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19 maggio 2017

L'uomo che sogna...

E' la tavola tracciata nell'ultima tornata della mia Loggia.
Argomento non muratorio? Niente di più falso: il sogno è un modo altro di intendere Forza e Bellezza, i nostri mestoli che rivoltano la nostra pappina.

Ci sono sogni che sono fondamentali e quasi fondanti dell'uomo. Ognuno di noi ha nella sua storia sogni siffatti. Sogni che rivestono importanza nel suo cammino.
Molto tempo fa per alcuni anni ho avuto l'abitudine di tenere un quaderno sul comodino per annotare i "sogni sognati" durante la notte. E rileggendo oggi mi rendo conto che alcuni sono stati momenti importanti nel mio sviluppo.

Sognai una volta di avere in casa una tortora che tenevo libera, non in gabbia. Ma un giorno l'uccello vola via. Allora ne compro un'altra, e pure questa è lasciata libera nell'appartamento. Ma - a differenza dell'altra - è un uccello molto "cattivo", che però corre sempre ai miei richiami (mentre l'altra non veniva mai). Corre da me e mi becca, tanto che debbo ripararmi gli occhi con le mani.
Intanto ritorna la prima tortora. E' un animale "buono", che non ha paura della gente: infatti era stata catturata e messa in gabbia.
Così ora ho due tortore: la "buona" e la "cattiva".
Ma un giorno la prima tortora non si fa più vedere: forse è stata catturata e rimessa in gabbia. Ed io resto con l'altra, che non andrà mai via da me, che accorre sempre ai miei richiami, ma che mi becca continuamente fino a farmi male. Ed io non posso farci niente, è così.

Ho messo i termini cattivo e buono tra virgolette. Parlo di tortora "cattiva" e non "aggressiva" perché "cattivo" è il termine che meglio descrive la sensazione che provai al risveglio.
Non voglio dilungarmi su possibili decifrazioni del sogno (ai tempi cercai di interpretarlo), ma ricordo che fu quasi uno spartiacque sul mio sentire. Riflettevo molto sul pavimento bianco e nero del Tempio e mi sforzavo di cercare il modo corretto del cammino. Parlando per metafora posso dire che cercavo di camminare sul bianco e sul nero, magari alternando i colori. Ma il messaggio del sogno mi fece capire che se stavi sul bianco andavi a finire poi sul nero, e viceversa. L'antinomia non potevi risolverla negandola o andanzo a zig zag. Insomma non era questo il cammino giusto. E allora, accolte e accettate le antinomie (quello che chiamiamo il due, il binario intrinseco nella realtà) mi sforzo di camminare sul "bianco - nero". Accetto i contrasti e cerco di vederne l'intrinseca armonia. E forse è proprio questo che significa il loro superamento.

Il sogno mi ha fatto cambiare? Oppure il sogno è un segnale che qualcosa stava cambiando? Oppure ancora il sogno era un preciso programma di lavoro? O un desiderio?
Non so rispondere. Prendo atto che la realtà è complessa, molto più complessa di ciò che appare.

Probabilmente è vero che alla base di ogni uomo c'è un sogno. Un sogno effettivamente sognato. Un messaggio che giunge dal tuo profondo.
Ed è esigenza tanto impellente che se non si rammenta un sogno del genere lo si costruisce, lo si "inventa". Sogni falsi, ma verosimili. Sogni falsi che comunqueindicano il punto di partenza dell'uomo, di quell'uomo...

Così l'episodio - sogno di Newton che dalla mela vista cadere dall'albero ideò la legge di gravitazione universale.
Così l'episodio - sogno del bimbo Einstein che dalla risposta apocrifa di un imbianchino caduto dal tetto di casa (Mentre cadevo mi pareva di non pesare) ideò la relatività.
mela imbianchino.
Sicuramente avremmo avuto la gravitazione di Newton e la relatività di Einstein anche senza mela e imbianchino saccente, ma è bello sapere che tente cose si fondano sui sogni, una specie di sogno fondante.
Una nazione senza sogno fondante non si regge e non vive bene. Che sarebbe la Francia senza il 14 luglio? e gli Stati Uniti senza il 4 luglio? Semplicemente non sarebbelo la Francia e non sarebbero gli Stati Uniti.

Che sarebbe la Massoneria senza il sogno fondante di Hiram? Qualcosa d'altro, qualcosa che non sarebbe più Massoneria.

Che sarebbe la Massoneria senza il sogno sognato che ognuno di noi fa nel Gabinetto di Riflessione? Qualcosa probabilmente di diverso, qualcosa nella quale forse non mi troverei completamente a mio agio

04 dicembre 2016

Demian di Hermann Hesse 2

(segue dal post precedente)

Terza lettura

Appunti presi nella terza lettura di Demian – 13 giugno 2004

Perché oggi si ammazza la gente tanto facilmente?

Si ammazza facilmente perché non si sa cosa sia un uomo realmente vivo. L’ignoranza dell’uomo uomo realmente vivo è sempre stata limitata, in tutti i tempi, a limitati gruppi di persone, ricercatori al di là e al di sopra del senso comune. L’uomo comune in genere non ha mai cercato di sapere che cosa sia un uomo realmente vivo, un vero uomo.

Ai potenti sono utili solo gli uomini comuni e specialmente i fedeli, i servi, uomini non vivi perché privi di spirito. I potenti non sono uomini vivi in quanto sono soggetti alle passioni, sopra tutto egoismo, egocentrismo e desiderio di potenza. Negli uomini vivi essi vedono solo dei pericolosi antagonisti da combattere, sopraffare ed eliminare.

Oggi, come ieri, e anche come l’altro ieri, la vita degli uomini non ha alcun valore.

Eppure ogni uomo è un esperimento unico e prezioso della natura. …. Ogni uomo vivo non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico particolarissimo, in ogni caso importante e degno di nota, il punto dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola e mai più. ….In ognuno lo spirito è divenuto forma, in ognuno soffre il Creato, in ognuno si crocifigge il Redentore.

I pochi che sanno cosa sia veramente l’uomo, quando è il momento muoiono più facilmente, senza traumi e paure. All’uomo realmente vivo la morte non fa paura.

