venerdì 29 marzo 2019

Lettera a Ulisse

L' Epica è narrazione della vita di eroi e delle loro gesta: avventure caratterizzanti i personaggi, atti fondativi.

Ai miei tempi l’epica era materia scolastica: alla scuola media si leggeva in seconda l’Iliade e in terza l’Odissea, e in prima liceo l’Eneide, che poi sarebbe stata ripresa in quinta leggendone diversi canti in latino.

Ulisse ed Enea venivano quindi quasi presentati come paradigmi per l’uomo moderno perché avevano ancora molto da dire.

A me invece Enea non dice molto, l’ho sempre sentito freddo, tutto concentrato sulla sua missione fondatrice della civiltà romana (Virgilio è il cantore della Roma augustea all’apogeo dello splendore) che non mi ha mai colpito nel profondo. Fin dai tempi della scuola e pure in una lettura attenta di alcuni anni fa non sono rimasto colpito più di tanto. Enea non mi parla nemmeno oggi, mentre continua a parlarmi Ulisse.

Ulisse è invece stato compagno della mia vita, certo colpito dai versi danteschi che sento irrimediabilmente scolpiti in me.

Sento Ulisse come l'eroe moderno, non legato dalle ideologie contingenti. Ulisse fu cantato da Omero e fu ripreso da Dante; Ulisse fu cantato da Tennison e Pascoli e rimane grande eroe moderno del quotidiano in Joyce. 

Non mi stupirei che Ulisse bussasse alla porta del Tempio e sarei prointo ad aprirgli.

Ma prima ci sono alcune cose da puntualizzare. E ad Ulisse voglio appunto scrivere.

* * *
 
Caro Ulisse,
hai bussato bussato alla porta del Tempio chiedendoci di aprirti.

Lessi da qualche parte che c’è un Ulisse in tutti noi, ed è vero.

Tu sei il ricercatore instancabile, colui che vuole conoscere il mondo per soddisfare la propria ansia di sapere. Ti sento vicino perché la tua ansia di sapere è la mia stessa ansia.

Sono con te legato all’albero della nave ad ascoltare in sicurezza le sirene: non avrei mai potuto restare tra il tuo equipaggio con le orecchie tappate.

Ti immagino uomo in cammino e ti vedo vicino ad ogni caminante.

Ti immagino a bordo dell’arca di Noè nel viaggio primordiale dell’umanità.
So che fosti con Cristoforo Colombo e con Marco Polo; eri imbarcato sul sommergibile Nautilus del comandante Nemo. Ti ho visto a fianco di Neil Armstrong sulla Luna.Stai allenandoti per partecipare alla spedizione su Marte come più di un secolo fa eri sulle slitte che cercavano il Polo Sud.

Ma attento, Ulisse!

Eri anche con Cortez e Pizarro, distruttori di civiltà; eri con i crociati alla devastazione di Costantinopoli e di Gerusalemme; eri con Gengis Kan alla conquista di Samarcanda.

Io ti vedo bene anche in Loggia, caro Ulisse, tra i fratelli massoni: noi cerchiamo, come tu cerchi. E son certo che il tuo posto è qui, tra le colonne.

Molti fratelli di Loggia concordano con me: siamo pronti ad abbracciarti e a lavorare assieme.
 
Ma dobbiamo fissare alcuni paletti, lanmark della nostra umanità.

Noi cerchiamo, ma non siamo disposti a cercare sempre e ovunque, a qualsiasi costo.

Noi non eravamo a fianco del dottor Mengele che faceva esperimenti bestiali su poveretti inermi; chi di noi era ad Auschwitz era tra i derelitti massacrati non tra gli aguzzini.

Noi non eravamo nella carlinga di morte  con le ali maligne... dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. Non ci interessa sapere quelle tecniche e quelle conoscenze di uccisioni e stermini.

No, non siamo disposti a pagare qualsiasi prezzo per sapere e conoscere: qualcuno forse sì, noi certamente no.

Noi crediamo che ci siano cammini che non debbono essere percorsi e limiti che non debbano essere scavalcati
 
Perché? – ci puoi chiedere.
Perché no – rispondiamo.

