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11 luglio 2026

Un uomo dialoga con se stesso 6

Io dialogo con un altro me stesso (l'altro io) in una qualunque sala di attesa per il check-in che darà inizio al Grande Viaggio. Sarò in compagnia della Nera Signora che ormai non tarderà molto. Nell'attesa "inganno il tempo" chiacchierando ed affabulando... 


Io parlo con me stesso

Parte sesta 



Io. Ciò che era importante, oggi pare non valere nulla o molto poco. Ciò che allora interessava, oggi pare non interessare. E’ bene o male?
Non so rispondere, ma se penso ai miei “miti di fondazione” oggi mi sento estraneo.

L'altro io. Straniero in patria?

Io. Amico mio, oggi faccio fatica a distinguere tra chi danza e chi salta, tra chi canta e chi urla, tra chi cammina e chi si trascina.

L'altro io. Non essere evanescente.

Io. La nostra mente è limitata e il nostro corpo lo è ancora di più. Oggi non ho più le idee chiare. Si avvicina la partenza.

L'altro io. Mi sembri tragico.

Io. No, è questione di interpretazione del mondo.

L'altro io. Un mondo nuovo.

Io. Un uomo nuovo, un mondo diverso. Rifletto spesso sull’insegnamento di Zarathustra: Vedi, disse la vita, io sono il continuo, necessario, superamento di me stesso...

L'altro io. Dopo la tua morte che resterà qui?

Io. Per il credente la fede, per il laico il ricordo: All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto… Ma non per tutti il ricordo: tranne poche eccezioni, svanisce ben presto nel giro di qualche generazione. Del mio nonno paterno, morto quattro anni prima della mia nascita, non ho che alcune fotografie, qualche vecchio documento e il ricordo di ciò che mi hanno raccontato la nonna e il babbo. Di suo padre, il mio bisnonno, una foto di cent’anni fa e il passaporto. Del padre di lui, il mio trisnonno, nulla, neanche il nome. Eppure un sedicesimo dei miei geni sono suoi. Il religioso dice che nonno, bisnonno, trisnonno sono individualità ancora esistenti “là” con il Padre Creatore, dove potrò “incontrarli”. Ma sono solo immagini umane… rassicuranti...

L'altro io. Molti credono che la morte sia un ricongiungersi con gli antenati.

Io. In una società un po’ più tradizionale della nostra diventerei anch’io uno degli dei Lari della famiglia, un antenato cui si devono certi culti.

L'altro io. Culto degli antenati?

Io. Direi affinità con gli antenati, con coloro, miei avi, che son già passati sulla strada sulla quale sto camminando e che mi hanno lasciato una piccola ma significativa eredità, quella che oggi mi permette di camminare.

L'altro io. Il cammino verso la morte?

Io. No, verso la vita.

L'altro io. Ma, insomma, cosa aspetti?

Io. Qualcosa che arriverà.

L'altro io. Cosa?

Io. Lascio il vecchio mondo. Sì, tanti lo pensano come l’unico mondo possibile. Non credo sia così.

L'altro io. Lasci il tuo mondo, quindi.

Io. Sì. Lascio il vecchio mondo per cercarne uno nuovo...

L'altro io. Come Cristoforo Colombo.

Io. Quando la Nera Signora arriverà, mi dirà: In grazia dell’ora e dell’età è tempo ormai di aprire i nostri architettonici lavori… E aprirà la porta. Mi dirà che il tempo è giunto, il tempo giusto e perfetto.

L'altro io. Allora partirai?

Io. Sono pronto. Può essere subito, fra un po’ o poco più in là. Il momento ormai non è lontano e non sarà una tragedia.
Ho fiducia che non si termini con la cessazione della vitalità del corpo fisico, col quale mi son sempre identificato e che la maturità dei miei giorni mi fa ora vedere come un abito ormai usurato e del quale dovrò liberarmi. Ho fiducia, ma non ho aspettative.


Le citazioni (in corsivo) sono tratte dallo Zarathustra di Nietzsche e dai Sepolcri di Foscolo. Il Fratello Massone accorto coglie immediatamente i richiami del nostro rituale.

(continua)


05 giugno 2026

Zeno Cosini, Baudelaire e Andrea Sperelli

Il mio Maestro Venerabile per il primo semestre di quest'anno ha proposto come tema dei lavori di Loggia:

CONOSCENZA E COSCIENZA. Il massone è uomo del dubbio che ricerca la Conoscenza. Ma che rapporto c'è tra Conoscenza e la nostra Coscienza?

Una delle Tavole del ciclo è stata:

La coscienza di Zeno, lo spleen di Baudelaire e il Piacere di D'Annunzio. La Coscienza fra nevrosi e illusioni dell'uomo moderno

Un Fratello è intervenuto così.


Il Maestro Venerabile quest'anno è stato geniale nel trovare un filone di riflessioni che ci sta impegnando a fondo, anche perché non sono le solite riflessioni, ma toccano profondamente l'uomo e specialmente l'uomo in rapporto alla vita di oggi.

Mi pongo una domanda concentrandomi sui tre personaggi richiamati dalla Tavola: Zeno Cosini della sveviana Coscienza di Zeno, Charles Baudelaire uno dei poètes maudits, e il dannunziano Andrea Sperelli protagonista de Il piacere.

La prima domanda che mi pongo è immediata. Perché questi personaggi, a prima vista ben poco diversi, hanno reazioni diverse di fronte al mondo del tempo? 

Ancora. Perché loro non sono soddisfatti?

E ancora. Perché l'uomo di oggi non è soddisfatto?

Questa è una domanda fondamentale, quasi discriminante e di non facile risposta.

Io sono nato qualche anno dopo la fine dell'ultima guerra mondiale. Ricordo di aver visto da piccolo ancora le macerie provocate dai bombardamenti.

Io ricordo per esempio certi edifici pubblici che il regime non aveva fatto in tempo a completare ancora  ricovero di sfollati, privi di case. Continuò fin quasi agli anni '60. Ero già adolescente, ma ricordo ancora oggi che i miei nonni si raccomandavano continuamente di non passarci vicino "perché è un brutto posto".

C'erano molto meno cose di oggi nel vivere quotidiano. Si scaldavano le case con le stufe, e non in tutte le stanze. Si vestiva meno bene e gli abiti duravano anni. Si portavano dal sarto gli abiti vecchi "importanti" per rivoltare la stoffa e allungarne la vita. Non c'era la televisione se non in poche case di abbienti. Un modo di vivere oggi semplicemente impensabile. Eppure erano tutti ottimisti.

Questo è il problema di oggi. Oggi materialmente si sta molto meglio, ma sono tutti pessimisti.

Perché?

Questa è la grande domanda.

Altra bella domanda: perché Baudelaire e Svevo hanno reagito in quel modo che oggi fatichiamo ad accettare mentre, nello stesso periodo, altri, altrove, per esempio negli Stati Uniti, hanno reagito in modo molto diverso?

Forse si può rispondere per le diverse fondamenta della società in Europa e in America nella stessa epoca.

Noi siamo tutti con la testa rivolta al cielo e guardiamo tutti il cielo, ma in realtà abbiamo i piedi per terra (che ci sostengono) e ce lo dimentichiamo.

C'è chi abita in montagna e porta le scarpe grosse per camminare nei sentieri impervi. Chi abita al mare porta sandali, chi abita in palude porta gli stivali. Modi di vestire diversi, vitto e modi di vivere diversi e anche modi di ragionare diversi. Gli ambienti in cui si vive sono appunto diversi.

Le abitazioni al sud Italia hanno il tetto piatto o quasi, mentre al nord hanno il tetto a falde più o meno inclinate, per scaricare il peso della neve.

Ogni paese comporta anche in chi ci abita mentalità diverse.

In genere il contadino ha mentalità più chiusa del cittadino: il contadino sta sempre attaccato alla terra, a quel terreno particolare, a quel campo lì, non va in giro, frequenta meno persone. Il cittadino si muove di più, incontra più persone.

