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05 agosto 2026

Lavoro di Loggia: Tolleranza

 Pensieri schematici

Tema dei lavori: Tolleranza. Da tutti i punti di vista, profano e iniziatico.

Tolleranza. Libertà. Non violenza.
E’ un tutto unico cui si oppone: intolleranza, oppressione, violenza.
Anche questi: i cattivi compagni, i ruffians?

Sul piano binario della realtà umana le contraddizioni si combattono.

Ma il libero muratore, che opera principalmente con lo strumento dell’amore, che si affatica rettificando continuamente e levigando la propria pietra, sa come la strada dell’iniziazione (inizio, non fine) sia difficile e l’uomo sia invece debole.
Perciò comprende gli errori e le manchevolezze degli altri, specialmente dei compagni di viaggio che percorrono la stessa via.

Per loro la tolleranza è amore.

Il libero muratore è però intollerante, deve esserlo, con se stesso.

Il libero muratore è un caminante, che viaggia, che tende ad uscire dai particolarismi del binario per avvicinarsi all’uno. Si avvicina, senza, in questa dimensione, arrivarci. Non può.

Il libero muratore conosce la fatica del cammino. E se la superbia o l’orgoglio non glielo impediscono non può non comprendere chi si trova sulla via. E apprezzare i suoi sforzi. (se ci sono). Vie infinite.

Tolleranza è rivolta verso idee e difetti altrui; intolleranza è diretta verso i propri difetti o passioni.

Il mondo del binario: mondo del relativo.

La vita: bene che ci è data dal mondo. Ma non è il bene più alto: ci sono valori più alti della vita.

Importanza del dubbio: favorisce la tolleranza.

Attenzioni. Chi semina vento raccoglie tempesta. Se acchiappi il vento, tu diventi vento.

Mai le guerre sante. Ciascuno deve combattere la propria guerra santa nella propria interiorità, contro le proprie passioni, contro i propri difetti. Non contro le passioni e i difetti degli altri. Altrimenti viene meno il senso della tolleranza e resta violenza e dispotismo.

Dove c’è violenza e dispotismo non c’è amore, non c’è iniziazione. Non c'è confronto, ma scontro.

Non c'è Massoneria ma solo un vuoto simulacro che alcuni pretendono sia massoneria.


Tolleranza del politeismo, intolleranza del monoteismo.

25 maggio 2026

Io, un uomo

 

Sono un uomo come tanti. Ma non uomo qualunque, termine che riporta ad una patologica sfiducia verso tutti e spesso verso tutto, che aborro perché pare quasi esaltazione della personale mediocrità (il contrario dell’oraziana aurea mediocritas, la moderazione d’oro). Sono un navigatore del quotidiano, perché quotidianamente io viaggio e navigo pur restando fermo.

Mi puoi dire: vivi i tuoi giorni uno uguale all’altro?

No! Sembra forse così a chi non sa andare oltre le apparenze.

Mi vedono sempre qui, ma sanno dove io vado veramente? Io sono qui, ma non sono qui, sono altrove.

Là dove vado nessuno può seguirmi: il cammino è solo mio, nessun altro lo può percorrere. Ed è un sentiero strano, quasi segnato nell’aria, come se i passi ti dirigono là dove il profumo pare diverso,

Caminante, sono le tue orme

il sentiero e niente più;

caminante, non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando.

Camminando si fa il sentiero

e girando indietro lo sguardo

si vede il sentiero che mai più

si tornerà a calpestare.

(Antonio Machado, Cantares)

29 marzo 2019

Lettera a Ulisse

L' Epica è narrazione della vita di eroi e delle loro gesta: avventure caratterizzanti i personaggi, atti fondativi.

Ai miei tempi l’epica era materia scolastica: alla scuola media si leggeva in seconda l’Iliade e in terza l’Odissea, e in prima liceo l’Eneide, che poi sarebbe stata ripresa in quinta leggendone diversi canti in latino.

Ulisse ed Enea venivano quindi quasi presentati come paradigmi per l’uomo moderno perché avevano ancora molto da dire.

