Continuano le mie riflessioni sul tempo
Anche Zeus però è stato
detronizzato e un altro Dio ha preso il potere destrutturando il suo
mondo e trasformandolo in qualcosa di diverso.
Mi domando
se questo nuovo Dio sia il dio definitivo oppure un altro dio prima o
poi prenderà il suo posto destrutturando ancora il nostro mondo.
Gli
archetipi deteriorati
Archetipo
proviene dal greco ἀρχε = principio, origine e τύπος =
modello.
Il termine
ha molti sensi. Qui intendiamo le immagini primordiali contenute
nell’intimo nostro e della nostra comunità, quello che Jung ha
chiamato inconscio collettivo, che riunisce le esperienze della
specie umana e di ciò che la precedette, e costituisce la simbolica
di favole, leggende e sogni.
Sono i
nostri totem comunitari, quelli la cui bellezza ci da forza e vigore.
Anche noi
massoni li abbiamo, primo fra tutti Hiram, l’architetto del Tempio
di Re Salomone.
Cosa
succederebbe se Hiram non fosse più il nostro archetipo? La risposta
è molto semplice: la Massoneria sarebbe diversa.
S.
suggerisce che la crisi in cui la società versa dipenda dalla
distruzione degli archetipi universali della nostra vita, quelli in
base ai quali riusciamo ad incanalare le nostre attività mentali e
spirituali. M. soggiunge che archetipi “forti” producono
persone forti e corrette, il contrario di quelle che si appoggiano ad
archetipi deboli o inconsistenti.
Sono
affermazioni forti ma sensate e realistiche. Molte “confusioni”
della nostra società hanno proprio lì le cause del “disordine”
o almeno le più significative. La stessa situazione attuale della
Massoneria indica la "sconoscenza" (il termine anomalo
credo sia il più significativo) dell’archetipo Hiram.
Gli
archetipi dipendono dalle esigenze di uomini e comunità (tribù,
clan, gruppi, etnie,…) e seguono i loro destini: banalmente detto,
camminano con le gambe degli uomini.
Quando i
gruppi si attenuano o non ci sono più, gli archetipi non camminano
più e un poco alla volta sbiadiscono. E se i gruppi sono troppo
numerosi? Gli archetipi si rafforzano o perdono vigore annacquandosi
o frantumandosi?
Le
conseguenze dello smorzamento degli archetipi sono davanti ai nostri
occhi.
Le
“esigenze” spirituali e psichiche dell’uomo rimangono, i canali
di esecuzione o di sfogo invece sono cambiati o, peggio, non ci sono
più. Così se l’acqua in piena di un fiume non incontra bacini di
contenimento ove defluire, il fiume esce dall’alveo e allaga tutto.
E’ una semplice legge fisica e naturale.
Durata
Il primo
incontro dell’uomo con il tempo è la durata o – dal punto di
vista umano – l’attesa.
Il bimbo
che avverte lo stimolo della fame deve attendere il “tempo giusto”.
Si trova suo malgrado a fare i conti con il tempo-durata. Il bambino
che vuol diventare grande deve aspettare.
L'uomo cinico
pretende di insegnare: la vita è solo lunghe attese.
Cinico: da
cinismo, i filosofi greci che volevano combattere le grandi
illusioni.
Illusione?
Speranza? Oppure finzione oppure funzione utile per vivere in questo
mondo?
Il non
cinico obietta: non è criminale togliere le illusioni? Non servono a
vivere meglio?
Ma: sono illusioni o
speranze?
Qualcuno
afferma che le utopie di oggi saranno la realtà di domani. Illusione
o speranza?
*
In fisica
durata è una quantità ben definita: la durata di un intervallo di
tempo dal tempo A al tempo B è la differenza dei due tempi B – A.
Nella
nostra vita di tutti i giorni invece non è così semplice. Al
bambino che ti chiede quanto tempo ci vuole per diventare grandi cosa
rispondi?
Un tempo
avrei risposto: Lo diventerai. In seguito avrei
aggiunto: Lo diventerai presto e successivamente
avrei completato con: Anche troppo presto. Oggi direi: Non
fai in tempo a dirlo e sei già grande. E non gli posso dire,
guccinianamente:
La
paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la
maturità...
