mercoledì 27 febbraio 2019

L'Albero e l'Ombra

Il simbolismo dell’Albero, l’Axis Mundi, il palo al centro del villaggio, l’obelisco degli Egiziani, l’Albero di Natale nelle nostre case festive, è molto significativo. Qui semplicemente spiego come mi colpisca il suo essere quasi una via di comunicazione tra l’altro e il basso; tra il Mondo di sopra, il Mondo nel quale siamo e il Mondo di sotto.

Il Mondo di sotto non è il mondo dell’Ombra? Della nostra Ombra?
Per giungere al nostro completamento dobbiamo conquistare la nostra ombra, o almeno una parte: solo così avremo la Forza di resistere alle seduzioni dei tre Ribaldi che complottarono e uccisero Hiram per carpirne i segreti del Mestiere.

Hiram rinasce come homo novus: ora è veramente il Maestro Hiram.

L’Ombra è individuale o generale?

Senza scomodare psicologia e psicanalisi, io credo che l’ombra abbia valenza individuale.

Cioè: l’Ombra è mia e non può essere tua.

Ma … ma… ma…

Poiché entrambi viviamo nello stesso spazio e nello stesso tempo è possibile che certi simboli miei siano anche presenti nella tua simbolica, e che quindi tra le “singole” ombre possano esserci tanti punti di contatto o addirittura di “sconfinamento”.


lunedì 25 febbraio 2019

Dalla Bellezza all'Ombra

Strano il cammino che da Forza e Bellezza mi ha condotto all’Ombra.

Lo spunto mi è venuto da una pagina di Robert Bly (pp. 20-21).

Se potevo aspettarmi un aiuto per uscire dall'infelicità in cui mi trovavo, esso sarebbe venuto dal lato oscuro della mia personalità. Questa scoperta la ricordo come una delle prime cose che ho capito chiaramente per conto mio. E ho sentito che la stessa cosa era vera anche in politica: la persona di cui la nazione aveva bisogno non era un Adlai Stevenson, troppo simile a una rondine, e neppure uno come Bertrand Russell, che aveva troppa luce nella sua personalità. Anche Eugene McCarthy, che apparve più tardi, mi è sembrato troppo rondine, incapace di trovare il fango. Gli uccelli sono diventati un problema per gli Stati Uniti: non riusciamo a eleggere alla presidenza altro che colombe e rondini, o corvi bianchi come Nixon.

Un pomeriggio, vari anni dopo, guardando la neve cadere sull'erba alta ho sentito di nuovo la presenza dell'oscurità positiva.

I
L'erba è per metà coperta di neve.
E stata una di quelle nevicate che cominciano all'imbrunire,
e ora nelle casette dell'erba si va facendo buio.

II
Se tendessi le mani in giù, vicino alla terra,
potrei raccogliere manciate di oscurità!
Un'oscurità c'è sempre stata, e non l'abbiamo mai notata.

Blay annota che spesso i criteri di scelta che guidano l’elettore al voto non sono razionali ma passionali (oggi si parlerebbe di “voto con la pancia”).

Che la gente voti guidata da sentimenti passionali è sempre stato vero. Fino a qualche decennio fa erano passioni più alte, mentre oggi paiono più sentimenti rivolti all’immediato interesse senza molte prospettive per il futuro.

Che la gente voti volentieri per chi sa mettere mano nel fango, non ne sono convinto.

Che comunque la gente scelga politicanti dalle roboanti promesse miope e poco realizzabili è purtroppo vero.


PS.
Ricordo che Adlai Stevenson fu candidato democratico alle elezioni presidenziali USA del 1952 e ‘56 vinte da Eisenhower, Eugene McCarthy tentò la nomination democratica nelle elezioni presidenziali del ‘68, ‘72, ‘76. Richard Nixon fu presidente dal 1969 al 1974.

domenica 24 febbraio 2019

L'Ombra di Peter Pan

Ogni ombra in fondo è anche figlia della luce e solo chi ha potuto sperimentare tenebra e chiarita, guerra e pace, ascesa e decadenza, può dire di avere veramente vissuto. (Stefan Zweig)

L’Ombra è non è solo il “contenitore” delle bassezze dell’uomo, ma anche una specie di alter ego del solare. Diventa una forte spinta all’azione e spinge pure ad indagarvi, grande atto di igiene mentale: è l’essenza dell’antico nosce te ipsum.