A me invece Enea non dice molto, l’ho sempre sentito freddo, tutto concentrato sulla sua missione fondatrice della civiltà romana (Virgilio è il cantore della Roma augustea all’apogeo dello splendore) che non mi ha mai colpito nel profondo. Fin dai tempi della scuola e pure in una lettura attenta di alcuni anni fa non sono rimasto colpito più di tanto. Enea non mi parla nemmeno oggi, mentre continua a parlarmi Ulisse.

Ulisse è invece stato compagno della mia vita, certo colpito dai versi danteschi che sento irrimediabilmente scolpiti in me.

Sento Ulisse come l'eroe moderno, non legato dalle ideologie contingenti. Ulisse fu cantato da Omero e fu ripreso da Dante; Ulisse fu cantato da Tennison e Pascoli e rimane grande eroe moderno del quotidiano in Joyce. 

Non mi stupirei che Ulisse bussasse alla porta del Tempio e sarei prointo ad aprirgli.

Ma prima ci sono alcune cose da puntualizzare. E ad Ulisse voglio appunto scrivere.

* * *
 
Caro Ulisse,
hai bussato bussato alla porta del Tempio chiedendoci di aprirti.

Lessi da qualche parte che c’è un Ulisse in tutti noi, ed è vero.

Tu sei il ricercatore instancabile, colui che vuole conoscere il mondo per soddisfare la propria ansia di sapere. Ti sento vicino perché la tua ansia di sapere è la mia stessa ansia.

Sono con te legato all’albero della nave ad ascoltare in sicurezza le sirene: non avrei mai potuto restare tra il tuo equipaggio con le orecchie tappate.

Ti immagino uomo in cammino e ti vedo vicino ad ogni caminante.

Ti immagino a bordo dell’arca di Noè nel viaggio primordiale dell’umanità.
So che fosti con Cristoforo Colombo e con Marco Polo; eri imbarcato sul sommergibile Nautilus del comandante Nemo. Ti ho visto a fianco di Neil Armstrong sulla Luna.Stai allenandoti per partecipare alla spedizione su Marte come più di un secolo fa eri sulle slitte che cercavano il Polo Sud.

Ma attento, Ulisse!

Eri anche con Cortez e Pizarro, distruttori di civiltà; eri con i crociati alla devastazione di Costantinopoli e di Gerusalemme; eri con Gengis Kan alla conquista di Samarcanda.

Io ti vedo bene anche in Loggia, caro Ulisse, tra i fratelli massoni: noi cerchiamo, come tu cerchi. E son certo che il tuo posto è qui, tra le colonne.

Molti fratelli di Loggia concordano con me: siamo pronti ad abbracciarti e a lavorare assieme.
 
Ma dobbiamo fissare alcuni paletti, lanmark della nostra umanità.

Noi cerchiamo, ma non siamo disposti a cercare sempre e ovunque, a qualsiasi costo.

Noi non eravamo a fianco del dottor Mengele che faceva esperimenti bestiali su poveretti inermi; chi di noi era ad Auschwitz era tra i derelitti massacrati non tra gli aguzzini.

Noi non eravamo nella carlinga di morte  con le ali maligne... dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. Non ci interessa sapere quelle tecniche e quelle conoscenze di uccisioni e stermini.

No, non siamo disposti a pagare qualsiasi prezzo per sapere e conoscere: qualcuno forse sì, noi certamente no.

Noi crediamo che ci siano cammini che non debbono essere percorsi e limiti che non debbano essere scavalcati
 
Perché? – ci puoi chiedere.
Perché no – rispondiamo.

Non siamo disposti a procedere sempre e comunque.

Siamo convinti, caro Ulisse, che l’uomo in cammino debba avere alcuni paletti oltre i quali non sia possibile andare; siamo convinti che siano questi paletti a rendere uomo l’uomo, sappiamo che Auschwitz è oltre i paletti e madre Teresa di Calcutta no.

Siamo convinti che la Forza della conoscenza debba essere adornata dalla Bellezza del nostro senso etico.

