Visualizzazione post con etichetta Maestro Venerabile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maestro Venerabile. Mostra tutti i post

27 settembre 2026

Il lavoro del Maestro

 

Tempo: anni fa. Spazio: un oriente massonico con due logge.

Un fratello in una tornata di loggia (lui era a piedilista nell'altra) affermò: il massone che chiede qualcosa ad un altro massone non può rivolgersi direttamente a lui ma deve necessariamente farlo attraverso i Venerabili del richiedente e del richiesto, che quindi possono filtrare la legittimità della richiesta. L'intervento fu tenuto con toni un po’ agitati che fecero supporre ci fossero state richieste non legittime di favoritismi o peggio.

I fratelli della loggia successivamente si agitarono tanto che il Maestro Venerabile convocò una apposita tornata in Terzo Grado.

Fu una riunione molto turbolenta che lasciò amareggiato qualcuno per le forti polemiche: evidentemente i “Maestri” non avevano saputo controllare le proprie emozioni.

Al termine un anziano fratello sconsolato concluse: Abbiamo diviso anche quello che era unito.

Il giorno dopo, l'Oratore di Loggia mandò una lettera al Venerabile.


Il Maestro nella Camera di Mezzo

Ho ancora in mente la tornata di ieri sera e sento il bisogno di svolgere alcune considerazioni sul lavoro di Loggia e in particolare sul nostro modo di lavorare in Terzo Grado,

Dopo la chiusura un fratello mi ha confidato che sono proprio tornate come quella appena terminata a disturbarlo, facendomi ricordare un nostro lavoro dell’anno scorso: “Perché sono entrato in Massoneria?” aveva proposto l’allora Maestro Venerabile, “Perché, malgrado tutto, ci resto?” fu allora il mio contributo.

Premetto subito, a scanso di equivoci, che queste parole non vogliono essere una critica né sulla opportunità della tornata, né sulle modalità della conduzione: hai dimostrato un equilibrio che pochi avrebbero saputo mantenere e certamente hai permesso a qualcuno di sfogarsi apertamente evitando pericolose situazioni di cose non dette.

Sento però il dovere di pensare a voce alta perché tornate come quella di ieri sera non ci siano più. E quale destinatario più “naturale” se non il mio Maestro Venerabile?

Quali i fatti? Un fratello dell’altra officina in una nostra tornata ha detto alcune cose che possiamo serenamente definire inopportune sia per il momento scelto sia per il contenuto stesso sia per il modo con cui ha parlato.

A successive indagini quelle affermazioni sono risultate di carattere generale e non collegabili ad episodi specifici che, appunto, non si sono verificati. E questo è un fatto.

Ho però avuto l’impressione che per alcuni sia stato come sventolare un drappo rosso davanti al toro e che abbiano reagito senza il dovuto controllo.

Troppi fratelli credono che lavorare in terzo grado permetta di parlare apertamente senza remore, mentre, se vogliamo, è esattamente il contrario.

Il lavoro in terzo grado deve essere il momento qualificante per il Libero Muratore perché è solo con il terzo grado che si completa l’essenza di Massone.

Sostenere che in Camera di Mezzo si può parlare di qualunque argomento è affermazione superficiale e non corretta. Si deve invece dire che solo il Maestro, a differenza dell’Apprendista e del Compagno, raggiunge la pienezza e il punto di equilibrio, oserei dire magico, che gli permette di essere Massone e non solo un iscritto alla Massoneria.

Un fratello, dopo la tornata, mi ha detto: Abbiamo diviso anche quello che era unito.

Nella sua saggezza ha visto giusto.

Se il lavoro dell’Apprendista prima e del Compagno poi è in un certo senso preparatorio alla costruzione, il lavoro del Maestro è la costruzione stessa: è quindi corale e di unione; costruisce il muro utilizzando pietre e unendole con la calcina e deve unire ciò che è diviso.

Ieri sera, temo, si è fatto l’opposto.

Non voglio entrare nel merito. Francamente non mi interessa che possano esserci periodicamente episodi volti a sindacare questo o quel comportamento. Non ci deve interessare e non dobbiamo esserne influenzati, il nostro lavoro deve essere un altro. Il problema del rapporto tra i fratelli o tra le Officine esiste, ma non sono tornate come quelle di ieri che possono contribuire a risolverlo. Mi riferisco specificatamente al comportamento tenuto: interventi continui (due, tre, quattro volte e più), polemiche, monologhi, dialoghi e altro ancora.

No, non così dobbiamo comportarci durante il lavoro. Chi si è ricordato che stavamo lavorando ritualmente? Che dovevamo lavorare ritualmente?

I Maestri non risolvono i problemi così.

I Maestri vogliono una politica (passami il termine) di “avvicinamento” tra i fratelli per eliminare incomprensioni, dissapori e malintesi. Non dimentichiamoci, mai, che per non comprendersi bisogna essere sempre in due.

Soprattutto dobbiamo impegnarci seriamente ad eliminare il chiacchiericcio che è uno dei peggiori mali della nostra Istituzione.

Sul piano del lavoro di Loggia, quello peculiare nostro per intenderci, dobbiamo impegnarci ad essere più concentrati, meno dispersivi, insomma più seri e più Massoni. I metalli devono restare fuori dal Tempio. Ieri siamo stati sommersi da metalli e metalloidi!

Il nostro è lavoro lungo e difficile, ma lo sapevamo già; è un lavoro che forse non abbiamo fatto o abbiamo fatto male, e questi sono i risultati.

Ti abbraccio fraternamente


07 settembre 2026

I metalli

 

Metalli: Pigrizia

Lasciare i metalli fuori dal tempio è metafora simbolica che indica la disposizione del candidato alla Massoneria di lasciare la vita profana e inoltrarsi su un cammino diverso. E' eredità sopravvissuta di antiche usanze all'inizio di una nuova tappa.

L'allora Gran Maestro del Goi Armando Corona la indicò come preparazione alla fraternità: come tu ora sei privo di ogni sostanza e sei nel bisogno così devi aiutare il prossimo che è nel bisogno.

Ma deve essere atto simbolico che ogni fratello compie entro sé prima di entrare in Loggia ad ogni tornata.

Cosa vuol dire abbandonare i metalli?

Temo che il massone medio lo abbia dimenticato, ammesso che lo abbia mai saputo. Si ricorda del piccolo gesto di consegnare al Fratello Esperto portafoglio, orologio e chiavi dell'auto e non riesce ad andare oltre la semplice gestualità.

La pigrizia ci spinge ad evitare lavori sgraditi.

Ricordo un precedente Maestro Venerabile che si rifiutò di svolgere il ruolo del Copritore Interno (come le usanze della Loggia richiedevano) adducendo un forte mal di schiena che invece scompariva (magicamente?) seduto all'Oriente come ex-MV.

La pigrizia va superata se si comprende che qualunque lavoro è utile e positivo. Il ruolo del precedente Maestro Venerabile non viene sminuito se siede all'Oriente in bella mostra o vicino alla porta come Copritore Interno o in qualunque altro ruolo o posto. Oppure il posto colpisce solo la sua vanità?

Se si sente "non valorizzato" in un ruolo, se se ne sente sminuito o "indegno", allora significa che non ha compreso il senso del lavoro muratorio.

Dobbiamo comprendere ciò che si fa e il valore del nostro (provvisorio!) ruolo nella tornata.

Abituiamoci a cambiare il nostro punto di vista senza lamentarci, perché lamentarsi vuol dire indebolirci e indebolire chi ci sta vicino..

Facciamo il nostro lavoro anche se costerà qualche sacrificio e più che mai se ne è colpita la nostra vanità. Contrastiamo la nostra inerzia, sia interna che esterna a noi.











04 agosto 2026

Pensieri

 Lavoro di Loggia

Rito è ciò che è correttamente eseguito.

Nella Camera di Apprendista in che cosa consiste l’ordine che deve regnare?

Il nostro rituale è scorretto là dove ha invertito i pilastri della Forza (che deve competere al Primo Sorvegliante) e della Bellezza (che deve competere al Secondo Sorvegliante).

Il Maestro delle Cerimonie in realtà dovrebbe essere il Maestro del Rito. Infatti non ci sono cerimonie, ma solo riti: riti esoterici e riti essoterici.

E’ davvero il Primo Sorvegliante a dover chiudere la Loggia? In altre ritualità la Loggia è chiusa dal Maestro Venerabile, che esce per ultimo, mentre il Primo Sorvegliante esce per primo.

06 luglio 2026

Un uomo dialoga con se stesso 1

 Questo nostro strano mondo ha sovvertito i ritmi della vita. Un tempo, al termine dell'obbligatorio servizio militare, il ragazzo "metteva le testa a posto" ed entrava nel mondo degli adulti. Ora ci sono ancora dei quarantenni che si chiedono cosa "faranno da grandi".
Nessuno pensa più al momento in cui finirà non tanto la vita quanto la tua vita. Eppure la Nera Signora, prima o poi, giunge, sempre.
E' saggio pensarci, e riflettere...

