mercoledì 28 novembre 2018

Linguaggio dei sensi

Qualche mese fa ho avuto un episodio di labirintite. Ricordo ancora il momento peggiore: mi trovai in una vera e propria “antinomia fisica”.

Ero steso sul letto e i sensi dicevano chiaramente che ero in posizione orizzontale. Contemporaneamente altri sensi mi informavano del contrario: ero sì in posizione orizzontale, ma era “sbagliata” la stanza: vedevo il pavimento perpendicolare alla sinistra come fosse una parete e il soffitto perpendicolare alla destra come fosse l’altra parete: destra e sinistra erano sgradevolmente mescolati all’alto e al basso.

Il mio fisico non accettava quel “piccolo mondo” alla Escher: gli occhi lo confermavano, ma gli altri sensi lo negavano. Da qui il forte malessere.

Altre volte ho avuto sensazioni strane tramite i sensi.

Ricordo per esempio la situazione della mia vista dopo l’intervento di cataratta all’occhio sinistro e prime di operare l’altro.

Passavo molti minuti, specialmente ai primi chiarori dell’alba a guardare con un occhio e poi con l’altro e a confrontare ciò che vedevo.

Con il primo avevo una visione limpida e chiara, come in una giornata cristallina in alta montagna, mentre con l’altro vedevo tutto con una sfumatura color seppia come guardando una vecchia fotografia.

Ricordo come mi sia stato psicologicamente di aiuto il metodo muratorio.

I massoni costruiscono cattedrali, ma debbono costruirle con solide e stabili fondamenta nel terreno. La fisicità non è respinta ma accettata e riconoscendole il ruolo che deve avere: senza solide fondamenta in terra non si può andare verso il cielo.

Ma dobbiamo riconoscere i limiti della materia: solida ma statica, base ma non altezza, per usare simboli geometrici.

Conosciamo la materia tramite i sensi e ci rassicura l’antica ammonizione che i massoni ben conoscono: In stabilità costruirò la mia casa perché duri in eterno.

Se i sensi danno informazioni contraddittorie tra loro manca coordinazione ed uno procede senza collegarsi con l’altro.

Ognuno di essi ha Forza ma manca la Bellezza che unifichi le singole forze.

Nel mio caso la mancanza di armonia dipendeva da una situazione fisica, ma dobbiamo essere guardinghi sui messaggi che continuamente ci inviano i nostri sensi, anche quando non appaiono contraddittori. La realtà che descrivono non è la realtà come è ma una sua immagine dalla quale è stato tolto ciò che non appare rilevante. Cioé i sensi non fanno vedere, udire, toccare... ciò che non ritengono importante. Così non vediamo le molecole tra il nostro occhio e l'oggetto che guardiamo, non udiamo certi rumopri, non avvertiamo certi profumi.
Come possiamo conoscere il mondo solo attraverso i sensi? I sensi possono essere solo il punto di partenza del viaggio. 

martedì 27 novembre 2018

Scala raddrizzata?

Salire e scendere sulla scala curva deve spingere ad informare al parametro della Bellezza il senso della tua vita. Per prima cosa deve sgombrare la mente dai pregiudizi.

Pregiudizio. Da pre-giudicare (stessa origine del termine legale pregiudicato). Pregiudicare è “giudicare prima”, prima di conoscere, prima di sapere. E quindi non deriva da un esame più o meno obiettivo o approfondito.

Il pregiudizio, parola sporca, e la fede, parola pulita, hanno qualcosa in comune: cominciano entrambi là dove finisce la ragione. (Harper Lee, Va', metti una sentinella, Feltrinelli, 2015).

Il pregiudizio si mimetizza, mostrandosi come giudizio obiettivo. E se siamo convinti che i nostri pregiudizi sono in realtà giudizi obiettivi, come possiamo cambiarli?

La risposta è ovvia: in base ad un ragionamento. La Forza deve intervenire là dove la Bellezza svia.

Il problema però resta: ciò che appare un giudizio sereno in realtà è un pregiudizio. Se non risolviamo questo punto non potremo abbattere i nostri pregiudizi.

Parla il nostro orgoglio, tra i difetti il più resistente:
 
Le mie idee sono giuste e quindi non le cambio. Le cambierò quando mi renderò conto che sono sbagliate.
Ma certo che salgo sulla scala curva. Sapessi tu quante volte ci son salito. E continuo a salirci continuamente
Certo che ho ampliato la mia visione.
Mi chiedi pure se ho compreso le ragioni dell’altro? E io ti rispondo, sinceramente e senza dubbi: certo che le ho comprese. E le ho comprese meglio di lui stesso.

Così il nostro orgoglio che pretende di raddrizzare la scala curva. Oppure, non potendo raddrizzare ciò che dritto non deve essere, sale ad occhi chiusi...

lunedì 26 novembre 2018

Simbolo

Per sua natura il simbolo deve essere ambiguo.

Il simbolo deve evocare, suggerire, stimolare uomini diversi che percorrono sentieri diversi. In caso contrario non è più un simbolo ma diventa una specie di piccolo assoluto.

O dogma, come dicono alcuni.

Io invece penso al simbolo come a certe sculture medievali del crocefisso: guardando da un lato si vede la sofferenza del moribondo, di fronte l’attimo del morire e dall’altro lato la serenità di chi è altrove: non sono tre sculture diverse, sei tu che guardi diversamente.

domenica 25 novembre 2018

La scala curva

Nella nostra ritualità il simbolo della scala curva è relegato ad una piccola citazione (quasi en passant) in chiusura dei lavori in grado di Compagno.

Altrove (per esempio nei rituali Emulation e Duncan) il simbolo è più presente: nel passaggio a Compagno il Candidato sale lungo la scala ricostruita sul pavimento della Loggia.

Il motivo è semplice: in quella ritualità è proprio la scala curva che il Compagno dovrà periodicamente salire per riscuotere il salario nella Camera di Mezzo (dove vengono pagati i Compagni, mentre nel rituale latino riscuotono il salario presso la Colonna Jachin).
Se sali sulla scala curva con mente sgombra puoi cominciare a comprendere anche l’altro. Lo comprendi perché il salire ti permette, se ti sei liberato della zavorra, di impadronirti di altri punti di vista e di apprezzare la Bellezza delle cose.

Non vorrei invece che la marginalità del simbolo della scala curva nel nostro rituale diventi indicativa della marginalità di certi massoni se non addirittura della loro evanescenza.

*

Chi oggi si premura di ascoltare l’altro?

Chi oggi ha semplicemente voglia di ascoltare l’altro?

Oggi non vengono più accettate le sintesi del passato, che vengono considerate come resti archeologici di pensatori importanti sì, ma appunto “passati”. Non sono più credibilmente proponibili sintesi del genere (e la Bellezza purtroppo diventa praticamente marginale).

Ma allo stesso tempo si deve fare i conti con tanti ometti portatori del loro “piccolo assoluto” del quale sono fieramente convinti. Un piccolo assoluto che si sintetizza con una parolina tanto categorica quanto generica: “no!”.

Un “no” definitivo, non discutibile, non “negoziabile”, non problematico.

Con queste premesse che può valere salire sulla scala curva? Non porterà nessun ampliamento perché l’uomo del no non vuole ampliamenti.

Provate a spiegare a un “no Tav” che forse una nuova linea potrebbe anche... Provate a spiegare ad un vegano che forse è riduttivo limitare la vita a valutazioni apodittiche sul cibo e ci son valori ben più significativi sui quali val la pena impegnarsi... 

Che la bellezza della vita sia anche in queste frange del “no thinking”?...

giovedì 22 novembre 2018

Il sole e il gallo

Una nota canta di Aldo Spallicci (La Majé, la maggiolata) recita:

Viva e’ sol ad premavera,
che prumet e’ gran ins l’era
e che dis: fa ch’ a farò.

Cioè: Viva il sole di primavera / che promette il grano nell’aia / e che dice: fa’ che io farò (datti da fare che anch’io farò la mia parte).

Tu fai, ed io ti aiuterò, dice il sole in primavera, quindi il sole che sta per giungere al massimo della sua potenza.

Il sole è l’astro che dà luce e calore e il suo continuo apparire e scomparire, riscaldare fino a bruciare o pallidamente illuminare ha certo influenzato l’uomo fin nel profondo della sua psiche. Come l’ha influenzato l’altro astro, la luna, dalla forma variabile, sempre uguale e sempre diversa.

Venne spontaneo associare il sole alla Forza maschia vigorosa e la luna alla Bellezza femminea misteriosa, coppia archetipica sorgente di tutte le coppie fisiche, psichiche e spirituali nell’umano.

Un antico inno egizio canta:

Il tuo amore è nel cielo del sud
e la tua grazia è nel cielo del nord.

