Oriente Eterno. Espressione che commuove.
Ma: attenzione! Non deve essere segno che divide il massone dagli altri, che in un certo senso "distingue" il massone dal non massone.
L'Oriente Eterno è un simbolo molto forte che esprime (per noi) il "fine vita" con un linguaggio delicato. Viene visto come un semplice (semplice!) trasferimento di Loggia e mostra la "fede - fiducia" in qualcosa "dopo".
Fiducia non vuol dire: "Io so che sarà così". Io purtroppo non so nulla. Ho solo fiducia, una gran fiducia.
"Il petalo è volato via" scrisse con delicatezza Novalis della morte della ragazza quindicenne cui era legato affettivamente (e non si parli di pedofilia, per favore!).
Ecco. "Delicatezza" è forse uno dei modi più significativi di "parlare" di Oriente Eterno. E deve diventare anche il senso di un "mondo invisibile", di un piano di vita diverso da quello che siamo abituati a conoscere: un piano leggero, più leggero di questo.
Gli antichi Egizi credevano che al defunto dovesse essere pesato il cuore e avrebbe superato la prova se il cuore fosse stato più leggero di una piuma.
La leggerezza dovrebbe essere la caratteristica del mondo oltre il mondo, nel quale tutti dovremo andare . Dimensione strana, non visibile, non materiale. Ma "leggera".
All'appuntamento con la Nera signora dovrò andare con meno zavorra possibile. Il mio zaino dovrà essere leggero, almeno il più leggero possibile.
E andremo nel mondo del mistero. Parola che sconcerta l'uomo contemporaneo, che non comprende. L'uomo oggi non accetta il mistero. Non lo capisce, non lo vuole e lo rifiuta. Ma il mistero non scompare, resta lì. Tutt'al più si cela, ma solo per poco. E gioca con il grande paradosso della vita: l'unica certezza che ha l'uomo qui è appunto quella di incontrare, prima o poi, il mistero!
Visualizzazione post con etichetta Oriente Eterno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Oriente Eterno. Mostra tutti i post
11 marzo 2017
11 novembre 2016
Oriente Eterno: dialogo tra due Logge
Nell'autunno del 1978 la Loggia Carducci n. 103 di Bologna fece conoscere una tavola "collettiva" nata dalle riflessioni dei Fratelli.
La Loggia Garibaldi n. 520 di Forlì continuò la riflessione.
A noi Fratelli il dovere di ritrovarla.
La Loggia Garibaldi ha lavorato sulla tavola e il Segretario ha
sintetizzato in una specie di “risposta” inviata ai fratelli
della Carducci.
La Loggia Garibaldi n. 520 di Forlì continuò la riflessione.
Il tema che la L. Carducci questa sera pone all’attenzione ed alla riflessione è
il frutto del comune lavoro di alcuni appartenenti a questa Officina
ove ognuno di essi ha apportato quanto di intimo è scaturito dalle
proprie meditazioni.
“Oriente Eterno”: due parole che,
frequentemente ricorrono nella fraseologia tipica della nostra
Famiglia, due parole che sprofondano l’animo nella concettualità
più misteriosa. Forse non vi è tema che lasci il pensiero umano
tanto sgomento, incerto, titubante.
L’argomento implica
necessariamente un intreccio di considerazioni che promanano da
conoscenze religiose, filosofiche, naturalistiche. Gli aspetti
possono ricondursi a tema di fede, in campo religioso; a
razionalismo metafisico, in campo filosofico; ad osservazioni
fisiche, in campo di natura–materia.
E’ stato detto, a ragione, che il
nostro secolo e troppo affaccendato per potersi occupare del mistero
della morte, di ciò che ad Essa possa o non possa seguire.
E’ ormai cospicuo il numero di
coloro i quali volgendo le loro cure e sollecitudini alle risorse
materiali ed agli onori che la vita esteriore offre, trascurano le
problematiche di ordine spirituale che la esistenza propone anche in
proiezione futura. Persino le Chiese e le Religioni, il cui scopo
prevalente dovrebbe essere la meditazione sull’eterno destino,
sembrano dedicare le loro migliori energie all’aumento dei
consensi o, nella migliore delle ipotesi, a rendersi utili allo
convivenza sociale. Il che sarebbe positivo ed auspicabile se non
servisse a relegare in secondo piano l’atto più religiose
dell’esistenza: la riflessione sul destino dell’uomo.
“ Virtù grande è il non temere la
Morte, di guisa che la Sua immagine non sia di impedimento a ciò
che è nostro dovere: operare nella vita”.
Tuttavia l’esistenza non andrebbe
considerata solo come una successione di atti volti al
raggiungimento di esiti materiali, ma piuttosto come una tendenza al
raggiungimento di esiti spirituali nel presente ed ancor più nel
futuro, quando il corpo, dissolvendosi, lascia la propria eredità
spirituale su questa terra.
