martedì 6 dicembre 2016

Edipo

Una tavola di mio padre. Al solstizio d'inverno di tredici anni fa la scrisse e qualche mese dopo la tracciò nella sua Loggia.


Questo mito è conosciuto sopra tutto per le tragedie di Sofocle ed a prima vista sembra una tremenda vicenda familiare, governata da un Fato tanto illogico quanto crudele. Le piccole debolezze umane possono spesso provocare effetti catastrofici, sproporzionati, sui quali il piccolo uomo non ha alcuna possibilità di intervenire. Questo sembra il suggerimento morale. Non a caso il Fato era nell’ellenismo una divinità minore sulla quale però Zeus, il padre degli dei, non aveva alcun potere.


A grandi linee il mito ci presenta Laio, re di Tebe, che, dopo un lungo periodo di matrimonio con Giocasta, non ha ancora eredi. 

Preoccupato si rivolge ad un oracolo che gli predice a breve la nascita di un figlio, un figlio che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre.

Naturalmente Laio è fortemente turbato dalla profezia e, quando il figlio nasce, ordina ad un servo di abbandonare il neonato sul Monte Citerone, in Beozia, dopo avergli ferito le piante dei piedi perché le belve, richiamate dall’odore del sangue, lo divorassero.


Ma un pastore, Forba, richiamato dai vagiti del piccolo, lo raccoglie e lo porta a Polibo, re di Corinto.


Polibo e la moglie Peribea (o Merope) allevano amorosamente il bambino come fosse loro figlio e lo chiamano Edipo (dai piedi gonfi).


Quando Edipo diventa adulto, avendo udito accenni maligni riguardanti la sua eventuale non legittima origine, si reca a Delfo per interrogare l’oracolo sulla propria nascita. L’oracolo non risponde direttamente alla domanda di Edipo ma gli predice che egli avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Sconvolto dalla profezia e spinto dall’amore per coloro che egli ritiene i propri genitori Edipo abbandona Corinto nel tentativo di evitare l’avverarsi della profezia.

In Beozia ad un trivio incontra, proveniente dalla parte opposta, un cocchio con un vecchio a bordo, guidato da un auriga. L’auriga pretende con arroganza di avere la precedenza, ed Edipo, sdegnato, lo malmena. Il vecchio allora colpisce Edipo alla testa con una sferza a due punte e per reazione il giovane viandante risponde con un colpo di mazza che uccide il vecchio. Il vecchio è Laio, re di Tebe, sposo di Giocasta e padre naturale dello stesso Edipo.


Inconsapevole di aver ucciso il vero padre, Edipo prosegue il cammino. Ad un valico sul Monte Citerone, in uno stretto passaggio obbligato, incontra la Sfinge, un mostro con testa e petto di donna e corpo di leone, che propone ai viandanti un indovinello. Chi non sa risolverlo viene divorato dalla Sfinge stessa; chi invece saprà darne la soluzione avrebbe costretto il mostro a precipitarsi nel sottostante burrone, liberando gli abitanti della contrada dalla sua sanguinosa presenza.


In questo punto la storia ha delle discordanze e delle varianti. La Sfinge era stata inviata da Era, moglie di Zeus, per punire Creonte, re di Tebe (ma non era Laio il re di Tebe?), che aveva accolto e protetto Alcmena, colpevole di essersi concessa a Zeus, presentatosi a lei sotto le sembianze del marito Anfitrione, assente. Gli abitanti di Tebe si erano ripromessi di eleggere loro re l’uomo che, risolvendo l’enigma, li avesse liberati dalla Sfinge. Il nuovo re avrebbe poi sposato Giocasta, la regina vedova (vedova però da poco, altra incongruenza della storia).


Ma queste discordanze non sono essenziali alla nostra ricerca. Almeno credo.



L’enigma da sciogliere è il seguente: Qual è quella cosa che ha voce, che la mattina va con quattro piedi, a mezzogiorno con due e la sera con tre?


