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01 ottobre 2026

Antichi Doveri: Primo 6

    Due Liberi Muratori parlano degli Antichi Doveri

De Officiis Antiquis 

Primo Dovere

Parte sesta

L'ateo e il libertino

Vecchio Copritore. L’ateo può avere il senso del sacro? può partecipare al sacro? E’ la domanda discriminante.

Ulisse. Non credo che essere ateo, specie se si considera il termine nel senso più “ampio”, impedisca la capacità di percepire il sacro.

Vecchio Copritore. Un oggetto sacro è qualcosa cui per un certo motivo qualcuno attribuisce altre qualità, diverse. Per esempio, l’ostia dell’eucarestia è una cialda di farina che per qualcuno è carne e sangue del dio, per altri simboleggia il corpo e il sangue del dio pur non essendolo, per altri è il cibo simbolico del pasto sacro, per altri ancora è una semplice cialda. Così qualunque altro oggetto o simbolo è sacro per qualche uomo e non per altri (il “sacro per tutti” è totalizzante).

Ulisse. Ciò che per me è un albero per altri può essere il simbolo dell'illuminazione (di Buddha sotto il sicomoro, per esempio) o il simbolo dell’asse del mondo. L'albero di Natale per qualcuno è un oggetto di arredamento, per altri un segno di festa, per altri ancora il simbolo della luce nascente dal buio più profondo.

Vecchio Copritore. Ecco perché non mi piacciono quelle manifestazioni di isterico integralismo che vedono bruciare la bandiera di un altra nazione.

Ulisse. La bandiera è simbolo ben più profondo di un governo temporaneamente in carica. Bruciandola si feriscono i sentimenti di tutti, anche di chi non si riconosce nella politica di quel governo.

Vecchio Copritore. Vi sono atei dichiarati che provano un vero e proprio senso sacrale verso l'uomo e l'umanità. Vi sono atei e agnostici che finalizzano il lavoro dell'uomo non a un improbabile (per loro) premio divino ma ad una ineliminabile (per loro) esigenza di giustizia verso l'Umanità, una sorta di compassione buddhista che deve (e sottolineo deve) far parte dell'essere uomo. E a questo sentire sono disposti a indirizzare (a volte “sacrificare”) la propria vita.

Ulisse. Essere in grado di sentire il senso del sacro può essere condizione di ammissibilità per la Massoneria o è necessario credere in un principio trascendente?

Vecchio Copritore. Innanzi tutto un bonario consiglio. Attenti alle definizioni: le vie per l'Essere Supremo o la Trascendenza o comunque si voglia dire sono praticamente illimitate. Definirle vuol dire limitarle.

Ulisse. L’argomento è spinoso. Per esempio chi ritiene che immanenza e trascendenza siano aspetti diversi di una stessa realtà, per cui non crede all'immanenza come non crede alla trascendenza può essere massone? Se in ultima analisi si considera l'Umanità come GADU e GADU come Umanità, rimaniamo nell'ambito muratorio o ne siamo fuori?

La domanda è sempre la stessa: un ateo può essere ammesso in Massoneria?

Vecchio Copritore. La risposta - credo - va data non per categorie (gli atei, i credenti, i religiosi o altro) ma sulle singole persone.

Ulisse. Quindi la credenza in un Essere supremo non deve essere (in effetti non lo è) la sola chiave per l'ingresso ma va inquadrata nell’insieme delle qualifiche e aspirazioni del bussante. Così l’ateismo non può essere necessariamente la causa del rifiuto ma va inquadrato nell'insieme delle qualifiche del candidato.

Vecchio Copritore. In ultima analisi l’ateo, che si sia dato una risposta oppure la stia ancora cercando, si è posto la domanda.

Ulisse. Già, la domanda… Parsifal per non aver posto la domanda a Re Anfortas viene allontanato dal castello del Graal. Solo dopo difficili battaglie e lunghi pellegrinaggi conquista la possibilità e la capacità di porre la domanda giusta al Re infermo e raggiungere la meta.