Il problema dell’immortalità non
può essere abbandonato, né alle dogmatiche predicazioni religiose,
né alle facili negazioni di un naturalismo scientifico strettamente
empirico; a questi due estremi stanno due categorie di persone per
le quali, l’una per l’altra, tale questione non sussiste e sono,
in egual misura, al coperto da ogni dubbio: da un lato coloro che
sono portatori di una certezza assoluta ed immutabile, derivata
dalla rivelazione fideistica di Verità definitive; dall’altro gli
alfieri del positivismo, per i quali la sopravvivenza post-mortem è
una ipotesi nata morta, una questione indiscutibilmente risolta in
senso negativo. Il quesito quindi dell’immortalità può
sussistere per coloro che, pur vivendo le più alte aspirazioni
dell’animo, hanno bisogno di un rigore scientifico. Ma in che
senso va intesa questa ultima espressione “rigore scientifico”?
Va forse considerata come un ricorso al metodo razionale per
comprovare l’esistenza di una vita ulteriore | o non piuttosto,
per noi massoni, quale richiamo alle folgoranti intuizioni, se pur
prive di un sostegno razionalizzante, di cui è costellata la nostra
esistenza?
Siamo per questa seconda spiegazione in quanto ci sembra
non utilizzabile il metro razionalistico per localizzare entità non
misurabili scientificamente. In realtà quando si parla di
immortalità ci si riferisce alla immortalità dei Valori, nel senso
che dell’Essere Umano e della Sua Opera sopravvivono e si evolvono
soltanto questi.
Noi siamo, sì, vivi e tale realtà
percepiamo, ma da dove veniamo, dove andiamo non lo sappiamo. La
nostra intelligenza è sconfitta dal Mistero; la nostra intelligenza
è finita, essa vaga, con la sua limitatezza conoscitiva, nella
infinita creazione dell’universo. La nostra vita, che è vita in
quanto scaturita da eventi, è la vita stessa dell’universo poiché
il nostro corpo (materia) è la materia stessa dell’universo. La
vita è trasformazione perché la materia è trasformazione; la vita
è divenire, divenire eterno ed anche la Morte non e altro che un
aspetto diverso della vita. Nell’Universo non vi è nulla di morto
ma tutto è vivo, tutto in continuo mutamento. Vita e morte sono
apparenze diverse che sfuggono alla nostra mente, ai nostri sensi,
perché la nostra mente, i nostri sensi sono parte nascente e
morente della nostra forma corporea, del nostro piano materico.
Noi non siamo in grado di conoscere
con la nostra ragione quel fenomeno continuo che si dipana ogni
giorno rotto i nostri occhi: la nascita, cioè, e la morte.
La morte e la nascita rappresentano,
nel lungo cammino dell’uomo, l’aspetto più singolare di una
sconcertante realtà mista a visioni ultraterrene. Già dalle epoche
le più remoto, allorché l’uomo ha cominciato a dare sepoltura ai
suoi simili, vi ora, nell’individuo, la percezione di un
sentimento proiettato in una dimensione al di là della realtà in
cui si muoveva; anelito all’immortalità oltre lì passo della
morte.
In tutte le epoche, in tutte lo
religioni si riscontra una certezza di vita ultra terrena, un
desiderio cioè che si manifesta in forme più o meno coerenti con
la realtà della vita vissuta. L’Ade presso i Romani, il Paradiso
e l’Inferno del Cristianesimo, Stato di Nirvana o beatitudine
eterna nell’annichilimento del proprio Io in seno all’Essere
Universale nel Buddhismo, Paradiso edonistico nell’Islamismo sono
sinteticamente le espressioni di concezioni mistico – religiose
dell’al di là che si possono concretizzare con la codificazione
ed il rispetto di norme di vita terrena più o meno dogmatiche.
La sperimentazione non ci dice che
esiste l’al di là; l’al di là è una creazione di noi ohe
viviamo. Nell’espressione “oriente eterno” è implicato il
concetto dell’infinito e questo è un concetto che presenta
aspetti vari e rientra nel quadro di quei fatti religiosi e mitici
che sono stati osservati da antico tempo; fatti che fanno dubitare
della stessa esistenza fisica, della stessa esistenza materiale
vista appunto da una concettualità relativistica.
Nascita e morte, tempo e spazio
tolgono alla razionalità la possibilità, implicita in ogni
ricerca, di afferrare la verità, la certezza. Quid ante, quid
post? sono interrogativi ai quali non può corrispondere che una
intima ricerca soggettiva da parte di ogni essere intelligente.
Assume rilevanza l’ottica nella
quale ci si pone; si può partire da alcune semplici considerazioni
sulla coscienza dell’uomo, intesa come affermazione dell'io
individuale e nello stesso tempo rappresentazione da parte dell’io,
di altre individualità a lui estranee ed esterne. La coscienza
individuale esplica la propria facoltà di ricevere, connettere,
rielaborare o ricordare dati; ci si domanda se tale IO capace di
attività psichica, di giudizio, di libera scelta, possa annullarsi
dopo la morte. Propendiamo per il no: intendendo che la esistenza
temporanea sia conferma dell’essere, che la psiche sia facoltà
sottile dell’essere.