Colpisce questo inno al sole che, contemporaneamente e nascostamente, è pure inno alla luna.

Il sole è fonte di vita ma anche origine di morte (il “troppo sole”).
La luna schiarisce il buio della notte, ma nel buio fermenta il vecchio per dar vita al nuovo.
 
Nell’antica Grecia sacro al sole Apollo era il gallo, che in certe nostre campagne nel secolo scorso, proprio nel giorno di san Giovanni d’estate, veniva “sacrificato” (prosaicamente messo in pentola per un brodo saporito).

Socrate fece sacrificare un gallo ad Esculapio, figlio di Apollo e dio della medicina.

Protagonista delle notti di maggio è l’usignolo che canta fino a lasciare, all’alba, il posto al gallo, che annuncia e’ sol ad premavera.

Il gallo, l’annunciatore: uccello quasi fin troppo legato all’umano.

Sarà lui a cantare per ben tre volte al tradimento di Pietro.

Ma Pietro, pur tradendo, sarà il fondatore della chiesa. Non dobbiamo stupirci: il nostro è il mondo dei contrasti e del relativo.
Contrasti e contraddizioni fin troppo inconciliabili, ma solo apparentemente: chi sa vedere riuscirà a comprendere aspetti diversi di una stessa Cosa.

Il gallo non è in chiesa e nemmeno in Loggia.

Diversi documenti muratori del XVIII secolo lo spiegano. Il manoscritto Chetwoode (1700) dice chiaramente che la loggia perfetta è formata da sette maestri, cinque apprendisti, lontana un giorno dal paese, là dove non si ascoltò mai cane abbaiare né gallo cantare.

Il gallo non è in chiesa ma un tempo sul campanile. Il gallo non è in Loggia ma canta nel Gabinetto di Riflessione.

Struggente il fratello Carducci, che ricorda:

Sette paia di scarpe ho consumate
di tutto ferro per te ritrovare:
sette verghe di ferro ho logorate
per appoggiarmi nel fatale andare:
sette fiasche di lacrime ho colmate,
sette lunghi anni, di lacrime amare:
tu dormi a le mie grida disperate,
e il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

Il gallo, l’uccello che annuncia il giorno, l’alba, la luce canta. Annuncia il risveglio.

E’ tempo di svegliarsi, riprendere il cammino.

Ma... e se non ti svegli?... se non vuoi svegliarti?

martedì 20 novembre 2018

Forza e Bellezza

Cogli il bello anche nella prosaica realtà quotidiana, magari proprio là dove il bello non pensavi ci fosse.

Cammino in collina. La strada è quella che percorro in auto quotidianamente, ma ora “vedo” tante cose nuove sulle quali ho sempre gettato uno sguardo frettoloso ma che non avevo mai veramente visto.

Là in certi momenti dell’anno si vede il sole levarsi dal mare a una trentina di chilometri in linea d’aria. Qui vidi un mattino un fagianotto vicino al corpo di un altro fagianotto investito da un’auto (fratello? Son validi anche per gli animali i nostri rapporti?) in attesa forse che si rialzasse. Segno che certi sentimenti non sono nostro monopolio umano?

E allora, uomini, sarà pur giunta l’ora di rivederli i nostri totalizzanti parametri antropocentrici!

Qui, camminando senza fretta, ho visto un piccolo cippo, seminascosto dalla vegetazione. Avevo già notato, passando in auto, l’inizio di una scala in mattoni sbrecciati, ma mentre guidi non hai tempo di soffermarti: cogli con la vista e sei già oltre. A piedi invece ti fermi, guardi, osservi...

Il cippo ricorda i soldati morti durante la prima guerra mondiale, cent’anni fa. I luoghi in cui morirono sono purtroppo noti; di altri leggiamo che morirono “in zona di guerra”, cioè non si sa dove.

Mi colpisce la provenienza di questi ragazzi ed è chiaramente scritto: ragazzi che abitavano qui morti nella guerra.

Qui, in una piccola località sulle prime colline. Una quindicina di ragazzi morti in guerra. Oggi come allora una manciata di case.

Ma noi oggi non riusciamo più a cogliere il contesto. Se in una piccola località di collina (poche decine di abitanti) una decina di suoi ragazzi cadde in guerra, e altrettanti in un’altra piccola comunità a poche centinaia di metri in linea d’aria da qui, quale fu l’impatto emotivo in gente attaccata alla propria terra per la quale forse era estraneo il senso di “far la guerra” in terre sentite lontane?

Camminando rifletto sulla Bellezza del vivere in piccole comunità abbarbicate alla terra, che dalla terra traevano non solo il (poco) sostentamento materiale ma il senso della vita.

E rifletto sulla Bellezza di chi aveva (aveva? no, se l’era costruito!) un orizzonte più vasto, che sentiva il senso di idee per tanti in quei tempi astratte e artificiose: patria, indipendenza, libertà. E fratellanza. E uguaglianza.

E rifletto (sì, la Bellezza una volta che fa breccia nella mente diventa un mare inarrestabile) sulla guerra, sulle idee, sulle persone, sugli uomini che seguono le idee e sugli uomini dietro alle idee.

Al di là di considerazioni su guerre giuste e guerre ingiuste (tendenzialmente sarei per intenderle tutte ingiuste, ma... e la difesa?) ho sentito forte il senso di quei moniti alla guerra e quei cippi ai caduti “di tutte le guerre”, senza distinzioni. Ricordo come da adolescente mi irritassero quelle scritte “ai caduti di tutte le guerre” come indice di indifferentismo; oggi invece mi paiono segni di saggezza.

Mi colpisce chi lotta per la libertà, ma mi commuove il ragazzo che viene sbattuto in paesi lontani e muore vestendo la “divisa sbagliata”.

Tra le carte di mio padre ho trovato sotto la data del 4 agosto 1962 due righe dedicate all’amico Araldo, morto nel giugno 1942 nei battaglioni delle camicie nere d’assalto. In quei giorni i suoi resti ritornavano per riposare nel cimitero di casa.

Quanti giovani sono morti allora, in buona fede come te, credendo di servire la patria, mentre invece si sacrificavano soltanto per gli interessi materiali del fascismo!
Ma io non voglio ora polemizzare coi vivi. Voglio solo ricordare l'amico che, non ancora ventenne, cadde in terra straniera e solo ora può riposare nella sua terra. Che importa se indossavi la camicia nera! A coloro che sono caduti combattendo in buona fede, a qualunque credo politico o religioso appartenessero, qualunque fosse il colore della camicia o del fazzoletto che portavano, a tutti costoro deve andare il nostro rispetto, sia che ingenuamente abbiano offerto la loro vita al regime che già imperava quando essi nacquero, sia che generosamente si siano immolati per riconquistare la libertà all'Italia.
Ai Morti, a tutti i Morti, il nostro rispetto ed il nostro rimpianto.
Riposa in pace, Araldo.

La Forza ci induce alle distinzioni e alla valutazione dei motivi; la Bellezza ci spinge semplicemente ad aprirci agli altri.

Oggi sono avvenimenti lontani, lontani quelli dell’ultima guerra e lontanissimi quella della precedente (è appena passato il centenario della fine). E quei nomi scritti sul cippo, ragazzi nati nell’ultima decade dell’Ottocento e morti nella seconda del Novecento (cent'anni fa), oggi non li ricorda più nessuno: sono appunto solo nomi su un monumento e una foto sul vetro.

Il tempo scorre, secondo la forza della vita. La legge naturale va accettata: è la bellezza della vita.

lunedì 19 novembre 2018

Annibale e Gaetano 4

Non ci voleva molto a capire, malgrado la censura e la retorica imperante, che la guerra era irrimediabilmente persa. Lo si capiva dalle restrizioni della vita quotidiana, dall’essere molta merce irreperibile.

Chiunque lo capiva, tranne chi viveva accecato dalla finta Bellezza che scambia lustrini per illuminazioni spirituali e vede gioielli nei fondi di bicchiere.

Chiunque lo capiva, tranne i pochi ciechi che vivevano nella mistica della retorica e avevano perso i contatti con la realtà.
Tra questi il nostro Annibale. Messo in disparte dopo la presa del potere perché chi vuole la “rivoluzione continua” è invece preda della “stupidità continua”, in quello scorcio di regime è ripescato solo perché tra gli unici disponibili nel fuggi fuggi generalizzato, indipendentemente dalle capacità, indipendentemente dalla intelligenza, indipendentemente da tutto.

