Tanti erano i sentimenti del narratore,
sintetizzati in pochi tratti dal romanziere.
Ero tutto proteso nell’aspettazione
della sentenza che ero pronto ad accettare umilmente...
Ma più ancora ero colpito,
commosso, costernato e felice per la grande scoperta della giornata:
che cioè la Lega esisteva...
Ero stato io così debole e stolto
da svisare le mie esperienze, da dubitare della Lega, da considerare
fallito il pellegrinaggio in Oriente e da scorgere in me stesso il
sopravvissuto e il cronista d’una storia liquidata e arenata...
Non ero che un fuggitivo, un
apostata, un disertore.
Piccolo e umile stavo ai piedi
dell’Eccelso Seggio, dal quale un giorno ero stato accolto come
fratello nella Lega, dal quale a suo tempo avevo ottenuto la
consacrazione a novizio e l’anello e, come il servitore Leo, ero
stato inviato al pellegrinaggio...
E in mezzo a tutto ciò un nuovo
peccato, una nuova inesplicabile omissione, una nuova vergogna si
insinuò nel mio cuore : non avevo più l’anello, l’avevo
perduto, non sapevo neanche quando e dove, fino a quel momento non ne
avevo nemmeno avvertito la mancanza!
(81-82)
Ecco finalmente la sentenza di questo
anomalo processo, almeno come noi intendiamo il processo. Qui non
c’erano accuse, testimoni, contraddittorio, difesa dell’imputato.
Anzi, anomalia ancora più macroscopica, l’accusatore era
l’imputato stesso.
Ma ascoltiamo la sentenza, pronunciata
dal già servitore ed ora capo supremo della Lega. Merita una lettura
attenta. Qui c’è la chiave di volta del racconto.
L’accusatore di se stesso... ha
avuto occasione di liberarsi da alcuni dei suoi errori. Molte cose
sono contro di lui. Si può anche comprendere e scusare che abbia
rotto fede alla Lega, che ad essa abbia rinfacciato la propria colpa
e stoltezza, che abbia dubitato della vita di essa, della sua
continuazione, che abbia coltivato la strana ambizione di diventare
lo storiografo della Lega. Tutte cose che non hanno gran peso. Sono,
me lo permetta l’accusatore di se stesso, nient’altro che
stupidaggini di novizio. Noi le liquidiamo con un sorriso.
(82)
Improvviso le
prospettive si sono rovesciate. Il narratore, cioè l’imputato,
cioè l’accusatore di se stesso, per tutti gli ultimi anni non aveva fatto
altro che “fuggire” da qualcosa della quale invece era convinto
di essere alla ricerca. Forse non si sentiva all’altezza del nobile
scopo ma non osava confessarselo e trasformò la meta che non voleva
in un impossibile “oggetto del desiderio”. La scomparsa del
creduto servitore Leo apparve un’azione voluta e necessaria: i
viaggiatori dovevano proseguire da soli, guida di se stessi. Furono i
viaggiatori a perdere Leo, non il viceversa. Fu il narratore tra i
fumi distruttivi dei dubbi (non il dubbio sano che ti fa prendere
coscienza dei tuoi limiti ma la titubanza incerta ed esitante che ti
fa sospettare di tutto), a non incontrar più Leo. Eppure la ricerca
del “servitore Leo” non sarebbe stata così difficile se a un
estraneo (qualcuno direbbe un profano) fu sufficiente consultare un
annuario pubblico per trovarne l’indirizzo.