Il dialogo, non inedito, che ripropongo, nasce da una Tornata di Loggia. Ero allora Maestro Venerabile della mia Loggia e impostai la cosiddetta tornata funebre come profonda riflessione sul nostro appuntamento con la Nera Signora.
Ricordate "Samarcanda" cantata da Roberto Vecchioni?


Io parlo con me stesso

Parte prima

Personaggi:

                Io: l'uomo  che sa di dover partire

                L'altro io: il suo compagno inseparabile


Io. Buondì, L'altro io. L’uomo va. L’uomo torna. E’ sempre in cammino, mai fermo.

L'altro io. Buongiorno a te, Io. Che fai qui?

Io. Caro amico, sto riflettendo sulla mia vita. Dialogo con me stesso. Mi domando e mi rispondo. Ma le risposte non son quelle giuste.

L'altro io. E allora?

Io. Continuo a cercare, a domandarmi.

L'altro io. Tu sei in compagnia di te stesso, dici. E forse di altri, aggiungo io. E Dio? Non sei in compagnia di Dio?

Io. Dio? Quale Dio? Il Dio dei cattolici, il Dio dei protestanti, il Dio degli ebrei o dei musulmani? Tutte ottime “persone”, ma troppo particolari. Sono appunto il Dio degli uni o degli altri, ma non sono il Dio dell’uomo. Tutti gli uomini si sono affannati a spiegare che Dio è il loro Dio. Ma il Dio di tutti, il Dio dell’uomo, è il Dio sconosciuto. E lui è forse qui con me.

L'altro io. Tu sei massone, vero?

Io. La Massoneria non spiega le cose, ma stimola riflessioni.
Un simbolo che mi ha sempre colpito è l’Oriente Eterno, la Gran Loggia Celeste, dove uno scranno è già prenotato per me. Là mi attende il Maestro Venerabile, il Grande Architetto. Non so chi o cosa sia, ma mi piace sapere che mi sta aspettando.

L'altro io. Quindi aspetti.

Io. Aspettare la Nera Signora è un vero e proprio lavoro di preparazione, che ora, in prossimità della partenza, si fa pressante.

L'altro io. Preparazione a cosa?

Io. A lasciare questo mondo; a scardinare le gabbie psicologiche e razionali che non mi serviranno più. Mi svesto per partire nudo, come nudo arrivai.

L'altro io. E’ sconsolante.

Io. Ho grande fiducia nel mondo dopo il mondo, ma la mia fiducia nulla può per chi resta nel mondo prima del mondo. Subisce un lutto e deve essere aiutato. La pietas attenua il dolore e aiuta a trasformarlo in amarezza dell’assenza.

L'altro io. Sei uomo di fede, quindi.

Io. Non fede in ciò che verrà, ma fiducia che qualcosa verrà.

L'altro io. Quindi non: “credo che sarà”, ma: “ho fiducia che sarà”.

Io. Fede e fiducia non sono la stessa cosa, ma possono diventarlo. Fiducia significa apertura sull’uomo, su chi con tanti altri uomini, qui e ora, spera nel futuro.

L'altro io. Il senso religioso unisce. Le religioni dividono, perché le religioni sono opera del diavolo.

Io. Vedi, in fondo in fondo (ma proprio in fondo, veh!) ho una puntina di curiosità. Dicono che la morte sia come un dormire, e credo sia vero. Ma è sonno diverso: cessano le funzioni vitali e non c’è più sveglia.

L'altro io. In realtà, che succede?

Io. Io non lo so. Io sono davanti ad una porta chiusa. Al di là posso solo immaginare un mondo nel quale non valgono regole note. Oltre, non so andare.


(continua)


04 luglio 2026

Il Segretario di Loggia

 Riflessioni del Segretario di Loggia sul Segretario di Loggia


Segretario o manipolatore?


Il modo di redigere i verbali di Loggia, le cosiddette Tavole architettoniche, spazia entro due limiti-confini.

Minimum: nome dei presenti e assenti, titolo della Tavola, nome degli intervenuti. E basta.

Maximum: resoconto dettagliato di ciascun intervento con il nome di chi lo ha fatto. Cioè: tizio dice questo, caio dice quest'altro, eccetera.

In genere le Tavole vengono redatte entro questi due termini con resoconti più o meno dettagliati (a seconda della disponibilità del segretario).

Io, segretario della mia Loggia, come scrivo le Tavole di Loggia?

Il mio fare è frutto della mia storia personale. Spiritualmente intricatissima (non mi ritrovo più con tante cose del passato: ma sono cose che mi hanno formato).

Punti fissi del verbale.

Registrazione dei presenti e dei giustificati. Risultato di eventuali decisioni e votazioni. Nome di chi redige la Tavola e titolo della Tavola. Nome dei Fratelli intervenuti. Poi… Poi...

Poi... Gli interventi, le pietre, vengono prese in carico dal Cantiere. Le pietre sono "marchiate " con il marchio di chi le ha sgrossate individualmente, ma vengono collettivamente e anonimamente depositate nel Cantiere. Il marchio è a conoscenza del Capo-cantiere, il Maestro Venerabile, non degli altri.

Nel cantiere sono depositate impersonalmente, a disposizione degli operai, che lavorano a gloria del cantiere, non in nome di questo o quel Fratello.

Tecnicamente il Segretario annota il nome di tutti quelli che intervengono nella tornata, e solo dopo l'elenco degli intervenuti riporta gli interventi, non come discorsi compiuti ma come elenco di punti significativi. Ciò che è stato detto non viene associato a chi lo ha detto.

Qui sta l'aspetto più significativo. Infatti  non ci devono mai essere in Loggia protagonismi, a volte mascherato da attivismo e voglia di fare; una specie di orgoglio nascosto del tipo: Vedi quanto sono bravo!

No, queste cose non ci devono essere in Loggia. Il corretto lavoro muratorio non ha bisogno di protagonisti.

Il Maestro Venerabile deve essere vigile e bloccare i protagonismi. L’Oratore deve essere rigido e parare i protagonisti. E il Segretario? Il Segretario semplicemente tace e non li registra.

Faccio un esempio, puramente teorico, per cui nessuno vi si può riconoscere perché non è riferito a nessun massone, né di questa Loggia né di altre.

Il fratello Bravini è solito richiamare i presenti alla tornata alla conformità degli aspetti più superficiali del Regolamento, esempio tipico l’abito nero o il correttissimo stare all'Ordine. Infatti il fratello Bravini, che di suo è bravino, termina spesso suggerendo ai presenti le "mancanze" (ma il suggerimento detto con quel tono  e quelle maniere diventa un pesante richiamo alla loro (presunta) “mancanza muratoria”). Ben si comporta allora il Segretario di quella Loggia a non registrare quella parte dell’intervento oppure, registrandola, a cambiarne il senso, che da rampogna e censura (atteggiamenti che non possono che dividere) diventano nel verbale incitamento all’unione e al bello dello stare insieme nel modo corretto.

E’ censura? No.

E’ manipolazione? Sì e no...

Sì, perché l’intervento non è stato proprio così. No, perché nella Tavola vanno registrate le cose che uniscono e non gli interventi che dividono, che per la loro stessa natura non fanno parte della Massoneria.

Da Segretario ritengo che la Tavola debba essere redatta secondo alcuni criteri.

Se nelle dinamiche della Tornata protagonismi emergono (attenzione: dico protagonismi, non protagonisti), compito di Venerabile, Oratore e Segretario è di attenuarli.

E il Segretario, qui, ha di fatto l’ultima parola. Ha infatti il Segretario il potere della damnatio memoriae.

Ciò che il Segretario ritiene non consono viene bellamente ignorato. E un eventuale lettore futuro della Tavola Architettonica non ne potrà saper nulla.

Credo sia questo un forte antidoto all’egoicità di qualcuno: la minaccia della irrilevanza.

Avrai pure un ego ingombrante o strabordante, ma in Loggia il tuo ego non solo non interessa bensì diventa controproducente.

Conseguenza dell’asserto è la tecnica di non riferire a nessun fratello le frasi riportate, ma inserirle in un contesto collettivo

Intervengono i  ffrr. A, B, C. Vengono lavorate le seguenti pietre: P1, P2, P3, P4, P5.

Ma ciò non significa una attribuzione nascosta, tipo A ha detto P1 e P2, B ha detto P3 e C ha detto P4 e P5.

No, perché le cose dette vanno rimescolate, appunto per spersonalizzare quanto detto.

