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12 giugno 2026

Ancora nel Gabinetto di Riflessione 4

 Si conclude l'esperienza di Ulisse nel Gabinetto di Riflessione. E' inutile starvi prima del Passaggio a Compagno?

Esaù e Giacobbe

« Potresti anche aver ragione sugli altri – ribatte Ulisse-2 – ma lasciali perdere. Concentrati e cerca che Forza e Bellezza acquistino un senso per te.

Bellezza non significa chiamare in ballo l’estetica. Qui l’estetica non c’entra nulla. Bellezza è una specie di canone costruttivo, che in un certo senso riesce a incanalare la forza bruta mantenendola sempre forte ma plasmandola e controllandola. C’è differenza tra la Forza di un minus habens e la forza del Libero Muratore: il primo si preoccupa solo di forza, resistenza e solidità, il secondo ha un orizzonte più ampio, perché sa vedere oltre e comprende che vi sono altri aspetti oltre la forza bruta ».

Ulisse-2 continua.

« Pensa, Ulisse, al significato del mito di Esaù e Giacobbe. Sono gemelli, ma sono completamente diversi. Uno è il tipico selvaggio, tutto muscoli, che dirige il suo pensiero solo dove sono i suoi interessi immediati. Ha insomma un pensiero limitato ad un solo settore per volta. L’altro, Giacobbe, sa andare oltre, con il pensiero e con le azioni. In più ha l’appoggio della madre Rebecca, cioè della Bellezza.

Certo, non tutti possono comprendere.

Certo, la Massoneria si rivolge ad una élite, è vero, ma non nel senso sociale, anche se molti massoni così l’hanno trasformata (e questo è uno dei segni della sua degenerazione!). La Massoneria si rivolge a chi cerca, a chi vuole cercare, a chi non può fare altro che cercare e cercarsi ».

Profano

Ulisse-2 è ora incontenibile.

« Tu sai, Ulisse, che io non uso il termine “profano”, che non mi piace. Viene utilizzato generalmente come sinonimo di non massone, per distinguere chi sta fuori della Loggia da chi sta dentro, come etichetta che classifica qualcosa che non è classificabile così superficialmente. In realtà il profano esiste e il suo senso non coincide necessariamente con non massone. Profano è chi resta alla superficie e non approfondisce, come la schiuma resta sulla superficie dell’acqua. Profano è il superficiale. E in questo senso esistono purtroppo tanti massoni che sono profani, “galleggiano” sulla Massoneria come la schiuma sul mare. Insomma, restano sulla superficie di se stessi!

Tanti sono i problemi che un uomo non può affrontare da solo e deve essere insieme ad altri. Se il lavoro muratorio si svolge come dovrebbe diventa indagine interiore ed ognuno contribuisce non con cose lette e rimasticate ma con esperienze personali; allora l’aiuto che tutti danno a tutti diventa effettivo, quasi terapeutico.

Molti purtroppo intendono il silenzio come attributo dell’Apprendista e, una volta passati di grado, si comportano come se il Compagno o il Maestro avessero quasi l’obbligo di parlare ».

Silenzio

« Sì, ricordo cosa mi ha detto il Vecchio Copritore – qui Ulisse pare all’altezza della situazione – Quando avrai guadagnato il diritto di parola in Loggia, ricordati sempre di aspettare che parlino prima gli altri: magari qualcuno dirà ciò che vuoi dire e lo dirà meglio! ».

« Appunto! – continua Ulisse-2 –  Il silenzio è un atteggiamento molto particolare e allo stesso tempo molto ampio. Si può stare in silenzio perché felici. Si può stare in silenzio al contrario perché infelici. Si può stare in silenzio perché appagati. Si può stare in silenzio perché angosciati. Si può stare in silenzio perché concentrati su altro. Si può stare in silenzio perché stanchi. Si può stare in silenzio perché indifferenti. Si può stare in silenzio perché annoiati.

Consapevolezza

E tu, Ulisse, perché stai in silenzio? E non dire che taci perché così deve essere: non è una risposta, è solo un ripetere ciò che altri ti hanno detto. Ma se vuoi essere Massone, non devi limitarti a ripetere ciò che ti dicono gli altri. Il tuo silenzio deve essere concentrazione massima sul tuo dentro e non giochino con cose grandi ».

« Ne sono consapevole ».

