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06 maggio 2026

Il tempo... e il resto 5

 Un'altra puntata delle mie riflessioni in Loggia sul tempo


Ma il tempo?

Definire qualcosa vuol dire spiegarlo con termini già noti. Se però dico che il tempo è lo scorrere delle cose dal prima al poi mi trovo in un difficoltà: dovrei sapere cosa è il “prima” e cosa è il “poi”. “Prima” e “poi” sono già tempo. Quindi: per sapere cosa è il tempo debbo sapere già cosa è il tempo. Qualunque studente di logica verrebbe bocciato per una definizione del genere.

Però Aristotele e san Tommaso dissero proprio così (con l’escamotage di attribuire a “prima” e “poi” significato solo spaziale e non temporale – già: uno spazio senza tempo?).

Invece sant'Agostino è più pratico e moderno: Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare, nescio.

Il senso è immediato: Che è il tempo? Se non me lo chiedi, lo so; ma se vuoi che te lo spieghi, io non lo so. Sarebbe come chiedere al matematico cosa è una retta. Ente primitivo, risponde, non definibile quindi non spiegabile. Che è la stessa risposta di Agostino.

Agostino di Ippona era colto. Infatti lo fecero santo e dottore della Chiesa. Dottore appunto da doctus = dotto, colui che sa. E infatti sapeva cosa era il tempo, a patto di non chiederglielo.

Invece io, che dotto non sono, del tempo non so nulla, neanche se non me lo chiedi.

So che il tempo sempre vince. E per quello che qui interessa, so che i nostri lavori cominciano a mezzogiorno e finiscono a mezzanotte.

Una istituzione che si dice solare e lavora a sole calante? Qualcuno se ne è mai chiesta la ragione?

Elevarsi

E. si chiede: è possibile elevarsi sopra il tempo?

E’ una domandona. Bella soprattutto per l’uso di quel termine apparentemente neutro ma in realtà molto significativo: “elevarsi” sopra il tempo.

Dal tempo al tempio (passaggio innocuo?): il profano viene creato apprendista, l’apprendista è passato compagno e il compagno elevato maestro.

Elevarsi maestro, rialzarsi da supino, elevarsi,… Elevarsi sopra cosa?... Mettersi in piedi e camminare. Verso dove?

Esiodo ci ricorda che il cielo Urano viene castrato (teniamo presente nella civiltà di allora gli intrecci semantici collegati al termine): cessano gli amplessi geo-uranici e quindi gli interventi celesti in terra. Crono invece non può essere evirato, viene semplicemente imprigionato. Ma poiché la sua forza è troppo forte verrà da Zeus liberato ed esiliato nelle Isole Beate. Urano è lassù e sta lassù. Per raggiungerlo dobbiamo costruire possenti cattedrali con salde (molto salde!) fondamenta in Gea. Crono è quaggiù, da qualche parte. Non sappiamo dove, ma c’è.

Cerchiamolo!

E’ la nuova “queste du saint-Graal”, rinnovata recherche dei nuovi ulissidi.

Ma forse non cerchiamo abbastanza. Più prosaicamente ci accontentiamo, L., di una petite madeleine, che ci ricorda… Ricordo... il lampo improvviso che illumina il buio della notte per un attimo. Attimo, infinitesimo periodo di tempo: ancora il tempo!

Ricordo che travalica il tempo e lo spazio; giunge in un attimo.

Ricordi di infanzia, i primi lavori, le prime tornate di Loggia.

Ricordi di scuola. Addio monti sorgenti dall’acque. Qual è la differenza tra ragion pura e ragion pratica? Qual è il volume della sfera? Quando è avvenuta la pace di Cambrai?

Tu rovisti, frughi, non trovi. E la petite madeleine finalmente esplode: Della sfera il volume qual è? Quattro terzi pi greco erre tre!

Un tempo che giunge improvviso, senza avere cercato e frugato nella memoria. Frugare: che brutto termine, tutto concentrato nell’auto-compiacimento del guardone per una azione che non è altro che un rovistare nel solaio o – con un termine nostro – nella cripta del nostro tempio.

*

Ognuno di noi ha miriadi di occasioni per ricordare, miriadi di piccole madeleine personali. Ricordate gli oggettini di pessimo gusto? gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col mònito salve, ricordo...Paccottiglia, kitsch diremmo oggi. Ma sono i nostri appigli (da già liceale mi rifiuto di usare un banale appiattito “input” quando posso avvalermi dei classici: spunto, appiglio, occasione, pretesto, causa, opportunità, motivo, e chi più ne ha ne metta).

Ritrovato o ritornato?

