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27 settembre 2026

Il lavoro del Maestro

 

Tempo: anni fa. Spazio: un oriente massonico con due logge.

Un fratello in una tornata di loggia (lui era a piedilista nell'altra) affermò: il massone che chiede qualcosa ad un altro massone non può rivolgersi direttamente a lui ma deve necessariamente farlo attraverso i Venerabili del richiedente e del richiesto, che quindi possono filtrare la legittimità della richiesta. L'intervento fu tenuto con toni un po’ agitati che fecero supporre ci fossero state richieste non legittime di favoritismi o peggio.

I fratelli della loggia successivamente si agitarono tanto che il Maestro Venerabile convocò una apposita tornata in Terzo Grado.

Fu una riunione molto turbolenta che lasciò amareggiato qualcuno per le forti polemiche: evidentemente i “Maestri” non avevano saputo controllare le proprie emozioni.

Al termine un anziano fratello sconsolato concluse: Abbiamo diviso anche quello che era unito.

Il giorno dopo, l'Oratore di Loggia mandò una lettera al Venerabile.


Il Maestro nella Camera di Mezzo

Ho ancora in mente la tornata di ieri sera e sento il bisogno di svolgere alcune considerazioni sul lavoro di Loggia e in particolare sul nostro modo di lavorare in Terzo Grado,

Dopo la chiusura un fratello mi ha confidato che sono proprio tornate come quella appena terminata a disturbarlo, facendomi ricordare un nostro lavoro dell’anno scorso: “Perché sono entrato in Massoneria?” aveva proposto l’allora Maestro Venerabile, “Perché, malgrado tutto, ci resto?” fu allora il mio contributo.

Premetto subito, a scanso di equivoci, che queste parole non vogliono essere una critica né sulla opportunità della tornata, né sulle modalità della conduzione: hai dimostrato un equilibrio che pochi avrebbero saputo mantenere e certamente hai permesso a qualcuno di sfogarsi apertamente evitando pericolose situazioni di cose non dette.

Sento però il dovere di pensare a voce alta perché tornate come quella di ieri sera non ci siano più. E quale destinatario più “naturale” se non il mio Maestro Venerabile?

Quali i fatti? Un fratello dell’altra officina in una nostra tornata ha detto alcune cose che possiamo serenamente definire inopportune sia per il momento scelto sia per il contenuto stesso sia per il modo con cui ha parlato.

A successive indagini quelle affermazioni sono risultate di carattere generale e non collegabili ad episodi specifici che, appunto, non si sono verificati. E questo è un fatto.

Ho però avuto l’impressione che per alcuni sia stato come sventolare un drappo rosso davanti al toro e che abbiano reagito senza il dovuto controllo.

Troppi fratelli credono che lavorare in terzo grado permetta di parlare apertamente senza remore, mentre, se vogliamo, è esattamente il contrario.

Il lavoro in terzo grado deve essere il momento qualificante per il Libero Muratore perché è solo con il terzo grado che si completa l’essenza di Massone.

Sostenere che in Camera di Mezzo si può parlare di qualunque argomento è affermazione superficiale e non corretta. Si deve invece dire che solo il Maestro, a differenza dell’Apprendista e del Compagno, raggiunge la pienezza e il punto di equilibrio, oserei dire magico, che gli permette di essere Massone e non solo un iscritto alla Massoneria.

Un fratello, dopo la tornata, mi ha detto: Abbiamo diviso anche quello che era unito.

Nella sua saggezza ha visto giusto.

Se il lavoro dell’Apprendista prima e del Compagno poi è in un certo senso preparatorio alla costruzione, il lavoro del Maestro è la costruzione stessa: è quindi corale e di unione; costruisce il muro utilizzando pietre e unendole con la calcina e deve unire ciò che è diviso.

Ieri sera, temo, si è fatto l’opposto.

Non voglio entrare nel merito. Francamente non mi interessa che possano esserci periodicamente episodi volti a sindacare questo o quel comportamento. Non ci deve interessare e non dobbiamo esserne influenzati, il nostro lavoro deve essere un altro. Il problema del rapporto tra i fratelli o tra le Officine esiste, ma non sono tornate come quelle di ieri che possono contribuire a risolverlo. Mi riferisco specificatamente al comportamento tenuto: interventi continui (due, tre, quattro volte e più), polemiche, monologhi, dialoghi e altro ancora.

No, non così dobbiamo comportarci durante il lavoro. Chi si è ricordato che stavamo lavorando ritualmente? Che dovevamo lavorare ritualmente?

I Maestri non risolvono i problemi così.

I Maestri vogliono una politica (passami il termine) di “avvicinamento” tra i fratelli per eliminare incomprensioni, dissapori e malintesi. Non dimentichiamoci, mai, che per non comprendersi bisogna essere sempre in due.

Soprattutto dobbiamo impegnarci seriamente ad eliminare il chiacchiericcio che è uno dei peggiori mali della nostra Istituzione.

Sul piano del lavoro di Loggia, quello peculiare nostro per intenderci, dobbiamo impegnarci ad essere più concentrati, meno dispersivi, insomma più seri e più Massoni. I metalli devono restare fuori dal Tempio. Ieri siamo stati sommersi da metalli e metalloidi!

Il nostro è lavoro lungo e difficile, ma lo sapevamo già; è un lavoro che forse non abbiamo fatto o abbiamo fatto male, e questi sono i risultati.

Ti abbraccio fraternamente


09 settembre 2026

I metalli: spreco

Lasciare i metalli fuori dal Tempio

Spreco, scialo, dispersione

E' buona norma ricapitolare ogni sera le nostre azioni. Quanti gesti inutili! Quante parole vuote! Quanta energia sprecata!