Insomma l’optimum dovrebbe essere (il condizionale però è d’obbligo) che ognuno si ritrovi nella Tavola architettonica ma non riesca ad individuare quanto da lui detto.

23 giugno 2026

Il Maestro Venerabile in Loggia 4

Ulisse e il Vecchio Copritore concludono le riflessioni sul ruolo del Maestro Venerabile in Loggia.

Per una sana "igiene massonica" nessuno deve mai dimenticare che Maestro Venerabile è incarico a tempo determinato e non una specie di "supremazia" (sic!) sulla Loggia per sempre.

L'affabulazione sul Maestro Venerabile giunge al termine.


DE VENERABILE MAGISTRO POTESTATE

Parte quarta e ultima


Ulisse. Se ho ben capito il vecchio Venerabile è soddisfatto di avere svolto il suo compito ed è ben contento di non essere più lui il Maestro di Loggia.

Vecchio Copritore. Caro Ulisse, permettimi, per finire, due parole in libertà.
Abbiamo tenuto poco tempo fa l’Agape del solstizio in grande serenità, Ben opportune sono state le parole di un Fratello che ha volutamente e chiaramente sottolineato il ringraziamento di noi tutti ai Fratelli Apprendisti.

Ulisse. Mi sono parse parole molto opportune.

Vecchio Copritore. Infatti. Sono Fratelli che hanno svolto di buon grado il ruolo di “serventi” …

Ulisse. Appunto: non servitori!

Vecchio Copritore. ...Fratelli ai quali tutti noi dovevamo essere grati; e lo siamo effettivamente stati.

Ulisse. Tra noi non ci deve essere mai chi è “più”.

Vecchio Copritore. E’ il peggiore – passami il termine – peccato massonico!
Mentre ritornavo a casa il pensiero correva inevitabilmente alle sensazioni provate, a chi c’era e a chi non c’era, ma non come più o meno recondito rimprovero agli assenti bensì come pensiero di vicinanza per chi non ha potuto o per chi (anche questo è legittimo) ha ritenuto di non potere esserci.

Ulisse. Non capisco.

Vecchio Copritore. Sia chiaro: non c’è nelle mie parole nessun rimprovero di nessun genere. In questi tempi strani l’entusiasmo può attenuarsi.

Ulisse. Non dici sempre che gli uomini cambiano? E’ normale che cambino anche i Massoni.

Vecchio Copritore. Certamente. I miei pensieri andavano su come in questi ultimi secoli sia cambiato il punto di vista dei Massoni.
Noi oggi poniamo l’accento sulla categoria astratta e non sull’uomo che quella categoria vuole vivere. Così si parla di Chiesa (l’Istituzione) e non del singolo uomo o donna della Chiesa. Critichiamo la vecchietta (con sfumatura negativa: sempre donna! Sempre vecchia!) che accende un cero davanti all’immagine di un santo (come una specie di idolatria) e non cogliamo il suo modo (forse diverso dal nostro ma non per questo meno significativo!) di vivere la religione come più si sente di fare (mentre magari chi critica si sente superiore alle “pratiche” del culto religioso o almeno a “quelle” pratiche).

Ulisse. Quindi sostieni che noi parliamo di Massoneria e non del singolo massone che vuole (si sforza) essere massone.

Vecchio Copritore. Senza il massone non solo la “Massoneria” non esiste, ma nemmeno ha significato e senso; senza il massone la “Massoneria” è un “flatus vocis” inconsistente, una scatola vuota.

Ulisse. Io temo il vuoto, perché c’è sempre qualcosa che riesce a riempirlo!

Vecchio Copritore. Sì, proprio così. Gli “iscritti” alla Massoneria, spesso ignari del senso di essere massoni, non fanno che “riempire il vuoto non più massonico”. Di cosa lo riempiono?

Ulisse. Temo di conoscere la risposta.

Vecchio Copritore. Qual è il rapporto Loggia /Massone? Sì, certo, il Massone si forma in Loggia e senza Loggia il Massone non si fa. Ma anche: senza i Massoni la Loggia non esiste.

Ulisse. La Loggia c’è perché ci sono i Massoni che la formano e non viceversa.

Vecchio Copritore. Caro Maestro Venerabile, tu ci sei (esisti) perché c’è una Loggia che ti ha fatto Maestro Venerabile. Senza Loggia tu non sei nulla. La Loggia c’è perché ci sono i Massoni che la hanno fatta e la fanno esistere. Tu ci sei perché i Massoni ti hanno scelto e accettato (a tempo limitato! – non dimenticarlo mai) per un incarico (leggi bene e compita: in-ca-ri-co-a-tem-po-li-mi-ta-to!). Senza i Massoni, caro Maestro Venerabile, tu non solo non ci sei, ma nemmeno esisti.
Come nasce una Loggia? Un certo numero di Massoni, fissato dalla tradizione, decide di associarsi e dar vita a una nuova Loggia. Che poi la nuova Loggia scelga di aderire a un organismo super-Loggia (un Grande Oriente o una Gran Loggia) è problema secondario: la nascita e la vita della Loggia non dipende dall’appartenenza a questo Grande Coso (Oriente o Loggia o Altro che sia).

Ulisse. Lo vedo come punto fondamentale: la Loggia nasce dalla volontà dei Massoni di associarsi.

Vecchio Copritore. Ribadisco: perché una Loggia nasca ci devono essere i Massoni. Non è la Loggia a fare nuovi Massoni, sono i Maestri Massoni della Loggia che tramite il loro rappresentante (appunto il Maestro Venerabile di quel momento) fanno il nuovo Massone.

Ulisse. Ne sono convinto.

Vecchio Copritore. Tutto questo pensavo al rientro dall’Agape. I fratelli Apprendisti (scrivo con la maiuscola) non hanno svolto il ruolo di cameriere, al quale magari dai la mancia al termine perché è stato servizievole e bravo. No. I Fratelli Apprendisti sono stati essenziali. Senza di loro noi Maestri o maestrini o che altro saremmo stati lì, belli schierati nei nostri grembiulini, a… mangiar l’aria! Sono loro che hanno permesso ci sia stata un’Agape, non altro.

Ulisse. Un plauso agli Apprendisti.

Vecchio Copritore. Continuo. A essere pignoli si potrebbe pure dire che quei Fratelli presenti all’Agape (quelli, e non altri), durante l’Agape rituale stessa hanno dato vita a una nuova Loggia temporanea e si sono trovati, per la durata dell’Agape, confratelli di questa nuova Loggia. Quella Loggia è vissuta per una sola tornata ed oggi non c’è più; volendo, quei Fratelli, presenti a quell’Agape, con o senza altri Fratelli, potrebbero costituire un’altra Agape (o Loggia d’Agape, come si diceva una volta) alla prossima Agape.

Ulisse. Ma allora praticamente ogni tornata diventa una Loggia temporanea che vive solo per quella, e non altre, tornata!

Vecchio Copritore. La Massoneria come unicum organizzativo non è mai esistita prima del 1717; esistevano invece, da parecchi secoli, le Logge, indipendenti tra loro, che da operative avevano cominciato ad accettare anche chi non era del mestiere. Quattro di queste Logge si unirono nel 1717 a formare la Gran Loggia di Londra.

Ulisse. Quindi la Gran Loggia è nata perché c’erano preventivamente le quattro Logge.

Vecchio Copritore. Le quattro Logge hanno trasferito alcune prerogative proprie della Loggia alla Gran Loggia, che le ha ricevute e le esercita quindi perché appunto delegata dalle Logge.

Ulisse. Una delega incondizionata?

Vecchio Copritore. Una delega condizionata dalle Costituzioni, a tempo indeterminato, ma non irrevocabile. Senza le Logge la Gran Loggia non esiste; senza Gran Loggia le Logge esistono.
Questa è la tradizione muratoria. Gran Logge e Gran Maestri non fanno parte della tradizione muratoria, ma del costume muratorio post-1717.


22 giugno 2026

Il Maestro Venerabile in Loggia 3

Ulisse e il Vecchio Copritore continuano a riflettere sul ruolo del Maestro Venerabile in Loggia. Il Vecchio Copritore ha appena concluso : « Ci sono stati e ci sono Maestri di Loggia, nel linguaggio moderno Maestri Venerabili, incapaci di essere Maestri Venerabili. Se non addirittura deleteri per la vita della Loggia! ».

L'affabulazione sul Maestro Venerabile è giunta alla terza puntata.


DE VENERABILE MAGISTRO POTESTATE

Parte terza

Ulisse. Può succedere.

Vecchio Copritore. Essere Maestro Venerabile è un sottile percorso di equilibrio: né troppo vigore, né troppo poco. Insomma, non sei il capo dei massoni. Ma non sei nemmeno l’ultimo dei massoni.

Ulisse. Però sei – almeno per un po’ – il loro punto di riferimento.