Non siamo disposti a procedere sempre e comunque.

Siamo convinti, caro Ulisse, che l’uomo in cammino debba avere alcuni paletti oltre i quali non sia possibile andare; siamo convinti che siano questi paletti a rendere uomo l’uomo, sappiamo che Auschwitz è oltre i paletti e madre Teresa di Calcutta no.

Siamo convinti che la Forza della conoscenza debba essere adornata dalla Bellezza del nostro senso etico.

Ulisse noi Massoni ti accogliamo e ti riceviamo in Loggia, ma tu devi prestare il nostro giuramento di avere sacri la vita e l’onore di tutti.

Se sarà così insieme cammineremo.

Altrimenti, caro Ulisse, avrai come compagno non il buon dottor Jekill ma l’oscuro mister Hyde.

E non avrai compagni i Massoni di questa Loggia

martedì 26 marzo 2019

La Cripta - Ombra

Il mio mare magnum, la mia Ombra-Cripta, è in me e io la “sento”. 

Ne apprezzo la parte immaginativa che vi rinchiusi ai miei primi passi e che negli ultimi anni, grazie al lavoro in Loggia ho cercato di “prelevare”.

Proprio in Loggia, lavorando assieme agli altri Fratelli, riflettendo sul lavoro di tutti e sul loro lavoro in particolare, ho trovato appigli interiori che mi hanno permesso di camminare.

Prendere le distanze dai mostri del mio mare e “riconquistare” il resto, mangiare l’ombra per usare una felice espressione di Robert Bly. (Il piccolo libro dell'ombra, Ediz. Red)

Mangiare è termine più completo di riappropriarsi. Fa venir in mente il prendere una piccola parte, sminuzzarle e tritarla, impastarla e farne un piccolo bolo, inghiottirla, scomporla in parti più semplici, assimilarla, assorbirla e digerirla, ed infine espellere il non riassorbibile.

Preferisco il termine cripta a quello di ombra perché mi pare descrivere meglio il mio “altro”, non solo il negativo.

Leggo in una celebrazione di Giordano Bruno ( Giordano Bruno 1600 – 2000  Testimone dell’Infinito, Alino Editrice, Perugia, 2004, p. 105):

Bruno in aperto contrasto con Platone, sostiene che all’uomo è possibile “ascendere” progressivamente dall’ombra interiore all’idea da cui “promana”, attraverso l’attività fantastica che agente di memoria, nell’atto di superare i limiti della memoria umana rende sensibile ciò che non è possibi­le cogliere con i sensi. Una mediazione libera, rinforzata dalle immagini che non si prospetta in alcun modo, come strumentale ma esercizio fantastico e creativo…

Mi pare una buona osservazione che può ispirare il lavoro del Compagno.

Il primo passo deve essere conoscere per quanto possibile cosa ci sia nella cripta e farne una specie di inventario.

Può esserci anche utile il senso dell’inconscio collettivo di Jung, a patto di non limitarsi alla sua interpretazione psicologica. Del resto il simbolo di un “contenitore” primordiale e collettivo è presente agli albori della storia simbolica dell’umanità: l’arca di Noè.

Cosa c’era nell’arca?

Leggiamo nella traduzione di Mario Nordio i primi tre versetti del capitolo 7 della Genesi:

Jahweh disse a Nòach: « Entra tu e tutta la tua famiglia nell’arca, poiché ti ho veduto giusto dinanzi a me in questa generazione. Di tutto il bestiame puro prenditi sette sette, maschio e femmina, e di tutto il bestiame che non è puro un paio, maschio e femmina. Anche dei volatili del cielo sette sette, maschio e femmina; perché la razza sopravviva sulla faccia di tutta la terra.

Il senso è immediato: la propagazione della vita sulla terra. Gli animali sono imbarcati a coppie e gli uomini discenderanno dalla famiglia di Noè.

Siamo tutti figli di Noè e siamo sottoposti ai primordiali imperativi morali dei noachidi. E come noachidi, cioè uomini, abbiamo il nostro mondo interiore le cui radici simbolicamente poniamo proprio nell’arca.