E' saggio cominciare a controllarci e capire che dobbiamo usare forza e intelligenza per legittimi scopi e non per motivi futili. Comprendere le finalità del nostro lavoro muratorio e non sprecarlo in diatribe che di massonico hanno una etichetta mal appiccicata.

Quante tornate di Loggia futili, solo per mettere in risalto l'ego di sedicenti  "venerabilissimi" e "potentissimi" !...

Niente delle nostre energie deve essere sprecato.

08 settembre 2026

Tornate nei gradi

La mia Loggia diverse volte ha tenuto tornate in cui si è lavorato in primo grado e successivamente si è continuato in secondo e terzo grado 

Cicogna

Una volta lavorammo in Primo Grado sul “Volo della cicogna” (della, non delle). La tavola introduttiva riuscì con qualche opportuno spunto a creare l’atmosfera giusta.

La cicogna è un uccello che fa parte del nostro inconscio collettivo: nella voce popolare porta i neonati ai genitori, alla madre, alle famiglie.

E’ un trampoliere, vive in ambienti umidi. E’ un migratore e vola in branchi numerosi e segue suoi percorsi che avverte quasi attraverso un ulteriore senso misterioso.

La cicogna è di colore bianco e nero, ed è muto. Cosa cerca nel suo migrare? Dove vola? Perché?

La risposta è venuta nella prosecuzione della tornata in Terzo Grado.

Si parlava del lavoro in Terzo grado, ma quasi naturalmente l’accento è stato messo sull’obiettivo del viaggio della cicogna, collegandosi pure alla tavola tenuta poco prima in Secondo Grado sul postulato della rotazione del piano (che Arturo Reghini ha posto alla base della sua ricostruzione della geometria pitagorica): il centro dell’uomo e il centro del massone.

Lucciola

Il volo della cicogna ha suggerito la traccia per un'altra tornata di Loggia: il volo della lucciola. Fu uno spunto che ricavai dall’intervento elettorale dell’allora candidato a Gran Maestro Ennio Battelli ricordando una spiegazione del nonno massone. Il massone - disse il nonno massone al bimbo Battelli - è come una lucciola: con il suo lumicino interiore vola nel buio alla ricerca di altre lucciole per avere una luce un po’ meno fioca. Volano assieme, ma ognuna vola per conto suo. La lucciola rimane a livello individuale, la ricerca non è ancora organizzata. E su questo il Maestro Venerabile ha chiamato la Loggia a lavorare.

Passammo poi al Secondo Grado. Tavola: La Cattedrale Gotica. Ecco la continuazione del lavoro. La lucciola non vola solitaria anche se con altre lucciole, ma organizza il suo darsi da fare nel lavoro collettivo del cantiere.

La tavola non poteva non toccare la matematica, concepita ben diversamente da quella che si insegna nelle scuole.

Particolare interessante. Aperti i lavori in Secondo Grado, il Maestro Venerabile li ha subito dopo sospesi per dar modo agli Apprendisti di rientrare come visitatori e assistere allo svolgimento della tavola.

Qualcuno ha brontolato. Ma forse è stata una esperienza positiva perché gli Apprendisti hanno potuto assistere alla prosecuzione del lavoro.

Insomma fu un esperimento molto particolare che può avere un senso solo se resta un lavoro condiviso e non imposto.

07 settembre 2026

I metalli

 

Metalli: Pigrizia

Lasciare i metalli fuori dal tempio è metafora simbolica che indica la disposizione del candidato alla Massoneria di lasciare la vita profana e inoltrarsi su un cammino diverso. E' eredità sopravvissuta di antiche usanze all'inizio di una nuova tappa.

L'allora Gran Maestro del Goi Armando Corona la indicò come preparazione alla fraternità: come tu ora sei privo di ogni sostanza e sei nel bisogno così devi aiutare il prossimo che è nel bisogno.

Ma deve essere atto simbolico che ogni fratello compie entro sé prima di entrare in Loggia ad ogni tornata.

Cosa vuol dire abbandonare i metalli?

Temo che il massone medio lo abbia dimenticato, ammesso che lo abbia mai saputo. Si ricorda del piccolo gesto di consegnare al Fratello Esperto portafoglio, orologio e chiavi dell'auto e non riesce ad andare oltre la semplice gestualità.

La pigrizia ci spinge ad evitare lavori sgraditi.

Ricordo un precedente Maestro Venerabile che si rifiutò di svolgere il ruolo del Copritore Interno (come le usanze della Loggia richiedevano) adducendo un forte mal di schiena che invece scompariva (magicamente?) seduto all'Oriente come ex-MV.

La pigrizia va superata se si comprende che qualunque lavoro è utile e positivo. Il ruolo del precedente Maestro Venerabile non viene sminuito se siede all'Oriente in bella mostra o vicino alla porta come Copritore Interno o in qualunque altro ruolo o posto. Oppure il posto colpisce solo la sua vanità?

Se si sente "non valorizzato" in un ruolo, se se ne sente sminuito o "indegno", allora significa che non ha compreso il senso del lavoro muratorio.

Dobbiamo comprendere ciò che si fa e il valore del nostro (provvisorio!) ruolo nella tornata.

Abituiamoci a cambiare il nostro punto di vista senza lamentarci, perché lamentarsi vuol dire indebolirci e indebolire chi ci sta vicino..

Facciamo il nostro lavoro anche se costerà qualche sacrificio e più che mai se ne è colpita la nostra vanità. Contrastiamo la nostra inerzia, sia interna che esterna a noi.