Vecchio Copritore. Sì. Intanto essere punto di rifermento non vuol dire comandare. E’ una posizione molto delicata ed è fin troppo facile prevaricare sugli altri. E’ fuori posto il Maestro Venerabile troppo "iniziato": potrebbe diventare un despota. Ma è fuori posto anche il Maestro Venerabile troppo politico o troppo organizzatore: potrebbe fuorviare il lavoro di Loggia..

Ulisse. Una specie di: né troppo, né troppo poco?

Vecchio Copritore. Se mi passi il paragone, il Maestro Venerabile deve essere una specie di buon parroco di campagna.

Ulisse. Non capisco.

Vecchio Copritore. Chi è il buon parroco di campagna, almeno quello di una volta? Spesso l’unico che aveva studiato, che conosceva i parrocchiani, li aiutava anche moralmente con un consiglio oppure una semplice chiacchierata, ma fatta al momento giusto. Perché questo è importante: sapere che qualcuno c’è, non per chiedergli qualcosa, ma semplicemente perché c’è.

Questo è il profondo senso della solidarietà, proprio quello che manca oggi. Così io vedo il Maestro Venerabile.

Ulisse. Non carichi la figura di Maestro Venerabile di sensi che non sono suoi?

Vecchio Copritore. La mia risposta ti sembrerà monotona, ma è sempre quella: sì e no.

Ulisse. Ancora?

Vecchio Copritore. La risposta è sì, se intendi il Venerabile presidente di un circolo con l’obbligo di organizzarne l’attività e rappresentare il Circolo-Loggia. La risposta è no se intendi il Maestro Venerabile come deve essere.

Ulisse. Invece, a quanto dici, spesso non lo è.

Vecchio Copritore I padri fondatori hanno individuato dei ferrei controlli sul suo ruolo.

Ulisse. Sono stati previdenti.

Vecchio Copritore. Intanto ogni incarico di Loggia dura un anno e può essere rinnovato ma con ferrei limiti.

Ulisse. Quindi limite di tempo. E in Loggia aperta?

Vecchio Copritore. Il Maestro Venerabile ha il compito di vegliare sul comportamento dei Fratelli in Loggia, quindi ha il potere di concedere o togliere la parola a chiunque trascenda o esca dai limiti.

Ulisse. Un potere senza condizioni, a quanto pare.

Vecchio Copritore. Pure a lui può essere tolta la parola. L’Oratore ha la facoltà di intervenire se ritiene che vada oltre le leggi dell’Ordine.

Ulisse. Quel Maestro Venerabile che apostrofò in Loggia aperta un Fratello intimandogli di guardarlo negli occhi non fu interrotto dall’Oratore.

Vecchio Copritore. Sì, l’Oratore avrebbe dovuto farlo, ma non lo fece. Anche il Copritore Interno ha la facoltà di intervenire in Loggia aperta avvisando che la profanità è entrata nel Tempio, anche se in quel momento sta parlando proprio il Maestro Venerabile. Anche lui in quel caso avrebbe potuto avvertire, alla osservazione fuori posto del Venerabile, che la profanità era entrata in Loggia.

Ulisse. Ma non lo fece.

Vecchio Copritore. No, non lo fece. Posso supporre che l’Oratore avesse ritenuto astenersi da un gesto che avrebbe potuto suonare di attacco al Venerabile e quindi sarebbe stato interpretato come divisivo.

Ulisse. Una specie di slealtà nei confronti del Venerabile?

Vecchio Copritore. Molti sono i fratelli che intendono il Venerabile come il capo della Loggia. Non pensano che in Massoneria nessuno è capo di nessuno e tutti gli incarichi (non le “cariche”) sono temporanei. E’ proprio la durata temporanea la chiave di tutto, assieme ad un’altra fondamentale chiave: scaduto l’incarico il non più Venerabile ritorna ad essere come tutti gli altri. E’ proprio questo che molti non accettano: da “egregio” (ex grege = fuori dal gregge, in posizione preminente) ritornare come tutti gli altri “dentro il gregge”, non più in vista. Ma è proprio questa la grande forza della Massoneria: nessun Fratello è indispensabile, ma tutti sono utili!


(continua)

21 giugno 2026

Il Maestro Venerabile in Loggia 2

Continua l' "affabulazione" sulle facoltà e i poteri del Maestro Venerabile in Loggia. Eravamo restati alla esortazione del Vecchio Copritore:

« Non "correggere", bensì "stimolare". La maestria deve suscitare stimoli ».



DE VENERABILE MAGISTRO POTESTATE

Parte seconda

Ulisse. Ma che c’entra con le elezioni?

Vecchio Copritore. L’uomo non deve raggiungere la santità, ma un comportamento (pensiero e azione) retto. Temo l’iniziato al potere: spesso non riesce a capire gli altri, spesso diventa un despota, spesso si ritiene investito di una funzione superiore.

PAUSA

Vecchio Copritore. Ti racconto un apologo, Ulisse.
Un giorno gli alberi cercavano un re che regnasse su di loro. Chiesero all’ulivo: “Regna tu su di noi”. Ma l’ulivo rifiutò: “Dovrei rinunciare al mio olio che Dio e gli uomini onorano in me, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?” Allora gli alberi chiesero al fico: “Vieni tu a regnare su di noi”. Ma il fico rispose: “Io dovrei rinunciare alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?” Poi gli alberi chiesero alla vite: “Vieni tu a regnare su di noi”. Ma la vite rispose: “Io dovrei rinunciare al mio vino, che rallegra Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?” Allora tutti gli alberi dissero al pruno: “Vieni tu a regnare su di noi”. Il pruno rispose agli alberi: “Se proprio mi volete re per regnare su di voi, venite a rifugiarvi sotto la mia ombra; se no, esca un fuoco dal pruno, e vi divori!”.

Ulisse. Divertente. Ma che vuol dire?

Vecchio Copritore. Divertente, sì. Ma di una grande saggezza. Ovviamente l'aneddoto non è mio: vien da molto lontano, dal libro dei Giudici, e si riferisce ai Sichemiti che aiutarono il figlio illegittimo di Gedeone ad impadronirsi del potere.

Ulisse. Ma nessun Maestro Venerabile può essere così sanguinario!

Vecchio Copritore. Non ti ho raccontato l’apologo in questo senso. Semplicemente per sottolineare che un Maestro Venerabile è espressione dei Maestri della Loggia.

Ulisse. Non è sempre così?

Vecchio Copritore. Se un Maestro Venerabile eccede nelle sue funzioni, ciò significa che i Maestri della Loggia, che non intervengono, ne accettano il comportamento. Oppure si dimostrano incapaci a limitarlo. E comunque devono sapere che un Maestro Venerabile parla sempre per loro, anche se loro non lo accettano.

Ulisse. E’ vero: per un autocrate che raggiunge il potere ci son sempre cento e più persone che son contente di servire il potere.

Vecchio Copritore. Nel suo piccolo può succedere anche in Massoneria. Sotto altre forme, con altri modi, ma sostanzialmente l’atteggiamento è lo stesso.
Il senso del potere è qualcosa di insopprimibile. Non appena due o tre uomini si riuniscono, specialmente se decidono di agire, nasce il potere, e uno di essi si sente o si proclama o viene proclamato il capo, il maestro. E’ inevitabile – si dice – e gli altri accettano.
E’ insomma una specie di libido, e spesso libido a doppio senso: chi comanda e chi vuole essere comandato. E’ qui il fulcro.

Ulisse. Uno si proclama e gli altri riconoscono: il potere non è mai solitario. In piccolo succede anche da noi. E’ proprio vero che la Loggia è l’immagine dell’uomo!...

Vecchio Copritore. Non solo la Loggia. Hai mai pensato alla funzione dei cosiddetti “Garanti di Amicizia”?

Ulisse. Chi sono ?

Vecchio Copritore. Ulisse, hai fatto la domanda corretta. Chi sono i Garanti di Amicizia?

Ulisse. Per quanto ne ho capito una specie di ambasciatori tra le Istituzioni massoniche di varie nazioni.

Vecchio Copritore. Così si dice. Ma… è così?

Ulisse. Non capisco.

Vecchio Copritore. Il Garante di Amicizia dovrebbe essere un viaggiatore e conoscere bene chi rappresenta. Dovrebbe conoscere la loro lingua e la loro cultura e il loro sentire. Dovrebbe, insomma, partecipare alla loro vita massonica ed essere il trattino di congiunzione tra noi e loro.

Ulisse. E’ vero.

Vecchio Copritore. Invece è diventato altro. Spesso è il compenso elargito al fedele seguace di chi in quel periodo gestisce il potere, grande o piccolo che sia, nella associazione organizzativa.

Ulisse. E’ un giudizio duro.

