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11 maggio 2026

Loggia madre - Loggia matrigna

C’è una delicatezza profonda nella poesia di Kipling dedicata alla Loggia Madre, la Hope and Perseverance n.782 all'Oriente di Lahore, unita ad una grande nostalgia per quei Fratelli. Costumi diversi, estrazioni diverse, religioni diverse, ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie prescrizioni: chi non può mangiar carne, chi non beve alcool, chi non può sedersi a tavola con caste inferiori, e così via. E allora cosa fanno? Semplicemente stanno assieme a fumare e a parlare (magari oggi non fumerebbero nemmeno per non disturbare i Fratelli non fumatori).

Si è parlato spesso di Kipling come espressione alta dell'imperialismo inglese. Ma a ben vedere in lui non si tratta di vero e proprio imperialismo, bensì di consapevolezza di portare nel mondo la civiltà (certo idea discutibile, ma lui ci credeva), come l’antico romano vedeva in Roma il centro irradiante della civiltà umana. E la Massoneria viene vista come il legame più saldo e più “civile” (perdonate il bisticcio di parole) per tenere unite persone di origini così diverse.

Io qui vedo il piacere di stare assieme, senza discutere, parlando ordinatamente uno dopo l'altro, in letizia. Ecco, qui forse assume il suo significato originale la letizia di Francesco d'Assisi. E' una vicinanza che unisce e non vuole dividere, che fa capire come siano assurde le guerre sante contro l'infedele: ...non esiste qualcosa come un infedele, Eccetto, forse, noi stessi – scrive Kipling.

Non cercano le cose che dividono, ma quello che unisce. Non pongono un Dio contro l'altro Dio, ma tutti parlano rifacendosi al Dio che meglio conoscono. Divinità diverse o aspetti diversi dell'unico Dio? Non importa. Lasciano alle teologie disquisizioni del genere. Quei Fratelli hanno un solido senso di religiosità che ognuno “descrive” e “interpreta” con i parametri che sente più confacenti a lui. E questo per loro è sufficiente.

Il senso della Loggia Madre è di uno struggimento commovente.

Il legame è forte. La Loggia Madre è unica, per tutta la vita massonica. Puoi cambiare Loggia, puoi cambiare Istituzione, puoi venire ri-iniziato per certe regole che all'una Istituzione non fanno riconoscere l'altra Istituzione, puoi entrare in Corpi Rituali ed avere altre iniziazioni o elevazioni o esaltazioni o come si chiamano, ma la prima Loggia, la tua Loggia Madre, è sempre e rimarrà sempre solo quella, e non altre.

Il legame che si è costruito con quella è viscerale e lo avverti se i casi della vita ti portano a cambiare Loggia. Lo avverti anche se la tua Loggia da madre diventa matrigna (perché certi fratelli cambiano, altri ancora non ci sono più e nuovi ne sono entrati). Solo così avverti la profondità, la sacralità quasi di quanto costruito in quella lontana tornata dove sei stato fatto Apprendista, e proprio lì, in quella particolare Loggia, e non altrove.

E se anni dopo vi ritornerai, ti renderai conto, anche se fisicamente i Fratelli di allora non ci sono più, anche se il locale non è più quello, che è rimasto forte il legame con la Loggia, la tua Loggia Madre: lì c'è la spada fiammeggiante con la quale fosti creato Apprendista, lì c'è la pietra grezza sulla quale hai iniziato il tuo lavoro, lì c'è il Volume della Legge sul quale giurasti, lì ti sei alzato in piedi e hai mosso i primi incerti passi.

Appunto, ci fu un momento in cui la mia Loggia da madre diventò matrigna.

Qualche anno fa in collina vidi in un campo lontano, un gruppo di caprioli che si muoveva in fila indiana, faticosamente arrancando sulla neve. Guardai col binocolo: cinque sagome, tutte in fila. I primi tre camminavano in avanti, ma gli ultimi due stavano dando vita ad un rito drammatico: il quarto della fila scacciava l’ultimo e gli imponeva di non seguirli. Immaginai che l’ultimo fosse il piccolo della cucciolata dell’estate precedente e l’animale che lo scacciava dal gruppo fosse proprio la madre che gli imponeva brutalmente una ferrea legge di vita. Il piccolo tentava di ritornare nel gruppo, il suo mondo conosciuto, ma la madre, ferrea, ogni volta che notava un suo avvicinamento, lo scacciava sempre più brutalmente.