30 luglio 2026

Lavoro di Loggia

Lavorare nei gradi

Interessante la domanda di un Fratello durante una Tornata di Loggia: ha senso lavorare in Primo Grado se non sono presenti Apprendisti?

Peccato fosse priva di senso.

Il grado dei lavori non dipende dal grado amministrativo dei partecipanti.

25 luglio 2026

Lavoro di Loggia

Tornata di una Loggia.

E' presente anche l'Ispettore (al tempo Ispettore di Loggia, non ancora Circoscrizionale).

Un Fratello interviene specificando che quella sera era stato benissimo: era venuto in Loggia stanco e se ne andava riposato.

Dall’alto dell’Oriente, alla sinistra del Venerabile, l'Ispettore lo riprende:

Caro Fratello se esci riposato vuol dire che non hai lavorato.
Se eri stanco non dovevi venire in Loggia.
Qui si viene a lavorare, a stancarsi!
Qui si deve entrare riposati e uscire stanchi.

09 luglio 2026

Una Tornata di Loggia

 La Loggia lavora sulla Tavola: L'Amore.


L'Amore

Amore è in genere un fare, ma a volte può essere anche un non-fare: non dare giudizi, non essere invadenti ma semplicemente essere lì, a disposizione dell'altro, senza pregiudizi e quelle "buone intenzioni" che magari non sono così buone.

Anche certi sacerdoti nei confronti del cosiddetto peccato assumono atteggiamenti non di rifiuto totale, ma di "quieto dolore", stato d'animo che permette l'autocorrezione equilibrata, mentre il giudizio non è di pertinenza dell'uomo.

Non mancare di rispetto: chi vuole Amore deve rispettare. Ma non fare mancare la tua presenza. Non fare nulla, ma sii lì, pronto ad aiutare.

Il lavoro di Loggia è come il lavoro di un cantiere. Esiste un delicato rapporto tra il lavoro del singolo e quello del cantiere tutto.
E' un rapporto nei due sensi: se il singolo lavora male è tutto il cantiere a lavorar male; ma se il cantiere lavora male mentre il singolo operaio vorrebbe lavorar bene, è il cantiere che frena il singolo.
Il rapporto è un equilibrio delicatissimo: il singolo non può rallentare il cantiere, ma il gruppo non può prevaricare sul singolo rallentandolo.

La libertà

Dobbiamo abbandonare l'interpretazione dell'Amore egoistico: l' "oggetto" del nostro amore non è nostra proprietà e non è obbligato a seguire le nostre indicazioni.

08 luglio 2026

Lavora l'Apprendista, lavora il Compagno...

Lavoro in Loggia

Il lavoro dell'Apprendista è la raccolta di fatti e dati elaborati altrove (nell'attuale lavoro del cantiere i dati umani e scientifici e della vita e dei simboli che si intrecciano con e nella vita).

Il lavoro del Compagno consiste nell'esame delle relazioni tra i fatti raccolti; qui: gli influssi del simbolo sugli aspetti dell'uomo e delle sue realizzazioni spirituali. 

E il lavoro del Maestro?
Il Maestro deve unire ciò che è sparso. Se non fa così allora è un cattivo Maestro.

Bisognerebbe dirlo a chi pretende di essere a capo di... di che cosa?...

Ma bisognerebbe dirlo anche a chi si bea di stare lì dentro!...

02 luglio 2026

Stonehenge e la Massoneria

 Partecipai ad una tornata di una Loggia della quale non ero più a piedilista.

Il non-lavoro

Ricordo quella tornata.

Tavola su Stonehenge.

Tavola certo interessante.

Ma posi una domanda: che c’entra una tavola su Stonehenge con ipotesi di fanta-archeologia (interessanti?) con la Massoneria?

Nessuno mi rispose, nemmeno il Maestro Venerabile.

Non vollero? O non seppero?


18 giugno 2026

Le tavole di Loggia

La Tavola di un Fratello 


Le tavole sulle quali si lavora non debbono essere piccoli saggi, ma spunti alla riflessione e alla meditazione.

Nel lavoro di Loggia è importante non la trattazione esauriente ma gli stimoli che il rito, i fratelli, l’ambiente e l’atmosfera provocano nei partecipanti. 

13 giugno 2026

Lavoro di Loggia

La scala dritta e la scala curva

Lavorare andando oltre i presupposti è requisito essenziale per proseguire il cammino della nostra ricerca.

Dobbiamo riuscire a spostare il nostro punto di vista modificando la visuale della strada rettilinea che oggi vediamo come restringersi all'infinito.

I margini della strada rettilinea sono come due rette parallele che si incontrano all'infinito: sono le rette che vanno verso il punto o è il punto che viene verso di noi? Oppure siamo noi il punto?

Raggiungere nuovi traguardi comporta salire sulla scala curva. il punto conquista la comprensione della scala curva acquista una nuova realtà.


E' difficile vedere un punto nero nella luce: è più facile vedere un punto luminoso nel buio.

