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28 settembre 2026

Antichi Doveri: Primo 4

   Due Liberi Muratori parlano degli Antichi Doveri

De Officiis Antiquis 

Primo Dovere

Parte quarta

Vecchio Copritore. Anderson cercò di rimuovere dagli Antichi Doveri gli elementi che potevano caratterizzare in senso non tanto cristiano quanto di questo o quel culto cristiano (cattolico, anglicano, luterano...) ed evitare distanze tra fratelli dell'un culto cristiano e fratelli dell'altro culto cristiano, ma tutti appunto nell’alveo del cristianesimo.

Ulisse. E’ mia opinione che quando il pastore presbiteriano Anderson parla della “religione nella quale tutti gli uomini convengono” non si riferisca al nucleo comune di religioni diverse, ma pensi ad una specie di cristianesimo (o “super-cristianesimo”) a monte delle differenziazioni in singoli culti, sul quale possano incontrarsi il cattolico, l’anglicano, il puritano, il calvinista, il luterano, e così via (magari anche chi cristiano non lo è più o non lo è mai stato).

Vecchio Copritore. La tua può essere opinione con qualche fondamento. Ancora oggi uno dei rituali praticati negli Stati Uniti, il rituale Duncan, prevede una apposita lettura per l’iniziazione di un ecclesiastico: “Voi ,fratello, siete predicatore di quella religione le cui caratteristiche sono benevolenza universale e carità illimitata… La Massoneria… promuove la stessa carità e benevolenza…”.

Ulisse. E’ implicito che l’ecclesiastico sia cristiano e che, divenuto massone, possa vivere meglio la propria religione, cioè il proprio cristianesimo.

Vecchio Copritore. Sono parole che l'epica greca chiamerebbe alate. La loro profondità implica che nessuno si deve sentire escluso, nemmeno i seguaci di altre credenze o culti religiosi.

Ulisse. Il Primo Dovere spazza via ogni contesa religiosa (che il rituale italiano esclude tassativamente dai lavori di Loggia assieme alle questioni politiche), senza pronunciarsi sulla religione, limitandosi a indicare quella “nella quale tutti gli uomini convengono”.

Vecchio Copritore. Non esiste una teologia massonica, questo è il grande lascito dei nostri padri fondatori!

Ulisse. Oggi cosa si intende con “religione nella quale tutti gli uomini convengono”? Lo stesso che intendeva Anderson?

Vecchio Copritore. Credo non sia opportuno puntualizzare troppo, pena la “diminuzione” di universalità.

Ahiman Rezon (le Costituzioni della Gran Loggia inglese degli Antichi) specifica: “Un muratore è tenuto per la sua condizione ad osservare la legge morale come un vero Noachide”. I Noachiti sono coloro che, non aderendo per vari motivi al patto di Dio con Abramo e Mosè, seguono la precedente alleanza stipulata da Dio con Noè, quella sigillata dall’arcobaleno multicolore; quindi prima che dai figli di Noè si originassero tutti i popoli che abitano la terra e prima delle differenze anche religiose.

L’essere Noachidi non è chiaro invito alla “religione nella quale tutti gli uomini convengono”?

Ulisse. Forse è più significativo ribadire che la comunione dei Liberi Muratori «...si raccoglie sotto il simbolo iniziatico del G. A. D. U.», e basta!

Vecchio Copritore. Il GADU rappresenta l'oltre. “Oltre” e basta: c'è già tutto. Aggiungiamo con Anderson: i Massoni devono essere uomini buoni e sinceri o uomini di onore ed onestà.

Ulisse. Questa mi pare la “condizione zero” per unire e non dividere. Gli uomini buoni e sinceri possono affrontare in armonia qualunque difficoltà.

Vecchio Copritore. Purtroppo dalle gerarchie religiose, che hanno proibito o escludono per il fedele l’appartenenza alla Massoneria, la Massoneria ha pure imparato.

Ulisse. Che cosa?

Vecchio Copritore. Le gerarchie della Massoneria hanno imparato ciò che la Massoneria dice essere estranea alla Massoneria stessa.

Ulisse. Spiegati meglio.

Vecchio Copritore. Mi riferisco alla proibizione (sì, proibizione!) di frequentare Logge cosiddette non regolari, per esempio. Chi appartiene ad una loggia della comunione-istituzione x non può partecipare ai lavori di una loggia della comunione-istituzione y a meno che tra le organizzazioni x e y non esista una specie di “riconoscimento”.

Ulisse. Le cosiddette “sedicenti” Massonerie!

Vecchio Copritore. Già. Quanta ipocrisia in quel “sedicente”!
Sedicente, cioè sé-dicente, ha assunto il significato: sei tu che lo dici, ma lo dici solo tu, gli altri no, (perché non è vero, tacitamente si deduce). Sedicente è fonicamente simile a seducente, come se il brutto si travestisse da bello e conducesse a deviare dalla retta via.

(continua)





26 settembre 2026

Antichi Doveri: Primo 3

  Due Liberi Muratori parlano degli Antichi Doveri

De Officiis Antiquis 

Primo Dovere

Parte terza

Vecchio Copritore. L’Atto di Successione del 1701 impedisce ad un cattolico di diventare re d’Inghilterra.

Ulisse. E Anderson qualche anno dopo prescrive: i Muratori sono obbligati a quella religione nella quale tutti gli uomini convengono. La gente si era stancata dei bagni di sangue.

Vecchio Copritore. E Anderson proclama: in Loggia sono accettati tutti, purché non atei né irreligiosi. Il cattolico e l’anglicano e il protestante invece di ammazzarsi siedono fianco a fianco chiamandosi fratelli. Non è rivoluzionario?

Ulisse. Tanto più che pochi anni prima era stato raggiunto l'accordo tra Inghilterra e Scozia: l'Atto del 1707 apriva l'una all'altra senza più contrasti e lotte tra inglesi e scozzesi.

Vecchio Copritore. C'era una Massoneria inglese e una Massoneria scozzese. Massoni inglesi e scozzesi dovevano lavorare in Loggia assieme senza contrasti geografici o politici (oggi diremmo etnici). Anderson stesso nato a Aberdeen era di origine scozzese, e il padre era membro di una Loggia di Aberdeen.

Ulisse. Parlare di religione nella quale tutti gli uomini convengono significava, in un mondo di divisioni religiose sanguinarie e drammatiche, sottolineare un forte senso di affratellamento e una sincera ricerca non di ciò che divide ma di ciò che unisce, appunto una specie di “religione universale”. E questa fu una rivoluzione!

Vecchio Copritore. Anderson fu però accusato di irreligiosità e addirittura di avere de-cristianizzato la Massoneria.

Ulisse. Anderson semplicemente insisteva sulla caratteristica di unire e di non dividere. Nel Sesto Dovere lo impone categoricamente: “non trattare di alcuna cosa inopportuna o sconveniente”, che noi traduciamo con: “non parlare di politica né di religione”.

Vecchio Copritore. E’ così, credo, che oggi si debba intendere: in tutte le credenze religiose e in tutte le religioni esiste un “nucleo” comune, al quale gli uomini danno nomi diversi e che riconoscono (onorano?) in modi diversi (i diversi culti?).

Ulisse. Tre secoli fa era lo stesso? Per quanto ne so fu causa – non unica – alla base della nascita nel 1753 di un’altra Gran Loggia, quella degli Antichi (Antients), di contro agli altri che vennero chiamati (bollati?) Moderni (Moderns).

Vecchio Copritore. Hai detto bene: fu causa non unica. Dobbiamo andare oltre le narrazioni che vedono gli Antients nascere in contrapposizione ai Moderns mediante una scissione dei Massoni tradizionalisti di contro agli altri che trascuravano l'antica tradizione. Non fu così.

Ulisse. La nascita della Gran Loggia degli Antichi va intesa non tanto come una divisione della Gran Loggia preesistente, quella nata nel 1717, per intenderci.

Vecchio Copritore. La Gran Loggia fondata nel 1751, quella degli Antients, fu fondata con la partecipazione in gran parte di massoni irlandesi immigrati a Londra, di origine modesta, ai quali l'ingresso nella Gran Loggia d'Inghilterra (quella di Anderson) pareva finanziarmente troppo onerosa. La nuova Gran Loggia nasce per opera di massoni in genere non aderenti alla prima.

Ulisse. Non ho intenzione di esaminare i motivi del cosiddetto “scisma” o “diaspora” e della successiva ricomposizione nella Gran Loggia Unita d’Inghilterra, ma non mi sento di accogliere la tesi così netta: cristiani gli Antichi e meno cristiani i Moderni.

Vecchio Copritore. Anderson cercò di rimuovere dagli Antichi Doveri gli elementi che potevano caratterizzare in senso non tanto cristiano quanto di questo o quel culto cristiano (cattolico, anglicano, luterano...) ed evitare distanze tra fratelli dell'un culto cristiano e fratelli dell'altro culto cristiano, ma tutti appunto nell’alveo del cristianesimo.