Quindi in Europa si reagisce in un modo, in America magari in un altro. L'America è la terra dei grandi spazi. L'Europa ha spazi più piccoli.

Ogni persona, ogni luogo produce modi diversi di parlare e pensare.

In Europa questa sovrapposizione di pensieri e pensatori che non c'era in America ha dato alla fine un risultato che è da una parte disastroso, dall'altra invece apre una una porta, ma non c'è la strada oltre la porta.

I tre personaggi descritti nella Tavola sono molto significativi. Ce n'è un altro ancora più significativo, che il mondo considera un poeta per gli innamorati.

In realtà sì fu grande poeta e scrisse versi immortali. Ma è stato soprattutto un grande filosofo, tra i più significativi innovatori. Parlo di Leopardi.

Non ha scritto grandi trattati e sintesi come Aristotele, Kant, Hegel ma cose sparse. Come i grandi filosofi dell'ultimo secolo: ormai non è più il tempo delle grandi sintesi che spiegano tutto e prevedono tutto. Nessuno oggi è in grado di poter fare una sintesi del pensiero umano, e forse non è nemmeno possibile non solo farlo ma anche pensarlo. Il motivo molto semplice.

Il nostro mondo è andato avanti per 2000 anni con un grande ideale.

Abbiamo lavorato come Loggia l'anno scorso sul tempo, lineare o circolare.

Il tempo lineare ha una meta finale, il tempo circolare non ce l'ha.

L'Europa e il mondo occidentale hanno avuto per millenni un tempo lineare, non ciclico. Quindi il mondo occidentale ha una meta finale, che può essere il paradiso per il credente religioso o altro per il non credente (per esempio la rivoluzione del proletariato o il trionfo della scienza).

Poi arriva un "è funesto a chi nasce il dì natale" di Leopardi, arriva un Darwin che scopre non essere vero che l'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, un Freud che demolisce la fisiologia ottimistica dell'uomo. Infine arriva un Nietzsche, che spiega che tutto è prospettiva umana, troppo umana. E arriva Baudelaire con il male di vivere, e via via vengono tutti gli altri. E la fisica fa cadere il paradigma del determinismo. E poi Müsil, Buzzati, Sartre, 

Tutto questo a cosa ha portato? A un dramma tremendo: la perdita di senso del mondo. L'uomo deve vivere in un mondo che non ha più senso.

Come fa a vivere in questo mondo?

Ecco. D'Annunzio risponde con l'estetismo, la voluttà. Baudelaire non dà risposte

Zeno Cosini risponde con l'ironia, ma non combina niente.

E se andiamo a vedere tanti altri pensatori danno risposte diverse.

Il punto fondamentale infatti è qui: l'uomo deve imparare a vivere in un mondo senza senso.

E' strano questo discorso in una loggia massonica?

Il massone deve imparare a vivere in un mondo senza senso.

E allora: la massoneria ha un senso?

Beh, se noi siamo qui, credo che tutti noi diciamo che sì, in qualche modo un senso c'è.

Magari non è più quello di prima, dovremo trovarne uno nuovo, altrimenti non saremmo qui. O forse qualcuno è qui perché non sa dove andare? Oppure qui è meno peggio che altrove?

Non so. Ma dobbiamo ricercare un nuovo senso. O crearlo.

Noi proveniamo da un mondo muratorio che ha mostrato come le vecchie regole possano permettere meschini egotismi (sperando che non ci sia compresenza di malaffare).

E allora diciamolo! Forse le vecchie regole, anche in massoneria, non valgono più. Forse dovremmo costruire qualcosa di nuovo anche in massoneria.

In questi ultimi tempi non mi sono mai sentito così libero nel mio essere massone, senza più i legacci di una "obbedienza" che più ubbidiente non poteva essere, senza più la zavorra di un numero (ingente!) di affiliati che erano o interessati o ciechi esecutori e niente altro.

E' la condizione migliore, la nostra, per cercare in piena libertà. Io, da solo, non so andare oltre, ma tutti insieme potremo trovare qualcosa.

01 giugno 2026

Il Mercurio Filosofico... parte 2

 Continua il dialogo tra Ulisse e il Poeta, due "alter ego" uno dell'altro che viaggiano


Ermes-Ulisse. Non ho convinto nessuno. Ho solo ricordato il senso dell’essere uomo, caminante, navigante...

O frati, dissi, che per cento milia perigli...

se non senti questo... beh!... hai sbagliato a nascere uomo.

Ermes-Poeta.

Indi trahendo poi l’antiquo fianco

per l’ extreme giornate di sua vita,

quanto più po’ col buon voler s’aita,

rotto dagli anni et dal camino stanco...

Ermes-Ulisse. La volontà è la grande spinta dell’uomo... La volontà unita al trovare... Anzi, no. Non trovare, ma cercare. La ricerca, la queste degli antichi cavalieri. Qui sta il nocciolo duro dell’uomo.

Ermes-Poeta. (suadente) Dove vai Ulisse? Perché non ti fermi un po’? Anche tu hai il diritto di riposarti.

Ermes-Ulisse. Nessuno ha il diritto di fermarsi. Nemmeno la morte è arresto, ma è solo movimento. Un movimento diverso... che ancora non capiamo...

Ermes-Poeta. Ma un po’ di riposo...

Ermes-Ulisse. Riposo... riposarsi... Riposarsi da cosa? Un medico ti dice che la fatica è legata alla quantità di acido lattico nel sangue. Ma il caminante non si cura dell’acido lattico, va oltre. Il suo viaggiare non è solo fisico: è anche fisico.

Ermes-Poeta.

Et viene a Roma, seguendo ‘l desio,

per mirar la sembianza di colui

ch’ancor lassù nel ciel vedere spera...

Certo Roma è una bella città, così carica di memorie...

Ermes-Ulisse. Roma è una bella città, carica di storia. Ma il caminante non è un turista. Non viaggia per piacere. Non viaggia per affari. Roma è per molti, per tanti, il centro del mondo. Come per tanti altri il centro è Gerusalemme, o la Mecca. O Benares o Lhasa o altro ancora.

Ermes-Poeta. (Con sufficienza) Tanti centri, nessun centro. Dài, non crederai ancora a queste cose?

Ermes-Ulisse. Non sono cose superate. Quando dico “centro” non parlo di una dimensione fisica. Come potrebbe la città di Roma essere un centro di qualcosa con i suoi innumerevoli problemi tra malagestione e malaffare, tra confusione e corruzione? O come potrebbe essere un centro la città di Lhasa così snaturata sotto l’occupazione cinese? Ma Roma e Lhasa lo sono. Perché per tanti è il loro centro interiore. E quindi sono centro di un tessuto simbolico, metaforico, religioso che non dobbiamo negare o deridere...

Ermes-Poeta.

Cosí, lasso, talor vo cerchand’io,

donna, quanto è possibile, in altrui

la disïata vostra forma vera.

Ermes-Ulisse. Chi cammina cerca. Chi cammina cerca qualcosa. Forse non sa cosa, ma confusamente lo cerca.

Ermes-Poeta. Tu cosa cerchi, Ulisse?

Ermes-Ulisse. La risposta è molto semplice. E molto difficile.

Ermes-Poeta. (Stupito) Semplice? Difficile?

Ermes-Ulisse. Mi aveva detto il signore Tiresia quando lo incontrai laggiù, nella dimora invernale della regina Proserpina: Prendi un remo e vai. Quando giungerai in un paese dove ti verrà chiesto perché ti porti una pala del grano in spalla, allora sarai arrivato. Fai un sacrificio e potrai tornare libero a casa.

Ermes-Poeta. E hai trovato quel paese?

Ermes-Ulisse. No, non l’ho mai trovato. E ormai dubito che esista.

Ermes-Poeta. E allora?