Edipo risponde che quella cosa è l’uomo, che all’inizio della sua vita si muove a gattoni, usando mani e piedi, nell’età adulta cammina regolarmente con le sole gambe e nella vecchiaia si aiuta con un bastone. È la risposta giusta e la Sfinge si uccide; i tebani, riconoscenti, eleggono Edipo re di Tebe, ed egli sposa Giocasta, senza sapere che è la propria madre. Quando saprà la verità, sconvolto, si accecherà.



Al di là delle apparenze qual è il significato di questo mito? Perché la Sfinge uccide chi non sa rispondere al suo quesito? La perdita della vita per una risposta errata sembra un pedaggio sproporzionato.


E che cosa rappresenta il parricidio?


E l’incesto?


In tutti i miti c’è un tipo d’incesto particolare, collegato alla sacra ierogamia delle prime divinità creatrici, utile a rappresentare simbolicamente il mistero dell’azione delle Forze creatrici. Ma l’incesto di Edipo non appartiene a questa categoria.


Nelle diverse mitologie sono presenti a volte incesti fra umani, ma quasi mai quello fra madre e figlio, il più terribile e più tragico fra tutti gli incesti.


Cosa si cela allora dietro il mito?



La soluzione dell’enigma intanto ci dice che il ricercatore, il viandante solitario, all’inizio della propria ricerca deve comprendere ed interiormente fare sua la natura intrinseca della materia e le sue leggi.


Quattro è il numero relativo alla materia e quattro infatti sono gli elementi filosofici, base del mondo materiale anche nei suoi aspetti energetici. Nell’indovinello ciò è simboleggiato dal bambino che si muove usando mani e piedi.


Proseguendo la ricerca il viandante prende coscienza della bipolarità della Creazione o Manifestazione della Divinità, e di quanto è ad essa correlato. Il numero due rappresenta appunto tale polarità, simboleggiata spesso da due colonne, come la Jakin e la Boaz, colonne del Tempio di Salomone e del tempio massonico.


Il due è la matrice diretta del quattro secondo gli antichi egizi. A Saïs un’iscrizione sulla tomba di un sacerdote di Ammon, nel tempo della XXII Dinastia, riporta: Io sono UNO che diventa DUE, io sono DUE che diventa QUATTRO, io sono QUATTRO che diventa OTTO, Io sono UNO che li protegge. (”Symbolisme et Nombre d’Or” di Thèo Koelliker – Les Editions del Champs èlisèes, Paris – pag. 32).


La Manifestazione allora è il campo energetico bipolare che la Forza Creatrice si è creata per manifestare Sè stessa. Con tutte le contraddizioni relative alla bipolarità, che, in un certo senso, sono anche la forza della polarità stessa.


Noi sappiamo che per uscire dal contraddittorio campo della Manifestazione, dove ogni elemento ha il suo contrario (luce-ombra, giorno-notte, Bene-Male, maschio-femmina, ecc.), noi dobbiamo conciliare in noi stessi questi opposti, contrapposti ma complementari, con la coscienza che gli opposti sono complementari e, assieme, formano un’unità. Il loro collegamento nella nostra personale interiorità può avvenire per mezzo di un terzo elemento che li unisce e ne fa un’unità. Se saremo capaci di costruire nella nostra interiorità questo terzo elemento (architrave o arco) avremo la possibilità, sfruttando forza e solidità di questa costruzione interiore, di realizzare la via iniziatica. Infatti la composizione degli opposti porta al divenire, porta al numero tre, rappresentato nell’indovinello dall’uomo che nella vecchiaia, l’età della realizzazione, cammina aiutandosi con un bastone.


È un confronto fra tesi ed antitesi che porta ad una sintesi, sintesi che a sua volta diventa una tesi da confrontare con un’altra antitesi per trovare la loro relativa sintesi. E così via in un’evoluzione continua il cui risultato ultimo, se ci si arriva, si può chiamare con nomi diversi secondo i metodi e secondo le culture:


• superamento della bipolarità o realizzazione del numero tre nel linguaggio iniziatico;


• realizzazione della pietra cubica in Massoneria;


resurrezione realizzata in vita secondo le indicazioni di alcuni gnosticismi cristiani;


• uscita dal ciclo del Samsara per i buddisti;


paradiso per i semplici fedeli dei monoteismi ri-velati; Si comprende allora anche il significato della morte che la Sfinge riserva agli incapaci di risposta.


