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05 agosto 2026

Lavoro di Loggia: Tolleranza

 Pensieri schematici

Tema dei lavori: Tolleranza. Da tutti i punti di vista, profano e iniziatico.

Tolleranza. Libertà. Non violenza.
E’ un tutto unico cui si oppone: intolleranza, oppressione, violenza.
Anche questi: i cattivi compagni, i ruffians?

Sul piano binario della realtà umana le contraddizioni si combattono.

Ma il libero muratore, che opera principalmente con lo strumento dell’amore, che si affatica rettificando continuamente e levigando la propria pietra, sa come la strada dell’iniziazione (inizio, non fine) sia difficile e l’uomo sia invece debole.
Perciò comprende gli errori e le manchevolezze degli altri, specialmente dei compagni di viaggio che percorrono la stessa via.

Per loro la tolleranza è amore.

Il libero muratore è però intollerante, deve esserlo, con se stesso.

Il libero muratore è un caminante, che viaggia, che tende ad uscire dai particolarismi del binario per avvicinarsi all’uno. Si avvicina, senza, in questa dimensione, arrivarci. Non può.

Il libero muratore conosce la fatica del cammino. E se la superbia o l’orgoglio non glielo impediscono non può non comprendere chi si trova sulla via. E apprezzare i suoi sforzi. (se ci sono). Vie infinite.

Tolleranza è rivolta verso idee e difetti altrui; intolleranza è diretta verso i propri difetti o passioni.

Il mondo del binario: mondo del relativo.

La vita: bene che ci è data dal mondo. Ma non è il bene più alto: ci sono valori più alti della vita.

Importanza del dubbio: favorisce la tolleranza.

Attenzioni. Chi semina vento raccoglie tempesta. Se acchiappi il vento, tu diventi vento.

Mai le guerre sante. Ciascuno deve combattere la propria guerra santa nella propria interiorità, contro le proprie passioni, contro i propri difetti. Non contro le passioni e i difetti degli altri. Altrimenti viene meno il senso della tolleranza e resta violenza e dispotismo.

Dove c’è violenza e dispotismo non c’è amore, non c’è iniziazione. Non c'è confronto, ma scontro.

Non c'è Massoneria ma solo un vuoto simulacro che alcuni pretendono sia massoneria.


Tolleranza del politeismo, intolleranza del monoteismo.

06 luglio 2026

Il Matto

 I Tarocchi - Il Matto

Il Matto è uno degli archetipi più “forti”: è lo zero, il caos.

Dal mondo organizzato dalla logica si deve passare ad un mondo dove la logica non vale più.

L’uomo deve imparare a convivere con il Matto, ad essere il Matto.

Il dubbio permette di costruire, ma anche di distruggere le nostre cristallizzazioni: solo in questo modo potrà uscire il “nostro Matto” che ci “pulirà dentro”. Ma è necessario possedere il coraggio di smantellare le nostre piccole certezze.

06 giugno 2026

C'è dubbio e dubbio

Tavola: Al lume di una candela l'uomo del dubbio si interroga. La Coscienza e il coraggio della Libertà.


Quando ho letto nel calendario di Loggia il titolo della Tavola mi è subito venuto in mente il testamento di Norberto Bobbio, un filosofo forse lontano da posizioni spiritualiste, ma sicuramente profondamente umano e umanista. Scrisse Bobbio: io mi sento come l'omino che cammina al buio con una candela  in mano. La candela illumina fiocamente intorno, rischia solo qualcosa, un poco di terreno per compiere qualche passo, non di più. E purtroppo la filosofia non dà gli strumenti, perché non li può dare, di sapere cosa c'è oltre il buio.

L'uomo con la candela in mano è associato al dubbio, l'uomo del dubbio.

Cosa vuol dire? Che c'è dubbio e dubbio. C'è il dubbio che distrugge, deleterio, quello che non crede in nulla. E c'è il dubbio compagno scomodo del nostro camminare, che isola il caminante ancora di più. Ma ancora di più lo spinge sul cammino.

E' vero, il nostro mondo oggi è fatto di persone certe e sicure, persone che hanno fede in piccole cose. Ricordate l'aneddoto che raccontò Krishnamurti?

Un giorno un diavolo ed un amico stanno passeggiando e vedono un uomo che si china, raccoglie qualcosa, un sasso forse, e lo mette in tasca.

L'amico domanda: cosa sta facendo?

E il diavolo risponde: ha trovato una piccola verità e adesso la conserva.

L'amico gli ribatte: è un brutto segno per te.

Ma il diavolo risponde: niente affatto. Adesso gli faccio organizzare una sua religione e io sono a posto.

Infatti se e quando la tua piccola verità diventa qualcosa di organizzato allora cessa di essere verità, né grande né piccola.

Quando da una tua ispirazione si organizza qualcosa, l'ispirazione è terminata, istituzionalizzata e perde il suo valore rivoluzionario.

Questo è il senso del dubbio. Dobbiamo tenerci il dubbio caro perché è solo il dubbio che ci mantiene all'erta. Sono due "paroline" quasi magiche che evitano l'addormentarsi: "o no?".

E' quello che ci fa sempre dire: Sì è così, o no? Io faccio così, o no? Sì, va bene, o no?

Sentiamo qualcosa dentro di noi che dice sempre: o no?

Questo è il dubbio critico, è il dubbio che ti fa ripensare le tue cose, che ti fa controllare i calcoli, che ti fa rileggere ciò che hai scritto per evitare errori.

Poi c'è il dubbio di chi che non crede più a niente, che considera non vera qualunque cosa si possa credere.

E' un tipo di dubbio oggi molto diffuso, l'esatto opposto nel credere tutto malgrado tutto (anche la fede credulona molto diffusa).

