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09 agosto 2026

Ricordi muratorii

Tanti anni fa. Una Loggia di Bologna. Rito di iniziazione per un bussante.

Il Maestro Venerabile legge all'iniziando il testo del giuramento (a quel tempo si giurava e non si prometteva) e gli chiede se sia disposto a prestarlo.

Sorprendentemente il candidato si rifiuta.

Il rito ovviamente è interrotto e il candidato è accompagnato nella sala dei passi perduti dove è immediatamente raggiunto anche dal fratello presentatore.

Il candidato spiega all’Esperto  che lui, sardo della Barbagia, toccato nell’infanzia da brutali esperienze di sangue, non può giurare su un testo che parla di spargere il sangue, sia pure simbolicamente. Rifiuta di continuare e se ne va.

Il fratello presentatore, stupito come tutti, nota la difformità con il suo comportamento pacato quotidiano e lo stato eccitato del momento, dovuto forse all’emotività scatenata dal rito amplificata da ricordi tragici: “Sembra un’altra persona” ammette sconcertato.

Nota stonata.
Qualcuno monta in cattedra criticando saccentemente il profano.

14 luglio 2026

Chi è il maestro?

Il maestro addormentato 

E’ necessario il maestro per proseguire nella via iniziatica?

Un maestro può insegnare solo parte di quello che sa, perché certi insegnamenti esulano dalla capacità espressiva del nostro linguaggio. Ed anche in quello che può insegnare c’è il pericolo della prevaricazione, dell’esercizio di una tirannia di pensiero, dell’imporre le proprie idee ed i propri punti di vista.

Il maestro può solo essere un esempio di vita. Ed è la lezione più difficile.

A chi sostiene la necessità di un maestro si dovrebbe chiedere da chi ha imparato il maestro.
Da un altro maestro?
E costui da chi imparò?
Da un altro ancora?
Ma andando a ritroso si dovrà per forza arrivare a qualcuno che non ha avuto maestri, ma ha imparato da solo.
E allora se qualcuno è riuscito a diventare maestro da solo perché non dovrebbe essere possibile ad altri uomini?

Il proprio maestro ognuno lo trova soltanto dentro di sé, nel proprio interiore, e tanto meglio lo troverà se saprà guardare senza paraocchi e senza occhiali nel proprio intimo. E se avrà una carica di Amore.

Il Maestro è dentro di noi, ancora addormentato...

27 novembre 2016

Iniziazione tardiva

Non sempre le Tavole presentate in Loggia sono risultato di un "copia - incolla" o dell'ego del fratello. Capita invece, sempre più frequentemente, che chi scrive una tavola cerchi di descrivere una sua esperienza personale oppure sue impressioni oppure qualcosa di altro di suo.
Rovistando tra vecchie scartoffie ho trovato questa tavola di tanti anni fa (primi anni Novanta del secolo scorso?).
La tavola mi ha colpito. Un fratello entrato in Massoneria in tarda età si racconta con poche ma significative pennellate. E' uno scritto molto personale che, credo, può insegnare molto, anche a chi quell'età ha raggiunto e superato.




Ho avuto qualche difficoltà all'inizio a trovare il giusto collegamento e le analogie tra il compito che i fratelli sorveglianti mi hanno assegnato ed il sonetto che questa tavola vuole in qualche modo ripresentare ed interpretare.

Man mano che procedevo nella lettura e ne approfondivo gli aspetti, il mio pensiero ha potuto trovare la giusta strada e collegare quanto dal Petrarca proposto a quella che è l'esperienza in Loggia.

Preciso subito: non è questione d'essere più o meno vecchio in età, anche perché diversi Fratelli hanno la stessa mia età o anche più anni di me. Il dato centrale è che sono arrivato alquanto attempato all'iniziazione ad apprendista, trovandomi assieme a Maestri e Venerabili anche più giovani in età.

L'introduzione al Sonetto XVI delle rime del Petrarca movesi ‘l vecchierel presenta una forte correlazione tra il vecchierel che cerca chi possa aiutarlo a mirare le sembianze di colui che spera di vedere in cielo, cioè il Grande Architetto. L’esperienza in Loggia, mia e di quanti intraprendendo questa strada ascoltando ed elaborando in silenzio nozioni ed insegnamenti di tanti, possono aiutarmi ed aiutarci a scoprire le vere “sembianze” dell’essere Massone.

Che cosa può spingere un ultrasessantenne a chiedere l'iniziazione in Massoneria? Numerose associazioni, e la Massoneria stessa, cercano di ringiovanirsi, di abbassare l'età media, aprendo a giovani energie, per tessere un dialogo intergenerazionale più ampio, per arricchire sia chi entra, sia chi già c’è.

Partendo proprio da queste parole iniziali ho voluto rivedere e rivivere il mio percorso in Loggia riconoscendomi nel vecchierel avendo io iniziato questo mio percorso in età avanzata.

Il vecchierel, personaggio cardine del Sonetto, non ha timore di abbandonare quanto già conosciuto e conquistato nella sua vita, ma mosso da una costante curiosità, da uno scopo preciso, da una volontà mai esaurita si muove alla ricerca della conoscenza. E così vedo io il percorso nostro. Molti potrebbero sentirsi appagati, giunti a questo punto della propria vita. Ma ognuno di noi no, se è come il vecchierel, vecchio solo di età, ma giovane di spirito e intatto nella sua curiosità e nella sua voglia di scoperta e di verità.

Gli anni della mia età adulta sono stati presi in gran parte dai “metalli”. Non è facile fare l’imprenditore e al tempo stesso crescere nella propria spiritualità, presi come si è nella lotta per allargare il proprio spazio sociale e professionale e per mantenerlo.

Con il progredire degli anni emerge gradualmente, quasi alla chetichella, un bisogno di guardare un poco più in là, al senso della vita e della morte e al dopo la morte, un bisogno di confrontarsi, di soffermarsi a considerare la propria vita da più punti di vista.

La ricerca della verità con responsabilità ed impegno, quando ci si spoglia dai metalli, ci permette di meditare sulle nostre convinzioni senza arroccarci sulle nostre posizioni preordinate . Quando sento i fratelli massoni esporre le loro analisi sono stimolato alla discussione ed all’approfondimento. Questo continuo rivedere le proprie idee, i propri obiettivi, confrontandosi continuamente, discutendo, non fa altro che portare ad un arricchimento interiore, alla continua ricerca di nuovi stimoli, alla voglia di crearsi nuovi obiettivi, nuovi scopi, allontanando così la concezione di vecchio (vecchierel) per rimanere continuamente giovani nello spirito e nell’anima. La voglia di scoprire il nuovo, la curiosità di confrontarmi con altre idee, culture, mi ha portato ad intraprendere la strada della Massoneria. L’età anagrafica avanza inesorabilmente, ma ritengo che non sia questa a determinare la gioventù o la vecchiaia. Si diventa vecchi quando si è pessimisti, quando si perde la fantasia, l'amore, la poesia, quando i pensieri soverchiano le emozioni. Al contrario, se si perseguono nuovi obiettivi, scopi, progetti, percorsi, si mantengono vivi la curiosità, la disponibilità e l'amore verso il prossimo, allora invecchiare diventa realmente un puro dato anagrafico da vivere con serenità.

Il percorso che ho intrapreso e che voi tutti mi aiutate ad affrontare è di grande arricchimento ed anche di profondo cambiamento e ciò grazie alla profondità ed alla levatura delle discussioni e dei temi affrontati in Loggia. Sono ancora un apprendista, mi sento un neonato rispetto questa esperienza, e come tale mi predispongo ad ascoltare, meditare, apprendere. Questo continuo esercizio sta costruendo in me una coscienza diversa, una persona diversa: “fa silenzio intorno a te se vuoi sentire l'anima tua”.

Vivere questa esperienza in età avanzata, con una serenità ed una esperienza maggiore, mi ha permesso di vivere la consegna del silenzio in modo costruttivo, anziché restrittivo. Il silenzio come maggiore ascolto, maggiore attenzione verso il prossimo, ma anche un dialogo interiore più profondo. Quando poi mi è stata data la parola, mi sono reso conto che il mio ragionamento è stato ascoltato, discusso, ma non giudicato come si fa tra fratelli. Ho così apprezzato la parola, come strumento di lavoro in Loggia, lavoro comune, la parola come strumento di crescita, la parola come mezzo di collegamento tra il mondo interiore di ciascuno di noi ed il mondo esterno. Mi tornano alla mente le due quartine e la prima terzina del sonetto di Francesco Petrarca:

Movesi il vecchierel canuto e bianco
del dolce loco ov’à sua età fornita,
e da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;

indi traendo poi l’antiquo fianco
per l’ estreme giornate di sua vita,
quanto più po col buon voler s’aita,
rotto dagli anni e dal camino stanco;

e viene a Roma, seguendo ‘l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassù nel ciel vedere spera.


