lunedì 24 giugno 2019

La nonna Minghina


Quando penso alla Forza mi vien in mente la mia bisnonna, la nonna Minghina.

Analfabeta, non parlava l’italiano ma solo il dialetto. Quando il figlio, lo zio Rico, fuoriuscito a Parigi nel 1925, ebbe bisogno di un aiuto per la figlia neonata, lei partì.

In treno, da sola, per più di mille chilometri.

Le avevano scritto in un biglietto le varie stazioni da raggiungere e dove avrebbe dovuto cambiare il treno. Non sapendo leggere rimediava facendolo leggere alla gente e riusciva a a comprendere a gesti dove andare.

Era il 1930 o ‘31: una vera avventura per una donna sola e analfabeta.

E ce la fece.

Ecco cosa vuol dire Forza.

Quando ascolto il Maestro Venerabile battere il maglietto e ripetere: I lavori riprendono forza e vigore penso sempre a lei.

venerdì 21 giugno 2019

Bellezza delicata

Penso alla Bellezza.

Mi viene in mente quando da piccolo accompagnavo la nonna al cimitero dal nonno, vittima di un bombardamento aereo qualche anno prima che nascessi.

Sulla sua tomba, all’anniversario della morte, c’era sempre un vasino fiorito. E la nonna, visibilmente irritata, lo gettava tra i rifiuti mormorando qualcosa che da grande ho immaginato fossero parolacce.

Capii da grande che quel vasino era messo da una signora con la quale il nonno ebbe, come si dice oggi, una “storia”. Evidentemente per lei una cosa importante se un vasino fiorito compariva puntualmente ad ogni anniversario per più di vent’anni dopo la sua morte.

Immaginai, quando il vasino non comparve più, che anche lei fosso morta oppure ormai tra le nebbie dell’autunno.

Ecco un gesto di Bellezza. La immagino furtivamente posare il vaso e allontanarsi subito: un gesto materialmente inutile, ma spiritualmente profondo, che “abbellisce” la vita.

sabato 15 giugno 2019

Il Maestro

Il Compagno di Mestiere è stato elevato Maestro.

E' stata completata una tappa del cammino iniziato quando, semplice Candidato, bussò alla porta del Tempio.

E' quindi un "piccolo" punto di arrivo; ma allo stesso tempo è un "grande" punto di partenza.

E' il punto di partenza.

Sono tre i simboli peculiari del percorso massonico, quelli che mostrano il senso più importante del cammino muratorio, che in ultima analisi è il cammino dell'uomo.

Tre simboli, tre incitazioni al lavoro. Tre spunti caratterizzanti.
La spada del Copritore in primo grado. La scala curva in secondo grado. Lo scavalcamento della bara in terzo grado.

La spada del Copritore va dritta alla meta, non devia e raggiunge ciò che deve raggiungere.

La scala curva del Compagno obbliga a cambiare continuamente la visuale e guardare il mondo sempre in altro modo.

Il primo fa pensare alla Forza e il secondo alla Bellezza.

La Saggezza si acquisisce scavalcando la bara.

Sapienza è capire che la bara è la mia e lì dentro ci sono proprio io.



giovedì 13 giugno 2019

La Bellezza del Mito

Spesso il mito è considerato come storia più o meno edificante, storia non più sacra di una religione superata da altre. In realtà il mito è racconto che continua a trasmettere certi valori: Antigone che disobbedisce agli ordini del re e seppellisce i cadaveri dei suoi fratelli che erano andati contro lo stato ribadisce il primato della legge divina e della coscienza contro le leggi dello stato. Il dilemma, presente fin dagli albori dell’umanità, è attuale in qualunque stato e in qualunque religione.

Il patriarca Noè parla ad ebrei e non ebrei perché rappresenta l’uomo che stabilisce un patto con il Signore, patto tanto solido da essere scritto in cielo con l’arcobaleno. Noè è il contraente prima che l’uomo si suddivida in popoli, religioni e costumi differenti: è lo zigote dell’umanità prima della suddivisione.

Il mito trasmette contenuti descritti con la veste di una certa tradizione.

Quando si fa rivivere al nuovo Maestro la leggenda di Hiram, da una parte trasmettiamo una poesia sull’uomo fedele ai propri principi; dall’altra continuiamo il grande sogno del massone che deve vedere in Hiram il punto di unione dell’intero popolo muratorio.

I massoni costruiscono il tempio non un tempio.

mercoledì 12 giugno 2019

Il sogno del Massone

Un Compagno bussa alla porta del Tempio.

I Maestri accettano che entri, secondo le antiche regole.

Il Compagno è sottoposto alla prova tremenda: scavalcare la bara di Hiram. Solo così potrà diventare Maestro, solo se dalle viscere della terra potrà "rialzarsi", elevarsi di nuovo.

Ora il Compagno è in piedi e i Maestri esultano: la Parola è stata ritrovata.

Il Compagno è diventato Maestro?

Noi non lo sappiamo; non lo sa nemmeno lui. Il Compagno saprà se è diventato Maestro quando dovrà scavalcare non un simulacro, ma una bara vera: la "sua" bara nella quale giace il "suo" corpo.
Se saprà scavalcare quella bara senza tremare allora sì che diventerà Maestro, e Maestro vero ed effettivo.

Ecco la prova che ci attende e ci consacrerà Maestri. A quel tempo e non prima. Davanti alla nostra bara.

E allora?

Hiram è il grande "sogno" del Massone, il sogno che tutti noi vogliamo sognare. Il sogno della vita.

Molti intendono i sogni come fantasticherie, e spesso è vero. Quante volte a scuola dissero: ha la testa nel mondo dei sogni, è perso nei suoi sogni,...

Quante volte dissero per esempio ad un Cristoforo Colombo di non sognare, che la terra era molto più grande di quanto pensasse, che non ce l'avrebbe mai fatta a giungere in Oriente passando da Occidente, era un percorso troppo lungo, sarebbe perito...
Ed avevano ragione.

Ma Colombo aveva un sogno, il sogno della sua vita. Partì, e giunse in America.

Così Hiram deve diventare il sogno della nostra vita.

Al Fratello non più compagno dico: ora abbiamo un sogno in comune!






venerdì 29 marzo 2019

Lettera a Ulisse

L' Epica è narrazione della vita di eroi e delle loro gesta: avventure caratterizzanti i personaggi, atti fondativi.

Ai miei tempi l’epica era materia scolastica: alla scuola media si leggeva in seconda l’Iliade e in terza l’Odissea, e in prima liceo l’Eneide, che poi sarebbe stata ripresa in quinta leggendone diversi canti in latino.

Ulisse ed Enea venivano quindi quasi presentati come paradigmi per l’uomo moderno perché avevano ancora molto da dire.

