venerdì 9 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 11

Tanti erano i sentimenti del narratore, sintetizzati in pochi tratti dal romanziere.

Ero tutto proteso nell’aspettazione della sentenza che ero pronto ad accettare umilmente...
Ma più ancora ero colpito, commosso, costernato e felice per la grande scoperta della giornata: che cioè la Lega esisteva...
Ero stato io così debole e stolto da svisare le mie esperienze, da dubitare della Lega, da considerare fallito il pellegrinaggio in Oriente e da scorgere in me stesso il sopravvissuto e il cronista d’una storia liquidata e arenata...
Non ero che un fuggitivo, un apostata, un disertore.
Piccolo e umile stavo ai piedi dell’Eccelso Seggio, dal quale un giorno ero stato accolto come fratello nella Lega, dal quale a suo tempo avevo ottenuto la consacrazione a novizio e l’anello e, come il servitore Leo, ero stato inviato al pellegrinaggio...
E in mezzo a tutto ciò un nuovo peccato, una nuova inesplicabile omissione, una nuova vergogna si insinuò nel mio cuore : non avevo più l’anello, l’avevo perduto, non sapevo neanche quando e dove, fino a quel momento non ne avevo nemmeno avvertito la mancanza! (81-82)

Ecco finalmente la sentenza di questo anomalo processo, almeno come noi intendiamo il processo. Qui non c’erano accuse, testimoni, contraddittorio, difesa dell’imputato. Anzi, anomalia ancora più macroscopica, l’accusatore era l’imputato stesso.
Ma ascoltiamo la sentenza, pronunciata dal già servitore ed ora capo supremo della Lega. Merita una lettura attenta. Qui c’è la chiave di volta del racconto.

L’accusatore di se stesso... ha avuto occasione di liberarsi da alcuni dei suoi errori. Molte cose sono contro di lui. Si può anche comprendere e scusare che abbia rotto fede alla Lega, che ad essa abbia rinfacciato la propria colpa e stoltezza, che abbia dubitato della vita di essa, della sua continuazione, che abbia coltivato la strana ambizione di diventare lo storiografo della Lega. Tutte cose che non hanno gran peso. Sono, me lo permetta l’accusatore di se stesso, nient’altro che stupidaggini di novizio. Noi le liquidiamo con un sorriso. (82)

Improvviso le prospettive si sono rovesciate. Il narratore, cioè l’imputato, cioè l’accusatore di se stesso, per tutti gli ultimi anni non aveva fatto altro che “fuggire” da qualcosa della quale invece era convinto di essere alla ricerca. Forse non si sentiva all’altezza del nobile scopo ma non osava confessarselo e trasformò la meta che non voleva in un impossibile “oggetto del desiderio”. La scomparsa del creduto servitore Leo apparve un’azione voluta e necessaria: i viaggiatori dovevano proseguire da soli, guida di se stessi. Furono i viaggiatori a perdere Leo, non il viceversa. Fu il narratore tra i fumi distruttivi dei dubbi (non il dubbio sano che ti fa prendere coscienza dei tuoi limiti ma la titubanza incerta ed esitante che ti fa sospettare di tutto), a non incontrar più Leo. Eppure la ricerca del “servitore Leo” non sarebbe stata così difficile se a un estraneo (qualcuno direbbe un profano) fu sufficiente consultare un annuario pubblico per trovarne l’indirizzo.

Ma all’accusato sono da imputare anche altri peccati molto più gravi e il peggio è che egli non si accusa di questi peccati, ma pare che non se ne renda conto. Si rammarica di aver fatto torto alla Lega nei suoi pensieri, non sa perdonarsi di non aver saputo vedere nel servitore Leo il supremo detentore del trono ed è quasi sul punto di riconoscere quanto fosse grande la sua infedeltà. Ma mentre prese troppo sul serio questi peccati di pensiero e queste stoltezze e soltanto in questo momento si accorge con sollievo che si possono liquidare mediante un sorriso, egli si ostina a dimenticare le sue vere colpe che sono legione e ciascuna delle quali è abbastanza grave per meritare solenne punizione. (83)

Evidentemente il narratore-imputato si sentì molto sollevato dal sentirsi dire che i suoi presunti peccati gravi venissero cancellati: non sapeva vederne altri, anzi ai suoi occhi non ce n’erano altri. E non per un generale buonismo che fa supporre che un peccato diffuso in tutti sia meno peccato, ma perché non aveva ancora capito che certi stati d’animo, certi sentimenti sono di impedimento al cammino. Non aveva fallito il suo viaggio in Oriente?

La sentenza continuò, implacabile.