(continua)


24 settembre 2026

Antichi Doveri: Primo 2

  Due Liberi Muratori parlano degli Antichi Doveri

De Officiis Antiquis 

Primo Dovere

Parte seconda

Ulisse. Leggo: “Sebbene... oggi si reputa…”. Qui potrebbe stare una chiave di lettura delle regole codificate da Anderson: vengono stabiliti alcuni principii basilari.

Vecchio Copritore. Il Primo Dovere recita: “Sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono…”.

Ulisse. Sono due punti importanti che fanno capire molto dello spirito dei tempi nuovi.

Vecchio Copritore. Ti riferisci all’obbligo di praticare la religione del Paese in cui erano?

Ulisse. Pare quasi riferimento al principio “cujus regio ejus religio” (= “Di chi è la regione, di lui si segua la religione”) che impone che la religione di un paese sia la stessa del principe che la governa. Fu stabilito dalla pace di Augusta a metà Cinquecento.

Vecchio Copritore. Un secolo segnato da scismi religiosi e guerre tra stati che hanno trovato nelle esasperate differenze religiose carburante per atrocità e massacri. Qualcuno, forse non a torto, nell’obbligo di praticare la religione del luogo vede un riferimento a Montaigne che aveva già insegnato che la vera e sincera preghiera di ognuno è quella usata nel luogo ove gli capitava di essere.

Ulisse. E’ certo riferimento più consono a ciò che vuole essere un dovere, anzi un antico dovere. Il principio stabilito dalla pace di Augusta però viene ben presto abbandonato. Anderson per parte sua va oltre.

Vecchio Copritore. Infatti la regola del “cujus regio” non è esente da obblighi e frizioni, specie dopo secoli di lotte e divisioni anche di religione. Stabilisce che in un certo paese tutti debbono avere la religione che pratica il principe di quel paese. Punto.

Ulisse. Sappiamo che Anderson fu pastore presbiteriano. Morì nel 1739 e fu sepolto nel cimitero londinese di Bunhill Field, luogo di sepoltura per i non conformisti (come dissidenti, quaccheri e unitari). Sulla stampa comparve la notizia che la sua bara fu portata da cinque Maestri Dissidenti e dal dottor Desagulier (altro padre fondatore della Massoneria moderna), ecclesiastico anglicano, quindi non dissidente, tanto che verrà sepolto nella Savoy Chapel di proprietà reale. Anderson e Desagulier, presbiteriano il primo e anglicano il secondo, sedevano assieme in Loggia, senza nessun contrasto.

Vecchio Copritore. Applicazione appunto del Primo Dovere.

Ulisse. Negli antichi documenti degli operativi è indicato espressamente l'obbligo di fedeltà a Dio e alla Santa Chiesa.

Vecchio Copritore. Anderson va oltre. La sua non è più Massoneria operativa.

Ulisse. Anderson prescrive l’obbligo alla Religione nella quale tutti gli uomini convengono e all’amicizia tra i Fratelli. Dove se non in Loggia in quei tempi un pastore presbiteriano e un pastore anglicano potevano stare insieme in letizia?

Vecchio Copritore. L'espressione ci lascia certo ammirati, ma oggi abbastanza freddi. Ci appare cosa o praticamente scontata o macchinosamente costruita a tavolino. Per comprendere dobbiamo invece pensare ad un paese che nei precedenti due secoli era stato dilaniato da lotte intestine tra l’assolutismo reale e le prerogative del Parlamento, intrecciate a contrasti dinastici indissolubilmente aggrovigliati a lotte religiose tra cattolicesimo, anglicanesimo e protestantesimo (con leggi che proibivano questo o quello e limitavano le libertà a seconda della fede religiosa del potente di turno).

Ulisse. Sì, l'espressione oggi ha perso la carica rivoluzionaria che aveva nell’Inghilterra del XVIII secolo, che aveva conosciuto intolleranze, disordini, rivolte, guerre di religione.

Vecchio Copritore. Anglicani, cattolici, puritani; tutti contro tutti…

Ulisse. Nessuno fu senza settarismi e intransigenze, trasportate dal piano religioso a quello civile e persino a quello personale, da Maria Tudor la Sanguinaria, a Maria Stuarda la decapitata…

Vecchio Copritore. The Bloody Mary… La regina Maria la Cattolica, chiamata la Sanguinaria per la ferocia con la quale perseguitò i non cattolici. Gli anglicani, per parte loro, per non farsi da meno, tolsero diritti civili ai cattolici.

Ulisse. I puritani Padri Pellegrini emigrarono in America per sfuggire alle restrizioni religiose che si ripercuotevano sulla vita civile (solo gli anglicani potevano aspirare agli incarichi pubblici). Ma anche loro, quando poterono...

Vecchio Copritore. L’Atto di Successione del 1701 impedisce ad un cattolico di diventare re d’Inghilterra.

Ulisse. E Anderson qualche anno dopo prescrive: i Muratori sono obbligati a quella religione nella quale tutti gli uomini convengono. La gente si era stancata dei bagni di sangue.

(continua)

23 settembre 2026

Antichi Doveri: Primo 1

 Due Liberi Muratori parlano degli Antichi Doveri

De Officiis Antiquis 

Primo Dovere

Parte prima


Non avevamo belle insegne,

E il nostro Tempio era vecchio e spoglio,

Ma conoscevamo gli antichi Landmarks,

E li osservavamo per filo e per segno.

E guardando tutto ciò all’indietro,

Mi colpisce questo fatto,

Che non esiste qualcosa come un infedele,

Eccetto, forse, noi stessi.

Rudyard Kipling


1 - Concernente Dio e la religione.

Un Muratore è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale; e se egli intende rettamente l'Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso. Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono, lasciando ad essi le loro particolari opinioni; ossia, essere uomini buoni e sinceri o uomini di onore ed onestà, quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere; per cui la Muratorìa diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti.

* * *

Ulisse. Gli Antichi Doveri non indicano lo scopo della Associazione, ma si limitano ad escludere tutto ciò che divide.

Vecchio Copritore. Infatti qualcuno potrebbe pensare a un circolo di affari. Sono proprio la legge morale e la sincera amicizia tra i massoni i vaccini contro scopi impropri.

Ulisse. Uomini di buoni costumi non fanno affari. Il primo obbligo è la legge morale: “Un Muratore è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale”.

Vecchio Copritore. Forse la traduzione e il tempo trascorso fa perdere di vista al Massone di oggi il senso profondo delle parole.

Ulisse. Ogni traduzione per quanto fedele perde qualcosa e aggiunge qualcos'altro.

Vecchio Copritore. Anderson scrive: “A Mason is oblig’d by his Tenure, to obey the moral law”. Noi traduciamo: “Un Muratore è tenuto per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale”.

Ulisse. “By his Tenure” tradotto con “per la sua condizione”.

Vecchio Copritore. Tenure è termine del linguaggio giuridico feudale francese, traghettato in Inghilterra con l'invasione normanna. Il vassallo prestava giuramento di fedeltà al sovrano, riconosceva la sua sovranità e si obbligava anche personalmente verso di lui. In cambio il sovrano cedeva al vassallo il possesso ereditario di un dominio dal quale ricavare i mezzi per vivere. Il re garantiva così la sicurezza del paese.

Ulisse. Se i Massoni accettati erano in genere nobili o alti borghesi era loro ben chiaro il significato di tenure.

Vecchio Copritore. Anderson in un certo senso allarga il significato di tenure: la reciprocità del vassallo verso il sovrano ora viene estesa dal Massone alla Legge Morale. Le nostre Leggi sulla morale non debbono transigere come non transigeva la fedeltà del vassallo verso il proprio signore.

(continua)







06 luglio 2026

Un uomo dialoga con se stesso 1

 Questo nostro strano mondo ha sovvertito i ritmi della vita. Un tempo, al termine dell'obbligatorio servizio militare, il ragazzo "metteva le testa a posto" ed entrava nel mondo degli adulti. Ora ci sono ancora dei quarantenni che si chiedono cosa "faranno da grandi".
Nessuno pensa più al momento in cui finirà non tanto la vita quanto la tua vita. Eppure la Nera Signora, prima o poi, giunge, sempre.
E' saggio pensarci, e riflettere...

Il dialogo, non inedito, che ripropongo, nasce da una Tornata di Loggia. Ero allora Maestro Venerabile della mia Loggia e impostai la cosiddetta tornata funebre come profonda riflessione sul nostro appuntamento con la Nera Signora.
Ricordate "Samarcanda" cantata da Roberto Vecchioni?


Io parlo con me stesso

Parte prima

Personaggi:

                Io: l'uomo  che sa di dover partire

                L'altro io: il suo compagno inseparabile


Io. Buondì, L'altro io. L’uomo va. L’uomo torna. E’ sempre in cammino, mai fermo.