25 maggio 2017

Il tempo e lo spazio

L’Ora e l’Età dei lavori di Loggia.
E’ sempre il tempo che vien richiamato, ma non è più il tempo “assoluto”, il Tempus, bensì l’ora del giorno (il tempo in quel periodo particolare) e l’Età, cioè il “Tempo applicato” all’uomo, a quegli uomini che partecipano ai lavori.
La mia età dipende dal momento della mia nascita, per cui oggi, all’ora x, posso avere tre anni oppure posso averne cinque o addirittuare sette. O altri valori ancora.
Il tempo non esiste. Esistono “i tempi”, non il tempo.
Oh, bello.
Sì. C’è il tempo di far questo e di far quello (vedi Qoelet). C’è un tempo di fare e un tempo di non fare o disfare.
L’età invece è un tempo personale. Il dialogo tra il tempo e l’età è il dialogo tra il tempo generale, universale e il tempo particolare.
E’ l’età parte del tempo (un tempo particolare) oppure è il tempo generale applicazione particolare che si esplica nell’età?
E’ il tempo rispetto allo spazio?
La spazio ha il tempo al suo servizio oppure il tempo ha lo spazio al suo servizio?
Noi crediamo di trovarci di fronte a due categorie fondamentali, assolute, senza le quali non potremmo percepire la realtà e muoverci nel mondo.
E se invece fossero due schemi mentali che si è costruito l’uomo? Se magari tempo e spazio non possano essere che un groviglio indistinguibile di qualcos’altro, una specie di Mister X che ci sfugge?
Spazio e tempo sono nei nostri atti quotidiani. E pure in quelli non quotidiani. Spazio e tempo sono nei nostri sogni. Spazio e tempo sono nei nostri progetti.
Spazio e tempo sono nei lavori di Loggia. 
Prima si delimita lo spazio, lo si circoscrive, se ne segnano i confini. Non per allontanare il mondo ma semplicemente per dirci: ora che siamo al di qua dobbiamo comportarci in un modo un po’ diverso dal solito.
Poi fissiamo il tempo. E dobbiamo “personalizzarlo”, in un certo senso dobbiamo costruirci un “nostro” tempo particolare perché con il tempo generale, universale non è possibile lavorare. Ecco quindi che parliamo non di tempo ma di “ora” (il tempo riferito al qui) e di “età” (il tempo riferito a “noi”, a “noi che siamo qui”).
Solo dopo queste due azioni apriamo i lavori. E lavoriamo non più nello spazio e non più nel tempo ma in qualcosa di diverso.
Spazio-tempo? Bah! Spazio-tempo è termine della fisica, e quindi ben individuabile da formule scientifiche. Quando noi lavoriamo in Loggia siamo lontani dalla dimensione della scienza, che non riesce a cogliere il senso del nostro lavoro che non è solo qualificabile in termini scientifici.


06 maggio 2017

Tornata di Loggia

I lavori di una Tornata di Loggia non si esauriscono nel breve arco temporale della durata "fisica", ma continuano anche il giorno dopo, quello dopo e ancora in seguito.

Ricordo ancora una tornata di tanti anni fa (una ventina?). Un Fratello medico ci parlò dei pazienti oncologici dimessi dagli ospedali per trascorrere il proprio fine vita a casa e di come si potesse intervenire come forma di solidarietà effettiva e non a parole. Intervenne poi il Fr. 2° Sorvegliante, che con voce pacata e tranquilla, cominciò: "Avete ascoltato la voce del medico. Ora voglio farvi ascoltare la voce dell'altra parte, del malato...". E il senso dell'essere malato lo si capì qualche mese dopo quando quel Fratello ci lasciò.

E ricordo un'altra Tornata (fine anni Settanta?) monopolizzata da un Fratello che ci elargì una tavola di settantacinque cartelle (le contai). Sarebbe stata magari interessante averla potuto leggere a casa in poltrona, ma in Loggia?... Non ricordo nemmeno l'argomento: i templari?, la gnosi? Boh.Mi passò sopra come l'acqua su un sasso.

Non è importante intervenire, ma è importante concentrarsi e rimescolare nel tuo pentolone: questi sono gli effetti del lavoro di Loggia.

03 maggio 2017

Tra le carte di mio padre ho trovato diverse riflessioni. Qui ne riporto una che scrisse proprio dieci anni fa.
 
La Ricerca è una necessità interiore cui è spinto l’uomo che non si accontenta più di “verità precostituite” ma vuole “sapere”, ha sete di sapere, di conoscere.

Il primo strumento della ricerca è la curiosità che spinge la razionalità dell’uomo a cercare in tutte le direzioni. La ricerca porta progressivamente alla verità. E’ una verità relativa, non assoluta, perché l’assoluto è fuori dalla dimensione terrena, binaria per natura, e pertanto incomprensibile alla mente, relativa, dell’uomo.

Le diverse verità relative, prima appena accennate, poi sempre più organiche, fanno avvicinare il ricercatore, il questuante del sapere, alla conoscenza, acquistandone man mano i necessari gradi di potenzialità.

Tutto questo se il questuante del sapere ha come compagni di viaggio (o come strumenti di lavoro) il dubbio positivo che continuamente stimola la ricerca e l’umiltà di sapere che i risultati sono sempre relativi. Ma sopra tutto ciò che un questuante trova non è meglio e non è peggio di ciò che un altro questuante trova.

27 aprile 2017

Pensieri dopo una tornata

Le tornate di Loggia non sono (e non possono esserlo) come gli incontri di un circolo culturale o sociale o altro.
La Tornata non si esaurisce negli stretti limiti temporali della serata. Ce le portiamo a casa, ci ripensiamo, le rimuginiamo. Siamo come il cuoco che rimette il ragù nel tegame a sobbollire e ogni tanto lo rimescola. E da una mescolanza di carni, verdure e aromi costruisce pian piano qualcosa che supera la nostra immaginazione.
Le Tavole proposte vengono prese, considerate, ascoltate, lette, digerite, ruminate, sobbollite, e così via. Cioè: la Tornata non si esaurisce quella sera, ma continua, insiste, suggerisce,... e così via.
La Tornata di Loggia, insomma, è qualcosa di duraturo. Una Tornata si concatena con l'altra in uno splendida collana di idee.
Un paio di mesi fa la mia Loggia lavorò, nel programma annuale di spunti e "rinascite", di "fenici" più o meno personali (ah, l'araba fernice... che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa!), su Noè, immaginato tra due spunti: il diluvio e il vino (se vai un po' indietro la trovi anche qui).
E oggi mi sono venute spontanei - pensando e ripensando - alcuni pensieri propio in seguito a quella tavola. Non commenti (il commentare non appartiene al metodo muratorio), ma "spunti", suggeimenti, quasi "continuazione" personale e interiore.

