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17 febbraio 2019

Armonia

Forza e Bellezza.

Non dobbiamo diventare le loro “prede” e men che mai “prede” di una sola delle due. Svanirebbe l’armonia e ci si troverebbe menomati nel mondo.

L’uomo ha in sé la potenzialità dell’armonia.

Ho riletto ieri la fiaba di Barbablù.

Quando Barbablù ritorna al castello e si accorge dalla chiave insanguinata che la moglie gli ha disobbedito l'avverte che dovrà morire. La poverina manda la sorella maggiore sulla torre ad avvertirla dell’arrivo dei fratelli.

Il finale è noto: i fratelli giungono e salvano la sorella minore uccidendo Barbablù.

Che ci ricordano la sorella maggiore e i fratelli salvatori se non l’intreccio armonico di Bellezza e Forza”, di pensiero e azione, di anima e animus?

Anche l'agape massonica è fondamentalmente armonia. E' una “riunione” che rinsalda il rapporto tra i partecipanti.

Quindi i partecipanti devono stare attenti a non turbare l'armonia che vogliono instaurare ed evitare azioni o atteggiamenti che qualcuno potrebbe recepire come “fastidiosi”.

Ho sempre fatto l’esempio del fratello vegetariano che si trova costretto a consumare come cibo agnello, mentre risibile mi apparve la proposta della Commissione Rituali di due anni fa: durante l’agape rituale il vegetariano dovrebbe consumare pane al posto della carne.

Mi parrebbe poco armonico che uno solo si discostasse dagli altri. 

Come sarebbe poco armonico che il solo astemio brindasse con acqua. Se uno per motivi suoi si comporta in un certo modo allora che tutti si comportino in quel modo.

Certo che nel consumo di carne è implicito l’atto violento che uccide l’animale e l’accettazione della violenza alla base della nostra vita quotidiana.

Ma non facciamo falsi moralismi.

L’uomo consuma le cosiddette proteine nobili solo mangiando carne, cioè uccidendo, macellando, cucinando e mangiando.

Solo le proteine hanno permesso che l’uomo giungesse allo stadio di homo sapiens, e quindi consumando anche carne. Questa è la nostra storia evolutiva.

Ciò che invece non va bene è l’aver nascosto la morte dalla nostra società. Acquistiamo un petto di pollo al supermarket e non vogliamo sapere da dove proviene, come è stato preparato e impacchettato
 
Nella famiglia patriarcale si moriva in casa, vicino a figli e nipoti, oggi invece si muore in ospedale dietro un paravento.

Si muore senza il minimo rispetto per la vita, senza sapere e quindi non insegnare che vita e morte sono facce diverse della stessa medaglia.

La nostra società è attraversata da un senso di giovanilismo estremizzato. Si valorizza il giovane, bello e sano.

Si valorizzano cibi sani e naturali, quelli che “fanno bene” e consentono di vivere sani. Si enfatizzano la salute, lo star bene fisicamente, l’essere – come si diceva al tempo del servizio militare – “ginnici e sportivi”.

E quindi si crede che in un modo o nell’altro tutti i problemi prima o poi verranno risolti; e se non accade è certo responsabilità dei “poteri forti” (volta a volta le multinazionali del cibo, le multinazionali del farmaco, le multinazionali di altro ancora).

Quella imperante una visione autistica della vita in cui manca il necessario equilibrio vita – morte.

Mi son piaciute le considerazioni di Adah nell’Albero velenoso della fede (p. 460) sui medici.

Chi ero, per giurare con serenità, in mezzo a tutti quei giovani incravattati, di strappare la vita dalle fauci della natura tutte le sacrosante volte che ne avremmo avuto la minima possibilità, ricevendo assegno? Quel giuramento non mi è mai andato giù, (…) nemmeno per un istante. Non potevo accettare il contratto: che ogni bambino nato umano su questa terra venga al mondo stringendo nel pugnetto un’assicurazione di salute perfetta e di vecchiaia.

Adah critica la tipica mentalità occidentale semplificatrice di causa – effetto che non accetta i casi della vita. E così non si accetta la morte, si spingono le cure oltre ogni limite umano (il cosiddetto “accanimento terapeutico”).

E’ un povero uomo, l’occidentale, che avendo nascosto la morte non accetta che la vita finisca, con un ego ipertrofico che ha come unico punto di riferimento il proprio egoismo.

Un poveretto che ha perso il senso della storia della vita… che ha perso il senso della Bellezza e non comprende la misura della Forza.

Soprattutto l’uomo di oggi non comprende che la vita è morte e che la morte è vita, in un groviglio armonioso che mostra non tanto che morte e vita sono due facce della stessa medaglia ma che sono l’armonia universale.

Da studentessa, leggendo i libri sui parassiti africani ero esterrefatta dalla miriade di creature equipaggiate per radicarsi in un corpo umano. Ne sono ancora stupita, ma con un apprezzamento più sottile per la simbiosi. Allora ero un po’ sconvolta dal fatto che Dio avesse messo i suoi due bambolotti a piedi nudi in un paradiso dove, probabilmente, aveva appena liberato elefantiasi e microbi che mangiano la cornea. Ora capisco; Dio non sta solo dalla parte delle bambole. Noi e i nostri parassiti siamo sbocciati insieme dallo stesso suolo umido nella grande valle del Rift e finora nessu­no dei due sta vincendo sul serio. Cinque milioni di anni sono un lungo sodalizio. Se per un attimo riuscissimo a usci­re dalla nostra amata pelle e apprezzare formiche, uomini e virus come creature dalle identiche risorse, potremmo ammi­rare l’accordo che esse hanno raggiunto in Africa.
Ritornati nella nostra pelle, ovviamente, corriamo a cerca­re una cura. Ma ricordate: viaggi aerei, strade, città, prostituzione, aggregazione umana per il commercio: ecco i doni della fortuna ai virus. Doni dei magi stranieri, portati da lontano. In nome della salvezza per i bambini africani e del­lo sfruttamento dei suoi minerali, l’Occidente si è costruito una strada fino alla propria soglia e l’ha aperta al contagio.

Un insetto può morire di luce! La Morte è il diritto comune a Insetti e Uomini. Allora perché vantarsi? I colleghi mi accusano di cinismo, ma io sono soltanto una vittima della poesia. Ho affidato alla memoria i diritti comuni di insetti e uomini. Non potrei vantarmi neanche se volessi. Non ho le gambe per farlo.

La nostra civiltà occidentale ha sempre considerato regole di vita quelle della Bibbia, “aggiornandole” (diciamo così) a seconda dei tempi.

“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e abbiate potere sui pesci del mare, sui volatili del cielo e su ogni animale che striscia sulla terra” (Genesi 1 – 28) è stato variamente inteso.

L’uomo ha sempre interpretato il versetto come autorizzazione alla sua posizione predominante, che agli occhi dello scienziato deriva dalla storia evolutiva che ha portato l’homo sapiens sapiens in cima alla scala. E qui assistiamo ad un intreccio armonioso di Forza e Bellezza: la Forza della Natura, la Bellezza della Natura.