Ulisse noi Massoni ti accogliamo e ti riceviamo in Loggia, ma tu devi prestare il nostro giuramento di avere sacri la vita e l’onore di tutti.

Se sarà così insieme cammineremo.

Altrimenti, caro Ulisse, avrai come compagno non il buon dottor Jekill ma l’oscuro mister Hyde.

E non avrai compagni i Massoni di questa Loggia

16 maggio 2017

Istruzione del Grado

Sento parlare spesso di istruzione del Grado.
Oggi, al contrario di tanto tempo fa, non la ritengo così importante.
Sì, alcuni concetti basilari (ma proprio solo due di numero!), e non più di tanto...

Altrimenti si corre il rischio di proporre ciò che non può esserci: il manuale del bravo massone (deriva forse dal Manuale delle Giovani Marmotte della nostra infanzia?).

Non esiste il "bravo Massone". Esiste un lavorìo che ti dà spunti.
Come? Semplicemente osservando il comportamento degli altri Massoni.

E quindi il Massone, dentro e fuori la Loggia, ha una grande e grave responsabilità: il suo comportamento può essere, è di esempio agli altri Massoni.

Tra tutti i mestieri artigiani quello del muratore ha una forte caratteristica (che non ha invece per esempio l'idraulico, l'elettricista, eccetera): i segreti del mestiere vengono trasmessi non con corsi di addestramento e di aggiornamento, ma semplicemente lavorando con chi muratore è già ed osservando quello che fa.

Simbolicamente significa guardare, osservare e ...immedesimarsi. E' un camminare nel flusso comune del cantiere. 

Eviterai così certi pericoli insiti nella tua attività muratoria. Eviti innanzi tutto la possibilità di ascoltarti troppo e ascoltare troppo poco gli altri. Eviti il pericolo di fermarti pur credendoti (nella tua insipenza) in cammino.

Quanti se ne incontano di questi caminantes fermi!

01 maggio 2017

Ulisse

Ulisse è il grande "caminante".
Appartiene ad una Loggia esclusiva, molto esclusiva: la Loggia dei "caminantes", i camminatori, quella di chi va, di chi non si ferma mai.
Alla stessa Loggia appartengono l'Ebreo Errante, il Vecchio Marinaio, l'Olandese Volante. E..., perché no?, lo stesso Hiram.
A piedilista ci sono anche Cristoforo Colombo e Magellano. E Marco Polo.

25 dicembre 2016

Cantares

La Loggia legge Cantares di Antonio Machado



Maestro Venerabile. Fratelli 1° e 2° Sorvegliante avvisate le vostre Colonne che chiamo la Loggia al lavoro.

1° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Meridione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

2° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Settentrione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

Maestro Venerabile. Dispongo che la Loggia lavori sull’uomo che cammina.

Oratore.
Tutto passa e tutto resta,
però il nostro è passare,
passare facendo sentieri,
sentieri sul mare.

1° Sorvegliante. Chi cammina per vie sconosciute deve farsi da sé il cammino.

2° Sorvegliante. Ogni uomo ha il suo cammino.

Oratore.
Mai cercai la gloria,
né di lasciare alla memoria
degli uomini il mio canto,
io amo i mondi delicati,
lievi e gentili,
come bolle di sapone.

1° Sorvegliante. Chi cammina cammina per sé.

2° Sorvegliante. Solo chi cammina per sé può camminare per gli altri.

Oratore.
Mi piace vederle dipingersi
di sole e scarlatto, volare
sotto il cielo azzurro, tremare
improvvisamente e disintegrarsi...
Mai cercai la gloria.

1° Sorvegliante. Chi cammina deve cogliere la bellezza delle piccole grandi cose.

2° Sorvegliante. Chi cerca la gloria non coglie la bellezza delle piccole grandi cose.

Oratore.
Viandante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
viandante, non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando.

1° Sorvegliante. Chi cammina non ha un tracciato da seguire.

2° Sorvegliante. Chi cammina non ha una mappa che lo aiuti.