Il “vecchierel” ha scoperto una nuova priorità nella vita. Riesce ad accompagnare alla immanente forza della conversazione una rinascente forza di trasformazione, di cambiamento, una rinnovata curiosità, che lo porta ad affrontare un faticoso cammino. C’è in lui qualcosa di più forte anche del calore degli affetti familiari, della sicurezza e della protezione che la discendenza offre all’anziano genitore. Se questa è la “vecchiezza”, ben venga, ad arricchire il significato della nostra vita!

Ebbene, cari Fratelli, mi sono aggregato a voi, per “andare a Roma”.





11 novembre 2016

Oriente Eterno: dialogo tra due Logge

Nell'autunno del 1978 la Loggia Carducci n. 103 di Bologna fece conoscere una tavola "collettiva" nata dalle riflessioni dei Fratelli.
La Loggia Garibaldi n. 520 di Forlì continuò la riflessione.


Il tema che la L. Carducci questa sera pone all’attenzione ed alla riflessione è il frutto del comune lavoro di alcuni appartenenti a questa Officina ove ognuno di essi ha apportato quanto di intimo è scaturito dalle proprie meditazioni.

“Oriente Eterno”: due parole che, frequentemente ricorrono nella fraseologia tipica della nostra Famiglia, due parole che sprofondano l’animo nella concettualità più misteriosa. Forse non vi è tema che lasci il pensiero umano tanto sgomento, incerto, titubante. 

L’argomento implica necessariamente un intreccio di considerazioni che promanano da conoscenze religiose, filosofiche, naturalistiche. Gli aspetti possono ricondursi a tema di fede, in campo religioso; a razionalismo metafisico, in campo filosofico; ad osservazioni fisiche, in campo di natura–materia.

E’ stato detto, a ragione, che il nostro secolo e troppo affaccendato per potersi occupare del mistero della morte, di ciò che ad Essa possa o non possa seguire.

E’ ormai cospicuo il numero di coloro i quali volgendo le loro cure e sollecitudini alle risorse materiali ed agli onori che la vita esteriore offre, trascurano le problematiche di ordine spirituale che la esistenza propone anche in proiezione futura. Persino le Chiese e le Religioni, il cui scopo prevalente dovrebbe essere la meditazione sull’eterno destino, sembrano dedicare le loro migliori energie all’aumento dei consensi o, nella migliore delle ipotesi, a rendersi utili allo convivenza sociale. Il che sarebbe positivo ed auspicabile se non servisse a relegare in secondo piano l’atto più religiose dell’esistenza: la riflessione sul destino dell’uomo.

“ Virtù grande è il non temere la Morte, di guisa che la Sua immagine non sia di impedimento a ciò che è nostro dovere: operare nella vita”.

Tuttavia l’esistenza non andrebbe considerata solo come una successione di atti volti al raggiungimento di esiti materiali, ma piuttosto come una tendenza al raggiungimento di esiti spirituali nel presente ed ancor più nel futuro, quando il corpo, dissolvendosi, lascia la propria eredità spirituale su questa terra.

Il problema dell’immortalità non può essere abbandonato, né alle dogmatiche predicazioni religiose, né alle facili negazioni di un naturalismo scientifico strettamente empirico; a questi due estremi stanno due categorie di persone per le quali, l’una per l’altra, tale questione non sussiste e sono, in egual misura, al coperto da ogni dubbio: da un lato coloro che sono portatori di una certezza assoluta ed immutabile, derivata dalla rivelazione fideistica di Verità definitive; dall’altro gli alfieri del positivismo, per i quali la sopravvivenza post-mortem è una ipotesi nata morta, una questione indiscutibilmente risolta in senso negativo. Il quesito quindi dell’immortalità può sussistere per coloro che, pur vivendo le più alte aspirazioni dell’animo, hanno bisogno di un rigore scientifico. Ma in che senso va intesa questa ultima espressione “rigore scientifico”? Va forse considerata come un ricorso al metodo razionale per comprovare l’esistenza di una vita ulteriore | o non piuttosto, per noi massoni, quale richiamo alle folgoranti intuizioni, se pur prive di un sostegno razionalizzante, di cui è costellata la nostra esistenza? 

Siamo per questa seconda spiegazione in quanto ci sembra non utilizzabile il metro razionalistico per localizzare entità non misurabili scientificamente. In realtà quando si parla di immortalità ci si riferisce alla immortalità dei Valori, nel senso che dell’Essere Umano e della Sua Opera sopravvivono e si evolvono soltanto questi.

Noi siamo, sì, vivi e tale realtà percepiamo, ma da dove veniamo, dove andiamo non lo sappiamo. La nostra intelligenza è sconfitta dal Mistero; la nostra intelligenza è finita, essa vaga, con la sua limitatezza conoscitiva, nella infinita creazione dell’universo. La nostra vita, che è vita in quanto scaturita da eventi, è la vita stessa dell’universo poiché il nostro corpo (materia) è la materia stessa dell’universo. La vita è trasformazione perché la materia è trasformazione; la vita è divenire, divenire eterno ed anche la Morte non e altro che un aspetto diverso della vita. Nell’Universo non vi è nulla di morto ma tutto è vivo, tutto in continuo mutamento. Vita e morte sono apparenze diverse che sfuggono alla nostra mente, ai nostri sensi, perché la nostra mente, i nostri sensi sono parte nascente e morente della nostra forma corporea, del nostro piano materico.
Noi non siamo in grado di conoscere con la nostra ragione quel fenomeno continuo che si dipana ogni giorno rotto i nostri occhi: la nascita, cioè, e la morte.

La morte e la nascita rappresentano, nel lungo cammino dell’uomo, l’aspetto più singolare di una sconcertante realtà mista a visioni ultraterrene. Già dalle epoche le più remoto, allorché l’uomo ha cominciato a dare sepoltura ai suoi simili, vi ora, nell’individuo, la percezione di un sentimento proiettato in una dimensione al di là della realtà in cui si muoveva; anelito all’immortalità oltre lì passo della morte.

In tutte le epoche, in tutte lo religioni si riscontra una certezza di vita ultra terrena, un desiderio cioè che si manifesta in forme più o meno coerenti con la realtà della vita vissuta. L’Ade presso i Romani, il Paradiso e l’Inferno del Cristianesimo, Stato di Nirvana o beatitudine eterna nell’annichilimento del proprio Io in seno all’Essere Universale nel Buddhismo, Paradiso edonistico nell’Islamismo sono sinteticamente le espressioni di concezioni mistico – religiose dell’al di là che si possono concretizzare con la codificazione ed il rispetto di norme di vita terrena più o meno dogmatiche.

La sperimentazione non ci dice che esiste l’al di là; l’al di là è una creazione di noi ohe viviamo. Nell’espressione “oriente eterno” è implicato il concetto dell’infinito e questo è un concetto che presenta aspetti vari e rientra nel quadro di quei fatti religiosi e mitici che sono stati osservati da antico tempo; fatti che fanno dubitare della stessa esistenza fisica, della stessa esistenza materiale vista appunto da una concettualità relativistica.

Nascita e morte, tempo e spazio tolgono alla razionalità la possibilità, implicita in ogni ricerca, di afferrare la verità, la certezza. Quid ante, quid post? sono interrogativi ai quali non può corrispondere che una intima ricerca soggettiva da parte di ogni essere intelligente.

Assume rilevanza l’ottica nella quale ci si pone; si può partire da alcune semplici considerazioni sulla coscienza dell’uomo, intesa come affermazione dell'io individuale e nello stesso tempo rappresentazione da parte dell’io, di altre individualità a lui estranee ed esterne. La coscienza individuale esplica la propria facoltà di ricevere, connettere, rielaborare o ricordare dati; ci si domanda se tale IO capace di attività psichica, di giudizio, di libera scelta, possa annullarsi dopo la morte. Propendiamo per il no: intendendo che la esistenza temporanea sia conferma dell’essere, che la psiche sia facoltà sottile dell’essere.