Il Novecento è stato un secolo di grandi massacri. Secolo sanguinario. I suoi massacri diversi dai precedenti per quantità e non solo per qualità (massacrare gli uomini mi pare sia stato un grande passatempo degli uomini fin dall'alba dei tempi).

Il Duemila (Ventunesimo secolo) appena iniziato non pare si sia messo su strade diverse.

Eppuse sono disponibili, nel patrimonio simbolico e culturale dell'uomo, strumenti che permetterebbero un radicale cambiamento di rotta.

Il guaio è che l'uomo "vuole" uccidere, "vuole" eliminare, "vuole" prevaricare.
L'uomo non accetta il dialogo. non lo vuole proprio. L'uomo si infiamma per la guerra, la guerra apertamente guerreggiata. A malapena accetta la guerra "non guerreggiata", nascosta, strisciante, nascosta sotto la veste di difesa della società e della democrazia.

Questa è la grande contraddizione dell'uomo, dell'uomo entro l'uomo stesso.

L'uomo vede il bianco e il nero dentro l'uomo. E che fa? Sceglie il nero e "sospende" il banco (sarebbe bello, si dice. Ma finché anche gli altri non accettano il bianco, io che posso farci?... ).
Solo quando tutti accetteranno il bianco, allora si potrà cominciare a costruire (continua a dirsi). E intanto... lasciamo spazio al nero.

L'uomo proietta il suo corvo nero all'esterno della sua arca e lascia la colomba bianca all'interno, nel suo nido protetto e sicuro.

Anzi. La colomba è nel nido, e lì sta. E il corvo non permette che si involi.

Possiamo leggere la storia (leggenda? mito? E che importano le parole? diciamo "storia fondante") come la grande indicazione - maledizione di Noè, che fa uscire dall'arca prima il corvo e solo dopo, molto dopo, la colomba.

E così la colomba se ne sta nel nide. La speranza è che la colomba prima o poi si involi dal nido e lasci l'arca. Ma la lasci per poi ritornare e farci capire, e non scomparire oltre l'orizzonte...

Leggo in Lord Russell di Liverpool, Il flagello della svastica, pp. 237-38.

Nel 1945, dopo che fu ripulito dalla sua spazzatura di morte, un campo di concentramento fu aperto al pubblico. Fu a Dachau, non lontano da Monaco, e chi lo visitò ne usciva con un ricordo che non si può dimenticare.
(...)
Quando il visitatore passava per queste stanze e vedeva la scena di tanta sofferenza e di tanta tragedia, il puzzo dei corpi in putrefazione e l'odore della carne bruciata parevano ancora giungere alle sue narici, e quando usciva all'aria fresca e levava gli occhi verso il cielo per fare scomparire questa ossessionante visione di male, che cosa vedeva? Inchiodato a un palo, sul tetto del crematorio, una piccola rustica gabbia per uccelli selvatici, messa là da qualche schizofrenico delle SS.

Allora e solo allora era possibile capire perché la nazione che dette al mondo Goethe e Beethoven, Schiller e Schumann, ha potuto dare anche Auschwitz e Belsen, Ravensbruck e Dachau.
 Oggi queste frasi non sono più da attribuire alla sola Germania, come magari ci si poteva illudere sessant'anni fa, ma a tutte le nazioni del mondo, indipendentemente da latitudine e longitudine.
Non sarà mica l'epitaffio che la mia generazione lascia in eredità a chi verrà dopo di noi?
 








23 aprile 2017

Scrive il Segretario di Loggia

Quando scrivo un verbale, la rituale "Tavola tracciata nella precedente Tornata", segno il nome degli intervenuti rigorosamente all'inizio, spezzzando il legame tra chi parla e ciò che dice.
Di più. Spezzetto l'intervento in frasi distaccate, spesso mescolandole assieme alle frasi degli altri, in modo da evitare un semplice  elenco di interventi, uno dietro l'altro.

Insomma, chi ascolta deve trovare nella Tavola ciò che disse ma non vi deve trovare il proprio intervento.

Il motivo è semplice. Il lavoro di Loggia è collettivo e ciascun Fratello contribuisce con la propria pietra, il materiale che verrà utilizzato dal Cantiere-Loggia per costruire. La pietra viene depositata nel magazzino del Cantiere e così perde la propria "identità personale" divenendo proprietà collettiva, di tutta la Loggia. Una specie di "anonimato" del singolo (del quale si registra solo la Loggia di appartenenza e la sua presenza alla Tornata) e rilievo della Loggia, titolare e responsabile del lavoro eseguito.

Qualche giorno fa ho letto una vecchia Tavola (che non conoscevo) di Michele Moramarco (in "Nuova Enciclopedia Massonica", vol. III, pag. 102) che spiega, molto meglio di me, il senso dei nomi in massoneria.

