Voi tutti, saggi illustri, avete servito il
popolo e la superstizione del popolo! – e non la verità! E appunto
per questo vi si è tributata venerazione.
E per questo si è sopportata anche la
vostra miscredenza, giacché essa era una ingegnosa via traversa per
raggiungere il popolo. Allo stesso modo, il padrone lascia fare i
suoi schiavi e si diletta alla loro tracotanza.
Ma colui che è odioso al popolo è come un
lupo per i cani: è lo spirito libero, il nemico della catena, il
non–adoratore, randagio pei boschi.
DEVOZIONE
Il camminatore
rifugge l’appiattimento della folla e respinge le venerazioni
chieste dal devotismo religioso e civile. Ecco: si considera il
devotismo proprio della religione, ma in realtà ormai è sconfinato
in tutti i settori della vita. La venerazione per il santo cattolico
e l’esaltazione spesso maniacale per l’attore o il cantante o la
magnificazione del politico di turno sono sentimenti diversi solo
quantitativamente non qualitativamente. Hanno la stessa origine e
solo diverso “oggetto di venerazione”: il culto, a volte intriso
da forme di isteria, verso padre Pio e il culto
verso il cantante Elvis Presley non sono – con buona pace dei
devoti entro la religione – qualitativamente differenti mostrando
le stesse modalità di espressione. Lo stesso dicasi verso coloro che
si uccisero alla morte di Rodolfo Valentino.
Tutto questo il
camminatore si lascia dietro le spalle: non vuole religioni, né
tanto meno culti religiosi o pseudo–religiosi. Si lascia alle
spalle la zavorra di una civiltà che non lo interessa più, perché
vuole superare queste contraddizioni tipiche dell’uomo che non sa
camminare.
Cacciarlo dal suo rifugio – questo ha
sempre significato per il popolo ‘senso del giusto’: contro di
lui esso aizza ancor sempre i suoi cani dalle zanne più aguzze.
«Perché la verità è qui: qui infatti è
il popolo! Guai, guai a colui che cerca!» – così, da sempre, ha
suonato la campana.
Agli occhi degli appagati il cercatore è il diverso;
chi non va non può comprendere chi va e lo combatte come altro da
sé. L’ortodosso non solo non comprende ma non può nemmeno
approvare l’eretico.
Voi volevate creare al vostro popolo il
diritto nella sua venerazione: questo voleva dire per voi ‘volontà
di verità’, saggi illustri!
E il vostro cuore ha sempre detto a se
stesso: «io sono venuto dal popolo: di là mi è sempre giunta anche
la voce di Dio».
Duri di cervice e intelligenti, come
l’asino, siete sempre stati, in quanto avvocati del popolo.
E certi potenti che volevano ben viaggiare
col popolo, attaccarono anche un asinello davanti ai loro destrieri,
cioè un saggio illustre.
E ora io vorrei, o saggi illustri, che
finalmente vi spogliaste del tutto del manto del leone!
Il manto della belva, screziato, il vello di
colui che indaga, cerca, conquista!
Ah, per imparare a credere a voi, dovrei
vedervi prima di tutto spezzare la vostra volontà venerante.
Verace – così io chiamo colui che va nel
deserto, dove gli dei non sono, e ha spezzato il suo cuore venerante.
L’immagine ricorda la voce biblica
del profeta Isaia.
La
voce di uno grida:
«Preparate
nel deserto la via del Signore,
appianate
nei luoghi aridi
una
strada per il nostro Dio!
Ogni
valle sia colmata,
ogni
monte e ogni colle siano abbassati;
i
luoghi scoscesi siano livellati,
i
luoghi accidentati diventino pianeggianti.
Allora
la gloria del Signore sarà rivelata,
e
tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché
la bocca del Signore l'ha detto».
(Isaia 40 3–5)
Ma il contesto
Zarathustriano è completamente diverso. Il deserto isaiaco è il
luogo ove nella solitudine si predispone la livellazione, il
raggiungimento della propria orizzontalità per la comparsa della
gloria del Signore:
Allora
la gloria del Signore sarà rivelata,
e
tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché
la bocca del Signore l'ha detto3».
