venerdì 9 dicembre 2016

Dei saggi illustri

Una decina di anni fa avevo cominciato a scrivere alcuni commenti-spiegazione allo Zarathustra di Nietzsche che inviavo a mio figlio allora a Londra. Poi lui ritornò in Italia e smisi. Oggi li riprendo. Sono un po' datati e non mi ci ritrovo del tutto, ma credo siano ancora interessanti.


Voi tutti, saggi illustri, avete servito il popolo e la superstizione del popolo! – e non la verità! E appunto per questo vi si è tributata venerazione.
E per questo si è sopportata anche la vostra miscredenza, giacché essa era una ingegnosa via traversa per raggiungere il popolo. Allo stesso modo, il padrone lascia fare i suoi schiavi e si diletta alla loro tracotanza.
Ma colui che è odioso al popolo è come un lupo per i cani: è lo spirito libero, il nemico della catena, il non–adoratore, randagio pei boschi.

 

DEVOZIONE

Il camminatore rifugge l’appiattimento della folla e respinge le venerazioni chieste dal devotismo religioso e civile. Ecco: si considera il devotismo proprio della religione, ma in realtà ormai è sconfinato in tutti i settori della vita. La venerazione per il santo cattolico e l’esaltazione spesso maniacale per l’attore o il cantante o la magnificazione del politico di turno sono sentimenti diversi solo quantitativamente non qualitativamente. Hanno la stessa origine e solo diverso “oggetto di venerazione”: il culto, a volte intriso da forme di isteria, verso padre Pio e il culto verso il cantante Elvis Presley non sono – con buona pace dei devoti entro la religione – qualitativamente differenti mostrando le stesse modalità di espressione. Lo stesso dicasi verso coloro che si uccisero alla morte di Rodolfo Valentino.

Tutto questo il camminatore si lascia dietro le spalle: non vuole religioni, né tanto meno culti religiosi o pseudo–religiosi. Si lascia alle spalle la zavorra di una civiltà che non lo interessa più, perché vuole superare queste contraddizioni tipiche dell’uomo che non sa camminare.

Cacciarlo dal suo rifugio – questo ha sempre significato per il popolo ‘senso del giusto’: contro di lui esso aizza ancor sempre i suoi cani dalle zanne più aguzze.
«Perché la verità è qui: qui infatti è il popolo! Guai, guai a colui che cerca!» – così, da sempre, ha suonato la campana.
 
Agli occhi degli appagati il cercatore è il diverso; chi non va non può comprendere chi va e lo combatte come altro da sé. L’ortodosso non solo non comprende ma non può nemmeno approvare l’eretico.

Voi volevate creare al vostro popolo il diritto nella sua venerazione: questo voleva dire per voi ‘volontà di verità’, saggi illustri!
E il vostro cuore ha sempre detto a se stesso: «io sono venuto dal popolo: di là mi è sempre giunta anche la voce di Dio».
Duri di cervice e intelligenti, come l’asino, siete sempre stati, in quanto avvocati del popolo.
E certi potenti che volevano ben viaggiare col popolo, attaccarono anche un asinello davanti ai loro destrieri, cioè un saggio illustre.
E ora io vorrei, o saggi illustri, che finalmente vi spogliaste del tutto del manto del leone!
Il manto della belva, screziato, il vello di colui che indaga, cerca, conquista!
Ah, per imparare a credere a voi, dovrei vedervi prima di tutto spezzare la vostra volontà venerante.
Verace – così io chiamo colui che va nel deserto, dove gli dei non sono, e ha spezzato il suo cuore venerante.

L’immagine ricorda la voce biblica del profeta Isaia.