Ermes-Ulisse. Tu vai perché devi andare. E il tuo viaggio, lungo, lunghissimo, è composto di tante tappe. Tappe diverse una dall’altra, ma tutte indispensabili. E tutte importanti.

Ermes-Poeta. Vai perché devi andare?

Ermes-Ulisse. Vai perché devi andare.

Ermes-Poeta. Ma ha senso?

Ermes-Ulisse. Ha senso.

Ermes-Poeta. Che senso?

Ermes-Ulisse. Ci son cose che senti di dover fare. Non sai il perché o il percome: sai che devi cercare. E... cerchi.

Ermes-Poeta. Cerchi...

Ermes-Ulisse. Sì, cerco. Son tante le strade... Son tanti i cammini. Lascialo dire da uno... non che se n’intende, perché io non mi intendo di nulla... ma che ha camminato tanto...

Ermes-Poeta. (Sconsolato) “Gli uomini” disse il piccolo principe “non sanno più che cosa cercano. Allora si agitano, e girano intorno a se stessi...”. E soggiunse: “Non vale la pena...”.

Ermes-Ulisse. Ci sono uomini che non sono così. Che cercano la “bianca dea” nascosta in un paese lontano.

Là – voglio andare; e confido

in me, d’ora in poi, e nel mio timone.

Aperto è il mare, verso l’azzurro

mi spinge la mia nave...

Su spazio e tempo dorme il meriggio

solo il tuo occhio, immenso,

mi guarda, o infinito!


(Nietzsche, Canti del Principe Vogelfrei in La Gaia Scienza)


28 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 16 - Fine

 Concludo le mie riflessioni sopra una Tavola di Loggia dell'anno scorso. E' solo una conclusione momentanea.

Appendice personale: Il mio Edipo

Aggiungo alcune considerazioni che nulla aggiungono al lavoro precedente, ma possono esserne complementi non superflui.

Ho conosciuto il mito di Edipo fin dalla scuola elementare, come esempio di… oggi diremmo somma sfiga. Lo lessi in una piccola enciclopedia (si intitolava "Il mio amico" ed era in sei volumi) che mi regalò mio padre per il superamento dell'esame di terza elementare (ultimo anno di validità del residuo burocratico dell'obbligo scolastico – già negli anni Cinquanta del Novecento esteso alla quinta elementare – fissato nel 1877 dalla Legge del ministro massone Michele Coppino ai soli primi tre anni delle elementari). Lessi e rilessi quei volumi quasi perdendomi in labirinti narrativi che spaziavano dalla storia alla geografia, dai miti e leggende (la parte che mi affascinò di più furono i miti greci) all’arte ed ai costumi umani (si parlava ancora, in quegli anni, di razze umane e religioni idolatriche!). Edipo mi attirò – ricordo – per l'indovinello (quale bambino non è attratto da un indovinello?), ma molto meno dalla vicenda dell'uomo che sposa la madre, anche se oggi non posso escludere che il racconto dell'incesto fosse stato molto edulcorato in tempi di moralismo imperante (ricordo che i film hollywoodiani dell'epoca mostravano i letti matrimoniali come due lettini single con il comodino nel mezzo).

Come molti miti, Edipo ha intersecato il percorso intero dell'umanità, perché tocca “corde sensibili” dell’uomo: l'allontanamento/abbandono del figlio dalla famiglia, l'attrazione del maschio verso la femmina, il giovane che si sostituisce al vecchio, la legittimazione del nuovo potere.

Edipo in me rimase però per molti anni al livello intellettuale (oggi direi niccianamente apollineo). Sapevo che l'incesto era possibile e che nelle famiglie faraoniche dell'antico Egitto il faraone spesso si univa con una sorella per mantenere “puro” il sangue divino. Ma non andavo oltre un nozionismo appunto intellettuale.

Con la Nascita della tragedia di Nietzsche (autore ignorato nel liceo degli anni Sessanta per il suo presunto filo-nazismo e che io ho affrontato solo in età matura), Edipo passò dal mio lato apollineo alla cripta del Tempio, là dove sta la parte più nascosta di ognuno di noi, il nostro “pentolone” esistenziale dove prudenza vuole ci si avvicini con molta cautela.

Nietzsche critica Socrate e Platone per avere nascosto il dionisiaco a vantaggio dell'apollineo: l'uomo della grecità classica è infatti uomo a metà, solare e razionale, che non vede la parte notturna dell'esistenza e quando si avvicina al "lato oscuro" combina solo guai. E' significativo che nel tempio greco non vi siano cripte, che compaiono solo in età cristiana? Per il solare Socrate è sufficiente conoscere il bene per farlo. Oggi verrebbe da rispondere: Magari fosse così!

Purtroppo per noi c'è anche la notte. E nella notte c'è Oreste che uccide la madre, assassina del padre, e c’è la sorella Elettra che lo spinge al matricidio. Nella notte c'è il padre Agamennone che aveva ucciso la figlia Ifigenia per placare la dea offesa e permettere la partenza della spedizione a Troia. Nella notte c’è il solare e apollineo Apollo che non solo giustifica il matricidio di Oreste, ma addirittura lo incita. Nella notte c'è la maga Medea che uccide i figli. Nella notte c’è Edipo che uccide il padre e sposa la madre dalla quale ha dei figli (ma non tutti i miti raccontano la storia così!). Nella notte c’è Nawal Marwan stuprata dal figlio e ci sono i gemelli Jeanne e Simon che scoprono di essere nati da uno stupro commesso dal loro fratello. Nella notte c'è Edmond Dantès sbattuto in una buia segreta del Castello d'If.

Il lato oscuro fa parte di noi. L’uomo è anche i gelidi spazi bui delle immensità galattiche, ed è anche la profondità di antri cupi e bui (le oscure e profonde prigioni al vizio di muratoria memoria, che spesso troppo ottimisticamente ci raccontiamo come una edulcorata favola): c’è anche l’oscura cripta del tempio nella quale gettiamo tanto di noi ma della quale non parliamo mai (per difesa? per pudore? per dimenticanza? Oppure per incapacità? O per prudenza?).

Eppure lo stesso (solare?) fratello Walt Disney ci ha avvertito che non possiamo separarci dalla nostra ombra. E’ proprio con la perdita dell'ombra che Peter Pan inizia la sua avventura. Nel film disneyano l’ombra di Peter "staccatasi" dal suo “legittimo proprietario” assume una veste di quasi giocosa libertà (temporanea?). Con difficoltà Peter riesce a riprenderla. Che sarebbe successo in caso contrario?

Io posso solo commentare: Per fortuna Peter ricattura l'ombra, altrimenti Peter Pan non sarebbe mai stato Peter Pan.

Perché l’uomo non coglie l’oscurità? La risposta è troppo banale per le “infime profondità” dell’uomo qualunque, quello che il buon Friedrich ha marchiato come “ultimo uomo”: non vediamo l’oscurità proprio perché è oscura; e non vedendola, l'ultimo uomo (il nostro mondo pullula di ultimi uomini!) pensa che non esista e sia solo una costruzione mentale di qualche pseudo-intellettuale.

Quante volte ci siamo detti, nel nostro egocentrico delirio di onnipotenza: A me certe cose non succederanno. Ricordo, nitida, l’immagine di un sogno di qualche anno fa. In un paesaggio tenebroso e inquietante mi si avvicina una figura nera, il volto nascosto da una maschera bianca, un bianco da brivido accentuato da lugubri segni neri. Mi dice, sarcastica: “Pensavi che a te non sarebbe mai successo! E invece... eccomi!”.

Edipo. La figura che avevo razionalizzato per tutta la vita (un modo di tenerla a distanza?) improvvisamente si è trasformato nella inquietante figura del mio sogno.

Eccomi! E’ arrivato il dionisiaco, un flusso magmatico che non so descrivere, attraente e repellente. Edipo ha incontrato il dionisiaco. Jeanne e Simon hanno incontrato il dionisiaco, Edmond in carcere è stato immerso nel dionisiaco.