Ma all’accusato sono da imputare
anche altri peccati molto più gravi e il peggio è che egli non si
accusa di questi peccati, ma pare che non se ne renda conto. Si
rammarica di aver fatto torto alla Lega nei suoi pensieri, non sa
perdonarsi di non aver saputo vedere nel servitore Leo il supremo
detentore del trono ed è quasi sul punto di riconoscere quanto fosse
grande la sua infedeltà. Ma mentre prese troppo sul serio questi
peccati di pensiero e queste stoltezze e soltanto in questo momento
si accorge con sollievo che si possono liquidare mediante un sorriso,
egli si ostina a dimenticare le sue vere colpe che sono legione e
ciascuna delle quali è abbastanza grave per meritare solenne
punizione. (83)
Evidentemente il narratore-imputato si
sentì molto sollevato dal sentirsi dire che i suoi presunti peccati
gravi venissero cancellati: non sapeva vederne altri, anzi ai suoi
occhi non ce n’erano altri. E non per un generale buonismo che fa
supporre che un peccato diffuso in tutti sia meno peccato, ma perché
non aveva ancora capito che certi stati d’animo, certi sentimenti
sono di impedimento al cammino. Non aveva fallito il suo viaggio in
Oriente?
La sentenza continuò, implacabile.
Imputato H., più tardi lei imparerà
a vedere i suoi errori e le verrà indicata anche la via per evitarli
in avvenire. Ora, soltanto per mostrarle quanto poco lei si renda
conto della sua posizione le domando: ricorda la sua traversata della
città in compagnia del servitore Leo che era incaricato di condurla
davanti all’Eccelso Seggio? Sì, lei, se ne ricorda. E ricorda che
siamo passati davanti al Municipio, alla chiesa di San Paolo, al
Duomo e che il servitore Leo vi entrò per inginocchiarsi e pregare,
mentre lei non solo rinunciò a entrare e a pregare, contrariamente
al quarto paragrafo del suo voto, ma rimase fuori impaziente e
annoiato ad attendere la fine di quella molesta cerimonia che a lei
pareva tanto superflua e per lei non era che una odiosa prova della
sua egoistica impazienza? Sì, lei se ne ricorda. Col suo
comportamento davanti al portone del Duomo lei ha calpestato tutti i
postulati fondamentali e gli usi della Lega, ha disprezzato la
religione, trascurato un confratello, si è sottratto con dispetto
all’occasione e all’invito alla preghiera e alla concentrazione.
(83-84)
Già, l’impazienza, il non saper
attendere... E l’orgoglio di voler procedere, la menzogna di
credere di essere diversi da quello che si è, la cupidigia di
“possedere”, l’incapacità di scrollarsi via le cose...
E’ così importante la preghiera?
Sicuramente è una via per uscire dalla stretta materialità del
mondo quotidiano, per collegarsi alla trascendenza, all’Altrove. Il
narratore era stato invitato a collegarsi alla trascendenza. Era
stato invitato – come si usa dire in queste occasioni – a
chiedere l’assistenza e l’aiuto di Dio. Non l’ha fatto? Certo
fu un’altra dimostrazione della sua pretesa di onnipotenza e di
impazienza. Aveva dimenticato (ma l’aveva mai saputo?) che ogni
cosa ha il suo momento e ogni atto ha il suo tempo sotto il sole.
Aveva dimenticato il saggio consiglio a vivere l’armonia del mondo.
Il peccato sarebbe imperdonabile se
non ci fossero particolari circostanze attenuanti.
Non vogliamo enumerare tutti gli
errori dell’imputato, considerando che non deve essere giudicato
secondo la lettera, e noi sappiamo benissimo che basta un nostro
monito per ridestare la coscienza dell’imputato e farne un
autoaccusatore pentito. (84)
Le cose si stanno
chiarendo. Il tribunale del quale l’Eccelso Saggio proclama la
sentenza è il tribunale della coscienza del narratore. Ecco chi è
l'accusatore, chi è l’imputato, chi è il difensore, chi è il
giudice e chi è il pubblico: è sempre lui, il narratore. Si trova
di fronte al tribunale più minaccioso che avrebbe potuto incontrare,
che ben difficilmente assolve l’imputato.
Comunque sia, autoaccusatore H., io
devo darle il consiglio di portare anche qualche altra sua azione
davanti al tribunale della sua coscienza. Devo rammentarle la sera in
cui andò in cerca del servitore Leo desiderando di essere da lui
riconosciuto come confratello, benché ciò fosse impossibile, poiché
lei si era reso così irriconoscibile in quanto confratello? Devo
ricordarle ciò che disse al servitore Leo? La vendita del violino?