Colui che cerca, comincia in genere dai libri e dalle stelle. Sa però di essere nella giusta direzione solo quando ode gli insegnamenti che il proprio sangue mormora in lui.

La vita di ogni uomo è un tentativo di trovare sé stesso, di diventare sé stesso. Anche se nessuno è capace di diventarlo interamente benché lo tenti, ognuno con metodi diversi, chi sordamente, chi luminosamente. 
 
Alcuni non diventeranno mai uomini, rimarranno in forma di uomini in uno stadio qualsiasi del regno animale. Ma comunque ognuno è un tentativo della natura verso la condizione umana. Magia bianca è imparare a dominare le proprie passioni.

Origini comuni, veniamo tutti dallo stesso abisso, ma ognuno, diviluppandosi dalle profondità, si affanna verso la propria meta. Possiamo capirci l’un l’altro, ma ognuno può capire veramente solo sé stesso. Se ci arriva.

Il percorso è personale e lo si può anche esprimere con la massima: “Conosci te stesso e conoscerai anche il tutto”.

La coscienza del proprio degrado morale è già un promessa di riscatto. La tensione interiore deve essee molto forte per cercare nella propria interiorità il vero sé stesso, quello che sa tutto.

Allontanarsi da sé stesso è un errore.

La morte è una nascita, è un rinnovamento che reca angoscia, paura, paura del nuovo. La morte è soltanto un temporaneo cambiamento di piano, che i buddisti tibetani definiscono come uno “stati odi esistenza intermedia”.

Per Hesse Caino e i suoi discendenti sono coloro che non s’imbrancano, ma, solitari, seguono il personale cammino di ricerca. Riconoscono i loro pari, volentieri li contattano e possono avere relazioni con loro, ma nel lavoro sono soli, nel cammino sono soli.
Questi uomini, così diversi dalle masse anonime, hanno nell’aspetto e nel comportamento un qualche cosa che li distingue dagli altri: il cosiddetto “marchio” di Caino. Il segno di Caino insospettisce gli altri, perché la gente coraggiosa e innovatrice, che rifiuta la massificazione, è molto inquietante per la gente comune; è un pericolo per la tranquillità della loro coscienza ancora rudimentale. Proprio per questo al segno fu collegata una favola squalificante, favola che rappresenta la vendetta di tutti coloro che erano “allineati” ed ebbero paura.

Caino non fu un fratricida. Lui ed i suoi discendenti avevano un marchio sulla fronte perché erano diversi dagli altri: Forse Caino può anche aver ucciso un uomo, a torto o a ragione. Gli altri, i conformisti, ebbero paura e per paura non reagirono. Ma non vollero ammettere la loro paura e inventarono la storia biblica per squalificare chi incuteva loro tale paura.

Storicisticamente Caino è l’Umanità che si evolve mentre Abele rappresenta un precedente stadio dell’Umanità, ormai superato.

…Si può bere vino da un calice accompagnandolo con pensieri solenni e pensando il mistero del sacrificio. Il compiere una determinata azione concentrandosi sulla sua natura e sui significati interiori, dà all’azione e dà al pensiero maggior forza.

Forza del pensiero, forza della volontà, potenza del pensiero e dello sguardo uniti, sono le armi degli uomini realmente vivi, coloro che si cono risvegliati. Ma è necessaria anche la presenza del dubbio, arma utile a verificare il cammino ed a stimolare il continuo superamento dei livelli raggiunti.

La ricerca interiore non finisce mai nella nostra dimensione.

Nel romanzo Hesse considera il desiderio positivamente; in un certo senso ricorda “l’uomo di desiderio” del martinismo.

Critiche al “ladrone” che sul Golgota si pente poco prima di morire, e rispetto invece per l’altro “ladrone” che non dimostra alcun pentimento.

I manoscritti di Qumran e di Nag Hammadi furono ritrovati solo verso la metà del secolo scorso, ed in parte pubblicizzati molti anni dopo: Hesse non poteva quindi sapere nulla degli esseni e dei zeloti, i ribelli al potere romano. I romani li chiamavano spregevolmente “ladroni”, termine usato nei Vangeli sinottici, scritti da non ebrei che ignoravano usi, leggi costumi e vicende del popolo d’Israele. Quando i romani catturavano gli zeloti, li facevano morire lentamente crocifissi o impalati, pena riservata agli schiavi ed ai servi ribelli.

Il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento è una figura eccellente ma non è la Divinità in tutta la sua complessità. Il mondo certamente è fatto di ciò che si riferisce alla figura eccellente: alto, bello, spirito, bene, nobiltà, padre; ma è anche fatto di ciò che è attribuito alla materia e quindi è non alto, non bello, non spirito.

La Divinità è tutto, tanto quello che si riferisce allo spirito quanto quello che si riferisce alla materia. Pertanto è anche tutto ciò che a livello della gente comune viene riferito all’entità ritenuta maligna e chiamata genericamente “diavolo” dalla cultura ebraico-cristiana, ma che invece è soltanto vita.

Al di fuori dello spazio e del tempo la Divinità è un’entità assoluta. Quando Essa si manifesta per creare, forma un campo energetico con due polarità, contrarie ma complementari: il piano della Manifestazione, il nostro piano. Per creare, la Divinità ha usato Sé stessa, unica sostanza esistente al momento. La Manifestazione è viva e vitale perché è stata creata con la sostanza divina e la Divinità stessa vive ed è presente nella Manifestazione.

Questo ci fa capire come sul piano bipolare del binario la Divinità abbia un “aspetto” bipolare e possa essere contemporaneamente luce e ombra, spirito e materia, alto e basso, sopra e sotto, destra e sinistra. La Divinità, manifestatasi con la Creazione, non è dunque soltanto la metà luminosa che ci rappresenta la Bibbia, ma è mondo luminoso e mondo scuro.

Il simbolismo della nascita dell’uccello araldico rappresenta il trauma di una prima presa di coscienza del risvegliato. L’uccello si sforza di uscire dall’uovo. L’uovo è il mondo. Chi vuol nascere deve distruggere un mondo. L’uccello vola a Dio. Il Dio si chiama Abraxas. …. nome di una divinità cui spettava il compito simbolico di unire insieme il divino e il diabolico, cioè i due poli della Manifestazione.