Sì, lo so. La Natura (con la N maiuscola) non lascia spazio ai sentimenti. Il piccolo capriolo deve essere allontanato perché il territorio non può reggere un aumento eccessivo della popolazione e perché si potrebbe correre il rischio di un rapporto incestuoso, geneticamente micidiale. La Natura rifugge dai moralismi, ma ne sa di genetica molto più dei nostri più ferrati genetisti; non si preoccupa della salute psichica del singolo individuo ma della salute dell’intera popolazione. I malesseri psichici di un singolo fan presto a passare quando le tue giornate sono scandite dalla affannosa ricerca del cibo e dalla ancor più affannosa fuga dai pericoli. E se il singolo capriolo non dovesse sopravvivere, beh, in tal caso quel capriolo contribuirà alla sopravvivenza magari di un gruppo di lupi.

Guardando dalla finestra quella scena mi immedesimai nello stato d’animo del capriolo scacciato dalla madre e ritornai con la mente a quella tornata della mia Loggia.

Erano almeno un paio d’anni che mi lamentavo della mancanza dei lavori nei gradi. Ebbene, quella sera, ebbi l’onore di una tornata tutta per me. Elevarono la Loggia al Terzo Grado e il Venerabile lesse la sentenza del Tribunale di Loggia che mi condannava.

Ma il bello venne nella Sala dei Passi Perduti. Mi trovai al centro di un cerchio vuoto. Mi spostavo e si spostava il cerchio vuoto. Quasi nessuno mi rivolse la parola. Qualcuno immaginai per ritegno e imbarazzo non sapendo che dirmi, altri per non andar contro l’indirizzo predominante, altri ancora proprio per non volermi avvicinare. Partecipai ad un’altra tornata dopo quattro mesi e gli altri mi trattarono con formale cortesia (ma quanto gelida!).

Anni dopo vi ritornai come Maestro Venerabile della Loggia che mi aveva accolto. Francamente stare all’Oriente la prima volta non mi dispiacque (dopo tutto quello che era successo) e qualche pavoneggiamento temo pure di averlo fatto.

I tempi erano cambiati, io ero cambiato, presumo che anche i protagonisti di quella vicenda fossero cambiati, alcuni di loro non c’erano più. Ritornai e fui anche, per tre anni, Ispettore di Loggia, seduto alla sinistra del Venerabile e attento allo svolgimento dei lavori.

Un giorno incontrai per strada l’allora Maestro Venerabile e Presidente del Tribunale che mi condannò. Mi chiese scusa di quanto successo, confessandomi di essere stato spinto da qualcuno che al tempo aveva idee grandiose e manipolatorie.

Gli risposi, con aria da vecchio saggio (ma forse non colse l’ironia ) che quello aveva preso in giro parecchie persone...

Sporadicamente frequentai i lavori della mia Loggia Madre.

Oggi è rimasta là dove io non sono più, deluso e stancato dall'atmosfera di irreggimentazione e dalla passività arrendevole praticata dalla gran parte di chi là è restato. Ma sento ancora forte il legame con la mia Loggia Madre, anche se ormai quella Loggia, anche se fosse raggiungibile, non c'è più. 

06 dicembre 2016

Edipo

Una tavola di mio padre. Al solstizio d'inverno di tredici anni fa la scrisse e qualche mese dopo la tracciò nella sua Loggia.


Questo mito è conosciuto sopra tutto per le tragedie di Sofocle ed a prima vista sembra una tremenda vicenda familiare, governata da un Fato tanto illogico quanto crudele. Le piccole debolezze umane possono spesso provocare effetti catastrofici, sproporzionati, sui quali il piccolo uomo non ha alcuna possibilità di intervenire. Questo sembra il suggerimento morale. Non a caso il Fato era nell’ellenismo una divinità minore sulla quale però Zeus, il padre degli dei, non aveva alcun potere.


A grandi linee il mito ci presenta Laio, re di Tebe, che, dopo un lungo periodo di matrimonio con Giocasta, non ha ancora eredi. 

Preoccupato si rivolge ad un oracolo che gli predice a breve la nascita di un figlio, un figlio che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre.

Naturalmente Laio è fortemente turbato dalla profezia e, quando il figlio nasce, ordina ad un servo di abbandonare il neonato sul Monte Citerone, in Beozia, dopo avergli ferito le piante dei piedi perché le belve, richiamate dall’odore del sangue, lo divorassero.


Ma un pastore, Forba, richiamato dai vagiti del piccolo, lo raccoglie e lo porta a Polibo, re di Corinto.


Polibo e la moglie Peribea (o Merope) allevano amorosamente il bambino come fosse loro figlio e lo chiamano Edipo (dai piedi gonfi).


Quando Edipo diventa adulto, avendo udito accenni maligni riguardanti la sua eventuale non legittima origine, si reca a Delfo per interrogare l’oracolo sulla propria nascita. L’oracolo non risponde direttamente alla domanda di Edipo ma gli predice che egli avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Sconvolto dalla profezia e spinto dall’amore per coloro che egli ritiene i propri genitori Edipo abbandona Corinto nel tentativo di evitare l’avverarsi della profezia.

