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28 giugno 2026

Vieni, presto, andiamo!...

L'uomo viaggia - L'uomo deve viaggiare

L’uomo è al buio e cerca faticosamente la luce; sa che deve camminare e non si può fermare: prima o poi – spera – troverà la luce della conoscenza.

Il viaggio è il grande paradigma dell’umanità, nato dall’osservazione della natura: il sole viaggia, la luna viaggia, i pianeti, i grandi erranti, viaggiano. Si viaggia da Occidente ad Oriente e si viaggia da Oriente a Occidente; da Settentrione a Meridione e da Meridione al Settentrione. Si viaggia in discesa e si viaggia in salita: spesso scendere è condizione necessaria per salire.

Ognuno compie il proprio viaggio personale perché conduce al proprio centro.

I viaggi dell’Apprendista vengono svolti per purificare, quelli del compagno per costruire.

Chi ritorna dal viaggio si ritrova come in esilio in patria (Dante dovrà abbandonare la propria città, lo stesso Ulisse dovrà abbandonare la propria casa alla ricerca di un popolo che non conosca il remo).

Il viaggio è esperienza personale, ma il lavoro di Loggia suggerisce l’immagine di una prova da compiere come a bordo di una nave, cioè in armonia con gli altri. Come i rematori delle vecchie navi dovevano seguire all’unisono un certo ritmo, così il lavoro di Loggia è governato dal “ritmo della remata”.

23 giugno 2026

Fratellanza e amicizia

ARMONIA

La realtà del mondo è comune a tutti, massoni e non massoni e l'iniziazione è un diverso modo di prenderne coscienza.

Unità, armonia e fratellanza sono gli strumenti del lavoro.

La nostra consapevolezza è scintilla della consapevolezza universale; il singolo è parte del tutto e come tale deve cercare e sentirsi in armonia con il tutto: ferire gli altri è ferire se stessi.

La fratellanza non è semplice amicizia, ma la necessaria conseguenza dell’armonia universale. Se c'è anche amicizia allora i fratelli sono ancora più fratelli.

In questo senso ci sono fratelli anche i profani. Ma anche tra fratelli ci deve essere un minimo di cortesia e regole da seguire.


17 febbraio 2019

Armonia

Forza e Bellezza.

Non dobbiamo diventare le loro “prede” e men che mai “prede” di una sola delle due. Svanirebbe l’armonia e ci si troverebbe menomati nel mondo.

L’uomo ha in sé la potenzialità dell’armonia.

Ho riletto ieri la fiaba di Barbablù.

Quando Barbablù ritorna al castello e si accorge dalla chiave insanguinata che la moglie gli ha disobbedito l'avverte che dovrà morire. La poverina manda la sorella maggiore sulla torre ad avvertirla dell’arrivo dei fratelli.

Il finale è noto: i fratelli giungono e salvano la sorella minore uccidendo Barbablù.

Che ci ricordano la sorella maggiore e i fratelli salvatori se non l’intreccio armonico di Bellezza e Forza”, di pensiero e azione, di anima e animus?

Anche l'agape massonica è fondamentalmente armonia. E' una “riunione” che rinsalda il rapporto tra i partecipanti.

Quindi i partecipanti devono stare attenti a non turbare l'armonia che vogliono instaurare ed evitare azioni o atteggiamenti che qualcuno potrebbe recepire come “fastidiosi”.

Ho sempre fatto l’esempio del fratello vegetariano che si trova costretto a consumare come cibo agnello, mentre risibile mi apparve la proposta della Commissione Rituali di due anni fa: durante l’agape rituale il vegetariano dovrebbe consumare pane al posto della carne.

Mi parrebbe poco armonico che uno solo si discostasse dagli altri. 

Come sarebbe poco armonico che il solo astemio brindasse con acqua. Se uno per motivi suoi si comporta in un certo modo allora che tutti si comportino in quel modo.

Certo che nel consumo di carne è implicito l’atto violento che uccide l’animale e l’accettazione della violenza alla base della nostra vita quotidiana.

Ma non facciamo falsi moralismi.

L’uomo consuma le cosiddette proteine nobili solo mangiando carne, cioè uccidendo, macellando, cucinando e mangiando.

Solo le proteine hanno permesso che l’uomo giungesse allo stadio di homo sapiens, e quindi consumando anche carne. Questa è la nostra storia evolutiva.

Ciò che invece non va bene è l’aver nascosto la morte dalla nostra società. Acquistiamo un petto di pollo al supermarket e non vogliamo sapere da dove proviene, come è stato preparato e impacchettato
 
Nella famiglia patriarcale si moriva in casa, vicino a figli e nipoti, oggi invece si muore in ospedale dietro un paravento.

Si muore senza il minimo rispetto per la vita, senza sapere e quindi non insegnare che vita e morte sono facce diverse della stessa medaglia.

