lunedì 31 agosto 2015

Arrivo e partenza 6

(continua dal post precedente)

Nel Gabinetto di Riflessione continua il viaggio di Ulisse, il nostro amico profano che ha chiesto di affiliarsi ad una Loggia.
Il primo incontro con il mondo dei simboli ha portato Ulisse ad una realtà "vera" interiore che non sospettava esistesse in lui. Ulisse si sta rendendo conto che quella strana esperienza ha dato l'avvio ad un percorso interiore che sarà difficile interrompere. Sì, la Massoneria è molto diversa da quello che credeva...

Solo e silenzioso

Quando in seguito Ulisse andava con il pensiero a quella strana esperienza, faticava a descriverla dettagliatamente. Gli pareva piuttosto come un cammino in quegli androni scuri che ti accolgono varcato il portone di certi palazzi in una assolata giornata estiva. La penombra veniva ancor più accentuata dal contrasto con l’esterno assolato. Degli androni coglievi la sensazione di frescura piacevole e oscurità spiacevole, ma altro non vedevi.

Coglievi però un senso che non sapevi come, ma sentivi essenziale: eri in completa solitudine. Ma non una solitudine angosciante che ti soffocava, bensì la solitudine caratteristica dei momenti sostanziali della tua vita, quasi tacita compagna del tuo cammino.

Ricordava di aver letto un tempo una poesia, che poi aveva fatto sua, epigrammatica nella sua essenzialità:

Sono solo
ma sono
E questo è tutto.1

Ulisse aveva approfondito con Virgilio il tema della solitudine. Temeva che l’obbligo di frequentare altre persone, con le quali sarebbero certamente nati rapporti di vicinanza, avrebbe potuto limitare la sua libertà di ricerca. Fu subito rassicurato da Virgilio: il rapporto con gli altri sarebbe stato un confronto tra pari, non una sudditanza, e nessuno si sarebbe mai potuto permettere di indirizzarlo in un senso o in un altro. Avrebbe potuto ricevere consigli, spunti, mai ordini o direttive.

La via sulla quale si voleva incamminare – aveva proseguito Virgilio – era puramente individuale, con momenti di verifica assieme agli altri: era un cammino lento ma continuo e non poteva limitarsi a quelle poche ore degli incontri.

Ulisse terminò di scrivere. Voltò il capo verso sinistra e lesse: Vedrai la Luce.

Immediatamente associò la luce al sole, all’astro che dispensa calore e luce al pianeta. E si trovò a pensare come oggi quello, che un tempo sembrava l’infinitamente aperto, viene visto come un sistema interdipendente, ma chiuso, senza apporti dall’esterno.

Bella visione, dove tutto dipendeva da tutto, ma anche una specie di maledizione: non ci poteva più essere un’azione isolata dal contesto. Ogni sua azione, ogni suo gesto, fino al più piccolo e insignificante, si caricava di conseguenze e responsabilità che le generazioni che ci hanno preceduto sul pianeta non potevano nemmeno immaginare.

Così quei gesti quotidiani della nostra adolescenza (per esempio gettare per terra un fazzoletto di carta sporco oppure una cicca di sigaretta), oggi generalmente riprovati, appesantivano l’ambiente di rifiuti che si degradavano in tempi elevati (fino a cinque anni per un mozzicone di sigaretta!). Li consideravamo allora gesti insignificanti o semplicemente da maleducati, invece erano gesti da irresponsabili. Infatti, per esempio, un piccolo fumatore, da cinque sigarette al giorno, fuma 150 sigarette al mese, cioè 1800 all’anno. Se ne butta via per strada o nei prati meno della metà (diciamo il 40 per cento) quel fumatore sparge in giro la bellezza di più di 700 cicche all’anno, cicche che staranno lì a ricordo della sua insipienza per qualcosa come cinque anni. E questo per un solo fumatore poco fumatore!

No, ogni gesto non può più essere considerato fine a se stesso, ma va inserito in una solida catena della quale non riusciamo a vedere il termine.

Una volta i religiosi ti parlavano di causa ed effetto nel senso che se tu avessi commesso buone azioni avresti avuto un premio paradisiaco o una punizione infernale in caso contrario. Ma qui c’è una legge di concatenazione che estende il suo dominio in ogni campo del vivere (vivere umano o animale o addirittura il vivere di ciò che noi consideriamo il non vivente) e tutto si ripercuote su tutto.

Contemporaneamente a Ulisse venne in mente un ricordo. Era piccolo, non andava ancora a scuola; era ammalato e aveva un sonno irrequieto che si interrompeva spesso. Ogni volta che si svegliava vedeva la figura di sua madre. Era molto rassicurante e protettivo saperla lì, pronta ad intervenire al bisogno.

Quel ricordo emergeva frequentemente dal mare dei ricordi della sua vita e ancora oggi, dopo molti anni, dopo addirittura la scomparsa della madre dal mondo fisico, era il ricordo di una sicurezza che gli permetteva di vivere la quotidianità senza ansie patologiche. Riteneva la figura materna talmente importante che subito si voltò per vedere se tra quegli strani segni sui muri ci fosse qualcosa che ricordasse il femminino.

Ma non trovò nulla e rimase stupito...

Quel ricordo familiare lo riempì di tenerezza e malinconia, e gli fece venire in mente anche certi aspetti dell’infanzia e dell’adolescenza, che la retorica comune vuole periodi di felicità e spensieratezza, mentre al contrario sono stati di formazione. L’adulto crede di essere lineare (ma spesso non lo è), il bambino invece nella sua linearità è ingarbugliato e inutilmente (all’occhio dell’adulto) complicato. L’adolescente è aggrovigliamento massimo, in preda a complicazioni che più complicate non potrebbero essere. Ulisse si trovò così a pensare alla sua adolescenza, alle sue complicazioni che si è portato dietro fin nella cosiddetta età adulta.

Quante volte, nei rapporti con le altre persone, si era sentito quasi colpevole per avere idee oppure semplici opinioni diverse da quelle dell’interlocutore o degli amici! Quante volte si era semplicemente accodato all’opinione comune invece di sostenere la propria posizione! Quel gallo disegnato alla sua sinistra gli pareva cantasse per lui: Sveglia! - lo sentiva urlare – che è ora!

Silenziosamente la porta si aprì e comparve la figura nera. Gli chiese il foglio di carta e gli intimò di attendere il suo ritorno scomparendo subito dopo sempre nel più assoluto silenzio.

Già, il silenzio. L’uomo ha perso il senso del silenzio, non lo sopporta e non lo tollera. Non sa apprezzarlo. Lo intende minaccioso, carico di aspettative dell’ignoto. Se oggi vuoi torturare un uomo mettilo in una stanza insonorizzata: si sentirà come un piccolo bambino spaurito nel bosco di notte, terrorizzato dalla presenza minacciosa del lupo o di altri mostri, che in realtà esistono solo nella sua immaginazione infantile.