In Beozia ad un trivio incontra, proveniente dalla parte opposta, un cocchio con un vecchio a bordo, guidato da un auriga. L’auriga pretende con arroganza di avere la precedenza, ed Edipo, sdegnato, lo malmena. Il vecchio allora colpisce Edipo alla testa con una sferza a due punte e per reazione il giovane viandante risponde con un colpo di mazza che uccide il vecchio. Il vecchio è Laio, re di Tebe, sposo di Giocasta e padre naturale dello stesso Edipo.


Inconsapevole di aver ucciso il vero padre, Edipo prosegue il cammino. Ad un valico sul Monte Citerone, in uno stretto passaggio obbligato, incontra la Sfinge, un mostro con testa e petto di donna e corpo di leone, che propone ai viandanti un indovinello. Chi non sa risolverlo viene divorato dalla Sfinge stessa; chi invece saprà darne la soluzione avrebbe costretto il mostro a precipitarsi nel sottostante burrone, liberando gli abitanti della contrada dalla sua sanguinosa presenza.


In questo punto la storia ha delle discordanze e delle varianti. La Sfinge era stata inviata da Era, moglie di Zeus, per punire Creonte, re di Tebe (ma non era Laio il re di Tebe?), che aveva accolto e protetto Alcmena, colpevole di essersi concessa a Zeus, presentatosi a lei sotto le sembianze del marito Anfitrione, assente. Gli abitanti di Tebe si erano ripromessi di eleggere loro re l’uomo che, risolvendo l’enigma, li avesse liberati dalla Sfinge. Il nuovo re avrebbe poi sposato Giocasta, la regina vedova (vedova però da poco, altra incongruenza della storia).


Ma queste discordanze non sono essenziali alla nostra ricerca. Almeno credo.



L’enigma da sciogliere è il seguente: Qual è quella cosa che ha voce, che la mattina va con quattro piedi, a mezzogiorno con due e la sera con tre?


Edipo risponde che quella cosa è l’uomo, che all’inizio della sua vita si muove a gattoni, usando mani e piedi, nell’età adulta cammina regolarmente con le sole gambe e nella vecchiaia si aiuta con un bastone. È la risposta giusta e la Sfinge si uccide; i tebani, riconoscenti, eleggono Edipo re di Tebe, ed egli sposa Giocasta, senza sapere che è la propria madre. Quando saprà la verità, sconvolto, si accecherà.



Al di là delle apparenze qual è il significato di questo mito? Perché la Sfinge uccide chi non sa rispondere al suo quesito? La perdita della vita per una risposta errata sembra un pedaggio sproporzionato.


E che cosa rappresenta il parricidio?


E l’incesto?


In tutti i miti c’è un tipo d’incesto particolare, collegato alla sacra ierogamia delle prime divinità creatrici, utile a rappresentare simbolicamente il mistero dell’azione delle Forze creatrici. Ma l’incesto di Edipo non appartiene a questa categoria.


Nelle diverse mitologie sono presenti a volte incesti fra umani, ma quasi mai quello fra madre e figlio, il più terribile e più tragico fra tutti gli incesti.


Cosa si cela allora dietro il mito?



La soluzione dell’enigma intanto ci dice che il ricercatore, il viandante solitario, all’inizio della propria ricerca deve comprendere ed interiormente fare sua la natura intrinseca della materia e le sue leggi.


Quattro è il numero relativo alla materia e quattro infatti sono gli elementi filosofici, base del mondo materiale anche nei suoi aspetti energetici. Nell’indovinello ciò è simboleggiato dal bambino che si muove usando mani e piedi.


Proseguendo la ricerca il viandante prende coscienza della bipolarità della Creazione o Manifestazione della Divinità, e di quanto è ad essa correlato. Il numero due rappresenta appunto tale polarità, simboleggiata spesso da due colonne, come la Jakin e la Boaz, colonne del Tempio di Salomone e del tempio massonico.


Il due è la matrice diretta del quattro secondo gli antichi egizi. A Saïs un’iscrizione sulla tomba di un sacerdote di Ammon, nel tempo della XXII Dinastia, riporta: Io sono UNO che diventa DUE, io sono DUE che diventa QUATTRO, io sono QUATTRO che diventa OTTO, Io sono UNO che li protegge. (”Symbolisme et Nombre d’Or” di Thèo Koelliker – Les Editions del Champs èlisèes, Paris – pag. 32).


La Manifestazione allora è il campo energetico bipolare che la Forza Creatrice si è creata per manifestare Sè stessa. Con tutte le contraddizioni relative alla bipolarità, che, in un certo senso, sono anche la forza della polarità stessa.