Il ricordo compare all’improvviso. Dal tempo perduto al tempo ritrovato.

Ma è proprio ritrovato, ritornato alla luce? Oppure è un tempo reinventato o ri-creato?

Ri-creato e ri-velato.

Ricreare dal latino recreare, ristorare fisicamente e moralmente. Termine composto da re = di nuovo e creare = vivificare. Rianimare quasi infondendo una nuova esistenza.

Rivelare dal latino revelare. Termine composto da re = “dietro” (non ”ri”, “di nuovo”, “un’altra volta”, come una fanta-etimologia vorrebbe) e velare da velum = velo, cortina. Far sapere ciò che era sconosciuto (appunto dietro il velo). Svelare, scoprire, palesare.

E se volesse invece dire: creare ciò che è dietro al velo? Non fa così la nostra memoria?

*

Il tempo ritorna?

Il tempo va?… Il tempo viene?… Il tempo ritorna?…

Chi lo sa?… Come spiegarlo?

No, spiegare non si può. Mi accontenterei di accettare una qualche “spiegazione che non spiega”.

Ho bisogno di una piccola madeleine che non c’è. O forse sì, l’ho trovata, inaspettatamente.

Sto leggendo un vecchio diario di Leonardo Sciascia ed ecco il bagliore di una piccola lampada.

Petrarca morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374. Era nato all’alba del 20 luglio del 1304: e moriva dunque avendo quasi perfettamente concluso quello che per Dante era il cammin di nostra vita. Stroncato da una sincope improvvisa, reclinò la testa sul libro che stava leggendo. Accorso a sollevarlo, il fedele discepolo Lombardo dalla Seta vide « come una nuvoletta in su salire » l’anima del maestro.

La sera del I° marzo del 1938, Gabriele D’Annunzio moriva allo stesso modo. Nessuno vide la sua anima in su salire. Ma stava leggendo Petrarca. Se non sapessimo che cosa Petrarca stava leggendo quando la morte lo colse, diremmo che — nel labirinto del tempo o nella siderale circolarità fuori del tempo — stava leggendo D’Annunzio.

Leonardo Sciascia, Nero su nero, Einaudi, Torino, 1979, p. 170

Sciascia rammenta il labirinto del tempo ed evoca una siderale circolarità fuori del tempo.

Parlare di circolarità del tempo non è certo strampalato. Tutti abbiamo sperimentato il ritorno di ricorrenze e feste e di avvenimenti meno piacevoli, come il giorno del proprio compleanno o l’inizio della scuola.

Il tempo segue un modello circolare, per cui tutto o solo qualcosa ritorna? Oppure al contrario segue un modello lineare secondo cui ciò che passa è appunto passato e non torna più?


(continua)

03 maggio 2026

Il tempo e... il resto 2

 Continuano le riflessioni sui lavori della mia Loggia dedicati al tempo.

            Le citazioni sono tratte dai canti di Francesco Guccini, 

un vero e proprio bardo della mia generazione.


Cari Fratelli, avrei potuto intitolare queste mie parole con frasi fatte: “Ho riflettuto” oppure “Cosa è per me il tempo” o altro. Ma da tempo, per parlare del tempo, del “mio” tempo, io preferisco usare metafore, figure, immagini. Insomma simboli. Per esempio: “Silvia rimembri ancora?” oppure “Or non è più quel tempo e quell’età”.

Il titolo appropriato per queste riflessioni non può essere per me che uno solo.

L’eskimo

E’ nome che viene dal nord, il brumoso nord. Ricorda gli esquimesi, che lassù riescono a viverci, almeno fino a quando non li cancellerà il riscaldamento climatico.

E’ per me simbolo del tempo, il mio personale tempo, il mio tempo collettivo, il mio tempo sociale e il mio tempo ricreativo, il tempo che vorrei sacro (ma che vuol dire sacro?) e il tempo della mia Loggia, che è pure la nostra Loggia.

L’eskimo è un indumento che quelli della mia generazione hanno indossato almeno una volta nella vita. Un giaccone impermeabile, col cappuccio, rigorosamente verde (appunto “verde eskimo” ) con l’interno staccabile per essere usato col freddo e col meno freddo. Era diventata la divisa dei giovani sessantottini, anche di quelli che non contestavano. Era comodo, indistruttibile, economico. E soprattutto non era “fighetto”.

Lo avevo anch’io: lo ricordo con molta nostalgia.

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà…

Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però...

E quanto son cambiato da allora e l’eskimo che conoscevi tu

lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più…

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,

credevo che Bologna fosse mia….