Dia-bolon = ciò che divide; Sim-bolon = ciò che unisce

Valore numerico di Abraxas = άβράξάς = 1 + 2 +100 + 1 + 60 + 1 + 200 = 365 = i giorni dell’anno solare

Nello gnosticismo Abraxas rappresenta il mondo intermedio.

Non c’è al mondo nulla di così duro e difficile per l’uomo come percorrere la strada che lo conduce a sé stesso. La faticosa uscita dall’uovo dello sparviero araldico richiama i faticosi inizi del tormentato percorso iniziatico. Quando l’uomo si rende conto che in lui c’è il soffio divino e ne prende coscienza, la coerenza gl’impone un radicale cambiamento di vita. Davanti a lui è un strada, la via iniziatica, che si può percorrere solo abbandonando gli aspetti profani e liberandosi progressivamente della materialità delle passioni, condizione essenziale per proseguire sulla via e realizzare la propria iniziazione.

Se la Divinità venerata dalle religioni rappresenta soltanto un’arbitraria metà del mondo, la parte cioè luminosa, chi ricerca trova che la Divinità assoluta o Principio Creatore è rappresentato nella sua totalità di luce e di ombra dalla Manifestazione, cioè Abraxas, il simbolo della Divinità che abbraccia tutti gli aspetti divini possibili e concepibili per l’uomo, quelli chiari. semplici, luminosi e quelli oscuri, complicati e incomprensibili alla limitata mente umana.

(continua)

03 dicembre 2016

Demian di Hermann Hesse 1

Mio padre aveva l'abitudine di appuntarsi le riflessioni che nascevano dalle letture che l'hanno coinvolto.
Appunti dopo la lettura di Demian, romanzo di Hermann Hess.

Seconda lettura

Appunti presi durante la seconda lettura di Demian – 21 ottobre 2003

La via dell'interiorità è il cercare in se stesso. Essere se stessi.

Il maestro è sempre e soltanto una guida temporanea, provvisoria, utile per un dato momento, per una data problematica. Superato il momento, risolta la problematica, l'eventuale cordone ombelicale che può essersi formato, deve essere troncato.

Più che dei maestri, noi possiamo avere dei fratelli maggiori, utili in alcune circostanze per una possibile maggiore esperienza; l'unico vero maestro è solo quello che dorme dentro di noi. E non è facile svegliarlo.

Niente ci disturba di più che seguire la via che conduce nel profondo della nostra interiorità. Il primo passo della via iniziatica è scendere nella propria interiorità e prendere coscienza delle proprie contraddizioni e dei propri difetti. Successivamente la via porta a incontrare sé stessi anche se in principio non ci si riconosce.

La ricerca porta ad un aumento del senso di autoresponsabilizzazione. Prima o poi essa porta a superare i tabù. Ad ogni passo in avanti sulla nostra strada personale, muore in noi un qualche cosa ma contemporaneamente nasce in noi un qualche cosa d'altro.

La via non è uguale per tutti; essa è strettamente personale.

La ricerca trasforma la fede in conoscenza e il fedele in ricercatore.
Il ricercatore è destinato alla solitudine quando percorre la via; egli è sempre e soltanto un viandante solitario. Importanza dell'autocritica perché è sempre difficile venire al mondo.

(dal cap. VI - La lotta di Giacobbe, pag. 131 ed. B.U.R.)
Non esisteva altro dovere per gli uomini illuminati al di fuori della ricerca di sé stessi, dell'autoconoscenza, di procedere a tentoni sul proprio cammino, senza curarsi della sua direzione. Era una certezza sconvolgente, il risultato più proficuo di quell'esperienza. ... Il vero obiettivo per ciascuno è trovare il proprio destino, ... non scelto arbitrariamente, e viverlo dentro di sé, in tutto e per tutto.

Interpretazione storicistica del mito di Caino e Abele che non è per nulla in alternativa con l'interpretazione esoterica che Hesse dà in Demian.

Abele rappresenta l'umanità che è ancora nella fase in cui l'uomo vive di caccia, della raccolta di frutti e radici, e anche di animali allevati alla meglio. Le poche coltivazioni sono rudimentali se non addirittura casuali.

Caino invece rappresenta l'umanità nell'immediato stadio successivo d'evoluzione. L'uomo vive sopratutto coltivando la terra, allevando sistematicamente certe specie di animali per ricavarne carne, latte, lana pelle, ed ha cominciato ad esercitare i mestieri collaterali dell'agricoltura, dando origine ad una artigianato che, benché primitivo, conosce già l'arte del tessere, la lavorazione del ferro per mezzo del fuoco, l'uso del legno sia per costruire gli edifici che per produrre suppellettili e mobili. Inizia un periodo di civiltà più evoluta e l'umanità di questo periodo subentra a quella precedente. La storia biblica simboleggia il fatto con l'uccisione di Abele da parte di Caino.
Nessuno, quindi, tocchi Caino, e il segno sulla fronte lo distingue dagli uomini precedenti.

Sul piano binario della Manifestazione, ogni cosa è effetto della doppia polarità, base indispensabile per la Manifestazione, che è binaria per natura. Anche la divinità, che non può essere non presente nella Manifestazione perchè oltre esserne creatrice ne è anche la vita, ha una doppia polarità, quindi un aspetto duplice, positivo e negativo allo stesso tempo.

La dualità è la caratteristica fondamentale dell'Atto creativo e tutto nella Manifestazione è duale. Il Principio creatore, che ha creato con la sua stessa sostanza, ha potuto compiere l'Atto creativo in quanto si è espresso attraverso un campo energetico formato da due poli contrapposti ma complementari.

Il simbolo cristico rappresenta la forza evolutiva, che è un aspetto della Forza creatrice. Al ricercatore non interessa tanto l'eventuale aspetto di una possibile incarnazione umana (anche perché ogni uomo è di per sé stesso un'incarnazione di questa Forza) quanto il fatto che la Forza creatrice, creando, è rimasta nella propria Creazione per mantenerla vitale ed efficiente. Questo è il significato del simbolo della Croce: la divinità è indissolubilmente legata ai quattro bracci della croce cosmica, i quattro elementi.