Noi sappiamo che per uscire dal contraddittorio campo della Manifestazione, dove ogni elemento ha il suo contrario (luce-ombra, giorno-notte, Bene-Male, maschio-femmina, ecc.), noi dobbiamo conciliare in noi stessi questi opposti, contrapposti ma complementari, con la coscienza che gli opposti sono complementari e, assieme, formano un’unità. Il loro collegamento nella nostra personale interiorità può avvenire per mezzo di un terzo elemento che li unisce e ne fa un’unità. Se saremo capaci di costruire nella nostra interiorità questo terzo elemento (architrave o arco) avremo la possibilità, sfruttando forza e solidità di questa costruzione interiore, di realizzare la via iniziatica. Infatti la composizione degli opposti porta al divenire, porta al numero tre, rappresentato nell’indovinello dall’uomo che nella vecchiaia, l’età della realizzazione, cammina aiutandosi con un bastone.


È un confronto fra tesi ed antitesi che porta ad una sintesi, sintesi che a sua volta diventa una tesi da confrontare con un’altra antitesi per trovare la loro relativa sintesi. E così via in un’evoluzione continua il cui risultato ultimo, se ci si arriva, si può chiamare con nomi diversi secondo i metodi e secondo le culture:


• superamento della bipolarità o realizzazione del numero tre nel linguaggio iniziatico;


• realizzazione della pietra cubica in Massoneria;


• resurrezione realizzata in vita secondo le indicazioni di alcuni gnosticismi cristiani;


• uscita dal ciclo del Samsara per i buddisti;


• paradiso per i semplici fedeli dei monoteismi ri-velati; Si comprende allora anche il significato della morte che la Sfinge riserva agli incapaci di risposta.


Per ciò che riguarda l’enigma, la soluzione al momento mi soddisfa abbastanza anche se ritengo che possano esserci altri tipi di soluzione. Come in genere accade per tanti altri interrogativi.



Il parricidio mi porta alla mente le massime iniziatiche: Uccidi il Padre e Uccidi il Maestro. Esse sono equivalenti fra loro e dànno al viandante l’indicazione che, ricevuti i primi rudimenti, i primi consigli, un minimo di preparazione da un Fratello con un briciolo di esperienza in più, un Fratello che potremmo chiamare Fratello Maggiore, il viandante solitario deve emanciparsi, camminare da solo con le proprie gambe, ragionare con la propria testa e lavorare non tanto per trovare un ipotetico maestro terrestre, che forse non esiste, ma per trovare il Maestro Interiore, il vero Maestro, l’unico da cercare. Il Maestro Interiore è in ogni uomo ma non è facile trovarlo perché ci è nascosto dalla materialità delle nostre passioni in cui inconsciamente lo abbiamo avviluppato.


I metodi per liberarlo sono diversi. In genere si comincia da una graduale presa di coscienza delle passioni che più o meno ci influenzano. È un vero e proprio inventario del nostro me, utile per conoscere noi stessi, capire da quali passioni siamo governati e quanto potere esse hanno su di noi. Questo ci porta a lavorare su noi stessi, a sgrossare la nostra personale pietra grezza con l’intento di giungere progressivamente, esercitando la propria volontà al graduale controllo delle passioni. Perseverando, con il tempo, si può anche arrivare ad ottenere la padronanza delle passioni. Perchè le passioni non si debbono cancellare con interventi chirurgici, con mutilazioni, con evirazioni. Le passioni hanno una forza molto grande che poco alla volta può essere tramutata e usata per tramutare noi stessi, aiutandoci a costruire e percorrere l’intera via iniziatica. In altre parole è la trasformazione del me in sé interiore personale, pronti ormai a crocefiggere la propria personalità sulla croce dei quattro elementi e superare definitivamente la separatività del numero due. L’operazione è lunga e difficile, la si compie da soli su sé stessi, imparando sopra tutto dai propri errori.


È in altre parole lo stesso concetto espresso dalla soluzione dell’enigma.



Possedere la Madre.


La Madre rappresenta la Natura, Natura Naturans, matrice di tutto quello che è stato generato. Essa rappresenta anche la conservazione della Manifestazione attraverso la sua distruzione e la relativa rigenerazione; tutto si rinnova per rimanere sé stesso. Anche se poi tutta la Manifestazione è soggetta ai mutamenti della legge di evoluzione, in genere molto lenti. Tutto nella natura porta l’impronta della Forza dell’Atto creativo che l’ha determinata e che la mantiene viva e vitale. I filosofi ermetici del Rinascimento, ed anche altri prima di loro, ne erano consci.


Quando l’iniziato si rende conto di quanta forza ci sia nella natura, in tutte le cose della natura, e quindi anche in sé stesso, comincia a indagare in tutti i suoi aspetti per trovare questa presenza. Se ci riesce egli conquista simbolicamente il trono della natura, prende spiritualmente possesso di quanto lo circonda e può uscire dal cerchio senza fine della vita esclusivamente materiale. In altre parole egli si trasforma nel numero due che si realizza nel tre. Possedere la Madre o Conquistare il Trono della Vedova sono quindi termini che esprimono anch’essi diversamente lo stesso concetto scaturito dalla soluzione dell’enigma.