L’arca è la “scatola chiusa primordiale” dell’umanità. La cripta è la nostra “scatola chiusa” personale, deposito del bello e del brutto, del buono e del cattivo, ma anche di una specie di polverina magica che può far nascere qualunque cosa, ma da utilizzare, come tutto ciò che è lì, con grande prudenza. Scendendovi riusciamo a riprendere le nostre facoltà di sviluppo (autosviluppo).

La prudenza è necessaria e indispensabile: il lavoro interiore può non solo sviare ma pure colpire e ferire se non distruggere. 

Dobbiamo saper discernere tra legittime aspirazioni messe temporaneamente o definitivamente in disparte e tendenze micidiali rifiutate e ibernate.

Se la discesa nella cripta aiuta a riprendere il cammino allora ci vien data una autonomia solida: noi scegliamo la nostra via e non siamo seguaci.

Se invece non possiamo (o vogliamo) mantenere l’indipendenza nel camminare allora vuol dire che dipendiamo da altri, l’organizzazione, il gruppo, il personaggio eminente o peggio il capopopolo. Marie-Louise von Franz (in Jung, L’uomo e i suoi simboli, Oscar Mondadori, p. 183) spiega l’ “attaccamento” (o seduzione) verso il capopopolo o l’organizzazione o qualsiasi altra cosa:

L’ombra è esposta alle influenze della collettività in misura molto più notevole di quanto non lo sia la personalità cosciente. Quando un uomo è solo, per esempio, egli avverte che tutto va relativamente bene; ma, appena gli « altri » compiono atti di carattere involutivo e primitivo, egli incomincia a credere che, se non si unisce a loro, sarà ritenuto uno sciocco. Così, egli libera impulsi che non gli sono affatto propri.

Sembra quasi la spiegazione della diffusione odierna di tante idee che paiono di corto respiro. Almeno è mio parere che l’emulazione del brutto e del “cattivo” sia una delle cause possibili di tanti atti criminali, dai sassi lanciati dai ponti sulle autostrade, alla negazione viscerale di ciò che è diverso.

sabato 9 marzo 2019

Il Compagno e la Cripta

Racconta il nostro rituale che l’Apprendista viene pagato alla Colonna Boaz e i Compagni alla Colonna Jakin.

Nella ritualità anglosassone invece l’Apprendista viene pagato in natura con vitto e alloggio e il Compagno nella Camera di Mezzo, alla quale si accede dall’atrio del Tempio salendo una scala curva controllata alla base dal 2° Sorvegliante e in cima dal 1°.

I Sorveglianti permettono il passaggio solo dando la Stretta di mano (il nostro Toccamento) e pronunciando la Parola di Passo (che appunto l’Apprendista, non dovendo riscuotere nessun salario, non possiede).

Il Compagno quindi per essere pagato deve salire e cambiare continuamente, nella salita, punto di vista.

I Compagni e i Maestri sono gli effettivi costruttori del Tempio di Salomone costruendo secondo il disegno del Maestro Architetto Hiram.

La costruzione parte dal basso, dalle fondamenta. Ma mentre si scavano le fondamenta si scava pure un altro elemento della cattedrale: la cripta.

Il simbolo della cripta del Tempio è molto suggestivo.

Anche se non è presente nel Tempio di Salomone diventa elemento architettonico comune dal medioevo in poi: dalla piccola stanza sotterranea sotto l’altare si passò ad ambienti sempre più ampia. Vi si pregava o seppellivano le spoglie di santi.

Una forte indicazione sulla cripta ci viene dalla leggenda dei gradi criptici:

l’ingresso della cripta è nelle stanze private di Re Salomone;

il nuovo entrato può essere accettato solo con la condanna ed esecuzione della sentinella che mal sorvegliato perché il numero dei componenti di un Concilio è fisso e non può essere aumentato;

sotto l’altare verrà sepolta la Parola in caso di impossibilità a trasmetterla ai nuovi adepti;

nella cripta vengono depositati i tesori identitari (libro della Legge, un vaso di manna e il bastone di Aronne).