Se però continui a salire e scendere sulla scala curva, ti vengono idee strane. Va bene evitare (o limitare al massimo) carne nel cibo per evitare sofferenze, ma… E il pesce? Anche il pesce è un essere vivente e ucciderlo produce sofferenza. Non ti devi quindi nutrire a spese di esseri viventi. E le piante?… Anche la pianta è un essere vivente e mangiandola sopprimi un essere vivente.

Non ti consola (almeno non dovrebbe) sapere che un pesce è un essere vivente diverso da un mammifero e che la pianta è ancora più diversa e che comunque non sente dolore perché priva di un sistema nervoso.

Infatti non sai se il dolore si deve necessariamente incanalare in un sistema nervoso oppure può essere sentito anche in altro modo: è solo la nostra ignoranza che lo afferma.

Se non vuoi provocare dolore devi astenerti da qualunque alimento animale o vegetale. Ma non è possibile perché per vivere devi mangiare e devi quindi alimentarti di esseri viventi.

Dobbiamo quindi mangiare altri esseri viventi ma con moderazione: mangiamo per vivere e non viviamo per mangiare. 

Mangiamo senza sprechi. E soprattutto mangiamo con umiltà.

Rispettiamo il cibo, evitiamo lo spreco.

Dobbiamo accettare ciò che siamo nella scala evolutiva della vita, senza ritenersi il punto di arrivo ultimo, ma solo l’ultimo, al momento, stadio; non il definitivo, perché la scala non termina.

18 dicembre 2018

Il troppo di Forza - E la Bellezza?...

Plus jamais ça!

La frase fu popolare nella Francia dell’ultimo dopoguerra (mai più ciò): mai più gli orrori delle guerre, mai più sterminii, mai più governanti insipienti che portarono a quegli orrori.

Doveva iniziare un mondo nuovo.

Avremmo imparato dai nostri errori – si diceva.

Historia magistra vitae?

Lo disse Cicerone. Ma è proprio così?

No, non è così.

Il cammino nostro non è lineare, con la spiegazione di ogni atto come conseguenza (quasi logica e necessaria) di azioni precedenti.

Il cammino è invece un reticolo di vie che a volte si ripresentano e devi ripercorrere.

L’uomo responsabile lo fa consapevole; l’uomo normale invece no: non pensa al cammino, alla meta, a cosa fare e non fare. Il minus habens va dove lo trascina il vento, o meglio – come si dice oggi – la pancia.

E la pancia non guarda a percorsi già visti, a conseguenze già vissute; non guarda nemmeno se e come si mangerà dopo due o tre giorni: guarda solo all’immediato pasto. Al mangiare ora, non dopo.

Non si preoccupa di ripercorrere le stesse strade verso le stesse mete commettendo gli stessi errori, semplicemente lo fa.

La visuale limitata non gli permette di individuare possibili conseguenze e non può imparare nulla da situazioni analoghe del passato. Anzi, non conosce il passato e non sa cosa successe.

Abituato ai videogiochi, impara che l'eroe del momento (cioè lui) può accidentalmente essere eliminato ma poi si rialza e continua come se nulla fosse.

Non sa applicarsi sulla bellezza, conosce solo la forza. Non sa nemmeno cosa sia una scala dritta, figurarsi una scala curva!

27 novembre 2018

Scala raddrizzata?

Salire e scendere sulla scala curva deve spingere ad informare al parametro della Bellezza il senso della tua vita. Per prima cosa deve sgombrare la mente dai pregiudizi.

Pregiudizio. Da pre-giudicare (stessa origine del termine legale pregiudicato). Pregiudicare è “giudicare prima”, prima di conoscere, prima di sapere. E quindi non deriva da un esame più o meno obiettivo o approfondito.

Il pregiudizio, parola sporca, e la fede, parola pulita, hanno qualcosa in comune: cominciano entrambi là dove finisce la ragione. (Harper Lee, Va', metti una sentinella, Feltrinelli, 2015).

Il pregiudizio si mimetizza, mostrandosi come giudizio obiettivo. E se siamo convinti che i nostri pregiudizi sono in realtà giudizi obiettivi, come possiamo cambiarli?

La risposta è ovvia: in base ad un ragionamento. La Forza deve intervenire là dove la Bellezza svia.

Il problema però resta: ciò che appare un giudizio sereno in realtà è un pregiudizio. Se non risolviamo questo punto non potremo abbattere i nostri pregiudizi.

Parla il nostro orgoglio, tra i difetti il più resistente:
 
Le mie idee sono giuste e quindi non le cambio. Le cambierò quando mi renderò conto che sono sbagliate.
Ma certo che salgo sulla scala curva. Sapessi tu quante volte ci son salito. E continuo a salirci continuamente
Certo che ho ampliato la mia visione.
Mi chiedi pure se ho compreso le ragioni dell’altro? E io ti rispondo, sinceramente e senza dubbi: certo che le ho comprese. E le ho comprese meglio di lui stesso.

Così il nostro orgoglio che pretende di raddrizzare la scala curva. Oppure, non potendo raddrizzare ciò che dritto non deve essere, sale ad occhi chiusi...

25 novembre 2018

La scala curva

Nella nostra ritualità il simbolo della scala curva è relegato ad una piccola citazione (quasi en passant) in chiusura dei lavori in grado di Compagno.

Altrove (per esempio nei rituali Emulation e Duncan) il simbolo è più presente: nel passaggio a Compagno il Candidato sale lungo la scala ricostruita sul pavimento della Loggia.

Il motivo è semplice: in quella ritualità è proprio la scala curva che il Compagno dovrà periodicamente salire per riscuotere il salario nella Camera di Mezzo (dove vengono pagati i Compagni, mentre nel rituale latino riscuotono il salario presso la Colonna Jachin).
Se sali sulla scala curva con mente sgombra puoi cominciare a comprendere anche l’altro. Lo comprendi perché il salire ti permette, se ti sei liberato della zavorra, di impadronirti di altri punti di vista e di apprezzare la Bellezza delle cose.

Non vorrei invece che la marginalità del simbolo della scala curva nel nostro rituale diventi indicativa della marginalità di certi massoni se non addirittura della loro evanescenza.

*

Chi oggi si premura di ascoltare l’altro?

Chi oggi ha semplicemente voglia di ascoltare l’altro?

Oggi non vengono più accettate le sintesi del passato, che vengono considerate come resti archeologici di pensatori importanti sì, ma appunto “passati”. Non sono più credibilmente proponibili sintesi del genere (e la Bellezza purtroppo diventa praticamente marginale).

Ma allo stesso tempo si deve fare i conti con tanti ometti portatori del loro “piccolo assoluto” del quale sono fieramente convinti. Un piccolo assoluto che si sintetizza con una parolina tanto categorica quanto generica: “no!”.