La nostra società è attraversata da un senso di giovanilismo estremizzato. Si valorizza il giovane, bello e sano.

Si valorizzano cibi sani e naturali, quelli che “fanno bene” e consentono di vivere sani. Si enfatizzano la salute, lo star bene fisicamente, l’essere – come si diceva al tempo del servizio militare – “ginnici e sportivi”.

E quindi si crede che in un modo o nell’altro tutti i problemi prima o poi verranno risolti; e se non accade è certo responsabilità dei “poteri forti” (volta a volta le multinazionali del cibo, le multinazionali del farmaco, le multinazionali di altro ancora).

Quella imperante una visione autistica della vita in cui manca il necessario equilibrio vita – morte.

Mi son piaciute le considerazioni di Adah nell’Albero velenoso della fede (p. 460) sui medici.

Chi ero, per giurare con serenità, in mezzo a tutti quei giovani incravattati, di strappare la vita dalle fauci della natura tutte le sacrosante volte che ne avremmo avuto la minima possibilità, ricevendo assegno? Quel giuramento non mi è mai andato giù, (…) nemmeno per un istante. Non potevo accettare il contratto: che ogni bambino nato umano su questa terra venga al mondo stringendo nel pugnetto un’assicurazione di salute perfetta e di vecchiaia.

Adah critica la tipica mentalità occidentale semplificatrice di causa – effetto che non accetta i casi della vita. E così non si accetta la morte, si spingono le cure oltre ogni limite umano (il cosiddetto “accanimento terapeutico”).

E’ un povero uomo, l’occidentale, che avendo nascosto la morte non accetta che la vita finisca, con un ego ipertrofico che ha come unico punto di riferimento il proprio egoismo.

Un poveretto che ha perso il senso della storia della vita… che ha perso il senso della Bellezza e non comprende la misura della Forza.

Soprattutto l’uomo di oggi non comprende che la vita è morte e che la morte è vita, in un groviglio armonioso che mostra non tanto che morte e vita sono due facce della stessa medaglia ma che sono l’armonia universale.

Da studentessa, leggendo i libri sui parassiti africani ero esterrefatta dalla miriade di creature equipaggiate per radicarsi in un corpo umano. Ne sono ancora stupita, ma con un apprezzamento più sottile per la simbiosi. Allora ero un po’ sconvolta dal fatto che Dio avesse messo i suoi due bambolotti a piedi nudi in un paradiso dove, probabilmente, aveva appena liberato elefantiasi e microbi che mangiano la cornea. Ora capisco; Dio non sta solo dalla parte delle bambole. Noi e i nostri parassiti siamo sbocciati insieme dallo stesso suolo umido nella grande valle del Rift e finora nessu­no dei due sta vincendo sul serio. Cinque milioni di anni sono un lungo sodalizio. Se per un attimo riuscissimo a usci­re dalla nostra amata pelle e apprezzare formiche, uomini e virus come creature dalle identiche risorse, potremmo ammi­rare l’accordo che esse hanno raggiunto in Africa.
Ritornati nella nostra pelle, ovviamente, corriamo a cerca­re una cura. Ma ricordate: viaggi aerei, strade, città, prostituzione, aggregazione umana per il commercio: ecco i doni della fortuna ai virus. Doni dei magi stranieri, portati da lontano. In nome della salvezza per i bambini africani e del­lo sfruttamento dei suoi minerali, l’Occidente si è costruito una strada fino alla propria soglia e l’ha aperta al contagio.

Un insetto può morire di luce! La Morte è il diritto comune a Insetti e Uomini. Allora perché vantarsi? I colleghi mi accusano di cinismo, ma io sono soltanto una vittima della poesia. Ho affidato alla memoria i diritti comuni di insetti e uomini. Non potrei vantarmi neanche se volessi. Non ho le gambe per farlo.

La nostra civiltà occidentale ha sempre considerato regole di vita quelle della Bibbia, “aggiornandole” (diciamo così) a seconda dei tempi.

“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e abbiate potere sui pesci del mare, sui volatili del cielo e su ogni animale che striscia sulla terra” (Genesi 1 – 28) è stato variamente inteso.

L’uomo ha sempre interpretato il versetto come autorizzazione alla sua posizione predominante, che agli occhi dello scienziato deriva dalla storia evolutiva che ha portato l’homo sapiens sapiens in cima alla scala. E qui assistiamo ad un intreccio armonioso di Forza e Bellezza: la Forza della Natura, la Bellezza della Natura.

Se però continui a salire e scendere sulla scala curva, ti vengono idee strane. Va bene evitare (o limitare al massimo) carne nel cibo per evitare sofferenze, ma… E il pesce? Anche il pesce è un essere vivente e ucciderlo produce sofferenza. Non ti devi quindi nutrire a spese di esseri viventi. E le piante?… Anche la pianta è un essere vivente e mangiandola sopprimi un essere vivente.