Pensiamo che i Fratelli massoni
abbiano un rapporto dis-alienato con la morte perché se ne
sono riappropriati. Nella società profana non c’è possibilità
di realizzare cosa significa morire. Per i Fratelli esiste invece un
punto di demistificazione della morte: 1’Iniziazione. Possono in
seguito decidere della loro vita totalmente coscienti. E’
necessario entrare in rapporto con la propria morte e uno dei modi è
attraverso la meditazione nel Tempio.
Tempio: rappresentazione
dell’universo, punto di incontro fra macrocosmo esterno e
macrocosmo interno; i Suoi Simboli catalizzano “Id quod est
superius et inferius”. L’Oriente Eterno è uno di questi
simboli.
Dove è la Luce ivi è la Forza. Dove
è il Fuoco ivi è anche l’immutabile origine di ogni
trasformazione. L’Uomo è trasformazione. Noi diciamo infatti: “il
fratello è passato all’Oriente Eterno”. Il Fratello non muore;
noi avvertiamo solo che un anello della Catena si è spezzato. La
parola, cioè la comune Fede, è smarrita. Il fratello passato
all’Oriente eterno ci da quindi ansia di ricerca che non è
mestizia. Ci da fiducia il fatto che la parola è solamente
“smarrita” e quindi esiste. Dipende solo da noi il ritrovarla.
Noi sostiamo ancora in ricerca. Noi fissiamo ed usiamo ancora il
compasso. Lui fisserà all’Oriente Eterno ciò che la sua nuova
Iniziazione gli farà sentire: sarà una nuova perfezione della
nostra perfezione? Con quale involucro corporeo o meno avvenga
questo noi non sappiamo perché non lo possiamo sapere. Degli
infiniti involucri noi ora siamo limitati ad uno solo. L’affetto
terreno di questo ci da il dolore della dipartita. Il ricordo di
questo sopprime il dolore: è vita. Il ricordo, quindi, supera
l’affetto: vale a dire che la vita esclude la morte. Il Fratello
lascia il vuoto di un anello spezzato della Catena: è il richiamo
affinché un altro fratello colmi questo vuoto. A noi lascia un
compito dì perfezione: la dipartita di un Fratello è precisa
indicazione di dovere per i Fratelli che rimangono. La perfezione di
questo dovere di tutti è in tutti. Il passaggio all’Oriente
eterno è trasposizione di Luce. Dove è la Luce ivi è la Forza.
Dove è il Fuoco ivi è anche la immutabile origine di ogni
trasformazione. Chi è destinato a trasformarsi incessantemente non
potrà mai comprendere cosa sia questa trasformazione. L’avverte
non per erudizione, ma per intuizione.
L’anello della catena è spezzato ma
un fratello che si sostituisca a chi è uscito può rinsaldarne la
compattezza.
La parola non è svanita, è soltanto
perduta.
Al Fratelli della R. L. “G.
Carducci” n. 103
Carissimi Fratelli,
gli operai forlivesi hanno lavorato a
lungo sulla vostra tavola “L’Oriente Eterno” e hanno
contribuito alla costruzione del Tempio con le seguenti pietre.
La moltitudine degli uomini è portata
a cercare il concreto quotidiano e non si preoccupa del resto. I
Liberi Muratori si distinguono per l’interesse rivolto a ciò che
trascenda la realtà quotidiana! Essi sono per l’essere invece che
per l’avere (citando il dilemma dello psicanalista Erich Fromm) .
Con la morte termina il corpo fisico.
Che fine fa tutto il bagaglio di animico e spirituale che ci
accompagna? C’è una parte di noi che può dirsi puro spirito, ma
anche una parte composta da sensazioni, sentimenti: questa seconda
componente muore oppure no? Non importa rispondere, importa invece
rivolgersi al nostro interno/e lavorare per cambiarci.
Forse la morte fa paura perché si
lascia il noto per l’ignoto, perché si abbandonano gli affetti
che ciascuno di noi ha creato nella vita.
Una delle molle che spingono gli
uomini è il terrore della morte. Le religioni offrono un
palliativo, e l’uomo spesso non cerca altro, poiché
psicologicamente è incapace di considerare la propria morte.
Tutte la religioni fanno balenare la
possibilità di una vita dopo la morte. Molte, per tenere i fedeli
soggiogati, si basano su un futuro castigo o premio.
Ogni religione ha instaurato dogmi,
quasi volesse impedire all’uomo di indagare per trovare la propria
verità. Infatti l’uomo ohe ricerca è libero, mentre la religione
vuole seguaci, magari anche fanatici. Il seguace – colui che segue
altri – non può essere un uomo libero.