Chi dubita di tutto non se ne accorge ma dubita pure di se stesso.

Questo dubbio atroce, funesto, disastroso è sintomo delle grandi crisi del mondo di oggi. Esiste  un termine che comprende sia false verità più o meno strutturate in organismi pseudo o para-religiosi, sia dubbi atroci fallimentari, ed è nichilismo, posizione che vede tutto uguale, tutto sullo stesso piano, tutto uguale.

Non è l'uguaglianza che compare nel Tempio, non è la livella di Totò che giunge a far giustizia sulle disuguaglianze del mondo: le esperienze umane sono ugualmente meritevoli di considerazione perché vissute. No, questo invece è il livellamento dell'acqua stagnante nella palude.

E' il dubbio che pretende di dire che tutto sia uguale, il caldo e il freddo, il buio e la luce, l'alto e il basso, per cui non vale la pena di impegnarsi per l'uno e per l'altro.

E' il dubbio che mette sullo stesso piano falsità e verità, credulità e risultati della scienza. In certe scuole degli Stati Uniti comitati di genitori pretendono che la cosiddetta teoria creazionista venga insegnata sullo stesso piano della teoria evoluzionistica, ignorando scienza e filosofia da Darwin a Teilhard de Chardin, il gesuita proibito.

Quindi l'insegnante di scienze in quelle scuole americane deve mettere allo stesso piano una teoria come quella di Darwin che si basa su degli dati scientifici, con la teoria che dice che tutto fu creato da Dio 4000 anni e che le prove di vita anteriore ai 4000 anni sono state pure quelle create da Dio solo per mettere alla prova la nostra fede. Chi sostiene questo è dentro una bolla impermeabile a qualsiasi ragionamento. 

Il mondo di oggi è una realtà dove urlano quelli delle certezze.

Una volta il mondo italiano era pieno di esperti da bar che sapevano come far vincere la nazionale di calcio, sempre e comunque, solo a dar retta a loro. Per fortuna erano esperti appunto da bar e cianciavano solo nei bar.

Oggi sono tutti esperti da bar e sanno come combattere le epidemie, come risolvere la guerra in Iran e in Ucraina, sanno come risolvere il problema della bomba atomica e della fame nel mondo. E' semplicissimo - dicono - basta dar retta a loro.

Purtroppo per noi non cianciano più solo nei bar, ma ahimè non cianciano più solo nei bar. Li trovi dappertutto, anche là dove non dovrebbero essere. Ormai hanno gli strumenti per infierire su tutto.

07 maggio 2026

Il tempo... e il resto 6

 Continuano le mie riflessioni sul lavoro della mia Loggia sul tempo



L’attimo prolungato

Viviamo in un momento storico in cui tanti rifiutando il tempo vogliono dilatare indefinitamente il presente, dimenticando che il passato pesa e il futuro verrà.

La spiegazione è semplice. Persi i punti di riferimento assoluti o universali ci si riferisce solo a se stessi. Quanti trentenni ancora si chiedono cosa faranno “da grandi”? Quanti sovrastimano il proprio compleanno? Senza punti di riferimento il singolo resta di fronte a se stesso: Non riuscendo ad andare oltre, resta solo la propria fisicità, che prima o poi termina.

Faust impiega una vita per cogliere l’attimo; oggi tutti sembrano vivere nel presente-attimo che (vogliono) non terminerà mai. Purtroppo il tempo che gli insipienti pretendono prolungare nella fallacia di una illimitata giovinezza non ha nulla in comune con l’attimo faustiano.

Tante feste legate ad un giorno particolare (l’ultimo di carnevale, il giorno di mezzo inverno, la festa del patrono) vengono prolungate di una o più settimane appunto per “continuare” l’attimo; non per motivi sacri ma economici o di divertimento. Fino al paradosso di carri carnevaleschi a mezza quaresima o feste invernali in piena primavera.

Chi coglie il paradosso? Nessuno ormai è più in grado di farlo...

Il prolungamento (profano) dell’attimo è illusione nefasta e disastrosa: cancellando il futuro si condiziona il presente: chi pensa più al domani? E’ venuta meno la preoccupazione del “dopo”. Verrebbe quasi da rimpiangere Inferno e Paradiso: almeno avevano una funzione morale e sociale.

Tempo lineare

Comprendo il senso di un tempo lineare: dalla nascita alla morte, dalla creazione alla fine. Fine che per il cristiano non è il raggiungimento del massimo di entropia e la morte termica dell’universo e per lo scienziato non è la discesa della Gerusalemme celeste al termine dell'ultimo libro della Bibbia.

Il tempo lineare è il nostro tempo, quello nel quale siamo stati educati da piccoli, quello nel quale viviamo o crediamo di vivere.

Se chiamassi il massimo dell’entropia con l’appellativo di Gerusalemme celeste? Nulla lo impedirebbe ma significherebbe attribuire un senso metafisico ad una semplice legge fisica che non ha nulla di metafisico; analogamente chiamare la Gerusalemme celeste come morte termica dell’universo vorrebbe dire desacralizzarla e toglierle senso.

Appaiono due visioni contrastanti: forse è giunto il momento di vederle unite come facce della stessa medaglia e… cercare la medaglia.

Il tempo circolare

Confesso che francamente lo capisco e non lo capisco: a volte mi sembra di comprenderne l’intima necessità (la primavera che ritorna, la mietitura del grano e il nuovo pane, la vendemmia e il vino nuovo che sempre ritorna, le feste che ritornano), a volte me ne sento invece completamente estraneo (ha senso un ritorno?).

Il tempo lineare ha una caratteristica che Esiodo mette bene in evidenza. Il tempo inghiotte i propri figli. Non per nulla Zeus lo esilia e lo allontana. Il tempo circolare vorrebbe allora dire che i figli inghiottiti prima o poi vengono rigettati fuori? Il mito effettivamente dice così. Ma sarà vero?