Vecchio Copritore. Duro, ma realistico. Se aggiungi che i Garanti sono membri di diritto di questo e di quello, che stanno, ciliegina sulla torta, in bella mostra appollaiati all’Oriente durante i lavori di Loggia venendo ricevuti addirittura dopo i Presidenti dei Collegi… Dài, ce n’è più che a sufficienza per solleticare egotismi personali, specialmente quelli piccini piccini!

Ulisse. Mi stai dicendo: Dare il contentino e il grembiulino perché l’uomo (qualche uomo) ha bisogno di pompa come segno esteriore di “potere”?

Vecchio Copritore. L’uomo ha bisogno di pompa. I sovrani antichi lo sapevano: addirittura diventavano dei o figli di dei per marcare la differenza con gli altri. I papi lo sapevano: sono diventati “vicario” di Dio.
Gli autocrati al potere lo sanno e si circondano anche loro di pompa, magari rivista in chiave moderna e consona al contesto. La pompa magna di oggi magari è più grossolana ma non meno efficiente.

Ulisse. Non mi aspettavo fosse così diffusa anche in Massoneria.

Vecchio Copritore. In Massoneria, no. Ma in massoneria, sì.

Ulisse. Già, la M minuscola e la M maiuscola...

Vecchio Copritore. Ben lo sapevano i nostri padri fondatori... I massoni operativi avevano un criterio molto oggettivo per giudicare il lavoro: la solidità del muro.
Nella Massoneria speculativa questo controllo non c’è più. Se un Maestro operativo era incapace, se quel cantiere costruiva muri che non restavano in piedi o cattedrali che crollavano allora quel Maestro, quel cantiere non avrebbero trovato più commesse.
Oggi la situazione è più complessa. Ci sono stati e ci sono Maestri di Loggia, nel linguaggio moderno Maestri Venerabili, incapaci di essere Maestri Venerabili. Se non addirittura deleteri per la vita della Loggia!


(continua)

20 giugno 2026

Il Maestro Venerabile in Loggia 1

Nella Loggia "Agli Antichi Muratori" è giunta l'ora di eleggere il nuovo governo di Loggia.

Ulisse è stato appena elevato Maestro: questo giro di elezioni vedrà partecipe pure lui. 

Ne parla con il Fratello che è stato presente nel suo cammino muratorio, fin dal suo primo timido bussare alla porta della Loggia. L'incontro si trasforma ben presto in una "affabulazione" sulle facoltà e i poteri del Maestro Venerabile in Loggia.

Intitoliamo snobisticamente il post alla latina (sperando di non commettere errori)


DE VENERABILE MAGISTRO POTESTATE

Parte prima



Vecchio Copritore. Ciao Ulisse. Ti ricordi della prossima tornata?

Ulisse. Verrò, certo. Un po’ mi incuriosisce. E’ la prima volta che potrò partecipare ad elezioni.

Vecchio Copritore. Le elezioni non sono i momenti migliori nella vita di una Loggia. Ma sono momenti necessari.

Ulisse. Cioè?

Vecchio Copritore. Pensa all’importanza della funzione del Maestro Venerabile.

Ulisse. Sì, certo. Non assomiglia un po’ al presidente di un circolo? Oppure è forse più vicino all’amministratore di una società?

Vecchio Copritore. Sì e no.

Ulisse. Come: sì e no?

Vecchio Copritore. Sì, perché ci sono somiglianze. No, perché è tutt’altra cosa.

Ulisse. Beh, per forza! Noi parliamo di una Loggia massonica.

Vecchio Copritore. Non è solo questo. E’ difficile spiegarlo. Ma... guarda il nostro Maestro Venerabile. Guardalo, quando è seduto sul suo scranno e... cerca di vederlo.

Ulisse. Ohibò!

Vecchio Copritore. Guarda come siede, come è attento ma rilassato! Guardagli gli occhi, il viso. E le mani? Ricordati che le mani sono forse più espressive degli occhi. Hai mai visto certi Maestri Venerabili impugnare il maglietto come fosse il martello del dio Thor, pronto a scagliarlo contro il nemico. Tengono le mani come il pugile in guardia pronto a scattare. Altri invece le tengono con una mollezza artificiosa, quasi effeminata. E tengono il maglietto come accarezzandone il manico e il loro presunto potere, pronti a scagliarteli contro, maglietto e potere, come se la ferocia del gesto dovesse sopperire alla loro incapacità. Non riescono a comprendere che in mano hanno un maglietto, anzi il maglietto della Loggia, solo perché altri glielo hanno affidato. Lo devono usare, ma come fosse un oggetto fragilissimo pur sufficientemente forte da rompere l'armonia di tutti. E lo devono impugnare con la prontezza di chi lo può usare – e lo userà se necessario – ma non vorrebbe usarlo in quel modo. E cercano di far di tutto per non usarlo così. Il Venerabile saggio soprattutto sa che è lì per poco ed è felice per l'avvicinarsi del termine del suo mandato.

Ulisse. Non è un po’ forte quello che dici?

Vecchio Copritore. Certo che è forte. Ma che dire di quel Venerabile che rivolgendosi ad un fratello che stava parlando lo aggredì: Guarda negli occhi il tuo Venerabile quando parli! E si dimenticò, poverino!, che l’intervento in Loggia è sempre impersonale, non rivolto verso o contro qualcuno.

Ulisse. Sicuramente.

Vecchio Copritore. E se tu guardi negli occhi un fratello mentre parli, ciò significa che trasformi il tuo contributo in un colloquio personale fra te e lui. E questo è scorretto. Il lavoro di Loggia non deve mai essere un dialogo e nemmeno una conferenza e men che mai un dibattito.

Ulisse. Allora il Venerabile guida gli interventi.

Vecchio Copritore. No, non farmi dire ciò che non ho detto. Il Venerabile è colui che “tiene” la Loggia, come la chiave di volta “fissa” l’arco e gli permette di sostenersi.

L’arco si sostiene se tutte le pietre sono stabili, cioè se sono in grado di sostenersi l’un l’altra per renderlo più solido, con la pietra del Venerabile alla sommità non perché le sovrasti ma perché è lì il punto più delicato.

Ulisse. Quindi la funzione del Venerabile è sostanzialmente di equilibrio.

Vecchio Copritore. In un certo senso, sì. Ma non solo.

Ulisse. Continuo a non capire.

Vecchio Copritore. Vedi Ulisse, capita che a volte i comportamenti di certi fratelli non siano all’altezza delle loro alate parole con la quali si riempiono la bocca. Coerenza... Ah, la coerenza... Che grande chimera...

Ulisse. Non capisco.

Vecchio Copritore. Il Maestro Venerabile deve essere in grado di comprendere. Con una parola, un piccolo gesto essere pronto a… non certo a redarguire chi parla ma a spronarlo ad essere meno loquace e più coerente.

Ulisse. Come a scuola con l’insegnante pronto a correggerti?

Vecchio Copritore. In Loggia? Non "correggere", bensì "stimolare". La maestria deve suscitare stimoli.


(continua)

15 maggio 2026

Il «mio» Rito 2

 Si diceva che la Massoneria fosse la culla dell’individualismo e ricevette nel tempo feroci critiche per questo. Cioè sarebbe il luogo in cui si valorizzerebbe il singolo amplificando i legami massonici a scapito dei legami non massonici.

Niente di più falso. Certo l’individuo c’è, ma non predomina e non è predominato. Il Maestro Venerabile non è l’amplificatore del singolo né il livellatore del gruppo-loggia, ma l’operaio specializzato che riesce a “trarre” da ogni fratello il “succo” comune che rende “universale” il lavoro della Loggia intera. Il Maestro Venerabile, sorretto dalla sua scienza muratoria e dal suo intuito, affiancato dalla presenza attiva e partecipe dell’Oratore e aiutato dal Sorveglianti, che fanno il “lavoro sporco” di filtro tra il singolo fratello che presenta la sua pietra e la Loggia tutta, è l’aleph del lavoro e il garante dell’armonia di tutti. Ecco perché in Loggia aperta non possiamo e non dobbiamo essere disarmonici, dobbiamo essere e non apparire. Ecco perché in Loggia aperta non bisogna mai (e dico e sottolineo mai) né approvare né disapprovare un Fratello. Mai. Approvare vuol dire accogliere senza cernita; disapprovare significa contrapporsi e rifiutare.

E non bisogna mai (e sottolineo mai) applaudire. Nemmeno il Grande Questo o il Grande Quello.

L’applauso è rumore che sconquassa l’armonia. Se proprio si vuole sottolineare la peculiarità di un Fratello, ebbene, che si chieda una Batteria di Giubilo in suo onore e in onore del lavoro! Cosa ben diversa da un applauso profano: la Batteria è suono, assonanza, armonia; l’applauso è rumore, dissonanza, strepito.

