca cosa rispetto ai favoritismi di partiti, sindacati o lobby religiose o finanziarie, ma tant’è).

La P2 per palazzo Giustiniani, e la massoneria tutta, è stata una esperienza dirompente, ma non so fino a qual punto la loggia coperta fosse un corpo sia pure estraneo alla stragrande maggioranza dei fratelli ma estrema conseguenza (squallida, ma consequenzialmente logica) di certe concezioni rivolte al "sociale", nel caso non tanto ad improbabili "attentati alla democrazia" (Gelli e i gelliani in questa democrazia "ci sguazzavano"), quanto al carrierismo e al sottogoverno, ai favoritismi e al tangentismo). Ricordo ancora quando i nostri maggiorenti in un certo senso se ne vantavano; ricordo ancora quel fratello cui, raggiunta un’alta carica elettiva, fu chiesto di passare alla P2. E nel registro della mia prima loggia c'è ancora la firma di un fratello (o iscritto?) visitatore che siglò la sua Loggia di appartenenza con la scritta "all'orecchio del Gran Maestro".

Ma nella migliore delle ipotesi, che cioè ci presentassimo al mondo con facce oneste, comportamenti irreprensibili e con il nostro desiderio di ricerca e perfezionamento, come possiamo essere compresi in un mondo come quello attuale? La chiesa offre certezza. Le piccole chiese o sette offrono a qualcuno certezze ancora più certe.
Noi non possiamo offrire (quando offriamo qualcosa) che il dubbio e la ricerca.

mercoledì 30 settembre 2009

6.1.2 La tolleranza

Conseguenza immediata del rapporto tra il singolo libero muratore e il gruppo degli altri liberi muratori è la puntualizzazione del concetto di tolleranza.

Sintomatico della concezione di tolleranza che si apprende lavorando in loggia è il seguente pensiero, estrapolato da una tavola di apprendista:
Poiché nei lavori muratori, a differenza di quanto accade nel mondo profano, le posizioni espresse dai Fr. sono tutte parimenti legittime e rispettate; poiché non si devono annettere ragioni o torti, bocciature o promozioni, né stilar graduatorie; poiché non possono intervenire censure o limitazioni [tutto ciò premesso] la Tolleranza consiste nella capacità di farsi carico del punto di vista e della concezione dell'altro, per poterli indagare, confrontarli con la nostra visione, valutarne coincidenze e divergenze, decidere di accoglierne le componenti considerate corrette e valide, rifiutarne altre se considerate erronee. Con amore e tenacia, si cercherà di superare o rettificare le valenze che si considerano errate, siano esse derivate da nostri convincimenti, siano invece a carico di altri Fr..
[da www.lamelagrana.net]

E’ l’applicazione del principio voltairiano: non sono d’accordo con te, ma mi batterò fino alla morte perché tu abbia il diritto di esprimerti.

[Cito a memoria. Per inciso osservo che Voltaire fu sì accolto in massoneria, ma solo poco prima della morte. Mi sembra quindi eccessivo considerarlo "esponente del pensiero massonico"].

E’ sicuramente un principio ideale da perseguire nella società e non ancora – nonostante le battaglie cui parteciparono anche massoni dal XVII secolo in poi – attuato nelle legislazioni statali oggi e nel mondo.