Pensiamo che i Fratelli massoni abbiano un rapporto dis-alienato con la morte perché se ne sono riappropriati. Nella società profana non c’è possibilità di realizzare cosa significa morire. Per i Fratelli esiste invece un punto di demistificazione della morte: 1’Iniziazione. Possono in seguito decidere della loro vita totalmente coscienti. E’ necessario entrare in rapporto con la propria morte e uno dei modi è attraverso la meditazione nel Tempio.

Tempio: rappresentazione dell’universo, punto di incontro fra macrocosmo esterno e macrocosmo interno; i Suoi Simboli catalizzano “Id quod est superius et inferius”. L’Oriente Eterno è uno di questi simboli.

Dove è la Luce ivi è la Forza. Dove è il Fuoco ivi è anche l’immutabile origine di ogni trasformazione. L’Uomo è trasformazione. Noi diciamo infatti: “il fratello è passato all’Oriente Eterno”. Il Fratello non muore; noi avvertiamo solo che un anello della Catena si è spezzato. La parola, cioè la comune Fede, è smarrita. Il fratello passato all’Oriente eterno ci da quindi ansia di ricerca che non è mestizia. Ci da fiducia il fatto che la parola è solamente “smarrita” e quindi esiste. Dipende solo da noi il ritrovarla. Noi sostiamo ancora in ricerca. Noi fissiamo ed usiamo ancora il compasso. Lui fisserà all’Oriente Eterno ciò che la sua nuova Iniziazione gli farà sentire: sarà una nuova perfezione della nostra perfezione? Con quale involucro corporeo o meno avvenga questo noi non sappiamo perché non lo possiamo sapere. Degli infiniti involucri noi ora siamo limitati ad uno solo. L’affetto terreno di questo ci da il dolore della dipartita. Il ricordo di questo sopprime il dolore: è vita. Il ricordo, quindi, supera l’affetto: vale a dire che la vita esclude la morte. Il Fratello lascia il vuoto di un anello spezzato della Catena: è il richiamo affinché un altro fratello colmi questo vuoto. A noi lascia un compito dì perfezione: la dipartita di un Fratello è precisa indicazione di dovere per i Fratelli che rimangono. La perfezione di questo dovere di tutti è in tutti. Il passaggio all’Oriente eterno è trasposizione di Luce. Dove è la Luce ivi è la Forza. Dove è il Fuoco ivi è anche la immutabile origine di ogni trasformazione. Chi è destinato a trasformarsi incessantemente non potrà mai comprendere cosa sia questa trasformazione. L’avverte non per erudizione, ma per intuizione.

L’anello della catena è spezzato ma un fratello che si sostituisca a chi è uscito può rinsaldarne la compattezza.

La parola non è svanita, è soltanto perduta.

A noi Fratelli il dovere di ritrovarla.

La Loggia Garibaldi ha lavorato sulla tavola e il Segretario ha sintetizzato in una specie di “risposta” inviata ai fratelli della Carducci.

Al Fratelli della R. L. “G. Carducci” n. 103

Carissimi Fratelli,

gli operai forlivesi hanno lavorato a lungo sulla vostra tavola “L’Oriente Eterno” e hanno contribuito alla costruzione del Tempio con le seguenti pietre.

La moltitudine degli uomini è portata a cercare il concreto quotidiano e non si preoccupa del resto. I Liberi Muratori si distinguono per l’interesse rivolto a ciò che trascenda la realtà quotidiana! Essi sono per l’essere invece che per l’avere (citando il dilemma dello psicanalista Erich Fromm) .

Con la morte termina il corpo fisico. Che fine fa tutto il bagaglio di animico e spirituale che ci accompagna? C’è una parte di noi che può dirsi puro spirito, ma anche una parte composta da sensazioni, sentimenti: questa seconda componente muore oppure no? Non importa rispondere, importa invece rivolgersi al nostro interno/e lavorare per cambiarci.

Forse la morte fa paura perché si lascia il noto per l’ignoto, perché si abbandonano gli affetti che ciascuno di noi ha creato nella vita.

Una delle molle che spingono gli uomini è il terrore della morte. Le religioni offrono un palliativo, e l’uomo spesso non cerca altro, poiché psicologicamente è incapace di considerare la propria morte.
Tutte la religioni fanno balenare la possibilità di una vita dopo la morte. Molte, per tenere i fedeli soggiogati, si basano su un futuro castigo o premio.

Ogni religione ha instaurato dogmi, quasi volesse impedire all’uomo di indagare per trovare la propria verità. Infatti l’uomo ohe ricerca è libero, mentre la religione vuole seguaci, magari anche fanatici. Il seguace – colui che segue altri – non può essere un uomo libero.
La morte è un sipario nero, non si vede cosa c’è al di là. Forse è opportuno parlare, invece che di paura della morte, di amarezza per l’ignoto. Dall’amarezza nasce la paura, che ormai nell’uomo è inculcata quasi per eredità atavica: ogni religione ha infatti basata su essa la propria morale (v. il “post mortem: si è insistito spesso sulla paura della punizione come conseguenza dei propri errori; “Se hai sbagliato, pagherai”).

La morte non può essere spiegata con la ragione. Dove la ragione non arriva comincia ad operare la nostra “razionalità interna”, intendendo con questo termine quella facoltà che aiuta a sondare dentro di noi dove non è possibile giungere altrimenti. E’ una facoltà diversa da individuo ad individuo che fa parte del nostro segreto e costituisce il supporto necessario per la nostra meditazione.

La morte è un cambiamento di stato. Una spunto alle meditazioni dei fratelli può essere l’analogia della vita umana con il ciclo dell'acqua. Il mare è composto da innumerevoli gocce di acqua, che evaporano e si accumulano in nuvole. Da nuvole si trasformano in pioggia e cadono sul terreno, dove si arricchiscono di minerali e inglobano anche scorie. Tramite ruscelli, torrenti e fiumi ritornano al mare, nel quale si annullano e si “purificano” abbandonando la loro scorie e preparandosi a un nuovo ciclo.

L’iniziazione è demistificazione della morte nel senso che le restituisce il suo significato di trasformazione, di passaggio da uno stato ad un altro (si pensi alla morte come condizione essenziale per ricevere la luce nella iniziazione muratoria, o al simbolo della porta tracciato in molte tombe).

Il problema della morte non si innesta solo sulla paura, ma anche sulla vita. Non può esserci la morte senza la vita e non può esserci la vita senza la motte. La morte è una trasformazione. Del resto lo insegna pure la materia (la componente del corpo fisico): essa non si crea e non si distrugge, ma si trasforma.

L’uomo deve operare in questa vita indipendentemente dalle eventuali conseguenze dopo la morte (paradiso, inferno, reincarnazioni successive, ecc.). Solo se compie lo sforzo continuo e sincero di cambiarsi e migliorarsi può affrontare serenamente quel cambiamento di stato che i profani chiamano morte e i Liberi Muratori passaggio all’Oriente Eterno.

La Massoneria aiuta ad affrontare la paura che ci portiamo dentro e che continueremo ad avere fino a quando non avremo dato la nostra spiegazione.

L’aiuto nella ricerca viene anche dal sentire vicino i Fratelli mentre si comunicano i propri risultati e si ascoltano i loro, per avere spunti per le proprie meditazioni.

L’Oriente Eterno è un simbolo, e come tale in esso si trova l’unificazione di due opposti: da una parte il timore innato della morta (e quindi il tentativo di proiettare la propria sopravvivenza individuale oltre il limite di questa vita), dall’altra la consapevolezza della immortalità di un certo “quid” che è in noi, del quale non sappiamo precisare l’essenza, ma sappiamo solo che esiste.

Va precisata l’identificazione della Parola con la Fede comune (vedi: “la Parola, cioè la comune Fede, è smarrita”). L’iniziato cerca la conoscenza, non la fede. Chi sa non ha bisogno di credere, perché sa: è il credente, il fedele che deve credere, perché non sa. La differenza tra Iniziato e fedele è sottolineata anche nell’insegnamento di un maestro: “Là dove il devoto si pente, l’iniziato si cambia”.