E’ proprio con la perdita della propria ombra che Peter Pan inizia la sua avventura. Nel film che Walt Disney gli dedica, l’ombra di Peter staccatasi dal suo “legittimo proprietario” assume una veste giocosa. Ma Peter riesce a riprenderla e farsela cucire in modo che non possa andarsene più.

Che dire della Pulce d’acqua? Angelo Branduardi si richiama ad una antica leggenda degli indiani d'America la quale si narra di un uomo diventato infermo a causa di una pulce d'acqua che ha rubato la sua ombra.

E` la pulce d’acqua
che l’ombra ti rubò
e tu ora sei malato
e la mosca d’autunno
che hai schiacciato
non ti perdonerà.
…...
E allora devi a lungo cantare
per farti perdonare
e la pulce d’acqua che lo sa
l’ombra ti renderà.

Senza ombra l’uomo non è più completo. Anzi mi verrebbe da dire che è appunto l’ombra che rende umano l’uomo: l’uomo è uomo perché ha l’ombra; senza ombra non è più uomo.

Mi viene in mente l’ammonimento di Ernst Bernhard: Ama la tua ombra.

Sottolineo: l’ombra è in te. Scoraggia qualsiasi accesso ma allo stesso tempo è tanto invasiva da obbligare quasi a penetrarla per tentar di renderla meno invadente.

Ma è anche volatile, ora la vedi ma subito dopo ti chiedi se veramente hai visto qualcosa. E’ un ossimorico “lampo dell’ombra”, un uccello in volo appena visto e già scomparso.
Molti cammini ci invitano all’Ombra, specie nel mito. I gemelli Dioscuri figli di Zeus, Castore e Polluce, (solo quest’ultimo immortale). Castore e Polluce sono l’uomo completo, del quale uno è il fratello luminoso e l’altro, Castore, l’uomo oscuro, l’ombra dell’uomo?

Il mito è illuminante. Si narra che Castore e Polluce si innamorassero delle promesse spose ai gemelli Linceo e Ida e le rapirono alla vigilia delle nozze. Nella lotta che ne seguì Castore rimase ucciso. Polluce allora ottenne che il fratello partecipasse della sua immortalità e Zeus concesse che i due stessero un giorno (o sei mesi) nell’Ade e l’altro sulla terra.

Anche Virgilio è ombra di Dante e Caino di Abele. E pure noi abbiamo la nostra ombra: come Compagni nella costruzione del Tempio abbiamo pure scavato tra le fondamenta per creare la nostra cripta e andare alla ricerca della nostra ombra.

Dove potremmo trovare lo stimolo alla partenza se non nella nostra parte non razionale? La ragione è appunto “ragionevole”, non può spingere Cristoforo Colombo a imbarcarsi in un’impresa disperata, contraria ad ogni evidenza, ma il fuoco in lui lo fa partire.

sabato 23 febbraio 2019

Disagio, Bellezza e l'Ombra

Vecchi appunti mi hanno ricordato una tavola di trent’anni fa sulla quale la mia Loggia fu chiamata a lavorare: Disagio e Bellezza.

Disagio della Belleza? Bellezza del disagio?

In che senso la Bellezza può essere collegata al disagio?

Forse il disagio non è collegato alla Bellezza e nemmeno alla realtà, quanto al nostro modo di vedere la realtà.

Rendersi conto del duplice paradigma di Forza e Bellezza, come due “componenti” nascoste del nostro “vedere”, e quindi del dovere cambiare le nostre prospettive. Il cambiamaento può dare origine al disagio.