Evoluzione: successione di momenti di equilibrio dinamico, a livelli sempre più elevati.

Le cose che vediamo ... sono le stesse cose che abbiamo in noi. Non c'è altra realtà salvo quella che abbiamo dentro di noi.

Quello che ci disturba negli altri è sempre un qualcosa che è anche dentro di noi. Ciò che non esiste in noi - scrive Hesse - non può turbarci.

L'adorazione del fuoco è quasi sempre un atto fideistico. Ma chi usa l'osservazione del fuoco come ausilio per le proprie meditazioni può suscitare in sè stesso ciò che è ancora allo stato latente.

L'osservazione della natura attraverso le immagini degli elementi dell'Acqua e del Fuoco, le immagini delle forme vegetali, delle radici, delle venature della pietra, delle forme della pietra stessa, può suscitare sensazioni e correnti di forze simpatiche con sintonie che possono gradualmente portare verso certe verità. Lentamente l'osservatore supera le insufficienze proprie che gli impediscono il completo accesso ai regni della Natura, entra nella natura stessa e tende a farne parte. Prende allora coscienza che la forza divina della natura è anche in lui. Si tratta allora di renderla attiva ed operante come fecero gli ermetisti del XVI secolo.

Certo - scrive Hesse - in ognuno di loro c'è la potenzialità dell'uomo, ma solo quando la si intuisce, quando s'impara a prenderne coscienza, le potenzialità si attuano.

Effetti positivi dell'abbinamento di due attività che possono essere complementari fra di loro: meditazione e passeggiata (specie se in un ambito naturale).

Potenza in essere del pensiero.

Il caso non esiste. Esistono le forze del pensiero degli uomini, di tutti gli uomini. Suscitando e sapendo esercitare la forza del pensiero si può influire sui fatti della vita. Ma pochissimi sono in grado di farlo. La stragrande maggioranza emette pensieri che poi, incontrollati e indipendenti, vagano senza alcun indirizzo e seguono senza controllo i più disparati percorsi, determinando confusioni e scontri. Cosa che noi chiamiamo caos o fato.

Può esserci però una non voluta influenza dei karma personali e collettivi?

L'amore si potenzia e si consolida per mezzo della contemporaneità di sesso e sentimenti. Sesso e amore formano un connubio sacro e indissolubile; sesso senza amore è solo vizio e nient'altro.

La morale segue l'evoluzione umana. Perciò non può essere cristallizzata e imbalsamata dal moralismo di una data epoca.


(continua)

31 ottobre 2016

Grande Architetto e... dintorni 7


Considerazioni finali

Il rituale prescrive il divieto di parlare di politica e di religione. 

Certamente legittima la prescrizione di non trattare argomenti che possono dividere e sicuramente è rigoroso indicare quali non sono (non debbono essere) gli obiettivi del lavoro muratorio.

Ma è tuttavia opportuna l’occasione di specificarne il senso. Nei miei ricordi di vita muratoria c’è l’intervento di un fratello: in una camera rituale a lavori aperti osservò che, trovandoci nel Rito e non nell’Ordine, cadeva il divieto di parlare di politica e di religione. 

Esempio tipico che credo dimostri come sia difficile liberarsi dalla mentalità profana: pur sapendo (almeno spero) come procedere, spesso il massone non è conseguente alle premesse nel lavoro muratorio. Eppure ne avrebbe la capacità (di questo i maestri tegolatori hanno garantito).

Se il massone ha una vita familiare felice, è dipeso anche da lui. Se ha una vita professionale e sociale della quale è soddisfatto, è dipeso anche da lui. Se ha amici fidati è dipeso anche da lui, dai suoi comportamenti che hanno provocato negli altri comportamenti analoghi.

Nella sua vita muratoria deve essere lo stesso. Non voglio teorizzare lo star bene in loggia, ma osservare che se nella vita profana si è sforzato di avere determinati comportamenti e non altri, altrettanto deve fare nel lavoro muratorio. Il massone deluso che avverte che la massoneria non gli ha dato le risposte che cercava, dimentica che per avere risposte bisogna prima domandare e che per domandare bisogna cercare. E cercare è un atto di volontà. E la volontà costa fatica.

Costa fatica perché è difficile e faticoso cambiare; lo è quando sei ancora una persona in formazione, a maggior ragione lo è nell’età cosiddetta matura.

D’altronde se bussa alla porta del tempio sarà certamente insoddisfatto di qualcosa.

Spesso però il massone è pigro. E lo è tanto più quanto più eterodosse sono state le spinte ad intraprendere la via muratoria.

Tu sottolinei opportunamente che il lavoro muratorio, che è lavoro iniziatico, utilizza come metodologia appropriata il metodo simbolico.

Il lavoro iniziatico è del tutto particolare: va fatto entro se stesso. Ma il massone (parlo del massone tipico, il massone “medio”) non conosce in genere il senso del lavoro simbolico né sa come “lavorare” con i simboli. Probabilmente troppo spesso viene pure lasciato solo a se stesso, per cui nemmeno riesce ad instradarsi. Altrettanto probabilmente trova solo dei “fratelli maggiori” che non conoscono affatto le modalità del lavoro.

Direi che preventivamente il neo fratello (come tutti i fratelli) ha l’obbligo – liberamente e spontaneamente assunto – di rettificarsi: è il lavoro preliminare su se stesso.

Il lavoro iniziatico è del tutto particolare: va fatto entro se stesso. Quindi (o contemporaneamente) per la particolare specificità del lavoro muratorio (che del lavoro iniziatico è uno specifico aspetto) il lavoro introspettivo va collegato al lavoro del cantiere – gruppo, ogni membro del quale deve nel frattempo eseguire lo stesso tipo di attività. Ecco quindi il continuo interscambio tra i fratelli durante i lavori di loggia.

Ecco quindi come un fratello che non riesce a “sgrossarsi” può coinvolgere il lavoro degli altri fratelli.