20 ottobre 2016

Un vecchio apprendista

Oggi scrivo cose non mie.
Mio padre ha sempre avuto l'abitudine di annotare ciò che gli capitava. Ho trovato tra i suoi appunti una paginetta che scrisse rientrato a casa la sera in cui entrò in Massoneria.
Ricordo quella sera di tanti anni fa. In quel periodo lavoravo lontano da casa e rientravo solo il venerdì sera. E appunto quella sera, il 13 ottobre del 1972, rientrato ad ora tarda, ci incontrammo in cucina. Lo vidi effettivamente ancora un po' alterato, "su di giri". Sapevo benissimo cosa era successo: io stesso avevo già fatto domanda di affiliazione e sarei entrato due mesi dopo. Ero un po' curioso. Mi disse solo: Vedrai...
Oggi ho trovato in un cassetto ciò che scrisse quella sera (datato: 14 ottobre, ore una - scrisse) subito dopo esserci salutati: il resoconto sommario, forse un po' pedante, del suo rito di iniziazione. Pagine che hanno ancora la freschezza del neofita che ha appena vissuto un'esperienza strana e particolare....

Stasera, dopo cena, c’è stata la mia iniziazione alla Loggia.

Riccardo T. mi aveva dato appuntamento al caffè Flamigni (subito dopo cena, alle 20,45). Preso il caffè, abbiamo cominciato a passeggiare. Un lungo giro, per diverse strade del centro. Dopo una buona mezz’ora abbiamo imboccato via Bufalini; improvvisamente mi sono ricordato che lì c’è la casa dove abitava C. (l’avvocato C., notorio massone, col quale c’erano stati rapporti di lavoro). Forse è la sede della Loggia, ho pensato. Ed infatti siamo entrati in quella che era casa C. Riccardo mi ha fatto entrare nella sala d’aspetto dell’ufficio dell’avvocato D., e di lì in uno stanzino nero.

C’era un armadietto con pratiche: si scorgevano al di là delle ante vetrate, malgrado la luce fioca.

C'era un teschio, una penna, un calamaio su di un tavolino. Scritte minacciose alle pareti, almeno all’apparenza. Probabilmente il significato è un’ altro. Il disegno di un gallo. Un bicchiere d’acqua. Un tozzo di pane.

Sul tavolino anche un foglio di carta: il “testamento” da riempire rispondendo a tre domande (1 – Quali sono i doveri dell’uomo verso se stesso? 2 – Quali sono i doveri dell’uomo verso la Patria? 3 – Quali sono i doveri dell’uomo verso l’Umanità?). Il simbolo (dell’inizio) di un cambiamento di vita.
 
Ho scritto le mie risposte con la grafia più chiara possibile. Così si era raccomandato Riccardo.

1° Perfezionamento individuale. Trasformare le proprie passioni in sentimenti positivi. Ricerca della Verità;

2° Difesa della libertà della Patria, elemento essenziale per lo sviluppo del1’educazione. Educare i figli ad essere cittadini attivi. Operare contro l’egoismo, le menzogne ed il trasformismo politico che possono far scadere 1’idea di Patria. Amare attraverso la propria Patria tutte le Patrie;

3° Contribuire allo sviluppo ed al progresso dell’Umanità col perfezionamento proprio, col perfezionamento della propria famiglia e della propria Patria. Contribuire a diffondere la fratellanza fra tutte le genti.

Poi è entrata una persona con una lunga cappa nera e cappuccio (che gli copriva il viso). Mi sembrava altissimo. Ho poi saputo (dopo 1’Iniziazione) che era Enzo G. (il Fratello Esperto).

Ha preso il mio Testamento ed è scomparso. Di là dal muro sentivo voci confuse. E’ ritornato il lungo nero. Mi ha fatto togliere la giacca, slacciare la cravatta, mi ha alzato una manica della camicia ed anche una gamba dei pantaloni. Mi ha bendato e mi ha condotto fuori (dallo stanzino). Abbiamo attraversato delle stanze e l’Esperto mi ha fatto bussare ad una porta.

E’ iniziato un dialogo (sulla mia identità, qualità ed intenzioni) fra lui ed un’altra persona, dialogo (ad alta voce) poi ripetuto, tre volte mi sembra, da altri nel locale in cui la Loggia era riunita.

Non mi è sembrato questo ripetere frasi, che tutti possono udire ben distintamente la prima volta, una cosa inutile. Probabilmente è un rafforzare un qualche cosa che ancora non conosco.

Si è verificato in quel momento un fenomeno, constatato anche altre volte: mentre una parte di me si è lasciata coinvolgere in quello che accadeva, l’altra parte si è posta come fuori di me stesso, in condizione di osservazione, anche critica.

Mi hanno fatto entrare. Sempre bendato, con gli abiti scomposti, ed al collo un grosso cappio. E’ iniziata la cerimonia con viaggi (simbolici) uniti ad insegnamenti.

Ma, benché siano passate soltanto poche ore, non riesco a ricordare distintamente cosa sia successo.

Anche perché (ad un certo momento) la parte di me, che era rimasta fuori, alla fine è stata coinvolta anch’essa. Ed effettivamente la cerimonia mi ha coinvolto molto più di quanto non abbia percepito sul momento.

Ricordo solo che, quando mi è stata tolta la benda dagli occhi, ho visto davanti a me Riccardo che dirigeva la cerimonia. Infatti è il Maestro Venerabile (della Loggia). Tutti gli altri indossavano un cappuccio nero (che copriva loro il volto) e tenevano una spada rivolta verso di me.

Verso di me e non contro di me. Infatti non ho avuto l’impressione che le punte mi fossero contro. Ed il Maestro Venerabile me l’ha anche detto, ma io non ricordo di aver sentito le sue parole, ricordo solo l’impressione di quell’atteggiamento come non ostile.

Quando poi tutti si sono tolti il cappuccio ed il tempio si è illuminato, io ho continuato a non vedere altro che il volto di Riccardo. Non ho visto la faccia dei molti che erano presenti. Malgrado ne conoscessi molti.

Il mio lungo accompagnatore, l’Esperto, mi ha portato fuori del Tempio per rassettarmi gli abiti e per l’istruzione. Allora sono venuti a salutarmi molti presenti che conoscevo.

Ho ancora una gran confusione in me. Mi è stato dato un rituale. Con un po’ di calma comincerò a leggerlo.

Se la cerimonia di questa sera ha avuto la potenza di sconvolgermi, malgrado una parte di me si fosse messa (almeno all’inizio) in posizione esterna, ci deve essere in massoneria una forza enorme che può proiettarci verso l’alto. O forse verso il nostro interiore più profondo.






11 giugno 2014

Il primo lavoro dell'Apprendista

E' terminata l'Istruzione. Il neo-Apprendista rientra nel Tempio.