[Salvatore Veca, nell’intervista Etica e politica, Milano Università Cattolica, 15 dicembre 1994 ha detto:
La mia idea è che ci siano almeno tre modi di pensare la tolleranza, o tre ragioni per la tolleranza, ne citerò soltanto due per avere uno spettro: c'è una ragione minimale, che è quella che si usa chiamare la ragione "prudenziale" della tolleranza e c'è una ragione massimale (…) che è l'idea della tolleranza come valore in sé di reciproco rispetto. La prima è prudenziale, (…) basata sul fatto che ci si ammazza, ci si ammazza, ci si ammazza, alla fine si è stanchi e la si chiama tolleranza. Questa è una visione che può non eccitare troppo, ma questo è il punto con cui prudenzialmente la tolleranza insorge: i costi della repressione sono superiori a quelli della tolleranza. E allora questa è la prima soluzione, quella meno entusiasmante, ma tuttavia preziosa rispetto alla Bosnia, quella del modus vivendi, è un esito instabile di equilibrio.
Se questo è ottenuto, allora è possibile, non dico sia necessario ma è possibile, che la tolleranza si trasformi dalle sue ragioni prudenziali, da valore strumentale in un valore intrinseco, cioè consenta la crescita, generi, incentivi le condizioni per la crescita del mutuo rispetto. Il mutuo rispetto, secondo me, non dipenderà da teorie su "etica e politica", non dipenderà da principi di una super teoria della tolleranza, ma dipenderà dalla estensione delle nostre capacità di riconoscere semplicemente, in qualsiasi volto che abbia sembianze o qualcosa di affine o tratti umani, qualcosa che riguarda anche noi.
Credo, cioè, che la virtù di questa fine secolo, tra grandi migrazioni, guerre, massacro, carestia e deficit delle democrazie, sarà quella della capacità di tradurre, cioè di riconoscere negli altri tratti e storie che possono essere anche nostri
.]

Però in una prospettiva diversa dal sociale (che – ripeto – è pur fondamentale per la convivenza civile) siamo obbligati a ricercare valenze diverse, coerenti con il metodo muratorio.

Troppo spesso il senso della tolleranza viene confuso con quello della sopportazione. Mi spiego. Supponiamo che qualcuno sostenga che non sempre un corpo lasciato libero cade verso il basso, ma che può anche salire verso l’alto. Io gli chiederei di specificare o i casi in cui il corpo non cade o le leggi che regolamentano la caduta; in caso contrario mi sentirei di accusarlo di ignoranza senza per questo sentirmi intollerante.

Lo stesso succede nel lavoro muratorio. Nutro infatti forti dubbi che le posizioni espresse dai Fr. [siano] tutte parimenti legittime e rispettate; poiché non si devono annettere ragioni o torti, bocciature o promozioni, né stilar graduatorie, come sostiene il nostro Apprendista. Se a me pare che una posizione sia sbagliata (uso volutamente un verbo che denoti errore e non indichi solo opinione diversa dalla mia) come debbo comportarmi?

La docetica muratoria non tratta questi casi, ma si limita appunto a ripetere ciò che l’Apprendista notava: tutte le idee hanno cittadinanza in massoneria e la loggia deve lavorare per giungere a una sintesi superiore.

Io non credo che ogni idea abbia diritto di cittadinanza in massoneria (anche se per me è difficile individuare il paletto di confine (sarebbe un nuovo landmark e ce ne sono già abbastanza!) oltre il quale non c’è più massoneria e prima invece sì) perché bisognerà pur evitare questa indifferenza morale o culturale.

Faccio un esempio. Un profano, cattolico praticante, chiede di essere ammesso. Un fratello si oppone spiegando che non vuole che il bussante possa successivamente comunicare in confessione i nomi dei fratelli di loggia (l’esempio può sembrare irreale, ma ne sono stato testimone oculare).
Questa è una posizione giusta? Oppure ho il diritto di redarguire quel fratello così esclusivista e settario? Ma in questa seconda ipotesi non mi dimostro io stesso “intollerante”?

Altro esempio. E’ opinione diffusa che l’attività della massoneria non deve chiudersi e isterilirsi in templi inaccessibili, ma espandersi nella cosiddetta vita profana “alla luce del sole”. E oggi pare idea maggioritaria nel nostro paese.

[E non solo, ma anche fuori d’Italia. Che senso potrebbero avere infatti quelle “mega-convenzioni” che negli Stati Uniti creano massoni o addirittura maestri massoni a centinaia e in un sol giorno? Un esempio per tutti è dato dalle parole del Gran Maestro della Gran Loggia dello stato di New York.
Grand Master's One-Day Class
In line with my aggressive membership drive I have approved and authorized the conferral of all three Degrees in one day. The procedure will be conducted on March 29, 2003 in nine locations throughout New York State… Since lack of time is the number one reason men don't join organizations, I have decided to take the initiative and make a man a Master Mason in one day. …. Some 61% of Grand Lodges today are doing one-day classes, and they have all been successful. Vermont raised 292 in one location, New Jersey, 700 in one location, Indiana, 1400 in five locations, and most recently Ohio raised 7,700 new members in 10 locations. Men who have joined have included professional & businessmen, Town and City Mayors, and in Ohio, the great-nephew of President Warren G. Harding. … In Ohio 550 of 568 Lodges raised at least one new member, and one Lodge raised 82 new members. The average was between 8 and 10 new members.