La morte è un sipario nero, non si
vede cosa c’è al di là. Forse è opportuno parlare, invece che
di paura della morte, di amarezza per l’ignoto. Dall’amarezza
nasce la paura, che ormai nell’uomo è inculcata quasi per eredità
atavica: ogni religione ha infatti basata su essa la propria morale
(v. il “post mortem: si è insistito spesso sulla paura della
punizione come conseguenza dei propri errori; “Se hai sbagliato,
pagherai”).
La morte non può essere spiegata con
la ragione. Dove la ragione non arriva comincia ad operare la nostra
“razionalità interna”, intendendo con questo termine quella
facoltà che aiuta a sondare dentro di noi dove non è possibile
giungere altrimenti. E’ una facoltà diversa da individuo ad
individuo che fa parte del nostro segreto e costituisce il supporto
necessario per la nostra meditazione.
La morte è un cambiamento di stato.
Una spunto alle meditazioni dei fratelli può essere l’analogia
della vita umana con il ciclo dell'acqua. Il mare è composto da
innumerevoli gocce di acqua, che evaporano e si accumulano in
nuvole. Da nuvole si trasformano in pioggia e cadono sul terreno,
dove si arricchiscono di minerali e inglobano anche scorie. Tramite
ruscelli, torrenti e fiumi ritornano al mare, nel quale si annullano
e si “purificano” abbandonando la loro scorie e preparandosi a
un nuovo ciclo.
L’iniziazione è demistificazione
della morte nel senso che le restituisce il suo significato di
trasformazione, di passaggio da uno stato ad un altro (si pensi alla
morte come condizione essenziale per ricevere la luce nella
iniziazione muratoria, o al simbolo della porta tracciato in molte
tombe).
Il problema della morte non si innesta
solo sulla paura, ma anche sulla vita. Non può esserci la morte
senza la vita e non può esserci la vita senza la motte. La morte è
una trasformazione. Del resto lo insegna pure la materia (la
componente del corpo fisico): essa non si crea e non si distrugge,
ma si trasforma.
L’uomo deve operare in questa vita
indipendentemente dalle eventuali conseguenze dopo la morte
(paradiso, inferno, reincarnazioni successive, ecc.). Solo se compie
lo sforzo continuo e sincero di cambiarsi e migliorarsi può
affrontare serenamente quel cambiamento di stato che i profani
chiamano morte e i Liberi Muratori passaggio all’Oriente Eterno.
La Massoneria aiuta ad affrontare la
paura che ci portiamo dentro e che continueremo ad avere fino a
quando non avremo dato la nostra spiegazione.
L’aiuto nella ricerca viene anche
dal sentire vicino i Fratelli mentre si comunicano i propri
risultati e si ascoltano i loro, per avere spunti per le proprie
meditazioni.
L’Oriente Eterno è un simbolo, e
come tale in esso si trova l’unificazione di due opposti: da una
parte il timore innato della morta (e quindi il tentativo di
proiettare la propria sopravvivenza individuale oltre il limite di
questa vita), dall’altra la consapevolezza della immortalità di
un certo “quid” che è in noi, del quale non sappiamo precisare
l’essenza, ma sappiamo solo che esiste.
Va precisata l’identificazione della
Parola con la Fede comune (vedi: “la Parola, cioè la comune Fede,
è smarrita”). L’iniziato cerca la conoscenza, non la fede. Chi
sa non ha bisogno di credere, perché sa: è il credente, il fedele
che deve credere, perché non sa. La differenza tra Iniziato e
fedele è sottolineata anche nell’insegnamento di un maestro: “Là
dove il devoto si pente, l’iniziato si cambia”.
16 marzo 2016
Oriente Eterno
Novantaquattro anni. Ora non riesce a
parlare. E’ visibilmente provato. Il fisico è affaticato.
A volte vive in un mondo suo, che ha
pochi legami con il mondo quotidiano: ricordi passati?.. “presenze”
che gli stanno vicino come in una sala d’aspetto? “compagni di
viaggio” che lo accompagneranno per un poco?...
A volte è presente a questo mondo. I
cambiamenti sono repentini e imprevedibili. Spesso si fatica a
comprendere ciò che dice. L’articolazione delle parole non è più
quella.
L’altro ieri, improvvisamente, ha
chiesto una lettiga.
“Per che fare?” gli ho chiesto.
E lui: “Voglio andare a casa”.
“Ma sei già a casa” ho risposto.
“Vedi, questa è casa tua, sei sul tuo divano. Qui ci sono le tue
cose”.
Si è guardato attorno. Ha realizzato
di essere a casa. Mi ha guardato e mi ha detto: “Allora buttami
via. Buttami in mezzo alla strada!”.
E mi è venuto in mente un ricordo
della mia adolescenza. Abitavamo da poco in quella casa; pur essendo
in piena città la strada era ancora sterrata, sassi e polvere. Una
mattina mia nonna trovò la carcassa di un topo fatto fuori dal gatto
di casa. E allora lo prese e lo buttò via in mezzo alla strada:
gesto oggi riprovevole, ma allora voleva semplicemente significare il
gettar via qualcosa di inutile, da scartare, appunto, da buttar via,
nemmeno degno della spazzatura.