Un “no” definitivo, non discutibile, non “negoziabile”, non problematico.

Con queste premesse che può valere salire sulla scala curva? Non porterà nessun ampliamento perché l’uomo del no non vuole ampliamenti.

Provate a spiegare a un “no Tav” che forse una nuova linea potrebbe anche... Provate a spiegare ad un vegano che forse è riduttivo limitare la vita a valutazioni apodittiche sul cibo e ci son valori ben più significativi sui quali val la pena impegnarsi... 

Che la bellezza della vita sia anche in queste frange del “no thinking”?...

22 dicembre 2015

Guardo e riguardo, ma...

(Da "Fantasia" di Bruno Munari)

Noi siamo immersi nel mondo del relativo e non ce la facciamo (proprio per una impossibilità intrinseca) ad assumere punti di vista "assoluti".
Mi domando: l'immagine è di un ciottolo su terreno erboso o muschio oppure un monte roccioso che si innalza sulla boscaglia?
Senza ulteriori punti di riferimento, non è possibile rispondere. 
Se optiamo per il ciottolo, subito il contorno si trasforma in un tappeto erboso. Se invece preferiamo il monte ecco che il tappeto erboso diventa immediatamente una foresta amazzonica.
Dunque, par proprio che vediamo ciò che vogliamo, ciò che abbiamo scelto di vedere. In altre parole, il cervello elabora e mostra ciò che abbiamo "deciso" di vedere.
Non è cosa strana, anzi è molto naturale. 
Guardiamo l'immagine che segue.

 (Immagine dal web)

E' un vaso bianco su sfondo nero oppure sono due visi neri su sfondo bianco?
Qualunque risposta è valida: la nostra vista non permette di andare oltre.
Siamo come dei "ciechi vedenti".
Appunto perché siamo fatti così il nostro Rituale ci propone il simbolo della Scala Curva. Anzi, non solo simbolo, ma vero e proprio utensìle di lavoro, vera e propria modalità di lavoro.
La salita sulla Scala ci deve stimolare ad "uscire" dalla nostra cecità vedente, comprendere l'esistenza di altri punti di vista, di altri punti di fuga, di altre modalità, di altre.. di altre... Insomma di "altro".
Per essere chiari, noi siamo nel mondo del relativo. Ma essere coscienti di questo non significa cadere nel relativismo, secondo il quale ogni opinione è valida e tutte hanno analoga dignità.
No, ci deve essere una scala di valori che non appiattisce tutto. Ma è graduatoria legata al tempoo e allo spazio, valida certo oggi, ma domani? chissà.
Non veniva un tempo giustificata la schiavitù, tanto che lo stesso Paolo di Tarso riteneva giusto restituire al legittimo proprietario lo schiavo fuggito? E non è oggi la schiavitù universalmente esecrata?
Mi fanno sorridere quei Massoni che pontificano che ogni opinione in Loggia è valida. Mi fanno sorridere, questi minus habentes, che si fermano alla superficialità delle cose e non osano andar oltre, ammesso che ne siano capaci.
Riguardiamo la prima immagine e ridomandiamoci: sasso o montagna? Piccolo o grande? Nano o gigante?
E tu, caro Fratello, sei nano o gigante? 
Chi ha costruito le grandi cattedrali era nano o gigante? Certamente non nano, visto ciò che ci ha lasciato.
E allora chi vuol essere loro erede deve essere altrettano grande, altrimenti non è che un millantatore.

Ma... Attenzione! Anche il naso di Pinocchio cresce fino ad essere gigantesco.


21 dicembre 2015

Bambini, imparate...

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
regalare una rosa al cieco,
cantare al sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi
 Gianni Rodari

 Il nostro Rituale indica la stessa cosa quando invita a salire sulla Scala Curva.
Anzi, più che invito, è un vero e proprio programma di lavoro.
Le "cose difficili" non sono che l'uso di di determinati sensi e funzioni (spesso sottovalutate o trascurate nella vita quotidiana) in un modo, per così dire, "no standard".
Regalare una cosa al cieco, cantare al sordo, non significano altro che porgere qualcosa di bello a chi non sa cogliere la bellezza. E quindi il regalo è stimolo forte per fargli comprendere - aprendo la mente - qualcosa che al momento è oltre la sua comprensione.
Difficile è liberare chi crede di essere libero.
Quanti ne incontriamo di prigionieri in gabbie che si son costruiti con le proprie mani! E pur essendosi rinchiusi dentro hanno ormai perso la chiave che permetterebbe loro di uscire.
Quante persone conosciamo che hanno ribaltato il cogito cartesiano (cogito ergo sum) nella banale assunzione del ruolo che li fa esistere.
O, peggio ancora, si sentono esistere perché appartengono a qualcosa (e sottolineo il verbo appartengono).
Per cui, magari, si dicono "Sono Libero Muratore quindi esisto" e non "Io esisto e sono un uomo, e questo uomo è anche un Libero Muratore".
Si può liberare facilmente chi è prigioniero e sa di essere prigioniero: basta aiutarlo ad aprire la porta.
E' ben difficile liberare chi è prigioniero e crede di essere libero. La prigione per lui è diventata la sua stessa vita, la sua stessa ragione di vita. E chi lo fa più scappare da lì?

04 novembre 2015

Scala dritta e scala curva



Un modo un po' scanzonato di fissarsi su un simbolo sul quale il nostro rituale mi pare sorvolare. Infatti se ne parla solo in apertura e chiusura dei lavori.

Come l'Apprendista può passare dalla Perpendicolare alla Livella? chiede il Maestro Venerabile in apertura dei lavori.
Il 1° Sorvegliante risponde: Imparando a sgrossare la Pietra Grezza e salendo una scala dritta di tre gradini.

In che cosa consiste il lavoro del Compagni? chiede il Venerabile in chiusura dei lavori.
Risponde il 1° Sorvegliante: Nel trasformare la Pietra Sgrossata in Pietra Cubica e nel salire una scala curva di cinque gradini.
 
Nella ritualità anglosassone invece è tutto il grado ad essere significativamente presente nel Secondo Grado; nel rituale Duncan è prevista una concretizzazione della scala con tre, cinque e sette scalini, che partendo dall'ingresso porti, passando dal lato nord, vicino al 2° Sorvegliante, scala che il Candidato a Compagno deve percorrere accompagnato dal 1° Diacono.

Noi diciamo che la scala curva indica il tipico lavoro del Compagno, che deve comprendere che non si può affrontare la vita andando solo dritto come fa l'Apprendista.

A mio parere sono appunto tre i simboli più "pregnanti" della Massoneria: la punta della spada (con la quale il Copritore accoglie il Candidato all'iniziazione), la scala curva (che - nella ritualità anglosassone - il Compagno deve salire - e scendere! - periodicamente per riscuotere il salario) e lo scavalcamento della bara (azione che ti "fa diventare Maestro").