Ma in fin dei conti cosa significa disagio?


Disagio è contrario di agio, termine che potrebbe derivare dal gotico azéts = facile, comodo. Per altri agio deriva dal greco aisios = propizio, opportuno. Per altri ancora dal latino otium = ozio o ànsa = ansa, presa e figurativamente facilità.

Agio quindi è lo stato di chi gode una cosa, una situazione di comodo. Disagio è ovviamente il contrario.

Ripropongo la domanda: la Bellezza può provocare disagio? In tutti o solo in qualcuno?

Collegare Bellezza e disagio significa collegare la Bellezza con la nostra Ombra.

Ombra è termine molto vasto e generale: può contenere il mare magnum entro e nel fondo del quale stanno i nostri mostri misteriosi che è bene non stuzzicare, ma può essere anche la nostra parte non illuminata dal sole, quella appunto in ombra.

Non è necessariamente un termine negativo: che sarebbe un quadro senza le ombre?

La Bellezza ci insegna a non rifiutarla: nel tentativo di eliminarla le daremmo forza e vigore.

Non dobbiamo trascurare la nostra Ombra. Sarebbe come affamare una belva e renderla talmente bramosa da divorarci.

L’ombra è come le fondamenta di un edificio che senza quella parte affondata nel terreno, umida, mai illuminata dalla luce del giorno, non si reggerebbe in piedi.

Noè, cessato il diluvio, fa uscire dall’arca per primo il corvo, che non trovando da posarsi vola andando e tornando (Gen. 8 – 7). Fa poi uscire la colomba che che al terzo volo non ritorna più. Certe interpretazioni lasciano freddi: il corvo è uccello dal volo corto a differenza della colomba dal volo lungo.

Noè è protagonista di una storia sacra per cui anche se certa simbolica può essere stata presa dal mondo quotidiano (quello di più di trenta secoli fa) va interpretata non con le proprietà fisiche ma dal punto di vista sacro.

La colomba bianca vola via, ma il corvo nero no, vola avanti e indietro. Quando c’è luce c’è pure ombra (poca, ma c’è). La luce può andarsene, invece l’ombra resta. Il corvo-ombra non può volar via, ma resta vicino, quasi legato indissolubilmente. La colomba – luce invece è libera di volar via.

Colomba e corvo sono uccelli, animali cioè connaturati al volo. Il corvo fa pensare non tanto ai mostri, alati o no, che dimorano nell’ombra quanto a quella parte non luminosa, quelle dove sono le aspirazioni non realizzate, i desideri, ciò che si vorrebbe fare e quello che non si vorrebbe o che non si potrebbe ma si vorrebbe fare. Insomma, la parte al buio, non necessariamente il posto del negativo, ma anche quello.

Il buio è collegato alla notte, al periodo che dedichiamo al sonno. Ma il sonno non è solo riposo, bensì fonte inesauribile di spunti e suggerimenti. Chi paragona il sonno alla morte non ha compreso il senso della vita: il sonno è la finestra attraverso la quale occasioni e opportunità raggiungono l’uomo. Il sonno è la via dei sogni. Un sogno non ricordato e non spiegato è una opportunità persa, una pagina di un libro non letta, una finestra che resta chiusa.

mercoledì 20 febbraio 2019

La Bellezza che non si riconosce 2

Leggo L’albero velenoso della fede di Barbara Kingsolver (edizioni Beat, 2013, Vicenza).

Racconta Orleanna, moglie di un missionario sbattuta a vivere assieme alle sue quattro figlie in uno sperduto villaggio nel Congo ex belga negli anni Sessanta del secolo scorso, dei rapporti con le donne del villaggio: Una madre e una figlia straniera che si credevano superiori di colpo ridotte a due nullità. (p. 83).

L’ostilità delle donne del villaggio era sorta dall’avere le due bianche incidentalmente mostrato le parti pubende nude. E quella fu una lezione per le due bianche giunte lì con tutta la loro superiorità di bianche civilizzate unite alla foga missionaria del marito e padre che nulla capiva del senso della vita africana. 