Imputato H., più tardi lei imparerà a vedere i suoi errori e le verrà indicata anche la via per evitarli in avvenire. Ora, soltanto per mostrarle quanto poco lei si renda conto della sua posizione le domando: ricorda la sua traversata della città in compagnia del servitore Leo che era incaricato di condurla davanti all’Eccelso Seggio? Sì, lei, se ne ricorda. E ricorda che siamo passati davanti al Municipio, alla chiesa di San Paolo, al Duomo e che il servitore Leo vi entrò per inginocchiarsi e pregare, mentre lei non solo rinunciò a entrare e a pregare, contrariamente al quarto paragrafo del suo voto, ma rimase fuori impaziente e annoiato ad attendere la fine di quella molesta cerimonia che a lei pareva tanto superflua e per lei non era che una odiosa prova della sua egoistica impazienza? Sì, lei se ne ricorda. Col suo comportamento davanti al portone del Duomo lei ha calpestato tutti i postulati fondamentali e gli usi della Lega, ha disprezzato la religione, trascurato un confratello, si è sottratto con dispetto all’occasione e all’invito alla preghiera e alla concentrazione. (83-84)

Già, l’impazienza, il non saper attendere... E l’orgoglio di voler procedere, la menzogna di credere di essere diversi da quello che si è, la cupidigia di “possedere”, l’incapacità di scrollarsi via le cose...
E’ così importante la preghiera? Sicuramente è una via per uscire dalla stretta materialità del mondo quotidiano, per collegarsi alla trascendenza, all’Altrove. Il narratore era stato invitato a collegarsi alla trascendenza. Era stato invitato – come si usa dire in queste occasioni – a chiedere l’assistenza e l’aiuto di Dio. Non l’ha fatto? Certo fu un’altra dimostrazione della sua pretesa di onnipotenza e di impazienza. Aveva dimenticato (ma l’aveva mai saputo?) che ogni cosa ha il suo momento e ogni atto ha il suo tempo sotto il sole. Aveva dimenticato il saggio consiglio a vivere l’armonia del mondo.

Il peccato sarebbe imperdonabile se non ci fossero particolari circostanze attenuanti.
Non vogliamo enumerare tutti gli errori dell’imputato, considerando che non deve essere giudicato secondo la lettera, e noi sappiamo benissimo che basta un nostro monito per ridestare la coscienza dell’imputato e farne un autoaccusatore pentito. (84)

Le cose si stanno chiarendo. Il tribunale del quale l’Eccelso Saggio proclama la sentenza è il tribunale della coscienza del narratore. Ecco chi è l'accusatore, chi è l’imputato, chi è il difensore, chi è il giudice e chi è il pubblico: è sempre lui, il narratore. Si trova di fronte al tribunale più minaccioso che avrebbe potuto incontrare, che ben difficilmente assolve l’imputato.

Comunque sia, autoaccusatore H., io devo darle il consiglio di portare anche qualche altra sua azione davanti al tribunale della sua coscienza. Devo rammentarle la sera in cui andò in cerca del servitore Leo desiderando di essere da lui riconosciuto come confratello, benché ciò fosse impossibile, poiché lei si era reso così irriconoscibile in quanto confratello? Devo ricordarle ciò che disse al servitore Leo? La vendita del violino? La vita disperata, stolta, angusta, da suicida che ha condotto da anni?
C’è anche un’altra cosa, confratello H., che non devo tacere. Certamente è possibile che quella sera il servitore Leo le abbia fatto torto col pensiero. Supponiamo che sia così. Leo è stato forse un po’ troppo severo, troppo razionale, non ha avuto forse sufficiente indulgenza e senso di umorismo per lei e per le sue condizioni. Esistono però istanze superiori e giudici più sicuri del servitore Leo. Quale fu il giudizio dell’animale sul suo conto? Si ricorda del cane Necker? Rammenta il ripudio e la condanna pronunciati contro di lei? E l’animale incorruttibile, non è partigiano, non è un confratello. (84-85)

Il cane quella sera al ritorno dopo l’incontro con Leo non riconobbe più l’uomo presentatogli solo poco prima. Il cane nel sentire comune è il segno della fedeltà e se abbaia non riconosce più chi gli è di fronte, come il cane pastore si scaglia contro l’estraneo, contro il potenziale nemico del gregge. Non canta Omero che i cani con la loro sensibilità straordinaria avvertono la presenza del dio?

L’Eccelso Saggio terminò. Autoaccusatore H., lei mi ha ascoltato, ha risposto di sì. Ha pronunciato, supponiamo, da sé la sua sentenza. (86)

Anzi, no. La sentenza non era ancora stata pronunciata: l’Eccelso Saggio non aveva fatto altro che mettere in evidenza, al narratore-imputato prima che agli altri, i fatti nudi e crudi. Il narratore era stato obbligato, in un certo senso, a salire sulla scala curva, a capire come certe azioni che paiono irrilevanti, in realtà possono essere gravi mancanze. Ha dovuto prendere atto che i suoi comportamenti non sono stati improntati dalla bellezza necessaria che non può essere solo un estetismo fine a se stesso, ma deve essere il necessario ornamento della vita vissuta. Senza bellezza la vita si riduce alla successione di atti di forza fini a se stessi.

La risposta del narratore-imputato non si fece attendere.

« Sì, sì » confermai con voce sommessa. « Sarebbe, come noi supponiamo, una sentenza di condanna? ». « Sì » mormorai con voce sommessa. (86)

Il Tribunale della coscienza, l’auto-tremendo Tribunale aveva emesso la sentenza, definitiva, senza appello. L’imputato si era condannato più che per le mancanze commesse, per la sua superficialità e per non avere capito. La sua colpa non era stata la ricerca fallita della risposta alla domanda, ma non essersi posto la domanda. Porsi la domanda significa essere già sulla via della trasformazione. In un certo senso la chiave della trasformazione è proprio tutta nella domanda, che spinge al cammino.