(Isaia 40 6)
La prospettiva è prettamente
religiosa, con una presenza divina esaustiva e risolutiva. Ben
diversamente il camminatore Zarathustra giunge verace
nel deserto, dove gli dei non sono, e ha
spezzato il suo cuore venerante. Zarathustra
infatti si è svincolato dal punto di vista religioso, se ne vuole
liberare, non contro, ma oltre la religione. Non appiattisce
ciò che gli sta intorno, ma vuole raggiungere la propria
orizzontalità da accomunare nel grande dilemma con la verticalità
della sua salita al monte (dal quale – ricordiamo – è sceso, ma
sul quale salirà in compagnia di personaggi che altri non sono che
la sua picciola compagnia
radunata nella sua caverna.
L’incontro della orizzontalità con la verticalità porta al
simbolo principale del cristianesimo (la croce), che il camminatore
intende come il centro–incrocio delle due direzioni–modalità:
verticale con orizzontale, attivo con passivo, eccetera.
Nella sabbia gialla e bruciato dal sole,
egli certo guarda di sottecchi, assetato, verso oasi ricche di
sorgenti, là dove la vita riposa sotto alberi scuri.
Ma la sete non basta per convincerlo a
diventare simile a questi pacifici: perché dove sono oasi, là sono
anche immagini di idoli.
Oasi e idolo,
due pensieri saldamente legati. Nel deserto l’oasi è rifugio e
salvezza. Il non camminatore, il sostante (chi sosta, sta
fermo) trova rifugio nella devozione verso un principio unico (il
dio) o verso un principio particolare (il santo del cattolicesimo),
cioè verso un idolo, il biblico vitello d’oro che altri
continuamente creano e gli pongono di fronte per l’adorazione.
Il caminante
per parte sua non accetta dei e non accetta idoli. E’ un leone
solitario.
Affamata, violenta, sola, senzadio: così
vuole se stessa la volontà leonina.
Libera dalla felicità dei servi, redenta da
dei e adorazioni, impavida e terribile, grande e solitaria: così è
la volontà del verace.
Nel deserto hanno abitato, da sempre, i
veraci, gli spiriti liberi, come signori del deserto; ma nelle città
abitano, ben foraggiati, i saggi illustri, – gli animali da tiro.
Essi infatti, in quanto asini, tirano sempre – il carro del popolo!
Bella l’immagine
del saggio illustre paragonato agli asini, animali da tiro! Questi
saggi tirano il carro del popolo? Ma qui popolo non è insieme
cosciente di persone, ma folla, massa che lungi dal sentire stimoli
di insoddisfazione, si accomuna nella condanna o nell’aggressione
del diverso. I cosiddetti saggi illustri non sono altro che il
benpensantismo, il rifiuto del diverso, dell’altro da sé. Sono gli
istinti del gregge che si sente improvvisamente leone (assieme, mai
da soli!) sotto la guida perversa di capipopolo non disinteressati.
Non che io vada per questo in collera con
loro: ma per me restano dei servitori con finimenti, anche se
luccicano nella loro bardatura d’oro.
Oro materiale,
ma ottone spirituale!
E spesso sono anche stati dei buoni e
preziosi servitori. Perché così parla la virtù: «se hai da essere
servitore, cerca colui al quale il tuo servizio giova di più!
Cioè: mettiti
al servizio di chi ti paga meglio!
Lo spirito e la virtù del tuo padrone
debbono crescere per il fatto che tu sei il suo servitore: così
cresci tu stesso insieme al suo spirito e alla sua virtù!».
E davvero, voi saggi illustri, voi servitori
del popolo! Voi stessi siete cresciuti insieme allo spirito e alla
virtù del popolo – e il popolo grazie a voi! Questo lo dico a
vostro onore!
Ma popolo voi rimanete per me, perfino nelle
vostre virtù, popolo dagli occhi miopi, – popolo che non sa che
cosa è spirito!
Popolo è
l’insieme dei camminatori, non la massa della gente pronta ad
essere sedotta dal canto della prima sirena.