A me invece Enea non dice molto, l’ho sempre sentito freddo, tutto concentrato sulla sua missione fondatrice della civiltà romana (Virgilio è il cantore della Roma augustea all’apogeo dello splendore) che non mi ha mai colpito nel profondo. Fin dai tempi della scuola e pure in una lettura attenta di alcuni anni fa non sono rimasto colpito più di tanto. Enea non mi parla nemmeno oggi, mentre continua a parlarmi Ulisse.

Ulisse è invece stato compagno della mia vita, certo colpito dai versi danteschi che sento irrimediabilmente scolpiti in me.

Sento Ulisse come l'eroe moderno, non legato dalle ideologie contingenti. Ulisse fu cantato da Omero e fu ripreso da Dante; Ulisse fu cantato da Tennison e Pascoli e rimane grande eroe moderno del quotidiano in Joyce. 

Non mi stupirei che Ulisse bussasse alla porta del Tempio e sarei prointo ad aprirgli.

Ma prima ci sono alcune cose da puntualizzare. E ad Ulisse voglio appunto scrivere.

* * *
 
Caro Ulisse,
hai bussato bussato alla porta del Tempio chiedendoci di aprirti.

Lessi da qualche parte che c’è un Ulisse in tutti noi, ed è vero.

Tu sei il ricercatore instancabile, colui che vuole conoscere il mondo per soddisfare la propria ansia di sapere. Ti sento vicino perché la tua ansia di sapere è la mia stessa ansia.

Sono con te legato all’albero della nave ad ascoltare in sicurezza le sirene: non avrei mai potuto restare tra il tuo equipaggio con le orecchie tappate.

Ti immagino uomo in cammino e ti vedo vicino ad ogni caminante.

Ti immagino a bordo dell’arca di Noè nel viaggio primordiale dell’umanità.
So che fosti con Cristoforo Colombo e con Marco Polo; eri imbarcato sul sommergibile Nautilus del comandante Nemo. Ti ho visto a fianco di Neil Armstrong sulla Luna.Stai allenandoti per partecipare alla spedizione su Marte come più di un secolo fa eri sulle slitte che cercavano il Polo Sud.

Ma attento, Ulisse!

Eri anche con Cortez e Pizarro, distruttori di civiltà; eri con i crociati alla devastazione di Costantinopoli e di Gerusalemme; eri con Gengis Kan alla conquista di Samarcanda.

Io ti vedo bene anche in Loggia, caro Ulisse, tra i fratelli massoni: noi cerchiamo, come tu cerchi. E son certo che il tuo posto è qui, tra le colonne.

Molti fratelli di Loggia concordano con me: siamo pronti ad abbracciarti e a lavorare assieme.
 
Ma dobbiamo fissare alcuni paletti, lanmark della nostra umanità.

Noi cerchiamo, ma non siamo disposti a cercare sempre e ovunque, a qualsiasi costo.

Noi non eravamo a fianco del dottor Mengele che faceva esperimenti bestiali su poveretti inermi; chi di noi era ad Auschwitz era tra i derelitti massacrati non tra gli aguzzini.

Noi non eravamo nella carlinga di morte  con le ali maligne... dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. Non ci interessa sapere quelle tecniche e quelle conoscenze di uccisioni e stermini.

No, non siamo disposti a pagare qualsiasi prezzo per sapere e conoscere: qualcuno forse sì, noi certamente no.

Noi crediamo che ci siano cammini che non debbono essere percorsi e limiti che non debbano essere scavalcati
 
Perché? – ci puoi chiedere.
Perché no – rispondiamo.

Non siamo disposti a procedere sempre e comunque.

Siamo convinti, caro Ulisse, che l’uomo in cammino debba avere alcuni paletti oltre i quali non sia possibile andare; siamo convinti che siano questi paletti a rendere uomo l’uomo, sappiamo che Auschwitz è oltre i paletti e madre Teresa di Calcutta no.

Siamo convinti che la Forza della conoscenza debba essere adornata dalla Bellezza del nostro senso etico.

Ulisse noi Massoni ti accogliamo e ti riceviamo in Loggia, ma tu devi prestare il nostro giuramento di avere sacri la vita e l’onore di tutti.

Se sarà così insieme cammineremo.

Altrimenti, caro Ulisse, avrai come compagno non il buon dottor Jekill ma l’oscuro mister Hyde.

E non avrai compagni i Massoni di questa Loggia

martedì 26 marzo 2019

La Cripta - Ombra

Il mio mare magnum, la mia Ombra-Cripta, è in me e io la “sento”. 

Ne apprezzo la parte immaginativa che vi rinchiusi ai miei primi passi e che negli ultimi anni, grazie al lavoro in Loggia ho cercato di “prelevare”.

Proprio in Loggia, lavorando assieme agli altri Fratelli, riflettendo sul lavoro di tutti e sul loro lavoro in particolare, ho trovato appigli interiori che mi hanno permesso di camminare.

Prendere le distanze dai mostri del mio mare e “riconquistare” il resto, mangiare l’ombra per usare una felice espressione di Robert Bly. (Il piccolo libro dell'ombra, Ediz. Red)

Mangiare è termine più completo di riappropriarsi. Fa venir in mente il prendere una piccola parte, sminuzzarle e tritarla, impastarla e farne un piccolo bolo, inghiottirla, scomporla in parti più semplici, assimilarla, assorbirla e digerirla, ed infine espellere il non riassorbibile.

Preferisco il termine cripta a quello di ombra perché mi pare descrivere meglio il mio “altro”, non solo il negativo.

Leggo in una celebrazione di Giordano Bruno ( Giordano Bruno 1600 – 2000  Testimone dell’Infinito, Alino Editrice, Perugia, 2004, p. 105):

Bruno in aperto contrasto con Platone, sostiene che all’uomo è possibile “ascendere” progressivamente dall’ombra interiore all’idea da cui “promana”, attraverso l’attività fantastica che agente di memoria, nell’atto di superare i limiti della memoria umana rende sensibile ciò che non è possibi­le cogliere con i sensi. Una mediazione libera, rinforzata dalle immagini che non si prospetta in alcun modo, come strumentale ma esercizio fantastico e creativo…

Mi pare una buona osservazione che può ispirare il lavoro del Compagno.

Il primo passo deve essere conoscere per quanto possibile cosa ci sia nella cripta e farne una specie di inventario.

Può esserci anche utile il senso dell’inconscio collettivo di Jung, a patto di non limitarsi alla sua interpretazione psicologica. Del resto il simbolo di un “contenitore” primordiale e collettivo è presente agli albori della storia simbolica dell’umanità: l’arca di Noè.

Cosa c’era nell’arca?