30 ottobre 2015

Il ponte spezzato

Da: Bruno Munari "Fantasia"

Nel paesaggio giapponese un ponte dritto è banale, specialmente un ponte dove si passeggia.. Un ponte spezzato come questo è un atto di fantasia che muove il pensiero in molte direzioni.
Una regola giapponese dice: la perfezione è bella ma è stupida, bisogna conoscerla, usarla ma romperla.
(Bruno Munari)

Il pensiero corre immediatamente alla scala curva...

18 ottobre 2015

Immaginazione


Immagini tratte da:  Bruno Munari, "Fantasia", Ed. Laterza, 2003

L'immaginazione mostra ciò che la fantasia produce.
La fantasia produce di tutto, ma l'immaginazione riesce a farne una cernita tra le cose appunto "fantastiche" (ricordate le medievali dispute sulla onnipotenza divina che avrebbe potuto o non potuto anche produrre quadrati rotondi o raba del genere?)
Potremmo quasi parlare di "immaginazione che trascende il raziocinio". Suona bene, vero?
E infatti siamo in pieno Secondo Grado, che assume valenza operativa metodologica con quel meraviglioso simbolo della Scala Curva (al quale - purtroppo o per insipenza - non viene dato il giusto rilievo nel nostro Rituale).




09 ottobre 2015

Gabinetto di Riflessione 6

(continua dal post precedente)

Ulisse è ancora lì, nel Gabinetto di Riflessione. La Loggia si prepara a passarlo Compagno d'Arte.
Ulisse intanto riflette e si scopre un mondo interiore ricco e strano...


«Ulisse, tu sei come sei, non come credi di essere. Quando compi una “buona azione” sei sicuro di non avere altri fini? Per esempio soddisfare la tua vanità e il tuo orgoglio col dirti di aver compiuto un’azione positiva? Pensa e rifletti. Apriti!».

«A che cosa?».

«Ma a te stesso, diamine!».

Ulisse-2 continua: «Il Vecchio Copritore ti ha parlato di una scala curva sulla quale il Compagno deve salire per andare a riscuotere il salario. E allora, Ulisse, salici su questa scala! Non cogli niente? Scendi e risali. E questa volta? Ancora niente? Bene, ridiscendi e risali ancora, ogni volta più concentrato. Provando e riprovando...

Ricordi Ulisse i tempi del liceo? Allora spesso ti parevano studi noiosi, ma oggi?...

Quel sol che pria d’amor mi scaldò il petto
Di bella verità m’avea scoverto
Provando e riprovando, il dolce aspetto».

«Sì, ricordo. E quei versi oggi mi paiono più significativi di allora» risponde Ulisse.

«Ulisse, concentrati sul provando e riprovando. Lì sta il segreto, non tanto della Massoneria, quanto dell’uomo (ma è la stessa cosa!). Altro che padroni occulti dell’universo, adoratori della grande bestia o roba del genere!

In cima alla scala finalmente avrai gli strumenti per “ritrovarti”. Ritrovarsi è un riconoscersi.

Hai già avvertito in te l’esistenza di quelli che chiamiamo “mostri che abbiamo dentro”.

Hai già compreso che non è possibile domarli tutti e neppure completamente.

Ora cambia punto di vista. Non pensarli come condanna e dannazione, ma considerali come ricchezza, abbondanza di energia, utile, ma da tenere sotto controllo. E soprattutto convinciti che non abbiamo dentro solo mostri.

Pensa di essere come una grossa automobile con un grande serbatoio di carburante. Ma il carburante va centellinato, come un buon bicchiere di vino.

Sorseggiarne un poco è piacevole; berne di più può far male. Berne smodatamente è disastroso.

Così un grande falò può essere bello ma è pericolosa fonte di incendi. Un fuoco più piccolo riscalda ed è piacevole. Un fuoco ancora più piccolo cuoce il cibo e permette di sopravvivere.

Il fuoco va tenuto sotto controllo.

La Bellezza adorna e contemporaneamente pone dei paletti per incanalare la Forza ed evitare le esplosioni incontrollate. Solo con certi ornamenti e soddisfacendo certi canoni la colonna diventa robusta e bella».

Ulisse ricorda le lezioni del suo vecchio insegnante di matematica sulla sezione aurea, definita da quella strana proporzione che lo ha sempre lasciato indifferente: la sezione aurea di un segmento è il medio proporzionale tra tutto il segmento e la parte rimanente. Definizione semplice e chiara, ma della quale non coglieva il senso.

Alla fin fine quale è mai stata l’importanza della parte aurea? Gli rispondevano che “è bella”. Ma che vuol dire che una proporzione è bella? E che? Ci sono anche le proporzioni brutte?

«Vuoi vedere – si sta dicendo Ulisse – che è proprio questo il senso della Bellezza? Se un disegno, una statua, un edificio tiene conto di proporzioni auree allora è bello altrimenti non lo è o lo è solo poco o non abbastanza.

Ma l’uomo è legato alle sue radici animali e materiali e non può reciderle: andrebbe contro natura e taglierebbe la fonte di buona parte di sé. La natura umana è anche un campo di battaglia tra l’io e l’istinto».

«La battaglia – interviene ancora una volta Ulisse-2 – o la vinci o la perdi. Se non ti senti in grado di affrontarla puoi tenere sotto controllo le forze dell’istinto con piccole valvole di sfogo (le manie quotidiane, a volte innocue, a volte irritanti, a volte pesanti per chi ti sta vicino). Non sarà “bello”, ma puoi andare avanti, imparando ad incanalare quegli sfoghi proprio come l’uomo ha imparato ad imbrigliare l’acqua e ad usarne l’energia».

«Ma ti puoi bloccare!» ribatte Ulisse.

«Cioè?» lo contraddice il suo numero 2.

Ulisse risponde con sicurezza: «Rimani terra terra, procedi lentamente, hai poche possibilità di “vedere”».

Ulisse-2 è perentorio: «Il Massone non cerca visioni, neanche quelle interiori».

««E perché no?» – chiede Ulisse.

«Semplicemente perché non è quello il metodo. Bada, Ulisse, non dico che sia un metodo sbagliato, semplicemente non è il metodo della Libera Muratoria» risponde Ulisse-2.


(continua)

07 ottobre 2015

Gabinetto di Riflessione 4

(continua dal post precedente)

Nel Gabinetto di Riflessione continua il dialogo di un Candidato a Compagno con se stesso.
Sembra quasi che Ulisse metta a fuoco certe problematiche solo in questa circostanza subito prima di entrare nella Loggia di Secondo Grado.
Probabilmente ha ragione che insegna che solo bussando alla porta del Tempio di Compagno l'Apprendista diventa Apprendista Libero Muratore.


«E quella del Maestro, cos’è? Massoneria tiepida?» ribatte piccato Ulisse, che stava stufandosi di tutti quei discorsi (Nemmeno qui dentro si può stare un po’ in pace, da soli – pensa, calcando su quel da soli illudendosi di non venir ascoltato dal suo interlocutore).