Vecchio Copritore. Forse la discriminante per l’ammissione in Loggia è non tanto il tipo di risposta, ma la domanda stessa. L’uomo che non si pone la domanda, il “nullista”, il “menefreghista” può essere ammesso tra noi?

Ulisse. Se bussasse alla porta del tempio il buon Zarathustra di Nietzsche, che proclama nel suo cuore «Dio è morto!» e vuole quindi costruire nuovi valori per l’uomo che vuole essere uomo, verrebbe respinto come ateo oppure accolto come operaio del cantiere?

Vecchio Copritore. Una volta ascoltai un libero muratore sostenere che qualsiasi idea di Dio ha falsificato la concezione della vita: la scienza e la filosofia hanno sempre fatto da serve alla religione. Che si creda a Dio, a Cristo, a Wakan Tanka, o all’Architetto dell’Universo, si conviene che la vita è soltanto illusione... Un massone – sosteneva – deve necessariamente essere ateo, con buona pace di Anderson.

Ulisse. Certi Massoni vedono il Grande Architetto come Dio, altri come il principio creatore, altri ancora l’hanno cancellato. Per altri massoni non può invece essere fissato in una nozione definitiva che ne limita e restringe il senso.

Vecchio Copritore. Il Grande Architetto dell'Universo è un simbolo, come tutto ciò che si trova in Loggia. Il simbolo parla all’uomo che non vuole essere solo uomo materiale e il simbolo del Grande Architetto dell'Universo parla a ciascun Fratello secondo la sua sensibilità.

Ulisse. Il Grande Architetto dell'Universo non è un dogma, non è il vegliardo barbuto: è il linguaggio che parla al cuore. Chi parla? L’infinito della coscienza dell’uomo.

(continua)



08 settembre 2026

Tornate nei gradi

La mia Loggia diverse volte ha tenuto tornate in cui si è lavorato in primo grado e successivamente si è continuato in secondo e terzo grado 

Cicogna

Una volta lavorammo in Primo Grado sul “Volo della cicogna” (della, non delle). La tavola introduttiva riuscì con qualche opportuno spunto a creare l’atmosfera giusta.

La cicogna è un uccello che fa parte del nostro inconscio collettivo: nella voce popolare porta i neonati ai genitori, alla madre, alle famiglie.

E’ un trampoliere, vive in ambienti umidi. E’ un migratore e vola in branchi numerosi e segue suoi percorsi che avverte quasi attraverso un ulteriore senso misterioso.

La cicogna è di colore bianco e nero, ed è muto. Cosa cerca nel suo migrare? Dove vola? Perché?

La risposta è venuta nella prosecuzione della tornata in Terzo Grado.

Si parlava del lavoro in Terzo grado, ma quasi naturalmente l’accento è stato messo sull’obiettivo del viaggio della cicogna, collegandosi pure alla tavola tenuta poco prima in Secondo Grado sul postulato della rotazione del piano (che Arturo Reghini ha posto alla base della sua ricostruzione della geometria pitagorica): il centro dell’uomo e il centro del massone.

Lucciola

Il volo della cicogna ha suggerito la traccia per un'altra tornata di Loggia: il volo della lucciola. Fu uno spunto che ricavai dall’intervento elettorale dell’allora candidato a Gran Maestro Ennio Battelli ricordando una spiegazione del nonno massone. Il massone - disse il nonno massone al bimbo Battelli - è come una lucciola: con il suo lumicino interiore vola nel buio alla ricerca di altre lucciole per avere una luce un po’ meno fioca. Volano assieme, ma ognuna vola per conto suo. La lucciola rimane a livello individuale, la ricerca non è ancora organizzata. E su questo il Maestro Venerabile ha chiamato la Loggia a lavorare.

Passammo poi al Secondo Grado. Tavola: La Cattedrale Gotica. Ecco la continuazione del lavoro. La lucciola non vola solitaria anche se con altre lucciole, ma organizza il suo darsi da fare nel lavoro collettivo del cantiere.