Calma! Manteniamo la rotta e non facciamoci travolgere dalla burrasca. Ma… per carità!… abbandoniamo le insidiose acque rivierasche e inoltriamoci in alto mare. Non sempre le rotte vicino a riva sono le più sicure!


21 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 8

 In questa parte le riflessioni sul personaggio Edmond Dantès si pongono domande imquietanti


Le molteplici identità

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è il caleidoscopio delle tante identità di Edmond quasi da smarrire il lettore in un labirinto affascinante.

Il protagonista è infatti Edmond Dantès, ma è anche Zaccone conte di Montecristo, e pure lord Wilmore, e ancora l’abate Busoni, e Sindbad il marinaio. Altro? Sì, la più importante: il post-Edmond-Dantès che al termine della vicenda parte con Haydée.

Zaccone conte di Montecristo è l'identità assunta dal possessore del tesoro. Indica la forza (razionale?) dell’uomo che può: progetta sulla tavola da disegno la ragnatela dell’immediato futuro (il futuro lontano è oltre i limiti umani?) nella quale invischierà i colpevoli. Zaccone è l’artefice della vendetta, ma Edmond resta talmente “innocente” da riconoscere alla fine di non potere essere al di sopra di tutto: gli antichi sopra tutto avevano il Fato; e i moderni? Il conte è una sapiente mescolanza di forza irresistibile e bellezza gelida (bellezza non bella?) che arretra prima dell’ultimo passo che lo porterebbe nell’abisso. Se scruti a lungo un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te dirà Nietzsche qualche decennio dopo Dumas. Edmond che parte con Haydée non pare l’uomo che ha scrutato l’abisso e che dall’abisso si allontana un attimo prima dell'irreparabile caduta? I nostri mostri, quelli che popolano il nostro abisso, è opportuno lasciarli là dove sono e non stuzzicarli.

Lord Wilmore, eccentrico nobile inglese, è la generosità materiale, una specie di bancomat ante litteram che compare al momento opportuno. In un certo senso è la bellezza calda in deciso contrasto con la forza fredda di Montecristo, verso il quale manifesta una profonda avversione. Tocco magistrale del maestro: un alter ego nemico di se stesso!

L’abate Busoni, sacerdote italiano, mostra la misericordia, che sempre deve essere abbinata alla giustizia. Si presenta sotto veste talare come un “faccendiere del bene” che opera senza giudicare. Come potrebbe, altrimenti, giudicare se stesso vendicatore implacabile?

Sindbad il marinaio compare durante il soggiorno in Italia ed è agente della salvifica donazione a Morrel. Il nome richiama immediatamente il marinaio delle Mille e una notte protagonista di fantastiche avventure. Non è difficile immaginarlo accanto a Edmond e Haydée nel viaggio verso la grande avventura del futuro.

*

Ogni identità è un Edmond diverso? Oppure le identità sono filtri diversi che permettono il passaggio di certi aspetti e non altri dell’unico Edmond? Oppure banalmente sono solo utili mezzi per raggiungere l’obiettivo?

La domanda coinvolge.

Le diverse identità decantano, depurano, setacciano oppure mascherano, nascondono, celano?

Sono le pirandelliane maschere che nascondono il segreto nucleo oppure piccoli athanor che cuociono il “brodo alchemico”?

Il conte vendica, l’abate Busoni perdona, lord Wilmore fa, Sindbad viaggia. Pare quasi una grande esplorazione dentro l’uomo, un profondo “progetto entronauta” che continuamente ricalcola le nostre coordinate della vita.

*

Ma insomma, chi è “realmente” Edmond? Qual è la “sua” identità?

Forse nemmeno Edmond lo sa. Forse Dumas padre nelle ottimistiche certezze del positivismo imperante capta qualcosa dell’angosciante insicurezza novecentesca che ci accompagna nel terzo millennio.

Oggi in pieno XXI secolo pare continuamente necessario definire o ridefinire la propria identità e sentirsi a tutti i costi “identitario” (qualunque cosa voglia dire).

L’Edmond diciannovenne che entra in carcere è lo stesso Edmond che evade quattordici anni dopo? Nawal che entra in carcere dopo l’attentato è la stessa Nawal che esce di prigione dopo tre lustri di violenze e la nascita di due gemelli? Edipo che uccide i due prepotenti incontrati sul Citerone e sposa la regina vedova è lo stesso Edipo padre di quattro figli adulti che viene bandito dalla città?

In altre parole, personalizzando e forse banalizzando: io sono lo stesso di ieri?

Per grandi linee rispondo di sì, ma scendendo nei dettagli debbo dire di no. La risposta corretta (che non mi piace) è: Non lo so.

Attenuo l’aspetto negativo aggiungendo che tra i due io esiste una continuità certa: io non sono quello di allora ma ne sono la sicura conseguenza. Continuo: conseguenza necessaria oppure conseguenza possibile? Io potrei oggi essere diverso anche restando conseguente all’io di allora?

Per me identità è termine che dice e non dice. Non può essere definito rigidamente (la mia logica qui fa un prudente e igienico passo indietro spingendomi a non parlare di cose troppo vaghe che non conosco). Sono anche molto cauto nel pretendere l’identità come appartenenza (a un popolo, a un gruppo etnico o religioso o politico...) perché potrebbe essere una gabbia soffocante. Consiglio a chi entra in una organizzazione o struttura di tenere sempre le metaforiche valigie pronte per una eventuale partenza: è atteggiamento di grande libertà interiore. Anche il conte di Montecristo ribadisce continuamente di non avere legacci che lo limitino e di essere sempre pronto a partire...

Ma insomma, chi è “realmente” Edmond?

Nello scontro finale con Fernand, Edmond gli grida: Delle mie molte identità te ne ricordo una sola…

Fernand pare quasi un alter ego in negativo di Edmond: entrambi combattenti, entrambi innamorati della stessa donna… Tutto quello che è Fernand non è Edmond e viceversa. L’uno fedele a sentimenti nobili e l’altro fedele al tornaconto personale, l’uno sbattuto in galera e l’altro tra coloro che in galera l’hanno mandato. Non siete il soldato Fernando che disertò la vigilia della battaglia di Waterloo?... Non siete il sottotenente Fernando, che ha servito di guida e di spia all'armata francese in Spagna? Non siete il capitano Fernando, che ha tradito venduto, assassinato il suo benefattore Alì? E tutti questi Fernandi riuniti, non hanno formato il luogotenente conte Morcerf, Pari di Francia?

Chi è Edmond?

E’ il pirandelliano uomo dalle cento maschere al quale il dubbio finale toglie l’ultima lasciandolo nudo di fronte a se stesso? E’ forse uno sconosciuto tra sconosciuti?

Panta rei è la grande eredità di Eraclito. Edmond tramonta perché vuole tramontare. Edmond tramonta perché uomo libero o almeno uomo che vuole percorrere fino in fondo il cammino per la libertà, cosa che molti non fanno perché nel mondo dei cliché non esiste la libertà. Oppure, forse, la libertà è solo per chi può, per chi se lo può permettere, per chi è “in grado di”? E' possibile per un satellite diventare pianeta?

(continua)

29 aprile 2026

Cari Amici restati là... 3

 Concludo la lettera idealmente indirizzata a chi è restato nel Goi o si è trasferito nella Glri

 

 

Pastore, eccezione, evaso?

Corri avanti? – Lo fai come pastore? o come eccezione? Un terzo caso sarebbe: come l'evaso…

Amici, noi non siamo pastori, perché non vogliamo condurre o guidare nessuno. Se qualcuno cerca una guida e un pastore non venga con noi.

Amici, noi non siamo evasi, non siamo fuggiti di notte segando le sbarre alla finestra. Noi ce ne siamo andati dalla porta, alla luce del sole, a testa alta, spiegando chiaramente, senza urlare, il nostro cammino.