Leggiamo nella traduzione di Mario Nordio i primi tre versetti del capitolo 7 della Genesi:

Jahweh disse a Nòach: « Entra tu e tutta la tua famiglia nell’arca, poiché ti ho veduto giusto dinanzi a me in questa generazione. Di tutto il bestiame puro prenditi sette sette, maschio e femmina, e di tutto il bestiame che non è puro un paio, maschio e femmina. Anche dei volatili del cielo sette sette, maschio e femmina; perché la razza sopravviva sulla faccia di tutta la terra.

Il senso è immediato: la propagazione della vita sulla terra. Gli animali sono imbarcati a coppie e gli uomini discenderanno dalla famiglia di Noè.

Siamo tutti figli di Noè e siamo sottoposti ai primordiali imperativi morali dei noachidi. E come noachidi, cioè uomini, abbiamo il nostro mondo interiore le cui radici simbolicamente poniamo proprio nell’arca.

L’arca è la “scatola chiusa primordiale” dell’umanità. La cripta è la nostra “scatola chiusa” personale, deposito del bello e del brutto, del buono e del cattivo, ma anche di una specie di polverina magica che può far nascere qualunque cosa, ma da utilizzare, come tutto ciò che è lì, con grande prudenza. Scendendovi riusciamo a riprendere le nostre facoltà di sviluppo (autosviluppo).

La prudenza è necessaria e indispensabile: il lavoro interiore può non solo sviare ma pure colpire e ferire se non distruggere. 

Dobbiamo saper discernere tra legittime aspirazioni messe temporaneamente o definitivamente in disparte e tendenze micidiali rifiutate e ibernate.

Se la discesa nella cripta aiuta a riprendere il cammino allora ci vien data una autonomia solida: noi scegliamo la nostra via e non siamo seguaci.

Se invece non possiamo (o vogliamo) mantenere l’indipendenza nel camminare allora vuol dire che dipendiamo da altri, l’organizzazione, il gruppo, il personaggio eminente o peggio il capopopolo. Marie-Louise von Franz (in Jung, L’uomo e i suoi simboli, Oscar Mondadori, p. 183) spiega l’ “attaccamento” (o seduzione) verso il capopopolo o l’organizzazione o qualsiasi altra cosa:

L’ombra è esposta alle influenze della collettività in misura molto più notevole di quanto non lo sia la personalità cosciente. Quando un uomo è solo, per esempio, egli avverte che tutto va relativamente bene; ma, appena gli « altri » compiono atti di carattere involutivo e primitivo, egli incomincia a credere che, se non si unisce a loro, sarà ritenuto uno sciocco. Così, egli libera impulsi che non gli sono affatto propri.

Sembra quasi la spiegazione della diffusione odierna di tante idee che paiono di corto respiro. Almeno è mio parere che l’emulazione del brutto e del “cattivo” sia una delle cause possibili di tanti atti criminali, dai sassi lanciati dai ponti sulle autostrade, alla negazione viscerale di ciò che è diverso.

sabato 9 marzo 2019

Il Compagno e la Cripta

Racconta il nostro rituale che l’Apprendista viene pagato alla Colonna Boaz e i Compagni alla Colonna Jakin.

Nella ritualità anglosassone invece l’Apprendista viene pagato in natura con vitto e alloggio e il Compagno nella Camera di Mezzo, alla quale si accede dall’atrio del Tempio salendo una scala curva controllata alla base dal 2° Sorvegliante e in cima dal 1°.

I Sorveglianti permettono il passaggio solo dando la Stretta di mano (il nostro Toccamento) e pronunciando la Parola di Passo (che appunto l’Apprendista, non dovendo riscuotere nessun salario, non possiede).

Il Compagno quindi per essere pagato deve salire e cambiare continuamente, nella salita, punto di vista.

I Compagni e i Maestri sono gli effettivi costruttori del Tempio di Salomone costruendo secondo il disegno del Maestro Architetto Hiram.

La costruzione parte dal basso, dalle fondamenta. Ma mentre si scavano le fondamenta si scava pure un altro elemento della cattedrale: la cripta.

Il simbolo della cripta del Tempio è molto suggestivo.

Anche se non è presente nel Tempio di Salomone diventa elemento architettonico comune dal medioevo in poi: dalla piccola stanza sotterranea sotto l’altare si passò ad ambienti sempre più ampia. Vi si pregava o seppellivano le spoglie di santi.

Una forte indicazione sulla cripta ci viene dalla leggenda dei gradi criptici:

l’ingresso della cripta è nelle stanze private di Re Salomone;

il nuovo entrato può essere accettato solo con la condanna ed esecuzione della sentinella che mal sorvegliato perché il numero dei componenti di un Concilio è fisso e non può essere aumentato;

sotto l’altare verrà sepolta la Parola in caso di impossibilità a trasmetterla ai nuovi adepti;

nella cripta vengono depositati i tesori identitari (libro della Legge, un vaso di manna e il bastone di Aronne).

Nella cripta del Tempio vengono quindi conservati gli oggetti preziosi; viene conservata anche la Parola di Maestro, sotterrata proprio sotto l’altare: la cosa più preziosa per un Libero Muratore.

Ma c'è altro.

C'è altro?  Cosa c’è nella mia cripta?

Ci sono tante cose.

Innanzi tutto le mie aspirazioni: quello che vorrei essere e non sono. Ma anche quello che non vorrei essere ma ancora sono.

E poi quello che ho scartato e rifiutato e quello che cerco di tenere a bada, sotto controllo.

Una specie di ripostiglio strano, la mia cripta, dove puoi trovar di tutto.

Una specie di “luogo magico” come certo è la cripta della cattedrale. Fulcanelli annota (Mistero delle Cattedrali, p. 61):

In questo luogo basso e umido e freddo il visitatore avverte una singolare sensazione che impone il silenzio: quello della potenza unita alle tenebre. Qui siamo nell’asilo dei morti…

 Ma qui ci troviamo di fronte alla Madonna Nera. Chi muore nasce da qualche altra parte, allegoria di un cambiamento di vita (appunto: nuova vita)

Spesso mi immagino il mio interno come un mare.

Immagino un paesaggio marino, un mare calmo con piccole onde sulla battigia, ma l’atmosfera è giallo-livida, non idillica. Pesciolini guizzanti e uccelli in un cielo senza nuvole. 

Non avverto il senso di pace, quanto una calma che potrebbe terminare da un momento all’altro. Ho la sensazione che gli uccellini che svolazzano e i pesciolini guizzanti siano solo l’aspetto di facciata, che dietro nasconde altro.

Grandi uccelli e grandi pesci, sì, ma anche predatori. E giù nelle profondità del mare, mostri terribili, che non voglio stuzzicare: non saprei come difendermi.

Perché ci sono nelle nostre limacciose profondità esseri che non vorremmo mai fossero lì? Non so.