Il presente appena c’è non c’è più perché eternamente si consuma nel passato per generare dal nero più nero del nero un futuro che non c’è ancora ma ci sarà e di un passato che non c’è più ma ha dato vita al presente.

L’obiezione è immediata: lo stesso capita anche per un tempo circolare. Per esempio mezzogiorno è mezzogiorno, e come arriva scompare subito in un passato che non c’è più. Ma in un tempo circolare il passato (o qualcosa del genere) ritorna, mentre nel tempo concepito linearmente no.

*

Tempo circolare inserito in un tempo lineare?

Geometricamente sarebbe come un’elica (cioè una molla) tracciata sulla superficie di un cilindro o di un cono. E’ plausibile?

Per l’intelletto tutto è plausibile, come il mondo delle idee di Platone o la dialettica di Hegel (tesi, antitesi, sintesi) implacabile come il destino.

E per l’uomo? Chi vorrebbe vivere nella disumana Repubblica di Platone o nel mondo stritolante della tricotomia hegeliana?

Ricominciamo?

Forse più che di “eterno ritorno” si dovrebbe parlare di “eterno ricominciare”. Torna il solstizio d’inverno e il sole inizia ad alzarsi sull’orizzonte: comincia un nuovo anno. E’ successo così nel passato e sempre sarà così nel futuro. E’ un “nuovo inizio”.

La volontà e il piacere di iniziare è stata e sarà sempre quella. Come inizieremo può essere diverso dagli inizi del passato. Tempo circolare inserito in un tempo lineare?

*

Ma anche tutti “questi inizi”!… Non si corre il rischio di cominciare e cominciare, senza terminare mai qualcosa?

Sole dell’avvenire.

Oggi mi pare quasi patetica l’immagine del quadro di Pellizza da Volpedo del quarto stato in marcia irresistibile verso il sole dell’avvenire. Ricordate? Materializzava l’ottimismo positivista della belle époque e dei primi del Novecento. Era la grande illusione delle magnifiche sorti e progressive, che veniva da lontano (anche noi massoni veniamo da lì!) ma non era destinata a durare (e noi massoni?). Infatti non durò: quell’ottimismo portò a due guerre mondiali.

All’avvento della pace, dopo alcuni anni vissuti con rinnovato ottimismo, la definitiva delusione: l’uomo non vuole migliorare. Nel mio piccolo mi accontenterei che l’uomo non peggiorasse.

La Massoneria che fa?

Il tempo nel Tempio.

Quando parliamo di “apertura” e “chiusura” dei lavori di Loggia necessariamente (ma non ci pensiamo mai!) dobbiamo affrontare un altro aspetto.

Lo spiego così.

Io un certo giorno, ad una certa ora, giungo alla Casa Massonica, entro, incontro altri; ad un certo punto tutti entriamo nella seconda stanza e (metto tra virgolette) “apriamo” i lavori. Sebbene siano le 20,30 – 21,00 improvvisamente ci troviamo a “mezzogiorno”… e così via fino a “mezzanotte” quando, “chiudendo” i lavori ed uscendo scopriamo che sono le 23,00 – 23,30 o giù di lì.

Ne siamo convinti?… veramente convinti? Il tempo è lo stesso (anche se diciamo di no) oppure in “qualche modo strano” è cambiato? E’ proprio mezzogiorno-mezzanotte oppure è una nostra invenzione o immaginazione o che altro,... insomma una nostra “prospettiva”?

Ancora. Il tempo di Loggia è lineare o curvo? E’ come un segmento mezzogiorno-mezzanotte inserito in una retta? oppure è un arco di circonferenza o di qualunque altra curva? Curva aperta (curvamento del tempo lineare senza ritorno) o curva chiusa (con ritorno)?

Dove è la Loggia tra mezzanotte e mezzogiorno?

M. e D. suggeriscono una prospettiva temporale diversa che superi il contrasto delle visioni antagoniste concentrandoci sul Tempo (con la T maiuscola) lavorato con se stesso e con i Fratelli in Loggia.

Dubbio e luoghi comuni

Dialogo tra due fratelli massoni.

Bravini. Il massone è uomo del dubbio.

Il massone. Infatti dubita di avere dubbi.

Manzonianamente ci domandiamo: Bravini, chi è costui?

Bravini è il fratello impeccabile nell’abito, ingessato nel rituale, precisino precisino nei gesti, pronto a riprendere gli altri su questo e su quello.

Insomma, un fratello bravo? No, solo bravino!

Bravini è colui che si appaga dei tanti luoghi comuni e resta alla superficie dei lavori.

Un poco siamo tutti noi Bravini. Gli stereotipi infatti sono comodi rifugi.

*

E. immagina la Loggia-nave a vele spiegate gonfie dal vento del dubbio e F. ci ammonisce. Raccolgo le sue parole che ci ricordano il senso del dubbio come sofferto dovere verso se stesso: la forza del dubbio si accompagna alla bellezza del dubbio. F. lo ricorda (per quanto mi riguarda colpisce dritto dritto il bersaglio) con le parole di un vecchio massone che ormai non è più tra noi, Eugenio Bonvicini. Lo ricordo, Eugenio, criticato da certi fratelli Bravini, opportunamente cancellati dalla nostra memoria collettiva, mentre lui (lui sì! bravo), ci ha lasciato una significativa eredità.


(continua)




05 marzo 2019

La Bellezza del dubbio

Dubitare deve diventare abito mentale, quasi una seconda natura dell’uomo.