Proprio la sua richiesta di esser
buttato via fa pensare quanto gli stia pesando il suo essere come in
prigione.
Essere solidale con lui, compatire con
lui significa augurargli il prolungamento di questo genere di vita?
Oppure augurargli una buona partenza e cercare, con una vicinanza calma e partecipe,
l’allentamento dei legami fisici... Insomma una specie di viatico e
di buon viaggio?
Non è forse un augurio del genere, non
augurio di morte, ma vero augurio di vita? La vita prosegue, altrove,
altrimenti. Non più qui.
Ma è tremendo...
11 marzo 2016
Oriente Eterno
Non so parlare dell’Oriente Eterno,
ma posso solo accennarne con qualche pennellata simbolica. E quindi
non posso dire cosa è, ma posso pensare ad un’immagine.
Tutti hanno sempre cercato di “vedere”
il termine ultimo della vita fisica e ne hanno indicato immagini
poetiche: passare al di là del velo, salire sulla grande montagna,
cacciare sulle grandi pianure.
Io posso immaginarmi un lungo corridoio
al termine del quale c’è una porta chiusa, che si aprirà al
momento opportuno. Oppure un sentiero in un grande bosco che conduce
verso l’antro di una caverna, ma che ancora non posso varcare.
E’ un’immagine idillica: cammini
tra cinguettii di uccellini, tra lo stormire delle fronde, l’urlo
di animali lontani, presenze misteriose ma non pericolose o
minacciose. Un modo forse di “attenuare” l’impatto emotivo
della cessazione della vita fisica.
Tempo fa, durante una Tornata di
Loggia, il fratello Mauro disse che la morte personalmente non lo
spaventava, ma lo preoccupava il dolore che può precedere il termine
della vita fisica.
Il dolore è un segnale che il corpo
manda al comando per avvertire una situazione di pericolo che può
compromettere l’integrità fisica. Può essere presente al
declinare del corpo fisico con una serie non solo di attenuazioni di
ciò che si può ancora compiere ma anche, spesso, di ciò che non
funziona più.
Ma ci sono anche altre “cose” che
preoccupano, che mi preoccupano. Sono le malattie degenerative,
quelle che ti prendono all’inizio quasi impercettibilmente, e un
po’ alla volta, pian piano, ti si appiccicano come una cozza allo
scoglio, ti succhiano fino a lasciare un involucro completamente
vuoto, morto prima ancora di morire. Ti sembrerà di essere come
quelle prede dei ragni, subito paralizzate e poi, con la stessa
saliva del ragno, liquefatte in modo che il predatore possa succhiare
il liquido proteico lasciando l’esoscheletro vuoto.
La memoria è ciò che, oggi, ti fa dir
di aver vissuto. Ricordi belli, ricordi brutti. Ricordi delle cose
che hai fatto, ricordi delle cose che non hai fatto. La memoria
conserva il tuo bagaglio, quello che ti porti dietro fino
all’appuntamento con la Nera Signora, quello che ti fa dire che sei
tu e non qualcun altro.
Se ti vien meno la memoria sei finito.
Sono da alcuni anni il Segretario di
Loggia. Ho sentito e sento molto il senso della memoria, della Loggia
e mia personale come componente della Loggia.
Quando scrivo un verbale (sì, la
Tavola Architettonica della Tornata precedente) mi sento il
cuoco che rimescola nel paiolo di Loggia quanto i Fratelli hanno
consegnato al magazzino della memoria collettiva del cantiere.
Rimescolo e ricuocio per rielaborare la
memoria collettiva del lavoro svolto. Mi sento una specie di cuoco
che rimescola la polenta nel paiolo per evitare che si attacchi. Il
cuoco prepara la polenta per tutto il cantiere. Ma,
contemporaneamente, quel cuoco, prepara anche per se stesso.
Voglio dire che cuocio anche nel mio
paiolo per sfamarmi. La polenta è per tutto il cantiere e quindi è
anche per me, come componente del cantiere e come cuoco che prepara
per tutto il cantiere.
Rimescolo nel paiolo della mia memoria.
La Tornata di Loggia non è una semplice assemblea o riunione: è
qualcosa che ti colpisce e va depositata anche nel tuo bagaglio
personale.
Comprometterne la memoria significa
anche compromettere te stesso.
Qui sta il punto: come giungere alla
soglia?
A volte vi giungi vero e proprio
prigioniero nel corpo fisico, ormai una vecchia carcassa che non
regge più, ma resta tenacemente il corpo fisico, abbarbicato
testardamente a questa parvenza di sopravvivenza, una specie di cella
senza porte e con finestrine che si rimpiccioliscono.
10 ottobre 2015
Isola dei Morti
Boeklin: Isola dei Morti
E' un dipinto che mi ha sempre affascinato (qui una delle cinque o sei versioni di Boeklin del quadro).