L’entrata in scena del cav. Annibale è tutto un programma.
Annibale, uomo vissuto di cattiva poesia, statico nei suoi versi svincolati dalla realtà, scattante nelle sue fantasticherie ma solo in quelle, non comprende il senso dell’animosità della discussione tra i quattro maggiorenti del partito. Assistiamo al classico prender fischi per fiaschi, lucciole per lanterne. Annibale capisce che quei “ragazzi” discutono della “morte eroica” invece dei “luoghi da preferire per imboscare le di già in salvo famiglie”.

Lui non capisce, ma gli altri sì. Capiscono subito con chi hanno a che fare, capiscono subito che razza di “esaltato alle [loro] calcagna” fosse. Per loro – ne sono sicuri – con un pazzo come quello non ci sarà scampo.

Pazzo – Che vuol dire pazzo? Dal nostro punto di vista non è pazzo: è solo un minus habens che crede ella sua “bellezza”. E non sa cosa sia la “realtà”, perché con la realtà “lui” non ha mai avuto rapporti.

Ed ecco quindi che gli interlocutori, i funzionari di partito, gli uomini pratici (che non perdono il contatto con la realtà, ma che colgono solo ciò che può giungere dalla realtà a loro aiuto o interesse) rimangono dapprima sbalorditi e increduli. Poi cercano di reagire, obiettando – anche realisticamente – l’assenza in città di bombardamenti proprio a causa – fino a quel momento – del loro “buon governo” (sic!): mai utilitarismo fu piegato a bassezze personali!

Ma si trovano spiazzati di fronte al granitico Annibale: il popolo ha “bisogno” del “battesimo del fuoco”!

Povero Annibale – Incosciente – Ecco dove si annida il Diavolo! Solo un minus habens come lui può parlare di necessità (!) di un’azione bellica!

Interpellato maliziosamente dal federale con un “Scusi eccellenza” ecco che subito il poverino parte con una sparata che mostra quanto poco abbia compreso di ciò che stava succedendo. Per prima cosa riprende immediatamente l'interlocutore per l’uso del vetusto lei al posto del prescritto voi e per la mancanza della divisa, essendo i quattro, pur alti titolati della milizia e del partito, in abiti borghesi. Li vuole lì entro breve, in divisa, per l’adunata della popolazione, che si convocherà per la sera, con tanto di divise e fiaccole, a sostegno del paese e del regime. Inutili le obiezioni, sensate sulla illuminazione e le fiaccole: “Il Mar Mediterraneo era pieno zeppo di portaerei e sarebbe bastata la fiammella di un lumino a far divampare l’incendio”.

Congedati i quattro, il cavaliere visita la sede del partito. Non trova trova nessuno: tutti fuggiti. Tutti tranne Gaetano, un vecchietto che lavora in uno sgabuzzino in fondo a un corridoio.

I casi della vita. Annibale e Gaetano erano amici e camerati alla marcia su Roma di vent’anni prima. Anche Gaetano era stato messo da parte, irriducibile, come Annibale, avversario di ogni “normalizzazione”. Due uomini fatti della stessa pasta: nostalgici degli inizi, ma congelati a quei tempi e incapaci di cogliere i cambiamenti nel mondo.

Come il mitico Ercole siete fermo tra le Colonne che rappresentano la Forza e la Bellezza.
Dovrete alimentare una conoscenza più sottile: alla Forza dell’Intelletto dovrete aggiungere la Bellezza dell’Immaginazione perché possa suscitarsi, in voi, l’Intuizione che trascende il Raziocinio...

Annibale e Gaetano proprio non son riusciti nella loro vita ad alimentare la Bellezza dell’Immaginazione. Si son “fermati” alla fantasticheria, che Bellezza non è anche se può apparirvi simile.

E così i due fantasticano sul “seguito” nel popolo: il popolo sarà ancora con noi, il popolo è con noi. Se ritorniamo in mezzo al popolo, sarà ancora con noi.

Passano il pomeriggio immersi nelle loro fantasticherie senza fondamento, sogni di bimbi sognati da chi bimbo non è più. Al calar del buio, mancando la corrente elettrica, alla luce di due fiaccole, inopinatamente accese, che Gaetano conservava per festeggiare la futura vittoria, usciti nella buia piazza deserta danno l’esca ai bombardieri alleati che sganciano sulla città. Ecco il battesimo del fuoco tanto vagheggiato da Annibale per temprare gli animi! Tanto li temprò che cancellò anche i loro corpi tra le macerie in fiamme.

E i quattro dirigenti del partito?

Fuggiti, loro sì avulsi dalle fantasticherie, anzi avulsi dalla Bellezza tutta.

Fuggiti, come tutti gli opportunisti. Pronti a cambiar bandiera. Anzi, con la bandiera già cambiata.

Altro che Bellezza! La Forza era il loro fine, la Forza pura e semplice... La Forza del più forte... La Forza del vincitore...

Insomma la Forza di chi forte non è. La Forza del debole.

domenica 18 novembre 2018

Annibale e Gaetano 3

Il racconto è ambientato nel luglio 1943. La guerra per l’Italia sta andando sempre peggio. Gli alleati sono sbarcati in Sicilia e vengono accolti come liberatori. L’esercito italiano in Sicilia non mostra grande combattività.

L’ambientazione è in una cittadina della Campania. Ma non importa tanto il luogo fisico, tanto più che il senso di avere ormai perso la guerra era ormai diffuso in tutti, tranne in qualche frangia iper-ideologizzata.

Le strutture del partito (il partito nazionale fascista), asse strategico del consenso al regime, erano ormai in disfacimento In un sempre più diffuso atteggiamento ostile verso la guerra il partito si dissolve: a nulla servirà il velleitario ritorno alle origini, alla cosiddetta “rivoluzione fascista” (che rivoluzione non fu che nella propaganda del regime).

Da qui parte il racconto, dal regime ormai disfatto, dalla guerra ancora in corso ma ormai persa.

Quattro alti dirigenti del partito, che hanno già avuto l’accortezza (e la possibilità a differenza della gente comune!) di mettere al sicuro le proprie famiglie, stanno discutendo sui luoghi dove “imboscare le già in salvo famiglie”.

C’è sempre stata una grande retorica sul “tengo famiglia” che giustificò e ha giustificato certe scelte di sottomissione al potere del momento. “Tengo famiglia” potrebbe essere il motto sulla bandiera di molti, di tanti, troppi.

I gerarchi locali, specie i più avvertiti, quelli che dalla crisi del regime hanno da perdere di più, sono sulla via via del “disimpegno”, proprio quelli che più di altri riuscirono ad ottenere, causa la posizione raggiunta, privilegi e benefici (la dice lunga che proprio loro prima di tutti abbiano cercato di mettere al sicuro le famiglie prima dell’inizio dei più che probabili bombardamenti.
Non concordo sul giudizio di Rea sulla “convalescenza” del paese, considerare molti italiani “convalescenti” dopo la “malattia” ventennale del fascismo e quindi ancora incerti sulle gambe con un senso dell’orientamento incerto e pencolante.

No, non sono d’accordo. Quegli italiani erano ben saldi e certi solo pochi anni prima. Saldi nella loro Forza senza nessun intervento di Bellezza che avrebbe potuto essere un valido vaccino contro la disarmonia che li aveva presi. Ci voleva una guerra che stava per essere persa per svegliarli dal loro sonno? Oppure restavano addormentati in attesa di un altro sonno?

No, questi piccoli gerarchi non mi commuovono e nemmeno mi sento di essere solidale con loro: in prima fila ai tempi “buoni” ed ora sempre in prima fila per defilarsi (e ce la faranno, ce la faranno...).

Il partito arranca, si ingarbuglia. Sogna di impossibili ritorni alle origini. Non capisce che la mancanza di fiducia non è più verso il partito, ma ormai è verso il ventennale regime. Sembra quasi che dopo un ventennio di sbornie di Forza non abbia la minima capacità di accogliere l’intuizione della Bellezza.

Nelle alte sfere decidon di mandare in provincia degli ispettori a rincuorare i deboli, cioé inviare una sorta di cavalieri dell’Apocalisse, personaggi che “avevano ardentemente creduto, ma avevano commesso l’errore di scambiare la politica della violenza per una lirica di D’Annunzio”. Ma se la Bellezza (mancanza di Bellezza) si riduce a inventare nomi senza senso e affidarsi a uomini senza senso vuol dire che il ciclo è ormai terminato!

Erano ingenui quei “cavalieri dell’Apocalisse”? Sì, certo, ma non solo. Li chiamerei dei “minus habentes”, attivisti che non avevano capito il passaggio dalla eccezionalità alla normalità, non avevano capito cosa fosse successo e non capivano cosa stesse succedendo.
Sicuramente credevano in quelle idee, ma appunto perché credevano nella violenza ma non nell’incontro delle persone. Non cercavano di unire ciò che era sparso e disperso, ma solo di colpire l’avversario, il nemico e di metterlo a tacere. Eventualmente di eliminarlo. Era quella la loro strada e, limitati come erano, non potevano vederne di altre. Ma per eliminare bisogna aver con se la Forza, ma quella ormai non c’era più. Non erano stati capaci di accogliere la Bellezza della vita e avevano scambiato per Bellezza solo alcuni aspetti della Forza e si erano così posti al di fuori del flusso della vita: una volta comparse utili, ora solo comparse evanescenti.