Credo sia una caratteristica dell’uomo. Forse sono gli eredi dei primi uomini che ci siamo lasciati alle spalle, l’Australopiteco, l’uomo di Neanderthal, il Cro Magnon.

Chissà? Forse sono l’eredità di antenati che vissero in ambienti ostili e difficili, dove un nulla faceva la differenza tra la vita e la morte.

Non abbiamo l’inventario di ciò che c’è nella cripta, ma possiamo cercare di capirne qualcosa ripercorrendo a ritroso la via succlla quale ci incamminammo nel passato.

Un bardo dei nostri giorni, Giorgio Gaber, è riuscito a parlare dei Mostri che abbiamo dentro.

I mostri che abbiamo dentro
che vivono in ogni uomo
nascosti nell’inconscio
sono un atavico richiamo.

I mostri che abbiamo dentro
che vagano in ogni mente
sono i nostri oscuri istinti
e inevitabilmente
dobbiamo farci i conti.
............
I mostri che abbiamo dentro
ci spingono alla violenza
che quasi per simbiosi
si è incollata
alla nostra esistenza. 
……...
I mostri che abbiamo dentro
ci ispirano il grande sogno
di un Dio severo e giusto
col mitico bisogno
di Allah e di Gesù Cristo.

I mostri che abbiamo dentro
ci inculcano idee contorte
e il gusto sadico e morboso
di fronte a immagini di morte.

La nostra vita cosciente
la nostra fede nel giusto e nel bello
è un equilibrio apparente
che è minacciato
dai mostri che abbiamo nel nostro cervello.
.....
I mostri che abbiamo dentro
che vivono in ogni mente
che nascono in ogni terra
inevitabilmente
ci portano alla guerra.

giovedì 7 marzo 2019

Hiram

Quando entrammo in Loggia nessuno ci avvertì che con noi era entrato pure il nostro gemello segreto, quello che ci segue come un’ombra, che è nel bianco quando noi siamo sul nero e che è sul nero quando siamo nel bianco, quello che viaggiò da mezzogiorno a mezzanotte mentre noi viaggiavamo da mezzanotte a mezzogiorno e andò da oriente a occidente mentre noi andavamo da occidente a oriente.

Di lui dobbiamo andare alla ricerca.

Lo chiamiamo il corpo di Hiram, ma è il nostro intimo gemello segreto, che nessuno conosce e men che mai conosciamo noi.

Solo quando lo trovi (se lo trovi) puoi veramente dire di avere ritrovato la Parola, non la “parola di prima” (quella non ci interessa più) ma la chiave per aprire la porta che ci sbarra il cammino.

martedì 5 marzo 2019

La Bellezza del dubbio

Dubitare deve diventare abito mentale, quasi una seconda natura dell’uomo.

Non parlo di scetticismo, che porta al vuoto, alla mancanza di ogni credenza e alla non esistenza del vero. Intendo il dubbio “sano”, la magia dell’antica parolina: “O no?...”.

Deve diventare il modo dell’uomo che cerca e sa di cercare nel mondo del relativo (non del relativismo!). Sa che la risposta data ora potrà essere diversa dalla risposta di domani ed è diversa dalla risposta di ieri. Ma non per questo smette di cercare la risposta o si accontenta di una piccola risposta.

Sento dire spesso che la Massoneria non ha dogmi ed è costituita da uomini del dubbio.

Credo che siano termini che vadano spiegati.

Ancora quando entrai in Massoneria c’erano molti massoni che intendevano l’ “adogmatismo” muratorio come atteggiamento di contrapposizione: la massoneria è contro i dogmi della chiesa cattolica (magari senza nemmeno conoscere quali siano).

Oggi questa interpretazione è ormai superata nella coscienza dei massoni che comunque si ritengono “senza dogmi”.

Intanto: cosa è “dogma”?

Leggiamo in www.treccani.it : « Dògma (raro dòmma) s. m. [dal lat. Dogma -ătis, gr. Δόγμα -ατος «decreto, decisione», der. Di δοκέω «mi sembra»] (pl. -i). – Principio fondamentale, verità universale e indiscutibile o affermata come tale: d. filosofici, politici; i d. della scienza; d. giuridico, principio teorico di un istituto giuridico, del quale costituisce il sostrato fondamentale. In partic., nella teologia cattolica, dogma di fede, o assol. Dogma, verità soprannaturale contenuta, in modo implicito e esplicito, nella Rivelazione, e proposta dalla Chiesa come verità di fede, oggettiva e immutabile: d. della Trinità; d. dell’Immacolata Concezione; sancire, proclamare un dogma. Per estens.: questo per me è un d., è un d. di fede, ritenere un d., accettare come un d., e sim., di cosa a cui si crede ciecamente e che non si pone in discussione ».

La Massoneria non può avere una sua “Rivelazione” perché non è una religione e quindi non ha “verità di fede” non perché sia contraria alle verità di fede, ma semplicemente perché esulano dal suo campo.

Però la massoneria ha principi fondamentali, leggi immutabili trasmesse da una generazione (di massoni) all’altra, senza che nessuno avesse il diritto di modificarle.

Si parla anche di Landmarks, una specie di confine, pietre-limite entro il quale c’è massoneria che cessa di esserci oltre il confine.

Ma allora non svolgono pure questi una funzione analoga a quella dei dogmi? L’osservazione non è peregrina se una parte dei massoni chiama l’ “altra” massoneria dogmatica e al contempo si autodefinisce adogmatica e liberale.

“Adogmatico” non vuol dire “senza dogmi”. Vuol semplicemente significare che non ci sono principi di base indiscutibili e irrinunciabili e inamovibili (che possono al più essere aspirazioni nel mondo del relativo nel quale viviamo).

Adogmatico vuol quindi indicare la disponibilità o la possibilità – consci di vivere nel mondo del relativo – di riesaminare anche fondamentali regole di vita e di pensiero se ci si rende conto non siano più adeguate a spiegare la realtà o ad avere comportamenti non più adeguati.

Per esempio, una delle prescrizioni fondamentali degli Antichi Doveri parla di massoneria per soli uomini. E così è per le massonerie legate alla filiera inglese. Ma le altre invece ammettono tranquillamente donne e non per questo si sentono meno massoniche. Non sono mancate nel passato “scomuniche” reciproche, invece di considerarle – come pare cominci ad affermarsi oggi – massonerie di un tipo diverso, ma entrambe massoneria.

O no?…

Affermare che il massone è l’uomo del dubbio non significa che debba dubitare di tutto e su tutto (questo è atteggiamento negativo e distruttivo).

Ognuno ha le sue certezze, ma deve sapere che nel mondo del relativo ogni certezza non può essere assoluta e durare per sempre. 

In questo senso “dubita” delle sue certezze senza per questo respingerle o rifiutarle.