L'altro io. Buongiorno a te, Io. Che fai qui?

Io. Caro amico, sto riflettendo sulla mia vita. Dialogo con me stesso. Mi domando e mi rispondo. Ma le risposte non son quelle giuste.

L'altro io. E allora?

Io. Continuo a cercare, a domandarmi.

L'altro io. Tu sei in compagnia di te stesso, dici. E forse di altri, aggiungo io. E Dio? Non sei in compagnia di Dio?

Io. Dio? Quale Dio? Il Dio dei cattolici, il Dio dei protestanti, il Dio degli ebrei o dei musulmani? Tutte ottime “persone”, ma troppo particolari. Sono appunto il Dio degli uni o degli altri, ma non sono il Dio dell’uomo. Tutti gli uomini si sono affannati a spiegare che Dio è il loro Dio. Ma il Dio di tutti, il Dio dell’uomo, è il Dio sconosciuto. E lui è forse qui con me.

L'altro io. Tu sei massone, vero?

Io. La Massoneria non spiega le cose, ma stimola riflessioni.
Un simbolo che mi ha sempre colpito è l’Oriente Eterno, la Gran Loggia Celeste, dove uno scranno è già prenotato per me. Là mi attende il Maestro Venerabile, il Grande Architetto. Non so chi o cosa sia, ma mi piace sapere che mi sta aspettando.

L'altro io. Quindi aspetti.

Io. Aspettare la Nera Signora è un vero e proprio lavoro di preparazione, che ora, in prossimità della partenza, si fa pressante.

L'altro io. Preparazione a cosa?

Io. A lasciare questo mondo; a scardinare le gabbie psicologiche e razionali che non mi serviranno più. Mi svesto per partire nudo, come nudo arrivai.

L'altro io. E’ sconsolante.

Io. Ho grande fiducia nel mondo dopo il mondo, ma la mia fiducia nulla può per chi resta nel mondo prima del mondo. Subisce un lutto e deve essere aiutato. La pietas attenua il dolore e aiuta a trasformarlo in amarezza dell’assenza.

L'altro io. Sei uomo di fede, quindi.

Io. Non fede in ciò che verrà, ma fiducia che qualcosa verrà.

L'altro io. Quindi non: “credo che sarà”, ma: “ho fiducia che sarà”.

Io. Fede e fiducia non sono la stessa cosa, ma possono diventarlo. Fiducia significa apertura sull’uomo, su chi con tanti altri uomini, qui e ora, spera nel futuro.

L'altro io. Il senso religioso unisce. Le religioni dividono, perché le religioni sono opera del diavolo.

Io. Vedi, in fondo in fondo (ma proprio in fondo, veh!) ho una puntina di curiosità. Dicono che la morte sia come un dormire, e credo sia vero. Ma è sonno diverso: cessano le funzioni vitali e non c’è più sveglia.

L'altro io. In realtà, che succede?

Io. Io non lo so. Io sono davanti ad una porta chiusa. Al di là posso solo immaginare un mondo nel quale non valgono regole note. Oltre, non so andare.


(continua)


23 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 10

 Edmond Dantès fa riflettere molto, ben al di là degli stereotipi di una moderna avventura di una implacabile vendetta. Continuiamo a seguire i labirinti delle riflessioni.


Una, nessuna, centomila prospettive ?

American Gothic è un dipinto del 1930 del pittore statunitense Grant Wood. Oggi è considerato rappresentativo di un certo modo di vita (ne ho già parlato qualche anno fa e richiamo quelle mie considerazioni come richiamo anche l'articolo, che cito con gli estremi, in Conoscenza Religiosa dal quale ho molto attinto).



Prospettiva di chi guarda il dipinto. Sullo sfondo, dietro una coppia di agricoltori, una tipica casa colonica del Midwest americano dallo stile goticheggiante. Il cielo è senza nuvole e accentua la costruzione che divide in due gruppi sette alberi.

Erano case prefabbricate e si montavano velocemente. Bastavano due persone: l’immaginazione corre a padre e figlio maggiore (madre e figli minori si occupavano di altri lavori): travi e travetti leggeri, senza fondamenta profonde, da inchiodare facilmente insieme. E’ una casa di serie che si compra su ordinazione, assieme ad infissi, ferramenta, tetti. Come di serie, oppure fatti in casa, sono gli abiti del contadino e della moglie: abiti sobri, senza cedere nulla all’eleganza se non per qualche piccolo particolare (il collarino di lei e il suo piccolo cammeo, forse un gioiello di famiglia ereditato dalla madre o dalla suocera). Sguardo onesto e sicuro lui, modesto lei.

Questa modesta Moglie di Contadino dello Iowa ha una crocchia da Madonna medievale, un collarino da Riformata, porta un cammeo greco e un grembiule ottocentesco. Martin Lutero la costringe a stare d'un passo indietro rispetto al marito; John Knox le fa squadrare le spalle, la crisi azionaria del 1929 le infonde quello sguardo. (G. Davenport, La Geografia dell’immaginario in Conoscenza Religiosa, n. 2 1983, Ed. La Nuova Italia, Firenze, pp.131-34).

Vedo qui due americani, solidi: lui gran lavoratore, sempre in cerca del modo migliore di compiere il proprio lavoro, del gesto giusto, soddisfatto se è compiuto bene; lei degna moglie di un siffatto uomo, gran lavoratrice, energica, modesta, senza fronzoli, che si concede la sola piccola vanità nel collarino e nel cammeo. Sono persone forse un po’ mediocri, ma giuste. Giuste, ma dure. Conoscono sì la giustizia (la imparano dalla Bibbia)... ma paiono zoppicanti sulla misericordia. Conoscono la forza del dovere, ma ne trascurano la bellezza che pone in armonia il dovere con il mondo.

Persone per bene, per carità. Sicuramente pretendono da sé prima che dagli altri. Sicuramente sono free born, of good repute, and well recommended (così viene presentato il Candidato che bussa alla porta del Tempio nella tradizione anglosassone)... Mi piacerebbe incontrare lui (in altre prospettive pure lei) tra le colonne? Francamente, non so.

Prospettiva reale. Come sono andate in realtà le cose? Lo racconta lo stesso pittore.

Grant Wood fu colpito da una piccola casa dipinta di bianco a Eldon, nello Iowa, e volle dipingere una coppia di persone che immaginava potessero abitarvi. Scelse come modelli la sorella ed il proprio dentista. I due non hanno mai posato davanti alla casa (il quadro richiama anche una posa fotografica forse per dare più realismo) e nemmeno hanno posato insieme. Il pittore li ha dipinti separatamente come separatamente ha dipinto la casa (che nella realtà non ha il tetto così spiovente) e nel portico ha aggiunto piante che non c’erano.

Insomma, dal punto di vista della realtà quella scena non è mai esistita. Eppure ha descritto meglio di tante altre rappresentazioni un certo tipo di America.

Altre prospettive. Tutti pensano ai due come ad una coppia di coniugi, lei molto più giovane di lui. La sorella del pittore dopo certi commenti ironici del pubblico protestò con lui per essere creduta moglie di un uomo con più del doppio dei suoi anni. Grant lasciò così intendere che non si trattava di marito e moglie, ma di padre e figlia. Dunque, un’altra prospettiva.

Ma non l’unica. Gli abitanti dell’Iowa non gradirono di riconoscersi nella coppia nella quale vedevano rappresentati i valori di una società chiusa su valori integralisti e protestarono vivamente (qualcuno minacciò di staccare a morsi le orecchie del pittore!). Ecco un’altra prospettiva.

Successivamente la coppia fu vista come rappresentante dei valori incrollabili di tutta l’America, senza la quale il mondo libero non esisterebbe. Ulteriore prospettiva.

E ce ne sono altre, ma qui mi fermo.

Quale prospettiva è la vera?

*

Può lasciare perplessi l’uso del termine “prospettiva”.

Il termine deriva dal latino prospicĕre (composto di pro = avanti e specĕre = guardare, guardare innanzi) che significa “guardare avanti”.

Comunemente viene inteso come un modo di guardare la realtà (si pensi alle arti pittoriche), quindi come qualcosa di diverso dalla realtà. La geometria proiettiva (che mette la prospettiva alla base) mostra le varie forme sotto le quali uno stesso oggetto si presenta. Per esempio un parallelepipedo retto (facce rettangolari e spigoli perpendicolari tra di loro) può diventare un poliedro a facce non rettangolari e spigoli non perpendicolari se osservato da un certo punto di vista. L’osservatore però sa che l’oggetto pur potendo essere visto in modi diversi resta quello e non cambia.