Amici, noi non siamo eccezioni. Noi siamo massoni, desiderosi di lavorare nelle nostre logge, scavare prigioni ai nostri vizi e costruire il nostro tempio. Il resto non solo non ci interessa, ma lo vogliamo lontano.

Oppure… oppure… Forse sì, un po' eccezioni lo siamo, almeno dal punto di vista dei restati e degli andati altrove. Vogliamo elevare templi alla virtù, non ai dirigenti di una struttura; vogliamo scegliere le pietre da utilizzare nel nostro lavoro, non usare materiale scelto da altri. Vogliamo lavorare liberi e indipendenti, non inserirci in una struttura non meno verticistica di quella che abbiamo appena lasciato. Non vogliamo monoliti autoritari, ve li lasciamo.

Avverto quasi un certo disappunto, da parte di chi è restato e da parte di chi è emigrato altrove. Pare quasi che ci consideriate “fratellini” dispettosi che a un certo punto “non giocano più”, ma col loro farsi da parte hanno reso più difficile la vittoria dei buoni verso i cattivi (appunto un bell'Idolo tutto lustro e lucente quello del Bene che prima o poi vincerà il Male!).

Il massone malpensante che si annida nel nostro intimo suggerisce un pizzico di malignità: in fondo noi abbiamo fatto quello che qualcuno di voi avrebbe voluto o potuto o desiderato fare, ma non ha voluto o potuto o desiderato farlo. E lì è rimasto o là se ne è andato, con una piccola ripicca verso chi, indifferente alle sirene obbedenziali, ha scelto una strada diversa e soprattutto non si è intruppato nell'Obbedienza vostra o nell'Obbedienza altra. Quanto vizio, evaso dalle oscure e profonde prigioni che il massone dovrebbe costruire, in quella parola, Obbedienza, che qualcuno ha voluto gettare sulla massoneria come la spada di Brenno sul piatto della bilancia!

Assieme a Obbedienza ci sono altre parole che nel tempo hanno costruito una ragnatela invasiva che è riuscita talmente a invischiare la massoneria da far supporre a troppi che senza quella ragnatela si rimarrebbe in un simulacro vuoto. Parlo di Regolarità, Legittimità, Brevetti, Riconoscimenti...

Cari amici torniamo alle origini. Rileggiamo gli Antichi Doveri. A James Anderson quelle parole sono sconosciute e ben sarebbe stato se fossero rimaste sconosciute anche ai massoni dopo di lui. La Massoneria italiana invece le ha messe al posto dei simboli di unità e concordia accantonando la cazzuola, la calcina, l'alveare. Regolarità, Legittimità, Brevetti, Riconoscimenti sono parole di divisione e frammentazione, proprio l'esatto contrario del compito del Maestro Libero Muratore.

Sono parole che dicono: la mia è vera massoneria, la tua invece è solo “sedicente” massoneria.

Sono parole che dicono: io ho i riconoscimenti e sono vera massoneria, tu invece non li hai e quindi sei solo “sedicente” massoneria.

Sono parole che dicono: solo il brevetto rilasciato regolarmente (il “santo brevetto”!) ti fa essere vera massoneria – io ce l'ho e tu no, e quindi sei solo “sedicente” massoneria.

Sono parole che dicono: andate pure; fate, fate pure; non sarete mai riconosciuti da nessuno! Voi non siete vera massoneria ma solo “sedicente” massoneria.

Cari amici di là e dell'altra parte, quanta ipocrisia in quel “sedicente” e in quel “riconoscimento” e in quel “brevetto”! E… quanta supponenza nelle vostre parole! Se siete veramente convinti che la massoneria dipenda da una bolla o da riconoscimenti vari avete una ben limitata visione. State pure dove siete: è il vostro posto. Chi viene con noi deve saper camminare! Voi non ne siete capaci.

Scimmia o attore?

Sei schietto? o solo un attore? uno che rappresenta qualcosa? o la stessa cosa rappresentata? Alla fine sei semplicemente la scimmiottatura di un attore...

Francamente noi ci sentiamo schietti. Non ci poniamo il problema se rappresentiamo qualcuno. A dire di certi frequentatori dei social saremmo l'avanguardia di questo contro quello per imboscate strategiche ed eventuali sacrifici per la causa (quale?). A questi “minus habens” da tastiera rispondo che noi siamo solo noi, non siamo con nessuno e non copriamo nessuno: noi rappresentiamo solo noi stessi. Lo dico sapendo che non sarò creduto perché troppo spesso l'idolo crea la sua realtà, una realtà alternativa che non ha se non labili agganci con la realtà stessa, quella vera. "Tu sol" pensando "o ideal, sei vero". Le parole che Carducci dedicò a Mazzini trovano anche qui, nell'infimo delle illusioni umane, un'altra verifica. Cari amici, la realtà è quella che è, anche a dispetto dei vostri idoli. E peggio per voi se non ve ne accorgete!

Ma a voi si adducono di più altre parole carducciane: il gallo canta e non ti vuoi svegliare! Il gallo canta, e pare quasi dica: Sveglia, è giunta l'ora. Attenti a non perdere il treno!

Parla il deluso. – Cercavo grandi uomini, e ho trovato sempre e soltanto le scimmie del loro ideale. Noi non vogliamo essere scimmie addestrate dal piccolo burattinaio di turno. Noi facciamo come il cercator di funghi. In un posto non troviamo funghi pur sapendo che nel passato ce ne erano? Ebbene, cerchiamo altrove.

Così molti massoni cercano altrove, infastiditi dell’atmosfera livellatrice che cerca di ammosciarli. Infastiditi di un mondo che in passato ha avuto molte belle pagine e oggi invece....

Ma non riempiamoci la bocca con Mazzini e Garibaldi, cari amici, perché se vogliamo ricordare il passato dobbiamo menzionare anche Licio Gelli (che comunque fu scacciato proprio dai massoni del Goi!). E dobbiamo soprattutto pensare al presente. Mazzini e Garibaldi sono ormai ricordi, ma i massoni del Goi condannati per reati di mafia (esempio Giancarlo Pittelli a Vibo Valentia e Alfonso Tumbarello a Mazara del Vallo) sono oggi ben presenti.

Perché costoro non sono stati espulsi eliminando così i loro requisiti massonici, ma sono stati semplicemente sospesi o depennati dal piedilista, quindi senza perdere i caratterizzanti requisiti?

Le regole massoniche furono applicate per Licio Gelli, espulso dalla Corte Centrale (e il fenomeno P2 cominciò subito a sgonfiarsi); perché oggi le regole non si sono applicate a questi personaggi non contigui alla malavita ma ben dentro al malaffare? Non è garantismo, ma – temiamo – qualcosa di peggio.

Voi siete ancorati al vostro “Ha da passà 'a nuttata”. La nostra risposta invece è forte e chiara: non è più il Goi di allora.

Certo non vi consideriamo compiacenti o conniventi verso non più supposte (i tribunali della Repubblica sono chiari) ma reali infiltrazioni malavitose nel Goi. Voi dite (esecrabile forza degli idoli!) essere casi isolati.

E' vero, una rondine non fa primavera, suggerisce la saggezza popolare. La stessa saggezza allo stesso tempo ammonisce: una mela marcia rovina tutto il cesto. E' possibile che i “fratelli” di Loggia di Pittelli e Tumbarello non sapessero nulla? Anche loro hanno supposto fossero la solitaria rondine? Oppure…

Già: oppure...

Guarda da un'altra parte

Sei uno che sta a guardare? o che interviene? – o che guarda da un'altra parte, si fa da parte…

Ci accusate andar via e di abbandonare la lotta: “vi fate da parte e togliete forza a noi che vogliamo cambiare…”.