L’uomo del dubbio non sostiene che tutte le opinioni siano ugualmente valide, altrimenti si ridurrebbe al relativismo.

L’uomo dovrebbe liberarsi dalla mentalità dogmatica, non dovrebbe basarsi su certezze definite ma aprirsi al dubbio ed essere sempre disposto a correggersi, perché la vita è continua ricerca e continuo confronto. (Silvio Calzolari, Massoneria e Religioni in La Massoneria e l’uomo, p. 70).

Deve diventare l’habitus del massone e insomma dell’uomo consapevole.

sabato 2 marzo 2019

L'Ombra

Nel rapporto con la nostra Ombra cerchiamo di mantenere ben salde le fondamenta della costruzione (per usare un linguaggio muratorio).

Proiettare al di fuori di sé la propria Ombra significa in genere sottolineare negli altri le qualità negative che non vogliamo vedere in noi e spesso quello che diciamo ad un altro in realtà lo dobbiamo dire a noi stessi.

Ma nell’Ombra non ci sono solo le negatività, c’è molto di più.

C’è la nostra Venere che il Compagno deve far propria nella sua ars costruendi, applicando i di lei canoni e non altri, perché solo quelli sono suoi e fan “bellal’opera.

Un tempo consideravo il grado di Compagno apollineo e chiaro nelle sue delineazioni, quasi linearmente solare nella sua costruttività operativa.

Ora invece immagino il Compagno come immerso in una specie di sturm un drang (=impeto e tempesta).

Le regole architettoniche e il progetto disegnato dal Maestro gli permettono di “lavorare” i materiali manipolandoli senza esserne travolto.

A volte mi vien quasi da pensare che il tempio del Compagno di Mestiere più che il tempio di Salomone sia quasi il tempio di Artemide e di Afrodite:

Artemide, la Febea dea della luna, la lungisaettante dea della verginità e della pudicizia, delle iniziazioni femminili, la selvatica dea della caccia e della natura;

Afrodite, la cipride dea della bellezza, l’Anadiomene nata dalla spuma del mare fecondata da Urano, la potente dea dell’amore che potentemente investe tutte le attività della natura per la propagazione della vita, e quindi la Urania dea dell’amore puro e ideale ma anche la Pandèmia dea degli amori sensuali e venali che spinse Elena a seguire Paride e ispirò Pasifae, Fedra e Medea.

NOTA. Pandèmia.
Pandémio (dal greco πανδήμιος ) significa “che appartiene a tutti, comune, pubblico”. Nel mondo classico, era epiteto di Eros e di Afrodite, in quanto divinità dell’amore sessuale. Invece pandemìa è rifacimento di epidemia (secondo l’agg. gr. πανδήμιος di tutto il popolo). Epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territorî e continenti.

NOTA. Pasifae, Fedra e Medea.
Pasifae fu moglie del re di Creta Minosse. Innamoratasi follemente di un toro, si congiunse con l’animale nascosta dentro una vacca di legno e diede alla luce il Minotauro, essere dal corpo umano e testa taurina.
Fedra fu figlia di Minosse e sposa di Teseo. Respinta da Ippolito, figlio di Teseo, del quale si era follemente innamorata, lo accusò falsamente di violenza carnale. Alla morte di Ippolito, maledetto dal padre e ucciso da un mostro marino, si diede la morte.
Medea fu maga dotata di poteri quasi divini e assassina dei suoi figli per amore e gelosia.

Intendo il tempio di Artemide e Afrodite come il tempio cioè di chi deve affrontare se stesso e la propria oscurità.
 
Il Compagno non lavora nella cripta del Tempio, come succederà ad altri; ma qualcuno la cripta dovrà ben costruirla. Chi costruisce la cripta? Chi costruisce il Tempio lavora anche alla cripta.

Costruire la cripta significa entrare nella propria ombra e prendere contatto con quello che c’è.

Certo, c’è Venere, la celeste eterea Afrodite, amata da Ares, la Forza, e sposa di Efesto, brutto e sciancato, ma dalla forza possente, dio del fuoco sotterraneo e capace artigiano dalla perfezione inimitabile, creatore impareggiabile. Afrodite ed Efesto, i nostri Venere e Vulcano: è il caso di dire: che coppia!

Sarà proprio Efesto a sbugiardare la consorte Afrodite colta in flagrante adulterio con Ares, il dio della forza (muscolare?) di contro ad Efesto, dio della forza (costruttiva?). La grande Afrodite, o Venere come la chiamiamo noi latini, che è fissata nel nostro immaginario dalla magistrale rappresentazione botticelliana della sua nascita dalla schiuma del mare.

Efesto è anche Afrodite e Afrodite è anche Efesto. Anche e non solo.

La costruzione del Tempio comporta anche la costruzione della cripta. Anzi non c’è tempio senza cripta. Quindi Forza e Bellezza, che intervengono nella costruzione del tempio, intervengono pure nella costruzione della cripta.

La Bellezza ci permette di cogliere molti aspetti della nostra Ombra.

Intanto pensiamo al significato etimologico della parola.

Bellezza proviene dal latino benulus, poi bellus (non il classico bellum, i = guerra, ma bellus, a, um) che viene da un antiquato benus per bonus = bene. Il significato originale era confacente, comodo, e solo successivamente ben proporzionato e bello.

Bellezza ed estetica non hanno etimologicamente punti di contatto.

Estetica deriva dal greco aisteticos = sensibile, capace di sentire, percepire attraverso i sensi. Fu solo nel 1750 che Alexander Gottlieb Baumgarten la definì come scienza del Bello, delle arti liberali e gnoseologia inferiore, sorella della Logica. Qui si intende la bellezza dal punto di vista classico; insomma: sensazione e sentimento.

Ognuno di noi è inseguito da un’ombra e meno questa è integrata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa affermava Jung.

In psicologia sono molti i sensi dell’Ombra (i moti di rabbia, le attrazioni disdicevoli, ciò che non vogliamo mostrare agli altri), ma qui non mi interessa il discorso meramente psicologico. A mio parere i sensi dell’Ombra non sono tutti negativi. Sì lì ci sono i mostri che strisciano nel fondale del nostro mare magnum, ma ci sono gli aspetti che riteniamo non siano di nostra “competenza”.

Per esempio, assecondando un mal posto senso di convenienza sociale, l’uomo non doveva mostrarsi debole e la donna eccessivamente forte e mascolina, per cui tali aspetti venivano rimossi nell’ombra, assieme alle tendenze ignave degli attive, alle propensioni irresponsabili delle persone responsabili, e così via.

Insomma venivano nascoste nell’ombra gli opposti, che pure ci appartenevano, di quanto volevamo essere. E pure vi gettiamo le credenze irrazionali incompatibili con la nostra razionalità.