Infatti è questa la situazione che tutti noi intuiamo. Noi ci pensiamo immersi in un mondo luminoso e colorato. Discutiamo se il mondo sia o non sia finalistico (tutto nell’universo fluisce verso una meta finale), ordinato, deterministico, ma trascuriamo il fatto che in realtà il mondo noi non lo vediamo, non lo odoriamo, non lo sentiamo. La scienza mostra che l’uomo vive in un mondo fatto solo di vibrazioni elettromagnetiche: l’occhio non vede, l’orecchio non ode, il naso non odora ma colgono onde che il cervello modifica e traduce in modo che noi dopo il processo del cervello (cervellotico?) “vediamo”, “udiamo”, “odoriamo”.

Il mondo colorato così come lo vediamo non è la realtà ma è una immagine (prospettiva) creata dal nostro cervello (organo che non è la nostra mente). Chi è effetto da daltonismo vede una immagine (prospettiva) diversa delle stesse cose: è cambiata la prospettiva non le cose.

Il mondo come lo udiamo è un’altra prospettiva creata dal nostro cervello, organo talmente bravo da rendere le due prospettive non solo compatibili ma anche talmente coerenti tra loro che noi non siamo più in grado di distinguerle. Non siamo nemmeno in grado di capire, se non con sforzo mentale, che sono solo prospettive create dall’uomo e non la realtà. E ci lascia perplessi (talmente perplessi che tanti non accettano) che il colore non è una proprietà intrinseca di un oggetto, ma solo un rimbalzare di onde elettromagnetiche. Ciò che noi chiamiamo per esempio colore verde di una certa cosa non è proprietà di quella cosa e non di altre, ma solo una particolare lunghezza d’onda delle onde elettromagnetiche che quella cosa riflette come un muro fa rimbalzare una palla. Ce n’è abbastanza per confutare più della metà della metafisica umana dai tempi di Platone!

Prospettive, non realtà. E allora rimaniamo pure tra le prospettive: la realtà è al di fuori della nostra portata.

Certo che a questo punto vengono messe in forse le risposte alle domande fondamentali dell’uomo. Probabilmente è saggio accogliere le prospettive che permettono di vivere al meglio. E basta.

Quale prospettiva ?

Quale prospettiva è corretta?

La domanda è malposta. La prospettiva "universale" non esiste, oppure se esiste è irrimediabilmente al di fuori della portata dell’uomo. La stessa scienza ammonisce con Heisenberg che non è possibile giungere alla conoscenza delle informazioni complete di una singola particella sub atomica; figuriamoci per qualunque cosa un po' più complessa! L’osservatore influisce irrimediabilmente su ciò che osserva, che, se non osservato, è diverso da come appare a chi osserva (ed è diverso ai tanti osservatori). Ogni osservazione è una prospettiva della realtà, non la realtà stessa.

Dovremmo trarre un salutare insegnamento da una comune espressione che ancora oggi viene usata: “E’ la sua Waterloo!” in bocca a un francese indica una sconfitta definitiva, ma detta da un inglese si riferisce alla vittoria decisiva.

Ogni prospettiva mette in evidenza qualcosa di rilevante (per quel punto di vista). Se si vuole esprimere qualche altro aspetto è gioco forza modificare prospettiva. Non fa lo stesso anche la scienza quando parla del reale ma lo colloca entro paradigmi stabiliti e accettati? Cambiando paradigma cambia il senso del reale. Dire paradigma non vuol dire punto di vista, prospettiva? Ci sono esperimenti che mettono in evidenza la natura della luce come fascio di particelle (pensiamo ad una mitragliatrice che spara) e altri che invece mostrano la luce sotto un aspetto ondulatorio (come le onde del mare); nessun esperimento potrà mai mostrare la luce contemporaneamente come onda e particelle. Non riusciremo mai a decidere (oggi la scienza insegna non essere realistico nemmeno supporlo) quale effettivamente sia la natura della luce, se ondulatoria o corpuscolare.

Ciò che invece ancora mi sorprende è la praticamente illimitata capacità dell’uomo di dividere ancora di più ciò che è già diviso. I vari politeismi religiosi all’origine di numerose guerre hanno dato origine solo a scaramucce. La stessa guerra di Troia, pur nella sua importanza di scontro tra Greci (al tempo i Micenei) e Troiani (legati alla civiltà ittita) per il controllo di rotte commerciali, non poté realisticamente coinvolgere che qualche migliaia di uomini e non le miriadi cantate da Omero (parla di quasi 1200 navi e 130.000 greci contro 50.000 troiani e loro alleati). Sono le religioni monoteiste (ognuna con il suo assolutismo particolare) che hanno dato origine ai grandi conflitti (tra cristiani di un tipo contro cristiani dell’altro tipo, e tra cristiani e musulmani, tra ideologie diverse). L’ultimo conflitto mondiale, ideologico non religioso (ma non è lo stesso?), ha coinvolto milioni di persone.

Traduco. I monoteismi sono prospettive diverse, autoescludentesi, che si ritengono incompatibili tra loro, per cui l’uno deve tentare di distruggere l’altro, e viceversa. I politeismi sono prospettive diverse, non necessariamente autoescludentesi, quindi difficilmente presentano contrasti totalizzanti che mirano alla distruzione dell’altro. Le distruzioni nascono invece da interessi politici o commerciali diversi (per esempio i Greci contro i Persiani, Roma contro Cartagine).


(continua)


18 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 5

Altra puntata del mio caleidoscopio di prospettive... 


Antigone.

Edipo ha quattro figli. I due maschi, successori al trono, Eteocle e Polinice, gli impongono di lasciare la città (taglio netto col passato?); le femmine lo accompagnano, accentuando la cesura. La religione al maschile non vuole essere prosecuzione della precedente ma pretende essere qualcosa di nuovo. Le figlie raccolgono l’eredità del padre e Antigone sarà antagonista di Creonte e ultima paladina del mondo che sta scomparendo. Con lei possiamo restituire dignità collettiva ad una storia che il sentire moderno vuole relegata nei meandri dell’intimo privato.

La vicenda è lineare nella sua semplicità. Antigone alla morte di Edipo ritorna a Tebe, in guerra per la successione al trono dei due fratelli, che infine si danno reciprocamente la morte. Mentre il re in carica Eteocle è sepolto con tutti gli onori (è il re e non importa sia venuto meno alla parola data al fratello di regnare un anno a testa), Polinice dovrà essere abbandonato senza sepoltura quale sovvertitore dell’ordine stabilito (non importa che volesse far valere il suo diritto contro il fratello fedifrago) e traditore della patria. Antigone si oppone al divieto e re Creonte ordina di seppellirla viva per disobbedienza alla legge della città. Antigone nella tomba murata si uccide. Il di lei promesso sposo Èmone, figlio di Creonte, si uccide, e si uccide pure la madre Euridice, moglie di Creonte. La società al maschile vince e distrugge l’altra (Giocasta, la regina legittima, è morta e Antigone, figlia di Giocasta, muore), della quale non vuole essere erede. Nasce ex novo qualcosa di diverso. Di migliore?

La prospettiva laica integrale vede Creonte e Antigone come rappresentanti del diritto civile il primo e religioso la seconda. Giustamente – conclude – le regole dello stato civile (di tutti, anche dei non religiosi) devono avere il sopravvento sulle regole religiose (valide solo per i religiosi).

La prospettiva religiosa integrale interpreta la situazione esattamente al contrario: le regole religiose devono (dovrebbero) avere il sopravvento perché legge non umana ma divina.

Entrambe le prospettive interpretano le conseguenze finali (lo stato vince con risultati disastrosi) come conseguenza del contrasto: è stata stolta l’opposizione della religione (dicono gli uni) oppure dello stato (dicono gli altri).

Una prospettiva meno antagonista riconosce l’esistenza del dilemma e ne vuole attenuare la drammaticità: nel contrasto tra legge civile e legge morale a quale deve andare la prevalenza ed entro quali limiti?

Primato alla legge dello stato, a patto che questo sia libera associazione di uomini? In caso di stato autoritario il dilemma non si dovrebbe porre?

Oppure primato alla legge morale? Ricordate?… La volta stellata sopra di me e la legge morale in me?

Credo non possa esistere una risposta definitiva nel mondo del relativo. Ma possiamo cogliere spunti per le nostre riflessioni.

Possiamo leggere la morte di Antigone e di Èmone, figlio di Creonte, come la definitiva scomparsa della società al femminile della “Legge di Natura” contro la società al maschile della “Legge sociale”. Sono due società inconciliabili il cui antagonismo viene risolto dalla storia. O dalla forza?

Antigone è antagonista di Creonte. Il nome proviene da antì = “contro”, “in contrasto”, “in sostituzione di” e gonos = “nato”, “generato”, quindi: generato, nato in contrasto, contro qualcuno o qualcosa”. Antagonista deriva da antì = contro, in contrasto e agonistès = lottatore (da agòn=contesa).