Spirito è la vita che taglia nella propria
carne: nel suo patire essa accresce il suo sapere – lo sapevate?
E la felicità dello spirito è questa:
essere unto e consacrato dalle lacrime come vittima del sacrificio –
lo sapevate?
E anche la cecità del cieco e il suo
cercare e brancolare deve testimoniare la possanza del sole in cui
egli guardò – lo sapevate?
E colui che conosce deve imparare a
costruire con le montagne! E’ poco che lo spirito sposti montagne –
lo sapevate?
Il riferimento
evangelico alla fede che smuove le montagne non tocca il camminatore
che a sua volta ribadisce: non muovere le montagne, ma crearle!
Questo è il compito dell’uomo.
Voi conoscete dello spirito solo le scintille: ma non avete occhi per
l’incudine che lo spirito è, e nemmeno per la crudeltà del suo
maglio!
INCUDINE E MARTELLO
L’immagine di
tipo fabbrile–operativa porta a immagini dure,
di una durezza materiale posseduta in natura dal diamante. La stessa
durezza è richiesta all’uomo nella sua triplice trasformazione da
cammello (apparentemente forte e duro, ma di una durezza stolta) a
leone e quindi a fanciullo (il più duro di tutti perché creatore).
La qualità di
durezza appartiene alla forza, qualità necessaria nel procedere del
cammino (anche nel linguaggio comune si parla – spesso a vanvera –
di forza d’animo).
In verità, voi non conoscete l’orgoglio
dello spirito! Ma ancor meno sapreste sopportarne la modestia, se
volesse parlare!
E non è mai accaduto ancora che a voi fosse
lecito gettare il vostro spirito in una fossa di neve: per far questo
non siete abbastanza ardenti! Perciò non conoscete le estasi del suo
gelo.
Ma in ogni senso voi, per me, vi prendete
troppe confidenze con lo spirito; e spesso della saggezza avete fatto
un asilo e un ospedale per poeti scadenti.
Voi non siete aquile: così non avete
neppure vissuto la felicità che risiede nel terrore dello spirito. E
chi non ha ali non deve mettersi al di sopra di abissi.
Voi siete per me dei tiepidi:
ma fredda scorre ogni
profonda conoscenza. Gelide sono le intime scaturigini dello spirito:
un ristoro per mani che bruciano e per coloro che bruciano
nell’agire.
Il richiamo è biblico, ma non il
contesto, come ovviamente ci si può aspettare da Zarathustra: Così,
perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò
dalla mia bocca. (Apocalisse 3 16)
La tiepidezza, al di là di
considerazioni morali o religiose, non può essere accettata da chi
pretende scelte «forti»,
Attenzione: anche questo – o forse proprio questo – è
segno di forza!
scelte cioè che implichino scelte fondamentali (anche cambiamenti
decisivi).
Voi ve ne state qui impettiti e rispettabili
e con la schiena dritta, o saggi illustri! – non vi spinge un forte
vento e volere.
I saggi sono
tiepidi. Come tali sono fermi, immobili: non li spinge nulla
nel loro cammino e non vanno, ma restano.
Avete mai visto la vela andare sul mare,
rotonda e gonfia e tremante per l’impeto del vento?
Come la vela, tremante per l’impeto dello
spirito, va la mia saggezza sul mare – la mia saggezza selvaggia!
Ma voi, servitori del popolo, voi saggi illustri, – come potreste
andare con me! –
Cosi parlò Zarathustra.
IL CAMMINATORE SELVAGGIO
Ecco il termine:
saggezza selvaggia! Il selvaggio è incommensurabile con
qualsivoglia organizzazione sociale (della società, della città,
della religione, di qualunque parrocchia).
Il selvaggio (da “silva” = bosco, extra–città) è
estraneo alle esigenze che nascono dal sentirsi coerente con gli
altri. La saggezza (conquistata! Non ricevuta in dono) porta a sensi
di estraneità con gli altri, a sentirsi appunto selvaggi.
Il camminatore
si trasforma da camminatore in camminatore selvaggio! Si trasforma in caminante!
Nessun commento:
Posta un commento