Alla vigilia della fine del regime quelle figure furono sguinzagliate in giro per l’Italia: ultima illusione di mantenere in vita ciò che era ormai finito. Ultima risorsa? No, ultimi tizi a disposizione: nella loro pochezza non s’erano ancora accorti di ciò che ormai tutti avevano compreso.

Ecco così che il nostro “cav.” Annibale giunge campione inaspettato e piomba nel bel mezzo della feroce discussione dei quattro “disimpegnandi” sul luogo più sicuro dove imboscare le già imboscate famiglie.

Annibale è venuto a sistemare le cose; però non solo non ha capito cosa stesse succedendo nel paese ma nemmeno capisce la situazione e la realtà delle cose...

(continua)

venerdì 16 novembre 2018

Annibale e Gaetano 2

Tramortito, il federale, riattaccando il ricevitore e cominciando a balbettare: « Scusi, eccellenza... », si vide assalire da un grido:
« Che cosa è mai questo lei? Ti diferirò al consiglio di disciplina. Siamo al lei in questa città di felloni? » E rivolgendosi anche agli altri « Dove avete cacciato le vostre uniformi, dove? Doveee? Di corsa, via, andate a casa e ritornate immantinenti, in pieno assetto rivoluzionario. Voglio eseguire un’ispezione capillare e porre in grande rilievo la cerimonia di questa sera. Se necessario suoneremo le campane. Capito? ».

Il federale, il vice federale, Califano e Gallina da parecchi giorni vestivano in borghese. Non potendo fuggire, cercavano di farsi dimenticare. Ora, altro era poter dire davanti a un tribunale: “ Si, ci avevo creduto, ma fin dal mese di aprile, che dico, fin dal mese di gennaio “ (non sarebbero stati li a sottilizzare...) “ mi ero tolto la divisa, restando al mio posto come un funzionario dello stato e per lo stato ”; altro discorso ammettere d’essere rimasti fino all’ultima ora in uniforme, senza mai compiere un tentativo di rottura con il doppio gioco.

Quel folle, no, non ci voleva. Bisognava salvare il popolo di B. Bisognava risparmiargli il battesimo del foco e il lavacro cruento, come diceva il Cavaliere. Le fiaccole? Il Mar Mediterraneo era pieno zeppo di portaerei e sarebbe bastata la fiammella di un lumino a far divampare l’incendio.

Questo il discorso press’a poco che il federale tenne ai suoi compari.

« Intanto, che facciamo? ».

« Faremo il suo gioco. Suoneremo anche noi le nostre campanelle » disse il federale. « Per ora andiamo a casa. Vestiamoci. Ritorneremo in federazione con le tendine della macchina abbassate. Poi si vedrà. Ho fiducia nel mio destino. Tra mezz’ora tutti qua. Sono le 13 e 19, alle 13 e 49 ci presenteremo a quel folle e cercheremo di farlo ragionare con le buone o con le cattive. Ci sono molte cantine in federazione e come albergo a un eroe come lui non dovrebbe dispiacere. Che ne dite? ».

Il vice federale Califano e Gallina annuirono e si sciolsero.

Nel frattempo il nostro Cavaliere non se n’era stato con le mani in mano.

Lasciata la grandiosa camera di consiglio si era lanciato per i corridoi. Apriva e chiudeva le porte di tutte le stanze che gli capitavano sott’occhio e non riusciva a capire perché fossero deserte e alcune anche in disordine come chi, per un vento straordinario, lascia tutto come si trova e scappa. Disceso al piano rialzato gli si parò davanti un altro lungo, largo e arioso corridoio, ma ancora più vuoto degli altri. “ Cosa succede “, pensò il Cavaliere. “ Oggi è ben un giorno feriale e questi mangia-stipendi hanno fatto vacanza? Stilerò subito un rapporto da inviare a Roma. Voglio i nomi dei centoventi impiegati “. E procedendo nell’ispezione esclamava: “ Guarda che palazzi si sono fatti costruire, tutto marmo, senza risparmio. La è proprio una bella retrovia... “. A questo punto senti il tonfo di un timbro.
Non si era sbagliato. In uno sgabuzzino, in fondo, c’era un vecchietto che timbrava alcune circolari in partenza. Il Cavaliere si stropicciò gli occhi come a una distorta visione e gridò:
« Gaetano, sei tu Gaetano Amatruda? ».

« Sono io e voi, chi siete? » rispose il vecchietto, scattando nel fiero saluto regolamentare.

« Sono Annibale, Annibale Savina. Non ricordi? Il covo a Milano? Le battute in Romagna contro i vili? Il bivacco a Roma? Ne abbiamo passate di belle, eh! ».

« Annibale, Annibale mio, oh che gioia rivederti. Donde vieni? ».

« Da Roma, inviato personalmente da Lui ».

«E perché fare in questa morta gora? ».

« A metterla in subbuglio, a dar calore e foco agli egri petti ».

« Ma cosa vuoi riscaldare, amico mio. Neanche un incendio potrebbe ottenere i giusti effetti. Sono tutti tremanti di paura. Non vedi dove mi hanno cacciato per non essere disturbati neanche dalla mia presenza?... ».

« Camerata, fratello, non ti preoccupare. Ora siamo in due, siam forti e intrepidi. Ci vendicheremo. Li faremo rigare diritto. Li ho già spediti alle loro case con l’ingiunzione di ritornar qui immantinenti e in perfetta uniforme. Debbono preparare la piazza a uno storico discorso, con fiaccolata finale. Anzi, sarebbe grazioso che fossi tu a presentarmi all’avido pubblico ».

« Magnifico ».

« Il popolo è con noi » disse il Cavaliere.

« Se ritorniamo in mezzo a loro, sarà di nuovo con noi » rispose esultando Gaetano che, dopo anni e anni di umiliazioni, ritrovava un amico fiero e rotto a ogni avventura.

Intanto le ore passavano e dei compari neanche una gamba, una mano o soltanto un fantasma. Per fortuna, Annibale e Gaetano si erano dimenticati del mondo, esaltandosi ai ricordi del passato. Si erano tolte le giacche e, ora, in bretelle e senza cravatta come al tempo della marcia si sentivano a loro agio. Felici e contenti mangiarono pane e mortadella e tra un boccone e l’altro ricordavano la memorabile visita compiuta al Vittoriale, visita a cui aveva voluto partecipare anche lui e nella sua forma migliore, d’antiborghese nato e cresciuto e come loro amante dei buoni versi.

Annibale:
O Miramare, che di foschi ondeggi
frassini al vento, murmuranti e lungi...

Gaetano:
Sol’io combatterò
procomberò sol’io.

Infine si alzarono e, come in un duetto all’opera, gridarono:

« Evviva, evviva ».

Placàti, Gaetano disse:

« Io non lo vedo che saran forse tre lustri. Una volta gli spedii una lettera senza ottenere risposta. Ne rimasi ferito e ora son quaggiù solo per l’antica fede ».

Annibale si commosse profondamente e per confortarlo rispose:

« Vedessi com’è ridotto. Guance infossate, occhi spiritati, mani tremanti. Fa pena. L’aver bevuto sino in fondo l’amaro calice gli ha fatto bene, gli ha giovato, gli ha ridato la grande memoria eroica. Ha pianto nelle mie braccia, dicendomi: “Pochi fummo e pochi siamo, ma salveremo la patria lo stesso “ ».

« È comodo però ricordarsi dei veri amici nel pericolo » commentò Gaetano.

Annibale non volle trattare questo tema e rispose:

« Credimi, le sue idee erano anche le mie. Forse sono più mie che sue. E poiché sono mie io le seguo e se lui non mi seguisse io tratterei anche lui come ho trattato questi cialtroni... A proposito, che ora si è fatta? Non voglio credere per davvero che siano dei felloni ».

« Sono pigri » disse Gaetano « ma finiranno per spuntare ».

Fino all’ultimo ingenui, Gaetano come Annibale, Annibale come Gaetano, Gaetano aggiunse:

« Poveri ragazzi, abbiamo pensato male di loro e forse ci stanno cercando ».

« Allora andiamo a cercarli noi », propose Annibale.

« Andiamo ».