Creonte a sua volta deriva da kréon = governante, sovrano, reggente. Chi portava questo nome aveva una posizione di prestigio, nobiltà e dominio (dunque: potere). E’ chiaramente il punto di vista al maschile.

Creonte, le leggi dello stato e della “nuova società”, vincerà contro Antigone, la legge degli dei e della “vecchia società” nella contesa sul seppellimento del fratello traditore dello stato che lo stato aveva condannato a restare insepolto.

Non si cada nell’errore, tipico della contemporaneità, di personalizzare il contrasto. Qui sono di fronte non zio e nipote ma due concezioni inconciliabili. Creonte: Chi per tracotanza fa violenza alle leggi vigenti… non avrà da me in nessun caso lode. (…) L’anarchia è il peggiore dei guai, quella che uccide gli Stati, quella che spianta le case. Così Creonte, rappresentante della legge, che però non si pote il problema della legge “giusta o ingiusta”, ma solo della legge “in vigore”. Antigone invece: A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degli Inferi, Dice, fissò mai leggi simili fra gli uomini… Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove.

Il contrasto ci suggerisce una (tra le tante) chiave di lettura. Sottolineo una, perché il mito per sua stessa natura è polisemantico; e lo è perché così è l’uomo.


(continua)

20 febbraio 2019

La Bellezza che non si riconosce 2

Leggo L’albero velenoso della fede di Barbara Kingsolver (edizioni Beat, 2013, Vicenza).

Racconta Orleanna, moglie di un missionario sbattuta a vivere assieme alle sue quattro figlie in uno sperduto villaggio nel Congo ex belga negli anni Sessanta del secolo scorso, dei rapporti con le donne del villaggio: Una madre e una figlia straniera che si credevano superiori di colpo ridotte a due nullità. (p. 83).

L’ostilità delle donne del villaggio era sorta dall’avere le due bianche incidentalmente mostrato le parti pubende nude. E quella fu una lezione per le due bianche giunte lì con tutta la loro superiorità di bianche civilizzate unite alla foga missionaria del marito e padre che nulla capiva del senso della vita africana. 

Contemporaneamente fu anche una lezione per (alcune) donne del villaggio, che guardavano quelle donne estranee con gli occhi di un giudice preconcetto.

Orleanna continua. Fino a quel momento avevo pensato di poter percorrere due strade: essere una di loro [cioè una delle abitanti del villaggio] ed anche la moglie di mio marito [il missionario]. Che superbia! Ero il suo strumento, il suo animale. Nient’altro. Noi mogli e madri siamo destinate a perire a causa della nostra stessa onestà. Ero soltanto un’altra di quelle donne che tengono la bocca chiusa e sventolano la bandiera, guardando il loro paese marciare alla conquista di un’altra nazione in guerra. (…) Guardo le mie figlie cresciute adesso, cercando i segni che mi dicano che hanno trovato una specie di pace. Come ci sono riuscite, mentre io resto perseguitata dal giudizio?

E’ stato detto: non giudicare se non vuoi essere giudicato. Ed è vero, se si intende il giudizio frettoloso basato spesso sul pre-giudizio .

Ma il giudizio di cui parla Orleanna non è il giudizio del marito missionario che “sente il dovere” di convertire (!?!) al cristianesimo i congolesi per un malinteso senso di Dio, e non è nemmeno il giudizio del congolese verso i bianchi colonizzatori, pure questo inficiato da pregiudizi ben fondati (si pensi allo sfruttamento feroce della popolazione del Congo proprietà personale di Leopoldo II del Belgio tra Ottocento e Novecento).

Il giudizio è quello della protagonista verso se stessa. E’ il giudizio dell’uomo che si giudica in base a ciò che ha fatto o non ha fatto.

C’era poco tempo per riflettere su ciò che era giusto e ciò che era sbagliato, quando capivo a stento dove mio trovavo. In quei primi mesi mi capitava spesso di destarmi di soprassalto, convinta di essere ancora a Pearl, nel Mississippi. (p. 83).
(…)
Nathan [il marito missionario] tuttavia non voleva ascoltare le mie preoccupazioni. Per lui la vita era semplice, come pagare in contanti e infilare la ricevuta in tasca: avevamo la protezione del Signore, diceva, perché eravamo venuti in Africa al Suo servizio.
Ma in chiesa cantavamo “Tata Nzolo”! Che significa “Padre celeste” oppure “Padre dell’esca dei pesci” a seconda di come si pronuncia, e questo riassumeva bene le mie ansie. Non riuscivo a decidere se considerare la religione un’assicurazione sulla vita o una condanna a morte. (p. 90).

La religione, semplicemente, è come la si vive. La protagonista è in una situazione particolare, sbattuta in un posto lontanissimo nello spazio e nella cultura, fondamentalmente ostile per il quale non ha la minima preparazione; non può che essere distante non solo dalla religione praticata dal marito, uomo inetto, accecato dalla sua visione religiosa, incapace di cogliere il mondo e di capire che è proprio lui l’origine delle difficoltà della sua famiglia, che lo sentirà sempre più estraneo.

09 settembre 2017

Luce e non luce

Poco meno di trent’anni fa mio padre intrattenne una corrispondenza epistolare con un suo fratello di Loggia. Si scrivevano tra una tornata e l'altra, osservando e commentando, quasi pensando a voce altra. Non erano certo cose pubblicabili e non ne parlarono con nessuno. Io stesso ho trovato quelle lettere tra le carte di mio padre solo qualche mese fa dopo la sua partenza dal piano fisico.
Contengono però spunti che possono essere utili anche ad altri per riflessioni proprie e così metto qualcosa qui.
Il Fratello, che chiamo convenzionalmente Claudio (senza ovviamente nessun riferimento a qualche fratello che effettivamente si chiamasse Claudio) scrive a mio padre.

Mi viene in mente la differenza profonda che oppone la visione etica (...) degli ermetisti alla visione mistica e dommatica propria ... di Roma cristiana. Il cristianesimo romano fondamentalmente è ostile ai piaceri dell’amore e del corpo, o della vita in genere. I santi che la chiesa di Roma ancora oggi onora sono spesso un esempio eclatante di follia religiosa. 

Ti cito dal testo di Kremmerz queste righe sulla vita di S. Ilario, vescovo di Poitiers, e compagno di S. Martin di Tours (4° sec. d. C.). Avrebbe portato da Roma a Poitiers la barba di S. Pietro.

« Una donna era per dare il bagno alla sua creatura e, attratta dalla folla che riceveva in trionfo s. Ilario, si dimentica il figlio che annega nel bagno. Allora l’infelice prende il cadaverino e lo porta ad Ilario il quale, pregando e piangendo, compie il miracolo di resuscitarlo. Poi risuscita due morti, di cui uno impiccatosi per disperazione... quindi si occupa degli interessi spirituali della famiglia: era ammogliato e aveva una figlia, la quale dal suo ritorno gli diceva cento volte al giorno: quando mi donerai la Margherita e il ricco vestimento, cioè la gioia del Paradiso e la Vita eterna? E s. Ilario pregò, digiunò, fece ogni sorta di penitenza e la figliola fu presa da febbre terzana e si morì. Né bastò, S. Ilario annunziò alla moglie tale buona notizia, e la moglie allora lo supplicò affinché facesse altrettanto per essa. E da buon marito, Ilario l’accontentò, pregando e digiunando la fece morire...».
Dal libro del Dott. Barsand “Promenade d’un medecin attravers l’histoire”.

Che dire di un detto santo che resuscita i morti e fa morire i vivi? E’ piuttosto un esempio di "delinquenza" religiosa o di follia religioso-mistica?! E questi ideali si è cercato di conculcare nel cranio dei popoli semplici per renderli schiavi! Non è meglio considerare la morte, vero passaggio naturale, una forma di vita? Non è meglio amare la vita, accettare i piaceri, con la temperanza del filosofo ermetico?! Questa è sì vera e sana morale.

*  *  *

Mio padre risponde a stretto giro di posta.

Non interpretare episodi riportati in scritture religiose secondo la loro apparenza esteriore. Lascia questo tipo di interpretazione ai semplici di spirito. Noi siamo dei segnati, dei condannati alla ricerca. Non possiamo accontentarci di ciò che appare in superficie. Dobbiamo andare oltre le apparenze, e l’Arte ci è stata data per trovare una risposta, temporale, alla nostra ricerca esoterica.

Ricercare nell’episodio di Ilario non è facile. Comincia anzitutto col ritenere che figlia e moglie del vescovo di Poitiers non siano persone fisiche, ma componenti della personalità umana di Ilario stesso.

Considera anche che un uomo può pregare, digiunare ed operare perché un fratello od una sorella possa raggiungere la Luce. O per lo meno ammettiamo la possibilità che un uomo possa dare ad un altro la qualificazione di Illuminato con la preghiera, ammettiamolo come se fosse una cosa reale già constatata e controllata, come ipotesi di una dimostrazione che dobbiamo sviluppare, (come si fa con i problemi di geometria).

