A questa chicca aggiungo alcune osservazioni lette in mailing list aperte solo a massoni.
[La condizione essenziale per la partecipazione alle Mailing List consisteva appunto nell’appartenenza ad una Obbedienza massonica. Il ritratto è quindi completo, e, pur non statisticamente esaustivo, risulta certo significativo del massone di oggi al di là della singola Obbedienza.]
Un massone scrive: Cerco di spiegarmi: la tornata in loggia, alla mia età e con la mia esperienza, la vedo come una forma di autodisciplina e di catechismo da sopportare perché necessario, ma non sufficiente, perché, fra letture, chiacchiere ed internet sono molto avanti (non è presunzione). Ricordati che i veri discorsi si fanno nella sala dei passi perduti.
Un altro: Accetto ed apprezzo la disciplina (rectius l'autodisciplina), comprendo meno perché, anche nella sala dei passi perduti, dovrei parlare come in grado da apprendista (sono già un compagno).
Un altro ancora: Ecco perché vorrei spostare l'argomento della nostra prossima (…) Agape dai rituali ad argomenti concreti della vita quotidiana, in cui pensiero e atteggiamenti possano trovare applicazione concreta nella vita di tutti i giorni. Là dove si vedono i Massoni.
Ancora: Nella Loggia, vestito con i coriandoli e medaglie (simboliche, per carità...) non mi sento operativo...
Un altro: Io penso che, anche in Massoneria, la forma rimane tale, come indicazione di massima. La sostanza sono gli uomini.
[Credo non si tratti di distinzione tra forma e sostanza. Nel lavoro rituale (massonico o no) forma e sostanza coincidono. Il rituale è ad un primo esame un fatto puramente formale. Ma chi vuole incamminarsi sulla via non sta neppure a perdere tempo su queste false distinzioni. Il lavoro permette modifiche sui piani oltre il materiale per cui le espressioni verbali da formali diventano sostanziali].Infine, “dulcis in fundo”: Difatti, io sono entrato nella Libera Muratoria per imparare quello che sanno gli altri, aspettando lo Ierofante vero che mi introducesse nell'antro della Luce.
[Qui viene da commentare un po' brutalmente: Aspetta e spera! Non dobbiamo aspettare nessuno. Lo Ierofante (denominazione tipica della massoneria egizia, che può essere traslitterato in Maestro) non va aspettato. Il Maestro è in noi. Ricorda: Svegliati, o Tu che dormi! La Parola non è affatto perduta, la Parola continua da sempre a risuonare attorno a noi e in noi: siamo noi che non abbiamo l'udito! Possiamo costruirlo oppure cercare un pastore che ci guidi (ma allora non è più metodologia muratoria). Infatti per Maestro non si deve intendere un uomo fisico o un guru, ma il Maestro interiore che si nasconde nel profondo del Se. In alternativa è il lavoro collettivo, comunitario quasi, dove ognuno può essere maestro all’altro in uno scambio reciproco di esperienze e reciproco arricchimento. In questo senso aiuta il simbolismo del lavoro del cantiere, dove il maestro Hiram non è tanto l’architetto che guida i lavori alla costruzione del Tempio, ma colui che cerca lo sviluppo armonico del cantiere tutto con l’utilizzo opportuno dei vari strumenti (il paragone tra il cantiere fisico e il cantiere interiore per la costruzione del Tempio interiore è immediato)].
Sono solo pochi esempi, raccolti qua e là senza voler essere completi od esaustivi. Ma indicano idee purtroppo diffuse sempre di più che rendono labile se non inesistente il confine con la profanità rappresentato dall’ingresso nel Tempio tra le due colonne.
Il problema tratteggiato poco fa sul rapporto tra singolo e gruppo si delinea ancora più pressante: come è possibile svolgere un effettivo lavoro rituale muratorio se chi partecipa ha queste idee?
Chi obietta sostiene (come quel fratello della precedente Mailing List): Ma i Massoni sono un'altra cosa ! Più concreta, penso. O no?
[Mi viene in mente un vecchio verbale degli anni 50 della mia prima Loggia. Diceva più o meno così: abbiamo fratelli in Comune, in Provincia, al Genio Civile. Ce ne vorrebbe qualcuno anche in Prefettura, eccetera. Ecco la massoneria concreta e pratica!].
LA MASSONERIA E IL SOCIALE
Al massone che vuole “uscire alla luce del sole” e si lamenta dell’attuale incomprensione del mondo profano verso la massoneria ritenendo che la causa vada cercata nella nostra “chiusura”, obietto che gran parte della cosiddetta “incomprensione” ha origine proprio nei comportamenti di massoni: non solo Gelli e la P2, ma anche i piccoli carrierismi e favoritismi che a volte (troppo spesso) massoni hanno fatto ad altri massoni (poca cosa rispetto ai favoritismi di partiti, sindacati o lobby religiose o finanziarie, ma tant’è).
La P2 per palazzo Giustiniani, e la massoneria tutta, è stata una esperienza dirompente, ma non so fino a qual punto la loggia coperta fosse un corpo sia pure estraneo alla stragrande maggioranza dei fratelli ma estrema conseguenza (squallida, ma consequenzialmente logica) di certe concezioni rivolte al "sociale", nel caso non tanto ad improbabili "attentati alla democrazia" (Gelli e i gelliani in questa democrazia "ci sguazzavano"), quanto al carrierismo e al sottogoverno, ai favoritismi e al tangentismo). Ricordo ancora quando i nostri maggiorenti in un certo senso se ne vantavano; ricordo ancora quel fratello cui, raggiunta un’alta carica elettiva, fu chiesto di passare alla P2. E nel registro della mia prima loggia c'è ancora la firma di un fratello (o iscritto?) visitatore che siglò la sua Loggia di appartenenza con la scritta "all'orecchio del Gran Maestro".
Ma nella migliore delle ipotesi, che cioè ci presentassimo al mondo con facce oneste, comportamenti irreprensibili e con il nostro desiderio di ricerca e perfezionamento, come possiamo essere compresi in un mondo come quello attuale? La chiesa offre certezza. Le piccole chiese o sette offrono a qualcuno certezze ancora più certe.
Noi non possiamo offrire (quando offriamo qualcosa) che il dubbio e la ricerca.
Nessun commento:
Posta un commento