Nella cripta del Tempio vengono quindi conservati gli oggetti preziosi; viene conservata anche la Parola di Maestro, sotterrata proprio sotto l’altare: la cosa più preziosa per un Libero Muratore.

Ma c'è altro.

C'è altro?  Cosa c’è nella mia cripta?

Ci sono tante cose.

Innanzi tutto le mie aspirazioni: quello che vorrei essere e non sono. Ma anche quello che non vorrei essere ma ancora sono.

E poi quello che ho scartato e rifiutato e quello che cerco di tenere a bada, sotto controllo.

Una specie di ripostiglio strano, la mia cripta, dove puoi trovar di tutto.

Una specie di “luogo magico” come certo è la cripta della cattedrale. Fulcanelli annota (Mistero delle Cattedrali, p. 61):

In questo luogo basso e umido e freddo il visitatore avverte una singolare sensazione che impone il silenzio: quello della potenza unita alle tenebre. Qui siamo nell’asilo dei morti…

 Ma qui ci troviamo di fronte alla Madonna Nera. Chi muore nasce da qualche altra parte, allegoria di un cambiamento di vita (appunto: nuova vita)

Spesso mi immagino il mio interno come un mare.

Immagino un paesaggio marino, un mare calmo con piccole onde sulla battigia, ma l’atmosfera è giallo-livida, non idillica. Pesciolini guizzanti e uccelli in un cielo senza nuvole. 

Non avverto il senso di pace, quanto una calma che potrebbe terminare da un momento all’altro. Ho la sensazione che gli uccellini che svolazzano e i pesciolini guizzanti siano solo l’aspetto di facciata, che dietro nasconde altro.

Grandi uccelli e grandi pesci, sì, ma anche predatori. E giù nelle profondità del mare, mostri terribili, che non voglio stuzzicare: non saprei come difendermi.

Perché ci sono nelle nostre limacciose profondità esseri che non vorremmo mai fossero lì? Non so.

Credo sia una caratteristica dell’uomo. Forse sono gli eredi dei primi uomini che ci siamo lasciati alle spalle, l’Australopiteco, l’uomo di Neanderthal, il Cro Magnon.

Chissà? Forse sono l’eredità di antenati che vissero in ambienti ostili e difficili, dove un nulla faceva la differenza tra la vita e la morte.

Non abbiamo l’inventario di ciò che c’è nella cripta, ma possiamo cercare di capirne qualcosa ripercorrendo a ritroso la via succlla quale ci incamminammo nel passato.

Un bardo dei nostri giorni, Giorgio Gaber, è riuscito a parlare dei Mostri che abbiamo dentro.

I mostri che abbiamo dentro
che vivono in ogni uomo
nascosti nell’inconscio
sono un atavico richiamo.

I mostri che abbiamo dentro
che vagano in ogni mente
sono i nostri oscuri istinti
e inevitabilmente
dobbiamo farci i conti.
............
I mostri che abbiamo dentro
ci spingono alla violenza
che quasi per simbiosi
si è incollata
alla nostra esistenza. 
……...
I mostri che abbiamo dentro
ci ispirano il grande sogno
di un Dio severo e giusto
col mitico bisogno
di Allah e di Gesù Cristo.

I mostri che abbiamo dentro
ci inculcano idee contorte
e il gusto sadico e morboso
di fronte a immagini di morte.

La nostra vita cosciente
la nostra fede nel giusto e nel bello
è un equilibrio apparente
che è minacciato
dai mostri che abbiamo nel nostro cervello.
.....
I mostri che abbiamo dentro
che vivono in ogni mente
che nascono in ogni terra
inevitabilmente
ci portano alla guerra.

giovedì 7 marzo 2019

Hiram

Quando entrammo in Loggia nessuno ci avvertì che con noi era entrato pure il nostro gemello segreto, quello che ci segue come un’ombra, che è nel bianco quando noi siamo sul nero e che è sul nero quando siamo nel bianco, quello che viaggiò da mezzogiorno a mezzanotte mentre noi viaggiavamo da mezzanotte a mezzogiorno e andò da oriente a occidente mentre noi andavamo da occidente a oriente.

Di lui dobbiamo andare alla ricerca.