Ma ammesso questo sorgono due domande.

Anzitutto: che merito ha l’Illuminato se ha raggiunto la Luce non per merito proprio ma per la preghiera di un altro uomo?

E poi: quale diritto ha colui che prega di trasformare anche a fine di bene l’esistenza di un’altra persona?

Nelle mie attuali limitazioni debbo ritenere che la conquista della Luce, la conquista della qualificazione buddhica sia un fatto personale, personalissimo. Si può pregare per aiutare altre persone a raggiungere qualcosa, purché queste stesse persone lo vogliano e lavorino esse stesse per raggiungere quell’obiettivo.

Ritengo che la chiave della comprensione della vicenda di Ilario stia nella ricerca in questo senso. Ma le chiese, quasi tutte in genere, danno interpretazioni per i “poveri di spirito” (...) [spesso] per strumentalizzare a fini di potere la loro fede ingenua. E fra le chiese quella cattolica è la più strumentalizzatrice...

E’ triste vedere una religione, che tanto ha fatto per aiutare l’uomo a salire un gradino nella scala dell’evoluzione, essere tanto strumentalizzata!

Tutte le cose create dall’uomo vengono per dare, e quando hanno dato se ne debbono andare lasciando il meglio di sé, la loro essenza, al nuovo che sopravviene. E’ stato così con tutte le religioni del passato. Ogni religione successiva si è innestata sul meglio della precedente ed ha dato agli uomini (per i quali essa è stata fatta da uomini superiori) un qualche cosa di più per aiutarli ad evolvere. 

Quando il ricambio non è venuto in tempo o il vecchio è continuato a vivere artificiosamente, l’umanità ha attraversato periodi di crisi. 

[Non va strumentalizzato] l’innato bisogno di credere che è in ogni uomo e continuano a farlo ciecamente, rinnegando ogni idea di Dio, rinnegando la continuità della vita e dell’evoluzione spirituale dell’uomo.
Ma non ti voglio annoiare troppo con queste mie idee strampalate.



31 ottobre 2016

Grande Architetto e... dintorni 7


Considerazioni finali

Il rituale prescrive il divieto di parlare di politica e di religione. 

Certamente legittima la prescrizione di non trattare argomenti che possono dividere e sicuramente è rigoroso indicare quali non sono (non debbono essere) gli obiettivi del lavoro muratorio.

Ma è tuttavia opportuna l’occasione di specificarne il senso. Nei miei ricordi di vita muratoria c’è l’intervento di un fratello: in una camera rituale a lavori aperti osservò che, trovandoci nel Rito e non nell’Ordine, cadeva il divieto di parlare di politica e di religione. 

Esempio tipico che credo dimostri come sia difficile liberarsi dalla mentalità profana: pur sapendo (almeno spero) come procedere, spesso il massone non è conseguente alle premesse nel lavoro muratorio. Eppure ne avrebbe la capacità (di questo i maestri tegolatori hanno garantito).

Se il massone ha una vita familiare felice, è dipeso anche da lui. Se ha una vita professionale e sociale della quale è soddisfatto, è dipeso anche da lui. Se ha amici fidati è dipeso anche da lui, dai suoi comportamenti che hanno provocato negli altri comportamenti analoghi.

Nella sua vita muratoria deve essere lo stesso. Non voglio teorizzare lo star bene in loggia, ma osservare che se nella vita profana si è sforzato di avere determinati comportamenti e non altri, altrettanto deve fare nel lavoro muratorio. Il massone deluso che avverte che la massoneria non gli ha dato le risposte che cercava, dimentica che per avere risposte bisogna prima domandare e che per domandare bisogna cercare. E cercare è un atto di volontà. E la volontà costa fatica.

Costa fatica perché è difficile e faticoso cambiare; lo è quando sei ancora una persona in formazione, a maggior ragione lo è nell’età cosiddetta matura.

D’altronde se bussa alla porta del tempio sarà certamente insoddisfatto di qualcosa.

Spesso però il massone è pigro. E lo è tanto più quanto più eterodosse sono state le spinte ad intraprendere la via muratoria.

Tu sottolinei opportunamente che il lavoro muratorio, che è lavoro iniziatico, utilizza come metodologia appropriata il metodo simbolico.

Il lavoro iniziatico è del tutto particolare: va fatto entro se stesso. Ma il massone (parlo del massone tipico, il massone “medio”) non conosce in genere il senso del lavoro simbolico né sa come “lavorare” con i simboli. Probabilmente troppo spesso viene pure lasciato solo a se stesso, per cui nemmeno riesce ad instradarsi. Altrettanto probabilmente trova solo dei “fratelli maggiori” che non conoscono affatto le modalità del lavoro.

Direi che preventivamente il neo fratello (come tutti i fratelli) ha l’obbligo – liberamente e spontaneamente assunto – di rettificarsi: è il lavoro preliminare su se stesso.

Il lavoro iniziatico è del tutto particolare: va fatto entro se stesso. Quindi (o contemporaneamente) per la particolare specificità del lavoro muratorio (che del lavoro iniziatico è uno specifico aspetto) il lavoro introspettivo va collegato al lavoro del cantiere – gruppo, ogni membro del quale deve nel frattempo eseguire lo stesso tipo di attività. Ecco quindi il continuo interscambio tra i fratelli durante i lavori di loggia.

Ecco quindi come un fratello che non riesce a “sgrossarsi” può coinvolgere il lavoro degli altri fratelli.

Fissate le premesse affronto il problema, consapevole che l’attività di un massone non può essere sezionata e stabilita categoricamente: da qui a lì il lavoro di sgrossamento, poi fino a quell’altro punto il lavoro di apprendista, e così via. Sono aspetti che mi pare poter affermare sono interdipendente e che se si potessero suddividere uno dall’altro potremmo anche dire che in genere “coesistono” tra loro.
Dunque: morire alla vita profana e rinascere ad altro. Sì, e questo significa cambiare. E cambiare significa cambiare (scusa il bisticcio di parole), ma non cambiare abito, abitudini, magari persone da incontrare. Cambiare, e basta. E chi non cambia, non cambia.

*

La preliminare attività del massone è di abbandonare i metalli (non tanto lasciare le proprie idee quanto entrare in un altro ordine di idee).

Approvo quelle modalità di lavoro che impongono opportunamente “regole diverse” (silenzio degli apprendisti) e disapprovo le eccezioni (il buonismo del maestro che fa parlare l’apprendista). Il silenzio imposto all’apprendista (che magari nella vita profana è uomo maturo ed affermato, ed abituato a porre il suo parere sempre e dovunque) è una specie di vaccino muratorio (il gruppo – cantiere non ha bisogno di leader, ne ha già uno istituzionale, il Maestro Venerabile).

*

Contemporaneamente al lavoro muratorio. A fianco dell’attività “rettificatoria” va considerata anche quella costruttiva. E qui il discorso diventa delicato.

Un esempio. Se il massone intende la contrapposizione bianco – nero (o le due colonne o sole – luna, eccetera) come la lotta tra bene e male (magari con la vittoria finale del bene sul male) distorce il lavoro muratorio sul superamento dei contrari.

Si dice: il lavoro simbolico serve appunto a superare questa problematica. Sì, a patto di essere consapevoli della problematica. A mio parere sapere che il problema esiste significa anche sapere che ci sono modalità non pertinenti al lavoro muratorio, che sono proprio quelle che hanno permesso in molti massoni di considerare la massoneria quella chiesa laica che per molti è diventata.

Il lavoro rituale si attua appunto unendo i presenti e per così dire incanalare le loro energie in un flusso unico (come i singoli fili di un grosso cavo). E’ un simbolo? Tutto nel lavoro di loggia è simbolo e quindi anche lo stesso lavoro. Alla fin fine ciò che importa è il lavoro dell’uomo su se stesso: come in loggia si lavora tutti assieme per raggiungere l’armonia di tutti, così entro se stesso il massone deve lavorare per raggiungere la “sua” armonia interiore.

In massoneria non viene presupposta l’esistenza o l’aiuto di un Dio supremo, e il GADU è infatti solo un simbolo (non il simbolo di Dio!). Centrale è l’uomo, anzi, l’uomo che costruisce. Non c’è il cibo in comune, ma il lavoro in comune.

Come disse un fratello: la massoneria non sa più dare risposte perché non sa più porsi domande.

Il GADU “spontaneo emerge dall’esperienza costruttiva quotidiana; dove il lavoro rivela l’esigenza del Fine, la sua essenza sul piano visibile come progresso e missione, la necessità del transito evolutivo oltre le barriere fisiche e quindi anche il principio della sopravvivenza”. Mi piace il concetto del Fine del lavoro, anzi, meglio, che il lavoro rivela l’esigenza di un Fine, che può non essere solo il fine dell’opera che si sta costruendo. Ciò non significa l’esistenza dell’ente, del principio, ma solo la constatazione del Fine del lavoro (senza sapere né se tale Fine esiste, né cosa sia).