Ma era tardi, molto tardi. L’energia elettrica mancava e Annibale propose di accendere due fiaccole. Gaetano ne conservava un paio di dozzine in vista del giorno della vittoria. Le trovarono, le spuntarono, le accesero e, ispezionato l’edificio e non trovando anima viva, uscirono alla strada, lacerando l’oscurità con le sinistre fiamme, al grido di:
All’armi, all’armi,
all’armi, siam...

A quella fiammata, una fontana di scintille, gli aerei in agguato si precipitarono a stormi su B., che, alfine, riceveva il battesimo del fuoco; con grande gioia di Annibale e Gaetano di cui ben presto, travolti dalle gigantesche esplosioni, si perse ogni traccia mortale.

Press’a poco nello stesso momento il federale, il vice federale, Califano e Gallina potevano riabbracciare, al riparo di una solitaria chiostra di monti, le rispettive famiglie. La moglie del federale non voleva ricevere il marito, irriconoscibile. Nel tempo di una notte, per la paura, era diventato canuto.

Domenico Rea

martedì 13 novembre 2018

Annibale e Gaetano 1

E' una novella di Domenico Rea che ho trovato poco tempo fa in una breve raccolta per ragazzi della Nuova Italia: Domenico Rea, "Questi Tredici", Edizioni La Nuova Italia, 1968.
La novella è ambientata in una cittadina campana (immagino non lontana da Napoli) alla vigilia del crollo del regime fascista il 25 luglio 1943.
Mi ha colpito l'immaginazione e mi ha fatto riflettere sulle tematiche "nostre": credo che la Massoneria sia alla fin fine un metodo di lavoro che può incidere nel nostro interno e che la sua applicazione non debba limitarsi alle poche ore del lavoro di Loggia.
E qui dò una lettura appunto "mia" del racconto.
 
*

In quei giorni (si era alle soglie del fatidico 25 luglio) il partito mandava in giro per fasci e federazioni i suoi figli migliori, i veri credenti, coloro che si potevano considerare gli apostoli del regime e di cui pochi conoscevano il nome e quasi nessuno il glorioso passato.

Nell’aria c’erano ombre di ravvedimento e delusioni. Il giaccone di orbace con la testa di morto attaccata al taschino e il berretto con l’aquila romana cominciavano a dar fastidio come una camicia di forza. Centurioni e seniori, un tempo apparsi con la possanza di antichi romani, dimagrivano nella divisa una volta aderente, ora larga e piena di pieghe, come chi sia costretto a indossare un vestito acquistato prima di una grave malattia.

Se poi si pensa che in quel torno di tempo anche brava gente, l’immensa categoria degl’ignavi, si considerava in convalescenza, è facile immaginare lo stato d’animo di chi si era spinto fino al punto di attraversare le strade in piena luce e sotto lo sguardo di amabili signore al passo dell’oca.

Ora tutti sanno di quali e quante storture e incubi sia suscitatore il fenomeno della convalescenza. È paragonabile a una persona che comincia ad andare in bicicletta, sempre di qua e di là dall’equilibrio, sempre sul punto di cadere. E poiché in quei giorni una notevole percentuale d’italiani sembrava aver perduto il senso dell’orientamento, “ quelli di Roma “ pensarono di sguinzagliare — a raggiera — per le innumerevoli strade d’Italia, i Cavalieri dell’Apocalisse.

Una cinquantina di persone in tutto, questi cavalieri. Essi avevano ardentemente creduto, ma avevano commesso l’errore di scambiare la politica della violenza per una lirica di D’Annunzio e del genere di:

Naviglio d’acciaio, diritto, veloce, guizzante,
bello come un’arme nuda...

Il regime, grazie a questa loro pericolosa ingenuità, li aveva tenuti all’ombra durante il ventennio, offrendo loro dei contentini: un diploma di benemerenza, una medaglia al valore culturale, una sinecura in qualche ufficio sperduto del Minculpop. Uomini di questo genere, inclini all’autoesaltazione, funzionano bene nei giorni di bivacco. Col ritorno all’ordine, rassomigliano ai parenti poveri, ai guastafeste e ingenerano fastidio e commiserazione.
Ad altra gente era stato concesso di salire nella gerarchia. 

Qualcuno, certo, si era ribellato e aveva parlato di “ rivoluzione tradita “ e di rivoluzionari imborghesiti. Ma aveva predicato al deserto. Lo avevano lasciato sfogare sulle squallide pagine dei mensili rionali che nessuno leggeva e che nel migliore dei casi divertivano i camerati assisi in soffici e sontuose poltrone, circondati da servili e ridanciane compagnie, press’a poco come quelle aggirantisi dentro e fuori il sinistro palazzotto di Don Rodrigo.

Ma con l’insorgere dei tempi duri e con la trasformazione del classico cielo italiano in una succursale di Piedigrotta — le notti come caldaie bollenti di fuoco fuso alimentate dai grappoli di bombe al tritolo lanciati dalle fortezze volanti — ecco che le persone dabbene e quelle che si erano fatte avanti e in alto con l’arte dell’adulazione e dell’ipocrisia, per timore di ben altre sciagure, cominciarono a meditare sul non meno classico e secolare camaleontismo, lasciando volentieri le metafisiche e dechirichiane piazze in balia di alcuni poveri diavoli con baffi e mosche dartagnanesche.

E fu cosi che un bel giorno, nella impauritissima federazione della città di B., in Campania, giunse inaspettato e indesiderato un impagabile campione con lo scopo preciso di riscaldare i cuori e i tremolanti petti. Nell’incursione della notte precedente su una cittadina nei pressi di B., i cavi telefonici erano saltati e il servizio di spionaggio interno collegato con Roma non dava segno di rimettersi a funzionare.

L’arrivo quindi del Cavaliere non era stato preannunciato e ora giungeva al colmo di una furiosa discussione tra i più alti funzionari in carica sui... luoghi da preferire per imboscare le di già in salvo famiglie. Per essi, ahimè, dicevano, (ma non ci credevano) per le loro oneste persone non c’erano speranze. Qualcuno doveva pur correre il rischio di una "morte in bellezza", frase tipica di quei tempi. Problemi grossi sui quali si stavano accanendo quei quattro governatori meridionali che, d’ora in ora, avviavano verso remote plaghe montane a raggiungere i congiunti ora un sacco di grano, ora un sacco di patate o di farina e damigiane d’olio e di vino, strappate dalle mani insanguinate dei primi "contrabbandieri" .

Se il nostro Cavaliere fosse stato un uomo saggio avrebbe subito capito da che parte tirava il vento. Ma poiché era vissuto sempre di versi, disse a se stesso: "Guarda questi ragazzi come si preoccupano. Con quale mai audacia discutono i problemi della morte eroica".

E ciò persuaso entrò col braccio teso al saluto, gridando:

« Italia, Italia,
sacra alla nuova aurora,
con l’aratro e la prora.

Camerati, all’erta. Sono tra voi. È Lui in persona che ha voluto che io venissi a portarvi il Suo incoraggiamento. Consideratemi più di un camerata, un fratello. Non vi abbandonerò. Stasera è mia intenzione di parlare virilmente al fedele popolo di B. e alla fine chiuderemo la manifestazione del coraggio con corteo, inni e fiaccolata. Le avversità si combattono e vincono calpestandole ».

Apriti cielo. I quattro funzionari erano stupefatti. In un istante pensarono alla fatalità della loro rovina. Con un esaltato di quel calibro alle calcagne, non avrebbero avuto alcuna possibilità di scampo. Infine il federale si fece coraggio e disse (ma con un tono volutamente ragionevole come si fa con i pazzi e con certi bambini):

« Camerata di Roma, noi contraccambiamo i saluti del nostro grande capo e siamo onorati, oltre che lieti, di averti tra noi. Non avevamo bisogno di iniezioni di eroismo, perché abbiamo coraggio da vendere, ma la compagnia di un eroe è in ogni caso utile in questi giorni. Ma vi è un ma, eh, si, un ma. La manifestazione non si può fare... ».

« Ahahahah, e perché? » chiese il Cavaliere dell’Apocalisse.

« Perché saremmo immediatamente avvistati dalle fortezze volanti. E grazie a Dio e al nostro buon governo in questa terra non è ancora corso il sangue dei morti e dei feriti da incursioni ».

« Per il gran capo, potrebbe essere questa l’occasione! Il popolo ha bisogno del battesimo del fuoco, del lavacro cruento — e guardando a fondo i quattro gerarchi aggiunse: — Signori, a Roma sono giunte voci ambigue e strane sul vostro conto. Ricordate che vige la legge marziale. Bisogna far qualcosa che:
...sia foco
agl’italici petti ».

Il federale, il vice federale, il seniore Califano e il centurione Gallina si guardarono ancora una volta terrorizzati. Pensarono che se da Roma si sguinzagliavano per il Paese pazzi di quella pericolosità si poteva chiuder bottega davvero. Travolto dalla paura, che a volte ha le forme del coraggio, il federale osò chiedere al Cavaliere:

« Ma scusi, in definitiva, lei chi è? ».