Questa volta invece Ulisse apprezzò il silenzio e la penombra. Il lupo esisteva solo nella sua fantasia e se l’avesse incontrato avrebbe avuto un compagno ed un amico, non una belva selvaggia. Furono i lupi ad accogliere Mowgli e molto tempo dopo Mowgli ricambiò il vecchio Akela non più capobranco salvandolo dalla fine sicura. Il rapporto uomo lupo è antico come il mondo e non è il rapporto di Cappuccetto Rosso.

NOTA
 
1  La poesia è di Gaspare Cannizzo, dalla raccolta Canti Decembrini, Edizioni di Vie della Tradizione, 1977.

(continua)

domenica 30 agosto 2015

Arrivo e partenza 5

(continua dal post precedente)

Siamo con Ulisse, un profano che ha chiesto di affiliarsi ad una Loggia.
Nelle Massonerie latine ogni candidato alla Libera Muratoria deve compiere quattro viaggi, il primo dei quali nel Gabinetto di Riflessione.
Qui è Ulisse che si è reso conto che quello che aveva considerato una pagliacciata poco seria in realtà è diventato un percorso interiore anche difficile che dovrà proseguire anche dopo l'iniziazione.

 

Gerusalemme e Babilonia

Gli venne alla mente una poesia studiata a scuola: E come potevamo noi cantare?... Alle fronde dei salici per voto anche le nostre cetre erano appese.

Infatti stava vivendo un’esperienza che ti prendeva tutto e non ti lasciava spazio per altro. Ti obbligava – l’aveva cantato il salmista – ad appendere le cetre ai salici delle sponde dei fiumi di Babilonia perché non potevi usare quegli strumenti di canto. Dovevi invece concentrarti sul tuo punto di appoggio, sul tuo centro di gravità al quale ti dovevi attaccare, pena il risucchio nel vortice distruttivo del disastro.

Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; resti la mia lingua attaccata al palato, se io non mi ricordo di te, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia cantarono gli avi. Non dimenticare il tuo punto d’appoggio, il tuo fulcro mediante il quale puoi tutto. Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo, aveva proclamato l’antico scienziato... E aveva ragione!

Seduto sulla sedia nera a quel tavolino nero in quella stanzetta nera Ulisse aveva chiuso gli occhi mentre un grande fervore sobbolliva dentro di lui.

Aveva gli occhi chiusi e vedeva una grande cascata di acque nere che parevano precipitargli addosso. Ebbe la volontà e la capacità di scansarsi e non fu investito da quel grande getto ma solo da alcuni schizzi.

Subito udì la voce di Ulisse-2. “Bravo!. Ce l’hai fatta. Non ti sei lasciato investire. Cominci a capire. Ma hai ancora del veleno in te. Deve uscir fuori”.

“Come?”.

“Non te lo può dire nessuno, purtroppo. E’ una strada tutta tua”.

Dopo una pausa Ulisse-2 riprese. “Pensa ancora Gerusalemme”.

Ulisse rispose.

“Strano che mi venga in mente proprio questo salmo. Non mi sono mai sentito appassionato o attaccato a questi testi. Però qualcuno mi è rimasto impresso. Per esempio il salmo 133: Oh quanto è buono e piacevole che i fratelli vivano insieme. Un altro quello delle fronde dei salici, che tutti noi abbiamo incontrato nella poesia di Quasimodo. Ma quel salmo, al di là dei ricordi scolastici, è molto più profondo; talmente profondo che ti stimola, qualunque sia il tipo di lettura che ne fai.

E così la Gerusalemme può essere il luogo della futura terra del Messia, oppure una specie di Paradiso in terra, oppure più semplicemente la patria lontana conquistata da altri o ancora il luogo dove vivrai dopo la tempesta. Ecco perché me la ricordo. Ecco perché la sento cara.

C’è uno struggente senso dell’esilio, che non è detto sia solo la lontananza dalla patria: può essere la lontananza da uno stato migliore, che magari senza accorgermene ho abbandonato.

Babilonia deve essere distrutta e i suoi figli eliminati: Beato chi afferrerà i tuoi bambini e li sbatterà contro la roccia! Versetto estremamente feroce, che non significa eliminare fisicamente dei bambini sfracellandoli contro le rocce, bensì eliminare definitivamente le conseguenze (cioè la prole, i bambini) dell’allontanamento dallo stato precedente di equilibrio (quello che il religioso chiama grazia)”.

Ulisse si fermò, come in attesa. Ma Ulisse-2 tacque, come faceva sempre quando non c’era bisogno di obiettare nulla.

Ad Ulisse venne in mente un antico canto ebreo che una volta aveva letto:

Che cosa faremo quando il Messia verrà?
Faremo festa quando il Messia verrà.

“Sono parole che esulano da una religione particolare per assurgere a quella religione universale cui tutti possono rifarsi” si disse Ulisse. “Non è quindi un atto di devozione ebraico, bensì una fede e fiducia in un destino migliore per tutti quelli che hanno fede e fiducia”.

E Ulisse-2 continuava a tacere.

Improvvisamente Ulisse, spinto da un impulso misterioso, prese in mano quel foglio di carta, sì, quello del cosiddetto Testamento, e si mise a scrivere con una furia spropositata, mentre Ulisse-2 continuava a tacere.

(continua)

sabato 29 agosto 2015

Arrivo e partenza 4

(continua dal post precedente)

Ulisse, profano candidato alla Libera Muratoria, è nel Gabinetto di Riflessione e sta compiendo il viaggio attraverso l'elemento Terra.
Ciò che sembrava una sceneggiata assurda si sta rivelando invece una esperienza destinata a proseguire anche dopo l'affiliazione alla Loggia.

 

L’Ombra

Ulisse si sentiva come un eroe a terra. L’uomo solare che era (che era? oppure recitava una parte per gli altri?) ha incontrato qualcosa che gli ha messo davanti l’ombra che è in lui.

Ma lui non vuole ombre, al massimo accetta penombre. Sì, certo, il cielo notturno è bello, ma lo dice al riparo della sua cartesianità, come in ammirazione del meccanismo perfetto di un Grande Orologiaio. Figura rassicurante, quella del Grande Orologiaio, costruttore di qualcosa che non lascia spazio all’oscurità. E se oscurità c’è, è qualcosa che prima o poi la tua razionalità riuscirà a comprendere e spiegare, dice a se stesso.

“Devi accettare la tua ombra - suggerì Ulisse-2 – altrimenti prima o poi emergeranno scompensi che tieni ben celati”.

“Ma non vorrai mica dire che dietro ai valori che ammiro c'è una morbosità latente?”.

“Valori!” ripeté Ulisse-2 con voce lenta ed esasperante “Coraggio... devozione... sacrificio... Eh, che paroloni!”.