Se un osservatore è posto sul tetto di un alto edificio e vede una palla che rotola nel giardino percorrendo una traiettoria irregolare può supporre che le irregolarità (deviazioni, rallentamenti, accelerazioni) dipendono da forze applicate in vari punti. Un osservatore posto nel giardino invece si rende conto che le irregolarità dipendono semplicemente dalla natura del terreno non perfettamente orizzontale e liscio senza il bisogno quindi di ipotizzare forze applicate qua o là per giustificare le deviazioni.

Il massone deve quindi rendersi conto che non può attribuire al GADU un senso religioso proprio della religione. Il simbolo verrebbe completamente frainteso.

Moramarco osserva nella sua Nuova Enciclopedia Massonica come la libertà all’approccio alla trascendenza sia stata “fraintesa, o comunque assolutizzata al punto di divenire quasi la matrice di quella teologia massonica che si è prima detta improponibile: da Lessing (col suo noto passo: «…Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra il solo tendere verso la verità ecc. ecc…») al massone svizzero A. Chédel che intende l’Assoluto come ricerca, al “Dio liberale” di Quirico Filopanti, al massone comune che crede nell’”antidogmatismo massonico” (di regola in opposizione al dogmatismo delle chiese) sul tema del Grande Architetto “laddove – sia detto una volta per tutte – un Libero Muratore, è libero di accettare e coltivare tutti i dogmi che vuole (e la storia della Massoneria annovera personaggi che oggi sarebbero definiti «fondamentalisti») fatto salvo il principio che non dovrà pretendere di far coincidere quelli altrui con i propri)” (Moramarco, p. 483).
Il massone non può avere in loggia lo stesso atteggiamento del religioso verso l’oggetto di culto.

L’accettazione GADU = simbolo deve essere sviluppata coerentemente con l’attività del massone, altrimenti si cade nelle ristrettezze del GADU come nome massonico della divinità.

Quindi dobbiamo evitare sermoni sul tipo “trionfo finale del bene” che esulano dall’obiettivo del lavoro e mettono a rischio la funzionalità del GADU come simbolo.

*

La metodologia religiosa non dovrebbe presentarsi nel lavoro di loggia. Se qualche fratello ancora ne risente è il lavoro di gruppo nel suo complesso che dovrebbe riuscire a far superare il contrasto, anzi: quel contrasto. Se ne presenteranno altri. Ma punto fondamentale del lavoro è non tanto superare tutti i contrasti, quanto giungere ad una metodologia per superarli quando si presenteranno.

La massoneria lascia ampia libertà al massone nel proprio lavoro, ma lascia anche (è il rovescio della medaglia) ampia libertà di non lavorare con la metodologia opportuna.

Faccio fatica a spiegare quale possa essere la metodologia adatta. Ma alcune indicazioni possono essere date: il massone deve cambiare mentalità, cioè tutto ciò che si porta dietro quando bussa alla porta del tempio (il suo bagaglio, insomma) va rivisto alla luce del nuovo stato. Il massone viene spinto a salire e risalire sulla scala curva, se vuole riscuotere il suo salario.

Il rito di iniziazione gli ha proposto alcuni strumenti che non conosceva. Anzi – meglio – gli ha proposto nuovi usi di strumenti che probabilmente conosceva. Con questi strumenti lavorerà per rettificarsi, per sgrossare la propria pietra (il termine purificazione, se pur abbastanza corretto, non lo sento mio e possibilmente non l’uso).

*

Qui sta il difficile, perché non è immediato “lavorare con i simboli” e non tutti sappiamo come fare. E non è nemmeno detto che le modalità per uno siano valide anche per l’altro.

Ecco quindi che per insipienza il fratello non si rende conto che certe modalità sono fuor di luogo.

Il fratello che proclama la massoneria come culla della democrazia ha della nostra Istituzione una visione parziale (la sua) e non se ne rende conto.

(Fine - per ora)

30 ottobre 2016

Grande Architetto e... dintorni 6

Mandai le mie considerazioni precedenti ad alcuni Fratelli di Logggia. Il Maestro Venerabile mi rispose.

Rispondo alla tua mail su massoneria e religione, che condivido pienamente nelle sue argomentazioni.

Chiedi: è opportuno parlarne in Loggia? Sai dipende; qualcuno potrebbe obiettare nel nome di un rigoroso rifiuto della religione, ma a noi che importa? Voglio dire, con gli argomenti che vengono affrontati abitualmente (spero non nella nostra Loggia), questo non dovrebbe certo scandalizzare. Se può servire per confrontarsi su quale rapporto vi deve essere tra massoneria e religione ben venga che se ne parli.

Nella mia visione delle cose, però, non ha senso parlarne. Mi spiego meglio.

A mio avviso il problema viene risolto dal rituale stesso nel divieto di parlare di politica e di religione.

Non credo che il divieto sia in essere solo per non creare divisioni, cosa peraltro vera dato che certamente gli argomenti in questione dividono, ma che sia molto più semplicemente per il fatto che non sono, per così dire, argomenti oggetto di studio.

Se il fratello, provenendo dal mondo profano, ha un lavoro preliminare da svolgere, è proprio quello di liberarsi dalle convinzioni profane, siano esse politiche o religiose, filosofiche o mistiche, fisiche o metafisiche; ciò non nel senso di abbandonarle o dimenticarle o non so cos’altro, cosa che apparirebbe impossibile, ma di avvicinarci alla conoscenza iniziatica purificato dalla profanità.

In fondo noi moriamo alla profanità per rinascere alla via iniziatica.
Il fatto che ciò sia solamente simbolico non vuol dire che sia meno vero.

Stessa considerazione va fatta per quanto riguarda il Libro Sacro, che non è la Bibbia nel vero senso, ma un simbolo, come lo è il testamento col quale lasciamo il mondo profano, i metalli che abbandoniamo, il Grande Architetto.

Detto ciò è chiaro che per me non vi è rapporto tra massoneria (dovrei però dire via iniziatica) e religione, se non per questioni non inerenti il nostro lavoro ma i rapporti profani tra Istituzioni temporali.

Tali affermazioni sono difficili da fare anche nella nostra Istituzione per la difficoltà di essere comprese, immersi come siamo nel divenire del mondo, ma se vi è qualcosa di rivelato, questo può sorgere solo nella coscienza del singolo all’interno del proprio lavoro iniziatico, misterico.

Altrimenti siamo né più, né meno, una Chiesa, laica quanto vuoi ma chiesa (e in realtà lo siamo).

Se devo dirti come la penso fino in fondo, anche il lavoro di gruppo, in comune, ha a mio avviso un significato prettamente simbolico, costruire il Tempio non è il Tempio per una Chiesa, è simbolo. La laicità è argomento figlio della storia, illuministico, tutto quello che vuoi, ma profano.

Credo sia importante, per un proficuo lavoro comune, confrontarci su cosa sia per noi il lavoro iniziatico; se per fare ciò dobbiamo parlare di religione, magari per arrivare alle conclusioni cui arrivi tu, ben venga.

Anche un Fratello mi rispose.

Non posso che condividere la tua impostazione e il fatto che atteggiamenti religiosi siano fuori luogo in un contesto massonico.

Io credo che una “Vera Iniziazione” deve essere una sincera ricerca della verità intesa come consapevole presenza a se stessi, oggettivo tentativo di cogliere ciò che è e distinguerlo da fantasie, teologie e anche simbologie.

Anche il simbolo non deve essere teologizzato, io credo.
Ma restare nudo strumento di riflessione analogica e richiamo per materiali inconsci ovvero attrezzo di conquista di ciò che non è cosciente.

Ma complessissimo è il discorso.

Di base in massoneria dovrebbe esserci un onesto sforzo intellettuale di cercare una laicità basata sul contatto con la realtà e l’amore.

L’amore inteso nella sua forma di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi comprende di non propinare agli altri minestre religiose (spesso mal riscaldate) per spaventarne lo spirito e farne seguaci ubbidienti e remissivi.

In questo senso anche le pompe dei potentati massonici e il culto della personalità rivolto ai personaggi eccellenti delle gerarchie massoniche, che vengono spesso osannati e celebrati io credo metodologicamente a sproposito, mi urta.

Sono metalli e non dei migliori tutte queste riverenze satrapesche.

La verità è che contemporaneamente a queste manifestazioni l’insegnamento massonico permette di rendersi conto di questi meccanismi, per cui nell’ordine gli svegli godono dello spettacolo dei dormienti per loro edificazione.

Il problema è che nessuno ode il proprio russare ma solo quello degli altri.

E’ divertente il fatto che mia moglie, che russa, mi accusi di russare, e non voglia ammettere che anche lei russa. Io d’altro canto ero convinto di non russare.