A questo punto squillò il telefono e come dall’oltretomba una voce remota prese a dire al federale:

« Pasquale, guarda che in giornata da voi dovrebbe arrivare *** ...
Di già? Come, chi è? È stato un intimo del capo tra il 1918 e il ‘25, tenuto in seguito all’ombra per il suo insopportabile spirito rivoluzionario. Il capo, ritornato ai sentimenti delle origini, ora si fida soltanto di lui e di altre quarantanove persone. Mi raccomando, tienilo a bada. È pericoloso. Buona fortuna ».


(continua)

domenica 11 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 12

Ecco la scelta della prova.

« Sei disposto ad ammansire un cane furioso per dar prova della tua fede? » Rabbrividii di orrore. « No, non ne sarei capace » esclamai rifiutando.
« Sei disposto a dare immediatamente alle fiamme per nostro ordine l’archivio della Lega come ora il Fiduciario ne incendia una parte davanti ai tuoi occhi? »...
«No,» gridai « nemmeno questo saprei fare ». (88)

Quale prova, allora sceglierà il già narratore?

« Cave, frater » esclamò il Capo supremo, rivolgendosi a me. « Stai in guardia, impetuoso fratello! Ho cominciato dai compiti più facili, per i quali basta un minimo di fede. I compiti seguenti saranno via via più difficili. Rispondi: Sei pronto e disposto a interrogare l’archivio sul conto di te stesso? ». (88-89).
Mi sentii venir freddo e fermarsi il respiro... Col respiro affannato risposi di sì. (89)

Già, interrogare gli archivi su se stesso. Una specie di esame di coscienza che la pratica religiosa imponeva quotidianamente al devoto. Ma non era devozione, era al contrario un atto importante: rivedersi nelle azioni della giornata imponeva il giudizio sul comportamento tenuto. Giudicarsi significa vedersi con gli occhi altrui.

Salire sulla scala curva significa aumentare il proprio orizzonte e cambiare punto di vista. Ma significa che anche gli altri cambiano la loro visuale possono vedere anche ciò che tu non vedi (banalmente ti guardano la schiena, che tu non hai mai visto né vedrai mai).

Ed eccoci al giudizio di quell’archivio onnicomprensivo. Che cosa vi era registrato di così tremendo?

Vidi poi il mio nome con questa nota:
Chattorum r. gest. XC.
civ. Calv. infid. 49.
Il foglietto mi tremava tra le mani. Intanto i Superiori si alzarono l’uno dopo l’altro, mi strinsero la mano; mi guardarono negli occhi e si allontanarono. L’Eccelso Seggio rimase vuoto, per ultimo scese dal trono il Capo supremo, mi porse la mano, mi guardò negli occhi, sorrise di quel suo pio e servizievole sorriso da vescovo e per ultimo uscì dalla sala. (89)

Ecco il già narratore solo con se stesso, pronto a interrogare la propria coscienza sul suo comportamento. Non è tanto il giudizio su di sé, già dato. Ma vedere dove e come avesse sbagliato.
Si trattava del viaggio in Oriente e precisamente del punto cruciale nella gola di Morbio Inferiore. Ed ecco la prima scheda.

Il nostro gruppo, si leggeva, era arrivato fino a Morbio dove aveva dovuto sostenere una prova, ma senza esito felice: la scomparsa di Leo. Benché avessimo dovuto lasciarci guidare dalle norme della Lega e benché ci fossero precetti anche per il caso che uno dei gruppi rimanesse senza guida e questi precetti ci fossero stati ripetuti all’inizio del viaggio, tutto il nostro gruppo, dal momento in cui scoprimmo l’assenza di Leo, aveva perduto la testa e la fede, si era ingolfato nei dubbi e in vane discussioni e alla fine, contrariamente allo spirito della Lega, il gruppo si era scisso e smembrato in più partiti. (90-91).

La scomparsa del servitore Leo fu dunque una prova. Ma quei viaggiatori persero la testa e la fede, si trovarono cioè senza equilibrio tra Forza e Bellezza, con una Forza squilibrata perché le discussioni accentuarono la disgregazione del gruppo e una Bellezza squilibrata perché si persero ad arzigogolare e fantasticare su questioni irrilevanti. Mancò la realtà e mancarono in coesione; non ebbero la necessaria fiducia degli uni verso gli altri, non tanto per mantenere in vita il gruppo quanto perché solo in gruppo si poteva continuare. Non più gruppo, smarrirono la via.

Anche altri due partecipanti a quel viaggio tentarono di raccontarne la storia: Essi descrivevano i fatti di quella giornata in maniera non molto diversa dalla mia, eppure quanto sonavano diversi per me! (91)

Lesse in un manoscritto chiari riferimenti a sé.

Quel musicista H. H. fu un esempio lacrimevole. Pur essendo stato fino al giorno di Morbio Inferiore uno dei più fedeli e convinti confratelli, benvoluto inoltre come artista e, nonostante certe debolezze di carattere, uno dei soci più vivaci, si abbandonò ora ad almanaccare, soffrì di depressioni, si fece diffidente e nel suo ufficio peggio che trascurato, incominciando a diventare intrattabile, nervoso, attaccabrighe. Un giorno, quando rimase dietro agli altri, nessuno pensò di interrompere la marcia per lui e di andarlo a cercare, tanto era evidente la sua diserzione. (92-93).
Nell’altro la descrizione degli stessi fatti è ancor più sorprendente.
Come l’antica Roma cadde con la morte di Cesare o l’idea democratica universale con la diserzione di Wilson, così la nostra Lega crollò con l’infelice giornata di Morbio. Se in questo caso si può parlare di colpa e responsabilità, il crollo va addebitato a due confratelli apparentemente innocui: al musico H. H. e a Leo, uno dei servitori. Questi due, seguaci della Lega fino allora fedeli e benvoluti, per quanto ignari della sua importanza nella storia universale, questi due scomparvero un giorno senza lasciar traccia e non senza appropriarsi oggetti preziosi e documenti importanti, donde si può argomentare che i due miserandi fossero comperati da potenti avversari della Lega... (93)

Tre resoconti (i due qui letti e quello del nostro narratore dato all’inizio del racconto) dei medesimi fatti per opera di testimoni oculari. “Io c’ero!” potevano ben dire tutti e tre. Ma avevano raccontato le cose in tre modi del tutto diversi.

Le nostre fatiche storiche erano dunque vane, non era il caso di continuarle né di leggerle, si poteva tranquillamente lasciare che si coprissero di polvere nell’archivio. (93-94)

E se succede così per fatti storici, che molti hanno vissuto, sui quali esistono documenti, pensiamo come possono essere i resoconti di esperienze personali. Come si spostava, si mutava e snaturava ogni cosa in questi specchi, com’era beffardo e irraggiungibile il volto della verità che si nascondeva dietro a tutte queste notizie, contronotizie e leggende! Che cos’era vero? Che cosa era credibile? (94)

Ormai preparato a tutto, una furia prese il già narratore: doveva sapere cosa l’archivio diceva di lui.

Lasciamo la parola al narratore.

Mi trovai davanti allo scaffale che recava il mio nome. Era una nicchia che, quando ne spostai la sottile tendina, non mi presentò nulla di scritto. Conteneva soltanto una figura, una vecchia e malconcia scultura di legno e di cera, a colori pallidi, una specie di idolo barbarico che a prima vista mi fu del tutto incomprensibile. Era una figura che veramente ne conteneva due, in quanto avevano il dorso in comune. Mi soffermai a guardare stupito e deluso. In quella vidi una candela fissata al fondo della nicchia in un candeliere di metallo. C’erano fiammiferi, sicché accesi la candela che illuminò la strana doppia figura. A poco a poco questa mi si rivelò. Piano piano cominciai a intuire e poi a comprendere che cosa volesse rappresentare. Rappresentava un personaggio – che ero io — e il mio ritratto era spiacevolmente debole e semireale, aveva lineamenti sbiaditi e in complesso un’espressione instabile, fiacca, morente o suicida, sicché sembrava quasi un’opera di scultura che fosse intitolata « Caducità » oppure « La decomposizio­ne » o qualcosa di simile. L’altra figura invece, che era unita alla mia, era tutta florida di colori e di forme e, mentre incominciavo a indovinare a chi somigliasse, cioè al servitore e Capo supremo Leo, scorsi anche un’altra candela fissata alla parete e accesi anche quella. Così vidi il doppio personaggio, che alludeva a me e a Leo, non solo diventare più evidente e somigliante, ma notai pure che la superficie delle figure era trasparente e si poteva vederne l’interno come si vede attraverso il vetro d’una bottiglia o di un vaso. E nell’interno dei personaggi vidi muoversi qualcosa, muoversi adagio con infinita lentezza, come si muove un serpe addormentato. Qualche cosa stava succedendo, come un fluire, uno sciogliersi lentissimo ma ininterrotto: dal mio ritratto qualcosa si scioglieva o fluiva passando nel ritratto di Leo, e così potei notare che la mia immagine stava per donarsi sempre più a Leo e per effondersi, per alimentarlo, e rafforzarlo. Col tempo l’intera sostanza sarebbe probabilmente passata da una delle immagini nell’altra e ne sarebbe rimasta una sola: Leo. Egli doveva crescere, io dovevo diminuire. (94-96)