C’è molta profanità e interesse rivolto al sociale in cerimonie (sic!) del genere. Le One day mason potrebbero essere comprese (non giustificate) alla luce della consuetudine americana di lavorare in Terzo Grado e abbassare i lavori in Primo e Secondo Grado solo per le ammissioni e i passaggi: il neo-massone sarebbe in pratica escluso dall'attività della sua Loggia fino al raggiungimento del Terzo Grado). Ma si potrebbe semplicemente riprendere a lavorare nei gradi e il problema sarebbe risolto].

E’ corretto accettare l'"espansione" muratoria nel mondo profano oppure si può considerare “sbagliato” “portar fuori” quello che ancora non si è costruito nel tempio (cioè nella propria interiorità)?

Io personalmente ritengo – anche se il mio parere è politically scorrect – che non tutte le opinioni possano essere considerate ugualmente valide e che si possa (anzi, in certi casi si debba) opporsi a certe opinioni, anche se sono consapevole della non universalità delle piccole verità che ho raggiunto e della mia impossibilità di imporle ad altri.. Ma è un terreno scivoloso e non mi sento in grado di stabilire con una precisione accettabile cosa sia massonico e cosa no.

D’altro canto mi rendo conto del pericolo di cadere non solo nell’indifferentismo, ma pure nella ignavia (per usare un termine ormai desueto): la scelta di non scegliere perché si ritengono tutte le scelte valide.

Per parte mia ritengo che la tolleranza, oltre ad ammettere implicitamente la facoltà che tu possa esprimere le tue idee, nel lavoro muratorio assuma una valenza per così dire costruttivistica.

In un certo senso richiama il simbolo dell’arco che si appoggia e supera le due colonne, le quali per così dire sostengono e “tollerano” l’arco stesso. Ecco, tollerare significa porsi nell’ottica di costruzione: da due idee opposte riuscire a costruire una nuova idea (né l’una, né l’altra, ma un po’ dell’una e dell’altra) che “tolleri” i due punti di partenza. Tollerare quindi significa modalità costruttiva di superamento del binario. L’immagine architettonica della tolleranza è data a mio parere dall’arco che sormonta le due colonne: entrambe le colonne “tollerano”, “sopportano” l’arco, che si regge appunto perché si appoggia su entrambe. A sua volta l’arco completa le colonne e “supera” le loro individualità, rendendole struttura unica. Tollerare quindi significa costruire e significa pure non accettare ciò che appare distruttivo.

Nel piano spirituale (non in quello comportamentale nel quale restano ristretti tanti massoni) quindi debbo cercare nelle altre posizioni diverse dalla mia quel quid che permetta la costruzione e la stabilità dell’arco. In questo senso (ma solo in questo senso) posso accettare una specie di equivalenza delle posizioni come ricchezza dell’uomo e in questo senso (ma solo in questo senso) rigettare la posizione di chi si ritiene investito di verità rivelate e di guardarmi - con Brecht – da colui che ha dio in cielo.

[La frase riportata – occorre puntualizzare – non significa elogio dell’ateismo, ma rifiuto di idee preconcette e assolutiste. Vi è uguaglianza delle potenzialità nella ricerca, ma la verità è una conquista individuale e non tutti gli uomini sono uguali sul piano delle realizzazioni (uguaglianza dei diritti, ma non dei doveri: chi è più in alto – cfr. il maestro nel Gioco delle perle di vetro di Hesse – ha più doveri). La strada è per tutti, ma sarà percorsa solo da chi vorrà e ne sarà capace. Troppo facile invece la polemica sulla validità delle diverse vie, a patto di mantenere una sola meta.