Fissate le premesse affronto il problema, consapevole che l’attività di un massone non può essere sezionata e stabilita categoricamente: da qui a lì il lavoro di sgrossamento, poi fino a quell’altro punto il lavoro di apprendista, e così via. Sono aspetti che mi pare poter affermare sono interdipendente e che se si potessero suddividere uno dall’altro potremmo anche dire che in genere “coesistono” tra loro.
Dunque: morire alla vita profana e rinascere ad altro. Sì, e questo significa cambiare. E cambiare significa cambiare (scusa il bisticcio di parole), ma non cambiare abito, abitudini, magari persone da incontrare. Cambiare, e basta. E chi non cambia, non cambia.

*

La preliminare attività del massone è di abbandonare i metalli (non tanto lasciare le proprie idee quanto entrare in un altro ordine di idee).

Approvo quelle modalità di lavoro che impongono opportunamente “regole diverse” (silenzio degli apprendisti) e disapprovo le eccezioni (il buonismo del maestro che fa parlare l’apprendista). Il silenzio imposto all’apprendista (che magari nella vita profana è uomo maturo ed affermato, ed abituato a porre il suo parere sempre e dovunque) è una specie di vaccino muratorio (il gruppo – cantiere non ha bisogno di leader, ne ha già uno istituzionale, il Maestro Venerabile).

*

Contemporaneamente al lavoro muratorio. A fianco dell’attività “rettificatoria” va considerata anche quella costruttiva. E qui il discorso diventa delicato.

Un esempio. Se il massone intende la contrapposizione bianco – nero (o le due colonne o sole – luna, eccetera) come la lotta tra bene e male (magari con la vittoria finale del bene sul male) distorce il lavoro muratorio sul superamento dei contrari.

Si dice: il lavoro simbolico serve appunto a superare questa problematica. Sì, a patto di essere consapevoli della problematica. A mio parere sapere che il problema esiste significa anche sapere che ci sono modalità non pertinenti al lavoro muratorio, che sono proprio quelle che hanno permesso in molti massoni di considerare la massoneria quella chiesa laica che per molti è diventata.

Il lavoro rituale si attua appunto unendo i presenti e per così dire incanalare le loro energie in un flusso unico (come i singoli fili di un grosso cavo). E’ un simbolo? Tutto nel lavoro di loggia è simbolo e quindi anche lo stesso lavoro. Alla fin fine ciò che importa è il lavoro dell’uomo su se stesso: come in loggia si lavora tutti assieme per raggiungere l’armonia di tutti, così entro se stesso il massone deve lavorare per raggiungere la “sua” armonia interiore.

In massoneria non viene presupposta l’esistenza o l’aiuto di un Dio supremo, e il GADU è infatti solo un simbolo (non il simbolo di Dio!). Centrale è l’uomo, anzi, l’uomo che costruisce. Non c’è il cibo in comune, ma il lavoro in comune.

Come disse un fratello: la massoneria non sa più dare risposte perché non sa più porsi domande.

Il GADU “spontaneo emerge dall’esperienza costruttiva quotidiana; dove il lavoro rivela l’esigenza del Fine, la sua essenza sul piano visibile come progresso e missione, la necessità del transito evolutivo oltre le barriere fisiche e quindi anche il principio della sopravvivenza”. Mi piace il concetto del Fine del lavoro, anzi, meglio, che il lavoro rivela l’esigenza di un Fine, che può non essere solo il fine dell’opera che si sta costruendo. Ciò non significa l’esistenza dell’ente, del principio, ma solo la constatazione del Fine del lavoro (senza sapere né se tale Fine esiste, né cosa sia).

Se un osservatore è posto sul tetto di un alto edificio e vede una palla che rotola nel giardino percorrendo una traiettoria irregolare può supporre che le irregolarità (deviazioni, rallentamenti, accelerazioni) dipendono da forze applicate in vari punti. Un osservatore posto nel giardino invece si rende conto che le irregolarità dipendono semplicemente dalla natura del terreno non perfettamente orizzontale e liscio senza il bisogno quindi di ipotizzare forze applicate qua o là per giustificare le deviazioni.

Il massone deve quindi rendersi conto che non può attribuire al GADU un senso religioso proprio della religione. Il simbolo verrebbe completamente frainteso.

Moramarco osserva nella sua Nuova Enciclopedia Massonica come la libertà all’approccio alla trascendenza sia stata “fraintesa, o comunque assolutizzata al punto di divenire quasi la matrice di quella teologia massonica che si è prima detta improponibile: da Lessing (col suo noto passo: «…Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra il solo tendere verso la verità ecc. ecc…») al massone svizzero A. Chédel che intende l’Assoluto come ricerca, al “Dio liberale” di Quirico Filopanti, al massone comune che crede nell’”antidogmatismo massonico” (di regola in opposizione al dogmatismo delle chiese) sul tema del Grande Architetto “laddove – sia detto una volta per tutte – un Libero Muratore, è libero di accettare e coltivare tutti i dogmi che vuole (e la storia della Massoneria annovera personaggi che oggi sarebbero definiti «fondamentalisti») fatto salvo il principio che non dovrà pretendere di far coincidere quelli altrui con i propri)” (Moramarco, p. 483).
Il massone non può avere in loggia lo stesso atteggiamento del religioso verso l’oggetto di culto.

L’accettazione GADU = simbolo deve essere sviluppata coerentemente con l’attività del massone, altrimenti si cade nelle ristrettezze del GADU come nome massonico della divinità.

Quindi dobbiamo evitare sermoni sul tipo “trionfo finale del bene” che esulano dall’obiettivo del lavoro e mettono a rischio la funzionalità del GADU come simbolo.

*

La metodologia religiosa non dovrebbe presentarsi nel lavoro di loggia. Se qualche fratello ancora ne risente è il lavoro di gruppo nel suo complesso che dovrebbe riuscire a far superare il contrasto, anzi: quel contrasto. Se ne presenteranno altri. Ma punto fondamentale del lavoro è non tanto superare tutti i contrasti, quanto giungere ad una metodologia per superarli quando si presenteranno.

La massoneria lascia ampia libertà al massone nel proprio lavoro, ma lascia anche (è il rovescio della medaglia) ampia libertà di non lavorare con la metodologia opportuna.