Contemporaneamente fu anche una lezione per (alcune) donne del villaggio, che guardavano quelle donne estranee con gli occhi di un giudice preconcetto.

Orleanna continua. Fino a quel momento avevo pensato di poter percorrere due strade: essere una di loro [cioè una delle abitanti del villaggio] ed anche la moglie di mio marito [il missionario]. Che superbia! Ero il suo strumento, il suo animale. Nient’altro. Noi mogli e madri siamo destinate a perire a causa della nostra stessa onestà. Ero soltanto un’altra di quelle donne che tengono la bocca chiusa e sventolano la bandiera, guardando il loro paese marciare alla conquista di un’altra nazione in guerra. (…) Guardo le mie figlie cresciute adesso, cercando i segni che mi dicano che hanno trovato una specie di pace. Come ci sono riuscite, mentre io resto perseguitata dal giudizio?

E’ stato detto: non giudicare se non vuoi essere giudicato. Ed è vero, se si intende il giudizio frettoloso basato spesso sul pre-giudizio .

Ma il giudizio di cui parla Orleanna non è il giudizio del marito missionario che “sente il dovere” di convertire (!?!) al cristianesimo i congolesi per un malinteso senso di Dio, e non è nemmeno il giudizio del congolese verso i bianchi colonizzatori, pure questo inficiato da pregiudizi ben fondati (si pensi allo sfruttamento feroce della popolazione del Congo proprietà personale di Leopoldo II del Belgio tra Ottocento e Novecento).

Il giudizio è quello della protagonista verso se stessa. E’ il giudizio dell’uomo che si giudica in base a ciò che ha fatto o non ha fatto.

C’era poco tempo per riflettere su ciò che era giusto e ciò che era sbagliato, quando capivo a stento dove mio trovavo. In quei primi mesi mi capitava spesso di destarmi di soprassalto, convinta di essere ancora a Pearl, nel Mississippi. (p. 83).
(…)
Nathan [il marito missionario] tuttavia non voleva ascoltare le mie preoccupazioni. Per lui la vita era semplice, come pagare in contanti e infilare la ricevuta in tasca: avevamo la protezione del Signore, diceva, perché eravamo venuti in Africa al Suo servizio.
Ma in chiesa cantavamo “Tata Nzolo”! Che significa “Padre celeste” oppure “Padre dell’esca dei pesci” a seconda di come si pronuncia, e questo riassumeva bene le mie ansie. Non riuscivo a decidere se considerare la religione un’assicurazione sulla vita o una condanna a morte. (p. 90).

La religione, semplicemente, è come la si vive. La protagonista è in una situazione particolare, sbattuta in un posto lontanissimo nello spazio e nella cultura, fondamentalmente ostile per il quale non ha la minima preparazione; non può che essere distante non solo dalla religione praticata dal marito, uomo inetto, accecato dalla sua visione religiosa, incapace di cogliere il mondo e di capire che è proprio lui l’origine delle difficoltà della sua famiglia, che lo sentirà sempre più estraneo.

martedì 19 febbraio 2019

La Bellezza che non si riconosce 1

Ricordo che alla scuola elementare guardando la carta geografica d’Italia appesa alla parete mi domandavo spesso perché il Mare Adriatico fosse stato chiamato “mare” e non “golfo” pur avendone tutte le caratteristiche.

E mi dicevo: Perché è troppo grande rispetto ad un golfo? E allora il golfo Persico o il golfo del Messico? E perché il Mar Morto è detto mare pur essendo un lago?

La risposta credo sia molto semplice: il mare Adriatico non fu riconosciuto come golfo, mentre per esempio il golfo Persico sì.

Sulla riva della costa marchigiana non ti rendi conto che sei sul lato di un golfo ma vedi semplicemente il mare illimitato.

In molti casi i termini tecnici vengono attribuiti senza tener conto dei significati.