Ci sono altre interpretazioni di questo mito?


È possibile.


Sarebbe utile allora un confronto per ricevere altri stimoli per le nostre ricerche.

Solstizio d’Inverno 2003


22 ottobre 2016

Sacralità della Natura

Per rimanere in continuità con l'ultimo post, pubblico una tavola che mio padre tenne nella nostra Loggia l' 1 aprile 2008. Fin quando le forze lo hanno sorretto ebbe l'abitudine di camminare in montagna almeno una volta la settimana, spesso da solo. Ed erano per lui occasioni di riflessione e meditazione.



La ripida mulattiera mi portò nella pista forestale per il Pian della Saporita; essa saliva dolcemente, quasi protetta dagli alti lecci, fino alla Fonte delle Cavalle, dove avrei fatto una sosta. M’incamminai di buon passo dopo aver ripreso fiato e, come spesso mi accade a contatto con la natura, il pensiero prese ad andare per conto suo.

In una curva, scattando come molle, due ombre veloci fuggirono. D’istinto mi bloccai. I caprioli, messi in fuga dal rumore dei miei passi, si fermarono però una ventina di metri più avanti e guardarono con molta attenzione nella mia direzione per individuare la sorgente del rumore che li aveva allarmati. Come in quasi tutti gli animali, la loro vista (a reticolo l’ho definita) non permette di vedere ciò che è immobile. Possono vedere anche un ago se si muove lentamente ma non hanno la capacità di distinguere corpi completamente fermi. L’avevo constatato altre volte. Così potei osservarli a lungo, a patto di non muovere neanche un dito.

Come erano belli questi animali, liberi, nel loro libero ambiente!

Quando ne avevo l’occasione mi piaceva osservarli in libertà, liberi loro, libero io, anche se non potevo fotografarli. Erano momenti speciali, veri e propri regali della natura; mi davano la strana impressione che la mente si aprisse e l’ambiente circostante entrasse in me.

Poco prima di quell’incontro stavo pensando al vecchio detto iniziatico: amare con il cervello, ragionare con il cuore. Un raro senso di compiutezza ora mi invase mentre i caprioli, rassicurati dalla calma circostante, dopo qualche minuto si mossero lentamente, abbandonarono la pista forestale e, brucando fra gli alberi, si allontanarono pian piano. Tuttavia di tanto in tanto volgevano la testa e lo sguardo nella mia direzione per innata prudenza. Quando scomparvero ripresi il cammino. Alla fonte mi fermai qualche minuto: il gorgoglio dell’acqua corrente sembrava integrarsi con l’articolato silenzio animato della foresta. Quante cose insegna la natura a saperla osservare con rispetto e con amore! I caprioli erano maschio e femmina; la stagione degli amori era appena iniziata. Me l’aveva detto al mattino il lontano bramito di un cervo in amore. Ogni primavera la natura riproduce le condizioni per l’auto riproduzione, il naturale miracolo della creazione continua.

Con questo pensiero lasciai la fonte. La pista forestale saliva ora un poco più impegnativa ma ancora abbastanza facile e il camminare favoriva la meditazione.

***


La Forza creatrice si manifestò, sembra, con un big-bang: un lampo, un suono, anzi un tuono, un grande tuono. Così – dicono - essa iniziò la propria opera progressiva. Forse. Siamo sempre nel campo delle ipotesi. Si formarono l’universo e la natura con il regno minerale, il regno vegetale ed il regno animale. Il concetto di azione progressiva mi aveva da tempo suggerito che la Forza creatrice possa avere una particolare costituzione: Sarà vero? Chi lo sa!
Al momento mi piace immaginarla in tre aspetti. Il primo è l’aspetto creativo; esso ha portato la Forza dalla condizione di non-essere a quella di essere. Il secondo sarebbe l’aspetto conservativo, comportante la ricostruzione di ciò che tempo ed usura distruggono; mentre l’aspetto evolutivo dovrebbe presiedere alle evoluzioni di tutte le specie vegetali ed animali. E proprio questo aspetto dovrebbe aver guidato l’evoluzione di una certa specie animale, portandola nel corso di millenni e millenni ad uscire dal regno animale per costituire il regno umano e l’umanità.

È stato proprio così? Non lo so! Ma in questo momento della mia ricerca mi piace pensarlo; è un’ipotesi di lavoro che mi aiuta a proseguire le ricerche, a sperimentare le mie piccole scoperte relative e mi aiuta sopra tutto a lavorare su me stesso levigando la mia personale pietra, sgrossata finora alla meno peggio.