Ovviamente
il bambino rifiuta queste risposte e, dal suo punto di vista, ha
ragione. Ma dal mio punto di vista sono risposte corrette. La
differenza è tra la prospettiva di chi chiede e quella di chi
risponde. I numeri spiegano tutto. Per un bimbo di dieci anni
giungere all’età adulta di (diciamo) venticinque anni significa
attendere un tempo pari ad una volta e mezzo la sua vita, mentre dal
mio punto di vista lo stesso tempo è solo un quinto della mia. Per
me la stessa attesa di una volta e mezza la mia vita mi porterebbe al
secolo seguente, un’ottica priva di significato.
Tempo
di Loggia
I lavori di
Loggia cominciano a mezzogiorno e subito mezzogiorno non c’è più.
Ne siamo sicuri? Certo, il Secondo Sorvegliante è molto scrupoloso
nell’osservare il corso del Sole: da provetto ufficiale del tempo
controlla, scandisce il lavoro, ed avverte del mezzogiorno e della
mezzanotte.
La tornata
è finita.
Finire
viene dal latino finis = fine, da una radice find che
ha il senso di dividere, fendere. Quindi fine è il punto di
divisione, di termine tra il prima e il dopo, tra il dentro e il
fuori.
Tornata
finita, terminata. Punto.
E’
veramente terminata?
I nostri
lavori durano mezza giornata, da mezzogiorno a mezzanotte. Lo
sappiamo.
Si comincia
a mezzogiorno, si lavora quindi nel pomeriggio, e si termina a
mezzanotte.
Concentriamoci
ora sull’apertura.
Il Maestro
Venerabile apre i lavori della (di questa e solo di questa) tornata.
Ma è come
se contemporaneamente riassumesse (riassumere: teniamo
presente questo verbo che per sua conformazione si riferisce sempre a
qualcosa d’altro) tutte le precedenti aperture della nostra Loggia.
Il Segretario lo ricorda a tutti.
Una
“super-apertura” quindi? Beh, forse sì, almeno un poco. Tanto
più che in quel breve rito si possono pensare le aperture di tutte
le Logge del mondo (almeno quelle che usano lo stesso rituale).
Come è
possibile? Il tempo e lo spazio hanno “proprietà” molto
strane...
*
Dal punto
di vista della Loggia, ad ogni apertura segue la corrispondente
chiusura. Anche ad ogni chiusura segue una corrispondente apertura o,
meglio, ri-apertura. Ma per noi è significativo (accanto alla
qualità del lavoro) il tempo tra apertura e chiusura, cioè la
“durata” dei lavori.
Durata è
caratteristica essenziale di uno dei simboli più significativi ma
sul quale poco o nulla si lavora: la scala curva. Durata indica il
tempo che si impiega per salire e... scendere!
Simbolo
essenziale, la scala curva. Nella ritualità anglosassone (Emulation,
Duncan) la scala curva porta dall’atrio del Tempio di Salomone alla
Camera di Mezzo (sopra il Tempio) ove vengono pagati i Compagni di
Mestiere. Infatti nei cantieri dei massoni operativi gli Apprendisti
non ricevevano un salario ma solo una razione settimanale di grano,
vino e olio e un tetto per dormire: oggi diremmo vitto e alloggio.
Invece i Maestri così come li conosciamo noi semplicemente non
esistevano: c’era un solo Maestro, il capo del cantiere, come alla
costruzione del Tempio di Salomone c’era un solo Maestro, Hiram.
Perché
nessuno parla mai di scendere dalla scala curva? Eppure, riscosso il
salario, bisognerà pur uscire!
La salita e
la successiva discesa portano a continui cambiamenti di punti di
vista e di orientamento che permettono sorprendenti stimoli e
pensieri. E’ un tempo bene impiegato.
Soprattutto
la consapevolezza del simbolo curvilineo ci deve insegnare ad evitare
il facile sentiero rettilineo dei luoghi comuni e spingerci su vie
inesplorate e personali.
Attenzione
anche ai luoghi comuni della Massoneria. Ce ne sono tanti e per noi
sono i più subdoli perché spesso non ce ne rendiamo conto.
(continua)