I conflitti, le escrescenze, le degenerazioni: tutto ciò appartiene ad una memoria massonica che dobbiamo appunto dirozzare. Si tratta di un lavoro improbo come testimoniano le anonime e solitarie mani callose che ho visto scolpito sul frontone del vostro Tempio. Stupendo questo anonimato massonico! Il nostro segreto è appunto la celebrazione dell'anonimato come struttura portante dell'essere (non i nostri nomi, ma il Nome Divino solo può colmarci la vita), la testimonianza che dietro il fatuo scintillio dei nomi famosi, dietro il vociare dei protagonisti vive il lavoro individuale e corale  di un'umanità innominata...
E ricordo, grazie a queste parole, quei fratelli che poco parlano in Loggia, ma non sono "comparse". Sono silenziosi, non inervengono quasi mai, ma la loro presenza si avverte e si avverte soprattutto la loro assenza, perché riescono a comunicare il "loro lavoro" anche senza parole.

Sono, i loro nomi, poco conosciuti: non li troveremo nelle storie della massoneria o delle singole Logge, ma tanto hanno contribuito.
Come quegli anonimi operai che nei cantieri  delle cattedrali ci hanno lasciato capolavori.
 

 

20 aprile 2017

Le leggende del mare

Tavola intrigante ieri sera alla mia Loggia. Intrigante e suggestiva.
Le leggende del mare. L'Olandese Volante, Moby Dick, il Vecchio Marinaio...

Leggende affascinanti perché affascinante è il mare (e lo dice uno che il mare lo ha visto sola dalla riva), che suscita nell'uomo atavici ricordi, ricordi ancestrali scritti ormai nel suo patrimonio genetico.
La vita proviene dal mare. La vita umana proviene dal mare materno.

L'elemento acqua è nello scrigno umano dei simboli e agisce nel suo profondo.
Dal profondo giungono le leggende del mare; dal profondo giungono le leggende delle fonti boschive, dei laghetti di montagna. Leggende del bosco, del mare, delle praterie... Provengono tutte  da ambienti contigui all'uomo, affascinanti e fascinosi. Le ninfe delle fonti, degli alberi, dei monti. Ambienti che possono essere accoglienti, ma anche pericolosi. Ambienti che possono dare la vita, ma anche la morte. Ambienti che nascondono esseri e animali gentili ma anche belve feroci.

Ecco l'Olandese Volante, condannato per non avere rispettato le regole. Ecco Moby Dick, la grande balena bianca.

Achab cerca ossessionatamente di catturare la balena, che ad una lettura superficiale pare indicare il concentrato del male. Ma... se fosse invece l' "altra metà" di Achab, quella metà che l'uomo cerca disperatamente per poter essere completo? Ecco che la fine di Achab, che al termine della storia compare per un attimo dal mare strettamente legato e connesso per sempre all'animale arpionato, non è la sconfitta del cacciatore, bensì pare il completamento finale di quella strana coppia, del cacciatore e della preda che si sono continuamente scambiati i ruoli, finalmente uniti (o ri-uniti?). Non più cacciatore e preda, ma qualcosa di strano e di nuovo che prima non esisteva.

E altamente significativa è la chiusa del Moby Dick. La nave attaccata dalla grande balena nell'affondare ghermisce un falco e trasporta negli abissi l'uccello che svolazzando resta impigliato: la creatura dell'aria deve seguire la sua discesa quasi annunciando il suo arrivo.

Discesa? La nave scende negli abissi? oppure è una via che semplicemente (semplicemente!) porta altrove?

***
Il lavoro di Loggia non deve essere una conferenza più o meno interessante (spesso non interessante!). Deve invece toccare le corde profonde dei partecipanti e farle vibrare facendo "suonare" di una lieta armonia i Liberi Muratori.

 

02 dicembre 2015

MASSONE e massone

Ho conosciuto persone che sapevano molto ma erano incapaci di insegnare.
Ho conosciuto persone che sapevano molto di meno ma erano eccellenti insegnanti.
Sapere insegnare significa saper trasmettere qualcosa e naturalmente devi "possedere" questo qualcosa: non puoi trasmettere ciò che non hai.
La Tornata di Loggia è una rete fitta fitta di qualcosa che si dà agli altri e qualcosa che si riceve dagli altri. La Tornata è una pausa di riflessione nel cammino personale (che continua oltre e al di fuori delle Tornate) e permette, nella continua "interconnessione" del singolo Fratello con gli altri Fratelli, di confrontarsi, ricevere qualcosa, dare qualcos'altro, oppure semplicemente di "star lì", lui e gli altri, nel calore umano e fraterno della vicinanza e contiguità.
Non esiste un Manuale del "Bravo Massone". In Massoneria, più che altrove, l'insegnamento avviene in primo luogo con l'esempio personale e poi con il confronto dell'uno con gli altri.
Se intendi l'essere Massone soprattutto un impegno personale con te stesso e non l'appartenenza ad un circolo un po', ma neanche tanto!, esclusivo  allora la Massoneria ti può "cambiare la vita"; altrimenti continuerai nel tuo solito tran tran e avrai passato l'esperienza murtatoria con lo spirito del passante che si ripara dal temporale.