Non è un'accusa precisa, ma un borbottio, un brontolamento quasi. Noi non guardiamo altrove; noi ce ne andiamo avendo ben guardato. Mi dispiace ribattere, ma temo siate voi che guardate altrove. Sono preciso. Voi state lì nel Goi e volgete lo sguardo altrove per non vedere quello che non vi piace. Voi altri invece lasciate il Goi e andate nella Glri e non vi vedete criticità ma solo la fantasiosa “terra promessa”.

Non vedete ciò che sta succedendo perché non volete vedere. Ha ragione il filosofo: Voglio, una volta per tutte, non sapere molto. – La saggezza pone dei limiti anche alla conoscenza.

Sembra quasi un motto che rappresenta chi ha già deciso di star lì e chi non ha mai avuto titubanze perché la decisione di andar via semplicemente non l'ha mai presa in considerazione. La sua aspirazione è il vivere quieto non il vivere libero.

Nei mesi scorsi ho sentito molti di voi proporre di chiudersi nella propria loggia e disinteressarsi del resto e del contesto. Purtroppo il contesto non è mai neutro se non nelle illusioni sognate da chi sceglie di non vedere: il contesto non può essere lasciato fuori dalla porta: prima o poi, anzi spesso molto presto, bussa alla porta oppure – peggio ancora – entra dalla finestra. Cari amici, non potrete voltarvi dall'altra parte per sempre. Il contesto vi farà vedere le cose come sono e lo farà in modo drammatico.

Cosa volere?

Vuoi andare con gli altri? o andare avanti? o andartene per conto tuo?... Si deve sapere che cosa si vuole e che lo si vuole.

Io non so cosa volete voi, cari amici rimasti nel Goi o transitati alla Glri; lo posso supporre ma ormai non spetta più a me dirlo, e non mi interessa affatto. Posso solo dire che il Goi non sarà più quello di prima, dopo lo tsunami degli ultimi due anni che lo ha irrimediabilmente frantumato in gruppi dalla coesistenza poco fraterna, avvelenandone l'aria. Posso anche aggiungere che la Glri è “governata” verticalmente da un Gran Maestro in carica dal 2001 e che lo sarà fino al 2031 (trent'anni! Come la famosa guerra nel Seicento!). Anche in Glri si sono contate espulsioni e allontanamenti delle voci critiche: ci sarà più libertà che nel Goi? Non lo so e non mi riguarda.

Io so cosa vogliamo noi. Convinti che i mali nascano da una rilassata selezione delle ammissioni e da una dirigistica gestione che insiste più su Obbedienza che su Comunione, noi vogliamo (insisto: noi vogliamo) una Comunione-Non-Obbedienza, un libero patto tra liberi massoni, dove sia fondamentale “fare massoneria” senza se e senza ma. Accettiamo regole perché siamo noi stessi ad averle decise, ma rifiutiamo che possano diventare arma in mano al “potente” di turno.

Tutto sommato la formula per la nostra “felicità” muratoria è ben piccola cosa (ma quanto grande!). Formula della mia felicità: un sì, un no, una linea..., una meta…

Mi piace ricordare alcuni versi di un poeta, passato anche lui tra le Colonne del Tempio, versi non belli, ma che descrivono perfettamente la nostra situazione, criticata (che eufemismo!) da quelli restati e pure da quelli rifugiatisi altrove:

Siamo una cupa masnada

che si rifiuta e si scaccia,

e che riprende la strada

col piccone e la bisaccia;

mentre nel cuore profondo

che riflette nuove nubi e nuove stelle,

passano tre caravelle

che cercano un mondo...

Vi saluto, cari amici dell'una e dell'altra parte. Snobisticamente (ma sinceramente) vi auguro: salve atque vale. Noi siamo partiti; il cambiamento climatico del Goi ci ha spinto altrove.

La separazione è definitiva. Io non mi volterò più indietro.

Et de hoc satis!

17 gennaio 2026



***



Le citazioni, riconoscibili perché in corsivo, sono tratte da: Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli.

Il poeta dei versi finali è Giovanni Pascoli



09 dicembre 2016

Dei saggi illustri

Una decina di anni fa avevo cominciato a scrivere alcuni commenti-spiegazione allo Zarathustra di Nietzsche che inviavo a mio figlio allora a Londra. Poi lui ritornò in Italia e smisi. Oggi li riprendo. Sono un po' datati e non mi ci ritrovo del tutto, ma credo siano ancora interessanti.


Voi tutti, saggi illustri, avete servito il popolo e la superstizione del popolo! – e non la verità! E appunto per questo vi si è tributata venerazione.
E per questo si è sopportata anche la vostra miscredenza, giacché essa era una ingegnosa via traversa per raggiungere il popolo. Allo stesso modo, il padrone lascia fare i suoi schiavi e si diletta alla loro tracotanza.
Ma colui che è odioso al popolo è come un lupo per i cani: è lo spirito libero, il nemico della catena, il non–adoratore, randagio pei boschi.

 

DEVOZIONE

Il camminatore rifugge l’appiattimento della folla e respinge le venerazioni chieste dal devotismo religioso e civile. Ecco: si considera il devotismo proprio della religione, ma in realtà ormai è sconfinato in tutti i settori della vita. La venerazione per il santo cattolico e l’esaltazione spesso maniacale per l’attore o il cantante o la magnificazione del politico di turno sono sentimenti diversi solo quantitativamente non qualitativamente. Hanno la stessa origine e solo diverso “oggetto di venerazione”: il culto, a volte intriso da forme di isteria, verso padre Pio e il culto verso il cantante Elvis Presley non sono – con buona pace dei devoti entro la religione – qualitativamente differenti mostrando le stesse modalità di espressione. Lo stesso dicasi verso coloro che si uccisero alla morte di Rodolfo Valentino.

Tutto questo il camminatore si lascia dietro le spalle: non vuole religioni, né tanto meno culti religiosi o pseudo–religiosi. Si lascia alle spalle la zavorra di una civiltà che non lo interessa più, perché vuole superare queste contraddizioni tipiche dell’uomo che non sa camminare.

Cacciarlo dal suo rifugio – questo ha sempre significato per il popolo ‘senso del giusto’: contro di lui esso aizza ancor sempre i suoi cani dalle zanne più aguzze.
«Perché la verità è qui: qui infatti è il popolo! Guai, guai a colui che cerca!» – così, da sempre, ha suonato la campana.
 
Agli occhi degli appagati il cercatore è il diverso; chi non va non può comprendere chi va e lo combatte come altro da sé. L’ortodosso non solo non comprende ma non può nemmeno approvare l’eretico.

Voi volevate creare al vostro popolo il diritto nella sua venerazione: questo voleva dire per voi ‘volontà di verità’, saggi illustri!
E il vostro cuore ha sempre detto a se stesso: «io sono venuto dal popolo: di là mi è sempre giunta anche la voce di Dio».
Duri di cervice e intelligenti, come l’asino, siete sempre stati, in quanto avvocati del popolo.
E certi potenti che volevano ben viaggiare col popolo, attaccarono anche un asinello davanti ai loro destrieri, cioè un saggio illustre.
E ora io vorrei, o saggi illustri, che finalmente vi spogliaste del tutto del manto del leone!
Il manto della belva, screziato, il vello di colui che indaga, cerca, conquista!
Ah, per imparare a credere a voi, dovrei vedervi prima di tutto spezzare la vostra volontà venerante.
Verace – così io chiamo colui che va nel deserto, dove gli dei non sono, e ha spezzato il suo cuore venerante.

L’immagine ricorda la voce biblica del profeta Isaia.