Oratore.
Camminando si fa il sentiero
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.

1° Sorvegliante. Chi cammina è lui stesso a tracciare il suo cammino.

2° Sorvegliante. Chi cammina non tornerà mai più sui propri passi.

Oratore.
Viandante non esiste il sentiero,
ma solamente scie nel mare...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che il suo passo deve essere leggero come il battello sulle onde.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che le onde sostengono i più pesanti bastimenti.

Oratore.
Un tempo in questo luogo dove
ora i boschi si vestono di spine,
si udì la voce di un poeta gridare
«Viandante non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando...»
Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo sul sentiero.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo verso il non si sa.

Oratore.
Il poeta morì lontano dal focolare.
Lo copre la polvere di un paese vicino.
Allontanandosi lo videro piangere.
«Viandante non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando...»
Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che non tornerà indietro.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che andrà in esilio.

Oratore.
Quando il cardellino non può cantare.
Quando il poeta è un pellegrino,
quando non serve a nulla pregare.
«Viandante non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando...»
Colpo dopo colpo, verso dopo verso.

Maestro Venerabile. Chi cammina sa che deve camminare.

16 dicembre 2016

L' Architetto double-face 1

Le nostre Costituzioni, quelle del Grande Oriente d'Italia, per intenderci, si raccomandano di indicare che l'Istituzione "si raccoglie sotto il simbolo iniziatico del G. A. D. U.".
Credo che su queste basi si potrebbe costituire un punto di inizio e di unificazione per tutti i massoni sparsi nel mondo.
Ma non è questo il mio intento. Credo che sia nostro compito riflettere su noi, su noi come uomini, su noi come massoni e su noi che contemporaneamente vogliamo essere uomini massoni e non vogliamo chiuderci. Io, uomo e massone,... io, uomo massone, debbo riflettere...
E questa è una mia piccola riflessione.



Dialogo a tre voci tra Ulisse, l’Inquisitore ed il Poeta

Definizione: Double – faces = dicesi di tessuto il cui rovescio è lavorato come un altro diritto ma in genere di altro disegno; tessuto a due diritti.


Ulisse. Mi aveva detto il veggente Tiresia (Odissea XI):

Prendi allora il maneggevole remo e va’,
finché arrivi da uomini che non sanno
del mare, che non mangiano cibi conditi col sale,
che non conoscono navi dalle gote purpuree
né i maneggevoli remi che sono per le navi le ali.
E ti dirò un segno chiarissimo: non potrà sfuggirti.
Quando un altro viandante, incontrandoti,
dirà che tu hai un ventilabro sull’illustre spalla...

Poeta. Tutti conosciamo la profezia di Tiresia. Ma nessuno sa come andò a finire.

Ulisse. Non ci fu fine. Sto ancora cercando.

Poeta. Sì, Ulisse. Sei il grande caminante. Sei l’uomo in viaggio. Sei l’uomo che non si ferma.

Quando qualcuno scrisse:

Camminando si fa il sentiero
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.
Caminante non esiste il sentiero,
ma solamente scie nel mare...

si riferiva a te.

Inquisitore. E il diavolo?

Ulisse. Non l’ho mai incontrato.

Inquisitore. Impossibile! Il diavolo è dappertutto. Si presenta sotto mentite spoglie, irriconoscibile. Bisogna essere molto accorti e stare sempre in guardia: l’eterno Avversario è malizioso e furbo e astuto. Non puoi non averlo incontrato!

Ulisse. In tutti questi anni, da quando il mio mentore Omero mi ha mandato nel mondo, ho percorso tanta strada... sono stato in tanti paesi... ho incontrato tanta gente... Ma non ho mai incontrato colui che tu chiami Diavolo, né con le sue vesti né sotto mentite spoglie.

Inquisitore. Impossibile! Il Diavolo è ovunque.

Ulisse. Caro amico, sono sempre alla ricerca del paese che creda il mio remo la pala del grano. Ho chiesto a tutti... ho parlato con tutti... Nessuno mi ha mai fatto pensare che fosse il Diavolo.