La tavola non poteva non toccare la matematica, concepita ben diversamente da quella che si insegna nelle scuole.

Particolare interessante. Aperti i lavori in Secondo Grado, il Maestro Venerabile li ha subito dopo sospesi per dar modo agli Apprendisti di rientrare come visitatori e assistere allo svolgimento della tavola.

Qualcuno ha brontolato. Ma forse è stata una esperienza positiva perché gli Apprendisti hanno potuto assistere alla prosecuzione del lavoro.

Insomma fu un esperimento molto particolare che può avere un senso solo se resta un lavoro condiviso e non imposto.

07 maggio 2026

La mia pietra e la tua pietra

 

La massoneria è un lavoro collettivo, ma allo stesso tempo individuale. Io squadro la mia pietra e tu squadri la tua.

Io non ho il diritto di rifiutare la tua pietra, se è squadrata sinceramente e onestamente. Tu non hai il diritto di rigettare la mia pietra, se è squadrata onestamente e sinceramente.

Se succede, se la mia pietra e la tua pietra non si possono adattare tra loro e non possono essere usate per il muro comune (costruzione comune fabbricata unendo tante costruzioni individuali) allora noi due, io e te, assieme, dobbiamo rimediare e correggere.

Io non posso pretendere che solo tu debba correggere. Tu non puoi pretendere che solo io debba correggere.

Noi dobbiamo lavorare insieme. Altrimenti non possiamo più pretendere di appartenere al cantiere della Massoneria.

Al cantiere tutti debbono lavorare...

30 settembre 2009

6.1.1 Il cantiere - gruppo

Personalmente ritengo che la metodologia di lavoro propria di una loggia massonica sia stata mutuata direttamente dall'antica operatività muratoria e risulti a tutt'oggi di una validità sorprendente. E' infatti un lavoro di gruppo: la Loggia è un cantiere che deve costruire un edificio e nel cantiere ciascun operaio ha il proprio compito ben definito.

Uno degli aspetti più importanti (fondamentali quasi per la solidità della costruzione) deriva dall'armonia che deve regnare all'interno del gruppo e dalla coerenza del proprio lavoro con quello degli altri (un aspetto, non secondario, può consistere nella maggiore capacità di individuare difetti e manchevolezze nel fratello che ci siede accanto molto meglio che in noi. Se l’armonia prevale posso aiutare quel fratello e posso utilizzare le osservazioni degli altri su di me; in caso contrario la situazione risulta dirompente).

E' un problema molto delicato, perché tocca la libertà del singolo e del gruppo. Mi spiego. Se il singolo lavora male è tutto il gruppo ad esserne danneggiato, per cui l'opera conseguente non viene costruita nelle condizioni ottimali. D'altro canto, se il gruppo lavora male è anche il singolo, che magari vorrebbe lavorare bene, ad esserne danneggiato.

Allora: fino a che punto il singolo, che vuole lavorare bene, può contrapporsi al gruppo che lavora male? E' corretto il termine "contrapporsi"?

E ancora: fino a che punto il gruppo, che lavora bene, può imporre la propria metodologia al singolo che lavora male? E' corretto il termine "imporre"?