« Ulisse, non parlar di consapevolezza senza sapere cosa sia. Sì, certo che capisci, ma non la pratichi, non la senti. La consapevolezza va avvertita, “sentita”, sempre, di giorno e di notte. Non son queste, cose da comprendere con la ragione, ma da sentire nel flusso dell’energia vitale.

L’uomo è come un corpo quasi del tutto sepolto, una specie di iceberg terrestre. E’ visibile solo una piccola parte che esce dal terreno, tutto il resto è sepolto, ben nascosto. Andarci dentro è scavare nelle proprie viscere, senza sapere cosa si troverà, tesori nascosti o mostri terribili. Ma è un lavoro da fare altrimenti non potrai conoscerti.

Apprendista e Compagno nella cripta. L'immaginazione

E’ una discesa nella propria cripta, là dove è nascosto il segreto più prezioso del Libero Muratore. Il Secondo Grado vuole insegnarti ad allentare la rigidità del ragionamento.

Da Apprendista hai lavorato privilegiando l’intelligenza costruttiva. Ora come Compagno devi “modellare” il tuo lavoro. Ci devi mettere del sentimento, delle emozioni. Ci devi mettere del “tuo” ».

Ulisse-2 continua.

« Insomma devi imparare ad avere immaginazione. Ma, attento! L’immaginazione è una signora molto potente, forse addirittura più forte della Forza (se mi passi il  bisticcio di parole!). E’ una signora bianca che può diventar nera o di tutti i colori, se si mette a fantasticare senza fondamento (appunto, senza la Forza!); e allora ti trasporta lontano, troppo lontano, verso le più strampalate manie a volte pericolose, spesso sterili e fuorvianti. Sarebbe un inutile spreco di energia ».

Ulisse ribatte stancamente: « Ma mi hanno sempre detto di stare con i piedi per terra! »

Ulisse-2 ha la risposta pronta.

« Certo, ma stare con i piedi per terra non significa privarsi dell’immaginazione.

Significa invece evitare l’immaginazione sfrenata, frivola e vana, l’immaginazione del superficiale,  che si accontenta di rimanere appunto alla superficie delle cose ».

« Faccio fatica a distinguere tra immaginazione valida e immaginazione sfrenata ».

« La differenza non dipende dall’immaginazione, ma da chi immagina. Un sogno, per esempio, non è immaginazione vacua e sterile: dal profondo emergono simbologie personali che ti aiutano a conoscerti. L’immaginazione sfrenata è quella di chi crede di essere l’uomo volante e si butta giù da una finestra. Oppure di chi va alla ricerca di cose strampalate. L’Immaginazione valida invece va abbinata alla Forza.

La Forza è diretta. Ha una direzione e quella segue. Va dritto, non sa deviare. L’hai già incontrata la prima volta in cui hai bussato alla porta della Loggia ».

Ulisse è pronto a ribattere: « Non ricordo questa brutalità della Forza ».

Maglietto e scalpello

« Non puoi ricordarlo – spiega Ulisse-2 – perché il nostro Rituale qui è molto succinto. Altri Rituali invece sono più chiari. Nel Rituale Emulation dopo il giuramento il Maestro Venerabile spiega al neofita: I pericoli ai quali siete sfuggito sono quelli di essere trafitto e strangolato, perché, quando siete entrato nella Loggia, questa spada venne puntata contro la parte sinistra del vostro petto nudo, per cui, se vi foste temerariamente gettato in avanti, sareste stato complice della vostra morte facendovi trafiggere, perché il Fratello che la brandiva sarebbe rimasto immobile, facendo il suo dovere. Qual è il senso della spiegazione se non quello di indicare che la Forza indirizzata verso una certa direzione, si muove solo verso quella direttrice? ».

« Te l’hanno pur detto – continua Ulisse-2 – che se colpisci una pietra con il solo mazzuolo puoi solo spaccarla, se il colpo è abbastanza potente; altrimenti la scalfisci. Se devi lavorar di fino hai bisogno dello scalpello, che “controlla” la direzione della Forza, permettendo non di scheggiare la pietra, ma di scolpirla, il che non è lo stesso.

Ecco perché la Forza deve essere sempre accompagnata dalla Bellezza ».

Ulisse ribatte che ne è consapevole, ma Ulisse-2 continua.