Dobbiamo superare una visione meramente medico-psicologica e giungere a una prospettiva più ampia e generale dove ci sia spazio per una simbolica umana che riguardi il nostro lavoro: nell’Ombra ci sono anche aspetti positivi, specialmente i contrari a certi difetti che prevalgono nella nostra personalità quotidiana.

Come fare per riappropriarci di ciò che considerammo scarti, ma che scarti non sono e che devono essere ripresi se vogliamo giungere ad una più sentita completezza?

Non c’è una ricetta valida per tutti; credo che il primo passo debba essere riuscire a comprendere come siamo effettivamente e non come vogliamo essere.

Ed è significativo che nel simbolismo muratorio il vero muratore non sia l’Apprendista, uno che è lì per imparare, ma il Compagno, quello che si chiama Compagno di Mestiere. E’ il Compagno che costruisce secondo il progetto del Maestro, l’unico in grado di disegnare sulla tavola da disegno.

mercoledì 27 febbraio 2019

L'Albero e l'Ombra

Il simbolismo dell’Albero, l’Axis Mundi, il palo al centro del villaggio, l’obelisco degli Egiziani, l’Albero di Natale nelle nostre case festive, è molto significativo. Qui semplicemente spiego come mi colpisca il suo essere quasi una via di comunicazione tra l’altro e il basso; tra il Mondo di sopra, il Mondo nel quale siamo e il Mondo di sotto.

Il Mondo di sotto non è il mondo dell’Ombra? Della nostra Ombra?
Per giungere al nostro completamento dobbiamo conquistare la nostra ombra, o almeno una parte: solo così avremo la Forza di resistere alle seduzioni dei tre Ribaldi che complottarono e uccisero Hiram per carpirne i segreti del Mestiere.

Hiram rinasce come homo novus: ora è veramente il Maestro Hiram.

L’Ombra è individuale o generale?

Senza scomodare psicologia e psicanalisi, io credo che l’ombra abbia valenza individuale.

Cioè: l’Ombra è mia e non può essere tua.

Ma … ma… ma…

Poiché entrambi viviamo nello stesso spazio e nello stesso tempo è possibile che certi simboli miei siano anche presenti nella tua simbolica, e che quindi tra le “singole” ombre possano esserci tanti punti di contatto o addirittura di “sconfinamento”.


lunedì 25 febbraio 2019

Dalla Bellezza all'Ombra

Strano il cammino che da Forza e Bellezza mi ha condotto all’Ombra.

Lo spunto mi è venuto da una pagina di Robert Bly (pp. 20-21).

Se potevo aspettarmi un aiuto per uscire dall'infelicità in cui mi trovavo, esso sarebbe venuto dal lato oscuro della mia personalità. Questa scoperta la ricordo come una delle prime cose che ho capito chiaramente per conto mio. E ho sentito che la stessa cosa era vera anche in politica: la persona di cui la nazione aveva bisogno non era un Adlai Stevenson, troppo simile a una rondine, e neppure uno come Bertrand Russell, che aveva troppa luce nella sua personalità. Anche Eugene McCarthy, che apparve più tardi, mi è sembrato troppo rondine, incapace di trovare il fango. Gli uccelli sono diventati un problema per gli Stati Uniti: non riusciamo a eleggere alla presidenza altro che colombe e rondini, o corvi bianchi come Nixon.

Un pomeriggio, vari anni dopo, guardando la neve cadere sull'erba alta ho sentito di nuovo la presenza dell'oscurità positiva.

I
L'erba è per metà coperta di neve.
E stata una di quelle nevicate che cominciano all'imbrunire,
e ora nelle casette dell'erba si va facendo buio.

II
Se tendessi le mani in giù, vicino alla terra,
potrei raccogliere manciate di oscurità!
Un'oscurità c'è sempre stata, e non l'abbiamo mai notata.

Blay annota che spesso i criteri di scelta che guidano l’elettore al voto non sono razionali ma passionali (oggi si parlerebbe di “voto con la pancia”).

Che la gente voti guidata da sentimenti passionali è sempre stato vero. Fino a qualche decennio fa erano passioni più alte, mentre oggi paiono più sentimenti rivolti all’immediato interesse senza molte prospettive per il futuro.

Che la gente voti volentieri per chi sa mettere mano nel fango, non ne sono convinto.

Che comunque la gente scelga politicanti dalle roboanti promesse miope e poco realizzabili è purtroppo vero.


PS.
Ricordo che Adlai Stevenson fu candidato democratico alle elezioni presidenziali USA del 1952 e ‘56 vinte da Eisenhower, Eugene McCarthy tentò la nomination democratica nelle elezioni presidenziali del ‘68, ‘72, ‘76. Richard Nixon fu presidente dal 1969 al 1974.

domenica 24 febbraio 2019

L'Ombra di Peter Pan

Ogni ombra in fondo è anche figlia della luce e solo chi ha potuto sperimentare tenebra e chiarita, guerra e pace, ascesa e decadenza, può dire di avere veramente vissuto. (Stefan Zweig)

L’Ombra è non è solo il “contenitore” delle bassezze dell’uomo, ma anche una specie di alter ego del solare. Diventa una forte spinta all’azione e spinge pure ad indagarvi, grande atto di igiene mentale: è l’essenza dell’antico nosce te ipsum.

E’ proprio con la perdita della propria ombra che Peter Pan inizia la sua avventura. Nel film che Walt Disney gli dedica, l’ombra di Peter staccatasi dal suo “legittimo proprietario” assume una veste giocosa. Ma Peter riesce a riprenderla e farsela cucire in modo che non possa andarsene più.

Che dire della Pulce d’acqua? Angelo Branduardi si richiama ad una antica leggenda degli indiani d'America la quale si narra di un uomo diventato infermo a causa di una pulce d'acqua che ha rubato la sua ombra.

E` la pulce d’acqua
che l’ombra ti rubò
e tu ora sei malato
e la mosca d’autunno
che hai schiacciato
non ti perdonerà.
…...
E allora devi a lungo cantare
per farti perdonare
e la pulce d’acqua che lo sa
l’ombra ti renderà.

Senza ombra l’uomo non è più completo. Anzi mi verrebbe da dire che è appunto l’ombra che rende umano l’uomo: l’uomo è uomo perché ha l’ombra; senza ombra non è più uomo.

Mi viene in mente l’ammonimento di Ernst Bernhard: Ama la tua ombra.

Sottolineo: l’ombra è in te. Scoraggia qualsiasi accesso ma allo stesso tempo è tanto invasiva da obbligare quasi a penetrarla per tentar di renderla meno invadente.