Ammesso per ipotesi di lavoro la verità di quanto esposto, la Forza creatrice con quale sostanza ha creato? L’unica sostanza al momento presente era la sua stessa sostanza. Di conseguenza il creato ha la stessa sostanza del Principio creatore e pertanto ne ha anche la forza. La possibilità di evolvere che osserviamo nella natura potrebbe indirettamente confermarcelo. Siamo nell’ottica di Giordano Bruno con i concetti di Natura Naturans e Natura Naturata: la natura che crea e la natura creata.

Nell’impossibilità per la mia mente, costruita per vivere nel relativismo del nostro piano, di comprendere la trascendenza del Principio creatore, vedo nella natura, o ritengo di vedere, il Principio creatore, e lo vedo nella sua Opera Omnia. per mezzo dell’opera stessa. Spirito e materia sono i due aspetti di questa Opera Omnia. Qualcuno, forse un alchimista, ha consigliato: spiritualizzare la materia, materializzare lo spirito.

C’è chi vede il male nelle cose terrene ed il bene in quelle celesti.

Il male non è nella natura e nei suoi esseri ma nelle passioni umane specie se esse hanno il predominio sulla volontà degli uomini e ne influenzano le azioni. E le passioni sono soltanto umane. I vegetali infatti non hanno passioni, gli animali non sono guidati da passioni ma solo da istinti naturali.

L’uomo governato dalle passioni è un essere incapace di evolvere.

Carissimo Maestro Venerabile, carissimi Fratelli,
Non dimentichiamo mai che la nostra dimensione è retta da una campo energetico i cui poli, uno positivo ed uno negativo, sono contrari ma complementari. Entrambi sono necessari all’esistenza, al funzionamento del campo energetico stesso in cui siamo con la nostra vita, la nostra mente, le nostre idee, i nostri bisogni.
Inoltre la Massoneria ci ha indicato il dubbio e l’umiltà come compagni di viaggio. Andiamo tutti nella stessa direzione, ma il terreno è privo di strade e di sentieri battuti. Il percorso non può essere identico, ognuno traccia e segue quello che gli è più congeniale. Nessuna strada è migliore o peggiore di qualsiasi altra. Ed è anche impossibile stabilire se qualcuno è più avanti o più indietro di qualcun altro.
Vi ho esposto delle considerazioni personali, quindi relative. Relative come la nostra dimensione umana. Per questo ho bisogno delle vostre osservazioni, delle vostre critiche, del confronto con punti di vista diversi.
Tenete inoltre presente, Fratelli, le condizioni del lavoro rituale in Loggia. La vibrazione delle parole pronunciate suscitano nei presenti degli impulsi. Anche se a volte non afferriamo subito il significato dei concetti espressi dalle parole altrui, qualcosa entra in noi con le vibrazioni delle parole. Esse lavorano in noi anche se non ne siamo coscienti. Teniamo presente che le reazioni individuali possono essere diverse perché ognuno di noi è diverso dagli altri anche se siamotutti simile.
Noi cerchiamo e questo ci fa questuanti del sapere, eterni apprendisti, ognuno a modo suo, perché diverse cono le storie, i metodi, le esperienze e le costituzioni mentali. E con noi ci sono anche le nostre passioni. Queste sono le avversarie da combattere, da conquistare gradualmente per usarne le energie per la propria evoluzione spirituale.

Ma questo è un altro discorso.

04 gennaio 2010

8.5 Post Scriptum

Questo capitolo è composto da appunti di un intervento di Michele Moramarco durante la tornata del 10 maggio 1992 del capitolo Immanuel del Rito Noachita.

Michele Moramarco ripercorre brevemente la storia del rituale noachita che è stato da lui rielaborato dal rituale del Rito Swedenborghiano consegnatogli a Londra nel dicembre 1982 da Desmond Bourke in possesso della filiazione di Yorker, personaggio comunque dubbio, ma depositario di diverse tradizioni.

In Inghilterra la tradizione di Swedenborg era dormiente.

Il rituale noachita proviene in buona parte dal Rituale Swedenborghiano; il rimanente è stato ricostruito su basi bibliche, previa autorizzazione del Fratello depositario.

Pulii quel rituale – osserva Moramarco – dalle parti tipicamente yorkeriane, troppo indulgenti alle sensazionalità. Vennero anche eliminate le interferenze con la leggenda dell'Ordine: inizialmente era infatti Noè stesso ad intraprendere la ricerca del corpo di Hiram, trasformato in marinaio. La leggenda ierostoricamente avrebbe potuto essere accettata (pur rimanendo poco convincente), ma avrebbe comportato una palese sovrapposizione con l'Ordine. Quel Rituale si chiamava Swedenborghiano in quanto alcune interpretazioni simboliche provenivano da Swedenborg; l'origine del termine era però di provenienza yorkeriana, per ricordare, in un'epoca in cui molteplici erano gli interessi verso lo spiritismo, lo Swedenborg visionario dell'al di là.