Faccio fatica a spiegare quale possa essere la metodologia adatta. Ma alcune indicazioni possono essere date: il massone deve cambiare mentalità, cioè tutto ciò che si porta dietro quando bussa alla porta del tempio (il suo bagaglio, insomma) va rivisto alla luce del nuovo stato. Il massone viene spinto a salire e risalire sulla scala curva, se vuole riscuotere il suo salario.

Il rito di iniziazione gli ha proposto alcuni strumenti che non conosceva. Anzi – meglio – gli ha proposto nuovi usi di strumenti che probabilmente conosceva. Con questi strumenti lavorerà per rettificarsi, per sgrossare la propria pietra (il termine purificazione, se pur abbastanza corretto, non lo sento mio e possibilmente non l’uso).

*

Qui sta il difficile, perché non è immediato “lavorare con i simboli” e non tutti sappiamo come fare. E non è nemmeno detto che le modalità per uno siano valide anche per l’altro.

Ecco quindi che per insipienza il fratello non si rende conto che certe modalità sono fuor di luogo.

Il fratello che proclama la massoneria come culla della democrazia ha della nostra Istituzione una visione parziale (la sua) e non se ne rende conto.

(Fine - per ora)

22 novembre 2015

Copritore Interno e Segretario

Il Copritore Interno è proiettato all'esterno della Loggia: il suo compito è di conservare il luogo entro il quale i Liberi Muratori stanno lavorando, preservarlo dalla "profanità" che potrebbe entrare "disturbando i nostri Architettonici Lavori". (Però il Massone malizioso potrebbe chiedersi chi è che fa uscire la profanità già dentro la Loggia).

Il Segretario è proiettato all'interno della Loggia verso i Fratelli. Il suo compito è di recepire parole, posture, atteggiamenti dei singoli Fratelli e registrare tutto accuratamente.

Il Segretario quindi ha un atteggiamento "ricettivo". Ma non è un "ricettivo" e basta, un registrare e basta.

Il Segretario è anche l' "elaboratore" di Loggia. Nel momento in cui recepisce per registrare, elabora o rielabora il lavoro di Loggia e lo ripresenta per i successivi lavori personali dei singoli Fratelli.

Insomma, una specie di "ricezione passiva" prima e "ricezione attiva" poi.
 

26 settembre 2015

Davanti o dietro?






Escher: Belvedere


E' rappresentato un belvedere e tre piani, con sullo sfondo un paesaggio montuoso. Sul pavimento, in primo piano, giace un pezzo di carta...





...su cui è tracciata la figura di un cubo. Due cerchietti indicano i punti di intersezione dei lati. A seconda di come guardiamo il cubo, risulterà quale delle due linee è davanti all'altra. Il ragazzo seduto sulla panca tiene tra le ma­ni un puzzle cubico che combina le due possibilità: il sopra e il sotto si contraddicono a vicenda. Il personaggio ci medita su e, a ragione, non può credere ai suoi occhi.
E probabile che egli non si renda conto che anche l'edificio alle sue spalle presenta le stesse incongruenze. Per esempio, la scala a pioli al centro, pur essendo stata disegnata correttamente dal punto di vista prospettico e in maniera piuttosto credibile come oggetto, ha la base che poggia nella casa, mentre l'estremità superiore ne re­sta fuori. Per cui le due persone sulla scala non possono avere rela­zione fra loro.

Così commenta Escher il suo disegno.

Già, il davanti che è dietro e il dietro che è davanti.
Proprio ieri sera guardavo un film di alcuni anni fa, Ogni cosa è illuminata.  Proprio al momento cruciale della vicenda i due protagonisti hanno questo colloquio.

Jonhatan ad Alex: Hai la canottiera a rovescio.
Alex: Che vuol dire.
Jonhatan: Niente. L'esterno guarda verso l'interno e l'interno guarda verso l'esterno.

E' lo stesso per Escher: il davanti è dietro e il dietro è davanti.
Quando riusciremo a vedere dietro e davanti così, interno ed esterno così, beh, avremo fatto un bel passo avanti.

A volte in Loggia siamo come i due tizi sulla scala a pioli...

12 settembre 2009

3.5 Il pavimento bianco e nero

Entrando nel Tempio il Libero Muratore, viaggiatore alla ricerca di se stesso, cammina su un pavimento a scacchi bianco e nero.

E’ fin troppo facile dedurre che il pavimento a scacchi mostra quasi la legge del binario che permea il mondo nel quale l’uomo vive.

Nel tempio la legge del binario viene posta in risalto anche da altri simboli: le due colonne, i due strumenti (squadra e compasso) posti sul libro della legge (a indicare che la legge è sì universale, ma va interpretata dall’uomo con le sue caratteristiche: appunto ragione e intuizione?).

E’ anche molto ovvio e forse – polemicamente – troppo libresco avanzare le varie interpretazioni possibili, dalla contrapposizione di bene e male, giorno e notte, luce e tenebre, maschile e femminile, e così via.

Più modestamente mi limito ad osservare che la legge del binario, oltre che a modalità del mondo fisico, nel quale viviamo, è pure il punto di partenza che spinse l’ominide ad alzarsi nella posizione eretta e a prendere coscienza delle grandi differenze tra io e il resto, che ancora oggi è probabilmente la prima consapevolezza del neo-nato.

Per quanto mi riguarda, sperimentai il binario in un sogno di molti anni fa.

Sognai di una tortora che viveva libera nel mio appartamento. Un giorno scomparve e ne acquistai un'altra. Mi accorsi ben presto, però, che quest’ultima era un uccello "cattivo", che mi beccava continuamente.

Un giorno improvvisamente ricomparve l'altra tortora, con una brutta ferita nel collo. Probabilmente, poiché era un uccello sostanzialmente “buono” e niente affatto intimorita dagli estranei, era stata catturata e si era ferita nel tentativo di fuggire. La tortora “buona” in seguito scomparve nuovamente e rimase con me l'altra, la “cattiva”, che - sapevo - non si sarebbe mai allontanata e sarebbe stata sempre pronta ad accorrere ai miei richiami, anche se solo per beccarmi.

Quale il significato del sogno? Forse la consapevolezza dell'esistenza in me di un dilemma convenzionalmente identificato in “bene” e “male”. L’accettazione finale “passiva” può forse significare che la soluzione non si trova scegliendo una tortora invece dell'altra, bensì cercando una diversa posizione di sintesi, intermedia e mediatrice dei due antagonismi.