Il rituale è il modo di renderci tutti in armonia per qualche tempo: per il tempo necessario, quello giusto e perfetto. E’ la sentinella che avvisa che le cose sono diverse da quello che appare: lo spazio e il tempo non sono più lo spazio e il tempo pur restando lo spazio e il tempo.

Chi è chiamato a svolgere funzioni rituali deve sapere ciò che fa, sapere cosa dire e come dire.

Non chiediamo che si sappia recitare a memoria il rituale come un attore la propria parte, ma almeno si sappia leggere senza stenti, e concentrati. Come disturbano i pss… pss… è a pagina 10, o a pagina 23 suggeriti al Sorvegliante distratto!… Come ci guadagneremmo tutti se il suggeritore sapesse tacere!

Per la concentrazione dobbiamo essere comodi, senza posture strane. E’ consigliata la seduta cosiddetta faraonica. E’ adatta al lavoro, non al riposo. La fatica non aiuta la concentrazione.

Una volta, durante un rito (non muratorio) un bello spirito pretese che i lavori procedessero con i partecipanti in piedi a braccia alzate per accogliere gli influssi dell’alto.

Mi parve quasi un ritornare alla scuola elementare: il maestro puniva i bambini indisciplinati facendoli stare per un poco di tempo in piedi a braccia alzate (a quei tempi a scuola si usava anche questo).

In quella postura non riuscii a trovare la minima concentrazione, e nemmeno gli altri; tanto che chiedemmo di non ripetere più l’esperimento.

Fu allora che capii la necessità di una postura adatta. Ci si può concentrare anche con esercizi fisici, anche estremi, ma allora la via non è più muratoria.

Infatti se nel rituale cambia qualcosa, anche minima (una parola, una invocazione, un gesto), in realtà cambia molto. Moltissimo.

Invece si deve essere attenti a non cambiare e attivi nel praticare: nessuno assiste, ma tutti debbono praticare.

Ricordo una volta una tornata alla quale partecipavo per così dire per dovere istituzionale: ero l’Ispettore di Loggia.

Al termine, uno dei presenti si complimentò per la serata: era venuto stanco dopo una giornata di lavoro – disse – e in Loggia si era ritemprato e usciva contento e riposato.

Caro Fratello – lo ripresi, forte anche del mio ruolo verso di lui (fui uno dei suoi tegolatori) – in Loggia si viene riposati e si va via stanchi, sporchi e affaticati per il lavoro compiuto, come il muratore dopo una giornata passata nel cantiere alle intemperie del tempo. Se te ne vai riposato vuol dire che non hai lavorato. Se eri stanco prima della tornata non avresti dovuto venire ma rimanere a casa a riposarti.

Concludo con una citazione di Antoine de Saint-Exupéry sulla quale consiglio di riflettere.

Il piccolo principe ritornò l'indomani.

"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.

"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".

"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.

"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza.

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.

E così noi dovremo addomesticare la nostra volpe.



10 maggio 2026

Il Segretario di Loggia 2

 (continuazione del post precedente)

Credo che questi siano i due paletti entro i quali si possano redigere i verbali di Loggia, a seconda delle disposizioni dei segretari, delle loro concezioni e del tempo – anche – che possono dedicare a questo compito. E soprattutto in base alla loro storia massonica.

Ognuno di noi infatti si pone in Loggia come risultato della sua storia massonica personale.

La mia storia massonica è lunga più di quattro decenni ed è (muratoriamente parlando) molto aggrovigliata. Oggi non faccio parte di nessun Corpo Rituale, ma in passato ne ho attraversato parecchi. Di alcuni sono stato pure tra i fondatori.

Frequentando diverse "compagnie" (logge o corpi rituali) , ho visto molti comportamenti di massoni. Probabilmente proprio per la mole di "materiale" incontrato sono diventato sensibile (forse più di altri) ai protagonismi ed agli esibizionismi, sforzi di primeggiare insomma, che per così dire attenuano il senso del contributo proprio per la carenza di apertura verso gli altri.

Per carità, sono atteggiamenti permessi, forse un po’ pesanti per i partecipanti, ma leciti, anche se, a mio parere sono estranei al lavoro in una Loggia massonica.

Il lavoro di Loggia infatti deve essere corale: tutti sullo stesso piano. Anche il Maestro Venerabile è sullo stesso piano degli altri (cioè: degli altri Maestri) anche se, appunto per il ruolo che la Loggia tutta gli ha affidato, ha il compito di “drizzare” le orecchie per captare tutto ciò che può essere captato e comportarsi di conseguenza. Per questo è lui che dà la parola ai partecipanti, li segue negli interventi, eventualmente li commenta, li può limitare in durata, può non concedere un secondo intervento; infine è lui, il Venerabile, che completa i lavori della Tornata (completa, non conclude, poiché solo all’Oratore spettano le conclusioni).

Il Segretario registra, ma deve evitare personalismi e protagonismi. Usa quindi un metodo molto semplice, tra l’altro a mio parere conseguente della particolarità dei lavori della Loggia. Intanto registra i nomi degli intervenuti e gli interventi, ma evita il collegamento tra il parlante e il parlato, chi parla e ciò che dice. In questo modo si evita di riportare una specie di dibattito e si considerano gli interventi come apporto di materiale che viene depositato nel magazzino del cantiere.

Poi “smontiamo” gli interventi in piccole molecole, rimescolate le une alle altre.

In questo modo il resoconto della Tornata diventa una raccolta di periodi staccati, semplicemente accostati gli uni agli altri, come appunto in un magazzino.

Insomma: ogni Fratello, ascoltando la tavola della tornata, deve sentir l’eco del suo contributo, ma non deve ritrovarlo. Starà a lui, in sede di rielaborazione della Tornata prendere il salario ricevuto e "spenderlo"), raccogliere raccogliere dal magazzino le pietre opportune e con quelle lavorare al suo Tempio interiore.

Perché infatti questo è il compito “nascosto” della tavola della tornata: essere il materiale a disposizione di ognuno per le sue intime e personali considerazioni: insomma la pasta parzialmente precotta che dovrà lui, da solo, in base a ciò che ritiene giusto ed opportuno, rimescolare nel suo paiolo.

Quello del Segretario è quindi un lavoro delicato, che presuppone una conoscenza significativa dei Fratelli. In un certo senso “rimescola” il pentolone della Tornata e ripropone ai Fratelli dopo un superficiale sgrossamento, materiale non più grezzo, ma ancora grossolano, e sempre coerente con la ricetta originaria. E’ il suo un lavoro di memoria ma anche una specie di manipolazione: il Segretario potrebbe evitare di registrare interventi o parti di interventi che a suo parere sono andati oltre i fini o le modalità del lavoro di Loggia.

Allora. Grande manipolatore (o grande "digestore"). Ma la manipolazione è accettabile solo se alla base di tutto c’è un grande rispetto per tutti. Solo così è possibile riportare non solo ciò che si è detto ma anche a suggerire (non scrivere!) ciò che si sarebbe potuto dire.

Faccio un esempio, puramente teorico, per cui è inutile cercar di riconoscervisi.

Il fratello Bravini è solito richiamarsi agli aspetti più superficiali della conformità muratoria. Termina spesso i suoi interventi invitando i presenti a vestirsi adeguatamente in nero; purtroppo per lui il suo dire sconfina nella saccenteria più pretenziosa. Ben si comporta allora il Segretario di quella Loggia a non registrare quell’intervento oppure, registrandolo, a cambiarne il senso, che da rampogna e censura (atteggiamenti che non possono che dividere) diventano opportunamente “digeriti” incitamento all’unione e al bello dello stare insieme.

E’ censura? No. E’ manipolazione? Sì e no: sì, perché l’intervento non è stato proprio così; no, perché in tal modo la Tavola della Tornata registra correttamente ciò che unisce e non gli interventi che dividono, che per la loro stessa natura sono (debbono essere!) estranei alla Massoneria.

Insomma il Segretario è interprete tendenzioso della tornata.

E ricordiamo. In una futura indagine sulla Loggia, scomparsi ormai i protagonisti, resterà solo il resoconto del Segretario!


Il Segretario di Loggia

La Loggia è un grande organismo? Un qualcosa di super-umana in cui i presenti assumono ruoli e funzioni di organi o facoltà dell’uomo? Possiamo dirlo?

Possiamo anche vedere i Diaconi come messaggeri (il sangue, gli impulsi nervosi)? l’Oratore è la coscienza (il collegamento alla Legge)? il Maestro Venerabile è il centro cerebrale e decisionale? e così via?