Il consesso dei Superiori della Lega non era un Tribunale, il luogo cioè dove i giudici esercitano il loro potere, ma semplicemente un consesso di aristocratici (mai senso etimologico fu più pertinente: gli ottimi, i migliori) che non cercava punizioni o condanne ma spingeva alla comprensione, al cambiamento.

Infatti Leo intervenne, alzandosi e allargando dolcemente le braccia in un impulso quasi di armonia generale.

Ora mi rivolgo a voi, Superiori. Voi avete udito. Sapete le vicende del confratello H. Si tratta di un destino che non vi è ignoto, parecchi di voi lo hanno sperimentato. (86)

La comprensione nasce sempre dalla sperimentazione. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, aveva ammonito il Maestro insegnando compassione e rifiutando una giustizia senza comprensione.

Fino a questo momento l’imputato non sapeva ancora o almeno non riusciva a capacitarsi che la sua apostasia e il suo smarrimento erano una prova a cui veniva sottoposto. Per molto tempo non ha ceduto, ha sopportato per anni di rimanere senza notizie della Lega, di restare solo e di vedere distrutto ogni fondamento della sua fede precedente. In fine però non potè più nascondersi e sottrarsi, il suo dolore divenne troppo grande, e voi sapete che non appena il dolore diventa abbastanza profondo si va avanti. La prova portò il fratello H. fino alla disperazione, e disperazione è il risultato di ogni serio tentativo di comprendere e giustificare la vita umana. Disperazione è il risultato di ogni serio tentativo di sostenere la vita con la virtù, con la giustizia, con la ragione, e di soddisfare le sue esigenze. (86)

Disperazione è mancanza di speranza. L’uomo disperato si sente incatenato da un fato avverso che sente ingiusto. Non riesce a cogliere la via d’uscita (c’è sempre una via d’uscita!): lavorare con speranza e fiducia. Infatti cosa è la fede se non fiducia in sé, nelle proprie capacità, nel futuro?

Al di qua di questa disperazione vivono i fanciulli, al di là i risvegliati. L’imputato H non è più un fanciullo e non è ancora interamente risvegliato. Si trova ancora nella disperazione. La attraverserà e con ciò presterà il suo secondo noviziato. (86)

Se ci disperiamo è perché non abbiamo saputo volere con tenacia. Non è facile. Si fa presto a dire: Non devi fare così! E’ una battaglia con se stessi, lunga, faticosa e continua.

Leo concluse. Noi gli diamo di nuovo il benvenuto nella Lega della quale egli non presume più di comprendere il significato. Gli riconsegniamo l’anello perduto che il servitore Leo ha conservato per lui. (87)

L’anello suscitò nel narratore ricordi arcani e antiche usanze.
Rammentai anzitutto che nell’anello sono incastonate quattro pietre a distanze uguali e che secondo le norme della Lega e del voto bisogna almeno una volta al giorno girare lentamente l’anello e ricordare a ognuna delle pietre uno dei quattro fondamentali precetti del voto. Io non solo avevo perduto l’anello e non ne avevo nemmeno sentito la mancanza, ma in tutti quegli anni terribili non avevo mai recitato né ricordato i quattro precetti fondamentali. (87)

Alla base dell’appartenenza alla Lega c’erano dunque delle pratiche spirituali (ecco perché la Lega non era una associazione come tutte le altre).

Ora cercai subito di recitarli dentro di me. Li sentivo, li avevo ancora nel cuore, mi appartenevano come ci appartiene un nome che abbiamo sulla punta della lingua ma lì per lì non riusciamo a trovare. Se non che la mia ricerca fu vana, non seppi recitare le regole, ne avevo dimenticato la formula. Da molti anni non le ripetevo, da molti anni non le avevo seguite – e tuttavia avevo potuto considerarmi un confratello fedele! (87-88)

La fedeltà (collegata nel significato del nome a fede e a fiducia) non si manifesta con esercizi spirituali, sia pure coinvolgenti. La fedeltà è uno stato d’animo, è adesione agli obiettivi di fondo. Sì, il narratore si era allontanato dalla Lega, ma aveva mantenuto un legame, sia pure confuso e non concretizzabile, ma pur tuttavia un legame. Aveva cercato di capire il senso della sue esperienza.

Ed ecco la voce del Capo supremo: Accusato e autoaccusatore H., lei è assolto. (88)

L’assoluzione però comportava assumersi alcuni doveri: avrebbe dovuto essere uno dei Superiori della Lega non appena abbia dato prova della sua fede e della sua obbedienza. (88)

Ancora prove? Certo! La vita è una prova continua. Ma questa prova sarà peggiore: La scelta della prova è lasciata a Lui. (88)

La voce del Capo supremo gli giunse tagliente come un rasoio. Avrebbe dovuto lui stesso, appena un momento prima narratore mancato, subire “la” prova...

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