19 novembre 2015

Un massone e la memoria


Il Segretario di Loggia è un po' il pignolo raccoglitore dei sassolini delle tornate, prende appunti su ciò che si dicono i presenti, perché tutti possano ricordare...
Mi ha colpito nel film Ogni cosa è illuminata il personaggio di Jonhatan, nipote di uno dei due protagonisti occulti, i due nonni sopravissuti alle stragi razziali della guerra. Jonhatan ha il vezzo di raccogliere cose e oggettini per conservarli accuratamente e quasi catalogarli.
Alex, nipote dell’altro protagonista, gli domanda: Perché fai tutto questo? E Jonhatan risponde: Forse perché ho paura di dimenticare.
Ecco, la paura di dimenticare qualcosa di noi permane viva anche se spesso non visibile. Gli adolescenti frequentemente scrivono diari che conservano gelosamente. Noi, quasi “adolescenti dello spirito” registriamo qualche sassolino per conservare un po’ di memoria.
Memoria di noi, di ciò che ci è accaduto, del nostro “dentro” e anche del “fuori” (non è possibile separare con un taglio netto l’esterno dall’interno; non siamo un Uovo di Pasqua da scartare e rompere per giungere alla “sorpresa”).
Ma la nostra non vuole essere la memoria di coloro che ricordano per l’eternità qualunque presunto “torto” subito, ovviamente “ingiustamente”. Quella è solo memoria della vanità e dell’orgoglio, dell’egotismo e della vanagloria. La nostra invece è memoria della fatica di fare o non fare certe cose. Ricordiamo perché questa fatica fa parte delle cose belle della vita e ci piace ricordare le cose belle.
Il Segretario di Loggia raccoglie le tracce “fisiche” dei nostri lavori.
Ma... Ma... Ma... contemporaneamente, silenziosamente e segretamente l’ombra cela e svela altri verbali interiori, le minute di quel miscuglio di sensazioni, aspirazioni, considerazioni che ci hanno permesso di scendere nella nostra miniera e seguirvi i filoni nascosti, le vene preziose.
Nella miniera c’è la risposta alla domanda: Vengo in Loggia, perché?... Oppure all’altra domanda, simmetrica e opposta: Non vado in Loggia, perché?...
E’ anche, questo ricordo, memoria della labilità delle Tornate di Loggia. La Tornata è un attimo della nostra vita, ma è attimo vissuto (non un flatus vocis) e in quanto vissuto fa parte del nostro bagaglio nel nostro zaino sulle spalle che dovremo mostrare alla Nera Signora quando sarà giunto il nostro turno.


28 settembre 2015

Mister Glass 5

(continua dai post precedenti)


Concludiamo la novella di Chesterton, una gradevole affabulazione sulla Forza, Bellezza e Sapienza, componenti fondamentali e armoniche del lavoro di Loggia.

Riassumiamo la situazione.

Il dott. Hood, padre Brown e Maggie fanno irruzione nella stanza di James Todhunter e lo trovano legato in mezzo ad un disordine indescrivibile.
Il dott. Hood (la Forza) con poche e vigorose intuizioni giunge a spiegare il dramma appena consumatosi: è lo stesso Todhunter ad avere ucciso Mister Glass, che lo stava ricattando, dopo una furiosa colluttazione, nascondendone il cadavere nella canna fumaria o seppellendolo in giardino.

Non ascolta, il dott. Hood, le obiezioni di Maggie (la Bellezza) e costruisce il suo solido castello di carte.

Deve intervenire padre Brown (la Sapienza) per spiegare ciò che effettivamente è successo.


LA SAPIENZA COMPRENDE...

La Bellezza da sola non ha la possibilità di costruire, può solo adornare.
La Forza da sola costruisce ma non adorna. Non sa quindi capire se il costrutto è solido oppure fragile oppure inconsistente come un castello di carte.

La Saggezza ha la capacità di comprendere, esaminare e giudicare il costruito.

“Oh, sciocchezze!”, strillò Padre Brown. “Non vedete che sta ridendo?”

“Ridendo!”, ripeté il dottore con stupore. “Ma di cosa dovrebbe ridere?”

“Beh”, replicò il Reverendo Brown in tono di scusa, “credo che stia ridendo di voi. E, in effetti, sono abbastanza incline a ridere di me stesso, ora che so.”
“Ora che sa cosa?”, chiese Hood con una certa esasperazione.

La Forza è incapace di guardare qua e là, punta dritto davanti a sé. E dove colpisce, colpisce. E a volte non colpisce nulla oppure solo il simulacro di qualcosa.

“Dottor Hood”, esclamò Padre Brown, “Voi siete un grande poeta! Avete creato dal nulla un essere che non esiste. Quanto più divino è questo, se si considera ciò che avete scoperto dai semplici fatti!”

Dottor Hood (arrogantemente). “I miei fatti sono tutti incontrovertibili, sebbene necessariamente incompleti. Forse avrò dato un certo spazio all'intuizione, ma solo perché i dettagli corrispondenti non possono ancora essere determinati. In mancanza del signor Glass...”.

La Forza ha una visione unilaterale, è come una scala dritta, senza curve. E non riesce nemmeno a tornare indietro e a scendere, quando necessario.

Padre Brown. “Già: l'assenza del signor Glass. Lui è così assente... Suppongo che non vi sia mai stato nessuno tanto assente quanto il signor Glass.”

Dottor Hood. “Volete dire che non si trova in città?”

Padre Brown. “Voglio dire che è assente da ogni luogo. Assente dalla Natura delle Cose, per così dire.”

Dottor Hood. “Volete dire che non esiste?”

Il sacerdote fece un segno d'assenso. “Sembra un peccato, vero?”

Orion Hood sbottò in una risata sprezzante. “Bene”, disse, “prima di proseguire sulle cento e una prova, esaminiamo la prima che abbiamo trovato, il primo fatto in cui ci siamo imbattuti quando siamo giunti in questa stanza. Se non esiste alcun signor Glass, di chi è questo cappello?”