Non parlo di scetticismo, che porta al vuoto, alla mancanza di ogni credenza e alla non esistenza del vero. Intendo il dubbio “sano”, la magia dell’antica parolina: “O no?...”.

Deve diventare il modo dell’uomo che cerca e sa di cercare nel mondo del relativo (non del relativismo!). Sa che la risposta data ora potrà essere diversa dalla risposta di domani ed è diversa dalla risposta di ieri. Ma non per questo smette di cercare la risposta o si accontenta di una piccola risposta.

Sento dire spesso che la Massoneria non ha dogmi ed è costituita da uomini del dubbio.

Credo che siano termini che vadano spiegati.

Ancora quando entrai in Massoneria c’erano molti massoni che intendevano l’ “adogmatismo” muratorio come atteggiamento di contrapposizione: la massoneria è contro i dogmi della chiesa cattolica (magari senza nemmeno conoscere quali siano).

Oggi questa interpretazione è ormai superata nella coscienza dei massoni che comunque si ritengono “senza dogmi”.

Intanto: cosa è “dogma”?

Leggiamo in www.treccani.it : « Dògma (raro dòmma) s. m. [dal lat. Dogma -ătis, gr. Δόγμα -ατος «decreto, decisione», der. Di δοκέω «mi sembra»] (pl. -i). – Principio fondamentale, verità universale e indiscutibile o affermata come tale: d. filosofici, politici; i d. della scienza; d. giuridico, principio teorico di un istituto giuridico, del quale costituisce il sostrato fondamentale. In partic., nella teologia cattolica, dogma di fede, o assol. Dogma, verità soprannaturale contenuta, in modo implicito e esplicito, nella Rivelazione, e proposta dalla Chiesa come verità di fede, oggettiva e immutabile: d. della Trinità; d. dell’Immacolata Concezione; sancire, proclamare un dogma. Per estens.: questo per me è un d., è un d. di fede, ritenere un d., accettare come un d., e sim., di cosa a cui si crede ciecamente e che non si pone in discussione ».

La Massoneria non può avere una sua “Rivelazione” perché non è una religione e quindi non ha “verità di fede” non perché sia contraria alle verità di fede, ma semplicemente perché esulano dal suo campo.

Però la massoneria ha principi fondamentali, leggi immutabili trasmesse da una generazione (di massoni) all’altra, senza che nessuno avesse il diritto di modificarle.

Si parla anche di Landmarks, una specie di confine, pietre-limite entro il quale c’è massoneria che cessa di esserci oltre il confine.

Ma allora non svolgono pure questi una funzione analoga a quella dei dogmi? L’osservazione non è peregrina se una parte dei massoni chiama l’ “altra” massoneria dogmatica e al contempo si autodefinisce adogmatica e liberale.

“Adogmatico” non vuol dire “senza dogmi”. Vuol semplicemente significare che non ci sono principi di base indiscutibili e irrinunciabili e inamovibili (che possono al più essere aspirazioni nel mondo del relativo nel quale viviamo).

Adogmatico vuol quindi indicare la disponibilità o la possibilità – consci di vivere nel mondo del relativo – di riesaminare anche fondamentali regole di vita e di pensiero se ci si rende conto non siano più adeguate a spiegare la realtà o ad avere comportamenti non più adeguati.

Per esempio, una delle prescrizioni fondamentali degli Antichi Doveri parla di massoneria per soli uomini. E così è per le massonerie legate alla filiera inglese. Ma le altre invece ammettono tranquillamente donne e non per questo si sentono meno massoniche. Non sono mancate nel passato “scomuniche” reciproche, invece di considerarle – come pare cominci ad affermarsi oggi – massonerie di un tipo diverso, ma entrambe massoneria.

O no?…

Affermare che il massone è l’uomo del dubbio non significa che debba dubitare di tutto e su tutto (questo è atteggiamento negativo e distruttivo).

Ognuno ha le sue certezze, ma deve sapere che nel mondo del relativo ogni certezza non può essere assoluta e durare per sempre. 

In questo senso “dubita” delle sue certezze senza per questo respingerle o rifiutarle.

L’uomo del dubbio non sostiene che tutte le opinioni siano ugualmente valide, altrimenti si ridurrebbe al relativismo.

L’uomo dovrebbe liberarsi dalla mentalità dogmatica, non dovrebbe basarsi su certezze definite ma aprirsi al dubbio ed essere sempre disposto a correggersi, perché la vita è continua ricerca e continuo confronto. (Silvio Calzolari, Massoneria e Religioni in La Massoneria e l’uomo, p. 70).

Deve diventare l’habitus del massone e insomma dell’uomo consapevole.