« Ascolta, è una questione importante. Forza e Bellezza debbono collaborare, altrimenti l’azione è bloccata. Tra poco, appena sarai entrato in Loggia come un Apprendista postulante il Secondo Grado, dovrai compiere alcuni viaggi. Prima di partire il Maestro Venerabile ti spronerà a conseguire una conoscenza più sottile: “alla Forza dell’Intelletto – ti dirà – dovrete aggiungere la Bellezza dell’Immaginazione”. Non ti dirà invece una cosa che dovrebbe essere scontata, ma non sempre lo è: che Forza e Bellezza debbono cooperare, altrimenti la loro unione diventa inutile e sterile ».

« Ovvio » osserva Ulisse.

Ma Ulisse-2 lo mette in guardia.

« Attento Ulisse. Non essere troppo facilone e perentorio. Dire che Forza e Bellezza devono cooperare è detto bene ed è “bello” dirlo. Ma la cooperazione non è facile. L’Intelletto cerca di comprendere concetti e pensieri ed elaborarli, l’Immaginazione elabora liberamente certi pensieri ed esperienze e lo fa al di fuori di esperienze pratiche. Se l’Immaginazione ti proponesse l’Ouroboro, il serpente che si mangia la coda, come simbolo sul quale riflettere, e contemporaneamente l’Intelletto ti suggerisse che è una raffigurazione impossibile perché non esiste nessun serpente tanto stupido da mordersi la coda, allora la validità del simbolo sarebbe compromessa e il simbolo rimarrebbe muto ».

« Ulisse – continua Ulisse-2 – questa è una situazione limite, ma è molto frequente la possibilità che l’Intelletto o la ragione intacchino la validità di un simbolo semplicemente suggerendo che sia  inutile riflettere sopra qualcosa di troppo vago o di logicamente impossibile ».

Ulisse riflette a voce alta. « Deve esserci da qualche parte un punto cui riferirsi. Come potrei salire su una scala senza un punto di riferimento? ».

« Fulcro – riprende il suo inseparabile compagno – si chiama fulcro, non ricordi? Ma stai attento, Ulisse, tu non sei la leva di Archimede, che ha bisogno di un punto di appoggio altrimenti non può funzionare. Devi semplicemente concentrarti sul tuo centro di gravità, che non è il punto dove si applica il peso che ti vuol portare verso il basso. E’ una specie di punto di configurazione o di identità che tiene unite tutte le parti che messe assieme formano l’uomo Ulisse ».

« Quindi anche te! - ribatte piccato Ulisse.

« Certamente! - risponde un po’ pomposamente Ulisse-2 – io, te, tutti noi (anche gli altri Ulisse che tu ancora non conosci) partiamo proprio da lì ».

La porta si apre silenziosamente. È il Vecchio Copritore: « Ulisse, andiamo. E’ ora ».

Ulisse esce. Ulisse-2 fa in tempo ad esortarlo velocemente: « Non pensare al futuro basandoti su ciò che sei ora. Magari non te ne sei accorto, ma sei già un po’ diverso e i tuoi pensieri rischiano di diventare elucubrazioni sterili ».

« Bisognerebbe sostare nel Gabinetto di Riflessione prima di ogni Tornata » gli risponde silenziosamente Ulisse.

Il Vecchio Copritore, ora Esperto, gli consegna un Regolo di 24 pollici:

« Ulisse, cominciamo. Appoggia il Regolo sulla spalla sinistra. Hai già il tuo grembiule da Apprendista. Ricordati che il Rito che stai per affrontare simbolicamente si indica come passaggio dalla Perpendicolare alla Livella. Vai alla porta e bussa ».

Ulisse va, e bussa tre volte alla porta chiusa:  ●  ●  ●

(fine)

08 maggio 2026

Il Compagno di Mestiere

Il Rito di Iniziazione al Primo Grado indica il lavoro che l’Apprendista dovrà fare, così il Rito di Passaggio al Secondo Grado indica il lavoro del Compagno e gli strumenti da usare.

Pietra grezza e Pietra levigata.

L’Intelligenza della Bellezza da aggiungere alla Forza Intelligente.

Anche la Passività può essere attiva.

I viaggi.

Uno. Maglietto e scalpello (volontà e ragione). Cinque sensi. Contatto con il mondo esterno con la propria interiorità.