D: Terminata l'Istruzione che faceste?
R: Mi avvicinai alla porta del Tempio e bussai con i colpi da Apprendista.
D: Vi aprirono?
R: La porta si socchiuse e comparve il viso del Copritore Interno.
D: Vi fece entrare?
R: Non subito. Il Copritore Interno avvisò il 2° Sorvegliante che ero alla porta.
D: Vi ricordate cosa disse?
R: Il Copritore Interno disse: E' il nuovo iniziato che chiede di entrare.
D: Quindi vi chiamò iniziato?
R: Sì, e forse formalmente lo ero. Ma è termine che io non uso.
D: Perché?
R: Perché lo ritengo descrivere uno stato già raggiunto piuttosto che un cammino in svolgimento.
D: Cosa fece il 2° Sorvegliante?
R: Avvisò il 1° Sorvegliante che ero alla porta del Tempio.
D: E il 1° Sorvegliante?
R: Avvisò il Maestro Venerabile che ero alla porta del Tempio.
D: E il Maestro Venerabile?
R: Diede il permesso di entrare, ma avrei dovuto restare tra le Colonne.
D: A chi diede l'ordine di farvi entrare?
R: A nessuno in particolare.
D: Non si seguì la trafila Maestro Venerabile, 1° Sorvegliante, 2° Sorvegliante, Copritore Interno?
R: No, non la si seguì. Il Copritore Interno semplicemente aprì la porta e si fece da parte.
D: Quindi entraste?
R: Mi avevano già spiegato come si entra in Loggia a lavori già aperti. Per sottolineare l'Istruzione impartitami, ora entrarono prima il Maestro delle Cerimonie e poi l'Esperto in modo che io potessi ancora vedere come procedere.
D: Come terzo entraste voi?
R: Sì, io entrai come terzo.
D: Come entraste.
R: Sulla porta mi misi all'Ordine e feci i tre passi di Apprendista avanzando verso Oriente. Compiuti i passi diedi il Segno al Maestro Venerabile, subito rimettendomi all'Ordine.
D: Salutaste i Sorveglianti?
R: Sì, dopo aver dato il Segno al Maestro Venerabile voltai il capo verso lo scranno del 1° Sorveglianti e detti il Segno. Successivamente mi rivolsi verso lo scranno del 2° Sorvegliante e detti il Segno anche a lui.
D: Poi che faceste?
R: Ero al centro del Tempio tra il Maestro delle Cerimonie alla mia destra e l'Esperto a sinistra. Il Maestro Venerabile ordinò all'Esperto di mostrarmi la Pietra Grezza e di insegnarmi a compiere il Lavoro di Apprendista.
D: In che modo l'Esperto vi mostrò il Lavoro di Apprendista?
R: L'Esperto mi condusse alla Pietra Grezza accanto all'Altare e mi consegnò un mazzuolo.
D: Cosa faceste con il mazzuolo?
R: Battei tre colpi sulla Pietra.
D: I vostri primi colpi sulla Pietra!
R: Sì, i miei primi colpi sulla Pietra.
D: Poi che faceste?
R: Fui ricondotto tra le Colonne?
D: Perché?
R: Lo indicò chiaramente il Maestro Venerabile: ordinò all'Esperto di condurmi dai due Sorveglianti per farmi riconoscere Apprendista Libero Muratore.
D: Dovevate sottoporvi al loro esame?
R: Era certo un esame in quanto avrei dovuto dare Segni e Parole che mi avrebbero fatto riconoscere come Apprendista Massone. Ma non era solo un esame.
D: Che volete dire?
R: Era una presentazione al Sorvegliante ed ai Fratelli della rispettiva Colonna. L'esame serviva a garantire Sorvegliante e Fratelli della correttezza della mia Istruzione.
D: Cosa vi chiesero i Sorveglianti?
R: L'Esperto mi condusse dal 1° Sorvegliante poi dal 2°. Le domande furono le stesse.
D: Quali furono?
R: Mi furono chiesti Ordine, Segno, Toccamento e Parola Sacra.
D: E voi?
R: Risposi come richiesto.
D: Quindi rispondeste correttamente?

R: Sì; il 1° e 2° Sorvegliante presero atto che Ordine, Segno, Toccamento e Parola Sacra erano giusti e perfetti e lo comunicarono al Maestro Venerabile.

26 settembre 2009

5.3 La controiniziazione

E’ un termine che personalmente uso molto poco; non appartiene quasi al mio lessico, non perché non sia corretto, ma per l’uso talmente frequente e in qualunque contesto – non sempre a proposito – da avere perso ormai per me molto della sua valenza semantica, per cui in un certo senso si trova a condividere lo stesso destino linguistico di altri vocaboli altrettanto genericizzati e impoveriti (iniziazione, esoterismo, realizzazione, autorealizzazione). Non ne contesto il significato, ma li uso raramente e cerco di esprimere altrimenti ciò che indicano.

Molti massoni sono orientati a identificare l’iniziazione con il bene e la controiniziazione con il male, ritrovandosi in uno schema che ripete, con nomi diversi, il modello cristiano di bene e male (con l’analogia Hiram = Gesù e controiniziazione = diavolo, irriverente per un cristiano e sterile per il lavoro muratorio).
«Bene e male sono i pregiudizi di Dio»,disse il serpente.
[Nietzsche, La gaia scienza, Milano, 1996, p. 159].
La citazione nietzschiana vuole essere un contributo ad una comprensione più completa delle modalità indicate convenzionalmente con bene e male.

Qualcuno sostiene che il pavimento del Tempio è sì a scacchi bianchi e neri, ma il numero dei quadrati bianchi supera quello dei neri, ad indicare che il bene avrà la prevalenza sul male.
E' quanto ascoltai in una tornata di loggia. Ma non mi adombro con il fratello che sostenne un’idea così bizzarra, bensì con il “maestro” che gliela insegnò.

Sono concezioni non appropriate al lavoro muratorio, anzi discostantesi sostanzialmente dalla metodologia muratoria stessa. Se uno dei simbolismi più incisivi del primo grado è il pavimento bianco e nero, sul quale l’apprendista cammina dopo essere passato nel gabinetto di riflessione e avere varcato le due colonne, allora l’insegnamento operativo non può che essere il superamento delle due contraddizioni: io cammino sul bianco e nero, non sul bianco oppure sul nero. Il camminatore ha superato la contraddizione bianco – nero, perché, essendo passato nel gabinetto di riflessione, vera e propria cesura con un metodo di lavoro profano, vuole superare le contraddizioni proprie del mondo del quotidiano e comprendere che quelli che appaiono come opposti sono in realtà complementari. Ponendosi in un’ottica totalmente diversa dalla mentalità quotidiana (simbolicamente individuata come profana) deve giungere a rifiutare ciò che per il mondo profano è valore, non per rigettare qualunque valore, ma per giungere a “valori” simbolicamente più significativi di quelli profani.

Il devoto religioso si propone la salvezza (non sarà mai sufficiente ribadire che il concetto di salvezza è estraneo al metodo muratorio) nel post-mortem cercando di modificare il proprio comportamento in base a parametri coerenti con il metodo religioso-devozionale: si propone quindi di essere più “buono”, di “fuggire il peccato”, di "compiere buone azioni", ecc.

Il concetto di peccato – che personalmente mi è estraneo – appare alla moltitudine come trasgressione della legge divina, concezione che si basa anche sui frammenti di reminiscenza della dottrina cattolica inculcata nella prima infanzia e ormai entrata pure nel lessico comune. Invece nell’ottica muratoria la concezione di peccato e trasgressione risulta essenzialmente non pertinente, per cui non è possibile sostenere che scavare oscure e profonde prigioni al vizio indichi eliminare il peccato e lavorare al bene e al progresso dell’umanità significhi far sì che tutti diventino migliori e più buoni (coprendo magari con un pietoso e penoso velo le carenze dei troppi massoni che individuano altrove l’obiettivo del lavoro).
[Progresso di cosa? E' un termine che io ormai non uso più perché mi pare generico e poco caratterizzante. Progresso spirituale? Progresso economico? O sociale? O tutto questo? O qualcosa d'altro? Cosa significa "progredire"? Sento molto spesso qualcuno affermare che da quando è diventato massone è progredito e migliorato. Ma che vuol dire? In che senso è migliorato? Ha aumentato la sua cultura? Sarebbe già molto. E’ diventato più buono? Per carità!].
Umberto Eco identifica la natura dell’Anticristo non nel nemico di Cristo che verrà o è già venuto a contrastarlo, ma in una caratterizzazione tale per cui il bene senza equilibrio può diventare male.
[In http://www.akkuaria.com si legge: Il vero volto di Gesù è quello di un personaggio puramente umano, dotato di eccezionali doti di intelligenza, di bontà, di conoscenza biblica, di eloquenza e soprattutto di una profonda convinzione (…) di essere stato scelto da Dio per realizzare il promesso e tanto atteso "regno di Dio" (…). Gesù non si è creduto affatto Dio ma semplicemente il “prescelto o unto" o "Cristo" di Dio: sono stati i suoi discepoli che lo hanno divinizzato identificandolo con la "sapienza" o col "logos" dopo strane suggestioni di apparizioni di cui nelle loro relazioni troviamo tracce di mitiche e contraddittorie testimonianze. La divinizzazione di Gesù, come "Verbo Incarnato" con la missione di salvare l'umanità, ha fatto demonizzare ogni avversario che si opponesse a tale benefico maestro. Se Gesù è Dio, chi gli si oppone è il Demonio o un emissario del Demonio. Secondo tale impostazione, già presente nella letteratura apostolica, l'Anticristo è identificato con l'attività di chiunque combatte il movimento cristiano secondo la voce udita da Saulo sulla via di Damasco ("Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?") (Atti 9 3), poi nell’apparato pubblico che promuove la persecuzione, come la società ebraica, poi l'impero Romano che continua la persecuzione, poi l'islamismo che intraprende una nuova furibonda lotta contro il Cristianesimo, poi le eresie che si discostano dall'ortodossia insegnata dall'Autorità della Chiesa, poi la Chiesa stessa quando traligna dallo spirito del Vangelo. E in tutte queste personificazioni collettive veniva riconosciuta l'azione dilatata dell'anticristo identificato in un personaggio che viene additato ora in uno ora in un altro individuo storico concreto che opera servendosi delle "collettivtà".]