La voce di uno grida:
«Preparate nel deserto la via del Signore,
appianate nei luoghi aridi
una strada per il nostro Dio!
Ogni valle sia colmata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
i luoghi scoscesi siano livellati,
i luoghi accidentati diventino pianeggianti.
Allora la gloria del Signore sarà rivelata,
e tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché la bocca del Signore l'ha detto».
 (Isaia 40 3–5)

Ma il contesto Zarathustriano è completamente diverso. Il deserto isaiaco è il luogo ove nella solitudine si predispone la livellazione, il raggiungimento della propria orizzontalità per la comparsa della gloria del Signore:

Allora la gloria del Signore sarà rivelata,
e tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché la bocca del Signore l'ha detto3».
(Isaia 40 6)

La prospettiva è prettamente religiosa, con una presenza divina esaustiva e risolutiva. Ben diversamente il camminatore Zarathustra giunge verace nel deserto, dove gli dei non sono, e ha spezzato il suo cuore venerante. Zarathustra infatti si è svincolato dal punto di vista religioso, se ne vuole liberare, non contro, ma oltre la religione. Non appiattisce ciò che gli sta intorno, ma vuole raggiungere la propria orizzontalità da accomunare nel grande dilemma con la verticalità della sua salita al monte (dal quale – ricordiamo – è sceso, ma sul quale salirà in compagnia di personaggi che altri non sono che la sua picciola compagnia radunata nella sua caverna. L’incontro della orizzontalità con la verticalità porta al simbolo principale del cristianesimo (la croce), che il camminatore intende come il centro–incrocio delle due direzioni–modalità: verticale con orizzontale, attivo con passivo, eccetera.

Nella sabbia gialla e bruciato dal sole, egli certo guarda di sottecchi, assetato, verso oasi ricche di sorgenti, là dove la vita riposa sotto alberi scuri.
Ma la sete non basta per convincerlo a diventare simile a questi pacifici: perché dove sono oasi, là sono anche immagini di idoli.

Oasi e idolo, due pensieri saldamente legati. Nel deserto l’oasi è rifugio e salvezza. Il non camminatore, il sostante (chi sosta, sta fermo) trova rifugio nella devozione verso un principio unico (il dio) o verso un principio particolare (il santo del cattolicesimo), cioè verso un idolo, il biblico vitello d’oro che altri continuamente creano e gli pongono di fronte per l’adorazione.

Il caminante per parte sua non accetta dei e non accetta idoli. E’ un leone solitario.

Affamata, violenta, sola, senzadio: così vuole se stessa la volontà leonina.
Libera dalla felicità dei servi, redenta da dei e adorazioni, impavida e terribile, grande e solitaria: così è la volontà del verace.
Nel deserto hanno abitato, da sempre, i veraci, gli spiriti liberi, come signori del deserto; ma nelle città abitano, ben foraggiati, i saggi illustri, – gli animali da tiro. Essi infatti, in quanto asini, tirano sempre – il carro del popolo!

Bella l’immagine del saggio illustre paragonato agli asini, animali da tiro! Questi saggi tirano il carro del popolo? Ma qui popolo non è insieme cosciente di persone, ma folla, massa che lungi dal sentire stimoli di insoddisfazione, si accomuna nella condanna o nell’aggressione del diverso. I cosiddetti saggi illustri non sono altro che il benpensantismo, il rifiuto del diverso, dell’altro da sé. Sono gli istinti del gregge che si sente improvvisamente leone (assieme, mai da soli!) sotto la guida perversa di capipopolo non disinteressati.

Non che io vada per questo in collera con loro: ma per me restano dei servitori con finimenti, anche se luccicano nella loro bardatura d’oro.

Oro materiale, ma ottone spirituale!

E spesso sono anche stati dei buoni e preziosi servitori. Perché così parla la virtù: «se hai da essere servitore, cerca colui al quale il tuo servizio giova di più!

Cioè: mettiti al servizio di chi ti paga meglio!

Lo spirito e la virtù del tuo padrone debbono crescere per il fatto che tu sei il suo servitore: così cresci tu stesso insieme al suo spirito e alla sua virtù!».
E davvero, voi saggi illustri, voi servitori del popolo! Voi stessi siete cresciuti insieme allo spirito e alla virtù del popolo – e il popolo grazie a voi! Questo lo dico a vostro onore!
Ma popolo voi rimanete per me, perfino nelle vostre virtù, popolo dagli occhi miopi, – popolo che non sa che cosa è spirito!