Due. Regolo e compasso (senso della misura e possibilità dell’intelligenza). Ordini architettonici. Tradizione. Geometria.

Tre. Regolo e cazzuola (senso della misura e collegamento con gli altri fratelli). Arti liberali. Libertà di ricerca e rifiuto del preconcetto.

Quattro. Regolo e squadra (senso della misura ed equilibrio). Diversità nella continuità.

Cinque. Mani libere (destra e sinistra). Squadra e compasso in grado di Compagno.

Bavetta abbassata: tolleranza. Le schegge non ci sono più (forse).

Numero cinque: stella fiammeggiante.

20 settembre 2009

4.2 Utensili

Per costruire, il Libero Muratore ha a disposizione diversi utensili, ognuno dei quali simbolicamente assume proprie valenze. Gli strumenti sono come prolungamento dell'uomo, quasi come nuovi arti. Permettono di mettere in pratica il lavoro muratorio.


SQUADRA
E’ formata da due bracci ad angolo retto. Può indicare con l'angolo retto, la ragione, il rapporto1 tra le cose. Si dice comunemente che i due bracci indicano l’attivo e il passivo, ma per parte mia ritengo più pertinente individuare in essi due modalità operative: la modalità attiva e la modalità passiva (due modi diversi di operare, cioè una specie di attività attiva e di attività passiva).


COMPASSO
Il compasso, dall'apertura variabile, specifica la potenza della intuizione; puntato sul proprio centro individua l'apertura delle proprie capacità interiori. Non indica la contrapposizione ragione - non ragione, ma le diverse modalità di lavoro, predominando a volte l’esame razionale (ma temperato dalle facoltà non razionali), a volte le facoltà intuitive (moderate dalla presenza della ragione).

Riferire l’intuizione al compasso, ad uno strumento cioè non fisso, ma variabile, indica le diverse modalità di “intuire” (non tutti gli uomini “intuiscono” nello stesso modo, e nemmeno lo stesso uomo “intuisce” in modo analogo in diversi tempi). Dunque l’atto intuitivo è indipendente dai vari uomini, linguaggi e costumi., ma di questi si serve per venire espresso. Come si serve soprattutto della simbolica del proprio contesto religioso. E’ quello che indica Scholem quando si chiede:
Perché un mistico cristiano vede continuamente visioni cristiane e non quelle di un buddhista? Perché un buddhista vede i personaggi del proprio pantheon, e non, per esempio, Gesù o la Madonna? Perché un cabbalista sulla via di illuminazione incontra il profeta Elia, e non qualche personaggio di un mondo estraneo?
Scholem risponde:
Naturalmente la risposta è che l’espressione delle loro esperienze viene immediatamente tradotta in simboli tradizionali del proprio mondo, anche se gli oggetti di questa esperienza in fondo sono identici, e non radicalmente diversi, come amano supporre alcuni studiosi del misticismo, soprattutto di parte cattolica.
[Gershom Scholem, La Kabbalah e il suo simbolismo, Torino, 1980, P.21].

L’atto intuitivo è insomma pre-culturale, non in contrapposizione con le singole culture. La cultura, la fede, l’ideologia successivamente rielaborano l’esperienza intuitiva inserendola nel contesto formativo della persona.


SQUADRA E COMPASSO
Qui credo stia lo zoccolo duro del lavoro muratorio. Non è possibile sezionare l’uomo e far sì che la sua attività sia suddivisa in fasi completamente razionali e in fasi completamente intuitive e non può essere produttivo il lavoro svolto solo con la squadra o solo col compasso.

Squadra e compasso vanno usate insieme e armonicamente, cioè con la consapevolezza che a volte sarà predominante l’una e a volte l’altra, ma senza che l’una sia contro l’altra oppure priva dell’altra. Così non credo corretto sostenere che i tre gradi di Apprendista, Compagno e Maestro siano uno sequenzialmente sottoposto all’altro, ma per mia esperienza riconosco che la metodologia specifica di un grado è profondamente intrecciata nel lavoro interiore a quella degli altri in un intrico armonico (vero e proprio nodo d’amore personale) nel quale spesso fatico a distinguere le peculiarità dell’uno o dell’altro. Forse tale incapacità dipende da una mia confusione mentale oppure è segno di un qualche superamento di alcuni opposti, ma credo che l’indicazione forte del lavoro muratorio consista nel sapere prima individuare le componenti della propria attività, quindi riuscire ad armonizzarle interiormente in modo da amplificare le risultanze del lavoro comune.