Lo chiamiamo il corpo di Hiram, ma è il nostro intimo gemello segreto, che nessuno conosce e men che mai conosciamo noi.

Solo quando lo trovi (se lo trovi) puoi veramente dire di avere ritrovato la Parola, non la “parola di prima” (quella non ci interessa più) ma la chiave per aprire la porta che ci sbarra il cammino.

martedì 5 marzo 2019

La Bellezza del dubbio

Dubitare deve diventare abito mentale, quasi una seconda natura dell’uomo.

Non parlo di scetticismo, che porta al vuoto, alla mancanza di ogni credenza e alla non esistenza del vero. Intendo il dubbio “sano”, la magia dell’antica parolina: “O no?...”.

Deve diventare il modo dell’uomo che cerca e sa di cercare nel mondo del relativo (non del relativismo!). Sa che la risposta data ora potrà essere diversa dalla risposta di domani ed è diversa dalla risposta di ieri. Ma non per questo smette di cercare la risposta o si accontenta di una piccola risposta.

Sento dire spesso che la Massoneria non ha dogmi ed è costituita da uomini del dubbio.

Credo che siano termini che vadano spiegati.

Ancora quando entrai in Massoneria c’erano molti massoni che intendevano l’ “adogmatismo” muratorio come atteggiamento di contrapposizione: la massoneria è contro i dogmi della chiesa cattolica (magari senza nemmeno conoscere quali siano).

Oggi questa interpretazione è ormai superata nella coscienza dei massoni che comunque si ritengono “senza dogmi”.

Intanto: cosa è “dogma”?

Leggiamo in www.treccani.it : « Dògma (raro dòmma) s. m. [dal lat. Dogma -ătis, gr. Δόγμα -ατος «decreto, decisione», der. Di δοκέω «mi sembra»] (pl. -i). – Principio fondamentale, verità universale e indiscutibile o affermata come tale: d. filosofici, politici; i d. della scienza; d. giuridico, principio teorico di un istituto giuridico, del quale costituisce il sostrato fondamentale. In partic., nella teologia cattolica, dogma di fede, o assol. Dogma, verità soprannaturale contenuta, in modo implicito e esplicito, nella Rivelazione, e proposta dalla Chiesa come verità di fede, oggettiva e immutabile: d. della Trinità; d. dell’Immacolata Concezione; sancire, proclamare un dogma. Per estens.: questo per me è un d., è un d. di fede, ritenere un d., accettare come un d., e sim., di cosa a cui si crede ciecamente e che non si pone in discussione ».

La Massoneria non può avere una sua “Rivelazione” perché non è una religione e quindi non ha “verità di fede” non perché sia contraria alle verità di fede, ma semplicemente perché esulano dal suo campo.

Però la massoneria ha principi fondamentali, leggi immutabili trasmesse da una generazione (di massoni) all’altra, senza che nessuno avesse il diritto di modificarle.

Si parla anche di Landmarks, una specie di confine, pietre-limite entro il quale c’è massoneria che cessa di esserci oltre il confine.

Ma allora non svolgono pure questi una funzione analoga a quella dei dogmi? L’osservazione non è peregrina se una parte dei massoni chiama l’ “altra” massoneria dogmatica e al contempo si autodefinisce adogmatica e liberale.

“Adogmatico” non vuol dire “senza dogmi”. Vuol semplicemente significare che non ci sono principi di base indiscutibili e irrinunciabili e inamovibili (che possono al più essere aspirazioni nel mondo del relativo nel quale viviamo).

Adogmatico vuol quindi indicare la disponibilità o la possibilità – consci di vivere nel mondo del relativo – di riesaminare anche fondamentali regole di vita e di pensiero se ci si rende conto non siano più adeguate a spiegare la realtà o ad avere comportamenti non più adeguati.

Per esempio, una delle prescrizioni fondamentali degli Antichi Doveri parla di massoneria per soli uomini. E così è per le massonerie legate alla filiera inglese. Ma le altre invece ammettono tranquillamente donne e non per questo si sentono meno massoniche. Non sono mancate nel passato “scomuniche” reciproche, invece di considerarle – come pare cominci ad affermarsi oggi – massonerie di un tipo diverso, ma entrambe massoneria.