Inquisitore. Bada, Ulisse. Dire di non averlo incontrato significa che invece l’hai proprio incontrato. E’ questa la malizia del Diavolo.

Poeta.
A te, dell’essere
principio immenso,
materia e spirito,
ragione e senso...

Ulisse. Mi pare un ragionamento perverso, che distorce la logica contro l’umano sentire. Non è logica, questa, ma aberrazione. E’ forza senza bellezza. Anzi, no, non è nemmeno forza: è la debolezza di chi vuol risolver le cose con la violenza stupida.

Inquisitore. O è logica o non è logica. Poiché è logica, il resto non conta.

Ulisse. Sono un caminante. Cammino in cerca di un paese che forse non c’è. Ho imparato tanto, ma ancora so troppo poco. Se incontrerò il Diavolo, imparerò anche da lui.

Inquisitore. Attento Ulisse. Dal Diavolo si può imparare solo il male.

Ulisse. Ma cos’è il Diavolo? Non è forse una comoda invenzione degli uomini, i quali devono pure accusare qualcuno o qualcosa delle loro disgrazie, delle loro incapacità, delle loro debolezze e soprattutto delle loro colpe?

Inquisitore. Il Diavolo esiste. Ha anche avuto anche l’impudenza di tentare il nostro Signore, che seppe resistergli. Ma l’uomo sarà altrettanto capace? Tu, Ulisse, sarai capace di resistere alla tentazione?

Ulisse. Volli ascoltare il canto delle sirene e non ne fui sedotto. Erano forse quelle il Diavolo?

Inquisitore. Il Diavolo si nasconde sotto le vesti più seducenti.

Poeta.
E Pan l'eterno che su l’erme alture
A quell'ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà.

Inquisitore. Lo senti, il Diavolo? E’ lì, nascosto nella diva armonia, sotto vesti attraenti, pronto a sedurti... a sviarti... a prenderti... Lo trovi nella paura della notte, lo trovi nel languore del giorno. Lo trovi nel chiarore dell’alba e nell’oscurarsi del tramonto. In guardia, uomo. Ma rassicurati. Noi, i tuoi difensori, ti siamo sempre vicini.

Ulisse. Ho viaggiato. Ho incontrato tanti dei... Dei in piena salute, adorati e onorati dalle genti; Dei moribondi, dal culto languente; Dei ormai morti, senza più seguaci. Ho incontrato il buon Osiride, ormai ridotto a un vuoto simulacro. Ho incontrato il Dio sconosciuto al quale accenna Paolo. Ed ho incontrato il Dio degli uomini, quel Dio al quale gli uomini si rivolgono chiamandolo con tanti nomi e in tanti modi diversi. Ma il Diavolo non l’ho mai incontrato...

Inquisitore. Non sei tu che parli, Ulisse. E’ il Diavolo che parla in te, con la tua voce. Guarda come ti ha sedotto!

Ulisse. Le tue parole non sono sane. Tu non capisci il mondo, non comprendi la natura. Hai un morbo che ti rode dentro e vuoi che tutti si consumino come te.

Inquisitore. Vedi come ti fa parlare il Diavolo.

Ulisse. Diavolo... Diavolo... Hai sempre in bocca il Diavolo! Sei tu, con la tua mente disumana e snaturata, a vedere quello che non c’è.
Inquisitore. Il Diavolo è il grande avversario, il grande nemico che ti spinge a non fare il bene e ti fa fare il male.

Ulisse. Ma per questo non c’è bisogno del Diavolo. C’è già l’uomo che assolve bene il compito, l’uomo che dà soverchia importanza alle passioni, l’uomo che cerca di soddisfare oltre misura i bisogni materiali, l’uomo che non va dove deve andare, l’uomo che va dove non deve andare.

Inquisitore. Ma così perdi il senso del peccato e del pericolo di caderci. No, il peccato è il Diavolo e senza quell’essere immondo il peccato diventa ancora più desiderabile.