13 maggio 2014

L'Inno di Marcia degli Iniziati


R. Kipling

  1. Ecco, noi ce ne stiamo ammucchiati all’Oriente,
  2. a mezza strada verso gli alti gradi!
  3. Non invidiate le nostre sciarpe cangianti?
  4. Non vorreste avere tre gradi di più?
  5. Non vi piacerebbe avere un grembiule così,
  6. teso come il perizoma di Mandulis?
  7. Adesso vi arrabbiate, ma... non importa.
  8. Fratello, ti pende la coda di dietro!
  9. Ecco, noi sediamo composti in molte file,
  10. pensando alle troppe cose che sappiamo;
  11. sognando le cose che vogliamo fare,
  12. e che saranno tutte quante compiute
  13. fra un minuto o due.
  14. Qualcosa di nobile, di grandioso e di segreto
  15. ottenuto con il semplice desiderio.
  16. Ora farem... non importa.
  17. Fratello, ti pende la coda di dietro!
  18. Tutti i discorsi che sentiamo esternare,
  19. fatti da stolti, da saggi o da apprendisti;
  20. noi tolleranti tutto incameriamo
  21. senza nessuno porre in discussione
  22. che così detta la stolta uguaglianza.
  23. Eccellente! Meraviglioso! Un'altra volta!
  24. Adesso noi parliamo proprio come gli uomini.
  25. Facciamo finta di essere... non importa.
  26. Fratello, ti pende la coda di dietro!
  27. Questo è quanto fanno gli iniziati.
  28. Allora unitevi alle nostre file
  29. che impettite marciano a squadra,
  30. d’intorno a tre pilastri a triangolo,
  31. che delimitano un quadro ormai stinto.
  32. I pensieri, che non sappiamo dire,
  33. in una lingua un minimo umana,
  34. vi daranno certezza, vi daranno certezza
  35. che noi stiamo per fare splendide cose!
  36. Fratello, ti pende la coda di dietro!
Buon vecchio Kipling. Conosciuto come l'autore di Kim e di Capitani Coraggiosi, che durante la mia adolescenza passavano superficialmente per romanzi per bambini o adolescenti (e oggi riprendo la lettura di Kim). Lo conobbi anche per L'Uomo che volle farsi re, da cui John Huston trasse un film con Sean Connery. Ma quelli erano tempi in cui chiunque avesse pubblicato qualcosa con il nome Massoneria ben in vista avrebbe ricevuto il plauso pressoché universale dei massoni. Kipling fu anche conosciutissimo tra i massoni è per la sua poesia Loggia Madre, composta da uomini talnto estranei dal punto di vista profano quanto uniti come Fratelli Massoni.
Ho invece conosciuto l'Inno di cui parliamo da poco tempo, che dimostra come Kipling conoscesse a fondo gli uomini massoni. E' una rielaborazione della Canzone del Popolo delle Scimmie nel Libro della Jungla. Mi sorge però un piccolo dubbio: è di Kiplig oppure è apocrifa?
Dunque, Inno degli Iniziati. Titolo stupendo, ma fondamentalmente ironico. descrive quel certo tipo di uomo frequente nel mondo quotidiano che che ritroviamo anche all'interno della Massoneria.
Ammucchiati all'Oriente. E' la descrizione più accurata di chi si sente "appagato" nel sedere là dove (nella sua fantasia) siedono le persone importanti, a mezza strada verso gli alti gradi; cioè, si potrebbe dire, visto che nell'Ordine non si riconoscono gradi oltre il Terzo, più maestri dei maestri.
Non invidiate le nostre sciarpe cangianti?... Non vi piacerebbe avere un grembiule così? Per quanto possa sembrar loro strano, no. Molti massoni rifuggono da tali ornamenti perché rifiutano l'apparire e cercano l'essere. Ma loro, quelli dell'ammucchiata, lo sanno, riescono a capirlo?
Mandulis era la forma nubiana del dio Horus.
Fratello, ti pende la coda di dietro! La tua vera natura emerge, non la riesci a nascondere. Così il paludato che siede all'Oriente, non perché ricopre al momento un ruolo effettivo (per esempio i Venerabili di altre Logge) ma perché gli è stato dato un titolo per soddisfare la sua vanità, mostra effettivamente ciò che è.
Tutta la canzone svolge una parodia del porsi di certuni con la loro supponenza vuota, dove l'ornamento è diventato prima un sostegno per stare in piedi, poi una gabbia che mantiene in vita.
Le troppe cose che sappiamo. Il camminatore percorre una via, incontra "cose" che andranno a far parte del suo patrimonio. Ma... più sa e più si accorge di saper poco, più amplia la cerchia delle sue conoscenze, più si accorge di quanto invece sia ristretta. Altri invece... sanno di sapere. Beh, cito il buon Dante: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
Noi tolleranti tutto incameriamo. Costoro, gli ammucchiati all'Oriente, non sanno cosa sia la tolleranza scambiandola con la sopportazione di qualunque sciocchezza venga detta. Non è vero che in Loggia ogni opinione vale quanto le altre in un appiattimento che impedisce ogni tipo di lavoro.
Stolta uguaglianza. Già, ricordate Orwell? Tutti gli animali sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.
I pensieri, che non sappiamo dire,... vi daranno certezza. Si sente dire spesso che il massone è l'uomo del dubbio. In realtà la dizione è imprecisa: il massone, come tutti gli uomini, ha le sue certezze; ma a differenza di altri non ritiene le proprie certezze definitive ed è pronto sempre a confrontarle con la realtà e a cambiarle. E' un atteggiamento, però, che richiede grande impegno personale e disponibilità, che non tutti sono disposti ad utilizzare.





07 ottobre 2009

6.1.4 Dubbio ed errore - …o no?

«Dunque, sei qui, Asa Hesel.»
«Sì, nonno.»
«Vedo, vedo. Sei cresciuto. Mi sembri cresciuto.»
«Può darsi, nonno.»
«Ho saputo tutto. Ti sei sposato. Arrivò una lettera. Bene, mazal tov. Non ti ho neanche mandato un regalo di nozze.»
«Non fa nulla, nonno.»
«Ti sei almeno sposato secondo le leggi di Mosè e Israele?»
«Sì, nonno. Lei viene da una famiglia religiosa.»
«E ritieni che questo sia un pregio?»perché
«Certamente, nonno.»
«Com’è mai possibile? Dunque l’ultima scintilla di fede non si è ancora spenta in te.»
«Non nego l’esistenza di Dio.»
«E che cosa neghi, allora?»
«Le presunzioni dell’uomo.»
[Isaaac B. Singer, La famiglia Moskat, Milano, 2004, p. 282].