“Morbosità...” continuò Ulisse-2 pronunciando con una smorfia come se avesse in bocca una fetta di limone. “Non sono miei questi termini. Volevo solo dirti che oggi i crociati non sono più di moda: si mascherano cercando di essere dottrinari, o positivi, ma, soli e nudi, traspirano tutti goccioline di sangue...”

Ulisse-2 fece il punto della situazione, cercando di non farsi comprendere da Ulisse per non compromettere il suo percorso.

“Bene, spero che Ulisse guarisca presto” si disse. “Se se la cava, ne uscirà cresciuto. Infatti un percorso di questo genere è come un tuffo in una sorgente mitologica: o uccide o fa risalire un essere nuovo che ha ucciso il resto.”

Ulisse si immerse in quella situazione. Perse la cognizione del tempo. Si affidò al suo alter ego e si immerse in quel suo mare verso il quale provava flussi di repulsione, come una calamita alla rovescia.

Quando in futuro qualcuno gli chiese conto di quella esperienza, Ulisse sviò sempre il discorso. Una sola volta gli sfuggì di essere rimasto in quell’angusto stanzino per ben tre giorni interi (sapeva benissimo che non era possibile, ma nella sua memoria sembrava effettivamente una permanenza così lunga).

Aveva ricordi (impossibile! ma i ricordi li aveva proprio) di ruscelli mormoranti e cascatelle gorgoglianti che lui cercava di raggiungere con corse improbabili e impossibili, di onde frangenti sulla battigia della spiaggia con un suono ricorrente che invitava a rilassarsi ed accettare l’armonia della natura. Coglieva il volo degli uccelli e il guizzo dei pesci come aspetti diversi della stessa realtà. Coglieva la corsa degli animali selvatici nel bosco e faceva fatica a distinguere corse terrestri, aeree o marine.

Gli sembrava di essere il mitico Argo dagli innumerevoli occhi che osservavano in tutte le direzioni per comprendere ciò che lo circondava...

gli sembrava di identificarsi nel suo omonimo più famoso legato all’albero della nave per ascoltare il canto seducente delle Sirene.

Canti seducenti che però non sviarono quell’Ulisse maggiore e che quindi non dovevano sviare lui, in un certo senso un Ulisse minore, ma vivo, in carne ed ossa (e tutto il resto).

Un positivista e realista chiamerebbe quell’esperienza collasso nervoso, ma lui non la chiamava, semplicemente l’avvertiva come una profonda esperienza interiore.

Non riusciva a parlare, a dir nulla...

 

(continua)

venerdì 28 agosto 2015

Arrivo e partenza 3

Continua l'avventura del nostro amico Ulisse, il profano, cioè il Candidato alla Libera Muratoria.
E' ancora nel Gabinetto di Riflessione, viaggio indispensabile per essere affiliato ad una Loggia nelle Massonerie latine (non mi piace chiamarla iniziazione perché mi pare termine troppo presuntuoso), ed è un viaggio che si sta rivelando una vera e propria avventura...

I mostri

Ulisse-2 sorrise : “ Ecco come sei: tutta superficie e niente sedimento. È per questo che fatichi a comprendere, anzi – spesso – rifiuti di comprendere. Se tu fossi un po’ meno rigido e un po’ più aperto al mondo ti renderesti conto che quel capolavoro tanto citato quanto incompreso che è il Libro di Giobbe ci dà profondi suggerimenti”.

“E dài! Suggerimenti? Profondi quanto?”.

“Smettila di far finta di essere ottuso. Pensa al Leviatano, pensa a Behemot. 
Dove sono questi mostri se non nelle profondità del tuo mare interno? E quale pesce inghiottì Giona se non uno del suo mare? Sì, tu lo vedi questo mare, tante volte ti sei incamminato sulla sua spiaggia, ti sei bagnato i piedi sulla sua battigia. Sì, hai ammirato gli uccelli marini volteggiarvi sulla superficie, qualche pesce guizzar fuori per un piccolo balzo. Ma nelle profondità di quel mare cosa c’è? Non ti ci sei mai avventurato, perché non puoi. A che serve una guida all’uomo se non a guidarlo nel suo mare e permettere che ne esca non tanto vivo quanto integro?”.

Ulisse tacque. Riconobbe che si era lasciato prendere un po’ la mano da quella situazione anomala e della quale non poteva incolpare che se stesso. Riconobbe quindi che il suo numero 2 non aveva avuto tutti i torti nel redarguirlo in così malo modo. Provava quasi una specie di repulsione per quella specie di doppio che sapeva sempre cosa lui doveva o non doveva fare. E si domandò se anche gli altri uomini avessero quella saccente presenza. Saccente? No, onestamente non poteva chiamarla saccente, ma invadente e ingombrante sì. E sgradevole, pure.

Sembrava quasi che lo invitasse ad approfittare di quella inaspettata situazione nella quale altri l’avevano posto e lui non si era opposto col dovuto rigore. E invece avrebbe dovuto opporsi, visto che dal XXI secolo era stato gettato in pieno Medioevo!

“No. Stai calmo. Approfittane. Non ti capiterà mai più una occasione così” sussurrava invece Ulisse-2.

Insomma il suo alter ego lo stava invitando ad accettare in sé la presenza di regioni proibite dove mostri arcaici razzolavano nell'oscurità e nel fango primitivo.

Ulisse, poco convinto, ribatté. “È scritto: tu non poserai l'occhio su di loro. E’... insomma... sì..., poco igienico stuzzicare e rimestare quei fondi fangosi e far salire alla superficie le bolle velenose appiccicate al fondale. Non fu detto: lasciate che i morti seppelliscano i morti?”.

“Non dire sciocchezze – osservò Ulisse-2 – e non barare con me. Vuoi che ti dica di tutte le volte che hai cercato di combattere i tuoi mostri?”

Ulisse non lo voleva ammettere con lui, ma aveva ragione. 

Già, affrontare i propri mostri. Fosse una cosa facile. Era certo più semplice far finta di averli affrontati e coprire il tutto.

A volte invidiava i chirurghi: afferravano affilati bisturi e... zac! Un taglio netto e il marcio è tolto.

Purtroppo qui il bisturi serviva a poco...

(continua)

giovedì 27 agosto 2015

Arrivo e partenza 2

(continua dal post precedente)

Proseguo l'affabulazione sul Gabinetto di Riflessione. Anzi su come potrebbe essere il viaggio di un Profano, no - meglio - di un Candidato alla Massoneria (non parlo del mio viaggio perché non ne ho ricordi).


Testamento

“No, non lo farò” disse Ulisse, alzandosi dal tavolino. Si voltò verso la porta e fece per uscire. “Andiamo dunque”.

Ma, subito si fermò. “E che? Son appena arrivato e me ne vado così? Senza nemmeno attendere ciò che succede? E se qualcuno mi conosce, che figura ci faccio?”.