Non vi ho mai visto angoscia e tormento, ma una grande serenità e pace. Accompagnata forse da una punta di amarezza per le persone care che si lasciano indietro, affetti familiari e amicizie. Tra le amicizie quelle con alcuni Fratelli Massoni con i quali si condivide un percorso (ricerca? amicale? lo star bene assieme?).
Vedo anche un certo interesse e una piccola punta di curiosità su ciò che succederà: l'Isola è un punto di arrivo definitivo? è una fermata temporanea dell'autobus? è una specie di stazione ferroviaria?
Non so e francamente non mi pongo il problema: lo saprò al momento opportuno.
Qualcuno ha detto che la Massoneria non è altro che la preparazione a quel grande momento, quando vedrai che la bara che stai scavalcando è la "tua" bara e dentro c'è il "tuo" corpo fisico, lasciato indietro come un abito vecchio non più adeguato.
Credo che ci sia del vero in questa affermazione.
20 luglio 2015
Una Tornata di peso
Ancora oggi, se posso, frequento le tornate della mia Loggia madre. Una sera - un paio di anni fa - si parlava della comunicazione. La tavola era tenuta da un fratello medico oncologo che esprimeva le sue esperienze.
In quella Tornata il mio contributo fu di silenzio attivo e partecipativo. Al termine il Maestro Venerabile mi disse che si era aspettato un mio intervento e il mio silenzio lo aveva stupito. Lì per lì non risposi. Gli scrissi il giorno dopo.
In quella Tornata il mio contributo fu di silenzio attivo e partecipativo. Al termine il Maestro Venerabile mi disse che si era aspettato un mio intervento e il mio silenzio lo aveva stupito. Lì per lì non risposi. Gli scrissi il giorno dopo.
Ti debbo una risposta per ieri sera.
All'uscita infatti hai osservato che ti
attendevi un mio intervento invece del mio silenzio.
Ho farfugliato qualcosa, sostenendo che
l'intervento di S. aveva in un certo modo concluso il lavoro (ed
era vero) per cui qualunque altro intervento sarebbe stato fuor di
luogo. Ed è ciò che hanno sentito anche i Fratelli, che hanno
taciuto e tu, avendo colto l'atmosfera, opportunamente, dopo qualche
tempo di silenzio, hai chiuso i lavori senza fastidiosi solleciti ad
ulteriori interventi.
La tavola di A. mi ha colpito nel
profondo. E non solo perché ti mette di fronte al tuo destino. Io
per la mia storia personale e professionale (non sono un medico) mi
potrei (o potrò) trovare solo dalla parte di colui al quale il
messaggio è diretto, non del medico che indirizza il messaggio. Caro
amico - mi si dirà o si potrebbe dire - hai un problemino di salute
che certo ti cambierà la vita: o la farà finire presto o cambierai
punto di vista (eh, eh, la famosa scala curva del Compagno che nella
salita ti fa cambiare i tuoi riferimenti - ma vai a dire al prossimo
che verrà passato Compagno che vivrà solo per un numero di mesi
uguale al numero degli scalini della scala curva: lui sì che
cambierà riferimenti e parametri!).
Mi è venuto durante la tornata un
profondo senso di non so che cosa, e solo al mattino dopo ho
cominciato a intravedere qualcosa (a dimostrazione che i lavori
muratori non si concludono nei limitati ambiti di una tornata di
Loggia).
Intanto mi è venuto alla mente una
tavola che fu tracciata nella Loggia X più di vent'anni fa dal fr.
P., un medico, poi assonnatosi, che fondò una
Associazione per l'aiuto dei malati di tumori liquidi o solidi (oggi
non ricordo) che venivano dimessi dagli ospedali per due motivi: il
primo, importante per i dirigenti medici, di non alzare le
statistiche di mortalità dei reparti e l'altro (spero pure questo
voluto, ma non ne sono certo) di permettere ad un sofferente di
morire nella propria casa e nel proprio letto così da essere nei
suoi ultimi giorni uno di famiglia e non un nome in un elenco.
P. parlava di eubiosia, un termine coniato
dal greco eu=bene e bios=vita, cioè la buona vita, e l'attività
dell'associazione doveva essere finalizzata non alla cessazione della
sofferenza (che non può che coincidere con la morte), ma alla sua
attenuazione e al sostegno del sofferente.
Ricordo ancora che dopo la tavola e
l'intervento di altri Fratelli, in gran parte medici, si alzò il 2°
Sorvegliante, che con grande serenità iniziò "grosso modo"
così: Abbiamo ascoltato le parole di medici, ora vi voglio far
ascoltare le parole di chi sta dall'altra parte, cioè di un malato
(detto in quel modo e con quel tono, il significato di ciò che ora
chiamiamo malato quasi terminale era evidente - e infatti non molto
dopo passò all'Oriente Eterno).