Sul pavimento l’uomo che vuole realizzarsi, e che per questo si cerca, cammina.

Dunque la legge del binario è modalità costruttiva e non costrittiva.

Ma l’uomo deve anche avere la consapevolezza che tutte le leggi del mondo manifestato vanno superate e non debbono venire interpretate come assolute, altrimenti si costruiscono gabbie limitative: la costruzione infatti se inizialmente aiuta e protegge, nel prosieguo del cammino diventa (può diventare) una prigione. Così anche il binario deve, dovrà essere superato.

L’uomo che vuole liberarsi deve avere coscienza della dualità. Per esempio nella religione cristiana potrebbe esistere Gesù senza il Padre? Simbolicamente Gesù può indicare l’uomo che vuole liberarsi, che vuole “comprendere” il Padre che è in lui. Come lo comprende, lo compenetra ed esce dalla dualità e dal manifestato (dalla croce degli elementi).

Il superamento del binario non avviene a scapito di una delle due alternative, ma superando l’alternativa stessa in una sintesi superiore.

Non è possibile indicare come il superamento avverrà perché il processo esula dal campo della ragione e quindi non è possibile farne una descrizione particolareggiata, ma indico comunque la caratteristica essenziale che i contrari sono entrambi da superare in una sintesi superiore: non – quindi – la prevalenza dell’uno a scapito dell’altro.

Riporto un passo di Oldenberg riguardo la conversazione della monaca buddhista Kema con re Pasenadi. La monaca conclude con queste parole.
Il Perfetto, o gran re, è liberato dal vedere il suo essere misurabile con le misure del mondo corporeo: egli è profondo, immensurabile, insondabile come il grande Oceano. Che il Perfetto esista al di là della morte, questo non è esatto; che il Perfetto non esista al di là della morte, neppur questo è esatto; che il Perfetto nello stesso tempo esista e non esista al di là della morte, neppur questo è esatto; che il Perfetto né esista né non esista al di là della morte, neppur questo è esatto.
[Hermann Oldenberg, Budda, Milano, 1937, p. 308].

Qui probabilmente è colto il punto focale del problema.

L’uomo occidentale di inizio millennio è sicuramente ipertrofico per quanto riguarda il lato della ragione, ma inadeguato sul lato non razionale. Generalmente non usa in modo costruttivo le componenti non razionali, ma se ne fa sorprendere come sorgente di passioni, anche furiose, per lo più trasformate a livello di volontà di potenza (meglio: onnipotenza; meglio: onnipotenza impotente e frustrata): fornisce quindi nuovo combustibile alla iper-razionalità, anche se distorta, in un perverso groviglio senza uscita, magari trovando fasulli sbocchi in scoppi deflagranti o annichilenti, in patologie dolorose (depressioni, psicosi,…) o in rifugi repressivi iper-razionali o in valvole di sfogo religiose o para-religiose.

L’uomo oggi ragiona secondo gli schemi della logica aristotelica (una cosa o è o non è). Può al più passare alla logica probabilistica (una cosa o è o non è o è possibile in varia misura) o addirittura a quella modale (una cosa o è o non è o è possibile che sia o non/sia o è necessario che sia o non/sia): rimane sempre entro i binari della logica.

La conclusione di Kema (non è vero che il Perfetto esista dopo la morte; non è vero che non esista; non è vero che insieme esista e non esista; non è vera l’ultima affermazione – cioè non è vero che non sia vero che insieme esista e non esista) cozza invece contro la logica che usiamo quotidianamente.

A volte la logica riesce a superare le contraddizioni che ha creato (penso all’antinomia del mentitore, del barbiere), ma esistono problemi che non riesce a risolvere.

Antinomia del mentitore. Io dico: io mento. Se dico il vero allora è vero che mento e quindi dico il falso. Se dico il falso allora è falso che io menta e quindi dico il vero.

Antinomia del barbiere. Se il barbiere del villaggio è colui che rade chi non si rade da solo, allora chi rade il barbiere? Se il barbiere si rade da solo allora lui non può essere il barbiere (che rade chi non si rade da solo). Se non si rade da solo allora si fa radere dal barbiere, cioè deve radersi da solo.

La soluzione logica delle due antinomie riguarda il divieto di mescolare diversi livelli semantici del linguaggio. Io non posso fare valutazioni semantiche su ciò che sto dicendo nello stesso momento e non posso definire il barbiere in tal modo.

Una decisiva (drammatica per l’uomo) limitazione dei poteri della ragione sta nella impossibilità di dimostrazione dell’esistenza di Dio.
Fino ad oggi qualunque dimostrazione di esistenza di ciò che l’uomo chiama Dio è sempre fallita per evidenti e a tutt’oggi ineliminabili errori logici. La conclusione cui si è giunti è la impossibilità della dimostrazione dell’esistenza di un principio trascendente (di qualunque dio). Credo che infatti la ragione abbia in sé una intrinseca impossibilità nel raggiungere un tale risultato, giungendo qui a toccare uno dei suoi limiti.

Ma non si deve intendere la situazione come una sconfitta dell’uomo, anzi – al contrario – può forse essere una delle maggiori conquiste moderne.

Il divino non è un concetto che possa essere dimostrato razionalmente, ma esperienza che l’uomo deve provare e sentire (e in questo senso può sperimentare anche il non-dio, cioè l’assenza di dio: credenza in dio e credenza in non-dio sono due aspetti della stessa medaglia), aspetti contrapposti e contrastanti che il camminatore dovrà superare. Il tentativo invece di “dimostrare” l’esistenza di dio non è che un altro aspetto della volontà di onnipotenza dell’uomo occidentale e della sua razionalità ipertrofica e non equilibrata.

In metafora, il viaggiatore che trova la strada sbarrata da un muro, può aggirare l’ostacolo o trovare varchi nel muro (la logica risolve la contraddizione). Se non esistono varchi e vuole proseguire il cammino deve allora scavalcare il muro, mettere, per così dire, le ali. L’uomo cioè deve affidarsi ad altri strumenti (intuito, immaginazione, fantasia,…): la logica non è più uno strumento adeguato.

