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18 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 5

Altra puntata del mio caleidoscopio di prospettive... 


Antigone.

Edipo ha quattro figli. I due maschi, successori al trono, Eteocle e Polinice, gli impongono di lasciare la città (taglio netto col passato?); le femmine lo accompagnano, accentuando la cesura. La religione al maschile non vuole essere prosecuzione della precedente ma pretende essere qualcosa di nuovo. Le figlie raccolgono l’eredità del padre e Antigone sarà antagonista di Creonte e ultima paladina del mondo che sta scomparendo. Con lei possiamo restituire dignità collettiva ad una storia che il sentire moderno vuole relegata nei meandri dell’intimo privato.

La vicenda è lineare nella sua semplicità. Antigone alla morte di Edipo ritorna a Tebe, in guerra per la successione al trono dei due fratelli, che infine si danno reciprocamente la morte. Mentre il re in carica Eteocle è sepolto con tutti gli onori (è il re e non importa sia venuto meno alla parola data al fratello di regnare un anno a testa), Polinice dovrà essere abbandonato senza sepoltura quale sovvertitore dell’ordine stabilito (non importa che volesse far valere il suo diritto contro il fratello fedifrago) e traditore della patria. Antigone si oppone al divieto e re Creonte ordina di seppellirla viva per disobbedienza alla legge della città. Antigone nella tomba murata si uccide. Il di lei promesso sposo Èmone, figlio di Creonte, si uccide, e si uccide pure la madre Euridice, moglie di Creonte. La società al maschile vince e distrugge l’altra (Giocasta, la regina legittima, è morta e Antigone, figlia di Giocasta, muore), della quale non vuole essere erede. Nasce ex novo qualcosa di diverso. Di migliore?

La prospettiva laica integrale vede Creonte e Antigone come rappresentanti del diritto civile il primo e religioso la seconda. Giustamente – conclude – le regole dello stato civile (di tutti, anche dei non religiosi) devono avere il sopravvento sulle regole religiose (valide solo per i religiosi).

La prospettiva religiosa integrale interpreta la situazione esattamente al contrario: le regole religiose devono (dovrebbero) avere il sopravvento perché legge non umana ma divina.

Entrambe le prospettive interpretano le conseguenze finali (lo stato vince con risultati disastrosi) come conseguenza del contrasto: è stata stolta l’opposizione della religione (dicono gli uni) oppure dello stato (dicono gli altri).

Una prospettiva meno antagonista riconosce l’esistenza del dilemma e ne vuole attenuare la drammaticità: nel contrasto tra legge civile e legge morale a quale deve andare la prevalenza ed entro quali limiti?

Primato alla legge dello stato, a patto che questo sia libera associazione di uomini? In caso di stato autoritario il dilemma non si dovrebbe porre?

Oppure primato alla legge morale? Ricordate?… La volta stellata sopra di me e la legge morale in me?

Credo non possa esistere una risposta definitiva nel mondo del relativo. Ma possiamo cogliere spunti per le nostre riflessioni.

Possiamo leggere la morte di Antigone e di Èmone, figlio di Creonte, come la definitiva scomparsa della società al femminile della “Legge di Natura” contro la società al maschile della “Legge sociale. Sono due società inconciliabili il cui antagonismo viene risolto dalla storia. O dalla forza?

Antigone è antagonista di Creonte. Il nome proviene da antì = “contro”, “in contrasto”, “in sostituzione di” e gonos = “nato”, “generato”, quindi: generato, nato in contrasto, contro qualcuno o qualcosa”. Antagonista deriva da antì = contro, in contrasto e agonistès = lottatore (da agòn=contesa).

Creonte a sua volta deriva da kréon = governante, sovrano, reggente. Chi portava questo nome aveva una posizione di prestigio, nobiltà e dominio (dunque: potere). E’ chiaramente il punto di vista al maschile.

Creonte, le leggi dello stato e della “nuova società”, vincerà contro Antigone, la legge degli dei e della “vecchia società” nella contesa sul seppellimento del fratello traditore dello stato che lo stato aveva condannato a restare insepolto.

Non si cada nell’errore, tipico della contemporaneità, di personalizzare il contrasto. Qui sono di fronte non zio e nipote ma due concezioni inconciliabili. Creonte: Chi per tracotanza fa violenza alle leggi vigenti… non avrà da me in nessun caso lode. (…) L’anarchia è il peggiore dei guai, quella che uccide gli Stati, quella che spianta le case. Così Creonte, rappresentante della legge, che però non si pote il problema della legge “giusta o ingiusta”, ma solo della legge “in vigore”. Antigone invece: A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degli Inferi, Dice, fissò mai leggi simili fra gli uomini… Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove.

Il contrasto ci suggerisce una (tra le tante) chiave di lettura. Sottolineo una, perché il mito per sua stessa natura è polisemantico; e lo è perché così è l’uomo.


(continua)

17 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 4

 Continua il lavoro Nawal, Edipo, Oreste, Edmond


La forza del mito è straordinaria; mi affascina supporre che ci sia altro.

Per sommi capi possiamo intendere il processo svolgersi lungo alcune tappe.