O no?…

Affermare che il massone è l’uomo del dubbio non significa che debba dubitare di tutto e su tutto (questo è atteggiamento negativo e distruttivo).

Ognuno ha le sue certezze, ma deve sapere che nel mondo del relativo ogni certezza non può essere assoluta e durare per sempre. 

In questo senso “dubita” delle sue certezze senza per questo respingerle o rifiutarle.

L’uomo del dubbio non sostiene che tutte le opinioni siano ugualmente valide, altrimenti si ridurrebbe al relativismo.

L’uomo dovrebbe liberarsi dalla mentalità dogmatica, non dovrebbe basarsi su certezze definite ma aprirsi al dubbio ed essere sempre disposto a correggersi, perché la vita è continua ricerca e continuo confronto. (Silvio Calzolari, Massoneria e Religioni in La Massoneria e l’uomo, p. 70).

Deve diventare l’habitus del massone e insomma dell’uomo consapevole.

sabato 2 marzo 2019

L'Ombra

Nel rapporto con la nostra Ombra cerchiamo di mantenere ben salde le fondamenta della costruzione (per usare un linguaggio muratorio).

Proiettare al di fuori di sé la propria Ombra significa in genere sottolineare negli altri le qualità negative che non vogliamo vedere in noi e spesso quello che diciamo ad un altro in realtà lo dobbiamo dire a noi stessi.

Ma nell’Ombra non ci sono solo le negatività, c’è molto di più.

C’è la nostra Venere che il Compagno deve far propria nella sua ars costruendi, applicando i di lei canoni e non altri, perché solo quelli sono suoi e fan “bellal’opera.

Un tempo consideravo il grado di Compagno apollineo e chiaro nelle sue delineazioni, quasi linearmente solare nella sua costruttività operativa.

Ora invece immagino il Compagno come immerso in una specie di sturm un drang (=impeto e tempesta).

Le regole architettoniche e il progetto disegnato dal Maestro gli permettono di “lavorare” i materiali manipolandoli senza esserne travolto.

A volte mi vien quasi da pensare che il tempio del Compagno di Mestiere più che il tempio di Salomone sia quasi il tempio di Artemide e di Afrodite:

Artemide, la Febea dea della luna, la lungisaettante dea della verginità e della pudicizia, delle iniziazioni femminili, la selvatica dea della caccia e della natura;

Afrodite, la cipride dea della bellezza, l’Anadiomene nata dalla spuma del mare fecondata da Urano, la potente dea dell’amore che potentemente investe tutte le attività della natura per la propagazione della vita, e quindi la Urania dea dell’amore puro e ideale ma anche la Pandèmia dea degli amori sensuali e venali che spinse Elena a seguire Paride e ispirò Pasifae, Fedra e Medea.

NOTA. Pandèmia.
Pandémio (dal greco πανδήμιος ) significa “che appartiene a tutti, comune, pubblico”. Nel mondo classico, era epiteto di Eros e di Afrodite, in quanto divinità dell’amore sessuale. Invece pandemìa è rifacimento di epidemia (secondo l’agg. gr. πανδήμιος di tutto il popolo). Epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territorî e continenti.

NOTA. Pasifae, Fedra e Medea.
Pasifae fu moglie del re di Creta Minosse. Innamoratasi follemente di un toro, si congiunse con l’animale nascosta dentro una vacca di legno e diede alla luce il Minotauro, essere dal corpo umano e testa taurina.
Fedra fu figlia di Minosse e sposa di Teseo. Respinta da Ippolito, figlio di Teseo, del quale si era follemente innamorata, lo accusò falsamente di violenza carnale. Alla morte di Ippolito, maledetto dal padre e ucciso da un mostro marino, si diede la morte.
Medea fu maga dotata di poteri quasi divini e assassina dei suoi figli per amore e gelosia.

Intendo il tempio di Artemide e Afrodite come il tempio cioè di chi deve affrontare se stesso e la propria oscurità.
 