La vita disperata, stolta, angusta, da suicida che ha condotto da
anni?
C’è anche un’altra cosa,
confratello H., che non devo tacere. Certamente è possibile che
quella sera il servitore Leo le abbia fatto torto col pensiero.
Supponiamo che sia così. Leo è stato forse un po’ troppo severo,
troppo razionale, non ha avuto forse sufficiente indulgenza e senso
di umorismo per lei e per le sue condizioni. Esistono però istanze
superiori e giudici più sicuri del servitore Leo. Quale fu il
giudizio dell’animale sul suo conto? Si ricorda del cane Necker?
Rammenta il ripudio e la condanna pronunciati contro di lei? E
l’animale incorruttibile, non è partigiano, non è un confratello.
(84-85)
Il cane quella sera al ritorno dopo
l’incontro con Leo non riconobbe più l’uomo presentatogli solo
poco prima. Il cane nel sentire comune è il segno della fedeltà e
se abbaia non riconosce più chi gli è di fronte, come il cane
pastore si scaglia contro l’estraneo, contro il potenziale nemico
del gregge. Non canta Omero che i cani con la loro sensibilità
straordinaria avvertono la presenza del dio?
L’Eccelso
Saggio terminò. Autoaccusatore H., lei mi ha ascoltato, ha
risposto di sì. Ha pronunciato, supponiamo, da sé la sua sentenza.
(86)
Anzi, no. La sentenza non era ancora
stata pronunciata: l’Eccelso Saggio non aveva fatto altro che
mettere in evidenza, al narratore-imputato prima che agli altri, i
fatti nudi e crudi. Il narratore era stato obbligato, in un certo
senso, a salire sulla scala curva, a capire come certe azioni che
paiono irrilevanti, in realtà possono essere gravi mancanze. Ha
dovuto prendere atto che i suoi comportamenti non sono stati
improntati dalla bellezza necessaria che non può essere solo un
estetismo fine a se stesso, ma deve essere il necessario ornamento
della vita vissuta. Senza bellezza la vita si riduce alla successione
di atti di forza fini a se stessi.
La risposta del narratore-imputato non
si fece attendere.
« Sì, sì » confermai con voce
sommessa. « Sarebbe, come noi supponiamo, una sentenza di
condanna? ». « Sì » mormorai con voce sommessa.
(86)
Il Tribunale della coscienza,
l’auto-tremendo Tribunale aveva emesso la sentenza, definitiva,
senza appello. L’imputato si era condannato più che per le
mancanze commesse, per la sua superficialità e per non avere capito.
La sua colpa non era stata la ricerca fallita della risposta alla
domanda, ma non essersi posto la domanda. Porsi la domanda significa
essere già sulla via della trasformazione. In un certo senso la
chiave della trasformazione è proprio tutta nella domanda, che
spinge al cammino.
Il consesso dei Superiori della Lega
non era un Tribunale, il luogo cioè dove i giudici esercitano il
loro potere, ma semplicemente un consesso di aristocratici (mai senso
etimologico fu più pertinente: gli ottimi, i migliori) che non
cercava punizioni o condanne ma spingeva alla comprensione, al
cambiamento.
Infatti Leo intervenne, alzandosi e
allargando dolcemente le braccia in un impulso quasi di armonia
generale.
Ora mi rivolgo a voi, Superiori. Voi
avete udito. Sapete le vicende del confratello H. Si tratta di un
destino che non vi è ignoto, parecchi di voi lo hanno sperimentato.
(86)
La comprensione nasce sempre dalla
sperimentazione. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, aveva
ammonito il Maestro insegnando compassione e rifiutando una giustizia
senza comprensione.