Credo che da qui possa risalire l’uso di porre squadra e compasso con aperture diverse a seconda del grado in cui si lavora.


MAGLIETTO E SCALPELLO
Il mazzuolo o maglietto (francesismo da maillet, diminutivo del francese mail, dal tardo latino mallius, latino classico malleus, derivante da manu leus = martello, propr. che è simile a mano chiusa a pugno) è il martello del muratore, strumento attivo legato nell’uso allo strumento scalpello, passivo, che tuttavia modifica direttamente la pietra trasmettendole la forza del maglietto.

Lo immagino nato dall’utensile costruito dall’antenato primitivo: un sasso legato a un bastone corto.
Dal “prototipo” sono nate due grandi “famiglie”, quella dei martelli e quella delle asce: queste ultime con una testa piatta e affilata, mentre i primi con una testa “battente”.
La famiglia dei martelli a sua volta si è suddivisa in grandi “filoni”, a seconda del materiale sul quale l’utensile deve operare: pietra, legno o ferro.
Il martello da pietra (tipico il mazzuolo del muratore) è diverso dal martello da falegname, che a sua volta è diverso dal martello del fabbro. Così il martello dello scultore è diverso dal martello di chi scolpisce il legno.

Il maglietto può essere di ferro, di legno, di metallo o altro materiale, così come esiste la massoneria della pietra, del legno e del ferro. Può ancora essere di varie forme e fogge, legate ognuna ad un particolare utilizzo (la martellina, il martelletto, il mazzuolo, ecc.). Nelle mani del Maestro Venerabile il maglietto (senza scalpello) assume il senso di guida sottolineando l’aspetto di volontà di ricerca dentro noi stessi e la maturità e abilità che il Maestro di Loggia deve avere conquistato. Ma l’uso del mazzuolo da solo può essere distruttivo e non riesce ad incidere la pietra nelle forme dovute. Lo strumento che permette al colpo di mazzuolo di trasformare la brutalità della forza in azione incisiva atta a procedere anche ad operazioni delicate (trasformare – in linguaggio muratorio – la pietra da grezza a squadrata) è lo scalpello.

Maglietto: forza di volontà, scalpello bellezza del discernimento.

Maglietto e scalpello quindi possono essere intesi come due aspetti metodologici della stessa attività.


FILO A PIOMBO E LIVELLA
Sono due strumenti in un certo senso uguali e diversi: “uguali” perché entrambi individuano una direzione ben precisa nello spazio di lavoro, “diversi” perché le direzioni sono distinte e in un certo senso “opposte” (se non spazialmente, certo spiritualmente).

La livella individua l’orizzontale e il filo a piombo la verticale: sono le due direzioni dello spazio che servono ad orientare l’operaio nel suo lavoro. Da una parte la direzione alto/basso, zenith/nadir (o viceversa); dall’altra la direzione destra/sinistra, avanti/dietro (o viceversa). In un certo senso sono strumenti che “precedono” la squadra, perché possono indicare sì l’angolo retto, ma solo quello formato con le direzioni dello spazio nel punto nel quale mi trovo, mentre la squadra può “provare” qualunque angolo retto.

Per me sono strumenti tipici del libero muratore; individuano l’uguaglianza degli operai (livella) entro la quale si manifestano le differenze delle singole individualità (filo a piombo).

L’uso congiunto di livella e filo a piombo indica l’incrocio della verticale con l’orizzontale e porta immediatamente alla quadripartizione.
Oggi il muratore ha a disposizione strumenti anche raffinati e tecnologici: per controllare i livelli e le quote usa livelle a bolla o digitali (non più a filo come nel passato). Ma per il controllo finale della verticalità ancora oggi il muratore usa il filo a piombo, come strumento che suggella l'opera eseguita.