Popolo è l’insieme dei camminatori, non la massa della gente pronta ad essere sedotta dal canto della prima sirena.

Spirito è la vita che taglia nella propria carne: nel suo patire essa accresce il suo sapere – lo sapevate?
E la felicità dello spirito è questa: essere unto e consacrato dalle lacrime come vittima del sacrificio – lo sapevate?
E anche la cecità del cieco e il suo cercare e brancolare deve testimoniare la possanza del sole in cui egli guardò – lo sapevate?
E colui che conosce deve imparare a costruire con le montagne! E’ poco che lo spirito sposti montagne – lo sapevate?

Il riferimento evangelico alla fede che smuove le montagne non tocca il camminatore che a sua volta ribadisce: non muovere le montagne, ma crearle! Questo è il compito dell’uomo.

Voi conoscete dello spirito solo le scintille: ma non avete occhi per l’incudine che lo spirito è, e nemmeno per la crudeltà del suo maglio!

 

INCUDINE E MARTELLO

L’immagine di tipo fabbrile–operativa porta a immagini dure, di una durezza materiale posseduta in natura dal diamante. La stessa durezza è richiesta all’uomo nella sua triplice trasformazione da cammello (apparentemente forte e duro, ma di una durezza stolta) a leone e quindi a fanciullo (il più duro di tutti perché creatore).

La qualità di durezza appartiene alla forza, qualità necessaria nel procedere del cammino (anche nel linguaggio comune si parla – spesso a vanvera – di forza d’animo).

In verità, voi non conoscete l’orgoglio dello spirito! Ma ancor meno sapreste sopportarne la modestia, se volesse parlare!
E non è mai accaduto ancora che a voi fosse lecito gettare il vostro spirito in una fossa di neve: per far questo non siete abbastanza ardenti! Perciò non conoscete le estasi del suo gelo.
Ma in ogni senso voi, per me, vi prendete troppe confidenze con lo spirito; e spesso della saggezza avete fatto un asilo e un ospedale per poeti scadenti.
Voi non siete aquile: così non avete neppure vissuto la felicità che risiede nel terrore dello spirito. E chi non ha ali non deve mettersi al di sopra di abissi.
Voi siete per me dei tiepidi: ma fredda scorre ogni profonda conoscenza. Gelide sono le intime scaturigini dello spirito: un ristoro per mani che bruciano e per coloro che bruciano nell’agire.

Il richiamo è biblico, ma non il contesto, come ovviamente ci si può aspettare da Zarathustra: Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca. (Apocalisse 3 16)

La tiepidezza, al di là di considerazioni morali o religiose, non può essere accettata da chi pretende scelte «forti»

 Attenzione: anche questo – o forse proprio questo – è segno di forza!

scelte cioè che implichino scelte fondamentali (anche cambiamenti decisivi).

Voi ve ne state qui impettiti e rispettabili e con la schiena dritta, o saggi illustri! – non vi spinge un forte vento e volere.

I saggi sono tiepidi. Come tali sono fermi, immobili: non li spinge nulla nel loro cammino e non vanno, ma restano.

Avete mai visto la vela andare sul mare, rotonda e gonfia e tremante per l’impeto del vento?
Come la vela, tremante per l’impeto dello spirito, va la mia saggezza sul mare – la mia saggezza selvaggia! Ma voi, servitori del popolo, voi saggi illustri, – come potreste andare con me! –

Cosi parlò Zarathustra.

 

IL CAMMINATORE SELVAGGIO

Ecco il termine: saggezza selvaggia! Il selvaggio è incommensurabile con qualsivoglia organizzazione sociale (della società, della città, della religione, di qualunque parrocchia). Il selvaggio (da “silva” = bosco, extra–città) è estraneo alle esigenze che nascono dal sentirsi coerente con gli altri. La saggezza (conquistata! Non ricevuta in dono) porta a sensi di estraneità con gli altri, a sentirsi appunto selvaggi.

Il camminatore si trasforma da camminatore in camminatore selvaggio! Si trasforma in caminante!





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