Una notte mi è capitato in uno strano dormiveglia di percepire il mio russare. E ho smesso di sostenere che non russo! Ma insisto a dirle che lei russa quanto me!

Ecco che l’iniziato forse è colui che in attesa di essere sveglio davvero, almeno si rende conto che spesso, molto spesso ronfa e sonnecchia, e cerca di tenerne conto.

Si ronfa a mio parere quando si vive e si lavora con idee di seconda mano non investigate personalmente.

Certo che anche una semplice filosofia della Massoneria dovrebbe evitare ai fratelli di fare i bigotti col Grande Architetto o scambiare Raffi per il papa o per la regina di Inghilterra.

Leggiamola in loggia la tua tavola al più presto! Un abbraccio!

(continua)

29 ottobre 2016

Grande Architetto e... dintorni 5

Comportamenti parareligiosi

La concezione che ha il singolo massone di Dio può (e sottolineo può) influire sul proprio lavoro in Loggia e quindi può (e sottolineo ancora una volta può) influenzare i singoli fratelli se non altro attribuendo significati religiosi al lavoro muratorio. Desidero quindi confrontarmi su quei comportamenti in Loggia che potrei chiamare parareligiosi.

N. B. - Sottolineo l’accezione di possibilità. I cosiddetti “comportamenti parareligiosi” possono non essere diffusi, ma essere presenti. Soprattutto mi preme porre il problema per il lavoro di Loggia perché mi sembra opportuno che tutti ne siano consapevoli: il nostro è il tipico “lavoro di gruppo” e ognuno dei fratelli influisce inevitabilmente sugli altri. Il lavoro comune poi dovrà amalgamare il tutto.

Ho già accennato alla considerazione che alcuni massoni possono avere del VLS (il massone di religione islamica si adonterebbe se un suo fratello massone (si badi bene: un suo fratello massone) toccasse il Corano posto quale VLS sull’ara. Mi sembra un tipico atteggiamento religioso devozionale.

Il Grande Architetto

Che molti massoni intendano il GADU come il nome di una divinità muratoria o – piuttosto – come il nome muratorio della divinità è posizione piuttosto diffusa. Un esempio per tutti, da una tavola della loggia 1051 del GOI (vedi il sito internet della Loggia): Considerato il G.A.D.U. Come essere Perfetto non si capirebbe come Egli possa aver creato qualche cosa di imperfetto, a meno che l’imperfetto non derivi dal nulla, ma niente può esistere che non abbia un principio e tale Principio non può che essere la Perfezione in quanto contiene tutte le cose in potenza.

Questo non è il GADU, ma il Dio cattolico! E comunque mi pare un concetto non proprio massonico.

Alcuni anni fa durante una tornata un fratello presentò una tavola nella quale affermò testualmente: La Massoneria, com’è a tutti noto, professa il culto del «Grande Architetto dell’Universo». (…) UNO DEI PRINCIPI costituenti le “pietre” fondamentali dell’edificio massonico, è il seguente: ogni Libero Muratore deve credere nell’esistenza di Dio come Grande Architetto dell’Universo. Il credo è accettato da tutta la Massoneria. (…) La Massoneria deve affermare senz’altro l’infinito e supremo creatore, ma il Massone non deve interpretarlo…

Anche qui mi pare ci sia una convergenza sostanziale tra il GADU e il Dio delle religioni: nella parte successiva della tavola questa affermazione viene forse attenuata ma non ne viene rettificata la natura.

Concludo con un’ultima citazione.

Il GADU è solo un simbolo che sta a rappresentare l’Essere Supremo che, piaccia o non piaccia, è Dio, sebbene riconosciuto dal singolo massone nel Dio della religione ch’egli stesso professa (Delfo Del Bino, La Massoneria e il GADU – Un Dio massonico che non esiste, in Massoneria Oggi, set-ott 1997, p. 22)

E se il massone non professa nessuna religione?

 
La chiesa laica e illuministica

Il tempio massonico è come una chiesa, una chiesa laica non dogmatica, una chiesa illuministica dove la fede scaturisce dalla ragione e la ragione dalla conoscenza (citazione tratta da Perché sono diventato e sono rimasto un Massone? Di P. F. Bayeli in Hiram n. 1/2007).

Può sembrare una affermazione neutra e incolore. Ma non esistono parole neutre perché ogni parola comunica non solo quanto esprime, ma anche tutto un accumulo di impressioni e percezioni esplicite e soprattutto implicite. Le parole non sono neutre e non possono esserlo; se chi ascolta non ha la necessaria capacità di intendere, il messaggio viene sicuramente frainteso. La comunicazione “tempio massonico come chiesa laica e illuministica” (ammesso e non concesso che sia chiara e attendibile) ha altissima probabilità di essere fraintesa e sintetizzata nel più sintetico (ma fuorviante) “tempio massonico = chiesa”, intendendola oltre tutto in senso letterale, come se ci fosse o identità o coincidenza (totale o parziale) o almeno corrispondenza tra loggia e chiesa (nella mentalità italiana ovviamente il termine chiesa rimanda immediatamente al cattolicesimo). Dunque per costoro l’atteggiamento del massone in loggia può, è (deve essere) almeno analogo all’atteggiamento del cattolico in chiesa.

A me invece pare limitativo interpretare l’atteggiamento del massone alla luce dell’atteggiamento dell’uomo praticante la propria religione. Non soltanto sono piani diversi, ma essenzialmente diversi devono essere atteggiamento, mentalità, comportamento.

Chi vuole percorrere la via muratoria non può utilizzare strumenti propri di altre vie. Non ha bisogno di fede, neppure di quella che scaturisce dalla ragione (ammesso che questa non sia invece una contraddizione in termini). E non ha bisogno nemmeno di illuminismo: la massoneria non è nemmeno una filosofia.

Il bianco e il nero – I due solstizi

Vi sono fratelli che interpretano il pavimento a scacchi come l’eterna opposizione di bene e male (e questa potrebbe essere una interpretazione accettabile anche se limitativa) ma aggiungono che il bene avrà la vittoria finale (e qui l’atteggiamento religioso appare evidente, come se nella escatologia muratoria vi fosse qualcosa di simile alla Gerusalemme celeste che scende dal cielo alla fine del tempo, come “preannuncia” l’Apocalisse, appunto dopo la vittoria definitiva del bene sul male.

Analogamente spiegano il periodico gioco solstiziale di luce e buio. 

L’allora Gran Maestro del Goi (mai smentito in seguito da nessuno), scrisse nel 1990: La festa del Solstizio d’estate, espressa simbolicamente con S. Giovanni Battista, è il trionfo della Luce sulle Tenebre. Luce e Tenebre rappresentano due forze opposte che esistono oggettivamente al di fuori del massone, nei confronti delle quali egli assume un comportamento massonicamente ispirato. Ma, nel fare ciò, egli proietta il conflitto fra Luce e Tenebre nella propria coscienza. Nasce così in lui la dimensione etica massonica: il dualismo Luce/Tenebre cede il posto al conflitto Bene/Male e l’impegno etico lo porta a realizzare il Bene e a sconfiggere il Male, ad “edificare Templi alla Virtù e a scavare oscure e profonde prigioni al vizio” (Di Bernardo, Allocuzione sul solstizio d’estate, 1990).

A parte le considerazioni sul personaggio, ho riportato il passo a causa dell’atteggiamento, che vedo diffuso in molti massoni, di ridurre l’opposizione dei contrasti da modalità del mondo al mero piano etico tradotto in modalità religiose (il trionfo finale del bene sul male, in una escatologia storica che tutto è tranne che muratoria), quando gli insegnamenti tradizionali sulla contrapposizione insegnano a superare il contrasto piuttosto che conseguire la prevalenza di uno dei due. Di Bernardo si prolungò sulla successione dei solstizi e quindi sulle vittorie parziali del Bene sul Male (le maiuscole sono sue): Per ogni Solstizio che passa, il massone procede lungo la via iniziatica e diventa sempre più buono, giusto e saggio, mentre la “Verità Assoluta” e il “Bene finale” restano per lui solo una meta ideale verso cui tendere (insomma una specie di paradiso finale).

L’allocuzione terminò con una singolare invocazione (Che il Grande Architetto dell’Universo ci assista), bizzarra espressione in bocca di chi intendeva il GADU in senso regolativo (si veda la sua Filosofia della Massoneria): sa tanto di implorazione religiosa in barba a tutte le sue filosofie.

Lascio da parte questo autore massonicamente irrilevante (ma fu il nostro Gran Maestro!), l’invocazione Che il GADU mi/ti/ci assista ricorre frequentemente negli interventi di massoni in loggia, quasi trasposizione illuminante di religione piuttosto che di religiosità. E comunque poco consono al lavoro muratorio.

(continua)

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.