Chi vuole questa nostra "merce"? Chi è disposto a barattare la certezza della felicità eterna offerta dalla/e religione/i con il dubbio continuo e quotidiano del nostro vivere qui, non di là, con il dubbio unico antidoto agli integralismi e agli assolutismi, con il dubbio che resiste di fronte ad affermazioni che verità non sono e impedisce si attribuisca universalità alle intuizioni del singolo? E soprattutto con il dubbio che mostra in una luce diversa la nozione stessa di errore.
[Interessante, come descrizione letteraria dell’atteggiamento mentale dell’integralista, questo passo di Umberto Eco dal dialogo tra frate Jorge da Burgos e il protagonista frate Guglielmo da Baskerville:
“L’animo è sereno solo quando contempla la verità e si diletta del bene compiuto, e della verità e del bene non si ride. Ecco perché Cristo non rideva. Il riso è fomite di dubbio.”
“Ma talora è giusto dubitare.”
“Non ne vedo la ragione. Quando si dubita è necessario rivolgersi a un’autorità, alle parole di un padre o di un dottore, e cessa ogni ragione di dubbio…”
[Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, 1980, p. 139].
Io invece ho dubbi, ma non sono scettico, perché il dubbio, al di là dell’essere contraddittorio, è invece affermazione dei miei limiti, è sospensione del consenso (che verrà o non verrà) a qualche verità per cercarne il fondamento (intuitivo, logico, psicologico,…). E’ soprattutto rifiuto dell’ordine del capo al seguace: Seguimi, ché io ti porterò alla verità! E’ rifiuto del gregge e della guida del pastore che lo porta al pascolo].

Chi segue un’idea forte, talmente forte da assolutizzarla a verità universale (il dogmatico religioso e il dogmatico ideologo e il dogmatico scienziato e il dogmatico tout court) considera ogni deviazione dalla propria idea sbaglio ed errore. Fino a non molto tempo fa l’errante veniva considerato alla stregua di una parte malata del corpo sociale e come tale chirurgicamente separato (leggi: eliminato dal consesso fisico degli uomini o dal consesso di quegli scienziati, ecc.). Se oggi, almeno nella nostra società, conseguenze così drastiche sul piano fisico non ci sono più, l’atteggiamento mentale del dogmatico non è cambiato, pronto a commisurare una censura morale o psicologica, spesso con separazione nel mondo del lavoro o della scienza. Partendo dal presupposto che posizione moralmente accettabile sia quella del credente (o di chi è coerente con la “verità” ufficiale), vengono sminuite le idee di chi si pone dubbi, di chi accetta anche il rischio di sbagliare, ma come conseguenza di proprie scelte. Scegliere significa libertà e sostenere che la possibilità di sbagliare porti allo scetticismo mostra la debolezza del dogmatico e la forza del camminatore.

Infatti “non sbagliare” per il dogmatico significa seguire, più o meno pedissequamente, le idee accettate. Il camminatore che segue idee altrui invece non solo non è al riparo da eventuali sbagli (non saremmo uomini), ma corre il rischio di sbagliare non per proprie scelte, ma per scelte altrui, e quindi sbagliare doppiamente.

In ogni caso non scegliere in prima persona significa non essere liberi. Scegliere – invece – significa essere liberi. scegliere consapevolmente significa essere in grado di esercitare la facoltà di libertà. Dunque: io posso, perché io so. Ma fondamentalmente so di non sapere, in modo che il mio sapere (quel po’ che so), lungi dall’assumere una veste universale, diventa solamente un piccolo sapere, propedeutico ad un sapere ancora piccolo, ma – forse – un po’ meno piccolo. Ecco il senso profondo del simbolo della lucciola (vedi post Il lavoro di Loggia).

La chiave di volta dell’antidoto all’assolutizzazione personale è il dubbio, fermento del lavoro del camminatore e vaccino alle tentazioni assolutistiche e integralistiche.

A livello discorsivo sottolineo l’importanza della piccola locuzione: o no?

Faccio un esempio.

In loggia il Libro della Legge Sacra è aperto – almeno oggi nel Grande Oriente d’Italia per unanime consuetudine e prescrizione normativa – all’incipit del vangelo di Giovanni.
E’ sicuramente una pagina molto profonda che – al di là della posizione predominante in un vangelo canonicamente accolto dal cristianesimo – assume un senso che travalica le singole religioni (è sufficiente confrontarlo con testi di altre religioni).

Nella mia vita muratoria ho assistito a numerosi tentativi di massoni in cerca di spiegazioni più o meno consone al contesto muratorio.

Ho quindi assistito a tentativi di interpretare il Logos del testo originario collegando vibrazione sonora a vibrazione luminosa, e l’inizio del vangelo di Giovanni al primo capitolo della Genesi. Ci sono stati e saranno anche in futuro tentativi sapienti che possono provocare spunti alle meditazioni e al lavoro interiore. Mi pare però che fino ad ora tutti i tentativi esegetici siano risultati “limitati” per così dire da un contesto essenzialmente cristiano ed entro il quadro cristiano sono restati.

Beninteso, non mi scandalizzo e posso accettare il contesto cristiano, ma solo dal punto di vista formale e come struttura linguistica, non come quadro ultimo di riferimento al di la del quale non poter andare.

Mi spiego. Il vangelo di Giovanni inizia così.
Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.
Essa era nel principio con Dio.
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.
In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini.
La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.
[Giovanni 1:1-5]

Il camminatore legge.
Nel principio era la Parola, …o no?
…La Parola era con Dio, …o no?
…E la Parola era Dio, …o no?
Essa era nel principio con Dio, …o no?
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; …o no?
…e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. …o no?
…In lei era la vita, …o no?
…e la vita era la luce degli uomini. ….o no?
…La luce splende nelle tenebre, …o no?
…e le tenebre non l'hanno sopraffatta. …o no?
Non accoglie affermazioni apodittiche, ma lavora sulle dichiarazioni (o testimonianze?) di altri cercando di considerarle stimoli al proprio lavoro, non verità assodate o assolute o punti di arrivo stabiliti.