Scrive dunque Eco:
In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da osar tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.
[Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, 1980, p. 494].

Infatti ampliando il punto di vista al religioso e considerando ad esempio le figure che in due religioni (cristianesimo e buddhismo) personificano l’altro, Satana-Diavolo cristiano e Mara buddhista, osservo che esse sono la personificazione della legge (figure-simbolo impersonali, quindi) che governa il mondo materiale, dell’impermanenza – per usare un termine buddhista. Mara e Satana sono nemici del bene nella misura in cui il bene è uscire dall’impermanenza (e quindi Mara-Satana è restarvi), anche se Satana (in ebraico l’avversario) è o era detto Lucifero, il portatore della luce.

Se vuoi uscire dalla materialità sei obbligato a scontrarti con forze contrastanti il tuo obiettivo (il simbolico guardiano della soglia) che scaturiscono dalla tua composizione materiale, psichica, vitale e animica. Tutto ciò in una parola è detto Mara. Infatti Mara, in ambito buddhista, e Satana, in ambito cristiano, sono personificazioni non del principio del male, ma della opposizione al lavoro su se stessi.

L’atmosfera cupa che circonda il diavolo cattolico, non deve trarre in inganno: come Mara, Satana non è tanto un alter ego di dio quanto la personificazione del mondo dell’impermanente. E’ – se si vuole - la personificazione dell’altro cammino o del non-cammino e – in quanto tale – raffigurazione di uno dei due aspetti del binario, e quindi in termini “profani” (appunto, profani) del male contrapposto al bene.

Bene e male sono invece due facce della stessa medaglia e il superamento del male risulta anche e contemporaneamente il superamento del bene.

Nell'ebraico-cristiana Genesi, dal terzo giorno della creazione Dio osserva che quanto fatto è buono e addirittura al compimento della creazione l'antico scrittore enfatizza: Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono (1 31) implicitamente riconoscendo anche l'"altro" aspetto, il non-buono, e sancendo che l'energia vitale si può esplicare soltanto nella diversità. Al di là del moralistico approccio al contrasto Caino e Abele, non possiamo dimenticare che noi apparteniamo alla stirpe di Caino, intesa non nel senso religioso di figli del male, ma nel vitalizzante significato di appartenenti alla stirpe dei trasformatori e dei costruttori di conto alla stirpe di Abele (da Habel o Hebel, etimologicamente , il respiro, il soffio vitale, il pensiero, ma anche la negazione, la deficienza, la vacuità).

Non è ancora il momento per il maestro massone di affrontare la religione, ma è l’occasione di capire, non solo intellettualmente, che il cammino deve portare al superamento di tutte le contraddizioni tipiche del mondo del manifestato e alla ricerca di una armonia sempre più profonda in primis con se stessi e quindi con la natura tutta, non solo la natura naturata ma anche la natura naturans.
[Il problema del rapporto tra libero muratore (non la massoneria) e religione (intendendo per tale una religione organizzata: cattolicesimo, luteranesimo, ebraismo, ecc.) viene nei primi gradi in un certo senso “accantonato” sotto il simbolo del Grande Architetto dell’Universo o equivalenti (Supremo Patriarca, Sommo Artefice, ecc.). E' mia opinione che uno dei punti più importanti per la stabilità dell'Istituzione sia il divieto di parlare di politica e religione. Divieto ricordato ad ogni tornata in primo grado e quindi posto alla base di qualunque lavoro muratorio. Politica e religione sono argomenti che dividono, specialmente se non affrontati con le debite prospettive. Mi riferisco non tanto alla politica, ma alla religione.
In una nazione – l’Inghilterra andersoniana del XVIII secolo - in cui lotte politiche si sono intrecciate e hanno avuto origine dalle differenti religioni (anglicani e papisti in primis) il divieto di parlare di politica e religione era la condizione indispensabile e necessaria semplicemente per lo stare assieme. Oggi è lo stesso, perché politica e religione, specie se impostate con i parametri della politica militante e della religione praticante, dividono.
Ecco dunque il simbolo del Grande Architetto, che non è, non può e non vuole essere una divinità teologicamente precisa (ammesso che sia possibile), ma un simbolo di qualcosa che va oltre l'uomo o della sua esigenza di andare oltre il quotidiano e il particolare.
Grande intuizione dei nostri padri fu proporre il simbolo di qualcosa oltre l'umano, denotato Grande Architetto o altro. E' un modo ben chiaro di indicare che la massoneria non è una religione, anche se il massone può avere una sua religione.]

Il camminatore però è ancora (non può essere altrimenti!) immerso nel mondo delle contraddizioni e delle antinomie. Volendole superare, non può abbracciare un aspetto contro l’altro: non può scegliere l’aspetto attivo invece del passivo, non può scegliere il maschile invece del femminile, non può scegliere il bianco invece del nero, e non può nemmeno scegliere il bene invece del male. Scegliere uno invece dell’altro significa limitare la propria evoluzione e deviare dal cammino; scegliere il bene invece del male significa modificare la sostanza del procedere e rettificare la metodologia di lavoro9. Bene e male, strettamente legati ai costumi e al momento storico, non possono risultare meta (il bene) del camminatore, che comunque nel procedere non può non tenerne conto, ma solo come parametri e strumenti del percorso, che invece volge verso il punto di equilibrio tra le due contraddizioni, in modo che una bilanci l’altra, e sceglierne una contro l’altra fa perdere di vista la ricerca del proprio equilibrio unica via per superare il binario.
[Bene e male sono concetti legati ai tempi storici, ai costumi e alle usanze. Secoli fa per esempio nei rapporti umani la donna era considerata inferiore all’uomo: addirittura padri della chiesa la ritenevano senza anima. Era quindi “male” considerarla uguale all’uomo quando non pochi santi e anacoreti, assolutizzando la propria ricerca di santità, la vedevano tentatrice e demoniaca: e “bene” era per loro considerarla così, visto che la si reputava discendente della prima donna, che condusse l’uomo a trasgredire agli ordini divini. Oggi tali considerazioni non solo sono fermamente rifiutate, ma ripugnano alla coscienza e “bene” è rifiutarle.]

In natura tutto è maschio o femmina. La devianza è errore perché impedisce la focalizzazione delle forze. In termini simbolici l'unione maschio-femmina è il due che dà origine al tre (numero paradigmatico composto che a sua volta può dare origine a un altro dualismo). La devianza verso uno dei due aspetti (maschio o femmina, attivo o passivo) impedisce l’unione e non fa raggiungere la sintesi superiore.
[Attenzione. Queste righe non significano condanna della omosessualità, come aspetto “deviato” dalla norma eterosessuale, fenomeno sul quale non mi sento in grado di avanzare nessun tipo di giudizio.
Per devianza sessuale io intendo il rifiuto dell’equilibrio, per cui considero deviato il fiero eterosessuale che imposta la sua vita quotidiana alla ricerca di incontri sessuali e non considero deviato l’omosessuale che sa attribuire al sesso la giusta importanza nei rapporti umani (sia pure con persone dello stesso sesso).
A coloro che obiettano essere l’omosessualità un rifiuto della distinzione tra l’attivo (maschile) e il passivo (femminile) obietto semplicemente – da ignorante – che forse anche tale distinzione proviene da chi ha implicitamente già espresso un giudizio sulla omosessualità. Domando e mi chiedo: Forse anche questo giudizio è da rivedere alla luce del cammino svolto?]

Noi siamo nel mondo del manifestato, del quaternario (per usare un termine tradizionale). Modalità del mondo è la manifestazione nelle due dimensioni (oppure nelle quattro: le tre spaziali e la quarta temporale) e quindi la contraddizione.

Tutto è contraddizione e di ogni aspetto possiamo individuare l’aspetto opposto. E’ immediato riconoscere a livello quotidiano le opposizioni più evidenti, dal maschile al femminile, dall’attivo al passivo, dal positivo al negativo, dall’apollineo al dionisiaco, dal razionale all’extra-razionale.