Il Compagno non lavora nella cripta del Tempio, come succederà ad altri; ma qualcuno la cripta dovrà ben costruirla. Chi costruisce la cripta? Chi costruisce il Tempio lavora anche alla cripta.

Costruire la cripta significa entrare nella propria ombra e prendere contatto con quello che c’è.

Certo, c’è Venere, la celeste eterea Afrodite, amata da Ares, la Forza, e sposa di Efesto, brutto e sciancato, ma dalla forza possente, dio del fuoco sotterraneo e capace artigiano dalla perfezione inimitabile, creatore impareggiabile. Afrodite ed Efesto, i nostri Venere e Vulcano: è il caso di dire: che coppia!

Sarà proprio Efesto a sbugiardare la consorte Afrodite colta in flagrante adulterio con Ares, il dio della forza (muscolare?) di contro ad Efesto, dio della forza (costruttiva?). La grande Afrodite, o Venere come la chiamiamo noi latini, che è fissata nel nostro immaginario dalla magistrale rappresentazione botticelliana della sua nascita dalla schiuma del mare.

Efesto è anche Afrodite e Afrodite è anche Efesto. Anche e non solo.

La costruzione del Tempio comporta anche la costruzione della cripta. Anzi non c’è tempio senza cripta. Quindi Forza e Bellezza, che intervengono nella costruzione del tempio, intervengono pure nella costruzione della cripta.

La Bellezza ci permette di cogliere molti aspetti della nostra Ombra.

Intanto pensiamo al significato etimologico della parola.

Bellezza proviene dal latino benulus, poi bellus (non il classico bellum, i = guerra, ma bellus, a, um) che viene da un antiquato benus per bonus = bene. Il significato originale era confacente, comodo, e solo successivamente ben proporzionato e bello.

Bellezza ed estetica non hanno etimologicamente punti di contatto.

Estetica deriva dal greco aisteticos = sensibile, capace di sentire, percepire attraverso i sensi. Fu solo nel 1750 che Alexander Gottlieb Baumgarten la definì come scienza del Bello, delle arti liberali e gnoseologia inferiore, sorella della Logica. Qui si intende la bellezza dal punto di vista classico; insomma: sensazione e sentimento.

Ognuno di noi è inseguito da un’ombra e meno questa è integrata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa affermava Jung.

In psicologia sono molti i sensi dell’Ombra (i moti di rabbia, le attrazioni disdicevoli, ciò che non vogliamo mostrare agli altri), ma qui non mi interessa il discorso meramente psicologico. A mio parere i sensi dell’Ombra non sono tutti negativi. Sì lì ci sono i mostri che strisciano nel fondale del nostro mare magnum, ma ci sono gli aspetti che riteniamo non siano di nostra “competenza”.

Per esempio, assecondando un mal posto senso di convenienza sociale, l’uomo non doveva mostrarsi debole e la donna eccessivamente forte e mascolina, per cui tali aspetti venivano rimossi nell’ombra, assieme alle tendenze ignave degli attive, alle propensioni irresponsabili delle persone responsabili, e così via.

Insomma venivano nascoste nell’ombra gli opposti, che pure ci appartenevano, di quanto volevamo essere. E pure vi gettiamo le credenze irrazionali incompatibili con la nostra razionalità.

Dobbiamo superare una visione meramente medico-psicologica e giungere a una prospettiva più ampia e generale dove ci sia spazio per una simbolica umana che riguardi il nostro lavoro: nell’Ombra ci sono anche aspetti positivi, specialmente i contrari a certi difetti che prevalgono nella nostra personalità quotidiana.

Come fare per riappropriarci di ciò che considerammo scarti, ma che scarti non sono e che devono essere ripresi se vogliamo giungere ad una più sentita completezza?

Non c’è una ricetta valida per tutti; credo che il primo passo debba essere riuscire a comprendere come siamo effettivamente e non come vogliamo essere.

Ed è significativo che nel simbolismo muratorio il vero muratore non sia l’Apprendista, uno che è lì per imparare, ma il Compagno, quello che si chiama Compagno di Mestiere. E’ il Compagno che costruisce secondo il progetto del Maestro, l’unico in grado di disegnare sulla tavola da disegno.

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.