Per ciò che riguarda l’enigma, la soluzione al momento mi soddisfa abbastanza anche se ritengo che possano esserci altri tipi di soluzione. Come in genere accade per tanti altri interrogativi.



Il parricidio mi porta alla mente le massime iniziatiche: Uccidi il Padre e Uccidi il Maestro. Esse sono equivalenti fra loro e dànno al viandante l’indicazione che, ricevuti i primi rudimenti, i primi consigli, un minimo di preparazione da un Fratello con un briciolo di esperienza in più, un Fratello che potremmo chiamare Fratello Maggiore, il viandante solitario deve emanciparsi, camminare da solo con le proprie gambe, ragionare con la propria testa e lavorare non tanto per trovare un ipotetico maestro terrestre, che forse non esiste, ma per trovare il Maestro Interiore, il vero Maestro, l’unico da cercare. Il Maestro Interiore è in ogni uomo ma non è facile trovarlo perché ci è nascosto dalla materialità delle nostre passioni in cui inconsciamente lo abbiamo avviluppato.


I metodi per liberarlo sono diversi. In genere si comincia da una graduale presa di coscienza delle passioni che più o meno ci influenzano. È un vero e proprio inventario del nostro me, utile per conoscere noi stessi, capire da quali passioni siamo governati e quanto potere esse hanno su di noi. Questo ci porta a lavorare su noi stessi, a sgrossare la nostra personale pietra grezza con l’intento di giungere progressivamente, esercitando la propria volontà al graduale controllo delle passioni. Perseverando, con il tempo, si può anche arrivare ad ottenere la padronanza delle passioni. Perchè le passioni non si debbono cancellare con interventi chirurgici, con mutilazioni, con evirazioni. Le passioni hanno una forza molto grande che poco alla volta può essere tramutata e usata per tramutare noi stessi, aiutandoci a costruire e percorrere l’intera via iniziatica. In altre parole è la trasformazione del me in sé interiore personale, pronti ormai a crocefiggere la propria personalità sulla croce dei quattro elementi e superare definitivamente la separatività del numero due. L’operazione è lunga e difficile, la si compie da soli su sé stessi, imparando sopra tutto dai propri errori.


È in altre parole lo stesso concetto espresso dalla soluzione dell’enigma.



Possedere la Madre.


La Madre rappresenta la Natura, Natura Naturans, matrice di tutto quello che è stato generato. Essa rappresenta anche la conservazione della Manifestazione attraverso la sua distruzione e la relativa rigenerazione; tutto si rinnova per rimanere sé stesso. Anche se poi tutta la Manifestazione è soggetta ai mutamenti della legge di evoluzione, in genere molto lenti. Tutto nella natura porta l’impronta della Forza dell’Atto creativo che l’ha determinata e che la mantiene viva e vitale. I filosofi ermetici del Rinascimento, ed anche altri prima di loro, ne erano consci.


Quando l’iniziato si rende conto di quanta forza ci sia nella natura, in tutte le cose della natura, e quindi anche in sé stesso, comincia a indagare in tutti i suoi aspetti per trovare questa presenza. Se ci riesce egli conquista simbolicamente il trono della natura, prende spiritualmente possesso di quanto lo circonda e può uscire dal cerchio senza fine della vita esclusivamente materiale. In altre parole egli si trasforma nel numero due che si realizza nel tre. Possedere la Madre o Conquistare il Trono della Vedova sono quindi termini che esprimono anch’essi diversamente lo stesso concetto scaturito dalla soluzione dell’enigma.



Ci sono altre interpretazioni di questo mito?


È possibile.


Sarebbe utile allora un confronto per ricevere altri stimoli per le nostre ricerche.

Solstizio d’Inverno 2003


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