E’ come se la Bellezza non riconoscesse di essere bella e si scambiasse con la Forza.

Invece Forza e Bellezza debbono restare in equilibrio, se si vorrà giungere alla Sapienza: dovranno cioè riconoscersi l’un l’altra nelle debite proporzioni (che non è detto siano quantitative).

Riflettere su Forza e Bellezza ci deve portare appunto alla comprensione dei due paradigmi e dell’equilibrio tra i due paradigmi.

Riflettere su Forza e Bellezza significa seguire gli innumerevoli rivoli ai quali il loro intreccio dà origine, dissonanti o consonanti, contrapposti o concordi.

Riflettere su Forza e Bellezza significa individuare anche il troppo dell’una o il troppo dell’altra in una dissonanza che può essere perfino disastrosa.

lunedì 18 febbraio 2019

Historia magistra vitae?

Sentirono di questo modo e procederono così in ogni cosa quegli Italiani, che nel decimosecondo e decimoterzo secolo riunovarono le maraviglie del valore latino; beati davvero e gloriosi senza fine nella ricordanza dei posteri, se mai dalla mente non cancellavano essere tutti figliuoli d’una grande patria, e che la prima legge evangelica prescriveva loro di sempre amarsi l’un l’altro come uguali e fratelli, chiamati a condurre ad effetto con savia reciprocanza di virtù e di fatiche le sorti magnifiche e progressive dell’umanità!

Così Terenzio Mamiani nella Prefazione ai suoi Inni Sacri. La citazione fu sarcasticamente inserita dal cugino Giacomo Leopardi nella sua Ginestra: Le magnifiche sorti e progressive.
Ogni generazione cancella ciò che la generazione precedente ha costruito.

Spesso si legifera “contro” ciò che già c’era disfacendo ciò che era stato costruito.

La cosa in sé non è necessariamente negativa, anzi… Ma lo diventa se la legislazione modificata era appena stata introdotta.

Mi spiego. Se la nuova legge (per esempio l’introduzione della possibilità di divorzio) modifica un divieto consolidato e secolare che viene percepito come anacronistico e inadeguato (il matrimonio contratto) allora è adeguamento della legislazione al nuovo sentire sociale.

Se invece il (nuovo) legislatore modifica una norma appena introdotta dal (precedente) legislatore  allora la situazione è diversa e appare più adeguamento alla ideologia politica del legislatore del momento piuttosto che esigenza sociale.

E’ un atteggiamento di contrapposizione piuttosto che di collaborazione, di divisione piuttosto che di unione.

Infatti vien meno il camminare insieme di un popolo e il cammino si riduce a una serie di saltelli casuali provocati dagli umori del momento e non da un disegno generale condiviso almeno in alcuni obiettivi finali.

Historia magistra vitae? No certo: chi legifera non impara dal passato, anzi si disinteressa del passato; anzi – peggio – non conosce il passato.

Le magnifiche sorti e progressive non appaiono un adeguato schema di lettura della realtà.

Forse la Bellezza dell’Umanità è poco evidente mentre resta in primo piano la sua Forza, che non adornata dal Bello non può che essere distruttiva (autodistruttiva).

E’ sempre stato così e l’uomo si è sbagliato a interpretare gli avvenimenti storici oppure viviamo in un periodo storico in cui il cammino è in un certo senso nascosto e non evidente?

Non so rispondere.

Certamente era inadeguata l’interpretazione di un cammino lineare o almeno poco tortuoso; certamente oggi appare troppo ingenua l’iconografia di fine Ottocento che vedeva uomini camminare affratellati verso il sole nascente.

Forse era una Bellezza troppo “semplice”: ben difficilmente il rettilineo può descrivere la realtà se non in brevi “intorni”.

E la Forza che estende la rappresentazione alla globalità è purtroppo mal diretta.

domenica 17 febbraio 2019

Armonia

Forza e Bellezza.

Non dobbiamo diventare le loro “prede” e men che mai “prede” di una sola delle due. Svanirebbe l’armonia e ci si troverebbe menomati nel mondo.