Meno immediate sono altre opposizioni e sono del parere che la metodologia muratoria di “lavorare per gradi” (quando nei gradi si lavori davvero!) sia non solo corretta, ma l’unica adeguata che permetta la maturazione del camminatore. Aumentando appunto i gradi, cioè lavorando su se stessi a diversi livelli, vengono individuate altre opposizioni da superare. Ne ho già indicato una nella contrapposizione bene e male, ma ve ne sono altre, se vogliamo ben più drammatiche, che si dovranno affrontare nel prosieguo del cammino. Tra queste cito solo la contrapposizione dio e diavolo, Cristo e Anticristo. Se la metodologia muratoria è corretta, il camminatore dovrà superare anche queste (attenzione: superare, non scegliere!), obiettivo indicato dalla posizione di squadra e compasso sovrapposte al Libro della Legge, che pertanto non appare né come verità rivelata né come indicatore devozionale.

Controiniziazione (o Anticristo per analoghe considerazioni in ambito religioso cristiano) per me significa utilizzare gli strumenti in modo improprio e incamminarsi sulla via sostitutiva, pericolo sempre presente in lavori che si svolgono con il sole allo zenith perché la direzione punto dei lavori / zenith e punto dei lavori / nadir è la stessa ancorché il verso sia opposto.

Attenzione. Non mi riferisco all’operaio che per propria imperfezione non è in grado di utilizzare al meglio gli strumenti, sbaglia e deve continuamente rivedere il proprio lavoro (noi siamo questo operaio!); mi riferisco invece a chi non ritiene di doversi impegnarsi in prima persona lungo il sentiero della ricerca e spinge, insegna, che il lavoro è cosa diversa (noi non dobbiamo essere questo falso maestro). Quando si parla di decadenza (per non dire altro) degli ordini iniziatici, si intende proprio che la controiniziazione ha avuto parte importante in organismi che avrebbero dovuto invece lavorare per altri fini.

25 settembre 2009

5.1 La morte

Cosa è la morte?

Le iniziazioni al grado di Apprendista e di Maestro comportano una morte e una rinascita. Ciò induce a considerare la morte come un cambiamento del modo di esistere, di vivere, della coscienza, piuttosto che il termine della vita. Ecco: un cambiamento di stato della coscienza, un passaggio da una forma di vita a un'altra.

Quindi si deve morire per diventare Apprendisti e Maestri, ma non è necessario morire per diventare Compagni.

La morte è il punto critico di una metamorfosi, suggerimento che ci viene meditando sull'essere la notte sempre seguita dal giorno e l'inverno dalla primavera. Muore il seme perché nasca la pianta; muore la pianta, ma lascia il seme.

Alcuni vedono nella leggenda di Hiram la rappresentazione del cammino del Sole, altri adattamenti morali o filosofici: ogni simbolo è una chiave universale, adattabile a molte interpretazioni.

N. B.
Ricordiamo però che non esiste un linguaggio “eterno” od “assoluto”, nemmeno quello simbolico. Tutti i linguaggi sono caratterizzati (e limitati) dalle capacità espressive ed intellettive dell’uomo, le quali sono sicuramente legate alla “storia” (evolutiva) dell’uomo. Se ieri si comprendeva in un modo, oggi si capisce in modo diverso (più ampio?) e domani in un altro ancora.
Il simbolo può forse rappresentare più ampiamente del linguaggio parlato, ma la comprensione del simbolo è sicuramente legata alle capacità e alla sensibilità che dipendono dalla propria “storia evolutiva”. Quelle verità sono tali per l’epoca storica “personale” e “sociale” di siffatte espressioni. L’uomo riesce ad esprimere verità che trascendono l’evento linguistico solamente utilizzando un linguaggio simbolico (linguaggio dei simboli).


La chiave di lettura è infatti contestualizzata allo stato di chi lo interpreta, per cui la sua comprensione può essere riduttiva e quindi poco proficua al lavoro simbolico. La iniziazione al Terzo Grado – se realmente vissuta - provoca effettivamente un cambiamento.
Un fratello mi ha scritto: Credo che in massoneria il termine "iniziazione" sia usato impropriamente attribuendogli il significato di punto di arrivo irraggiungibile, utopico per ogni libero muratore. L'azione di iniziare è la prima ma non l'unica. Ognuno di noi inizia o viene iniziato, si depura, si eleva e si ricongiunge per poi ri-iniziare in una dimensione differente. L'energia inesauribile è l'amore, il catalizzatore è la parola (o simbolo) e il metodo è quello dell'uso proprio della ragione (se vuoi il metodo massonico). Le paure sono tante.
A mio parere non esiste l'iniziato ma l'illuminato (termine che preferisco, ma da non considerare come qualcuno che “illumina” gli altri): intendo chi raggiunge “qualcosa” intuendo il senza tempo e il senza spazio.


Dice un antico catechismo:
- Siete voi Maestro?
- Ho pianto e riso, mi sono rallegrato e querelato.
- Di che?
- Di ciò che il Maestro è morto e resuscitato.
- Come posso accertarmi che voi siete il vero Maestro?
- Conoscendo che io posso uccidervi e resuscitarvi
.

Qui sta il punto cruciale: il Libero Muratore è posto sulla soglia del proprio Tempio interiore. Può fermarsi o retrocedere, oppure può proseguire: ma a lui solo spetta la decisione.

Spesso ascolto massoni disquisire sulla iniziazione, come se fosse un «aumento di poteri» concesso o conquistato da chi si pone in una certa ottica. Sono invece fermamente convinto che chi ha raggiunto questi «poteri» (ammesso che esistano e che si possano effettivamente raggiungere) tace e chi parla invece non li ha raggiunti e dimostra solo di aver lavorato su un piano meramente intellettuale (certo importante, ma non l’unico e nemmeno il più significativo) mostrando pure una non trascurabile inclinazione all’esibizionismo e al protagonismo. Probabilmente uno degli handicap della civiltà occidentale è un eccesso di razionalismo e simmetricamente uno degli handicap della civiltà orientale ne è l'insufficienza (eccesso contrario). La conseguenza è la difficoltà dell’uomo occidentale di lavorare su piani diversi da quello (intellettuale) della ragione e della logica e la conseguente difficoltà ad apprendere un metodo di lavoro interiore quale appunto quello muratorio.

Il punto fondamentale di partenza è infatti il motivo principale per cui un uomo sente crescere dentro sé quella insoddisfazione, prima sottile, poi via via più determinante, che lo spinge a cercare: non sa cosa, non sa dove, ma sa che deve cercare.

Noi ci appaghiamo (almeno su un piano intellettuale) con la ricerca delle risposte alle sempre presenti domande: chi sono? Da dove vengo? Dove vado?
Ma se riflettiamo con mente aperta e con cuore non condizionato o non legato dagli schematismi che ci siamo costruiti, possiamo cogliere il punto essenziale di partenza, che io vedo soprattutto nel senso della morte.

Mi spiego. La società contemporanea occidentale (nella quale ci siamo formati) ha in un certo senso esorcizzato la morte, relegandola in un angolo nascosto. Si muore prevalentemente in ospedale, in un ambiente asettico, lontano dall’ambiente familiare e senza dar “fastidio” alla famiglia. La morte è quasi nascosta e non considerata (l’uomo occidentale ha perso il senso della vita è non può conseguentemente comprendere il senso della morte).

Ma la morte – come la vita – non si nasconde e compare prepotentemente quando meno te l’aspetti. Si mostra e non la puoi occultare. A volte (troppo spesso) ti passa vicino e mostra la tua impotenza che avevi nascosto nelle pieghe del logicismo e della tecnologia.

Il massone parla di morte, di seconda morte, di rinascita, di Hiram e dei cattivi compagni che lo uccidono. Ha pronta una bella spiegazione intellettuale di seconda morte come morte al mondo profano, come morte alle passioni e di rinascita come superamento delle passioni, dell’orgoglio e dell’ignoranza. Ma attento – fratello! E se la morte fosse proprio la tua (e sottolineo tua) morte fisica (sora nostra morte corporale, la chiamò il grande Francesco). Quel qualcosa che prima della comparsa ti fa essere qui, con i tuoi acciacchi e le tue caratteristiche, ma dopo la sua venuta ti fa essere là, un cadavere senza movimento e senza calore, come quel pezzo di carne che compri al supermercato e poni in frigorifero perché non si deteriori, e che dopo pochi giorni si decompone (diventa cioè carne marcia maleodorante che non vediamo solo perché chiusa in una cassa sigillata…).