La prima chiave di lettura è certo immediata: I personaggi di opere poetiche sono di solito più vivi e reali dei loro poeti (96)

Ma un finale ridotto così mi delude. Non riesco ad immaginare che tutto debba terminare così banalmente: il personaggio, Leo, creato dal narratore (H. H.) col trascorrere del tempo diverrà letterariamente grande e l’autore in carne ed ossa scomparirà.
Penso anche che la lettura di qualunque opera letteraria sia anche un colloquio che il lettore ha con chi scrisse, per cui io spiego e interpreto col mio sentire ciò che leggo oggi e fu scritto ieri. Forzo le intenzioni del narratore? Forse, ma è questione che non mi interessa: a me preme che una lettura lasci un segno in me, se possibile.

Qui preferisco interpretare la “doppia statuina” con Leo che “assorbe” HH (tanti direbbero, negativamente, vampirizza) come HH che diventerà Leo, conquistando il suo “doppio”, una specie di suo alter ego completandosi e dando vita a qualcosa di nuovo.
Intendo il Pellegrinaggio in Oriente non racconto di un volo della fantasia ma spunto di un metaforico “viaggio interiore” con il protagonista che è riuscito a comprendere che la fantomatica Lega che tutto registra e pare conoscere come comportarsi con ciascun suo aderente in realtà sia il “vero” se stesso. Quando il protagonista “capirà” necessariamente diventa uno dei Superiori della Lega, anzi il “Capo” della Lega perché “lui” è la Lega.

venerdì 9 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 11

Tanti erano i sentimenti del narratore, sintetizzati in pochi tratti dal romanziere.

Ero tutto proteso nell’aspettazione della sentenza che ero pronto ad accettare umilmente...
Ma più ancora ero colpito, commosso, costernato e felice per la grande scoperta della giornata: che cioè la Lega esisteva...
Ero stato io così debole e stolto da svisare le mie esperienze, da dubitare della Lega, da considerare fallito il pellegrinaggio in Oriente e da scorgere in me stesso il sopravvissuto e il cronista d’una storia liquidata e arenata...
Non ero che un fuggitivo, un apostata, un disertore.
Piccolo e umile stavo ai piedi dell’Eccelso Seggio, dal quale un giorno ero stato accolto come fratello nella Lega, dal quale a suo tempo avevo ottenuto la consacrazione a novizio e l’anello e, come il servitore Leo, ero stato inviato al pellegrinaggio...
E in mezzo a tutto ciò un nuovo peccato, una nuova inesplicabile omissione, una nuova vergogna si insinuò nel mio cuore : non avevo più l’anello, l’avevo perduto, non sapevo neanche quando e dove, fino a quel momento non ne avevo nemmeno avvertito la mancanza! (81-82)

Ecco finalmente la sentenza di questo anomalo processo, almeno come noi intendiamo il processo. Qui non c’erano accuse, testimoni, contraddittorio, difesa dell’imputato. Anzi, anomalia ancora più macroscopica, l’accusatore era l’imputato stesso.
Ma ascoltiamo la sentenza, pronunciata dal già servitore ed ora capo supremo della Lega. Merita una lettura attenta. Qui c’è la chiave di volta del racconto.

L’accusatore di se stesso... ha avuto occasione di liberarsi da alcuni dei suoi errori. Molte cose sono contro di lui. Si può anche comprendere e scusare che abbia rotto fede alla Lega, che ad essa abbia rinfacciato la propria colpa e stoltezza, che abbia dubitato della vita di essa, della sua continuazione, che abbia coltivato la strana ambizione di diventare lo storiografo della Lega. Tutte cose che non hanno gran peso. Sono, me lo permetta l’accusatore di se stesso, nient’altro che stupidaggini di novizio. Noi le liquidiamo con un sorriso. (82)

Improvviso le prospettive si sono rovesciate. Il narratore, cioè l’imputato, cioè l’accusatore di se stesso, per tutti gli ultimi anni non aveva fatto altro che “fuggire” da qualcosa della quale invece era convinto di essere alla ricerca. Forse non si sentiva all’altezza del nobile scopo ma non osava confessarselo e trasformò la meta che non voleva in un impossibile “oggetto del desiderio”. La scomparsa del creduto servitore Leo apparve un’azione voluta e necessaria: i viaggiatori dovevano proseguire da soli, guida di se stessi. Furono i viaggiatori a perdere Leo, non il viceversa. Fu il narratore tra i fumi distruttivi dei dubbi (non il dubbio sano che ti fa prendere coscienza dei tuoi limiti ma la titubanza incerta ed esitante che ti fa sospettare di tutto), a non incontrar più Leo. Eppure la ricerca del “servitore Leo” non sarebbe stata così difficile se a un estraneo (qualcuno direbbe un profano) fu sufficiente consultare un annuario pubblico per trovarne l’indirizzo.

Ma all’accusato sono da imputare anche altri peccati molto più gravi e il peggio è che egli non si accusa di questi peccati, ma pare che non se ne renda conto. Si rammarica di aver fatto torto alla Lega nei suoi pensieri, non sa perdonarsi di non aver saputo vedere nel servitore Leo il supremo detentore del trono ed è quasi sul punto di riconoscere quanto fosse grande la sua infedeltà. Ma mentre prese troppo sul serio questi peccati di pensiero e queste stoltezze e soltanto in questo momento si accorge con sollievo che si possono liquidare mediante un sorriso, egli si ostina a dimenticare le sue vere colpe che sono legione e ciascuna delle quali è abbastanza grave per meritare solenne punizione. (83)

Evidentemente il narratore-imputato si sentì molto sollevato dal sentirsi dire che i suoi presunti peccati gravi venissero cancellati: non sapeva vederne altri, anzi ai suoi occhi non ce n’erano altri. E non per un generale buonismo che fa supporre che un peccato diffuso in tutti sia meno peccato, ma perché non aveva ancora capito che certi stati d’animo, certi sentimenti sono di impedimento al cammino. Non aveva fallito il suo viaggio in Oriente?

La sentenza continuò, implacabile.

Imputato H., più tardi lei imparerà a vedere i suoi errori e le verrà indicata anche la via per evitarli in avvenire. Ora, soltanto per mostrarle quanto poco lei si renda conto della sua posizione le domando: ricorda la sua traversata della città in compagnia del servitore Leo che era incaricato di condurla davanti all’Eccelso Seggio? Sì, lei, se ne ricorda. E ricorda che siamo passati davanti al Municipio, alla chiesa di San Paolo, al Duomo e che il servitore Leo vi entrò per inginocchiarsi e pregare, mentre lei non solo rinunciò a entrare e a pregare, contrariamente al quarto paragrafo del suo voto, ma rimase fuori impaziente e annoiato ad attendere la fine di quella molesta cerimonia che a lei pareva tanto superflua e per lei non era che una odiosa prova della sua egoistica impazienza? Sì, lei se ne ricorda. Col suo comportamento davanti al portone del Duomo lei ha calpestato tutti i postulati fondamentali e gli usi della Lega, ha disprezzato la religione, trascurato un confratello, si è sottratto con dispetto all’occasione e all’invito alla preghiera e alla concentrazione. (83-84)

Già, l’impazienza, il non saper attendere... E l’orgoglio di voler procedere, la menzogna di credere di essere diversi da quello che si è, la cupidigia di “possedere”, l’incapacità di scrollarsi via le cose...
E’ così importante la preghiera? Sicuramente è una via per uscire dalla stretta materialità del mondo quotidiano, per collegarsi alla trascendenza, all’Altrove. Il narratore era stato invitato a collegarsi alla trascendenza. Era stato invitato – come si usa dire in queste occasioni – a chiedere l’assistenza e l’aiuto di Dio. Non l’ha fatto? Certo fu un’altra dimostrazione della sua pretesa di onnipotenza e di impazienza. Aveva dimenticato (ma l’aveva mai saputo?) che ogni cosa ha il suo momento e ogni atto ha il suo tempo sotto il sole. Aveva dimenticato il saggio consiglio a vivere l’armonia del mondo.