L’uomo ha in sé la potenzialità dell’armonia.

Ho riletto ieri la fiaba di Barbablù.

Quando Barbablù ritorna al castello e si accorge dalla chiave insanguinata che la moglie gli ha disobbedito l'avverte che dovrà morire. La poverina manda la sorella maggiore sulla torre ad avvertirla dell’arrivo dei fratelli.

Il finale è noto: i fratelli giungono e salvano la sorella minore uccidendo Barbablù.

Che ci ricordano la sorella maggiore e i fratelli salvatori se non l’intreccio armonico di Bellezza e Forza”, di pensiero e azione, di anima e animus?

Anche l'agape massonica è fondamentalmente armonia. E' una “riunione” che rinsalda il rapporto tra i partecipanti.

Quindi i partecipanti devono stare attenti a non turbare l'armonia che vogliono instaurare ed evitare azioni o atteggiamenti che qualcuno potrebbe recepire come “fastidiosi”.

Ho sempre fatto l’esempio del fratello vegetariano che si trova costretto a consumare come cibo agnello, mentre risibile mi apparve la proposta della Commissione Rituali di due anni fa: durante l’agape rituale il vegetariano dovrebbe consumare pane al posto della carne.

Mi parrebbe poco armonico che uno solo si discostasse dagli altri. 

Come sarebbe poco armonico che il solo astemio brindasse con acqua. Se uno per motivi suoi si comporta in un certo modo allora che tutti si comportino in quel modo.

Certo che nel consumo di carne è implicito l’atto violento che uccide l’animale e l’accettazione della violenza alla base della nostra vita quotidiana.

Ma non facciamo falsi moralismi.

L’uomo consuma le cosiddette proteine nobili solo mangiando carne, cioè uccidendo, macellando, cucinando e mangiando.

Solo le proteine hanno permesso che l’uomo giungesse allo stadio di homo sapiens, e quindi consumando anche carne. Questa è la nostra storia evolutiva.

Ciò che invece non va bene è l’aver nascosto la morte dalla nostra società. Acquistiamo un petto di pollo al supermarket e non vogliamo sapere da dove proviene, come è stato preparato e impacchettato
 
Nella famiglia patriarcale si moriva in casa, vicino a figli e nipoti, oggi invece si muore in ospedale dietro un paravento.

Si muore senza il minimo rispetto per la vita, senza sapere e quindi non insegnare che vita e morte sono facce diverse della stessa medaglia.

La nostra società è attraversata da un senso di giovanilismo estremizzato. Si valorizza il giovane, bello e sano.

Si valorizzano cibi sani e naturali, quelli che “fanno bene” e consentono di vivere sani. Si enfatizzano la salute, lo star bene fisicamente, l’essere – come si diceva al tempo del servizio militare – “ginnici e sportivi”.

E quindi si crede che in un modo o nell’altro tutti i problemi prima o poi verranno risolti; e se non accade è certo responsabilità dei “poteri forti” (volta a volta le multinazionali del cibo, le multinazionali del farmaco, le multinazionali di altro ancora).

Quella imperante una visione autistica della vita in cui manca il necessario equilibrio vita – morte.

Mi son piaciute le considerazioni di Adah nell’Albero velenoso della fede (p. 460) sui medici.

Chi ero, per giurare con serenità, in mezzo a tutti quei giovani incravattati, di strappare la vita dalle fauci della natura tutte le sacrosante volte che ne avremmo avuto la minima possibilità, ricevendo assegno? Quel giuramento non mi è mai andato giù, (…) nemmeno per un istante. Non potevo accettare il contratto: che ogni bambino nato umano su questa terra venga al mondo stringendo nel pugnetto un’assicurazione di salute perfetta e di vecchiaia.

Adah critica la tipica mentalità occidentale semplificatrice di causa – effetto che non accetta i casi della vita. E così non si accetta la morte, si spingono le cure oltre ogni limite umano (il cosiddetto “accanimento terapeutico”).