In quel momento vide sulla parete del tavolo uno sportellino e la tentazione di aprirlo fu fortissima. E infatti l’aprì. E sobbalzò. Vide una faccia esagitata che lo stava osservando con una espressione che lo sconcertò, prima di capire, nella penombra, che era la sua immagine riflessa.

Sentì come se il vigore gli fluisse via dalle gambe, vacillò e dovette sedersi di nuovo.

“Sono le gambe” si disse “sento come se non potessi cam­minare più...” il cuore s'era messo a battergli furiosa­mente.

“Sciocchezze. Smettila - fece una voce dentro di lui - lascia perdere.” La sua voce risuonava fredda e decisa. “Qualcuno ti costringe ad una bella esperienza. Fanne tesoro”.

“Non riesco a camminare” ribatté, con voce roca, Ulisse.

“Non dire sciocchezze” rispose l’altro (che, per intenderci, possiamo chiamare Ulisse-2).

“Mi sento come se avessi dimenticato la chiave e l’auto non può partire”.

“Capisco - fece Ulisse-2 – allora devi cercare la chiave”.

Ulisse si sentiva stanco. Con quel suo interlocutore numero 2 non riusciva mai ad avere l’ultima parola.

Lesse il foglio di carta, lentamente. Vi trovò solo tre domande strane, quasi altisonanti, ma allo stesso tempo pacate. Domande forse essenziali. Ma la mente era vuota. Non sapeva cosa rispondere. Si sentiva come in balìa di un vortice che lasciava tutto morto e vacuo dietro di sé.

“Beh, che cosa facciamo?” disse Ulisse-2. “Non mi sembri proprio in forma” continuò sornione.

Ulisse rabbrividì leggermente. Si sentiva spossato.
  
Per prender tempo e un po’ per curiosità, si guardò attorno, almeno per quel poco che il buio permetteva.

La sua attenzione fu catturata immediatamente da un teschio sul tavolo e dalla raffigurazione di uno scheletro alle sue spalle. Lugubri segni di morte messi di fronte ad una persona viva: per quale scopo? Per indicare che anche lui diventerà così? Ma lo sapeva già!

E subito gli venne un pensiero. No, era troppo banale pensare che gli avessero messo di fronte quei simboli di morte per fargli ricordare che la vita è limitata e che tutti, prima o poi, dobbiamo morire. Il giovane sa che deve morire, il vecchio sa che morirà presto, il saggio non sa quando morirà, ma si comporta come se contemporaneamente dovesse morire domani e non dovesse morire domani.

No, forse c’era un altro motivo per quelle presenze. Forse era un invito a non fermarsi all’apparenza ma ad andare oltre, a cercare ciò che c’è sotto la pelle, sotto la carne viva e i liquidi che circolavano in lui. A trovare le fondamenta del corpo che si muove, cammina, parla.

“Certo - disse Ulisse-2 - ma rifletti. Il corpo ha le fondazioni nelle ossa. Devi cercare solo le fondazioni del corpo? Tu sei solo corpo? Non c’è altro?”

“Che vuoi dire?” chiese Ulisse.

“Sai benissimo cosa voglio dire” ribatté Ulisse-2. Dopo una pausa continuò. 

“Tu non sei solo corpo. C’è ben altro. E non raccontarmi la favolina dell’anima bella. Non sei la superficie di un vasto mare, tu sei il mare. Sei il mare e sei il cielo sopra. In cielo ci possono stare benissimo i tuoi angioletti, ma stai attento che non li ghermiscano rapaci e mostri volanti. E nel tuo mare ci sono certo pesciolini graziosi, ma anche mostri terribili in confronto ai quali King Kong è una scimmietta giocherellona.

“Per te non è altro che un discorso morboso” ribatté Ulisse.

“No – rispose Ulisse-2 – e sai benissimo di cosa parlo. Certo, ci fu un'epoca in cui i pazzi erano considerati fessure della crosta terrena, attraverso le quali prorompeva la sacra fiamma. Ma spesso da quelle crepe e interstizi non passano sacre fiamme: escono i mostri che abbiamo dentro, le fiamme dell’inferno”.

Ulisse rassegnato tacque. Alzò le spalle e osservò debolmente. “Io sono un uomo normale, lo sai, terra terra: i misteri di cui parli mi fanno venire la pelle d'oca”.

(continua)

mercoledì 26 agosto 2015

Arrivo e partenza 1

Ho dato a questo lavoro il titolo di un romanzo di Arthur Koestler verso il quale ho avuto un rapporto controverso. E’ una delle prime edizione degli Oscar Mondadori: uscì nel 1966 a 350 lire. Io lo acquistai come rimanenza di magazzino già in epoca euro (1 euro sta scritto a mano nella penultima di copertina). Iniziai a leggerlo, ma non andai oltre le prime pagine. E così, andando a vuoto altri successivi tentativi di lettura, il libro fu parcheggiato nella mia biblioteca, subito dopo Gli angeli caduti (altro romanzo di Koestler con il quale ho avuto una relazione contrastata) e prima di Buio a mezzogiorno (che oggi non c’è più, probabilmente per un prestito non restituito).

Questa primavera, senza nessun motivo apparente, ho ripreso il libro e ne ho iniziato la lettura. E questa volta è stata coinvolgente ed appassionante: ora ci sono passi evidenziati, noterelle scritte sui margini, altre note in post-it appiccicati qua e là. La lettura di un libro che mi prende è sempre (almeno per me) tendenziosa e manipolatoria; l’autore “mi parla” ed io rispondo con allusioni, paragoni e similitudini.

Lascio l’ambiente del romanzo per ritrovarmi in un “mio” ambiente, a me più consono e familiare. Insomma, il libro diventa “mio” e mi spinge a riprendere qualcosa e “cuocerla” nel mio paiolo. E ci ricamo sopra...


Arrivo

Ulisse lasciò l’auto al parcheggio del Triángulo. Poco lontano, qualche minuto a piedi, doveva incontrare Virgilio. L’appuntamento era per la prima serata. Doveva essere solo, possibilmente dopo una cena leggera, senza alcolici o bevande stimolanti (ma non era una prescrizione, bensì un semplice suggerimento). Da lì sarebbero andati nella città vecchia, in una via poco lontano.

Ulisse riconobbe da lontano Virgilio. Gli si avvicinò, un po’ agitato e un po’ attratto dal mistero che in quel momento rappresentava per lui. Si incontrarono, si salutarono; la guida gli chiese se era pronto. Avuta la necessaria risposta positiva (ma non ne aveva mai dubitato), Virgilio guidò Ulisse nella rete dei vicoli della città vecchia. Conosceva bene, Ulisse, quella parte della città e si rese subito conto dei giri viziosi che Virgilio gli fece fare. Ma non obiettò: forse – si disse – anche quello in un certo senso “faceva parte del gioco”.

