lunedì 31 agosto 2015

Arrivo e partenza 6

(continua dal post precedente)

Nel Gabinetto di Riflessione continua il viaggio di Ulisse, il nostro amico profano che ha chiesto di affiliarsi ad una Loggia.
Il primo incontro con il mondo dei simboli ha portato Ulisse ad una realtà "vera" interiore che non sospettava esistesse in lui. Ulisse si sta rendendo conto che quella strana esperienza ha dato l'avvio ad un percorso interiore che sarà difficile interrompere. Sì, la Massoneria è molto diversa da quello che credeva...

Solo e silenzioso

Quando in seguito Ulisse andava con il pensiero a quella strana esperienza, faticava a descriverla dettagliatamente. Gli pareva piuttosto come un cammino in quegli androni scuri che ti accolgono varcato il portone di certi palazzi in una assolata giornata estiva. La penombra veniva ancor più accentuata dal contrasto con l’esterno assolato. Degli androni coglievi la sensazione di frescura piacevole e oscurità spiacevole, ma altro non vedevi.

Coglievi però un senso che non sapevi come, ma sentivi essenziale: eri in completa solitudine. Ma non una solitudine angosciante che ti soffocava, bensì la solitudine caratteristica dei momenti sostanziali della tua vita, quasi tacita compagna del tuo cammino.

Ricordava di aver letto un tempo una poesia, che poi aveva fatto sua, epigrammatica nella sua essenzialità:

Sono solo
ma sono
E questo è tutto.1

Ulisse aveva approfondito con Virgilio il tema della solitudine. Temeva che l’obbligo di frequentare altre persone, con le quali sarebbero certamente nati rapporti di vicinanza, avrebbe potuto limitare la sua libertà di ricerca. Fu subito rassicurato da Virgilio: il rapporto con gli altri sarebbe stato un confronto tra pari, non una sudditanza, e nessuno si sarebbe mai potuto permettere di indirizzarlo in un senso o in un altro. Avrebbe potuto ricevere consigli, spunti, mai ordini o direttive.

La via sulla quale si voleva incamminare – aveva proseguito Virgilio – era puramente individuale, con momenti di verifica assieme agli altri: era un cammino lento ma continuo e non poteva limitarsi a quelle poche ore degli incontri.

Ulisse terminò di scrivere. Voltò il capo verso sinistra e lesse: Vedrai la Luce.

Immediatamente associò la luce al sole, all’astro che dispensa calore e luce al pianeta. E si trovò a pensare come oggi quello, che un tempo sembrava l’infinitamente aperto, viene visto come un sistema interdipendente, ma chiuso, senza apporti dall’esterno.

Bella visione, dove tutto dipendeva da tutto, ma anche una specie di maledizione: non ci poteva più essere un’azione isolata dal contesto. Ogni sua azione, ogni suo gesto, fino al più piccolo e insignificante, si caricava di conseguenze e responsabilità che le generazioni che ci hanno preceduto sul pianeta non potevano nemmeno immaginare.

Così quei gesti quotidiani della nostra adolescenza (per esempio gettare per terra un fazzoletto di carta sporco oppure una cicca di sigaretta), oggi generalmente riprovati, appesantivano l’ambiente di rifiuti che si degradavano in tempi elevati (fino a cinque anni per un mozzicone di sigaretta!). Li consideravamo allora gesti insignificanti o semplicemente da maleducati, invece erano gesti da irresponsabili. Infatti, per esempio, un piccolo fumatore, da cinque sigarette al giorno, fuma 150 sigarette al mese, cioè 1800 all’anno. Se ne butta via per strada o nei prati meno della metà (diciamo il 40 per cento) quel fumatore sparge in giro la bellezza di più di 700 cicche all’anno, cicche che staranno lì a ricordo della sua insipienza per qualcosa come cinque anni. E questo per un solo fumatore poco fumatore!

No, ogni gesto non può più essere considerato fine a se stesso, ma va inserito in una solida catena della quale non riusciamo a vedere il termine.

Una volta i religiosi ti parlavano di causa ed effetto nel senso che se tu avessi commesso buone azioni avresti avuto un premio paradisiaco o una punizione infernale in caso contrario. Ma qui c’è una legge di concatenazione che estende il suo dominio in ogni campo del vivere (vivere umano o animale o addirittura il vivere di ciò che noi consideriamo il non vivente) e tutto si ripercuote su tutto.

Contemporaneamente a Ulisse venne in mente un ricordo. Era piccolo, non andava ancora a scuola; era ammalato e aveva un sonno irrequieto che si interrompeva spesso. Ogni volta che si svegliava vedeva la figura di sua madre. Era molto rassicurante e protettivo saperla lì, pronta ad intervenire al bisogno.

Quel ricordo emergeva frequentemente dal mare dei ricordi della sua vita e ancora oggi, dopo molti anni, dopo addirittura la scomparsa della madre dal mondo fisico, era il ricordo di una sicurezza che gli permetteva di vivere la quotidianità senza ansie patologiche. Riteneva la figura materna talmente importante che subito si voltò per vedere se tra quegli strani segni sui muri ci fosse qualcosa che ricordasse il femminino.

Ma non trovò nulla e rimase stupito...

Quel ricordo familiare lo riempì di tenerezza e malinconia, e gli fece venire in mente anche certi aspetti dell’infanzia e dell’adolescenza, che la retorica comune vuole periodi di felicità e spensieratezza, mentre al contrario sono stati di formazione. L’adulto crede di essere lineare (ma spesso non lo è), il bambino invece nella sua linearità è ingarbugliato e inutilmente (all’occhio dell’adulto) complicato. L’adolescente è aggrovigliamento massimo, in preda a complicazioni che più complicate non potrebbero essere. Ulisse si trovò così a pensare alla sua adolescenza, alle sue complicazioni che si è portato dietro fin nella cosiddetta età adulta.

Quante volte, nei rapporti con le altre persone, si era sentito quasi colpevole per avere idee oppure semplici opinioni diverse da quelle dell’interlocutore o degli amici! Quante volte si era semplicemente accodato all’opinione comune invece di sostenere la propria posizione! Quel gallo disegnato alla sua sinistra gli pareva cantasse per lui: Sveglia! - lo sentiva urlare – che è ora!

Silenziosamente la porta si aprì e comparve la figura nera. Gli chiese il foglio di carta e gli intimò di attendere il suo ritorno scomparendo subito dopo sempre nel più assoluto silenzio.

Già, il silenzio. L’uomo ha perso il senso del silenzio, non lo sopporta e non lo tollera. Non sa apprezzarlo. Lo intende minaccioso, carico di aspettative dell’ignoto. Se oggi vuoi torturare un uomo mettilo in una stanza insonorizzata: si sentirà come un piccolo bambino spaurito nel bosco di notte, terrorizzato dalla presenza minacciosa del lupo o di altri mostri, che in realtà esistono solo nella sua immaginazione infantile.

Questa volta invece Ulisse apprezzò il silenzio e la penombra. Il lupo esisteva solo nella sua fantasia e se l’avesse incontrato avrebbe avuto un compagno ed un amico, non una belva selvaggia. Furono i lupi ad accogliere Mowgli e molto tempo dopo Mowgli ricambiò il vecchio Akela non più capobranco salvandolo dalla fine sicura. Il rapporto uomo lupo è antico come il mondo e non è il rapporto di Cappuccetto Rosso.

NOTA
 
1  La poesia è di Gaspare Cannizzo, dalla raccolta Canti Decembrini, Edizioni di Vie della Tradizione, 1977.

(continua)

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