«Quella del Maestro? Ma è semplicemente Massoneria» conclude Ulisse-2.
Ulisse: «Sì, Massoneria. Ma è strano questo nuovo passaggio nel Gabinetto di Riflessione. Quando il Vecchio Copritore me lo propose, lì per lì faticai ad essere accondiscendente. Ancora lì? E perché?».

«E perché no?» aveva immediatamente insinuato l’inseparabile e ingombrante alter-ego, il suo numero 2.

Ma il Vecchio Copritore aveva ragione. Prima di affrontare momenti particolari (e il passaggio a Compagno è un momento molto importante nella vita di un Libero Muratore) è opportuno, per non dire necessario, fermarsi un attimo e riflettere su ciò che sta per accadere o è appena accaduto.

Ricorda ancora, Ulisse, l’altro “soggiorno” nel Gabinetto di Riflessione, alla sua iniziazione.

Gli fece scoprire, quel soggiorno, che in lui c’è un mondo del quale, sì, sospettava l’esistenza, ma non la profondità. Insomma, scoprì che era “lui” il problema che si opponeva ad un percorso che volontariamente lui stesso aveva intrapreso e voleva continuare in una Loggia muratoria (liberamente e spontaneamente, con pieno e profondo convincimento dell’animo – recitava il giuramento).

«Ora – gli aveva suggerito il Vecchio Copritore – l’atteggiamento deve essere diverso. Certo continuerai a fissarti sul tuo problema, cioè su te che sei un problema; ma dovrai anche renderti conto che non sei l’unico problema. Ogni uomo è un problema, ogni tuo Fratello è un problema; anzi sono “il” problema. Devi comprendere il problema dell’altro, devi comprendere l’altro come problema. Devi capire che questi problemi tutti assieme sono il problema uomo, non i problemi di tanti uomini.

Il Compagno ha a disposizione uno strumento nuovo, anzi una metodologia che nasce dall’applicazione di uno strumento nuovo. Strumento che il rito non indica, ma semplicemente suggerisce en passant, lasciando a te il compito di procedere».

Ulisse-2, a bruciapelo, gli rivolge una domanda brusca. Gliela rivolge quasi vigliaccamente, sapendo di metterlo in difficoltà: «Ulisse, hai per caso paura degli uomini?».

Ulisse ascolta, sente la furia montargli dentro. Sta per esplodere, ma nell’anticamera della sua mente succede un fatto strano, come se fosse presente qualcosa o qualcuno che gli facesse un silenzioso cenno di tacere.

Sta per esplodere, Ulisse, ma proprio per quel rapido cenno si trattiene. Riconoscerà poi che fu gesto opportuno, anzi proprio il gesto giusto al momento giusto: la domanda sgradevole è infatti stata posta perché sgradevole. L’Ulisse-2, purtroppo o per fortuna, sa quello che fa.

Non fa mai domande piacevoli, Ulisse-2, e le pone al momento opportuno; Ulisse deve riconoscerlo: il momento era opportuno, anche se lui non vuole rispondere. E perché non deve rispondere? Non lo sa, Ulisse, ma fatica a mettere a fuoco la situazione.

«No, non fai fatica. E’ che proprio non vuoi» interviene Ulisse-2.

«Ancora? E che vuoi da me – ribatte stancamente Ulisse. E cerca di concludere – Smettila una buona volta. Quando ti fai sentire vuoi sempre qualcosa, e spesso pretendi l’impossibile».

«Io non voglio proprio niente – scandisce Ulisse-2 – Sei tu che hai bisogno».

«No, io non ho bisogno di niente» ribadisce Ulisse.

«Ne sei sicuro?» Chiede Ulisse-2.


(continua)

05 ottobre 2015

Gabinetto di Riflessione 2

(continua dal post precedente)

Non è previsto dal Rituale che il Passaggio a Compagno comporti una sosta nel Gabinetto di Riflessione. Sarebbe invece una esperienza significativa.
Il Maestro Venerabile della Loggia di Ulisse lo ha permesso.
Così Ulisse è stato condotto dal Vecchio Copritore di Loggia, un Fratello con molta esperienza ed anzianità non solo anagrafica, nel Gabinetto di Riflessione.
Ma questa volta il Vecchio Copritore entra assieme ad Ulisse, che pare molto sconcertato.

Entrano tutti e due e il Vecchio Copritore fa sedere Ulisse. Lui rimane in piedi, ma si premura di chiudere la porta.

Ulisse rimane stupito, in due nel Gabinetto di Riflessione. Gli pare strano; certo è anomalo.

«Ti ricordi Ulisse, quando ti portai qui la sera della tua iniziazione?» fa il Vecchio Copritore.

«Certo» risponde Ulisse.

«Ho chiesto al Maestro Venerabile di essere io ad accompagnarti nel rito che dovrai affrontare: sarò quindi il tuo Fratello Esperto. Il motivo è molto semplice: questa sarà una esperienza unica. Tu passi Compagno di Mestiere e non rivivrai mai più nella tua vita massonica questo momento. Desidero tu possa viverlo al meglio».

Il Vecchio Copritore continua.

«Ora qualche spiegazione preventiva. Tu sei Apprendista Libero Muratore.

Vuol dire che nel tuo lavoro hai cercato di comprendere gli interventi della Forza e rendertene consapevole. Questo però non vuol dire che hai lavorato solo con la Forza.

Ricordi la favola sul cambiamento dell’entropia (1) che ti ho raccontato l’anno scorso? Tu hai una solida preparazione scientifica, quindi se vogliamo parlar di entropia tu, Apprendista, sei il mio Maestro, ché io di entropia so poco o nulla. Vedi dunque che contemporaneamente sei Apprendista per certi versi, e Maestro per altri ancora? E quindi sei anche Compagno per altri aspetti.

La contemporanea presenza in te di qualcosa dell’Apprendista, del Compagno e del Maestro ti deve far comprendere la limitatezza di quelli che sostengono la scansione temporale dei tre gradi: prima Apprendista, poi da un certo momento Compagno (e non più Apprendista) e finalmente, da una certa ora x in poi, Maestro.

Ulisse, non è così.

Essere Apprendista deve farti diventare consapevole della Forza. Essere Maestro significa renderti conto che tu sai alcune cose e non ne sai tante altre. Devi quindi essere conscio dei tuoi limiti (quelli che conosci e quelli che ignori) ed essere umile (umile, da humus = terra) nel trasmettere agli altri.

L’Apprendista deve imparare i propri limiti e il Maestro deve essere consapevole dei propri limiti.

Stai per diventare Compagno. Ovviamente anche il Compagno ha dei limiti. E lo vedrai.

Mi preme invece proporti alcuni stimoli che ti possano far comprendere il senso del Grado che stai per ricevere. Per prima cosa, fondamentale, il Compagno deve imparare la Bellezza, che tu finora hai “utilizzato” inconsapevolmente».

Il Vecchio Copritore continua.