Ebbene, allora mi "gelò" e
mi colpì in profondità; il ricordo è emerso nella notte dopo la
tornata durante un sonno poco tranquillo. Lo stato d'animo è stato
sicuramente intensificato dal ricordo personale di un percorso
analogo a quello dei pazienti di A., che attraversò mia madre e
che terminò poco più di due anni fa con la sua morte.
Al mattino mi svegliai con i nitidi
ricordi della tornata della X e l'impressione fu talmente
profonda e duratura nella giornata che la notte successiva,
probabilmente per intervento del mio ego, feci un profondo sogno
compensatorio.
Nella Tornata si sarebbe potuto
estendere il concetto della comunicazione ad altri ambiti (tra amici,
tra docente e discente) e, specialmente per il lavoro di Loggia, al
rapporto tra Maestro che insegna e l'altro che vuole imparare (con
una chiara e provocatoria domanda: Chi è il maestro?). Ma sarebbe
stato proprio un banalizzare (non dico altro!) il lavoro e
distruggere quanto nella Tornata si era costruito. Ho preferito il
silenzio, che in quel momento era un "mio" silenzio
interiore.
02 giugno 2014
Lavoro di Loggia
Riporto la risposta che diedi al Maestro Venerabile di una Loggia che frequentemente visito. L'anno scorso, al termine di una Tornata, osservò che si aspettava un mio intervento invece del mio silenzio.
Quella sera la Loggia lavorò su una Tavola di un Fratello medico (oncologo) che trattava proprio il modo del medico di comunicare al paziente che aveva un grave problema di salute.
Ti debbo una risposta per l'ultima tornata della Loggia G.
All'uscita infatti hai osservato che ti attendevi un mio intervento invece del mio silenzio.
Ho farfugliato qualcosa, sostenendo che l'intervento di S. aveva in un certo modo concluso il lavoro (ed era vero) per cui qualunque altro intervento sarebbe stato fuor di luogo. Ed è ciò che hanno sentito anche i Fratelli, che hanno taciuto e tu, avendo colto l'atmosfera, opportunamente, dopo qualche istante di silenzio, hai chiuso i lavori senza fastidiosi solleciti ad ulteriori interventi.
La tavola di A. mi ha colpito nel profondo. E non solo perché ti mette di fronte al tuo destino. Io per la mia storia personale e professionale (non sono un medico) mi potrei (o potrò) trovare solo dalla parte di colui al quale il messaggio è diretto, non del medico che indirizza il messaggio. Caro amico - mi si dirà o si potrebbe dire - hai un problemino di salute che certo ti cambierà la vita: o la farà finire presto o cambierai punto di vista (eh, eh, la famosa scala curva del Compagno che nella salita ti fa cambiare i tuoi riferimenti - ma vai a dire al prossimo che verrà passato Compagno che vivrà solo per un numero di mesi uguale al numero degli scalini della scala curva: lui sì che cambierà riferimenti e parametri!).
Mi è venuto durante la tornata un profondo senso di non so che cosa, e solo al mattino dopo ho cominciato a intravedere qualcosa (a dimostrazione che i lavori muratori non si concludono nei limitati ambiti di una tornata di Loggia).
Intanto mi è venuto alla mente una tavola che fu tracciata alla Loggia V. più di vent'anni fa dal fr. P., un medico, poi assonnatosi, che fondò una Associazione per l'aiuto dei malati di tumori che venivano dimessi dagli ospedali per due motivi: il primo, importante per la struttura organizzativa, di non alzare le statistiche di mortalità dei reparti e l'altro (spero pure questo voluto) di permettere ad un sofferente di morire nella propria casa e nel proprio letto così da essere nei suoi ultimi giorni uno di famiglia e non un numero o un nome in un elenco. P. parlava di eubiosia, un termine che lui stesso aveva coniato, dal greco eu=bene e bios=vita,cioè la buona vita, e l'attività dell'associazione doveva essere finalizzata non alla cessazione della sofferenza (che non può che coincidere con la morte fisica), ma alla sua attenuazione e al sostegno del sofferente.
Ricordo ancora che dopo la tavola e l'intervento di altri Fratelli, in gran parte medici, si alzò il 2° Sorvegliante, che con grande serenità iniziò "grosso modo" così: Abbiamo ascoltato le parole di medici, ora vi voglio far ascoltare le parole di chi sta dall'altra parte, cioè di un malato (detto in quel modo e con quel tono, il significato di ciò che ora chiamiamo malato quasi terminale era evidente - e infatti non molto dopo passò all'Oriente Eterno).
Ebbene, allora mi "gelò" e mi colpì in profondità; il ricordo è emerso nella notte dopo la tornata durante un sonno poco tranquillo. Lo stato d'animo è stato sicuramente intensificato dal ricordo personale di un percorso analogo a quello dei pazienti di A., che attraversò mia madre e che terminò poco più di due anni fa con la sua morte.