(continua)

09 dicembre 2016

Dei saggi illustri

Una decina di anni fa avevo cominciato a scrivere alcuni commenti-spiegazione allo Zarathustra di Nietzsche che inviavo a mio figlio allora a Londra. Poi lui ritornò in Italia e smisi. Oggi li riprendo. Sono un po' datati e non mi ci ritrovo del tutto, ma credo siano ancora interessanti.


Voi tutti, saggi illustri, avete servito il popolo e la superstizione del popolo! – e non la verità! E appunto per questo vi si è tributata venerazione.
E per questo si è sopportata anche la vostra miscredenza, giacché essa era una ingegnosa via traversa per raggiungere il popolo. Allo stesso modo, il padrone lascia fare i suoi schiavi e si diletta alla loro tracotanza.
Ma colui che è odioso al popolo è come un lupo per i cani: è lo spirito libero, il nemico della catena, il non–adoratore, randagio pei boschi.

 

DEVOZIONE

Il camminatore rifugge l’appiattimento della folla e respinge le venerazioni chieste dal devotismo religioso e civile. Ecco: si considera il devotismo proprio della religione, ma in realtà ormai è sconfinato in tutti i settori della vita. La venerazione per il santo cattolico e l’esaltazione spesso maniacale per l’attore o il cantante o la magnificazione del politico di turno sono sentimenti diversi solo quantitativamente non qualitativamente. Hanno la stessa origine e solo diverso “oggetto di venerazione”: il culto, a volte intriso da forme di isteria, verso padre Pio e il culto verso il cantante Elvis Presley non sono – con buona pace dei devoti entro la religione – qualitativamente differenti mostrando le stesse modalità di espressione. Lo stesso dicasi verso coloro che si uccisero alla morte di Rodolfo Valentino.

Tutto questo il camminatore si lascia dietro le spalle: non vuole religioni, né tanto meno culti religiosi o pseudo–religiosi. Si lascia alle spalle la zavorra di una civiltà che non lo interessa più, perché vuole superare queste contraddizioni tipiche dell’uomo che non sa camminare.

Cacciarlo dal suo rifugio – questo ha sempre significato per il popolo ‘senso del giusto’: contro di lui esso aizza ancor sempre i suoi cani dalle zanne più aguzze.
«Perché la verità è qui: qui infatti è il popolo! Guai, guai a colui che cerca!» – così, da sempre, ha suonato la campana.
 
Agli occhi degli appagati il cercatore è il diverso; chi non va non può comprendere chi va e lo combatte come altro da sé. L’ortodosso non solo non comprende ma non può nemmeno approvare l’eretico.

Voi volevate creare al vostro popolo il diritto nella sua venerazione: questo voleva dire per voi ‘volontà di verità’, saggi illustri!
E il vostro cuore ha sempre detto a se stesso: «io sono venuto dal popolo: di là mi è sempre giunta anche la voce di Dio».
Duri di cervice e intelligenti, come l’asino, siete sempre stati, in quanto avvocati del popolo.
E certi potenti che volevano ben viaggiare col popolo, attaccarono anche un asinello davanti ai loro destrieri, cioè un saggio illustre.
E ora io vorrei, o saggi illustri, che finalmente vi spogliaste del tutto del manto del leone!
Il manto della belva, screziato, il vello di colui che indaga, cerca, conquista!
Ah, per imparare a credere a voi, dovrei vedervi prima di tutto spezzare la vostra volontà venerante.
Verace – così io chiamo colui che va nel deserto, dove gli dei non sono, e ha spezzato il suo cuore venerante.

L’immagine ricorda la voce biblica del profeta Isaia.