Ecco la “parolina magica”: …o no?.

PS.
Lo spunto della riflessione nasce da una tavola, corta ma profonda, di qualche anno fa di un fratello di loggia.


DIFFERENZE

Si faccia attenzione alla differenza sostanziale tra i termini dubbio ed errore.

Errore è deviazione dalla via, deviazione riconosciuta da qualcuno o qualcosa (gruppo, organismo, istituto) ed esplicitamente condannata e proibita.

Dubbio invece è riconsiderazione continua delle proprie scelte come riconferma più approfondita e contemporaneamente accettazione della validità di altre scelte – a suo tempo scartate. Non si tratta del Forse io ho torto e tu ragione (posizione certo stimabile e troppo poco praticata, ma… poco iniziatica). Il dubbio è a mio parere il dubbio metafisico, quello che ti coglie sulla via che tu e solo tu hai scelto di percorrere. Non esclude altri tipi di dubbio, che anzi ne sono per così dire l'inizio necessario, ma li ingloba in un senso più ampio e completo. E' questa la strada? E' la strada giusta? Mi porterà da qualche parte? E' mai possibile che io possa affermare che la stragrande maggioranza degli altri massoni abbia torto e io solo (o quasi) abbia ragione? Capperi, che dubbi!… Dopo più di trent’anni di vita nelle Istituzioni (massoniche e no), dopo le "visite" a riti muratori e no, dopo le "entrate" e "uscite" in riti muratori e no, dopo avere trascorso la mia vita a cercare - e a trovare non soluzioni, ma altre ricerche -­­ chi sono io per tranciare giudizi del genere?


SE…

Kipling ci ha lasciato una poesia che sintetizza il senso dell’uomo. Ai più appare come insegnamento educativo e morale, ma non possiamo nasconderci la profonda valenza muratoria appresa nella lunga frequentazione di loggia. Ne riporto qualche passo:
…Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno la perdono, e se la prendono con te…
Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere…
Se sai sognare - ma dai sogni non ti fai dominare…
Se sai trattare nello stesso modo i due impostori - Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi…
Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consumati, le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante…
E se perdi, sai ricominciare senza dire una parola di sconfitta…
…Allora sarai un uomo, o figlio!
Chi oggi è disposto a trovarsi nella situazione di dovere ricominciare dopo che gli è stato distrutto tutto? Specie quando trovi ad ogni angolo chi ti prende, ti solleva dalle tue fatiche e costruisce al tuo posto? chi ti allevia dalla difficoltà di pensare e addirittura porge un senso alla tua sofferenza?

La Massoneria non potrà mai essere di molti, proprio per la sua natura. E più vorrà essere Massoneria meno sarà numerosa...

Ciò non toglie che il massone (non la massoneria) può (e deve) operare nella società. Ma come cittadino che è anche massone e che si è formato con un certo metodo.

Il resto non serve. Ricordo che proprio quando in una famigerata intervista al Corriere della Sera l'allora Gran Maestro Salvini affermò che diverse centinaia di parlamentari erano massoni iniziarono prima le proteste del mondo politico (leggi le segreterie dei partiti) e poi le quasi persecuzioni culminate nella pubblicazione dell'elenco dei Maestri Venerabili del Goi sull'Espresso.

Dobbiamo gettarci nel sociale? Non pretendiamo che l’organismo massoneria faccia concorrenza o si inserisca nel mondo del volontariato, altrimenti in quale modo potremmo distinguerci? Se la funzione della Massoneria viene ridotta ad opere sociali, che bisogno allora c'è della Massoneria? Non bastano la Caritas o le Acli o i vari enti di derivazione religiosa e laica? O Medici senza Frontiere?

Se la funzione della Massoneria viene ristretta alla promozione di princìpi sociali (tolleranza, pena di morte, laicità dello stato, diritti, ambiente) non bastano i vari Amnesty, Green Peace, associazioni consumatori, circoli culturali?

Non dobbiamo ridurre la nostra ragion d'essere. Nel Tempio si costruisce l'uomo, cioè noi stessi. Poi ognuno si comporterà nella società secondo la propria coscienza. Non in concorrenza con altri, ma in conseguenza di ciò che ha costruito dentro di sé. E allora non ci potranno essere deviazioni o vie sostituite.

Inoltre, direi quasi per definizione, il mondo profano è il mondo dei contrasti e del binario; è il mondo cioè dove le contraddizioni vengono vissute e “superate” solo nel senso di farne prevalere una a discapito dell’altra. E’ ben difficile che chi si è abituato a considerare l’altro non come contrapposizione inconciliabile, ma come suo possibile completamento possa facilmente ritornare a comportamenti ormai abbandonati.

01 ottobre 2009

6.1.3 Il massone di oggi

Ma se costoro non hanno imparato a fare né gli Apprendisti né i Compagni, come potranno sapere e imparare ciò che significa essere Maestro? Mi ricordo della mia esperienza nel Rito Scozzese. Ero da poco entrato nella camera di quarto grado e sentii un fratello più anziano sostenere che nella camera cadeva la proibizione propria dell'Ordine di parlare di politica e di religione.

A questa chicca aggiungo alcune osservazioni lette in mailing list aperte solo a massoni.

[La condizione essenziale per la partecipazione alle Mailing List consisteva appunto nell’appartenenza ad una Obbedienza massonica. Il ritratto è quindi completo, e, pur non statisticamente esaustivo, risulta certo significativo del massone di oggi al di là della singola Obbedienza.]