REGOLO
E' uno strumento strutturalmente diverso dai precedenti, perché applica la nozione di misura. Misurare significa determinare quante volte una certa grandezza (unità di misura) “sta” in un’altra grandezza (quella appunto da misurare). Mentre gli strumenti precedenti avevano una valenza costruttiva (squadrare) oppure determinativa (trovare una certa direzione o un particolare punto), il regolo presenta invece una funzione comparativa e per così dire “normativa” (paragonare qualcosa a una grandezza tipica): determinare il se e il come una certa grandezza tipica (l’unità) è contenuta nella grandezza da “misurare”. Dal come ha origine la quantità che informa il lavoro, dal se scaturisce la norma e la regola che dispongono il lavoro. Fin qui il compagno: ora deve imparare e applicare la norma, più avanti imparerà anche che le regole vanno superate e sostituite con altre regole.

A me oggi fa pensare immediatamente alla “unità di misura” che è in me e alla determinazione di “quante volte” è contenuta (se lo è) in me.


CAZZUOLA
E’ strumento che mi sconcerta. Infatti è il più tipicamente “muratorio”, ma la sua presenza nel lavoro rituale è pressoché nulla e si limita solo ad alcuni cenni, quasi fosse un utensile trascurabile.

Eppure “a pelle” ho sempre avvertito la sua importanza e mi sono sempre chiesto per quale motivo la sua funzione venga trascurata e minimizzata.

Ho successivamente letto in Bizzarri una ipotesi significativa, che fa risalire il disuso della cazzuola all’ingresso degli speculativi e in particola modo di aristocratici, che avrebbero sostituito lo strumento caratteristicamente operativo con la spada, tipicamente aristocratica e cavalleresca:
Fino ancora agli inizi del 1700 la cazzuola era utilizzata nel corso delle iniziazioni; in un rituale inglese del 1726 il recipiendario deve tenere in mano il martello con la sinistra e la cazzuola con la destra: vi viene del resto specificato che la cazzuola unisce ciò che il martello divide.
[Mariano Bizzarri, Cavalieri e Massoni, in www.zen-it.com]

Io ho dato due risposte, ma non so fino a qual punto possano essere attendibili.

Da una parte la cazzuola è strumento tipico del muratore e appunto per questo non poteva essere pienamente compresa da chi muratore effettivo non è mai stato (il cosiddetto accettato) e men che mai da appartenenti all’aristocrazia e all’alta borghesia britannica che disdegnavano il lavoro manuale.

Dall’altra, in una visione muratoria prettamente moraleggiante non poteva che essere accolto l’aspetto di strumento per mescolare la calcina, “collante” per unire pietra a pietra e quindi segno distintivo della fratellanza. Punto e basta.

Sono posizioni che mi hanno sempre lasciato insoddisfatto.

Ho allora seguito un’altra strada e ho sfruttato la possibilità di osservare un muratore al lavoro.

Le tecniche costruttive odierne e i materiali che si usano attualmente sono diversi da quelli degli antichi muratori. Oggi si usano prodotti da una parte estremamente resistenti e dall’altra molto duttili e facilmente manipolabili. La funzione degli utensili però non è cambiata gran che, ma solo si è per così dire “aggiornata”. Ebbene, la cazzuola è strumento ancora oggi praticamente indispensabile per la manipolazione.

L’uso di spalmare la calcina è quindi un uso ancora importante, ma è solo uno dei tanti… Può servire a piccoli aggiustamenti di posizione delle pietre (aggiustamenti di precisione), a piccole modifiche delle forme per pietre meno dure (la lama della cazzuola riesce a scalfire e a scheggiare). Nell’uso dei nuovi materiali (non più pietre e nemmeno mattoni pieni, bensì mattoni forati, detti in gergo foratoni) la cazzuola viene utilizzata anche come strumento per spezzarli e adattarli alle esigenze del muro. La cazzuola è indispensabile per preparare la calcina o il cemento, miscelando le varie componenti e servendo anche come unità di misura (esempio: una cazzuolata di sabbia, due cazzuolate di ghiaino).

In sintesi per il muratore la cazzuola non è uno, ma è lo strumento. Anzi, più che uno strumento, è quasi un terzo arto. Ecco, la cazzuola è la terza mano del muratore.

In conclusione: la giustificazione morale della cazzuola come strumento che unisce ciò che il martello separa è sicuramente ancora oggi valida, ma come tutte le interpretazioni morali è riduttiva. Vi sono altre chiavi di lettura suggerite dall’uso dell’utensile, che presenta aspetti attivi e passivi, vera sintesi muratoria dell’operativo.