Ma è anche volatile, ora la vedi ma subito dopo ti chiedi se veramente hai visto qualcosa. E’ un ossimorico “lampo dell’ombra”, un uccello in volo appena visto e già scomparso.
Molti cammini ci invitano all’Ombra, specie nel mito. I gemelli Dioscuri figli di Zeus, Castore e Polluce, (solo quest’ultimo immortale). Castore e Polluce sono l’uomo completo, del quale uno è il fratello luminoso e l’altro, Castore, l’uomo oscuro, l’ombra dell’uomo?

Il mito è illuminante. Si narra che Castore e Polluce si innamorassero delle promesse spose ai gemelli Linceo e Ida e le rapirono alla vigilia delle nozze. Nella lotta che ne seguì Castore rimase ucciso. Polluce allora ottenne che il fratello partecipasse della sua immortalità e Zeus concesse che i due stessero un giorno (o sei mesi) nell’Ade e l’altro sulla terra.

Anche Virgilio è ombra di Dante e Caino di Abele. E pure noi abbiamo la nostra ombra: come Compagni nella costruzione del Tempio abbiamo pure scavato tra le fondamenta per creare la nostra cripta e andare alla ricerca della nostra ombra.

Dove potremmo trovare lo stimolo alla partenza se non nella nostra parte non razionale? La ragione è appunto “ragionevole”, non può spingere Cristoforo Colombo a imbarcarsi in un’impresa disperata, contraria ad ogni evidenza, ma il fuoco in lui lo fa partire.

sabato 23 febbraio 2019

Disagio, Bellezza e l'Ombra

Vecchi appunti mi hanno ricordato una tavola di trent’anni fa sulla quale la mia Loggia fu chiamata a lavorare: Disagio e Bellezza.

Disagio della Belleza? Bellezza del disagio?

In che senso la Bellezza può essere collegata al disagio?

Forse il disagio non è collegato alla Bellezza e nemmeno alla realtà, quanto al nostro modo di vedere la realtà.

Rendersi conto del duplice paradigma di Forza e Bellezza, come due “componenti” nascoste del nostro “vedere”, e quindi del dovere cambiare le nostre prospettive. Il cambiamaento può dare origine al disagio.

Ma in fin dei conti cosa significa disagio?


Disagio è contrario di agio, termine che potrebbe derivare dal gotico azéts = facile, comodo. Per altri agio deriva dal greco aisios = propizio, opportuno. Per altri ancora dal latino otium = ozio o ànsa = ansa, presa e figurativamente facilità.

Agio quindi è lo stato di chi gode una cosa, una situazione di comodo. Disagio è ovviamente il contrario.

Ripropongo la domanda: la Bellezza può provocare disagio? In tutti o solo in qualcuno?

Collegare Bellezza e disagio significa collegare la Bellezza con la nostra Ombra.

Ombra è termine molto vasto e generale: può contenere il mare magnum entro e nel fondo del quale stanno i nostri mostri misteriosi che è bene non stuzzicare, ma può essere anche la nostra parte non illuminata dal sole, quella appunto in ombra.

Non è necessariamente un termine negativo: che sarebbe un quadro senza le ombre?

La Bellezza ci insegna a non rifiutarla: nel tentativo di eliminarla le daremmo forza e vigore.

Non dobbiamo trascurare la nostra Ombra. Sarebbe come affamare una belva e renderla talmente bramosa da divorarci.

L’ombra è come le fondamenta di un edificio che senza quella parte affondata nel terreno, umida, mai illuminata dalla luce del giorno, non si reggerebbe in piedi.

Noè, cessato il diluvio, fa uscire dall’arca per primo il corvo, che non trovando da posarsi vola andando e tornando (Gen. 8 – 7). Fa poi uscire la colomba che che al terzo volo non ritorna più. Certe interpretazioni lasciano freddi: il corvo è uccello dal volo corto a differenza della colomba dal volo lungo.

Noè è protagonista di una storia sacra per cui anche se certa simbolica può essere stata presa dal mondo quotidiano (quello di più di trenta secoli fa) va interpretata non con le proprietà fisiche ma dal punto di vista sacro.

La colomba bianca vola via, ma il corvo nero no, vola avanti e indietro. Quando c’è luce c’è pure ombra (poca, ma c’è). La luce può andarsene, invece l’ombra resta. Il corvo-ombra non può volar via, ma resta vicino, quasi legato indissolubilmente. La colomba – luce invece è libera di volar via.

Colomba e corvo sono uccelli, animali cioè connaturati al volo. Il corvo fa pensare non tanto ai mostri, alati o no, che dimorano nell’ombra quanto a quella parte non luminosa, quelle dove sono le aspirazioni non realizzate, i desideri, ciò che si vorrebbe fare e quello che non si vorrebbe o che non si potrebbe ma si vorrebbe fare. Insomma, la parte al buio, non necessariamente il posto del negativo, ma anche quello.

Il buio è collegato alla notte, al periodo che dedichiamo al sonno. Ma il sonno non è solo riposo, bensì fonte inesauribile di spunti e suggerimenti. Chi paragona il sonno alla morte non ha compreso il senso della vita: il sonno è la finestra attraverso la quale occasioni e opportunità raggiungono l’uomo. Il sonno è la via dei sogni. Un sogno non ricordato e non spiegato è una opportunità persa, una pagina di un libro non letta, una finestra che resta chiusa.

mercoledì 20 febbraio 2019

La Bellezza che non si riconosce 2

Leggo L’albero velenoso della fede di Barbara Kingsolver (edizioni Beat, 2013, Vicenza).

Racconta Orleanna, moglie di un missionario sbattuta a vivere assieme alle sue quattro figlie in uno sperduto villaggio nel Congo ex belga negli anni Sessanta del secolo scorso, dei rapporti con le donne del villaggio: Una madre e una figlia straniera che si credevano superiori di colpo ridotte a due nullità. (p. 83).

L’ostilità delle donne del villaggio era sorta dall’avere le due bianche incidentalmente mostrato le parti pubende nude. E quella fu una lezione per le due bianche giunte lì con tutta la loro superiorità di bianche civilizzate unite alla foga missionaria del marito e padre che nulla capiva del senso della vita africana. 

Contemporaneamente fu anche una lezione per (alcune) donne del villaggio, che guardavano quelle donne estranee con gli occhi di un giudice preconcetto.

Orleanna continua. Fino a quel momento avevo pensato di poter percorrere due strade: essere una di loro [cioè una delle abitanti del villaggio] ed anche la moglie di mio marito [il missionario]. Che superbia! Ero il suo strumento, il suo animale. Nient’altro. Noi mogli e madri siamo destinate a perire a causa della nostra stessa onestà. Ero soltanto un’altra di quelle donne che tengono la bocca chiusa e sventolano la bandiera, guardando il loro paese marciare alla conquista di un’altra nazione in guerra. (…) Guardo le mie figlie cresciute adesso, cercando i segni che mi dicano che hanno trovato una specie di pace. Come ci sono riuscite, mentre io resto perseguitata dal giudizio?