Un massone scrive: Cerco di spiegarmi: la tornata in loggia, alla mia età e con la mia esperienza, la vedo come una forma di autodisciplina e di catechismo da sopportare perché necessario, ma non sufficiente, perché, fra letture, chiacchiere ed internet sono molto avanti (non è presunzione). Ricordati che i veri discorsi si fanno nella sala dei passi perduti.

Un altro: Accetto ed apprezzo la disciplina (rectius l'autodisciplina), comprendo meno perché, anche nella sala dei passi perduti, dovrei parlare come in grado da apprendista (sono già un compagno).

Un altro ancora: Ecco perché vorrei spostare l'argomento della nostra prossima (…) Agape dai rituali ad argomenti concreti della vita quotidiana, in cui pensiero e atteggiamenti possano trovare applicazione concreta nella vita di tutti i giorni. Là dove si vedono i Massoni.

Ancora: Nella Loggia, vestito con i coriandoli e medaglie (simboliche, per carità...) non mi sento operativo...

Un altro: Io penso che, anche in Massoneria, la forma rimane tale, come indicazione di massima. La sostanza sono gli uomini.
[Credo non si tratti di distinzione tra forma e sostanza. Nel lavoro rituale (massonico o no) forma e sostanza coincidono. Il rituale è ad un primo esame un fatto puramente formale. Ma chi vuole incamminarsi sulla via non sta neppure a perdere tempo su queste false distinzioni. Il lavoro permette modifiche sui piani oltre il materiale per cui le espressioni verbali da formali diventano sostanziali].
Infine, “dulcis in fundo”: Difatti, io sono entrato nella Libera Muratoria per imparare quello che sanno gli altri, aspettando lo Ierofante vero che mi introducesse nell'antro della Luce.
[Qui viene da commentare un po' brutalmente: Aspetta e spera! Non dobbiamo aspettare nessuno. Lo Ierofante (denominazione tipica della massoneria egizia, che può essere traslitterato in Maestro) non va aspettato. Il Maestro è in noi. Ricorda: Svegliati, o Tu che dormi! La Parola non è affatto perduta, la Parola continua da sempre a risuonare attorno a noi e in noi: siamo noi che non abbiamo l'udito! Possiamo costruirlo oppure cercare un pastore che ci guidi (ma allora non è più metodologia muratoria). Infatti per Maestro non si deve intendere un uomo fisico o un guru, ma il Maestro interiore che si nasconde nel profondo del Se. In alternativa è il lavoro collettivo, comunitario quasi, dove ognuno può essere maestro all’altro in uno scambio reciproco di esperienze e reciproco arricchimento. In questo senso aiuta il simbolismo del lavoro del cantiere, dove il maestro Hiram non è tanto l’architetto che guida i lavori alla costruzione del Tempio, ma colui che cerca lo sviluppo armonico del cantiere tutto con l’utilizzo opportuno dei vari strumenti (il paragone tra il cantiere fisico e il cantiere interiore per la costruzione del Tempio interiore è immediato)].

Sono solo pochi esempi, raccolti qua e là senza voler essere completi od esaustivi. Ma indicano idee purtroppo diffuse sempre di più che rendono labile se non inesistente il confine con la profanità rappresentato dall’ingresso nel Tempio tra le due colonne.

Il problema tratteggiato poco fa sul rapporto tra singolo e gruppo si delinea ancora più pressante: come è possibile svolgere un effettivo lavoro rituale muratorio se chi partecipa ha queste idee?

Chi obietta sostiene (come quel fratello della precedente Mailing List): Ma i Massoni sono un'altra cosa ! Più concreta, penso. O no?
[Mi viene in mente un vecchio verbale degli anni 50 della mia prima Loggia. Diceva più o meno così: abbiamo fratelli in Comune, in Provincia, al Genio Civile. Ce ne vorrebbe qualcuno anche in Prefettura, eccetera. Ecco la massoneria concreta e pratica!].




LA MASSONERIA E IL SOCIALE
Al massone che vuole “uscire alla luce del sole” e si lamenta dell’attuale incomprensione del mondo profano verso la massoneria ritenendo che la causa vada cercata nella nostra “chiusura”, obietto che gran parte della cosiddetta “incomprensione” ha origine proprio nei comportamenti di massoni: non solo Gelli e la P2, ma anche i piccoli carrierismi e favoritismi che a volte (troppo spesso) massoni hanno fatto ad altri massoni (poca cosa rispetto ai favoritismi di partiti, sindacati o lobby religiose o finanziarie, ma tant’è).

La P2 per palazzo Giustiniani, e la massoneria tutta, è stata una esperienza dirompente, ma non so fino a qual punto la loggia coperta fosse un corpo sia pure estraneo alla stragrande maggioranza dei fratelli ma estrema conseguenza (squallida, ma consequenzialmente logica) di certe concezioni rivolte al "sociale", nel caso non tanto ad improbabili "attentati alla democrazia" (Gelli e i gelliani in questa democrazia "ci sguazzavano"), quanto al carrierismo e al sottogoverno, ai favoritismi e al tangentismo). Ricordo ancora quando i nostri maggiorenti in un certo senso se ne vantavano; ricordo ancora quel fratello cui, raggiunta un’alta carica elettiva, fu chiesto di passare alla P2. E nel registro della mia prima loggia c'è ancora la firma di un fratello (o iscritto?) visitatore che siglò la sua Loggia di appartenenza con la scritta "all'orecchio del Gran Maestro".

Ma nella migliore delle ipotesi, che cioè ci presentassimo al mondo con facce oneste, comportamenti irreprensibili e con il nostro desiderio di ricerca e perfezionamento, come possiamo essere compresi in un mondo come quello attuale? La chiesa offre certezza. Le piccole chiese o sette offrono a qualcuno certezze ancora più certe.
Noi non possiamo offrire (quando offriamo qualcosa) che il dubbio e la ricerca.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.