Altra metafora: il muratore ha a disposizione strumenti diversi, ognuno con una funzione particolare: non può usare uno strumento per un utilizzo diverso da quello per il quale è adatto (fuor di metafora: non può sgrossare la pietra con il regolo). Ma non per questo rifiuta il regolo, bensì lo utilizza per gli usi propri.

Così l’uomo non deve rifiutare la logica, bensì usarla per gli scopi appropriati: del resto non è proprio mediante la logica che ha raggiunto le conquiste del pensiero contemporaneo, non ultima la certezza di non possedere certezze?
[Certezza è proprio di una verità dimostrata. Non può essere pertinente alla verità intuita, non nel senso che questa è meno vera di quella, ma nel senso che questa, intuita da me, è vera per me, ora, indipendentemente da dimostrazioni logiche. In ultima analisi: io so di non sapere].
Tutte le “verità” di fede o intuitive che l’uomo ha raggiunto non sono (non possono essere!) verità definitive, ma conquiste temporanee, scalini di una grande scala, utili a raggiungere gli scalini successivi non la cima della scala. Infatti la chiave per raggiungere la meta successiva si chiama evidenza.

Si badi a non confondere l’evidenza delle cose con il buon senso comune. Credo che il buon senso comune non possa mettere se stesso a criterio di conoscenza. Se ammettiamo il buon senso comune come paradigma gnoseologico (e quindi anche normativo) siamo sulla buona strada per giustificare anche tutte le azioni passionali e isteriche (come primo esempio ricordo i processi alle streghe dove il buon senso comune ha istigato e giustificato ogni infamia da parte del popolino, dei giudici e degli ecclesiastici).

L’evidenza delle cose deriva sicuramente da un atto intuitivo (non c’è altra via). Intuendo quella cosa, mi rendo conto che essa è così. Sono dunque autorizzato a supporre che la cosa è così e non può essere altro che così? Cioè: che è necessario che essa sia così? Credo che questo passaggio non solo non sia necessario, ma sia anche scorretto. Nella mia intuizione quella cosa è così; ma potrebbe essere anche in altro modo (se la mia intuizione è sbagliata)

I metafisici invece sull’evidenza delle cose basano la costruzione delle loro verità. Una citazione per tutte. Vanni Rovighi sostiene:
“E perché diciamo: le cose stanno così? Perché siamo sicuri che le cose stanno così?
La risposta non può essere che una: perché vediamo che stanno così. Questo carattere per cui la cosa si manifesta è l’evidenza intrinseca. Abbiamo già detto parlando della conoscenza in generale che non ci può essere altro criterio primo e fondamentale di verità e che sull’evidenza deve fondarsi chiunque pretenda di esprimere una affermazione che abbia valore”
.
[Sofia Vanni Rovighi, Elementi di filosofia, Brescia, 1989, vol. 1, p. 161].

L’intuizione si basa sulla mia percezione del mondo. Cosa assicura la sua correttezza? Ecco perché debbo associarvi il dubbio metodico.

Credo si possa affermare che se il lavoro massonico vuole portare alla costruzione dell’uomo nuovo (indicato dalla duplice contrapposizione passaggio agli inferi – morte e scoperta della luce – nascita ) bisogna che l’operatore operi sulle contrapposizioni apparentemente inconciliabili che sente in sé per raggiungere la completezza, rendendosi conto che la ragione (uno strumento, ma non l’unico) da sola può certo raggiungere risultati apprezzabili, ma non ampli come quelli che il camminatore può raggiungere utilizzando tutti gli strumenti. Ecco perché la Massoneria non può essere ridotta alla filosofia: le diverse posizioni filosofiche per esempio esprimono i diversi accenti della ragione e quindi rappresentano la/le contrapposizione/i propria/e del mondo del binario, che vengono superate completando la ragione con altri strumenti.

Lavorando appropriatamene con gli strumenti che il lavoro di officina mette a disposizione il libero muratore dovrà superare le contrapposizioni, costruendo lo sviluppo armonico (cioè superamento) del bianco e del nero. E quindi, per restare nell’esempio citato di contrapposizione ragione e intuizione, non razionalismo ristretto nei confini del pensiero materiale e nemmeno slanci fantastici di intuizionismi o peggio fantasie suggestive (fr. il capitolo Il fantasma nella scatola nera in Jean-François Revel e Matthieu Ricard, Il monaco e il filosofo, Milano, 1997).

OSSERVAZIONE

Si faccia però attenzione anche al distorto uso della ragione. Per esempio vi sono teologi di parte cattolica che distinguono tra ragione e retta ragione. La ragione non può essere limitata nella ricerca (anche se va contro le tue credenze) e non può avere come obiettivo il contenuto della rivelazione di una religione: come limite (ammesso che limite sia il termine corretto) può avere solo lo sviluppo armonico con l’intuizione (l’intuizione – e quindi anche la fede – fornisce un contenuto che la ragione vaglia, accettando o rifiutando). A sua volta l’intuizione può “ricercare” altri contenuti, ma sempre tenendo presenti i risultati e le conquiste della ragione. Scrive Elio Rindone:
D'altra parte, una cultura pluralistica come la nostra, in cui sono sempre meno numerosi coloro che si riconoscono in tale 'patrimonio spirituale, rende impraticabile l'uso della nozione di 'retta ragione': di fronte a concezioni filosofiche contrastanti, come non coltivare il dubbio che proprio la nostra tesi potrebbe essere frutto di un uso scorretto della ragione? Un dialogo autentico tra persone che hanno posizioni radicalmente diverse oggi è possibile solo se ciascuno, cosciente dei propri limiti e rispettoso della dignità altrui, porta argomenti a sostegno delle proprie tesi, pronto a rigettarle e ad accettare quelle dell'interlocutore se queste apparissero meglio fondate.
(da www.ilgiardinodeipensieri.com).

Una delle prime contrapposizioni da risolvere si basa sull’opposizione maschile-femminile e comporta che l’uomo si riappropri anche del proprio aspetto femminile (ecco l'importanza del grado di compagno!)primo passo per giungere alla completezza dell’ homo novus.

E qui sorge il problema della questione femminile.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.