E’ un povero uomo, l’occidentale, che avendo nascosto la morte non accetta che la vita finisca, con un ego ipertrofico che ha come unico punto di riferimento il proprio egoismo.

Un poveretto che ha perso il senso della storia della vita… che ha perso il senso della Bellezza e non comprende la misura della Forza.

Soprattutto l’uomo di oggi non comprende che la vita è morte e che la morte è vita, in un groviglio armonioso che mostra non tanto che morte e vita sono due facce della stessa medaglia ma che sono l’armonia universale.

Da studentessa, leggendo i libri sui parassiti africani ero esterrefatta dalla miriade di creature equipaggiate per radicarsi in un corpo umano. Ne sono ancora stupita, ma con un apprezzamento più sottile per la simbiosi. Allora ero un po’ sconvolta dal fatto che Dio avesse messo i suoi due bambolotti a piedi nudi in un paradiso dove, probabilmente, aveva appena liberato elefantiasi e microbi che mangiano la cornea. Ora capisco; Dio non sta solo dalla parte delle bambole. Noi e i nostri parassiti siamo sbocciati insieme dallo stesso suolo umido nella grande valle del Rift e finora nessu­no dei due sta vincendo sul serio. Cinque milioni di anni sono un lungo sodalizio. Se per un attimo riuscissimo a usci­re dalla nostra amata pelle e apprezzare formiche, uomini e virus come creature dalle identiche risorse, potremmo ammi­rare l’accordo che esse hanno raggiunto in Africa.
Ritornati nella nostra pelle, ovviamente, corriamo a cerca­re una cura. Ma ricordate: viaggi aerei, strade, città, prostituzione, aggregazione umana per il commercio: ecco i doni della fortuna ai virus. Doni dei magi stranieri, portati da lontano. In nome della salvezza per i bambini africani e del­lo sfruttamento dei suoi minerali, l’Occidente si è costruito una strada fino alla propria soglia e l’ha aperta al contagio.

Un insetto può morire di luce! La Morte è il diritto comune a Insetti e Uomini. Allora perché vantarsi? I colleghi mi accusano di cinismo, ma io sono soltanto una vittima della poesia. Ho affidato alla memoria i diritti comuni di insetti e uomini. Non potrei vantarmi neanche se volessi. Non ho le gambe per farlo.

La nostra civiltà occidentale ha sempre considerato regole di vita quelle della Bibbia, “aggiornandole” (diciamo così) a seconda dei tempi.

Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e abbiate potere sui pesci del mare, sui volatili del cielo e su ogni animale che striscia sulla terra (Genesi 1 – 28) è stato variamente inteso.

L’uomo ha sempre interpretato il versetto come autorizzazione alla sua posizione predominante, che agli occhi dello scienziato deriva dalla storia evolutiva che ha portato l’homo sapiens sapiens in cima alla scala. E qui assistiamo ad un intreccio armonioso di Forza e Bellezza: la Forza della Natura, la Bellezza della Natura.

Se però continui a salire e scendere sulla scala curva, ti vengono idee strane. Va bene evitare (o limitare al massimo) carne nel cibo per evitare sofferenze, ma… E il pesce? Anche il pesce è un essere vivente e ucciderlo produce sofferenza. Non ti devi quindi nutrire a spese di esseri viventi. E le piante?… Anche la pianta è un essere vivente e mangiandola sopprimi un essere vivente.

Non ti consola (almeno non dovrebbe) sapere che un pesce è un essere vivente diverso da un mammifero e che la pianta è ancora più diversa e che comunque non sente dolore perché priva di un sistema nervoso.

Infatti non sai se il dolore si deve necessariamente incanalare in un sistema nervoso oppure può essere sentito anche in altro modo: è solo la nostra ignoranza che lo afferma.

Se non vuoi provocare dolore devi astenerti da qualunque alimento animale o vegetale. Ma non è possibile perché per vivere devi mangiare e devi quindi alimentarti di esseri viventi.