Il peccato sarebbe imperdonabile se non ci fossero particolari circostanze attenuanti.
Non vogliamo enumerare tutti gli errori dell’imputato, considerando che non deve essere giudicato secondo la lettera, e noi sappiamo benissimo che basta un nostro monito per ridestare la coscienza dell’imputato e farne un autoaccusatore pentito. (84)

Le cose si stanno chiarendo. Il tribunale del quale l’Eccelso Saggio proclama la sentenza è il tribunale della coscienza del narratore. Ecco chi è l'accusatore, chi è l’imputato, chi è il difensore, chi è il giudice e chi è il pubblico: è sempre lui, il narratore. Si trova di fronte al tribunale più minaccioso che avrebbe potuto incontrare, che ben difficilmente assolve l’imputato.

Comunque sia, autoaccusatore H., io devo darle il consiglio di portare anche qualche altra sua azione davanti al tribunale della sua coscienza. Devo rammentarle la sera in cui andò in cerca del servitore Leo desiderando di essere da lui riconosciuto come confratello, benché ciò fosse impossibile, poiché lei si era reso così irriconoscibile in quanto confratello? Devo ricordarle ciò che disse al servitore Leo? La vendita del violino? La vita disperata, stolta, angusta, da suicida che ha condotto da anni?
C’è anche un’altra cosa, confratello H., che non devo tacere. Certamente è possibile che quella sera il servitore Leo le abbia fatto torto col pensiero. Supponiamo che sia così. Leo è stato forse un po’ troppo severo, troppo razionale, non ha avuto forse sufficiente indulgenza e senso di umorismo per lei e per le sue condizioni. Esistono però istanze superiori e giudici più sicuri del servitore Leo. Quale fu il giudizio dell’animale sul suo conto? Si ricorda del cane Necker? Rammenta il ripudio e la condanna pronunciati contro di lei? E l’animale incorruttibile, non è partigiano, non è un confratello. (84-85)

Il cane quella sera al ritorno dopo l’incontro con Leo non riconobbe più l’uomo presentatogli solo poco prima. Il cane nel sentire comune è il segno della fedeltà e se abbaia non riconosce più chi gli è di fronte, come il cane pastore si scaglia contro l’estraneo, contro il potenziale nemico del gregge. Non canta Omero che i cani con la loro sensibilità straordinaria avvertono la presenza del dio?

L’Eccelso Saggio terminò. Autoaccusatore H., lei mi ha ascoltato, ha risposto di sì. Ha pronunciato, supponiamo, da sé la sua sentenza. (86)

Anzi, no. La sentenza non era ancora stata pronunciata: l’Eccelso Saggio non aveva fatto altro che mettere in evidenza, al narratore-imputato prima che agli altri, i fatti nudi e crudi. Il narratore era stato obbligato, in un certo senso, a salire sulla scala curva, a capire come certe azioni che paiono irrilevanti, in realtà possono essere gravi mancanze. Ha dovuto prendere atto che i suoi comportamenti non sono stati improntati dalla bellezza necessaria che non può essere solo un estetismo fine a se stesso, ma deve essere il necessario ornamento della vita vissuta. Senza bellezza la vita si riduce alla successione di atti di forza fini a se stessi.

La risposta del narratore-imputato non si fece attendere.

« Sì, sì » confermai con voce sommessa. « Sarebbe, come noi supponiamo, una sentenza di condanna? ». « Sì » mormorai con voce sommessa. (86)

Il Tribunale della coscienza, l’auto-tremendo Tribunale aveva emesso la sentenza, definitiva, senza appello. L’imputato si era condannato più che per le mancanze commesse, per la sua superficialità e per non avere capito. La sua colpa non era stata la ricerca fallita della risposta alla domanda, ma non essersi posto la domanda. Porsi la domanda significa essere già sulla via della trasformazione. In un certo senso la chiave della trasformazione è proprio tutta nella domanda, che spinge al cammino.

Il consesso dei Superiori della Lega non era un Tribunale, il luogo cioè dove i giudici esercitano il loro potere, ma semplicemente un consesso di aristocratici (mai senso etimologico fu più pertinente: gli ottimi, i migliori) che non cercava punizioni o condanne ma spingeva alla comprensione, al cambiamento.

Infatti Leo intervenne, alzandosi e allargando dolcemente le braccia in un impulso quasi di armonia generale.

Ora mi rivolgo a voi, Superiori. Voi avete udito. Sapete le vicende del confratello H. Si tratta di un destino che non vi è ignoto, parecchi di voi lo hanno sperimentato. (86)

La comprensione nasce sempre dalla sperimentazione. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, aveva ammonito il Maestro insegnando compassione e rifiutando una giustizia senza comprensione.

Fino a questo momento l’imputato non sapeva ancora o almeno non riusciva a capacitarsi che la sua apostasia e il suo smarrimento erano una prova a cui veniva sottoposto. Per molto tempo non ha ceduto, ha sopportato per anni di rimanere senza notizie della Lega, di restare solo e di vedere distrutto ogni fondamento della sua fede precedente. In fine però non potè più nascondersi e sottrarsi, il suo dolore divenne troppo grande, e voi sapete che non appena il dolore diventa abbastanza profondo si va avanti. La prova portò il fratello H. fino alla disperazione, e disperazione è il risultato di ogni serio tentativo di comprendere e giustificare la vita umana. Disperazione è il risultato di ogni serio tentativo di sostenere la vita con la virtù, con la giustizia, con la ragione, e di soddisfare le sue esigenze. (86)

Disperazione è mancanza di speranza. L’uomo disperato si sente incatenato da un fato avverso che sente ingiusto. Non riesce a cogliere la via d’uscita (c’è sempre una via d’uscita!): lavorare con speranza e fiducia. Infatti cosa è la fede se non fiducia in sé, nelle proprie capacità, nel futuro?

Al di qua di questa disperazione vivono i fanciulli, al di là i risvegliati. L’imputato H non è più un fanciullo e non è ancora interamente risvegliato. Si trova ancora nella disperazione. La attraverserà e con ciò presterà il suo secondo noviziato. (86)

Se ci disperiamo è perché non abbiamo saputo volere con tenacia. Non è facile. Si fa presto a dire: Non devi fare così! E’ una battaglia con se stessi, lunga, faticosa e continua.

Leo concluse. Noi gli diamo di nuovo il benvenuto nella Lega della quale egli non presume più di comprendere il significato. Gli riconsegniamo l’anello perduto che il servitore Leo ha conservato per lui. (87)

L’anello suscitò nel narratore ricordi arcani e antiche usanze.
Rammentai anzitutto che nell’anello sono incastonate quattro pietre a distanze uguali e che secondo le norme della Lega e del voto bisogna almeno una volta al giorno girare lentamente l’anello e ricordare a ognuna delle pietre uno dei quattro fondamentali precetti del voto. Io non solo avevo perduto l’anello e non ne avevo nemmeno sentito la mancanza, ma in tutti quegli anni terribili non avevo mai recitato né ricordato i quattro precetti fondamentali. (87)

Alla base dell’appartenenza alla Lega c’erano dunque delle pratiche spirituali (ecco perché la Lega non era una associazione come tutte le altre).

Ora cercai subito di recitarli dentro di me. Li sentivo, li avevo ancora nel cuore, mi appartenevano come ci appartiene un nome che abbiamo sulla punta della lingua ma lì per lì non riusciamo a trovare. Se non che la mia ricerca fu vana, non seppi recitare le regole, ne avevo dimenticato la formula. Da molti anni non le ripetevo, da molti anni non le avevo seguite – e tuttavia avevo potuto considerarmi un confratello fedele! (87-88)

La fedeltà (collegata nel significato del nome a fede e a fiducia) non si manifesta con esercizi spirituali, sia pure coinvolgenti. La fedeltà è uno stato d’animo, è adesione agli obiettivi di fondo. Sì, il narratore si era allontanato dalla Lega, ma aveva mantenuto un legame, sia pure confuso e non concretizzabile, ma pur tuttavia un legame. Aveva cercato di capire il senso della sue esperienza.

Ed ecco la voce del Capo supremo: Accusato e autoaccusatore H., lei è assolto. (88)

L’assoluzione però comportava assumersi alcuni doveri: avrebbe dovuto essere uno dei Superiori della Lega non appena abbia dato prova della sua fede e della sua obbedienza. (88)

Ancora prove? Certo! La vita è una prova continua. Ma questa prova sarà peggiore: La scelta della prova è lasciata a Lui. (88)

La voce del Capo supremo gli giunse tagliente come un rasoio. Avrebbe dovuto lui stesso, appena un momento prima narratore mancato, subire “la” prova...
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.