«Dovrai imparare non solo l’uso della Forza, ma anche l’uso “indiretto” della Forza, cioè l’intervento della Bellezza, che in un certo modo “tempera” la Forza e la “addolcisce”, adornandola di quegli ornamenti non inutili e leziosi, tali da toglierle la caratteristica di forza bruta.

Insomma la Bellezza deve allentare le maglie della Forza senza distruggere la rete formata da quelle maglie: senza la rete il manufatto si sgretola.

Devi evitare l’insofferenza per ogni limite: se togli tutti i limiti non c’è più l’uomo.

Fosti accolto nella Loggia di Apprendista sulla punta di una spada. Ti insegnava, quella punta, il colpo dritto, il giungere immediatamente al cuore del problema, con volontà, razionalità e immaginazione (in questo senso ancella della ragione). Volontà di dominare il problema, volontà di risolvere, volontà di emergere, insomma volontà di potere. E non è in sé atteggiamento negativo.

Diventa però negativo se ti fermi qui, se cioè il potere diventa dominazione e predominio, egemonia sugli altri. Devi procedere oltre.

Ricorda Ulisse che come Compagno hai diritto di ricevere il salario. Le antiche leggende della nostra Corporazione indicano che il Compagno riscuote il salario nella Camera di Mezzo. Si va nella Camera di Mezzo salendo una scala dal Portico del Tempio. E’ una scala curva così che mentre sali cambi continuamente punto di vista. Basta, non aggiungo altro, ma concentrati su questo simbolo: è forse il più significativo del Secondo Grado.

Ricordati che da qualche parte – continua ancora il Vecchio Copritore – esiste un tuo Fratello, legato a te da vincoli più forti dei legami di sangue. E’ il tuo uguale e contrario. Sali e risali sulla Scala Curva e cerca di capire».



NOTA
Il Vecchio Copritore si riferisce alla serie di post "GADU".



(continua)

01 ottobre 2015

Spada spezzata 3

(continua dal post precedente)

Concludiamo la lettura della novella di Chesterton.

Credo che proprio lui, che massone non fu, sia stato un autore che meglio di tanti altri abbia saputo individuare le potenzialità di un lavoro sulla scala curva, simbolo tanto significativo del Secondo Grado muratorio e altrettanto ignorato, almeno nei rituali, chiamiamoli così, latini (nel nostro rituale sicuramente).

Riporto dal post precedente una frase che Chesterton ha messo in bocca a padre Brown:
Io sono un uomo, sono sempre dentro un corpo umano e muovo le sue braccia e le sue gambe; ma, talvolta, mi calo nella parte dell'assassino, pensando quello che pensa lui, lottando con le sue passioni, finché ho assunto l'idea convinta del suo odio; finché vedo il mondo con lo strabismo insanguinato dei suoi occhi, guardando attraverso la concentrazione del suo lento sbattere di ciglia; guardando in prospettiva una strada dritta che porta a una pozza di sangue. Allora io sono davvero un assassino.
Sono parole che potrebbero benissimo essere messe in bocca al Maestro Venerabile o all'Oratore a conclusione del Rito di passaggio a Compagno Muratore.





LA BATTAGLIA

Gli inglesi attraversarono il Rio Cangati con fervore ed entusiasmo. Con l'entusiasmo avrebbero forse potuto addirittura conquistare le posizioni brasiliane, ma si ordinò loro di restare nella zona paludosa. E lì furono sanguinosamente decimati e sconfitti. Catturati, furono quindi rimessi in libertà, tranne il loro comandante, il generale St. Clare, sommariamente impiccato, con la spada spezzata al collo.

* * *
GETTIAMO LA MASCHERA

Tranquillizzo i lettori un po' preoccupati per non averne mai sentito parlare: la guerra anglo-brasiliana non c'è mai stata. Non ci fu nessun presidente brasiliano Olivier e nessun generale inglese St. Clare; e nessuna battaglia al Rio Cangati (fiume che invece esiste, nello stato brasiliano di Cearà).

E' una invenzione letteraria di uno scrittore inglese che massone non fu, e che nato anglicano si convertì al cattolicesimo, e nelle sue opere forse c'è qualche spigolosità tipica dei neo convertiti. Seppe però descrivere meglio di tanti altri il senso del salire sulla scala curva.


PADRE BROWN INCONTRA ST. CLARE SULLA SCALA CURVA

Padre Brown spiega.
Sir Arthur St. Clare era un uomo che leggeva la sua Bibbia. Ecco il guaio. Quando capirà la gente che è inutile leggere la propria Bibbia se non si legge anche quella degli altri? Un tipografo legge la Bibbia in cerca di errori di stampa; la legge un mormone e vi trova la poligamia, la legge un altro e trova giustificata la schiavitù... St. Clare era un vecchio soldato protestante. Cosa può significare?... 

Potrebbe significare un uomo dal fisico formidabile che viveva sotto un sole tropicale in una società orientale, immergendosi senza giudizio né guida in un libro orientale.

Naturalmente, leggeva il Vecchio Testamento. Naturalmente vi trovava tutto quello che voleva... lussuria, tirannia, tradimento. Oh, magari in buona fede, come si dice; ma che vale la buona fede nell'adorazione della disonestà?

In ognuno dei misteriosi paesi dove andava, teneva un harem, torturava i testimoni, ammassava illecitamente oro; ma certo avrebbe detto che lo faceva per la gloria del Signore. Quale Signore?

Comunque, questa perdizione apre una porta dopo l'altra verso l'Inferno, e sono porte che immettono in stanze sempre più strette. St. Clare fu presto soffocato dalle difficoltà di tacitare i ricattatori; e aveva sempre più bisogno di denaro.

Olivier era donchisciottesco, e non avrebbe pensato a un servizio segreto di spie. La cosa però si fece come molte altre, a sua insaputa. Fu condotta dal maggiore Espado, il tipo soprannominato "Avvoltoio" nel campo inglese. Fingendosi filantropo riuscì alla fine a mettere le mani sull'unico uomo inglese corrotto, il comandante in capo.

St. Clare aveva un grande bisogno di denaro. Il medico di famiglia minacciava straordinarie rivelazioni che poi incominciarono e furono interrotte. Occorreva denaro per la dote della figlia; infatti per lui l'essere considerato ricco era dolce quanto la ricchezza stessa. Passò i segreti inglesi al Brasile, e la ricchezza affluì dai nemici dell'Inghilterra. In qualche modo il giovane Maggiore aveva intuito la verità; e, mentre camminavano lentamente lungo la strada verso il ponte, Murray stava intimando al Generale di dare immediatamente le dimissioni, o essere giudicato da una Corte Marziale e fucilato. Il Generale temporeggiò finché giunsero vicino al ponte, e là (Padre Brown sottolinea: posso vedere la scena) il Generale conficcò la spada nel corpo del Maggiore. Fu in quel momento che la punta si spezzò.