E’ stato detto: non giudicare se non vuoi essere giudicato. Ed è vero, se si intende il giudizio frettoloso basato spesso sul pre-giudizio .

Ma il giudizio di cui parla Orleanna non è il giudizio del marito missionario che “sente il dovere” di convertire (!?!) al cristianesimo i congolesi per un malinteso senso di Dio, e non è nemmeno il giudizio del congolese verso i bianchi colonizzatori, pure questo inficiato da pregiudizi ben fondati (si pensi allo sfruttamento feroce della popolazione del Congo proprietà personale di Leopoldo II del Belgio tra Ottocento e Novecento).

Il giudizio è quello della protagonista verso se stessa. E’ il giudizio dell’uomo che si giudica in base a ciò che ha fatto o non ha fatto.

C’era poco tempo per riflettere su ciò che era giusto e ciò che era sbagliato, quando capivo a stento dove mio trovavo. In quei primi mesi mi capitava spesso di destarmi di soprassalto, convinta di essere ancora a Pearl, nel Mississippi. (p. 83).
(…)
Nathan [il marito missionario] tuttavia non voleva ascoltare le mie preoccupazioni. Per lui la vita era semplice, come pagare in contanti e infilare la ricevuta in tasca: avevamo la protezione del Signore, diceva, perché eravamo venuti in Africa al Suo servizio.
Ma in chiesa cantavamo “Tata Nzolo”! Che significa “Padre celeste” oppure “Padre dell’esca dei pesci” a seconda di come si pronuncia, e questo riassumeva bene le mie ansie. Non riuscivo a decidere se considerare la religione un’assicurazione sulla vita o una condanna a morte. (p. 90).

La religione, semplicemente, è come la si vive. La protagonista è in una situazione particolare, sbattuta in un posto lontanissimo nello spazio e nella cultura, fondamentalmente ostile per il quale non ha la minima preparazione; non può che essere distante non solo dalla religione praticata dal marito, uomo inetto, accecato dalla sua visione religiosa, incapace di cogliere il mondo e di capire che è proprio lui l’origine delle difficoltà della sua famiglia, che lo sentirà sempre più estraneo.

martedì 19 febbraio 2019

La Bellezza che non si riconosce 1

Ricordo che alla scuola elementare guardando la carta geografica d’Italia appesa alla parete mi domandavo spesso perché il Mare Adriatico fosse stato chiamato “mare” e non “golfo” pur avendone tutte le caratteristiche.

E mi dicevo: Perché è troppo grande rispetto ad un golfo? E allora il golfo Persico o il golfo del Messico? E perché il Mar Morto è detto mare pur essendo un lago?

La risposta credo sia molto semplice: il mare Adriatico non fu riconosciuto come golfo, mentre per esempio il golfo Persico sì.

Sulla riva della costa marchigiana non ti rendi conto che sei sul lato di un golfo ma vedi semplicemente il mare illimitato.

In molti casi i termini tecnici vengono attribuiti senza tener conto dei significati.

E’ come se la Bellezza non riconoscesse di essere bella e si scambiasse con la Forza.

Invece Forza e Bellezza debbono restare in equilibrio, se si vorrà giungere alla Sapienza: dovranno cioè riconoscersi l’un l’altra nelle debite proporzioni (che non è detto siano quantitative).

Riflettere su Forza e Bellezza ci deve portare appunto alla comprensione dei due paradigmi e dell’equilibrio tra i due paradigmi.

Riflettere su Forza e Bellezza significa seguire gli innumerevoli rivoli ai quali il loro intreccio dà origine, dissonanti o consonanti, contrapposti o concordi.

Riflettere su Forza e Bellezza significa individuare anche il troppo dell’una o il troppo dell’altra in una dissonanza che può essere perfino disastrosa.

lunedì 18 febbraio 2019

Historia magistra vitae?

Sentirono di questo modo e procederono così in ogni cosa quegli Italiani, che nel decimosecondo e decimoterzo secolo riunovarono le maraviglie del valore latino; beati davvero e gloriosi senza fine nella ricordanza dei posteri, se mai dalla mente non cancellavano essere tutti figliuoli d’una grande patria, e che la prima legge evangelica prescriveva loro di sempre amarsi l’un l’altro come uguali e fratelli, chiamati a condurre ad effetto con savia reciprocanza di virtù e di fatiche le sorti magnifiche e progressive dell’umanità!

Così Terenzio Mamiani nella Prefazione ai suoi Inni Sacri. La citazione fu sarcasticamente inserita dal cugino Giacomo Leopardi nella sua Ginestra: Le magnifiche sorti e progressive.
Ogni generazione cancella ciò che la generazione precedente ha costruito.

Spesso si legifera “contro” ciò che già c’era disfacendo ciò che era stato costruito.

La cosa in sé non è necessariamente negativa, anzi… Ma lo diventa se la legislazione modificata era appena stata introdotta.

Mi spiego. Se la nuova legge (per esempio l’introduzione della possibilità di divorzio) modifica un divieto consolidato e secolare che viene percepito come anacronistico e inadeguato (il matrimonio contratto) allora è adeguamento della legislazione al nuovo sentire sociale.

Se invece il (nuovo) legislatore modifica una norma appena introdotta dal (precedente) legislatore  allora la situazione è diversa e appare più adeguamento alla ideologia politica del legislatore del momento piuttosto che esigenza sociale.

E’ un atteggiamento di contrapposizione piuttosto che di collaborazione, di divisione piuttosto che di unione.

Infatti vien meno il camminare insieme di un popolo e il cammino si riduce a una serie di saltelli casuali provocati dagli umori del momento e non da un disegno generale condiviso almeno in alcuni obiettivi finali.

Historia magistra vitae? No certo: chi legifera non impara dal passato, anzi si disinteressa del passato; anzi – peggio – non conosce il passato.

Le magnifiche sorti e progressive non appaiono un adeguato schema di lettura della realtà.

Forse la Bellezza dell’Umanità è poco evidente mentre resta in primo piano la sua Forza, che non adornata dal Bello non può che essere distruttiva (autodistruttiva).

E’ sempre stato così e l’uomo si è sbagliato a interpretare gli avvenimenti storici oppure viviamo in un periodo storico in cui il cammino è in un certo senso nascosto e non evidente?

Non so rispondere.

Certamente era inadeguata l’interpretazione di un cammino lineare o almeno poco tortuoso; certamente oggi appare troppo ingenua l’iconografia di fine Ottocento che vedeva uomini camminare affratellati verso il sole nascente.

Forse era una Bellezza troppo “semplice”: ben difficilmente il rettilineo può descrivere la realtà se non in brevi “intorni”.

E la Forza che estende la rappresentazione alla globalità è purtroppo mal diretta.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.