In termini poetici Gibran sembra individuare la mancanza di unione e la voglia di protagonismo in una piccola, ma profonda, metafora.
Una volta, quando vivevo nel cuore di una melagrana, sentii un seme che diceva: «Un giorno diventerò un albero, e il vento canterà tra i miei rami, e il sole danzerà sulle mie foglie, ed io sarò forte e bello lungo tutte le stagioni».
Allora un altro seme parlò e disse: «Quand’ero giovane come te, anch’io vedevo le cose allo stesso modo; ma ora che le cose so ben pesarle e misurarle, vedo che quelle mie speranze erano vane».
E anche un terzo seme parlò: «Non vedo in noi nulla che prometta un così grande futuro».
E un quarto disse: «Ma che beffa sarebbe la nostra vita senza un grande futuro!».
E un quinto: «Perché disputare su ciò che saremo, quando non sappiamo neanche quel che siamo ora?».
Ma rispose un sesto: «Qualunque cosa siamo, quello continueremo ad essere».
E un settimo disse: «Io ho un’idea abbastanza chiara di come sarà ogni cosa, ma non riesco ad esprimerla con parole».
Parlò poi un ottavo — e un nono — e un decimo — e molti altri —finché tutti ebbero parlato, ed io non distinsi più nulla, a causa delle tante voci.
E così volli passare quel giorno stesso nel cuore di una mela cotogna, che contiene pochi semi e quasi tutti silenziosi.
[Gibran, Il folle, 1918, in Gibran K. Gibran, Tutte le poesie e i racconti, Roma, 1993.p. 24].

Gibran a mio parere mette in evidenza l’ostacolo che si pone quando tentazioni individualistiche impediscono la continuazione del cammino.

Il rapporto singolo - gruppo è però ancora eccessivamente semplificato perché si evidenzia solo la brutalità del dilemma e non la profondità del lavoro muratorio, che si realizza in diversi piani con diverse chiavi di lettura.

Il rito ancora può suggerire la (una?) risposta. La pietra del recipiendario né rettangolare né quadrata viene scartata più per inconsapevolezza degli Ispettori piuttosto che per insipienza dell'operaio. Ma la richiesta di salario senza averne diritto (e quindi senza possedere un marchio registrato, le qualificazioni indispensabili) costituisce senza dubbio un atto colposo ancorché non voluto. La preterintenzionalità dell'atto può al più mitigare la colpa, ma non cancellarla. La solidarietà (termine qui usato nel significato più ampio) interviene per evitare la pena e trasformare la colpa in prova da superare.

La solidarietà come premessa dell'armonia può aiutare nel lavoro comune, a patto che i fratelli, sinceramente, senza prevenzioni e presunzioni, siano disposti ad ammettere i limiti e le manchevolezze del proprio lavoro.

Sembra un discorso ovvio, e probabilmente dovrebbe esserlo. Ma se parlarne in via teorica è molto facile; risulta al contrario molto difficile quando tocca il proprio lavoro, cioè quando il gruppo ritenga che sia io quel fratello che lavora male: potrei infatti chiedermi se sia proprio io a lavorare male o non sia piuttosto il gruppo a volermi imporre metodologie non pertinenti e contenuti impropri.

Ecco, ritengo che qui si trovi il punto cruciale, perché da una parte si sottolinea l'importanza del lavoro comune, dall'altra si mette alla base del lavoro (del mio lavoro), proprio quella pietra né rettangolare né quadrata scartata frettolosamente. Il lavoro si svolge sempre su un equilibrio delicatissimo: io lavoro con gli altri ma sono in possesso di un quid che gli altri non sono in grado di riconoscere se non dopo verifiche ulteriori. Ma anche ciascuno degli altri è in possesso di un quid (coincidente con il mio?) che tutti gli altri (tra cui anche io?) non sono in grado di riconoscere se non dopo verifiche successive.

La simmetria della situazione porta ad un circolo vizioso se perdiamo di vista l'obiettivo costruttivistico: sia io che gli altri (anzi, meglio, tutti noi) dobbiamo costruire un muro, solido, non storto, formato di pietre singole, ma amalgamate in un tutto unico, e quindi una struttura unitaria (sia pure unità composita, di ordine superiore). Per mutuare un esempio dalla scienza, una determinata composizione di atomi forma una molecola, elemento unitario di una
sostanza diversa, con nuove proprietà che i singoli atomi non possedevano.

La situazione però presenta ulteriori simmetrie. Il mio stesso lavoro interiore deve essere un tutto armonico, nel quale le singole facoltà debbono essere modificate, trasmutate quasi per cooperare ad un risultato equilibrato senza la prevalenza di una sulle altre, ma con l’obiettivo della costruzione di una entità nuova, diversa dalla precedente.

