Considerazioni finali
Certamente legittima la prescrizione di non trattare argomenti che possono dividere e sicuramente è rigoroso indicare quali non sono (non debbono essere) gli obiettivi del lavoro muratorio.
Ma è tuttavia opportuna l’occasione di specificarne il senso. Nei miei ricordi di vita muratoria c’è l’intervento di un fratello: in una camera rituale a lavori aperti osservò che, trovandoci nel Rito e non nell’Ordine, cadeva il divieto di parlare di politica e di religione.
Esempio tipico che credo dimostri come sia difficile liberarsi dalla mentalità profana: pur sapendo (almeno spero) come procedere, spesso il massone non è conseguente alle premesse nel lavoro muratorio. Eppure ne avrebbe la capacità (di questo i maestri tegolatori hanno garantito).
Se il massone ha una vita familiare felice, è dipeso anche da lui. Se ha una vita professionale e sociale della quale è soddisfatto, è dipeso anche da lui. Se ha amici fidati è dipeso anche da lui, dai suoi comportamenti che hanno provocato negli altri comportamenti analoghi.
Nella sua vita muratoria deve essere lo stesso. Non voglio teorizzare lo star bene in loggia, ma osservare che se nella vita profana si è sforzato di avere determinati comportamenti e non altri, altrettanto deve fare nel lavoro muratorio. Il massone deluso che avverte che la massoneria non gli ha dato le risposte che cercava, dimentica che per avere risposte bisogna prima domandare e che per domandare bisogna cercare. E cercare è un atto di volontà. E la volontà costa fatica.
Costa fatica perché è difficile e faticoso cambiare; lo è quando sei ancora una persona in formazione, a maggior ragione lo è nell’età cosiddetta matura.
D’altronde se bussa alla porta del tempio sarà certamente insoddisfatto di qualcosa.
Spesso però il massone è pigro. E lo è tanto più quanto più eterodosse sono state le spinte ad intraprendere la via muratoria.
Tu sottolinei opportunamente che il lavoro muratorio, che è lavoro iniziatico, utilizza come metodologia appropriata il metodo simbolico.
Il lavoro iniziatico è del tutto particolare: va fatto entro se stesso. Ma il massone (parlo del massone tipico, il massone “medio”) non conosce in genere il senso del lavoro simbolico né sa come “lavorare” con i simboli. Probabilmente troppo spesso viene pure lasciato solo a se stesso, per cui nemmeno riesce ad instradarsi. Altrettanto probabilmente trova solo dei “fratelli maggiori” che non conoscono affatto le modalità del lavoro.
Direi che preventivamente il neo fratello (come tutti i fratelli) ha l’obbligo – liberamente e spontaneamente assunto – di rettificarsi: è il lavoro preliminare su se stesso.
Il lavoro iniziatico è del tutto particolare: va fatto entro se stesso. Quindi (o contemporaneamente) per la particolare specificità del lavoro muratorio (che del lavoro iniziatico è uno specifico aspetto) il lavoro introspettivo va collegato al lavoro del cantiere – gruppo, ogni membro del quale deve nel frattempo eseguire lo stesso tipo di attività. Ecco quindi il continuo interscambio tra i fratelli durante i lavori di loggia.
Ecco quindi come un fratello che non riesce a “sgrossarsi” può coinvolgere il lavoro degli altri fratelli.
Fissate le premesse affronto il problema, consapevole che l’attività di un massone non può essere sezionata e stabilita categoricamente: da qui a lì il lavoro di sgrossamento, poi fino a quell’altro punto il lavoro di apprendista, e così via. Sono aspetti che mi pare poter affermare sono interdipendente e che se si potessero suddividere uno dall’altro potremmo anche dire che in genere “coesistono” tra loro.
Dunque: morire alla vita profana e rinascere ad altro. Sì, e questo significa cambiare. E cambiare significa cambiare (scusa il bisticcio di parole), ma non cambiare abito, abitudini, magari persone da incontrare. Cambiare, e basta. E chi non cambia, non cambia.
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La preliminare attività del massone è di abbandonare i metalli (non tanto lasciare le proprie idee quanto entrare in un altro ordine di idee).
Approvo quelle modalità di lavoro che impongono opportunamente “regole diverse” (silenzio degli apprendisti) e disapprovo le eccezioni (il buonismo del maestro che fa parlare l’apprendista). Il silenzio imposto all’apprendista (che magari nella vita profana è uomo maturo ed affermato, ed abituato a porre il suo parere sempre e dovunque) è una specie di vaccino muratorio (il gruppo – cantiere non ha bisogno di leader, ne ha già uno istituzionale, il Maestro Venerabile).
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Contemporaneamente al lavoro muratorio. A fianco dell’attività “rettificatoria” va considerata anche quella costruttiva. E qui il discorso diventa delicato.
Un esempio. Se il massone intende la contrapposizione bianco – nero (o le due colonne o sole – luna, eccetera) come la lotta tra bene e male (magari con la vittoria finale del bene sul male) distorce il lavoro muratorio sul superamento dei contrari.