Finalmente giunsero ad una porticina, che non ricordava di aver mai notato, pur conoscendo bene la via. Virgilio suonò alla porta. La porta si aprì. Virgilio fece entrare Ulisse, poi si ritrasse come per chiuderlo dentro. Ulisse si sentì solo (forse era proprio questa la sensazione che volevano sentisse) e guardò l’interno.

Tutto era in una penombra quasi impenetrabile. Vide (meglio: intravvide) un minuscolo pianerottolo dal quale partiva una rampa di scale in discesa, anche quella fiocamente illuminata, come se avesse dovuto scendere nelle viscere della terra; scesi alcuni scalini percepì una parete ed Ulisse immaginò una svolta. E proprio lì, quando meno se lo aspettava, scorse una nera figura, o meglio ne colse il contorno nero sul quasi nero delle scale: quell’uomo indossava una veste nera e aveva un cappuccio pure nero. Di lui si scorgevano le mani, che spiccavano diafane in quella fitta penombra. Quell’ombra fece un solo e chiaro gesto: Seguitemi. Ulisse continuò a scendere le scale dietro l’inquietante personaggio.

Giunto in fondo fu condotto in uno stanzino che solo per eufemismo potremmo dire sinistro: dimensioni minuscole, appena sufficienti a contenere un piccolo tavolo nero con sedia altrettanto nera, pareti nere con alcuni disegni e scritte apparentemente incomprensibili che spiccavano bianche. Fu bruscamente invitato a sedere, a redigere il proprio testamento e ad attendere il ritorno di quell’oscuro prosseneta.

Già un testamento. Come fosse in punto di morte, oppure un condannato in attesa dell’esecuzione.

Ma come diavolo aveva fatto a cacciarsi in quella strana situazione! Strana? Alla faccia della stranezza. Eravamo ormai oltre ogni limite di decenza; oltre ogni limite di educazione e di rapporti sociali, umani, dissociali, disumani, e via dicendo!

Eppure il caro amico Virgilio che l’aveva messo in quella situazione gli pareva una persona seria, posata, insomma tranquilla. Per niente dedito a quelle sceneggiate di pessimo gusto.

Ed ora si trovava chiuso in quella che pareva una specie di prigione. Uno stanzino tetro, seduto ad un tavolino nero, una candela accesa come unica sorgente di luce e un foglio piegato in modo strano con una intestazione lugubre: Testamento del Profano.
(continua)

martedì 25 agosto 2015

Pensieracci

Spesso il massone minus habens è rinchiuso dentro rigidi canoni che lui considera essere i confini della Massoneria.


Invece il lavoro di Loggia non ha canoni, e lui non se ne è (ancora) accorto. Lui non può concepire la Massoneria senza canoni. Lui ha paura degli spazi aperti e sconfinati, non vi si sente sicuro.


Gli piace la massoneria etica, la massoneria sociale, la massoneria antropologica, la massoneria storica, la massoneria filosofica perché può rimanere in ambiti conosciuti. Ma la Massoneria, la semplice (semplice!) Massoneria lo mette a disagio.


E’ tranquillizzato dalla presenza dei Landmarks e non gli importa che non si sappia quali effettivamente siano; i Landmarks esistono, e ciò per lui è sufficiente: può sempre sentirsi al loro interno, quasi “coperto” da questi sconosciuti paletti fissati per sempre.


Manca al massone minus habens la capacità di sapersi vedere dal di fuori...



lunedì 24 agosto 2015

Il Massone che ride 6

Concludiamo le riflessioni sul ridere in Loggia.


La nostra Massoneria invece vuole essere aperta, gioiosa, allegra. E’ già tanto difficile e scomodo rimestare nell'interiore mare nostrum! Almeno facciamolo con gioia e allegria, sperando di buttar via un po’ delle nostre scorie (e, tanto per restare in tema, alla parola scorie sostituite quella più realistica, anche se più volgare!).

Sì, è vero. A volte si ride per nascondere le proprie paure. A volte si ride per imbarazzo. A volte si ride per deridere. A volte si ride per ridere...

Ma a noi questo ridere non interessa. Noi invece desideriamo che il Massone rida in Loggia.

Il motivo è molto semplice, va ben oltre il valore terapeutico della risata, va ben oltre il buonumore e lo star bene.

Ricordate gli studi scolastici? Ricordate quel è funesto a chi nasce il dì natale?

Ho sempre visto nella chiusa del Pastore errante leopardiano l’altra faccia della medaglia occidentale, opposta e contraria al fondante versetto della Genesi: Ed Elohim disse: Sia la luce. E la luce fu.

La luce elohimica e il dì natale leopardiano sono gli estremi paletti della civiltà occidentale, veri e propri landmark spirituali entro i quali tutta la spiritualità occidentale ha preso forma (perché anche l’ateismo può scorrere nel gran fiume della spiritualità come pure certa fede può esserne esclusa).

Spiega il poeta:
Nasce l'uomo a fatica, / ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento / per prima cosa.

Certo, è vero, il primo atto del bimbo appena uscito dal grembo materno è un gran pianto, disperato, non proprio liberatorio. Ma dopo quel momento di smarrimento, dopo che il neo-nato ha iniziato ad adattarsi alla perdita del suo mondo calmo e tranquillo, caldo e circoscritto, allora ride; prima con la mamma, poi con le persone vicine. E poi ride..., spesso..., frequentemente.

Forse avere vicino figure rassicuranti lo fa sentire al sicuro da quel mondo il cui primo impatto deve essere stato drammatico se non traumatico, e ride per un inconscio senso di scampato pericolo.

Forse avere vicino figure rassicuranti lo fa sentire appunto al sicuro, semplicemente al sicuro, protetto da pericoli che non conosce ma teme, e ride per il senso di benessere che avverte.

Forse avere vicino figure rassicuranti lo fa sentire al sicuro permettendogli di incominciare un percorso di integrazione nel nuovo mondo, e ride soddisfatto per il lavoro che lui ha svolto.

Forse avere vicino figure rassicuranti lo fa sentire semplicemente felice anche se ha abbandonato il mondo che conosceva, e ride... semplicemente ride... come se salutasse gli angioletti con i quali fino a poco prima stava giocando.

Il bimbo ride. Il bambino cresciuto ride. Ma... crescendo... crescendo... si ride sempre di meno. L’adulto ride poco. Spesso ride male o addirittura deride. A volte sorride. E raramente ride di se stesso.

Però l’adulto che ride in un certo senso si avvicina al bambino, allo spirito del bimbo, non ancora differenziato in questo nostro mondo.

E allora il Massone deve tornare a ridere come un bimbo. 

Perché ridere come un bimbo significa avvicinarsi a quel mondo che abbiamo abbandonato e del quale abbiamo nostalgia.

Ridere come un bimbo significa ritornare a giocare con gli angioletti.

Ridere come un bimbo significa riappropriarsi della serietà e concentrazione del bimbo che gioca.