Dobbiamo quindi mangiare altri esseri viventi ma con moderazione: mangiamo per vivere e non viviamo per mangiare. 

Mangiamo senza sprechi. E soprattutto mangiamo con umiltà.

Rispettiamo il cibo, evitiamo lo spreco.

Dobbiamo accettare ciò che siamo nella scala evolutiva della vita, senza ritenersi il punto di arrivo ultimo, ma solo l’ultimo, al momento, stadio; non il definitivo, perché la scala non termina.

martedì 12 febbraio 2019

Libero pensatore - Pensatore libero

Da tempo non mi chiamo più "libero pensatore" bensì "pensatore libero" (cioè: che vuole essere libero).

Questo è un caso in cui non vale la proprietà commutativa delle parole.

Libero pensatore prospetta il richiamo alle posizioni di fine Ottocento di laicismo esasperato con pronunciate venature anticlericali.

E' una posizione nella quale non mi riconosco (non mi riconosco più).

Pensatore libero ha una valenza diversa e un respiro più ampio.

Mi pare voglia indicare (almeno io lo intendo così) il "caminante" che cerca di percorrere bene la propria via, sempre in cerca di nuovi sentieri. Uno che riconosce le posizioni che ha alle spalle (il suo vissuto, la sua identità) ma che si sente libero di intraprendere il proprio cammino anche e soprattutto senza i paletti di posizioni preconcette.

Non è facile liberarsi dai pregiudizi, ma salendo e risalento sulla scala curva del Compagno ci dovremo pur arrivare. Almeno deve essere il nostro primo obiettivo.

domenica 10 febbraio 2019

Equinozi e solstizi

Credo che oggi pochi oltre a noi massoni ricordino con perseveranza il senso di equinozi e solstizi.

In ogni Loggia si lavora periodicamente su tavole dedicate ai quattro punti astronomici.

Molte tavole però mi lasciano perplesso. Sono, almeno da quello che legge in tanti siti web delle Logge, tavole interessanti, ma "solo" antropologiche o filosofiche, a volte pure storiche.

Mi domando: qual è oggi il senso di riflettere su "momenti" astronomici? 

Oggi non viviamo più il buio e la luce, il caldo e il freddo. Viviamo in ambienti artificiali sempre illuminati e sempre alla stessa temperatura, estate e inverno. Non viviamo e fatichiamo a comprendere quale possa essere stato l'impatto del buio invernale nell'era pre-elettrica.

Se la riflessione si limita al piano razionale e scientifico, allora il senso di luce-buio diventa una disquisizione culturale, certo interessante, ma di corto respiro.

Ho letto che la data del Natale  fu scelta come il primo giorno, dopo il solstizio, in cui si poteva percepire a occhio che l'alba iniziava un poco prima e quindi si "vedeva" il giorno allungarsi. Era il primo segno dell'approssimarsi della primavera, del risveglio della vegetazione, del "verde" che ritornava.
Era il segnale che l'uomo nel buio dell'inverno attendeva: il buio calava, non aveva vinto. Ritornerà la luce.

Il lavoro di Loggia su equinozi e solstizi non può racchiudersi nella dimensione culturale, ma deve scendere in profondità e toccare quei livelli sotterranei che nell'uomo moderno sono ben nascosti.

Dobbiamo toccare il piano del mito, dei riti che diventano quasi "magici" che sopravvivono in noi, fin dalle nebulose storie della nostra infanzia. I nonni ci raccontavano di folletti e streghe, di maghi e stregoni, di eroi indomiti e spavaldi, di incantesimi e magie, magari rivestiti dai panni della religione, magari quasi delle superstizioni, ma tremendamente umane.

E' il lvoro del Massone, specie del Compagno di Mestiere, e non solo: riportare alla luce ciò che è nella nostra cantina e che fa parte del nostro basamento. Chissà che non si riesca a vivere una vita un po' più umana!



 
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.