Nel Gabinetto di Riflessione continua il viaggio di Ulisse, il nostro amico profano che ha chiesto di affiliarsi ad una Loggia.
Il primo incontro con il mondo dei simboli ha portato Ulisse ad una realtà "vera" interiore che non sospettava esistesse in lui. Ulisse si sta rendendo conto che quella strana esperienza ha dato l'avvio ad un percorso interiore che sarà difficile interrompere. Sì, la Massoneria è molto diversa da quello che credeva...
Solo e silenzioso
Quando in seguito Ulisse andava con il
pensiero a quella strana esperienza, faticava a descriverla
dettagliatamente. Gli pareva piuttosto come un cammino in quegli androni
scuri che ti accolgono varcato il portone di certi palazzi in una
assolata giornata estiva. La penombra veniva ancor più accentuata
dal contrasto con l’esterno assolato. Degli androni coglievi la
sensazione di frescura piacevole e oscurità spiacevole, ma altro non
vedevi.
Coglievi però un senso che non sapevi come, ma sentivi
essenziale: eri in completa solitudine. Ma non una solitudine
angosciante che ti soffocava, bensì la solitudine caratteristica dei
momenti sostanziali della tua vita, quasi tacita compagna del tuo
cammino.
Ricordava di aver letto un tempo una
poesia, che poi aveva fatto sua, epigrammatica nella sua
essenzialità:
Sono
solo
ma
sono
E questo è
tutto.1
Ulisse aveva approfondito con Virgilio
il tema della solitudine. Temeva che l’obbligo di frequentare altre
persone, con le quali sarebbero certamente nati rapporti di
vicinanza, avrebbe potuto limitare la sua libertà di ricerca. Fu
subito rassicurato da Virgilio: il rapporto con gli altri sarebbe
stato un confronto tra pari, non una sudditanza, e nessuno si sarebbe
mai potuto permettere di indirizzarlo in un senso o in un altro.
Avrebbe potuto ricevere consigli, spunti, mai ordini o direttive.
La via sulla quale si voleva
incamminare – aveva proseguito Virgilio – era puramente
individuale, con momenti di verifica assieme agli altri: era un
cammino lento ma continuo e non poteva limitarsi a quelle poche ore
degli incontri.
Ulisse terminò di scrivere. Voltò il
capo verso sinistra e lesse: Vedrai la Luce.
Immediatamente associò la luce al
sole, all’astro che dispensa calore e luce al pianeta. E si trovò
a pensare come oggi quello, che un tempo sembrava l’infinitamente
aperto, viene visto come un sistema interdipendente, ma chiuso, senza
apporti dall’esterno.
Bella visione, dove tutto dipendeva da tutto,
ma anche una specie di maledizione: non ci poteva più essere
un’azione isolata dal contesto. Ogni sua azione, ogni suo gesto,
fino al più piccolo e insignificante, si caricava di conseguenze e
responsabilità che le generazioni che ci hanno preceduto sul pianeta
non potevano nemmeno immaginare.
Così quei gesti quotidiani della
nostra adolescenza (per esempio gettare per terra un fazzoletto di
carta sporco oppure una cicca di sigaretta), oggi generalmente
riprovati, appesantivano l’ambiente di rifiuti che si degradavano
in tempi elevati (fino a cinque anni per un mozzicone di sigaretta!).
Li consideravamo allora gesti insignificanti o semplicemente da
maleducati, invece erano gesti da irresponsabili. Infatti, per esempio,
un piccolo fumatore, da cinque sigarette al giorno, fuma 150
sigarette al mese, cioè 1800 all’anno. Se ne butta via per strada
o nei prati meno della metà (diciamo il 40 per cento) quel fumatore
sparge in giro la bellezza di più di 700 cicche all’anno, cicche
che staranno lì a ricordo della sua insipienza per qualcosa come
cinque anni. E questo per un solo fumatore poco fumatore!