L'atteggiamento che ha sia il singolo verso il gruppo, sia il componente del gruppo verso il singolo può essere dirompente, se non è in grado di inserirsi nel flusso dell'iter muratorio di una nuova costruzione. Dovrà essere quindi l’ulteriore lavoro (che nel mio percorso credo di individuare nel completamento del manufatto e quindi del Tempio ideale) a rinforzare gli anticorpi per evitare quelli che in ultima analisi possono essere veri e propri deliri di onnipotenza.

Se sappiamo ben comprendere riusciamo a capire come si possa eseguire un lavoro collettivo senza perdere la propria individualità

La pietra grezza era estratta nella cava e lì sgrossata grossolanamente. Poi veniva trasportata nel cantiere dove subiva una successiva sgrossatura e veniva squadrata.

Se osserviamo attentamente la struttura delle antiche costruzioni notiamo che era però polita e lisciata solo la faccia che compariva all’esterno del muro: le altre facce erano lasciate scabre, eventualmente vi venivano incise scanalature oblique allo scopo di fissarle meglio tra loro.

Si rafforza l’insegnamento del simbolismo operativo: le pietre non perdono le singole individualità, ma assieme compongono una “unità superiore”, vale a dire il muro.

La pietra perfettamente liscia e lucida (come certi souvenir di Carrara, per esempio) non è adatta alla costruzione perché non riesce a far presa con quella a fianco, quindi le singole pietre non possono avere superfici perfettamente lisce (si potrebbe dire: la perfezione non è di questo mondo), ma sono sgrossate per quel tanto che rende le irregolarità in un certo senso “compatibili” tra loro: non siamo santi, siamo solamente uomini che cercano di migliorarsi. Il muro risulta solido non per l’uniformità delle pietre, ma per le scabrosità che permettono di aumentare la solidità dell'edificio. Per similitudine, il proprio lavoro interiore non è la ricerca della “santità” (per usare un termine religioso), ma la ricerca del proprio punto di equilibrio. Fuor di metafora, per vivere ho bisogno di mangiare, ma non debbo vivere per mangiare. Ben venga l’apprezzamento del cibo e il rispetto del proprio corpo, ma non per farne una ragione di vita. Ben venga un’agape fraterna, ma non per farne un banchetto sontuoso per crapuloni.

La norma quindi alla quale il lavoro deve adeguarsi non è una regola astratta, ma un principio che sa adattarsi alle esigenze (non adattamento conformistico del principio alle occasioni, ma flessibilità a seconda del materiale e ricorso a princìpi diversi a seconda delle situazioni diverse: per squadrare la pietra occorre mazzuolo e scalpello, per stendere la calcina occorre invece la cazzuola; mazzuolo e scalpello non possono usarsi allo stesso modo della cazzuola). Inoltre il camminatore sa che la norma, ogni norma, è contestualizzata alle contingenze spazio-temporali: la legge va seguita, ma sapendo che andrà superata (non contraddetta, ma superata). Non dimentichiamo il simbolo della chiave di volta: la pietra non conforme alle regole della squadratura è l’unica in grado di chiudere l’arco. Il singolo che riesce a differenziarsi dal resto, dal conformismo, ottiene un cammino più incisivo; il Maestro che ha progettato quella particolare pietra è riuscito a vedere la norma non come principio assoluto, bensì contestualizzata alla situazione ed è stato capace di andare oltre e creare una nuova norma.

Il conformarsi al rituale è segno di libertà se viene vissuto e interiorizzato come strumento di lavoro spirituale, altrimenti si banalizza in adeguamento più o meno obbligato a regole esteriori non sempre condivise con dissonanze che non permettono un lavoro produttivo: nel lavoro rituale correttamente inteso infatti le singole individualità vengono rispettate, vibrano in assonanza e manca totalmente l'aspetto costrittivo del gruppo sul singolo.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.