Moramarco spiega che le modifiche maggiori si sono avute con la sottolineatura dell'aspetto escatologico, verso il futuro oltre che verso il passato. Il diluvio viene visto come la situazione permanente dell'uomo. E' stato modificato maggiormente il secondo grado (Massone Sublime) e nel terzo (Massone Perfetto o Real Noachita) è stata rielaborata la leggenda di Noè. Il primo grado (Massone Illuminato), eliminata la leggenda di Hiram, è in grandissima parte originale.

L'Arca è la Terra Prima, intesa in senso biblico: è la Natura prima della caduta. La Tradizione Noachita insegna che la Natura è pura, esente da colpe, impressa come ricordo nell'uomo, una Natura dove si può cadere, ma ci si rialza. L'Arca rappresenta quindi la Natura precedente il Diluvio e la colpa-frammentazione di Adamo. Noè salva l'unità. Tutti gli animali entrano in armonia nell'Arca, il leone insieme all'agnello: l'armonia diventa così la meta finale del viaggio. L'Arca è il simbolo della Natura pienamente armonica, non solo in senso geometrico, ma in senso esistenziale.

Esotericamente il Cantore dell'Arca rappresenta l'iniziato che ascolta l'armonia delle sfere, come l'ascoltava Pitagora attraverso i rapporti numerici.

Noè è la vera universalità: da lui discendono tutti i popoli. Nel Rituale si identificano Ebrei, Egiziani, Greci (Semiti, Camiti, Jafetiti). L'Egizio indaga, l'Ebreo redige il Libro Sacro, il Greco rapporta il divino all'umano. Zeus rappresenta sia pure in nuce l'idea dell'incarnazione (il sacrificio di sé, l'amore) forse sottolineandone più l'aspetto estetico. Noè è il paradigma di tutto.

Il richiamo (presente nel rituale) all'angolo di Nord-Est rappresenta il collegamento ad un punto di riferimento: dall'angolo di Nord-Est cominciava la costruzione della cattedrale [nell'angolo di Nord-Est della Loggia - aggiungo io - viene posto, secondo la ritualità anglosassone, il neo iniziato].

Il Candidato viaggia in verso opposto al percorso del sole. All'arrivo ad Oriente trova la grande sintesi: in essa c'è luce, tenebre, chiarore, tramonti,..., tutto. A una prima indagine percepiamo il “viaggio solare” (traccia Swedenborghiana del Sole spirituale simbolo del divino), la “parte divina”, quindi il “viaggio umano” dell'uomo che ritorna alla Natura universale, priva di separazioni e fratture.

Il fiume della vita è molto profondo (elemento di sovrapposizione tra l'acqua del fiume che non viene attraversato e l'acqua della tempesta). L'uomo, non essendo pronto, pur avendone l'occasione, non riesce a guadare il fiume, per cui invece di giungere alla perfezione cade nel tumulto del diluvio.

I Massoni Noachiti però sanno che la Verità discende sull'uomo. La Verità entra attraverso la coscienza, quindi scende attraverso le anche (sensazioni) alle caviglie (il movimento, la “fondazione”). La Verità si fa carne. La coscienza l'assorbe dal divino oceano.

Moramarco conclude ricordando che le promesse riportate nel Rituale Noachita sono diverse da quelle originali, più simili ai giuramenti prestati nei tre gradi dell'Ordine. Nel Rito Noachita è presente una maggiore “carica ambientalista” verso la natura.

Il nome divino fiammeggiante (Y-H-W-E) rappresenta la congiunzione del Padre maschio con la Madre femmina (jod: principio maschile – he: principio femminile – vau: congiunzione). L'ultima he rappresenta la matrice materiale (Terra) fecondata. Nella tradizione cabalistica si dice che il Re e la Regina si congiungeranno alla fine dei tempi, mentre oggi sono spaiati.. L'unione dei due sarà perfetta e Dio si specchierà nella Creazione e riempirà tutto l'Universo con la sua perfezione.

02 gennaio 2010

8.3.2 Osservazioni

Il Rito Noachita si richiama esplicitamente alla tradizione della massoneria del legno, ma nella sua esegetica la costruttività con il legno non appare in primo piano, bensì abbinata ad altri temi, primo fra tutti il richiamo al “noachismo”.