La voce di uno grida:
«Preparate nel deserto la via del Signore,
appianate nei luoghi aridi
una strada per il nostro Dio!
Ogni valle sia colmata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
i luoghi scoscesi siano livellati,
i luoghi accidentati diventino pianeggianti.
Allora la gloria del Signore sarà rivelata,
e tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché la bocca del Signore l'ha detto».
 (Isaia 40 3–5)

Ma il contesto Zarathustriano è completamente diverso. Il deserto isaiaco è il luogo ove nella solitudine si predispone la livellazione, il raggiungimento della propria orizzontalità per la comparsa della gloria del Signore:

Allora la gloria del Signore sarà rivelata,
e tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché la bocca del Signore l'ha detto3».
(Isaia 40 6)

La prospettiva è prettamente religiosa, con una presenza divina esaustiva e risolutiva. Ben diversamente il camminatore Zarathustra giunge verace nel deserto, dove gli dei non sono, e ha spezzato il suo cuore venerante. Zarathustra infatti si è svincolato dal punto di vista religioso, se ne vuole liberare, non contro, ma oltre la religione. Non appiattisce ciò che gli sta intorno, ma vuole raggiungere la propria orizzontalità da accomunare nel grande dilemma con la verticalità della sua salita al monte (dal quale – ricordiamo – è sceso, ma sul quale salirà in compagnia di personaggi che altri non sono che la sua picciola compagnia radunata nella sua caverna. L’incontro della orizzontalità con la verticalità porta al simbolo principale del cristianesimo (la croce), che il camminatore intende come il centro–incrocio delle due direzioni–modalità: verticale con orizzontale, attivo con passivo, eccetera.

Nella sabbia gialla e bruciato dal sole, egli certo guarda di sottecchi, assetato, verso oasi ricche di sorgenti, là dove la vita riposa sotto alberi scuri.
Ma la sete non basta per convincerlo a diventare simile a questi pacifici: perché dove sono oasi, là sono anche immagini di idoli.

Oasi e idolo, due pensieri saldamente legati. Nel deserto l’oasi è rifugio e salvezza. Il non camminatore, il sostante (chi sosta, sta fermo) trova rifugio nella devozione verso un principio unico (il dio) o verso un principio particolare (il santo del cattolicesimo), cioè verso un idolo, il biblico vitello d’oro che altri continuamente creano e gli pongono di fronte per l’adorazione.

Il caminante per parte sua non accetta dei e non accetta idoli. E’ un leone solitario.

Affamata, violenta, sola, senzadio: così vuole se stessa la volontà leonina.
Libera dalla felicità dei servi, redenta da dei e adorazioni, impavida e terribile, grande e solitaria: così è la volontà del verace.
Nel deserto hanno abitato, da sempre, i veraci, gli spiriti liberi, come signori del deserto; ma nelle città abitano, ben foraggiati, i saggi illustri, – gli animali da tiro. Essi infatti, in quanto asini, tirano sempre – il carro del popolo!

Bella l’immagine del saggio illustre paragonato agli asini, animali da tiro! Questi saggi tirano il carro del popolo? Ma qui popolo non è insieme cosciente di persone, ma folla, massa che lungi dal sentire stimoli di insoddisfazione, si accomuna nella condanna o nell’aggressione del diverso. I cosiddetti saggi illustri non sono altro che il benpensantismo, il rifiuto del diverso, dell’altro da sé. Sono gli istinti del gregge che si sente improvvisamente leone (assieme, mai da soli!) sotto la guida perversa di capipopolo non disinteressati.

Non che io vada per questo in collera con loro: ma per me restano dei servitori con finimenti, anche se luccicano nella loro bardatura d’oro.

Oro materiale, ma ottone spirituale!

E spesso sono anche stati dei buoni e preziosi servitori. Perché così parla la virtù: «se hai da essere servitore, cerca colui al quale il tuo servizio giova di più!

Cioè: mettiti al servizio di chi ti paga meglio!

Lo spirito e la virtù del tuo padrone debbono crescere per il fatto che tu sei il suo servitore: così cresci tu stesso insieme al suo spirito e alla sua virtù!».
E davvero, voi saggi illustri, voi servitori del popolo! Voi stessi siete cresciuti insieme allo spirito e alla virtù del popolo – e il popolo grazie a voi! Questo lo dico a vostro onore!
Ma popolo voi rimanete per me, perfino nelle vostre virtù, popolo dagli occhi miopi, – popolo che non sa che cosa è spirito!