La voce di uno grida:
«Preparate nel deserto la via del Signore,
appianate nei luoghi aridi
una strada per il nostro Dio!
Ogni valle sia colmata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
i luoghi scoscesi siano livellati,
i luoghi accidentati diventino pianeggianti.
Allora la gloria del Signore sarà rivelata,
e tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché la bocca del Signore l'ha detto».
 (Isaia 40 3–5)

Ma il contesto Zarathustriano è completamente diverso. Il deserto isaiaco è il luogo ove nella solitudine si predispone la livellazione, il raggiungimento della propria orizzontalità per la comparsa della gloria del Signore:

Allora la gloria del Signore sarà rivelata,
e tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché la bocca del Signore l'ha detto3».
(Isaia 40 6)

La prospettiva è prettamente religiosa, con una presenza divina esaustiva e risolutiva. Ben diversamente il camminatore Zarathustra giunge verace nel deserto, dove gli dei non sono, e ha spezzato il suo cuore venerante. Zarathustra infatti si è svincolato dal punto di vista religioso, se ne vuole liberare, non contro, ma oltre la religione. Non appiattisce ciò che gli sta intorno, ma vuole raggiungere la propria orizzontalità da accomunare nel grande dilemma con la verticalità della sua salita al monte (dal quale – ricordiamo – è sceso, ma sul quale salirà in compagnia di personaggi che altri non sono che la sua picciola compagnia radunata nella sua caverna. L’incontro della orizzontalità con la verticalità porta al simbolo principale del cristianesimo (la croce), che il camminatore intende come il centro–incrocio delle due direzioni–modalità: verticale con orizzontale, attivo con passivo, eccetera.

Nella sabbia gialla e bruciato dal sole, egli certo guarda di sottecchi, assetato, verso oasi ricche di sorgenti, là dove la vita riposa sotto alberi scuri.
Ma la sete non basta per convincerlo a diventare simile a questi pacifici: perché dove sono oasi, là sono anche immagini di idoli.

Oasi e idolo, due pensieri saldamente legati. Nel deserto l’oasi è rifugio e salvezza. Il non camminatore, il sostante (chi sosta, sta fermo) trova rifugio nella devozione verso un principio unico (il dio) o verso un principio particolare (il santo del cattolicesimo), cioè verso un idolo, il biblico vitello d’oro che altri continuamente creano e gli pongono di fronte per l’adorazione.

Il caminante per parte sua non accetta dei e non accetta idoli. E’ un leone solitario.

Affamata, violenta, sola, senzadio: così vuole se stessa la volontà leonina.
Libera dalla felicità dei servi, redenta da dei e adorazioni, impavida e terribile, grande e solitaria: così è la volontà del verace.
Nel deserto hanno abitato, da sempre, i veraci, gli spiriti liberi, come signori del deserto; ma nelle città abitano, ben foraggiati, i saggi illustri, – gli animali da tiro. Essi infatti, in quanto asini, tirano sempre – il carro del popolo!

Bella l’immagine del saggio illustre paragonato agli asini, animali da tiro! Questi saggi tirano il carro del popolo? Ma qui popolo non è insieme cosciente di persone, ma folla, massa che lungi dal sentire stimoli di insoddisfazione, si accomuna nella condanna o nell’aggressione del diverso. I cosiddetti saggi illustri non sono altro che il benpensantismo, il rifiuto del diverso, dell’altro da sé. Sono gli istinti del gregge che si sente improvvisamente leone (assieme, mai da soli!) sotto la guida perversa di capipopolo non disinteressati.

Non che io vada per questo in collera con loro: ma per me restano dei servitori con finimenti, anche se luccicano nella loro bardatura d’oro.

Oro materiale, ma ottone spirituale!

E spesso sono anche stati dei buoni e preziosi servitori. Perché così parla la virtù: «se hai da essere servitore, cerca colui al quale il tuo servizio giova di più!

Cioè: mettiti al servizio di chi ti paga meglio!

Lo spirito e la virtù del tuo padrone debbono crescere per il fatto che tu sei il suo servitore: così cresci tu stesso insieme al suo spirito e alla sua virtù!».
E davvero, voi saggi illustri, voi servitori del popolo! Voi stessi siete cresciuti insieme allo spirito e alla virtù del popolo – e il popolo grazie a voi! Questo lo dico a vostro onore!
Ma popolo voi rimanete per me, perfino nelle vostre virtù, popolo dagli occhi miopi, – popolo che non sa che cosa è spirito!

Popolo è l’insieme dei camminatori, non la massa della gente pronta ad essere sedotta dal canto della prima sirena.

Spirito è la vita che taglia nella propria carne: nel suo patire essa accresce il suo sapere – lo sapevate?
E la felicità dello spirito è questa: essere unto e consacrato dalle lacrime come vittima del sacrificio – lo sapevate?
E anche la cecità del cieco e il suo cercare e brancolare deve testimoniare la possanza del sole in cui egli guardò – lo sapevate?
E colui che conosce deve imparare a costruire con le montagne! E’ poco che lo spirito sposti montagne – lo sapevate?

Il riferimento evangelico alla fede che smuove le montagne non tocca il camminatore che a sua volta ribadisce: non muovere le montagne, ma crearle! Questo è il compito dell’uomo.

Voi conoscete dello spirito solo le scintille: ma non avete occhi per l’incudine che lo spirito è, e nemmeno per la crudeltà del suo maglio!

 

INCUDINE E MARTELLO

L’immagine di tipo fabbrile–operativa porta a immagini dure, di una durezza materiale posseduta in natura dal diamante. La stessa durezza è richiesta all’uomo nella sua triplice trasformazione da cammello (apparentemente forte e duro, ma di una durezza stolta) a leone e quindi a fanciullo (il più duro di tutti perché creatore).

La qualità di durezza appartiene alla forza, qualità necessaria nel procedere del cammino (anche nel linguaggio comune si parla – spesso a vanvera – di forza d’animo).

In verità, voi non conoscete l’orgoglio dello spirito! Ma ancor meno sapreste sopportarne la modestia, se volesse parlare!
E non è mai accaduto ancora che a voi fosse lecito gettare il vostro spirito in una fossa di neve: per far questo non siete abbastanza ardenti! Perciò non conoscete le estasi del suo gelo.
Ma in ogni senso voi, per me, vi prendete troppe confidenze con lo spirito; e spesso della saggezza avete fatto un asilo e un ospedale per poeti scadenti.
Voi non siete aquile: così non avete neppure vissuto la felicità che risiede nel terrore dello spirito. E chi non ha ali non deve mettersi al di sopra di abissi.
Voi siete per me dei tiepidi: ma fredda scorre ogni profonda conoscenza. Gelide sono le intime scaturigini dello spirito: un ristoro per mani che bruciano e per coloro che bruciano nell’agire.

Il richiamo è biblico, ma non il contesto, come ovviamente ci si può aspettare da Zarathustra: Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca. (Apocalisse 3 16)

La tiepidezza, al di là di considerazioni morali o religiose, non può essere accettata da chi pretende scelte «forti», 

 Attenzione: anche questo – o forse proprio questo – è segno di forza!

scelte cioè che implichino scelte fondamentali (anche cambiamenti decisivi).

Voi ve ne state qui impettiti e rispettabili e con la schiena dritta, o saggi illustri! – non vi spinge un forte vento e volere.

I saggi sono tiepidi. Come tali sono fermi, immobili: non li spinge nulla nel loro cammino e non vanno, ma restano.

Avete mai visto la vela andare sul mare, rotonda e gonfia e tremante per l’impeto del vento?
Come la vela, tremante per l’impeto dello spirito, va la mia saggezza sul mare – la mia saggezza selvaggia! Ma voi, servitori del popolo, voi saggi illustri, – come potreste andare con me! –

Cosi parlò Zarathustra.

 

IL CAMMINATORE SELVAGGIO

Ecco il termine: saggezza selvaggia! Il selvaggio è incommensurabile con qualsivoglia organizzazione sociale (della società, della città, della religione, di qualunque parrocchia). Il selvaggio (da “silva” = bosco, extra–città) è estraneo alle esigenze che nascono dal sentirsi coerente con gli altri. La saggezza (conquistata! Non ricevuta in dono) porta a sensi di estraneità con gli altri, a sentirsi appunto selvaggi.

Il camminatore si trasforma da camminatore in camminatore selvaggio! Si trasforma in caminante!