19 settembre 2009

4 Compagno

All'Apprendista vengono dati i mezzi per sgrossare la pietra grezza, cioè per organizzare il proprio lavoro, valorizzare gli aspetti volitivi, “attivi” ed iniziare l’esame della propria interiorità.

Ora gli vengono concessi nuovi strumenti per valorizzare anche l’altra faccia dell’uomo, cioè gli aspetti ricettivi e non razionali. Se l’Apprendista agisce sull’animus, il Compagno opera sull’anima, per elaborare la pietra fino a levigarla in modo che si inserisca perfettamente nell'Edificio che siamo chiamati a costruire, come viene ricordato dal Maestro Venerabile al termine del primo dei cinque viaggi, i cinque livelli del suo programma di lavoro.

Uso qui i termini animus e anima in un'accezione diversa dal cristiano e forse prossimo, ma non coincidente, a quello junghiano. Con animus indico la “parte maschile” e con anima la “parte femminile” presenti in ogni persona (con evidente riferimento anche all’animus della donna e all’anima dell’uomo). Il lavoro di completamento richiede a ciascuno di riappropriarsi anche degli aspetti contrari, che sono presenti ma sui quali non ha mai "lavorato", superando la differenza dei sessi (che non è solo fisica): così – in particolar modo – l’uomo dovrà riappropriarsi della sua parte femminile, la sua anima. E’ il compito del lavoro in secondo grado.

In termini simbolici, mentre l’Apprendista lavora sulla Forza, il Compagno lavora sulla Bellezza e sui rapporti tra Bellezza e Forza.

Anche il Compagno viaggia: il suo lavoro si svolge lungo un quintuplice percorso o, il che è lo stesso, lungo cinque percorsi-viaggi.

Nel primo viaggio usa un mazzuolo e uno scalpello, e gli vengono ricordati i cinque sensi affinché si rammenti che inizio del lavoro è la conoscenza di se stessi, ricercata partendo dal mondo sensibile e organizzata attraverso la duplice modalità degli strumenti in dotazione: la potenza del mazzuolo e il discernimento dello scalpello che permea di bellezza la forza di quello.
Il 1° viaggio si riferisce alla Levigatura della Pietra ed al perfezionamento della pratica del taglio, quindi utilizza Martello e Scalpello
Il 2° viaggio si riferisce al Marchio della Pietra o meglio all'arte della marcatura in quanto spiega come tracciare linee sulla pietra sgrossata, quindi utilizza Regolo e Squadra
Il 3° viaggio si riferisce al Trasporto della Pietra quindi utilizza Regolo e Leva
Il 4° viaggio si riferisce all'Edificazione quindi utilizza Piombo e Cazzuola
Il 5° viaggio utilizza infine Squadra e Compasso.
[Da Considerazioni sul Grado di Compagno dal sito www.loggia-rene-guenon.it/ sito/Studi.html].

Nel secondo viaggio gli vengono consegnati un regolo e un compasso. Gli viene insegnato che deve misurare ogni sua azione (misura indicata dal regolo) e aprirsi al nuovo (il non razionale) applicando su se stesso il compasso. Anche: misurare se stesso utilizzando uno strumento normativo (il regolo) e uno strumento “comprensivo” (il compasso).

Si può sostenere che il valore delle azioni compiute dipende oltre che dall’azione in sé anche dall’intenzione che vi lascia chi le compie.
L’intenzione che ci fa parlare o agire, ecco quello che decide del valore delle nostre parole o della nostra azione: la sola parola non è nulla, ove mancano le azioni.
[Hermann Oldenberg, Budda, Milano, 1937, p. 337].

Il principio pare valido e accettabile, ma si presta a qualche riflessione.
Apparirebbe dunque una morale relativa non solo ai tempi e ai costumi (la contestualizzazione delle leggi etiche non pare facilmente confutabile), ma anche alle differenti situazioni: lo stesso atto assumerebbe valenze diverse a seconda delle intenzioni di chi lo commette.

E’ un principio da approfondire, che non mi sento di accettare tout court, anche se il codice penale distingue per esempio tra omicidio intenzionale e non intenzionale.

E’ ben vero che l’uccisione del proprio simile, pur espressamente proibita dalla legge mosaica, è stata continuamente violata proprio da chi avrebbe dovuto seguirla; è ben vero che costoro hanno giustificato le uccisioni e le hanno rese moralmente accettabili, proclamando di agire a nome di un principio più elevato (Dio lo vuole! è un grido che troppe volte risuona nella storia da parte dei seguaci di qualunque religione).