Al mattino mi svegliai con i nitidi ricordi della tornata della Loggia V. e l'impressione fu talmente profonda e duratura nella giornata che la notte successiva, probabilmente per intervento del mio ego, feci un profondo sogno compensatorio.
Nella Tornata si sarebbe potuto estendere il concetto della comunicazione ad altri ambiti (tra amici, tra docente e discente) e, specialmente per il lavoro di Loggia, al rapporto tra Maestro che insegna e l'altro che vuole imparare (con una chiara e provocatoria domanda: Chi è il maestro?). Ma sarebbe stato proprio un banalizzare (non dico altro!) il lavoro e distruggere quanto nella Tornata si era costruito. Ho preferito il silenzio, che in quel momento era un "mio" silenzio interiore.
Quella sera la Loggia lavorò su una Tavola di un Fratello medico (oncologo) che trattava proprio il modo del medico di comunicare al paziente che aveva un grave problema di salute.
Ti debbo una risposta per l'ultima tornata della Loggia G.
All'uscita infatti hai osservato che ti attendevi un mio intervento invece del mio silenzio.
Ho farfugliato qualcosa, sostenendo che l'intervento di S. aveva in un certo modo concluso il lavoro (ed era vero) per cui qualunque altro intervento sarebbe stato fuor di luogo. Ed è ciò che hanno sentito anche i Fratelli, che hanno taciuto e tu, avendo colto l'atmosfera, opportunamente, dopo qualche istante di silenzio, hai chiuso i lavori senza fastidiosi solleciti ad ulteriori interventi.
La tavola di A. mi ha colpito nel profondo. E non solo perché ti mette di fronte al tuo destino. Io per la mia storia personale e professionale (non sono un medico) mi potrei (o potrò) trovare solo dalla parte di colui al quale il messaggio è diretto, non del medico che indirizza il messaggio. Caro amico - mi si dirà o si potrebbe dire - hai un problemino di salute che certo ti cambierà la vita: o la farà finire presto o cambierai punto di vista (eh, eh, la famosa scala curva del Compagno che nella salita ti fa cambiare i tuoi riferimenti - ma vai a dire al prossimo che verrà passato Compagno che vivrà solo per un numero di mesi uguale al numero degli scalini della scala curva: lui sì che cambierà riferimenti e parametri!).
Mi è venuto durante la tornata un profondo senso di non so che cosa, e solo al mattino dopo ho cominciato a intravedere qualcosa (a dimostrazione che i lavori muratori non si concludono nei limitati ambiti di una tornata di Loggia).
Intanto mi è venuto alla mente una tavola che fu tracciata alla Loggia V. più di vent'anni fa dal fr. P., un medico, poi assonnatosi, che fondò una Associazione per l'aiuto dei malati di tumori che venivano dimessi dagli ospedali per due motivi: il primo, importante per la struttura organizzativa, di non alzare le statistiche di mortalità dei reparti e l'altro (spero pure questo voluto) di permettere ad un sofferente di morire nella propria casa e nel proprio letto così da essere nei suoi ultimi giorni uno di famiglia e non un numero o un nome in un elenco. P. parlava di eubiosia, un termine che lui stesso aveva coniato, dal greco eu=bene e bios=vita,cioè la buona vita, e l'attività dell'associazione doveva essere finalizzata non alla cessazione della sofferenza (che non può che coincidere con la morte fisica), ma alla sua attenuazione e al sostegno del sofferente.
Ricordo ancora che dopo la tavola e l'intervento di altri Fratelli, in gran parte medici, si alzò il 2° Sorvegliante, che con grande serenità iniziò "grosso modo" così: Abbiamo ascoltato le parole di medici, ora vi voglio far ascoltare le parole di chi sta dall'altra parte, cioè di un malato (detto in quel modo e con quel tono, il significato di ciò che ora chiamiamo malato quasi terminale era evidente - e infatti non molto dopo passò all'Oriente Eterno).
Ebbene, allora mi "gelò" e mi colpì in profondità; il ricordo è emerso nella notte dopo la tornata durante un sonno poco tranquillo. Lo stato d'animo è stato sicuramente intensificato dal ricordo personale di un percorso analogo a quello dei pazienti di A., che attraversò mia madre e che terminò poco più di due anni fa con la sua morte.
Al mattino mi svegliai con i nitidi ricordi della tornata della Loggia V. e l'impressione fu talmente profonda e duratura nella giornata che la notte successiva, probabilmente per intervento del mio ego, feci un profondo sogno compensatorio.
Nella Tornata si sarebbe potuto estendere il concetto della comunicazione ad altri ambiti (tra amici, tra docente e discente) e, specialmente per il lavoro di Loggia, al rapporto tra Maestro che insegna e l'altro che vuole imparare (con una chiara e provocatoria domanda: Chi è il maestro?). Ma sarebbe stato proprio un banalizzare (non dico altro!) il lavoro e distruggere quanto nella Tornata si era costruito. Ho preferito il silenzio, che in quel momento era un "mio" silenzio interiore.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.