In questa visione, un po’ olistica e un po’ ironica (ma l’ironia è la grande igiene mentale del caminante) il Segretario può essere (perché no?) espressione della memoria? memoria del passato, memoria del conservato, memoria per il futuro. Riportato quanto fatto nella Tornata precedente, durante la quale era stato riportato quanto fatto in quella prima, durante la quale era stato riportato eccetera eccetera, il Segretario collega l’attività della Loggia a quella fatidica Tornata primordiale e primigenia n. 1, la prima nella vita della Loggia, richiamando continuamente i Fratelli allo spirito originario della Loggia.

La memoria è come la massaia che prepara marmellate per l’inverno. Ma appunto conserviamo la marmellata, non la frutta. Sì, perché nel ricordare vengono identificati i topos, i motivi ricorrenti che la mente ritiene significativi. E già questo la dice lunga su una presunta obiettività del ricordo. Nulla come i ricordi è più lontano dalla oggettività (ammesso che l’oggettività esista).

Allora – ribatte il Fratello scocciato dalla lettura di pedanti verbali – che senso può avere scrivere qualcosa del quale non sappiamo se ciò che è scritto si è verificato o no e del quale siamo sicuri che tanto di ciò che si è verificato non è scritto?

Non sarebbe meglio accontentarsi di una registrazione audio o di una sua trascrizione?

In realtà le dinamiche sono più complesse.

Il resoconto di una tavola di loggia va ben oltre il verbale di un’assemblea ed è lontanissimo dai resoconti di un consiglio amministrativo.

Intanto il nostro non è “verbale” ma “tavola” (precisamente: “tavola architettonica della tornata”). Non è solo distinzione formale: il verbale è resoconto il più minuzioso possibile di quanto detto nella riunione, segnalando eventuali posizioni discordi e il risultato di votazioni; la tavola è composizione armonica di quanto detto e non detto. Sì, anche quanto “non detto”, perché il lavoro di Loggia non è semplicemente ciò che viene pronunciato, ma anche il gesto, la postura, l’attenzione, lo sbadiglio, la sintonia e la disarmonia, il profumo e il suono. E, ovviamente, mattone significativo della storia della Loggia registrando le votazioni e le decisioni collettive con eventuali posizioni discordi.

Vediamo cosa prevede il rituale.

In genere, dopo l’apertura, si lavora sulla tavola in calendario oppure su spunti del Maestro Venerabile. Al termine, prima di chiudere i lavori, c’è uno spazio dedicato al bene dell’Ordine in generale o della Loggia in particolare, spazio dedicato a questioni organizzative ed amministrative.

Alla fine ecco intervenire l’Oratore di Loggia che dà le sue conclusioni. (Attenzione: le “sue conclusioni”, non il suo intervento personale).

E questo è parallelamente il momento del Segretario che deve “registrare” l’Oratore.

Mi viene spesso alla mente la figura di un caro Fratello, ormai passato da tempo all'Oriente Eterno, con alcune ben radicate convinzioni sul verbale che – sosteneva – doveva riportare le parole di tutti i Fratelli intervenuti.

A lui rispondeva un altro Fratello che sosteneva invece il verbale dover segnare solo i nomi di presenti, giustificati, intervenuti e il titolo della Tavola.

Credo che questi siano i due paletti entro i quali si possano redigere i verbali di Loggia, a seconda delle disposizioni dei segretari, delle loro concezioni e del tempo – anche – che possono dedicare a questo compito. E soprattutto in base alla loro storia massonica.

(continua)

08 maggio 2026

Il tempo... e il resto 7

 Continuano le riflessioni sul tempo: circolare o lineare. Oppure...


I presenti

C’è un punto di vista che il nostro rituale non prende mai in considerazione e che invece è fondamentale: il punto di vista dei partecipanti.

Anzi, no. Non dei “partecipanti”, termine dalla semantica edulcorata e annacquata, bensì dei Fratelli presenti.

Anzi, nemmeno. “Fratelli” è vocabolo troppo generico. Il gruppo-Loggia si sta formando, non si è ancora formato (succede pure, è successo, che non si riesca a formare!). Bisogna dire: dell’un Fratello, dell’altro Fratello, dell’altro ancora, eccetera… che insieme formano i “Fratelli” di cui parla il rituale.

“Fratelli, assistetemi ad aprire i lavori” dice il Maestro Venerabile, oggi rappresentato dal fratello L.. E poi continua rivolgendosi al 1° Sorvegliante, oggi rappresentato da .: Fratello 1° Sorvegliante qual è il primo dovere eccetera eccetera”. E via via si continua.

Bisogna cambiare il punto di vista.

“Fratelli, assistetemi ad aprire i lavori” dice L., che rappresenta il Maestro Venerabile. E poi continua rivolgendosi ad E., che rappresenta il 1° Sorvegliante: Fratello E., che sei oggi 1° Sorvegliante, qual è il primo dovere eccetera eccetera”. E così via.

Dobbiamo mettere al primo posto il Fratello, proprio lui e non altri, che in quel momento rappresenta quella funzione e non altre. Insomma: il lavoro di Loggia è lavoro tra persone fisiche, fatte di carne e di sangue, con i loro equilibri e i loro scazzi (termine accolto dal vocabolario Treccani!), non da maschere impersonali che freddamente leggono un copione.

*

Tralascio per carità di patria (anzi di massoneria) la domandaccia: siamo proprio Fratelli (con la F maiuscola) o almeno fratelli (con la F minuscola)? Altrimenti non verrà aperto un bel niente!

Come è dal punto di vista dei partecipanti l’apertura dei lavori che in sé riassume tutte le aperture precedenti? Come la vivono? Cosa sentono?

Il Maestro Venerabile riesce a concentrare in quella singola apertura dei lavori tutte le aperture precedenti della Loggia?

Non vorrebbe dire che, anche se non lo ammettiamo, consideriamo il tempo entro il quale si incardinano le tornate di Loggia come un tempo lineare, dalla fondazione della Loggia fino alla sua fine (la morte fisica di una Loggia)? Ma lo consideriamo anche, pur non ammettendolo, un tempo circolare che ripete tutte le aperture precedenti e anticipa tutte le aperture successive della Loggia?

Il tempo della Loggia ritorna, da una apertura all’altra? Ritorna sempre uguale oppure diverso?

E le Logge? Se il tempo ritorna anche le Logge debbono ritornare?

Molti non lo credono. Potranno nascere nuove Logge con lo stesso nome di altre che non ci sono più – dicono – sarebbero la stessa Loggia? Io mentre scrivo faccio fatica ad immaginare una Loggia come la nostra dove noi non ci siamo… Ma forse è solo un mio vaniloquio. Non dimentichiamo mai la regola base della nostra igiene mentale: tutti sono importanti, ma nessuno è fondamentale.

Ricordi

Forse i ricordi, i nostri ricordi sono gli unici ancoraggi che ci aiutano. Cosa è un uomo senza ricordi? I ricordi sono belli perché sono ricordi.

Domando: gran parte della loro bellezza non sta nel sapere che non ritorneranno? Chi ha detto che i ricordi sono tentativi di invertire il corso del tempo?

Ricordo (un altro ricordo!) un piccolo episodio. Abitavo in condominio a Forlì e mi trovai in ascensore con mio figlio poco prima che lui cominciasse il primo anno di asilo. Con noi erano saliti altri due bambini che frequentavano già la scuola elementare. Il maschietto (seconda elementare) disse: “Beato te, che devi ancora fare tutto l’asilo, che bello! Come vorrei essere al tuo posto!”. La sorella, classe quinta: “E poi deve fare anche tutta la scuola dopo. No, no!”.

Noi ricordiamo gli anni della scuola con un pizzico di nostalgia. Ma se per magia domattina tutti ci ritrovassimo studenti ad andare a scuola? Uno ha il compito di matematica e l’altro di ragioneria. Un altro verrà interrogato in inglese e un altro ancora dovrà sorbirsi una lezione sui Promessi sposi. Che ne direste? No, per carità, no!

Se il tempo è circolare tutto ritorna; tutto: il bello e il brutto. Anche la chimica organica e l’esame di maturità; anche Licio Gelli e la P2 !

Proprio Nietzsche, che parlò di eterno ritorno dell’uguale (lui lo chiamava così), osservò che obiettava alla teoria proprio la futura ri-presenza di madre e sorella!

*

Ricordi. Dolce nostalgia dei ricordi. Gradevole magia dei ricordi. Anche sensazione bella e inconsueta per la nostalgia di qualcosa che non si è mai vissuto rivivendo i ricordi degli altri Fratelli.

D. e M. colgono nei lavori di Loggia un sentore strano che emoziona per le esperienze di un singolo Fratello che l’incanto del lavoro in Loggia fa diventare in un certo strano modo vissuto di tutti, come se ci fosse un magazzino nel cantiere (la cripta del Tempio?) che rende comunitario ciò che era di uno solo.