E quindi spingendo il simbolismo costruttivistico alle sue conseguenze estreme (estreme per chi resta legato al mondo del quotidiano e non sa procedere nel cammino,) obiettivo del camminatore deve essere anche il superamento di tolleranza e di intolleranza: io devo diventare né tollerante né intollerante.

A costo di passare per massone eretico (condizione comunque nella quale mi ritrovo) credo che quel londinese 24 giugno del 1717 sia stata la data non di inizio della massoneria moderna, ma della sua morte o dell'inizio della sua fine.

Mi spiego. Il paradosso è certo forte, ma ho notato in questi ultimi anni che colpisce solo quei massoni che io chiamo "mondani", quelli cioè convinti che il fine dei lavori di loggia sia la estrinsecazione esterna di qualcosa (e non sanno che si può portare fuori solo quello che si ha dentro).

Il massone tradizionale costruiva. Il massone moderno che fa? Io non lo so (o temo di saperlo anche troppo bene), lui invece non lo sa e crede di saperlo anche troppo bene. E qui sta il guaio.

Il massone operativo aveva un criterio di giudizio sul suo lavoro estremamente obiettivo e pratico: se la costruzione stava in piedi, il lavoro era buono; se l'edificio crollava, il lavoro era da rifare.

La muratoria è prassi. La conseguenza di un’azione non si basa sull’aspettativa di punizioni o premi da parte di entità superiori, ma semplicemente sul controllo dell’azione stessa. Il controllo può essere eseguito dalla coscienza individuale (giudice molto più spietato e meno caritatevole di altri) oppure dalla verifica per così dire “sperimentale” di quanto compiuto. L’analogia si pone con la costruzione di un manufatto. Se le nostre azioni portano ad esempio alla costruzione di un muro che crolla, allora quelle azioni sono da evitare e condannare. Se invece il muro sta ritto e ben saldo, allora le azioni compiute non sono biasimevoli.

Io non costruisco un muro per ottenere l’approvazione o evitare la disapprovazione del giudice; io costruisco il muro perché debbo costruirlo. Se il muro non regge, è da rifare, se il muro regge, è da accettare.

Nella massoneria di oggi vedo invece molti soloni che pontificano sugli scopi: ho l'impressione che per loro l'impegno si riduca ad una vaga prospettiva moraleggiante e non siano in grado di comprendere la valenza del lavoro muratorio. E quindi accolgano di buon grado "aperture" verso il mondo esterno per conferire senso alla loro attività.

Io credo che la massoneria sia una scuola spirituale (non di vita o di comportamento o altro). E' chiaro che una evoluzione spirituale implica anche un comportamento "migliore" nella vita quotidiana che porta in tal caso il massone, un singolo massone, ad essere punto di riferimento per chi gli sta vicino. Ma l'obiettivo credo sia appunto quello e non questo.

L'avere perso di vista lo scopo primario non ha consentito la necessaria oculatezza nel proselitismo, situazione aggravata magari da capitazioni eccessive, se non abnormi. Per cui a certi (forse troppi) massoni contemporanei incapaci, di comprendere la valenza di un lavoro su se stessi, per loro troppo teorico e poco incidente sulla realtà, interessa l'attività esterna maggiormente del lavorìo interiore, ridotto a formule moraleggianti.

Sono cose ormai risapute, ma a volte mi sento di paragonare questa preponderanza sull'attività esterna a quelle impazienze giovanili di studenti che ancora lontani dal titolo di studio pensano unicamente a ciò che faranno dopo averlo conseguito e non a ottenerlo nel migliore dei modi.

Perché mi sono dilungato? Perché credo che da questo errore di fondo derivi la qualità del massone contemporaneo. E così magari il bussante viene valutato non per quello che può essere, ma per quello che può significare nel sociale o nel civile (Cfr il comunicato del Gran Maestro della Gran Loggia dello Stato di New York che annuncia con malcelata ostentazione l’ingresso del pronipote del presidente Harding). Si considera quindi la loggia alle stregua di un circolo culturale o sociale con tutte le implicanze del caso.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.