Popolo è l’insieme dei camminatori, non la massa della gente pronta ad essere sedotta dal canto della prima sirena.

Spirito è la vita che taglia nella propria carne: nel suo patire essa accresce il suo sapere – lo sapevate?
E la felicità dello spirito è questa: essere unto e consacrato dalle lacrime come vittima del sacrificio – lo sapevate?
E anche la cecità del cieco e il suo cercare e brancolare deve testimoniare la possanza del sole in cui egli guardò – lo sapevate?
E colui che conosce deve imparare a costruire con le montagne! E’ poco che lo spirito sposti montagne – lo sapevate?

Il riferimento evangelico alla fede che smuove le montagne non tocca il camminatore che a sua volta ribadisce: non muovere le montagne, ma crearle! Questo è il compito dell’uomo.

Voi conoscete dello spirito solo le scintille: ma non avete occhi per l’incudine che lo spirito è, e nemmeno per la crudeltà del suo maglio!

 

INCUDINE E MARTELLO

L’immagine di tipo fabbrile–operativa porta a immagini dure, di una durezza materiale posseduta in natura dal diamante. La stessa durezza è richiesta all’uomo nella sua triplice trasformazione da cammello (apparentemente forte e duro, ma di una durezza stolta) a leone e quindi a fanciullo (il più duro di tutti perché creatore).

La qualità di durezza appartiene alla forza, qualità necessaria nel procedere del cammino (anche nel linguaggio comune si parla – spesso a vanvera – di forza d’animo).

In verità, voi non conoscete l’orgoglio dello spirito! Ma ancor meno sapreste sopportarne la modestia, se volesse parlare!
E non è mai accaduto ancora che a voi fosse lecito gettare il vostro spirito in una fossa di neve: per far questo non siete abbastanza ardenti! Perciò non conoscete le estasi del suo gelo.
Ma in ogni senso voi, per me, vi prendete troppe confidenze con lo spirito; e spesso della saggezza avete fatto un asilo e un ospedale per poeti scadenti.
Voi non siete aquile: così non avete neppure vissuto la felicità che risiede nel terrore dello spirito. E chi non ha ali non deve mettersi al di sopra di abissi.
Voi siete per me dei tiepidi: ma fredda scorre ogni profonda conoscenza. Gelide sono le intime scaturigini dello spirito: un ristoro per mani che bruciano e per coloro che bruciano nell’agire.

Il richiamo è biblico, ma non il contesto, come ovviamente ci si può aspettare da Zarathustra: Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca. (Apocalisse 3 16)

La tiepidezza, al di là di considerazioni morali o religiose, non può essere accettata da chi pretende scelte «forti», 

 Attenzione: anche questo – o forse proprio questo – è segno di forza!

scelte cioè che implichino scelte fondamentali (anche cambiamenti decisivi).

Voi ve ne state qui impettiti e rispettabili e con la schiena dritta, o saggi illustri! – non vi spinge un forte vento e volere.

I saggi sono tiepidi. Come tali sono fermi, immobili: non li spinge nulla nel loro cammino e non vanno, ma restano.

Avete mai visto la vela andare sul mare, rotonda e gonfia e tremante per l’impeto del vento?
Come la vela, tremante per l’impeto dello spirito, va la mia saggezza sul mare – la mia saggezza selvaggia! Ma voi, servitori del popolo, voi saggi illustri, – come potreste andare con me! –

Cosi parlò Zarathustra.

 

IL CAMMINATORE SELVAGGIO

Ecco il termine: saggezza selvaggia! Il selvaggio è incommensurabile con qualsivoglia organizzazione sociale (della società, della città, della religione, di qualunque parrocchia). Il selvaggio (da “silva” = bosco, extra–città) è estraneo alle esigenze che nascono dal sentirsi coerente con gli altri. La saggezza (conquistata! Non ricevuta in dono) porta a sensi di estraneità con gli altri, a sentirsi appunto selvaggi.

Il camminatore si trasforma da camminatore in camminatore selvaggio! Si trasforma in caminante!





Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.