Non ti consola (almeno non dovrebbe) sapere che un pesce è un essere vivente diverso da un mammifero e che la pianta è ancora più diversa e che comunque non sente dolore perché priva di un sistema nervoso.

Infatti non sai se il dolore si deve necessariamente incanalare in un sistema nervoso oppure può essere sentito anche in altro modo: è solo la nostra ignoranza che lo afferma.

Se non vuoi provocare dolore devi astenerti da qualunque alimento animale o vegetale. Ma non è possibile perché per vivere devi mangiare e devi quindi alimentarti di esseri viventi.

Dobbiamo quindi mangiare altri esseri viventi ma con moderazione: mangiamo per vivere e non viviamo per mangiare. 

Mangiamo senza sprechi. E soprattutto mangiamo con umiltà.

Rispettiamo il cibo, evitiamo lo spreco.

Dobbiamo accettare ciò che siamo nella scala evolutiva della vita, senza ritenersi il punto di arrivo ultimo, ma solo l’ultimo, al momento, stadio; non il definitivo, perché la scala non termina.

20 aprile 2017

Le leggende del mare

Tavola intrigante ieri sera alla mia Loggia. Intrigante e suggestiva.
Le leggende del mare. L'Olandese Volante, Moby Dick, il Vecchio Marinaio...

Leggende affascinanti perché affascinante è il mare (e lo dice uno che il mare lo ha visto sola dalla riva), che suscita nell'uomo atavici ricordi, ricordi ancestrali scritti ormai nel suo patrimonio genetico.
La vita proviene dal mare. La vita umana proviene dal mare materno.

L'elemento acqua è nello scrigno umano dei simboli e agisce nel suo profondo.
Dal profondo giungono le leggende del mare; dal profondo giungono le leggende delle fonti boschive, dei laghetti di montagna. Leggende del bosco, del mare, delle praterie... Provengono tutte  da ambienti contigui all'uomo, affascinanti e fascinosi. Le ninfe delle fonti, degli alberi, dei monti. Ambienti che possono essere accoglienti, ma anche pericolosi. Ambienti che possono dare la vita, ma anche la morte. Ambienti che nascondono esseri e animali gentili ma anche belve feroci.

Ecco l'Olandese Volante, condannato per non avere rispettato le regole. Ecco Moby Dick, la grande balena bianca.

Achab cerca ossessionatamente di catturare la balena, che ad una lettura superficiale pare indicare il concentrato del male. Ma... se fosse invece l' "altra metà" di Achab, quella metà che l'uomo cerca disperatamente per poter essere completo? Ecco che la fine di Achab, che al termine della storia compare per un attimo dal mare strettamente legato e connesso per sempre all'animale arpionato, non è la sconfitta del cacciatore, bensì pare il completamento finale di quella strana coppia, del cacciatore e della preda che si sono continuamente scambiati i ruoli, finalmente uniti (o ri-uniti?). Non più cacciatore e preda, ma qualcosa di strano e di nuovo che prima non esisteva.

E altamente significativa è la chiusa del Moby Dick. La nave attaccata dalla grande balena nell'affondare ghermisce un falco e trasporta negli abissi l'uccello che svolazzando resta impigliato: la creatura dell'aria deve seguire la sua discesa quasi annunciando il suo arrivo.

Discesa? La nave scende negli abissi? oppure è una via che semplicemente (semplicemente!) porta altrove?

***
Il lavoro di Loggia non deve essere una conferenza più o meno interessante (spesso non interessante!). Deve invece toccare le corde profonde dei partecipanti e farle vibrare facendo "suonare" di una lieta armonia i Liberi Muratori.

 

07 novembre 2015

Armonia

Vignetta di Chaval
Un'altra vignetta di Chaval, autore con il quale non ho feeling ma al quale riconosco la capacità di individuare difetti caratteristici dell'uomo.
La disarmonia messa in evidenza dalla vignetta si può ovviamente applicare ad ogni gruppo di persone, ma per mia scelta di vita io la riferisco alla Massoneria.
In Loggia non dovrebbero esserci protagonismi, perché chi vuol essere protagonista spesso non fa che mettere in evidenza i lati peggiori di sè. 
Nessuno è "più" di altri. Lo stesso Venerabile è solo (dovrebbe essere) l'incaricato della Camera di Mezzo (cioè dei Maestri della Loggia) che gli ha affidato temporaneamente l'incarico (impiccio, seccatura) di "condurre" (non comandare) la Loggia.
La Loggia è un tutto armonico. Deve esserlo altrimenti vien meno il suo stesso senso di essere. Se i suonatori sono come quelli della vignetta non si potrà suonar nulla (ricordate "Prova d'Orchestra" di Fellini?). Se manca l'armonia la Loggia diventerà un'assemblea, un circolo, un qualcosa d'altro: tutto fuorché una Loggia.

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.