No, ogni gesto non può più essere
considerato fine a se stesso, ma va inserito in una solida catena
della quale non riusciamo a vedere il termine.
Una volta i religiosi ti parlavano di
causa ed effetto nel senso che se tu avessi commesso buone azioni
avresti avuto un premio paradisiaco o una punizione infernale in caso
contrario. Ma qui c’è una legge di concatenazione che estende il
suo dominio in ogni campo del vivere (vivere umano o animale o
addirittura il vivere di ciò che noi consideriamo il non vivente) e tutto si ripercuote su tutto.
Contemporaneamente a Ulisse venne in
mente un ricordo. Era piccolo, non andava ancora a scuola; era
ammalato e aveva un sonno irrequieto che si interrompeva spesso. Ogni
volta che si svegliava vedeva la figura di sua madre. Era molto
rassicurante e protettivo saperla lì, pronta ad intervenire al
bisogno.
Quel ricordo emergeva frequentemente
dal mare dei ricordi della sua vita e ancora oggi, dopo molti anni,
dopo addirittura la scomparsa della madre dal mondo fisico, era il
ricordo di una sicurezza che gli permetteva di vivere la quotidianità
senza ansie patologiche. Riteneva la figura materna talmente
importante che subito si voltò per vedere se tra quegli strani segni
sui muri ci fosse qualcosa che ricordasse il femminino.
Ma non trovò
nulla e rimase stupito...
Quel ricordo familiare lo riempì di
tenerezza e malinconia, e gli fece venire in mente anche certi
aspetti dell’infanzia e dell’adolescenza, che la retorica comune
vuole periodi di felicità e spensieratezza, mentre al contrario sono
stati di formazione. L’adulto crede di essere lineare (ma spesso
non lo è), il bambino invece nella sua linearità è ingarbugliato e
inutilmente (all’occhio dell’adulto) complicato. L’adolescente
è aggrovigliamento massimo, in preda a complicazioni che più
complicate non potrebbero essere. Ulisse si trovò così a pensare
alla sua adolescenza, alle sue complicazioni che si è
portato dietro fin nella cosiddetta età adulta.
Quante volte, nei rapporti con le altre
persone, si era sentito quasi colpevole per avere idee oppure
semplici opinioni diverse da quelle dell’interlocutore o degli
amici! Quante volte si era semplicemente accodato all’opinione
comune invece di sostenere la propria posizione! Quel gallo disegnato
alla sua sinistra gli pareva cantasse per lui: Sveglia! - lo
sentiva urlare – che è ora!
Silenziosamente la porta si aprì e
comparve la figura nera. Gli chiese il foglio di carta e gli intimò
di attendere il suo ritorno scomparendo subito dopo sempre nel più
assoluto silenzio.
Già, il silenzio. L’uomo ha perso il
senso del silenzio, non lo sopporta e non lo tollera. Non sa
apprezzarlo. Lo intende minaccioso, carico di aspettative
dell’ignoto. Se oggi vuoi torturare un uomo mettilo in una stanza
insonorizzata: si sentirà come un piccolo bambino spaurito nel bosco
di notte, terrorizzato dalla presenza minacciosa del lupo o di altri
mostri, che in realtà esistono solo nella sua immaginazione
infantile.
Questa volta invece Ulisse apprezzò il
silenzio e la penombra. Il lupo esisteva solo nella sua fantasia e se
l’avesse incontrato avrebbe avuto un compagno ed un amico, non una
belva selvaggia. Furono i lupi ad accogliere Mowgli e molto tempo
dopo Mowgli ricambiò il vecchio Akela non più capobranco salvandolo
dalla fine sicura. Il rapporto uomo lupo è antico come il mondo e
non è il rapporto di Cappuccetto Rosso.
NOTA
1 La poesia è di Gaspare Cannizzo, dalla raccolta Canti Decembrini, Edizioni di Vie della Tradizione, 1977.
(continua)
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