Si dice: il lavoro simbolico serve appunto a superare questa problematica. Sì, a patto di essere consapevoli della problematica. A mio parere sapere che il problema esiste significa anche sapere che ci sono modalità non pertinenti al lavoro muratorio, che sono proprio quelle che hanno permesso in molti massoni di considerare la massoneria quella chiesa laica che per molti è diventata.
Il lavoro rituale si attua appunto unendo i presenti e per così dire incanalare le loro energie in un flusso unico (come i singoli fili di un grosso cavo). E’ un simbolo? Tutto nel lavoro di loggia è simbolo e quindi anche lo stesso lavoro. Alla fin fine ciò che importa è il lavoro dell’uomo su se stesso: come in loggia si lavora tutti assieme per raggiungere l’armonia di tutti, così entro se stesso il massone deve lavorare per raggiungere la “sua” armonia interiore.
In massoneria non viene presupposta l’esistenza o l’aiuto di un Dio supremo, e il GADU è infatti solo un simbolo (non il simbolo di Dio!). Centrale è l’uomo, anzi, l’uomo che costruisce. Non c’è il cibo in comune, ma il lavoro in comune.
Come disse un fratello: la massoneria non sa più dare risposte perché non sa più porsi domande.
Il GADU “spontaneo emerge dall’esperienza costruttiva quotidiana; dove il lavoro rivela l’esigenza del Fine, la sua essenza sul piano visibile come progresso e missione, la necessità del transito evolutivo oltre le barriere fisiche e quindi anche il principio della sopravvivenza”. Mi piace il concetto del Fine del lavoro, anzi, meglio, che il lavoro rivela l’esigenza di un Fine, che può non essere solo il fine dell’opera che si sta costruendo. Ciò non significa l’esistenza dell’ente, del principio, ma solo la constatazione del Fine del lavoro (senza sapere né se tale Fine esiste, né cosa sia).
Se un osservatore è posto sul tetto di un alto edificio e vede una palla che rotola nel giardino percorrendo una traiettoria irregolare può supporre che le irregolarità (deviazioni, rallentamenti, accelerazioni) dipendono da forze applicate in vari punti. Un osservatore posto nel giardino invece si rende conto che le irregolarità dipendono semplicemente dalla natura del terreno non perfettamente orizzontale e liscio senza il bisogno quindi di ipotizzare forze applicate qua o là per giustificare le deviazioni.
Il massone deve quindi rendersi conto che non può attribuire al GADU un senso religioso proprio della religione. Il simbolo verrebbe completamente frainteso.
Moramarco osserva nella sua Nuova Enciclopedia Massonica come la libertà all’approccio alla trascendenza sia stata “fraintesa, o comunque assolutizzata al punto di divenire quasi la matrice di quella teologia massonica che si è prima detta improponibile: da Lessing (col suo noto passo: «…Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra il solo tendere verso la verità ecc. ecc…») al massone svizzero A. Chédel che intende l’Assoluto come ricerca, al “Dio liberale” di Quirico Filopanti, al massone comune che crede nell’”antidogmatismo massonico” (di regola in opposizione al dogmatismo delle chiese) sul tema del Grande Architetto “laddove – sia detto una volta per tutte – un Libero Muratore, è libero di accettare e coltivare tutti i dogmi che vuole (e la storia della Massoneria annovera personaggi che oggi sarebbero definiti «fondamentalisti») fatto salvo il principio che non dovrà pretendere di far coincidere quelli altrui con i propri)” (Moramarco, p. 483).
Il massone non può avere in loggia lo stesso atteggiamento del religioso verso l’oggetto di culto.
L’accettazione GADU = simbolo deve essere sviluppata coerentemente con l’attività del massone, altrimenti si cade nelle ristrettezze del GADU come nome massonico della divinità.
Quindi dobbiamo evitare sermoni sul tipo “trionfo finale del bene” che esulano dall’obiettivo del lavoro e mettono a rischio la funzionalità del GADU come simbolo.
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La massoneria lascia ampia libertà al massone nel proprio lavoro, ma lascia anche (è il rovescio della medaglia) ampia libertà di non lavorare con la metodologia opportuna.
Faccio fatica a spiegare quale possa essere la metodologia adatta. Ma alcune indicazioni possono essere date: il massone deve cambiare mentalità, cioè tutto ciò che si porta dietro quando bussa alla porta del tempio (il suo bagaglio, insomma) va rivisto alla luce del nuovo stato. Il massone viene spinto a salire e risalire sulla scala curva, se vuole riscuotere il suo salario.
Il rito di iniziazione gli ha proposto alcuni strumenti che non conosceva. Anzi – meglio – gli ha proposto nuovi usi di strumenti che probabilmente conosceva. Con questi strumenti lavorerà per rettificarsi, per sgrossare la propria pietra (il termine purificazione, se pur abbastanza corretto, non lo sento mio e possibilmente non l’uso).
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Ecco quindi che per insipienza il fratello non si rende conto che certe modalità sono fuor di luogo.
Il fratello che proclama la massoneria come culla della democrazia ha della nostra Istituzione una visione parziale (la sua) e non se ne rende conto.
(Fine - per ora)
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