La rivoluzione del neolitico permise il passaggio da una economia di caccia e raccolta e allevamento sporadico ad una economia basata su allevamento più intensivo e agricoltura ove la riproduzione (animale e vegetale) assume rilevanza fondamentale (legata alla sopravvivenza dell’uomo). Le prime tracce archeologiche di credenze religiose consistono in figure femminili (suggerite dalla fecondità della terra? dalla nascita degli animali? il femminile come ciò che dispensa la vita?). Nella successiva età dei metalli (rame, bronzo e finalmente ferro, in Europa dal X secolo ac in poi) si è avuta una radicazione e diffusione di pratiche agricole, con domesticazione di piante e animali. E quindi (ricordiamo l’importanza delle simboliche fondamenta nella costruzione del Tempio di Salomone!) con preminenza religiosa della figura femminile. Archeologi ed etnografi concordano sul ruolo sussidiario che il culto miceneo (isola di Creta, secondo millennio precedente la nostra era) attribuisce alle figure divine maschili rispetto alle femminili. I misteri della vita fisiologica della donna paiono come manifestazioni di una oscura potenza divina; la maternità è alla base della continuità del gruppo e quindi base sociale stabile della famiglia, cellula basilare della tribù, del clan, della gens, e quindi della società organizzata.

Nel linguaggio della Grecia classica vi sono ancora tracce significative di un antico sistema matrilineare. Adelphos (il greco fratello nel senso di parente, confratello, connazionale, della stessa religione o tribù) deriva da delphús (= utero, vulva) con il senso letterale di “nato dallo stesso grembo, dallo stesso utero”. Invece il latino frater = fratello e anche frate, proviene dal greco phràtria, raggruppamento sociale che solo successivamente assume anche il carattere personale di parentela. Alcuni lo fanno provenire dal sanscrito bhra (= portare, sostenere, sostentare, nutrire) come aiuto per procurare cibo a sorelle ed anziani genitori e aiuto nelle faccende domestiche più gravose che abbisognavano di maggior robustezza.

La donna nella religione minoica appare tutt’uno con la vita istintiva e finisce con il dare caratteristiche istintuali e sensitive, non intellettuali (come sarà nella successiva religione greca) alla vita i tutti i giorni. Possiamo parlare di religione al femminile?

Verso la metà del II millennio prima di Cristo, in concomitanza con la fine della civiltà minoica, compaiono gli Achei, popoli indoeuropei che si stabiliscono in Grecia. Dal punto di vista religioso non si notano modifiche sostanziali tranne la preminenza di deità maschili sulle “preesistenti” femminili.

E’ fondato supporre un passaggio da un pensare religioso e sociale al femminile a un pensare religioso e sociale al maschile? un cambiamento valoriale e comportamentale ove nuovi paletti assumono il ruolo paradigmatico?

Rifletto, con il senno (e con tutti i limiti!) del poi. Il “passaggio” dal femminile al maschile è effettivamente fondato oppure la religione al femminile è una prospettiva narrativamente (e, sotto tono, negativa?) sopravvalutata per legittimare la successiva preponderanza maschile, solare, apollinea, spiegata pure con una presunta minorità femminile basata sull’istintualità? Creonte al figlio che supplica per Antigone è lapidario: ...Nessun cedimento ad una donna. Se cadere si deve, dopo tutto, meglio che avvenga per mano d’un uomo; né mai vorrei che di noi si dicesse che siamo schiavi in balìa di una donna. Ad Antigone dice: Mai, finch’io viva, prevarrà una donna.

Il maschilismo odierno vien proprio da lontano!

*

La discendenza nella società al femminile è chiara e netta: il figlio naturaliter discende dalla madre. Non c’è bisogno di prove, lo mostra la natura. Il femminile trasmette l’auctoritas. Non c’è bisogno di altro: mater certa est.

Nella società al maschile invece l’auctoritas si trasmette per legittima discendenza: il nuovo nato è erede non per nascita dalla “madre giusta”, ma perché legittimo figlio del “padre giusto”. Ricordiamo tutti il parto di Costanza imperatrice, la madre di Federico II, in piazza a Jesi per mostrare la legittimità del neonato! Legittimo, latino legitimus, è termine composto da lex = legge e dal suffisso -timus che indica appartenenza. Quindi è colui che ha le qualità (i nostri buoni costumi?), le condizioni richieste dalla legge. Il discendente è tale perché così è indicato dalla legge.

Grossolanamente, potremmo dire che il contrasto tra religione al femminile e religione al maschile sta nella contesa tra principio naturale (l’uomo nella fisicità) e legge della società (l’uomo nella sfera intellettuale astratta delle regole sociali): là ha il sopravvento la natura, qui la legge-convenzione sociale.

In una società che sta trasformandosi in società al maschile, Edipo con la risposta al quesito della Sfinge si dichiara appartenente al vecchio mondo al femminile (l’uomo nella sua fisicità, che nasce dalla donna ed è uomo perché appunto nasce dalla donna ed è uomo fisico nell’infanzia, maturità, vecchiaia e poi muore), e infatti avrà bisogno del legame con la regina per essere re. Creonte invece è l’uomo della nuova religione al maschile (re perché legittimo fratello – non sposo – della regina e appartiene quindi alla stessa famiglia reale). Prima di Edipo è reggente-re (al maschile), provvisorio, dal potere (del maschio) non ancora consolidato: infatti dovrà lasciare il trono. Dopo la morte di Eteocle ritorna a reggere il trono e si trova in contrasto con Antigone. Nella prospettiva delle due religioni l’antagonismo Creonte-Antigone è senza possibilità di accordi e diventerà mortale: lei dalla parte della religione al femminile, lui di quella al maschile. Creonte vincerà, ma si troverà solo, tra cadaveri. Fuor di metafora, la società al maschile vincerà, lasciando dietro di sé una scia di morti (orrenda scia dal punto di vista femminile, ma necessaria conseguenza del nuovo potere dall’altro punto di vista).


(continua)


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.