“E' del signor Todhunter”, replicò Padre Brown.

“Ma non è della sua misura”, strillò, impaziente, Hood. “Non potrebbe mai indossarlo!”

Padre Brown. “Non ho mai detto che potesse indossarlo”, rispose. “Ho detto che è il suo cappello. Oppure, se insistete su una sfumatura, un cappello che gli appartiene.”

“E quale sarebbe questa sfumatura?”, chiese il criminologo con tono di leggera derisione.

Padre Brown. “Esiste una certa differenza tra il cappello di una persona e i cappelli che possiede.”

Hood. “Ma che se ne farebbe Todhunter di un cappello troppo largo?”

Padre Brown. “Farne uscire conigli.”

“Cosa?”, gridò il dottor Hood.

Padre Brown. “Conigli, nastri, canditi, pesci rossi, rotoli di carta colorata. Non avete capito quando avete scoperto le corde false? È la stessa cosa con la spada. Il signor Todhunter non ha un graffio su di sé, come avete detto; però ha un graffio dentro di sé.”

La signora MacNab chiese severamente: “Intendete all'interno degli abiti del signor Todhunter?”

Chi è al di fuori del Tempio non può comprendere il lavoro che vi si fa dentro. Non la possiamo dire sorda perché il sordo ha un apparato uditivo, sebbene attenuato o non funzionante. Non la possiamo dire cieca perché il cieco ha un apparato visivo, anche se non funzionante. E sordi e ciechi hanno comunque sviluppato ulteriormente gli altri sensi per sopperire a quello mancante, non funzionante.

Semplicemente la signora MacNab non ha, per sua propria conformazione, qualche organo in grado di farle comprendere ciò che succede nel Tempio. 

Semplicemente per lei quel lavoro non esiste, il Tempio non esiste, non esiste il dentro del Tempio ed ovviamente non esiste il fuori del Tempio. Se proprio volessimo essere pignoli potremmo dire che non esistendo un dentro anche il confine tra dentro e fuori vien meno e ciò che per noi è il Tempio della Libera Muratorìa per lei è semplicemente un trascurabile e insignificante punto senza dimensioni e senza importanza.

“Non intendo all'interno degli abiti del signor Todhunter”, disse Padre Brown. “Voglio dire all'interno del signor Todhunter.”

“Ma, in nome del cielo, cosa volete dire?”

LA SAPIENZA SPIEGA...

Padre Brown spiega la situazione.

Il signor Todhunter sta studiando per diventare un prestigiatore professionista, nonché giocoliere, ventriloquo ed esperto di trucchi con le corde.

La prestidigitazione spiega il cappello. È privo di tracce di capelli, non perché è stato indossato dal prematuramente calvo signor Glass, ma perché non è mai stato indossato da nessuno.

L'addestramento del giocoliere spiega i tre bicchieri, che Todhunter stava imparando a far volteggiare e a raccogliere dopo averli fatti roteare. Però, essendo solo un praticante, ha fatto rompere un bicchiere sul soffitto.

L'addestramento del giocoliere spiega anche la spada, che era orgoglio professionale e dovere del signor Todhunter ingoiare. Però, essendo una esercitazione, si graffiò leggermente l'interno della gola con l'arma. Per questo motivo si è ferito dentro di sé, il che, ne sono certo (dall'espressione del suo viso), non è cosa grave. 

Inoltre stava esercitandosi nel trucco di liberarsi dalle corde, ed era proprio sul punto di liberarsi, quando tutti noi irrompemmo nella stanza.

Le carte, ovviamente, sono per i trucchi, e sono sparse sul pavimento perché lui aveva appena tentato uno di quei trucchi gettandole in aria.

Todhunter voleva semplicemente mantenere segreta la sua attività perché voleva tenere segreti i suoi trucchi, come qualunque altro prestigiatore.

Uno sfaccendato con il cappello a cilindro avendo sbirciato una volta dentro la sua finestra è stato scacciato con grande sdegno; il fatto è stato sufficiente per creare una pista sbagliata e farci immaginare l'intera vita del signor Todhunter oscurata dallo spettro del cappello di seta del signor Glass.”


LA SAPIENZA ILLUMINA

Bellezza e Forza obiettano.
Maggie. “E le due voci?”

Padre Brown. “Non avete mai sentito parlare un ventriloquo?”

Dottor Hood. “E il signor Glass? La signorina MacNab ha sentito distintamente chiamare in quel modo dal signor Todhunter.”

Padre Brown ridacchia. “Quando il nostro amico giocoliere qui presente gettò i tre bicchieri in aria, li contò a voce alta mentre li afferrava, e inoltre commentò sempre ad alta voce quando non riusciva a prenderli. Cosa disse in realtà fu: Uno, due e tre: mancato un bicchiere; uno, due: mancato un bicchiere1”. E così via.

Ci fu un secondo di quiete nella stanza e poi, tutti all'unisono, scoppiarono a ridere.

Forza e Bellezza comprendono che da sole non possono costruire nulla, ma debbono necessariamente associarsi alla Sapienza, che le comprende entrambe.

La figura nell'angolo srotolò con soddisfazione tutte le corde e le fece cadere con uno svolazzo. Poi, avanzando nel centro della stanza, con un inchino estrasse dalla tasca un grosso volantino stampato in blu e rosso che annunciava che Zala-Din, “il più grande prestigiatore del mondo, contorsionista, ventriloquo e canguro umano”, avrebbe presentato un'intera serie di nuovi trucchi il lunedì seguente alle otto di sera in punto.


NOTA
Bicchiere: in inglese glass.



(fine)
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.