Ecco, credo che spinta al lavoro interiore sia appunto la morte, non la morte intellettuale, ma la morte fisica: la tua morte fisica, la mia morte fisica.

Forse le tre domande si riducono a una sola, drammatica e per molti senza risposta: perché si muore? Perché debbo morire proprio io?

L’uomo contemporaneo qui si ferma. Ribadisce la propria contraddittorietà e la propria ribellione (a che cosa?). Ribadisce insomma la propria impotenza e mostra la fragilità di un vivere non secondo armonia, ma secondo presunzione. E non sa camminare da solo.


LA MORTE: POSTILLA
Rilassati e pensa: Tu sei, ora.

TU. Chi sei tu? Guardati la mano. Tu sei la mano? La mano è te? Ti identifichi con la mano o la mano è qualcosa di te, qualcosa di utile, qualcosa che puoi anche buttare via? Tu sei il corpo? Il corpo è te? Attenzione: io sono io? Oppure è tutta illusione? Ma io, esisto o anche questa è finzione? Ciò che chiamo io è quello che comunemente si pensa (corpo fisico, vitalità, pensieri, memoria) o è qualcosa di diverso? Se non ho memoria posso ancora dire che sono io? Se non ho pensiero posso ancora dire che sono io?

SEI. Essere. Essere o non essere? Essere dove, quando, come? Essere ora, oggi, magari domani, e dopo?… non essere? La fine, il principio?…. Oppure principio e fine?

ORA. Il tempo. L’eternità. L’eternità oltre il tempo o l’eternità essenza del tempo? Per tutto c’è il suo tempo, dice il Qohelet (al capitolo terzo), (anche il tempo della mia morte) ma io debbo raggiungere il non tempo. L’eternità è l’attimo fuggente? L’attimo fuggente è l’eternità ? O nessuna delle due?

[C’è] un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato.
Attenzione: non solo è ribadita la fondamentale distinzione tra il nascere e il morire. Il Qohelet insiste sul "tempo per…" in quanto sottolinea la ricerca del “tempo giusto”. Come c’è un tempo giusto per piantare e per sradicare (e non è possibile piantare nel tempo giusto per sradicare, e viceversa), così c’è un tempo giusto per nascere e un tempo giusto per morire. Riuscirà il camminatore a comprendere quando è il tempo giusto per morire, evitando improponibili e insinceri cambiamenti di strada dovuti ad esempio alla senescenza o alla mancanza di energia?

C’è un non tempo per non nascere e un non tempo per non morire; un non tempo per non piantare e un non tempo per non sradicare ciò che non si è piantato.

[C’è] un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire.

C’è un non tempo per non uccidere e un non tempo per non guarire, un non tempo per non demolire e un non tempo per non costruire.

C’è un tempo e c’è un non tempo… Non riesco a darmi le risposte. I miei ricordi mi tengono legato alla personalità, alla mia storia personale, al mio mondo. Sento, so, che oggi sono il risultato di quello che ho fatto, ma non riesco a liberarmene. Mi legano. Il Pardes, il Giardino, è liberarsene. E’ Giosuè che ferma il sole; è Faust che raggiunge la pienezza dell’attimo fuggente. E’ Dante che non riesce a riferire: e questo, a quel ch'i' vidi, / è tanto, che non basta a dicer 'poco' (Paradiso, XXXIII, 122-23).

Io, tu, lui, tutti noi, abbiamo un appuntamento con la nera signora laggiù a Samarcanda. Dobbiamo essere preparati: teniamo la valigia pronta e a portata di mano. Il resto non ha importanza.

[Mi riferisco ad un’antica leggenda russa, messa qualche anno fa in musica da Vecchioni. Un soldato incontra una donna vestita di nero che lo spaventa. Fugge a folle velocità fino a Samarcanda, dove però la ritrova: infatti proprio in quella lontana città in quel giorno aveva un appuntamento con la nera signora e lui non era mancato all’appuntamento…].

12 settembre 2009

3.4 I viaggi dell'apprendista

Il recipiendario, per raggiungere la luce, deve viaggiare.
Per il grado di Apprendista compie quattro viaggi, associati ai quattro elementi (ma in tutte le camere di qualunque grado il bussante deve «viaggiare»). Il viaggio è la strada che porta al centro, a ciò che per quel determinato stadio di evoluzione è il proprio centro. Non c’è in ogni uomo un Ulisse «che vuole tornare a casa»?

L’introversione è la modalità del viaggio: significa rettificare il rapporto con il presente e il mondo per costruire un rapporto diverso che simbolicamente inizierà al raggiungimento della meta.

Spesso non è indicato il cammino percorso se non con vaghi cenni: nelle fiabe si dice che l’eroe arrivò, ma non come, eventualmente alludendo agli ostacoli superati.
Le difficoltà servono non solo a scoraggiare i curiosi, ma anche ad aiutare la concentrazione e la tenacia del viaggiatore, rompendo i suoi schemi mentali legati al mondo della materia: il futuro apprendista prima viaggia in solitudine e redige il testamento (vera e propria discesa agli inferi), poi passa circondato da suoni gravi, cupi e martellanti, quindi da acuti tintinnii, infine viaggia nel silenzio rarefatto.

Il punto di partenza è infatti la realtà quotidiana, nella quale viviamo con il nostro corpo fisico, con i sentimenti e le passioni, con i desideri e le avversioni (desideri di segno opposto): è il mondo profano che il recipiendario si accinge ad abbandonare. Il punto di arrivo è la cima della montagna, dove il mondo della quotidianità non giunge.

Il viaggio è presente in tutte le esperienze, fisiche, animiche e spirituali, perché è la condizione essenziale del cambiamento.

In natura il Sole viaggia, la Luna viaggia.
Viaggiano i pianeti: Saturno, l’eremita dei pianeti, ha costantemente suggerito l’idea della solitudine e del cammino lento e lungo, ma quasi ineluttabile.

Nel mito gli dei viaggiano, gli eroi viaggiano.

In Oriente si viaggia: la via degli dei, la via dei liberati.
In Occidente si viaggia: gli ebrei attraversano il mar Rosso e il deserto; Goethe visita l’Italia; i Pilgrims Fathers si rifugiano in America, Livingstone esplora l’Africa.

Si viaggia da Oriente a Occidente: Cristoforo Colombo.
Si viaggia da Occidente a Oriente: Marco Polo.

Si viaggia di giorno e si viaggia di notte.

Si viaggia in salita e si viaggia in discesa; spesso scendere è condizione necessaria per salire.

Si viaggia verso l’esterno e si viaggia verso il centro: il pellegrinaggio in Terra Santa, a san Giacomo di Compostela, alla Mecca, il verniano viaggio al centro della Terra, il viaggio nel labirinto di Teseo.

Viaggia il corpo e viaggia lo spirito: l’apostolo Paolo rapito al terzo cielo.

Si viaggia in luoghi noti e vicini: il compagnonaggio. Per i compagnons il Cammino significava la via di unione con dio attraverso la perfezione del mestiere.
Si viaggia in luoghi sconosciuti e lontani: Gulliver, i fenici, i vichinghi.

Si viaggia e non si ritorna: Ferdinando Magellano.
Si viaggia e si ritorna: Phileas Fogg in 80 giorni percorre un cerchio e ritorna al punto di partenza, diverso però da come era alla partenza.

Il motivo del ritorno è strettamente connesso al viaggio: ritorno a casa, al Principio.

I processi interiori restano lettera morta se non si compie il passaggio attraverso la cripta funebre che è anche una immersione nel passato, un ritorno alla Terra ancestrale, un lungo sonno popolato di sogni e visioni (cfr. Cecilia Gatto Trocchi, La Morte in Abstracta, Roma, maggio 1987, p. 17).

Qui sta forse tutto il senso del passaggio nel Gabinetto di Riflessione, tappa obbligata per ricevere la luce massonica e in tutti gli altri viaggi “di passaggio” che attraversano la morte.


AVVERTENZA

Ricorda che ci sono anche viaggi da non fare e luoghi da non visitare!
Possono essere viaggi inutili e quindi spreco di energie; oppure possono essere viaggi “deviati” e quindi porterebbero risultati opposti.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.