*

Come passa il tempo. E non ripassa mai. Cantava una canzone di tanti anni fa. Continuava: ...e il tempo se ne frega e passa su di noi.

Il tempo scorre indipendentemente da noi, come se non ci fossimo. Già! Senza di noi ci sarebbe ancora il tempo? Un essere vivente diverso dall’uomo percepisce il tempo? e come? Prima del big bang c’era il tempo?

E. ci invita ad approfondire. Fa l’esempio dell’effimera, insetto che nello stadio adulto vive solo poche ore (tanto che non ha nemmeno la bocca e non si nutre). Percepisce il tempo? E come? Ha qualcosa che possa paragonarsi ai ricordi della vita larvale (che dura anche alcuni anni) oppure la larva è tutt’altro?

Gli spaghetti

Due ipotesi sul tempo: tempo lineare o tempo ciclico.

La mentalità occidentale di oggi pretende una corrispondenza tra la realtà e la sua rappresentazione. Comprende quindi la concezione lineare da un inizio fino ad un termine: in piccolo, nell’uomo, dalla nascita alla morte.

Per ipotizzare una concezione circolare del tempo pretenderebbe che il giorno di oggi, 22 settembre 2024, si ripeta in futuro come dovrebbe essersi ripetuto nel passato.

Sarebbe come assurgere a regola universale il ritorno di ogni primavera uguale a tutte le primavere passate, pur sapendo che ogni primavera in sé è diversa da tutte le altre primavere. La regola stabilisce che a un inverno segue una, non la stessa, primavera.

Cicerone, considerando la storia maestra di vita, diceva sostanzialmente che dalla storia possiamo imparare quali comportamenti assumere in presenza di fenomeni che non sono mai del tutto nuovi e hanno quindi qualcosa in comune con eventi già accaduti.

Concezione del tempo?

Il Vocabolario Treccani spiega:

Concezione [dal latino. concipĕre «concepire»]. 1. L’atto del concepire o dell’essere concepito. 2. Facoltà di concepire con l’intelletto o con la fantasia. 3. Modo di intendere e interpretare.

Io preferisco usare il termine “prospettiva” nel senso di angolazione o punto di vista da cui considerare un fatto o valutare una situazione.

*

Mi domando: c’è corrispondenza tra il tempo del mondo fisico, quello per intenderci misurato dagli orologi, sul quale scandiamo le nostre giornate, e il tempo della nostra prospettiva alla base della nostra esistenza?

Banalmente la risposta sarebbe affermativa. Noi non avvertiamo discrepanze: l’una del pomeriggio dell’orologio praticamente ci pare sia anche la “nostra” una del pomeriggio.

Ma quante volte abbiamo esclamato “E’ già l’una!” oppure “Non è ancora l’una!” stupiti della discordanza tra l’orologio “ufficiale” e il “nostro”?

Insistere sulla nostra prospettiva o angolazione che dir si voglia suggerisce che la corrispondenza tra i tempi non porta alla coincidenza, bensì solo ad una correlazione, che tutto sommato è più che adeguata agli scopi pratici della vita quotidiana. Ma il tempo è ben altro.

*

La domanda è sempre la stessa: il tempo è lineare o circolare?

Io rilancio. Né lineare, né ciclico.

Mi spiego. Da molti anni ho lasciato la città per abitare in collina. Spesso, specie nei primi anni, la strada da casa alla città mi suscitava strani pensieri.

Spazio e spaghetti

Mi domandavo: la strada che percorro è una strada lineare oppure la linearità è solo una mia approssimazione comoda per descrivere una realtà più complessa?

Se esamino la carta geografica, da casa alla città non esistono solo quelle due o tre vie che comunemente percorro: ce ne sono altre che mi suggeriscono l’idea di una rete di vie più che un modello singolo lineare.

Forse, con un pizzico di ironia, il modello che descrive meglio la situazione è il piatto di spaghetti. Sono aggrovigliati, dall’esterno fatichiamo a seguirne uno, che subito scompare nel mucchio. Ma se potessimo camminare dentro lo spaghetto non avremmo nessuna difficoltà.

Ecco, lo spazio pare un piatto di spaghetti.

Sicuramente la strada lineare è semplice: parti, segui la via e arrivi. Non puoi perderti.

La via “a spaghetti”? Ti serve una bussola che non sia sensibile solo al campo magnetico terrestre ma efficace nel districarsi nel “tuo” campo magnetico, dove non necessariamente un luogo precede un altro.

Ecco il punto cruciale spazio-temporale!

Se percorro una strada, prima trovo A, poi B, C e così via. Ma nella rappresentazione che ne faccio magari non vedo né A né B ma solo C, che diventa così la “prima” cosa incontrata. E se poi penso anche ad A allora ritenendo A meno “rilevante” di C può succedere che nella mia rappresentazione “prima” venga C e “dopo” A. Dipende quali spaghetti sono “raccolti” dalla stessa forchettata.

Tempo e spaghetti

Il modello spaghetti può essere anche applicato al tempo?

La prospettiva lineare del tempo è a segmento, un tratto con un punto di inizio e un punto finale. Appunto: uno spaghetto. Tanti segmenti, tanti spaghetti.

Nella visione “più alta” è il tempo escatologico religioso dalla creazione alla fine del mondo. Visione che il mondo occidentale (quello delle religioni del libro) ha mutuato – credo – dalle nostre prime percezioni umane: passato, presente e futuro. Insomma è estensione del “prima, ora, dopo”.

L’eterno ritorno si basa sul concetto di tempo circolare, suggerito dall’osservazione della natura con l’alternarsi di luce e buio, delle stagioni, delle maree. Se all’inizio del tempo poniamo una mitica età dell’oro il tempo circolare dà la sicurezza di ritornarvi. E, con le dovute differenze, non è molto dissimile dalla parusìa cristiana. E’ come se il cristiano avesse tagliato il cerchio del tempo raddrizzandolo in un segmento. Oppure che la circonferenza del tempo fosse talmente “lunga” che il ritorno nello stesso punto avverrebbe dopo un tempo così lungo che la mente umana non riesce a concepire.

*

Tra certi nativi americani il tempo era percepito come un lago e i singoli eventi considerati pesci nel lago. Viene meno quella che per noi appare proprietà fondamentale degli eventi: il poter decidere di due di essi se sono contemporanei oppure se uno precede l’altro.

La legge di tricotomia (dal greco «tagliare in tre parti») valida in molti campi della scienza, per l’algebra dice che dati due numeri a e b o a = b oppure il primo è minore del secondo oppure il primo è maggiore del secondo. Per due eventi è lo stesso: o coincidono oppure uno dei due precede l’altro. Sembra legge di buon senso. Ma la teoria della relatività ha scardinato le proprietà del “prima” e del “dopo”, con buona pace del buon senso.

La concezione lacustre è intrigante e affascinante. Rompe lo schema della rappresentazione occidentale del flusso temporale, comoda descrizione che coglie certo molto del tempo, ma – forse – non tutto. Probabilmente siamo tanto condizionati dal pensare di essere immersi nel flusso inarrestabile dal prima al poi da ritenere questo e solo questo proprietà “vera” del tempo.

*

L’uomo occidentale ritiene lo scorrere del tempo uguale e costante ed ha costruito strumenti sempre più precisi per misurarlo, dalla clessidra al pendolo, all’orologio a molla, all’orologio atomico. La precisione degli orologi è sempre migliorata. Ricordo che ai tempi della scuola avevo una vecchia e rumorosa sveglia che dovevo regolare ogni sera. Poi passai ad un orologio a molla abbastanza preciso (un paio di minuti ogni settimana) ma che doveva essere ricaricato ogni giorno. Ho avuto dopo un più comodo orologio da polso al quarzo più preciso ancora. Oggi uso l’ora del cellulare che non regolo mai perché autoregolato sul segnale della rete web. E’ ancora impreciso? Certo, ma molto meno degli altri. Che me ne faccio di uno più preciso? A me interessa il tempo, non lo strumento per misurarlo.

Oggi costruiamo orologi sempre più accurati addirittura in grado di sbagliare di un secondo ogni tot migliaia di anni e più. Bello! Stupendo! No, non faccio ironia. So benissimo l’importanza scientifica di misure sempre più precise. Ma ai fini della vita quotidiana sono “eccessi”. Lasciamo alla scienza il suo ambito e riportiamo l’uomo nel suo.

*

L’uomo del tempo lacustre si sarebbe appassionato della precisione di certe misure? Credo proprio di no. Anzi credo che le avrebbe ritenute inutili. Misurare è sempre proiettarsi all’esterno mentre in questo campo dovremmo imparare a stare un po’ dentro, anche con noi stessi (cosa molto difficile perché noi siamo il peggior compagno di noi stessi).


(continua)

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.