St. Clare capì che avrebbero trovato quell'inspiegabile cadavere; avrebbero estratto l'inspiegabile punta della lama, e infine avrebbero notato l'inspiegabile spada rotta... o mancante. Aveva ucciso, ma non aveva ottenuto il silenzio. Ma c'era ancora una via d'uscita. Poteva rendere il cadavere meno inspiegabile. Poteva creare una montagna di cadaveri per nasconderlo. Dopo venti minuti mille soldati inglesi marciavano verso la morte.

Tale era il valore di quel migliaio di uomini, e tale il genio del loro capo che, se avessero attaccato subito la collina, anche quel pazzo assalto avrebbe potuto ottenere qualche successo. Ma il comandante aveva altri scopi. Dovevano rimanere fra le paludi accanto al ponte almeno finché i cadaveri inglesi fossero così numerosi da non attrarre più l'attenzione. Poi l'ultima scena grandiosa: il comandante si sarebbe arreso consegnando la spada spezzata per risparmiare un'ulteriore strage.

Oh, era ben organizzato, pur così all'improvviso. Ma - continua padre Brown - io penso (non posso provarlo), io penso che proprio mentre stavano lì nella palude, qualcuno sospettò, e indovinò.

"E l'impiccagione di St. Clare?" - fece il compagno di padre Brown.

Olivier raramente si appesantiva la marcia con prigionieri. Liberava tutti, quasi sempre; e liberò tutti anche in questo caso.

"Tutti meno il generale".

"Tutti" - ribadì padre Brown.

C'è un'altra scena.

Non posso dimostrarla; ma posso fare di più... posso vederla.

I brasiliani s'incolonnano per andarsene. Olivier saluta il nemico che rimanda libero e che lo ringrazia in nome dei suoi uomini. I soldati inglesi superstiti stanno dietro il comandante, sull'attenti, immobili come statue. E così restano fin quando i nemici sono svaniti. 

Poi cambiano posizione improvvisamente, come morti che tornino alla vita; e rivolgono i loro volti verso il generale... volti indimenticabili.

Sì - asserisce padre Brown - Fu una mano inglese quella che mise la corda al collo di St. Clare.
Furono mani inglesi quelle che lo trascinarono all'albero.
Furono mani inglesi quelle che lo sollevarono e lo lasciarono penzolare.
Fu una mano inglese che gli mise al collo la spada spezzata.
Ed erano anime inglesi che lo guardarono penzolare, e pregarono che potesse precipitare direttamente nell'Inferno.

Lo issarono e lo giustiziarono; poi, per l'onore dell'Inghilterra e di sua figlia, giurarono di non parlare mai del traditore né dell'assassino.
Forse, che Dio li aiuti! cercarono di dimenticare.

(Liberamente tratto da "All'insegna della spada spezzata" di Gilbert K. Chesterton)

30 settembre 2015

Spada spezzata 2

(continua dal post precedente)

Continua la lettura di Chesterton. La sua novella viene rivista come una Tavola di Loggia. Perché? Ha senso? Certo non è un commento a Chesterton, ma è una riflessione sulle cose che non sono come appare e come dovrebbero essere. E quale insegnamento più consono al grado di Compagno Libero Muratore?
Ragionare con la Forza senza adornare con la Bellezza non permette alla Sapienza di svolgere il suo ruolo.




GUERRA ANGLO-BRASILIANA

I Brasiliani erano comandati da Olivier, un ex schiavo che, memore dei tempi nei quali era privato della libertà, si comportò sempre con magnanimità verso i nemici. Era suo costume liberare tutti i prigionieri: la sua era più una guerriglia che una guerra e i prigionieri lo avrebbero troppo impacciato. Si rifiutò sempre di passarli a fil di spada, come è purtroppo usuale nelle guerre di tutti i tempi.

La guerra terminò in modo tragico: St. Clare, malgrado l'inferiorità numerica delle proprie truppe, attaccò Olivier al Rio Cangati e fu fatto prigioniero dopo un'eroica resistenza che decimò l'esercito inglese. Dopo la cattura, malgrado la magnanimità di Olivier, St. Clare fu impiccato mentre tutti gli altri prigionieri inglesi furono liberati. St. Clare fu poi trovato dagli inglesi ancora appeso a un albero con la propria spada spezzata al collo.

La battaglia del Rio Cangati fu decisiva per le sorti della guerra e poco dopo Inglesi e Brasiliani firmarono il trattato di pace. Olivier avrebbe avuto un ruolo molto importante nella fondazione di uno stato moderno, visti i suoi contatti con gli Stati Uniti (alcuni storici ritengono abbia fatto parte delle Logge di Prince Hall, la massoneria nera degli Stati Uniti). Purtroppo per il Brasile morì l'anno dopo la battaglia e la sua opera fu interrotta e vanificata.


DOMANDE DELLO STORICO

Perché Olivier, uomo magnanimo e saggio, si comportò con crudeltà irragionevole impiccando il comandante delle truppe avversarie ormai vinte?

Perché St. Clare, soldato di profonda fede religiosa, comandante molto prudente e notoriamente avverso ad inutili spargimenti di sangue, tentò un'impresa pazzesca, destinata ad un sicuro e sanguinoso fallimento?

Sono domande cruciali perché sarebbe come scoprire un episodio dove Achille si fosse comportato da vile ed Ettore da traditore e chiedersene i motivi. E' cruciale per noi un'altra domanda: ci fu un ruolo della massoneria in questo episodio?


IL MEDICO DI FAMIGLIA

Il medico di famiglia dei St. Clare, in lite con la famiglia nobile, pubblicò una serie di articoli violenti, in cui descriveva il defunto generale come un maniaco religioso, squilibrato e integralista. La storia non ebbe seguito: il medico si ricredette? la famiglia intervenne tacitandolo? Tutti sapevano, naturalmente, che St. Clare, come già detto profondamente religioso, aveva avuto anche alcune tipiche eccentricità religiose puritane.


RICOSTRUZIONE DELL'ULTIMA BATTAGLIA

Olivier era trincerato con tre reggimenti sulle colline che sovrastano il Rio Cangati. Ai piedi delle colline, dalla stessa parte del fiume c'era una zona più bassa e paludosa. Oltre il fiume, il terreno era di nuovo solido, e lì stava il reggimento inglese. Gli altri Inglesi erano considerevolmente più arretrati, a diverse ore di cammino.

Quel particolare reggimento era distanziato dagli altri, in inferiorità numerica rispetto ai brasiliani, che però si limitarono a mantenere la propria posizione favorevole. Durante la notte, gli Inglesi, come sbandati, privi di appoggio dalla retroguardia, attraversarono il fiume, metà su un ponte alla loro sinistra, e l'altra metà attraverso un guado, alla loro destra, e rimasero ammassati sulla riva paludosa al di sotto dei Brasiliani. E lì si fermarono senza tentare il minimo assalto.