*

Durante il mio ultimo anno di università a Bologna avevo una stanza in San Petronio Vecchio e passavo dai Servi tutti i giorni per andare in facoltà: via Guerrazzi, piazza Aldrovandi, via Petroni (tutti massoni) e via Zamboni fino alla porta, all’iper-moderno Istituto di Matematica, una scienza antica in una sede allora avveniristica e oggi, forse, solo modernariato (appunto: è passato del tempo!...). Un intrico di vie che ho ritrovato per alcuni mesi quando, inopinato Maestro Venerabile di questa Loggia, andavo alla nuova casa massonica di Bologna. Per me quelle riunioni erano diventate non solo gli appuntamenti mensili dei Venerabili ma anche un personale tuffo nelle mie memorie. Via Irnerio, dove è la sede dell’Istituto di Fisica; via Righi, dove era la sede di una Massoneria poco numerosa ma molto significativa della quale ho fatto parte per alcuni anni; la stazione ferroviaria con le corse per non perdere il treno o la lezione...

Mi ha colpito lo stesso indirizzo della Casa massonica. In quel porticato, proprio davanti a quel portone, attendevo la mia ragazza al termine delle lezioni di inglese per accompagnarla alla fermata dell’autobus alla porta. Era l’autunno del ‘70...

Chi avrebbe immaginato allora che dopo più di cinquant’anni avrei varcato quel portone, quasi collegamento materiale alla mia giovinezza?

Ma quell’io che aspettava la ragazza più di cinquant’anni fa non è quell’io che oggi scrive e parla. L. lo ricorda: noi non siamo quelli di allora e quel tempo non lo attraversiamo sempre uguali a noi stessi e quindi nemmeno quel portone. Il tempo di oggi non è più lo stesso tempo di allora...

Si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina,

ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima.

Al tempo dell’Università spesso passavo davanti a Palazzo Pepoli in via Castiglione e mi colpiva una porticina tra i ferri con anelli infissi nel muro (presumo per legarvi cavalli o somari). Anni dopo scoprii che era l’ingresso della vecchia Casa Massonica che ho frequentato per molti anni.

*

Ricordi, certo, solo ricordi. Non è questo il tempo. Il tempo è altro.

O no? I ricordi non misurano in un certo senso proprio il nostro tempo, il tempo intimo, personale?

Esiodo.

La storia del tempo è nota. La racconta Esiodo. Ce lo ha ricordato E.

Prima sorge il Caos. Poi Gea, la Terra Madre, dall’ampio seno, solida ed eterna. Poi Eros, che scioglie le membra e prende lo spirito di tutti, patrono del continuare la vita.

Gea, la Terra Madre, per prima cosa genera, da sola, Urano, il Cielo Stellato affinché questi la abbracciasse tutta. Urano fecondava la Terra Madre Gea ma odiava i figli concepiti e non permetteva venissero alla luce. L’uomo greco avrebbe potuto aggiungere che Urano un po’ si vergognava di loro, dal nostro umano punto di vista esseri mostruosi.

Uno dei figli di Gea, il grande Crono, dai pensieri tortuosi (appunto, il tempo!) evirò il padre Urano e ne gettò i genitali in mare fermando la orrenda (dal nostro punto di vista) procreazione primordiale. La spuma del mare fecondata dai sanguinanti genitali uraniani generò Afrodite Urania, la celeste dea dell’amore puro e ideale. Che poi Afrodite fosse anche la Areia (la guerriera, da Ares), la Cipride, la Anzeia (la fiorita), la Pandemia (cioè di tutti e quindi triviale padrona dei cuori umani), all’origine di moti e passioni e… disastri, è altro discorso.

Comincia il dominio di Crono, il tempo, e continua l’opera di creazione. Ma il tempo divora i propri figli e così faceva Crono per scongiurare future cacciate. Già!… scacciare il tempo....

Uno dei figli, Zeus, riuscì a vincere il padre ed esiliarlo nelle Isole dei Beati.

Tempo spodestato? Quale tempo? Il tempo dell’età dell’oro?

Terminò l’età di Crono, mitica, indefinita, sfocata, che non avrebbe permesso lo sviluppo dell’uomo come noi lo conosciamo.

Con Zeus inizia il “nostro” tempo, tempo sociale, misurabile, misurato: il tempo della nostra civiltà.

Il tempo divora i suoi figli e ben lo sapeva Crono, che è stato messo da parte proprio da un figlio. Da allora non è più re, ma non fu affatto sconfitto: Zeus ha permesso, con un atto violento, la vita dell’uomo ed ha esiliato il tempo. Ma il tempo resta e l’uomo vive nel tempo.

(continua)


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.