Ridere come un bimbo significa impegnarsi nel lavoro di Loggia come il bimbo si impegna nel gioco.

Ridere come un bimbo significa capire che la Loggia è il mondo e il lavoro dei Massoni in Loggia è il grande girotondo della vita.

(fine)

domenica 23 agosto 2015

Il Massone che ride 5

(continua dal post precedente)

Però non è condanna del ridere, ma del ridere inopportuno.

E qui il massone potrebbe ribattere: Appunto, è inopportuno ridere in Loggia.

Questo massone è contro il ridere, non solo contro il ridere inopportuno.

Mentre la tradizione ebraica, per bocca del Rabbi di Lublino insegna che si può, si deve ridere, specie mentre si piange, perché il solo pianto porta alla disperazione e il solo riso rende sciocchi e fa perdere il timor di Dio.

Dunque: ridiamo. Meglio: sorridiamo.

Ma perché il cristianesimo, cioè i fondamentalisti cristiani dei primi secoli erano contro il riso?

Credo che una buona risposta si possa trovare in Umberto Eco, Il nome della rosa. E’ un romanzo un po’ freddino, dalla lettura piacevole, non so di quanto valore letterario, ma certo feconda miniera di informazioni.

Chi ride non crede in ciò di cui si ride, ma neppure lo odia. E dunque ridere del male significa non disporsi a combatterlo e ridere del bene significa disconoscere la forza per cui il bene è diffusivo di sé. Per questo la Regola dice: “decimus humilitatis gradus est si non sit facilis ac promptus in risu, quia scriptum est: stultus in risu exaltat vocem suam”.1

E ancora.

Jorge temeva il secondo libro di Aristotele2 perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l'unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.3

Insomma, in sintesi.

Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l'uomo simile alla scimmia.4

Ecco qui forse sta il succo del problema.

Per una concezione integrale e fondamentale della vita e della religione (per non dire integralista e fondamentalista), in cui l’uomo era visto come creato ad immagine e somiglianza di Dio, qualunque atto che modificasse, sia pure per un momento, il bel sembiante era visto come contrario a Dio e originato dal demonio.

Se, di più, pensiamo alla risata a crepapelle, la cosiddetta risata di pancia, quella che senti nascere dalle viscere e che ti fa poi scuotere tutto il corpo, quella irresistibile scoppio di energia liberatoria che ti pulisce la mente dalle impurità fosche del tuo mare interiore; se pensiamo a quel tipo di ridere, allora possiamo ben capire come si sia potuto fantasticarne demoniaca l’origine. Le viscere sono la parte più bassa della pancia e stanno - ahi! Ahi! – vicino agli organi sessuali, proprio gli organi, per i nostri fondamentalisti, origine del male nel mondo. E così – per loro – la creatura del bel sembiante viene quasi trasmutato in un piccolo Satana, che non solo non va retro, ma al contrario avanza.

Ferrea convinzione, la loro, ben tetragona ai colpi di ventura, che pare proprio quel masso che dal vertice di erpa ripa montana... batte sul fondo e sta. Ferrea convinzione, che lì sta, che fu solo scalfita dalla letizia di Francesco di Assisi e che ancora oggi dipana in molti le sue influenze, anche se non più per quei lontani motivi.

La risata, il ridere provoca una contrazione dei muscoli e quindi la deformazione del bel sembiante. A quegli occhi parziali, che non erano in grado di “vedere” il mondo e lo filtravano attraverso una lente ideologica strana, come gli occhiali polaroid che “filtrano” la luce e quindi mostrano non tutta la visione, ma solo una sua parte, a quegli occhi limitativi pareva proprio la deformazione del volto di Dio.

Così è il fondamentalista, qualunque fondamentalista. Così è l’integralista, qualunque integralista. Hanno occhiali colorati e non riescono a vedere tutte le sfumature: si accontentano di ciò che vedono e che pensano sia la verità.

Non si pongono il problema se ciò che vedono sia completo, sia corretto, sia deformato. Vedono solo così, e così è. Non si accorgono di perdere tanto...

La loro Massoneria è seria, severa, puritana, formale; insomma: tetra. Non sanno distinguere tra lo spirito dell’esser Massoni e i particolari dell’esser Massoni; non sanno distinguere tra lo spirito generale della Massoneria (aspetto dello spirito universale dell’Umanità) e i particolari (appunto: particolari contingenti) attraverso i quali lo spirito si realizza in quel particolare momento.

Sono come quel tizio che dovendo scegliere tra due bottiglie di vino si fa prendere dall’etichetta o dalla forma della bottiglia e non dal contenuto.

Oppure come quell’altro che riempì il suo mobile libreria in base al colore delle copertine e, tanto per dire, mise Guerra e pace vicino al Manuale delle Giovani Marmotte perché l’accostamento dei colori delle copertine era piacevole. E non si sognò mai di leggerli, quei libri.

NOTE
 
1  Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, 1980, p. 105.

2  E' appunto l’opera di Aristotele che tratta del ridere. L’autore immagina che l’ultima copia esistente sia stata volutamente distrutta nel rogo della biblioteca del convento.

3 Ivi, p. 374.

4 Ivi, p. 105.

(continua)

sabato 22 agosto 2015

Il Massone che ride 4

(continua dal post precedente)

Per comprendere la cristiana proibizione del ridere bisogna andare indietro nel tempo, proprio alle origini del cristianesimo. Quei primi cristiani, e conseguentemente i Padri della Chiesa, nella necessità di distinguersi dagli altri (cioè pagani ed ebrei) misero in rilievo le differenze. Così Paolo spiega esser venuti meno l’obbligo della circoncisione e le prescrizioni sui cibi. Così si insiste sulla differenza con le credenze e gli atteggiamenti pagani. Si insiste sul giudizio divino sul nostro comportamento dopo la morte e quindi si introduce l’idea che tutta la vita terrena non sia altro che preparazione alla vita divina.

Vengono rigettati i piaceri della carne, non solo gli eccessi. Vengono rifiutati i piaceri della tavola e del sesso, viene respinta una visione della vita che non sia strettamente finalizzata al dopo morte.

Non è mia intenzione esaminare quel tipo “triste” di vita, ma dobbiamo pur riconoscere che tali concezioni, esaltate e sottolineate nei secoli successivi, hanno influenzato il cristianesimo, e conseguentemente il mondo occidentale, dei secoli seguenti e, sotto sotto, persino fino ad oggi.

Esempi ne possiamo trovare numerosi. Qui mi limito ad accennarne a due.

Uno. La Regola di san Benedetto.

Capitolo IV: - Quae sunt instrumenta bonorum operum. Punto 54: verba vana aut risui apta non loqui: non ridere spesso e in maniera smodata.
Non si parla del ridere in chiesa, ma il pio monaco non riderà troppo spesso e smodatamente.