Nella tradizione ebraica Dio impone sei precetti ad Adamo e uno a Noè. Poiché quest'ultimo è il padre dell'umanità i sette precetti vennero detti leggi noachidi, cioè dei figli di Noè. Sono precetti validi (dal punto di vista ebraico) per tutti gli uomini in quanto precedono il patto con Abramo, quest'ultimo valido per il popolo di Israele, e la nascita di ogni religione. Il noachitismo ovviamente esula dal punto di vista di una religione particolare, ma si collega alla Natura Primordiale pre e post-diluviana: una Terra Sacra armonicamente legata al Cielo sacro in un unicum inscindibile. Meglio: in un unicum che verrà scisso nel corso della differenziazione evolutiva post-diluviana. Significa ricercare le motivazioni ultime (e quindi più cogenti e più «valide», estranee a giustificazioni ideologiche o politiche - ininfluenti per il libero muratore che ormai deve essersi liberto da queste imposizioni) che come applicazione pratica spingono a rivalutare la natura dopo gli scempi operati dalla concezione pseudo religiosa di un malinteso senso di dominio dell’uomo sulla natura.
[Dio benedisse Noè e i suoi figli, e disse loro: «Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra. Avranno timore e spavento di voi tutti gli animali della terra e tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove e ha vita vi servirà di cibo; io vi do tutto questo, come l'erba verde; ma non mangerete carne con la sua vita, cioè con il suo sangue. Certo, io chiederò conto del vostro sangue, del sangue delle vostre vite; ne chiederò conto a ogni animale; chiederò conto della vita dell'uomo alla mano dell'uomo, alla mano di ogni suo fratello. Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell'uomo sarà sparso dall'uomo, perché Dio ha fatto l'uomo a sua immagine. Voi dunque crescete e moltiplicatevi; spandetevi sulla terra e moltiplicatevi in essa». E Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra» (Genesi 9 1-7).
Mi pare che i versetti siano coerenti con una visione antropocentrica nella quale l'uomo ha non solo il predominio, ma anche il dominio di tutta la natura e “viene autorizzato” a servirsene.]

Resta il fatto della non unicità del diluvio: se simbolicamente il Diluvio fu quello cui emblematicamente partecipò Noè, vero progenitore-simbolo dell’uomo più di Adamo, ben presto il massone noachita comprende che deve affrontare il proprio diluvio e non necessariamente solo una volta. Deve quindi accingersi (più di una volta) alla costruzione della propria Arca sulla quale e per mezzo della quale galleggiare sulle proprie acque. L’Arca però non è solo lo strumento che permette il superamento delle acque, ma risulta anche il legame con la Natura precedente il diluvio, è anzi la Natura pre-diluviana, precedente la frammentazione della stirpe adamitica, dove ancora regna l’armonia fra tutte le forme animali. Noè salva l’unità primordiale (il leone insieme all’agnello) e mostra che la ricerca dell’armonia è la meta del viaggio.

La costruzione dell’Arca propone necessariamente una comparazione, costruttiva e simbolica, tra la massoneria del legno e la massoneria della pietra: in ultima analisi tra il materiale legno e il materiale pietra.

01 gennaio 2010

8.2.1 Leggenda del Grado

La leggenda viene sintetizzata dal Venerabile Patriarca al neofita: la luce della Conoscenza, incontrata nel grado precedente, deve essere seguita dall’opera di costruzione di una Sublime Realtà.

Vi abbiamo presentato i princìpi essenziali del Tempio Simbolico Primordiale, collocato dapprima nel Giardino di Dio e poi nella Terra dei Viventi. Le sue Verità crescono come Alberi Sacri intorno al Tempio Noachita, con la forte stabilità della Quercia, la verticale determinazione del Cedro, l’amabilità della Vite, la fruttuosità del Fico, l’abbondanza dell’Olivo e la purezza del Giglio.

Anche il Tempio di Salomone fu edificato con il legno di tre alberi pregiati, e le sue pareti, all’interno come all’esterno, vennero decorate con le loro immagini, mentre sulle colonne vennero scolpiti gigli e melograne, l’insieme formando, in tal guisa, il simbolo dell’Eden, patria e meta di ogni Noachita.

Nella vostra condotta, all’interno come all’esterno di questo Tempio, procurate di rispettare i modelli che vi abbiamo offerto e di edificare il vostro carattere conseguentemente; il nome di questo grado vi ricordi che la luce della conoscenza (che avete incontrato nel grado precedente) deve essere seguita dall’opera di costruzione di una Sublime Realtà. Vivete rettamente nei confronti di Dio e della Creazione, e fate della vostra dimora terrestre un Tempio di delizie nel quale adorerete perpetuamente l’Onnipotente, la cui maestà ha per trono il cielo stellato e per sgabello la terra verde.

Tenete in alta considerazione i misteri di questo grado; essi alludono alle meraviglie dell’Universo e ne rivelano il carattere sublime per mezzo di simboli trasmessi da generazione a generazione. Che nessuna parola, in questo grado, resti inascoltata, che nessun simbolo passi inosservato dinanzi ai vostri occhi; assimilatene piuttosto le lezioni, e uscendo da qui portate incise nel centro di voi stesso le vestigia del più antico di tutti i culti, praticato dagli Antichi Padri, invincibile ed immortale, poiché sgorgante dal Cuore della Natura Primordiale.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.