Fino a questo momento l’imputato
non sapeva ancora o almeno non riusciva a capacitarsi che la sua
apostasia e il suo smarrimento erano una prova a cui veniva
sottoposto. Per molto tempo non ha ceduto, ha sopportato per anni di
rimanere senza notizie della Lega, di restare solo e di vedere
distrutto ogni fondamento della sua fede precedente. In fine però
non potè più nascondersi e sottrarsi, il suo dolore divenne troppo
grande, e voi sapete che non appena il dolore diventa abbastanza
profondo si va avanti. La prova portò il fratello H. fino alla
disperazione, e disperazione è il risultato di ogni serio tentativo
di comprendere e giustificare la vita umana. Disperazione è il
risultato di ogni serio tentativo di sostenere la vita con la virtù,
con la giustizia, con la ragione, e di soddisfare le sue esigenze.
(86)
Disperazione è mancanza di speranza.
L’uomo disperato si sente incatenato da un fato avverso che sente
ingiusto. Non riesce a cogliere la via d’uscita (c’è sempre una
via d’uscita!): lavorare con speranza e fiducia. Infatti cosa è la
fede se non fiducia in sé, nelle proprie capacità, nel futuro?
Al di qua di questa disperazione
vivono i fanciulli, al di là i risvegliati. L’imputato H non è
più un fanciullo e non è ancora interamente risvegliato. Si trova
ancora nella disperazione. La attraverserà e con ciò presterà il
suo secondo noviziato. (86)
Se ci disperiamo è perché non abbiamo
saputo volere con tenacia. Non è facile. Si fa presto a dire: Non
devi fare così! E’ una battaglia con se stessi, lunga, faticosa e
continua.
Leo concluse. Noi gli diamo di nuovo
il benvenuto nella Lega della quale egli non presume più di
comprendere il significato. Gli riconsegniamo l’anello perduto che
il servitore Leo ha conservato per lui. (87)
L’anello suscitò nel narratore
ricordi arcani e antiche usanze.
Rammentai anzitutto che nell’anello
sono incastonate quattro pietre a distanze uguali e che secondo le
norme della Lega e del voto bisogna almeno una volta al giorno girare
lentamente l’anello e ricordare a ognuna delle pietre uno dei
quattro fondamentali precetti del voto. Io non solo avevo perduto
l’anello e non ne avevo nemmeno sentito la mancanza, ma in tutti
quegli anni terribili non avevo mai recitato né ricordato i quattro
precetti fondamentali. (87)
Alla base dell’appartenenza alla Lega
c’erano dunque delle pratiche spirituali (ecco perché la Lega non
era una associazione come tutte le altre).
Ora cercai subito di recitarli
dentro di me. Li sentivo, li avevo ancora nel cuore, mi appartenevano
come ci appartiene un nome che abbiamo sulla punta della lingua ma lì
per lì non riusciamo a trovare. Se non che la mia ricerca fu vana,
non seppi recitare le regole, ne avevo dimenticato la formula. Da
molti anni non le ripetevo, da molti anni non le avevo seguite – e
tuttavia avevo potuto considerarmi un confratello fedele!
(87-88)
La fedeltà (collegata nel significato
del nome a fede e a fiducia) non si manifesta con esercizi
spirituali, sia pure coinvolgenti. La fedeltà è uno stato d’animo,
è adesione agli obiettivi di fondo. Sì, il narratore si era
allontanato dalla Lega, ma aveva mantenuto un legame, sia pure
confuso e non concretizzabile, ma pur tuttavia un legame. Aveva
cercato di capire il senso della sue esperienza.
Ed ecco la voce del Capo supremo:
Accusato e autoaccusatore H., lei è assolto. (88)
L’assoluzione però comportava
assumersi alcuni doveri: avrebbe dovuto essere uno dei Superiori
della Lega non appena abbia dato prova della sua fede e della sua
obbedienza. (88)
Ancora prove? Certo! La vita è una
prova continua. Ma questa prova sarà peggiore: La scelta della
prova è lasciata a Lui. (88)
La voce del Capo supremo gli giunse
tagliente come un rasoio. Avrebbe dovuto lui stesso, appena un
momento prima narratore mancato, subire “la” prova...
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