Due. Nel 1729 un fra' Gaetano Maria da Bergamo, cappuccino (quindi francescano!), darà alle stampe una specie di manuale per predicatori (L'uomo Apostolico istruito nella sua vocazione al Pulpito1) dove scrive: 

 Non si trova Santo Padre, né alcun Teologo, che faccia lecito il ridere nella Chiesa, che è la Casa d’Iddio; ed a leggere tutti i Quaresimali, ne’ quali vi è la Predica della Riverenza alle Chiese, si troverà, che altrimenti declamati contra coloro, che stanno a ridere in Chiesa, come se fossero in Piazza.

Vien da lontano, appunto, questa proibizione, che ancora oggi è molto seguita, con tutte le variazioni e sfumature.

Risus abundat in ore stultorum. Versione del latino volgare di un paio di passi del commediografo Menando (III – IV secolo a. C.). Viene condannato l’eccessivo riso, quello inopportuno per il contesto in cui esplode la risata (appunto inopportuna). Possiamo pensar la frase come rappresentativa di una classe di proverbi che dal francese Plus on est de fous plus on rit va all’italiano I matti si conoscono dal molto ridere al portoghese Muito riso è sinal de pouco siso, al tedesco, che non cito perché non conosco il tedesco, e ritorna all’italiano Chi ride senza perché o è pazzo o ce l'ha con me.2

Però non è condanna del ridere, ma del ridere inopportuno.

E qui il massone potrebbe ribattere: Appunto, è inopportuno ridere in Loggia.

Questo massone è contro il ridere, non solo contro il ridere inopportuno. 

Mentre la tradizione ebraica, per bocca del Rabbi di Lublino, insegna che si può, si deve ridere, specie mentre si piange, perché il solo pianto porta alla disperazione e il solo riso rende sciocchi e fa perdere il timor di Dio.

Dunque: ridiamo. Meglio: sorridiamo.


NOTE

1  In google.books (consultato il 24/07/15).
2  Cfr. Tosi, Sulla genesi di alcuni proverbi, in https://www.academia.edu (consultata il 31/07/15).

(continua)


venerdì 21 agosto 2015

Il Massone che ride 3

(segue dal post precedente)


Per inquadrare la situazione ricordiamoci che gli incontri (quelle che noi chiamiamo tornate) erano tenuti in taverne e osterie, pardon pub. Non c’erano gli arredi ai quali noi siamo abituati, ma solo alcuni oggetti simbolici. La Loggia lavorava quindi a tavola e possiamo immaginare (non esistono documenti certi) che ci fossero sospensioni frequenti per mangiare o bere.


Viene ribadito l'obbligo di non occuparsi di cose ridicole o scherzose mentre la Loggia è impegnata in altre serie e solenni e si permette (a lavori chiusi): Potete divertirvi con innocente allegria, trattandovi l'un l'altro a vostro talento, ma evitando ogni eccesso.


Dunque non ci si deve occupare di cose ridicole e scherzose mentre la Loggia lavora su cose serie. Allora evidentemente si possono trattare cose leggere quando la Loggia non è impegnata in cose serie. E comunque si devono evitare eccessi di ogni genere.


Ecco, mi pare che per quei nostri padri fondatori fosse importante mantenere un’atmosfera di armonia cordiale, disponibile all’impegno ma anche capace di vivere in serenità momenti “leggeri” (e nei momenti leggeri darsi alla gioia).


E’ una disposizione di vera e propria letizia francescana. Secondo Francesco d’Assisi l’armonia del vivere è fondamentale: armonia del proprio corpo con lo spirito, armonia del proprio essere con la natura, armonia dell’un fratello con l’altro fratello.


Vivere in armonia significa imbrigliare il proprio ego, vedere nell’altro non un avversario, vero o presunto, da sopraffare, ma un complemento di sé. E il riso allora scaturisce dalla gioia di stare assieme. E assieme allora si può costruire. Perché i nostri incontri sono sempre finalizzati a costruire qualcosa, altrimenti si riducono a meeting profani, mondani e superficiali, magari anche, Dio non voglia, rissosi.


Ma il massone, un certo tipo di massone, non solo non ride in Loggia aperta: non ne vuole proprio sapere.


Ma perché? gli obietti.


Non ti può rispondere Perché no; allora ti dice che noi dobbiamo essere seri e il discorso termina con la solita osservazione: Anche in chiesa non si ride.


Già, il massone, fierissimo laico, quando non sa che pesci pigliare si attacca alla chiesa cattolica che di solito fieramente ignora (anche se non ne dice più peste e corna, perché l’anticlericalismo è ormai fuori moda).


E’ vero, in chiesa non si ride. Alt, un momento. In chiesa si può anche ridere e manifestare la propria gioia: non è raro accompagnare le cerimonie religiose con canti di giubilo e di gioia. Ricordiamoci che giubilo (da jùbilum = il gridare per gioia) indica una gioia ineffabile che non si può esprimere a parole, ma di tale intensità che non permette di tacere.1 E spesso questo gridare ha origine da personali e intime esperienze religiose.


NOTA

 


1 Non confondiamo giubilo con giubileo, che deriva invece dall’ebraico jobel = montone e per traslato corno, appunto lo strumento che produceva il suono con il quale veniva dato inizio ogni cinquantesimo anno al giubileo. (Cfr. http://www.etimo.it, consultato il 30/07/15)

(continua)

giovedì 20 agosto 2015

Il Massone che ride 2

(continua dal post precedente)

Già, ridere...

Ma si può ridere in Loggia aperta?

Veramente il rituale, nessun rituale, prevede che durante i lavori si possa ridere.
E perché mai?

C’è una relazione tra il lavoro rituale e il ridere?

Messa così la domanda pare indicare la mancanza di rapporti tra rituale e ridere. Pare quasi che se rapporto esiste sia quasi un rapporto più o meno nascosto tra un lui, il rituale, e una lei, la risata (che può essere anche un lui: il riso, il ridere, l’atto del ridere). Ma tranquillizziamoci. Non ci sono rapporti, più o meno clandestini, tra un lui e una lei, e nemmeno rapporti particolari con una lei (la risata) che potrebbe essere pure un lui (il riso, il ridere). Non ci sono rapporti perché rapporti tra quel lui e quella lei non ci sono proprio. Non sono previsti.

E i bravi Massoni si adeguano. Non si ride in Loggia; del resto – aggiungono – non si ride nemmeno in chiesa, in nessuna chiesa. La Massoneria è una cosa tremendamente seria, concludono.

Qualcuno più colto degli altri ricorda un antico manoscritto, ovviamente inglese, addirittura del Seicento.

D. Cosa rende una Loggia giusta e perfetta?
R. Sette maestri, cinque apprendisti, a una giornata di cammino da un borgo, senza latrati di cane o canto di gallo.

Dunque in Loggia non ci deve essere nemmeno un cane abbaiare o un gallo chicchiriare, figuriamoci se ci può stare un massone a ridere. Anzi, in Loggia non possono entrare nemmeno gli animali, che del resto non possono nemmeno entrare in chiesa, come in chiesa non è permesso ridere.