Giunta l'alba i Brasiliani li sterminarono con l'artiglieria, alla quale gli Inglesi potevano rispondere soltanto con i fucili. Tuttavia non cedettero e rimasero lì a morire. Successivamente Olivier raccontò con ammirazione l'eroico valore di quei soldati.

 RAPPORTO DI OLIVIER

"Alla fine le nostre linee avanzarono, e li sospinsero nel fiume; prendemmo prigioniero lo stesso Generale St. Clare e parecchi altri ufficiali. Il Colonnello Clancy e il Maggiore Murray erano entrambi caduti nella battaglia. Non posso fare a meno di dire che in tutta la storia si sono visti pochi spettacoli più grandiosi dell'ultima resistenza di quello straordinario reggimento; ufficiali feriti toglievano il fucile ai soldati morti, e lo stesso generale ci affrontava a cavallo, a testa nuda, con una spada spezzata."

Nulla dice il rapporto della impiccagione di St. Clare.


RESOCONTO DEL CAPITANO KEITH

Nel reggimento che aveva fatto quell'eroico tentativo al Rio Cangati, c'era un certo Capitano Keith, fidanzato della figlia di St. Clare, che in seguito sposò.

Era tra i sopravvissuti catturati e, ad eccezione del generale, lasciati subito in libertà. Anni dopo commentò la battaglia del Rio Cangati così: "Ho sempre raccontato i fatti nei minimi particolari, convinto che la gloria dell'Inghilterra sia abbastanza grande per badare a sé. Farò eccezione solo a proposito della sconfitta del Rio Cangati, per ragioni onorevoli e impegnative. Aggiungo però questo, per render giustizia a due uomini famosi. Il Generale St. Clare è stato accusato d'incapacità: io invece posso testimoniare che quell'azione, propriamente intesa, fu una delle più brillanti e sagaci della sua vita. Il presidente Olivier fu invece accusato di selvaggia ingiustizia; e io ritengo un debito all'onore di un nemico dire che dimostrò invece anche più della sua caratteristica benevolenza. Posso assicurare che St. Clare non fu per nulla quello sciocco né Olivier quel bruto che sembrarono".


TESTIMONIANZA DEL SOLDATO GREEN

Green morì in un ospizio nella Contea di Lincoln in età avanzata. Fu ferito al Rio Cangati e si accasciò accanto al Colonnello Clancy, comandante del reggimento. Green raccontò ad una suora che il Colonnello sembrò morire quasi più per la rabbia che per i proiettili, ribadendo di non essere responsabile di quella carneficina.

Il soldato ebbe l'impressione che quell'azione doveva essere stata imposta dal Generale in persona. Le ultime parole del Colonnello, secondo questa testimonianza, furono: "Ed eccolo là quel maledetto vecchio asino con la spada spezzata. Vorrei che gli avessero spezzato la testa".


TESTIMONIANZA DI UN UFFICIALE BRASILIANO

Il maggiore Espado partecipò alla battaglia del Rio Cangati. Successivamente si trovò in contrasto con Olivier e si rifugiò negli Stati Uniti. Poco prima di morire fece consegnare al Ministero della Guerra inglese alcuni quaderni che contenevano il diario di un soldato inglese caduto al Rio Cangati che lui aveva raccolto al termine della battaglia.


DAL DIARIO: VIGILIA DELLA BATTAGLIA

Il resoconto dell'ultimo giorno di vita del soldato inglese riporta dicerie e battute che circolavano nel campo, in particolare su qualcuno dal viso grifagno soprannominato l'«Avvoltoio». Pare che costui non fosse un combattente, piuttosto uno dei primi corrispondenti di guerra. Si rinchiudeva a parlare con il vecchio Colonnello Clancy; ma più frequentemente con il Maggiore Murray, ufficiale austero, di origine irlandese, puritano. Sui quaderni sono riportate anche alcune battute salaci su questo «Avvoltoio».

Dietro al campo inglese, quasi parallela al fiume, passava una strada. A Occidente la strada piegava verso il fiume, attraversandolo sul ponte cui abbiamo già accennato. Verso Oriente tagliava la zona deserta, e circa dieci miglia più in là toccava il più vicino avamposto inglese. Da quella direzione quella sera venne il Generale con lo Stato Maggiore.

Appena arrivato ci fu una animata conversazione con gli ufficiali del reggimento, specialmente con il Maggiore Murray. I due erano fatti per simpatizzare: erano uomini che "leggevano la Bibbia", e appartenevano entrambi al vecchio tipo di ufficiale evangelico. Quando il Generale risalì in sella, stava ancora parlando seriamente con Murray, che gli camminava accanto, tenendo la briglia e discutendo con lui. I soldati li guardarono finché scomparvero alla vista.

Qualche tempo dopo il Generale tornò indietro a spron battuto chiedendo con furia del Colonnello. Il Generale e il Maggiore avevano scoperto qualcosa al ponte, e c'era appena il tempo di colpire, per salvarsi. Il Maggiore - disse il Generale - era corso a chiamare aiuto, ma non era sicuro che i soccorsi potessero giungere in tempo. Si doveva varcare il fiume quella notte stessa, e impadronirsi delle alture prima del mattino.

Quando il Generale li incitò all'attacco, trasse per metà la spada dal fodero; poi, come vergognandosi di un gesto così melodrammatico, la rimise dentro.

Qui il diario termina.


DOMANDE DELLO STORICO

Perché St. Clare, soldato di profonda fede religiosa, comandante molto prudente e notoriamente avverso ad inutili spargimenti di sangue, tentò un'impresa pazzesca, destinata ad un sicuro e sanguinoso fallimento?

Perché Olivier, uomo magnanimo e saggio, si comportò con crudeltà irragionevole impiccando il comandante vinto?

Qualcuno quel giorno vide la spada del Generale ancora con la punta?


DIGRESSIONE NON MORALISTICA

A un investigatore furono chieste le ragioni dei suoi numerosi successi. Rispose:
Io sono un uomo, sono sempre dentro un corpo umano e muovo le sue braccia e le sue gambe; ma, talvolta, mi calo nella parte dell'assassino, pensando quello che pensa lui, lottando con le sue passioni, finché ho assunto l'idea convinta del suo odio; finché vedo il mondo con lo strabismo insanguinato dei suoi occhi, guardando attraverso la concentrazione del suo lento sbattere di ciglia; guardando in prospettiva una strada dritta che porta a una pozza di sangue. Allora io sono davvero un assassino.


DOMANDE METAFISICHE

D: Dove nasconde una foglia un uomo saggio?
R: Nella foresta.

D: Ma che cosa fa se non c'è una foresta?
R: Fa crescere una foresta per nasconderla.

D: E se volesse nascondere una foglia morta?
R: Allora creerebbe una foresta morta.


ANNOTAZIONE PERSONALE  -  Vorrei richiamare l'attenzione sulla citazione riportata nella "Digressione Non Moralistica" e metterla in relazione con il simbolo della scala curva, appena accennato nella ritualità di Secondo Grado.
(continua)

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.