Ma l’ammettere che nell’azione, e quindi anche nella sua conseguenza, resti una specie di impronta derivante dall’intenzione rende moralmente diverso un atto a seconda di chi lo compie. L’uccisione – tanto per fare un esempio – non è generalmente ammessa, ma viene ammessa l’uccisione in nome di qualcosa di accettabile: in guerra uccido il nemico del mio paese, uccido per difendermi da un aggressore, ma anche, nelle intenzioni della santa inquisizione, uccido per eliminare un nemico della fede e quindi dello stato. Anche quest’ultima azione, considerato il fine religioso e sociale non disprezzabile, deve essere giudicata alla stregua di chi uccide per difendersi?

Con un regolo ed una cazzuola l'Apprendista compie il terzo viaggio, che gli insegna a misurare ogni atto umano non solo in relazione a se stesso ma anche in relazione agli altri. La cazzuola infatti è lo strumento che permette di “realizzare” il rapporto costruttivo con i fratelli.

Qui vedo una metodologia costruttiva del primo Dovere, là dove viene citata la legge morale e subito dopo la Religione nella quale tutti gli uomini convengono, come se quella prendesse i fondamenti da questa. E' mia interpretazione degli Antichi Doveri, che i fondamenti della legge morale possano vedersi non nei princìpi divini delle religioni o della Religione universale quanto nella stessa Umanità che nasce dal confronto costruttivo degli uomini sugli uomini, applicando gli strumenti del mestiere (ecco l'importanza della cazzuola!). E' in pratica l'applicazione del principio comune a tutte le filosofie e sistemi etici e religioni di non fare agli alti ciò che non vorremmo gli altri facessero a noi (in Occidente lo si chiama cristiano, ma lo si trova ovunque, prima e dopo Gesù, da Confucio al Buddha, dal Giainismo a Gesù, a Seneca, a Voltaire, a Kant, ecc. - cfr. www.peacelink.it)

Nel quarto viaggio, compiuto con la squadra e il regolo, viene ricordato quello che sarà il momento più significativo del lavoro della Camera: posizionare la pietra correttamente nella costruzione, se avrà perseverato e appreso a regolarsi al “giusto” modo con squadra e regolo.

Il quinto viaggio è programmatico e di suggerimento. E’ a mani libere, per ricordarsi che gli strumenti non vanno mitizzati e universalizzati ma considerati come semplici utensili: una volta esaurito il loro compito vengono sostituiti con altri. Dovrà quindi imparare la regola della contestualizzazione.

Contestualizzare significa riferire un concetto al tempo e allo spazio, cioè alla situazione storica e geografica in cui quell'idea è nata. Ciò vale in campo sociale, ma anche in campo personale: ogni mio pensiero nasce da una esperienza legata al mio tempo e al mio spazio. Non esistono concetti slegati dalla contestualizzazione storico-geografica.

Per la prima volta nel cammino del libero muratore brilla la stella, che lo accompagnerà fino al termine del viaggio. Quando nasce un uomo nuovo sempre brilla la stella. Un esempio per tutti: la stella su Betlemme.

Ora quindi l’apprendista (formalmente neo-compagno, ma più che mai apprendista: non aveva tutti i torti quel massone che insegnava che l’apprendista diventa davvero apprendista quando bussa alla porta della camera dei compagni - così come il compagno diventa veramente compagno quando bussa alla porta della Camera di Mezzo) può pronunciare la Parola, non più limitarsi a compitarla.

Esaminata la simbolica dei viaggi, mi sento di affermare che il grado di compagno – erroneamente trascurato nella prassi delle massonerie contemporanee (forse qui sta una delle cause della crisi della massoneria) - propone al camminatore una prospettiva drammatica: come apprendista hai esercitato – gli dice – la tua “Forza” tentando di uscire dalla profanità, ora, come compagno, applica la tua “Bellezza” e distruggiti. Ricorda che costruire significa, per prima cosa, distruggere il vecchio. Al più puoi usare le tue macerie (ma non tutte!) per costruire l’uomo nuovo, il Maestro massone che scavalcherà la tomba di Hiram.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.