Ma questo qualcuno, colto, si dimentica che, poco dopo la citazione, in quello stesso manoscritto antico si legge.
 
D. E con meno [fratelli]?

R. Più siamo maggiore felicità [altri traducono: più si ride]1. Meno siamo più si sta comodi.

 In quegli antichi documenti si accenna dunque, certo con un sorriso, a quello che oggi potremmo chiamare lo star bene in Loggia.

Il massone colto, a questo punto un po’ in difficoltà, spiega che è solo un fuggevole cenno in un documento che al massimo ha un valore storico e basta.

I cenni sono però molto più sostanziosi se ci rifacciamo ad uno dei documenti fondanti il nostro Craft, cioè gli Antichi Doveri.

Prendiamo il sesto capitolo: Del comportamento, ossia... Seguono sei casi, dei quali ora ci interessano i primi due: 
 
1- ...Ossia: Nella Loggia allorché costituita.
2 - ...Ossia: Comportamento quando la Loggia è chiusa ed i Fratelli non sono usciti.

Per inquadrare la situazione ricordiamoci che gli incontri (quelle che noi chiamiamo tornate) erano tenuti in taverne e osterie, pardon pub2. Non c’erano gli arredi ai quali noi siamo abituati, ma solo alcuni oggetti simbolici. La Loggia lavorava quindi a tavola e possiamo immaginare (non esistono documenti certi) che ci fossero sospensioni frequenti per mangiare o bere.3

NOTE 

1 Il testo inglese recita: The more the merrier. Merrier = più allegro. In http://dictionary.cambridge.org (consultato il 30/07/15) l’espressione è così commentata: used to say an occasion will be more enjoyable if a lot of people are there.

2 Pub  è abbreviazione di public house, il tipico locale anglosassone dove si consuma rigorosamente seduti.

3 Una supposizione che ritengo non infondata vorrebbe le colonnine dei Sorveglianti come il segno dei lavori in atto (colonnina del 1° Sorvegliante alzata e del 2° abbassata) o dei lavori sospesi (colonnina del 2° Sorvegliante alzata e del 1° abbassata).

(continua)

mercoledì 19 agosto 2015

Il Massone che ride 1

Avete notato che in Loggia non si ride mai?


Non si può passare dall'una all’altra Colonna, non ci si può intrattenere in questioni di religione e di politica. Altrove si consiglia il neofita a non presentarsi in Loggia se si è in disaccordo con un Fratello per non disturbare l’armonia dei Lavori.


Insomma si consiglia / prescrive al nuovo Fratello la serietà di comportamento, la serietà di partecipazione ai lavori, avendone già accertato (almeno simbolicamente) la serietà delle intenzioni.


Insomma il Massone deve essere serio, tanto serio che più serio non si può.

Già, serio. Serio e non serioso. O no?


Serio. Si dice di persona che affronta la vita e i suoi problemi con coscienza dei propri diritti, doveri e compiti. Oppure: che non ride, accigliato; preoccupato. Oppure: grave; importante.


Serioso. Serio con affettazione, cioè artificiosa ostentazione nel parlare e nel comportarsi.


Essere seri ed essere seriosi sono atteggiamenti diversi. E molti minus habentes forse per ignoranza, forse per incapacità, forse per insipienza non sanno distinguerli, e credono che l’esser seri debba per forza di cose mostrarsi con il comportamento, con il vestire: insomma con il mostrarsi. E questo porta a certi atteggiamenti superficiali in Loggia. Li porta a insistere sul dovere della frequenza, sul dovere di stare composti, sul dovere di ascoltare.


No, no. Abbiamo l’obbligo di frequenza? Certo. Dobbiamo obbedire al dovere della presenza? Certo.


Ma il dovere di esserci deriva dal piacere di stare assieme con i Fratelli, proprio con quelli e magari non con altri. Capita a volte in certe Logge che vi sia qualche fratello (iniziale volutamente minuscola) che non ha ben compreso il senso della partecipazione. E succede così che la sua partecipazione è sempre disarmonica, magari polemica e puntigliosa. E succede per contrasto che quelle Tornate alle quali non c’è diventano armoniche per tutti gli altri, che non sono disturbati dalla pedanteria bizzosa dell’assente.


Sicuramente quel fratello è persona che non sa ridere e forse nemmeno sorridere. Oh, sì, certo, lo vediamo ridere, vediamo che spesso il suo volto si atteggia a sorrisi. Ma è un ridere poco sano, quasi nervoso e cerebrale. Non è il ridere aperto dell’uomo in armonia con gli altri.


Dobbiamo indossare un abito nero perché l’uniformità dei colori è importante nel lavoro di Loggia?


Io sono convinto che l’uniformità dei colori sia importante, anche se magari sul nero avrei qualcosa da dire (ricordo un Fratello di spessore sostenere: Io sono martinista e come martinista mi rifiuto di vestirmi di nero). Non c’è sul presunto obbligo del nero nessun motivo “muratorio” se non una consuetudine registrata all’articolo 20 del Regolamento (che, tra l’altro, all’epoca del mio ingresso parlava di “abito scuro da passeggio (sic!)”, indicando chiaramente la classe sociale cui ci si rivolgeva).


Il “serioso” è superficiale, artificiale, epidermico, esteriore, non di rado affettato. E, soprattutto, in Loggia non ride mai.


Già, ridere...


Ma si può ridere in Loggia aperta?


Veramente il rituale, nessun rituale, prevede che durante i lavori si possa ridere.

E perché mai?


C’è una relazione tra il lavoro rituale e il ridere?
(continua)

lunedì 17 agosto 2015

Ridere in Loggia

Avete notato che in genere in Loggia non c'è nessuno che ride?

Ed io mi domando:

Si può ridere in Loggia? Si deve ridere in Loggia? Oppure durante il lavoro rituale è vietato ridere? E perché dovrebbe essere vietato ridere in Loggia? Essere seri significa non poter ridere?
Ridere fa bene oppure no? E ridere in Loggia permette di essere "più" oppure no?

Pensiamoci. Riflettiamoci. E - magari - ridiamoci sopra.

domenica 16 agosto 2015

Pensieraccio

G. Kahlil Gibran è un autore che mi è caro. Lo tengo sotto mano e i suoi "aforismi" mi fanno riflettere a lungo. Letti, riletti, commentati, rielaborati, riescono a toccare punti importanti del mio pensare.
Da "Sabbia e Spuma" ne leggo, molto tendenziosamente, uno.



Una volta all’anno il Libero Muratore e il libero muratore si incontrano laggiù vicino alle rovine del Tempio. E ogni volta l’incontro termina con una accanita discussione. 
“Fratello mio – dice il Massone all’altro massone – temo proprio che non andremo mai d’accordo”.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.