07 dicembre 2016

Delle mosche del mercato

Diversi anni fa commentai alcuni capitoli dello Zarathustra di Nietzsche, un'opera che mi affascinò un sacco.


Amico mio, fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dal fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dai pungiglioni degli uomini piccoli.

Zarathustra non usa più il termine uomo per questi individui, li sminuisce ulteriormente qualificandoli piccoli e associandoli a mosche. Si può sfuggire loro solo nella tua solitudine, non la solitudine dell’angoscia, ma isolamento e lontananza che permettono di lavorare su se stessi evitando il fracasso non tanto del mondo quanto degli omuncoli.

La foresta e il macigno sanno tacere dignitosamente con te. Sii di nuovo simile all’albero che tu ami, dalle ampie fronde: tacito e attento si leva sopra il mare.
Là dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio di mosche velenose.

Solo nella solitudine è possibile conquistare il silenzio che permette il lavoro. Al di fuori si è nel mercato. Qui il mercato assume la valenza negativa del rumore e delle apparenze. Il mercante vende la propria merce per ottenere il massimo profitto, vantando pregi e qualità che non ha, cercando quindi di raggirare l’acquirente. Il quale a sua volta cerca di acquistare con la minima spesa, deprezzando ciò che compra. Per entrambi il principale obiettivo non è tanto la merce oggetto della compra–vendita, quanto l’ottenimento di un profitto personale.

Nulla di più estraneo all’aristocratico Zarathustra. Il rumore e le apparenze sono estranee al caminante che ha scelto da tempo altri scopi.

Anche le cose più eccellenti del mondo non valgono nulla, se non trovano qualcuno che le rappresenti: grandi uomini sono chiamati dal popolo questi attori.
Il popolo capisce poco ciò che è grande, cioè: la creazione. Ma esso ha comprensione per tutti gli attori e i commedianti delle grandi cause.


La creazione è un atto troppo grande perché la gente possa comprenderlo. Provocatoriamente Zarathustra usa il termine popolo, che nella coscienza moderna assume una valenza positiva (di contro ad altri termini, quali masse, classi,…, con una chiara sfumatura negativa o non positiva).

L’atto creativo è al di fuori della comprensione di chiunque non sia giunto al livello del fanciullo prima e del superuomo poi, men che mai di chi è ancora allo stadio di cammello. Al più possono accettare i miti religiosi sulla creazione del mondo da parte di un dio.

L’atto creativo effettuato dall’uomo è al di là non solo della possibilità di comprensione, ma anche della facoltà di immaginazione del cammello…

Il mondo ruota intorno agli inventori di valori nuovi – invisibilmente esso ruota. Ma il popolo e la fama ruota intorno ai commedianti: così va il mondo.

Gli inventori di valori nuovi, i creatori, sono innovativi appunto perché creano i valori del futuro. I commedianti invece si rifanno ai vecchi valori, ormai appartenenti al passato. Ma i cammelli non possono capire il nuovo e si mantengono fedeli al vecchio, del quale non possono comprendere il superamento. Il cammello è appagato dalla universalità (e quindi immutabilità) del valore cui presta fede (ecco il termine corretto: prestar fede). Il cammello è infatti un fedele che ritiene la sua credenza “definitiva”.

Il commediante ha spirito, ma poca coscienza dello spirito. Egli crede sempre a ciò con cui gli riesce di suscitare la fede più intensa – la fede in se stesso!
Domani avrà una nuova fede e doman l’altro un’altra ancora più nuova. Simile al popolo, egli ha rapidi sensi, e umori mutevoli.

La cosa sorprendente sta nel considerarle di fedi diverse, ma la stessa fede. Il devoto cristiano non ammetterà mai che la religione di Paolo con l’insistenza sull’importanza della fede sulle opere (come invece prescriveva l’ebraismo), il cristianesimo medievale di un Bonifacio VIII, il cristianesimo del XX secolo siano tre cristianesimi diversi: li considererà sempre e comunque la stessa religione, definitivamente creata dopo gli avvenimenti palestinesi di venti secoli fa.

Il commediante è l’uomo di questa multiforme fede. Non tanto uomo, quanto piuttosto cammello: come l’attore si cala nelle singole parti e assume le più diverse personalità, così il cammello sopporta tutto senza distinzioni e non è in grado di distinguere e respingere.

Sconvolgere – ciò significa per lui: dimostrare. Far perder la testa – ciò significa per lui persuadere. E il sangue è per lui la migliore delle ragioni.
Una verità che si insinui solo in orecchie fini, la chiama menzogna e nullità. Certo, egli crede solo a dèi che facciano gran fracasso nel mondo!
Il mercato è pieno di buffoni solenni – e il popolo esalta i suoi grandi uomini! questi sono per lui i padroni del momento.
Ma il momento li incalza: così essi ti incalzano: e anche da te pretendono un sì o un no. Guai, vuoi assiderti tra pro e contro?
Per via di questi assoluti e indiscreti, sii senza gelosia, tu che sei un amante della verità! Mai la verità fu al fianco di un assoluto.

Perché la verità non può essere un assoluto. L’uomo che enuncia la propria verità non può essere un assoluto. Se fosse un assoluto non sarebbe di questo mondo.

Per via di questi subitanei, ritirati nella tua sicurezza: solo sul mercato si viene assaliti con la richiesta di un sì o di un no.

Il mercato è anche il luogo dove si enunciano le cose con un sì o con un no. Non c’è posto per la praticamente infinita gamma delle sfumature; non c’è quindi spazio per il cammino.

Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità.
Tutto quanto è grande si ritira in disparte dal mercato e dalla fama: gli inventori di valori nuovi hanno sempre abitato lontano dal mercato e dalla fama.
Amico mio, fuggi nella tua solitudine: io ti vedo tormentato dalle punture di mosche velenose. Fuggi là dove l’aria spira forte e inclemente!
Fuggi nella tua solitudine! Hai vissuto troppo vicino ai meschini e miserabili. Sfuggi alla loro vendetta invisibile! Verso di te essi non sono altro che vendetta.
Non levare più il tuo braccio contro di loro! Innumerevoli sono essi, e non è tuo destino essere uno scacciamosche. Innumerevoli sono questi meschini e miserabili; e più di un edificio orgoglioso è andato in rovina solo a causa di gocce di pioggia e di erbacce.
Tu non sei una pietra, ma già sei divenuto cavo per le molte gocce. Ancora molte gocce e dovrò vederti spaccato e in frantumi.
Spossato io ti vedo da mosche velenose, sanguinosamente segnato in cento scalfitture; e il tuo orgoglio non vuol nemmeno andare in collera.
In tutta innocenza essi vorrebbero da te il sangue, sangue bramano le loro anime esangui – e perciò pungono in tutta innocenza.
Ma tu, che sei profondo, tu soffri troppo profondamente, anche per piccole ferite; e ancora non sei riuscito a guarirti, che già lo stesso verme velenoso ti è strisciato sulla mano.

Tolleranza

Io ti vedo troppo orgoglioso, per uccidere questi ingordi. Bada però che non diventi la tua rovina, dover sopportare i loro torti velenosi!
Essi ti ronzano intorno anche con la loro lode: impertinenza è la loro lode. Essi vogliono la vicinanza della tua pelle e del tuo sangue.
Essi ti adulano come un dio o un demonio; essi piagnucolano davanti a te come davanti a un dio o un demonio. Che importa! Adulatori essi sono e piagnucoloni, nulla di più. –
Spesso fanno anche gli amabili conte. Ma questa è sempre stata l’intelligenza dei vili. Sì, i vili sono intelligenti!
Essi riflettono molto su di te nella loro anima angusta – tu sei sempre inquietante per loro! Tutto quanto è oggetto di molta riflessione, diventa inquietante.
Essi ti puniscono per tutte le tue virtù. E ti perdonano, veramente, solo – i tuoi errori.
Tu sei mite e di equo sentire, perciò dici: «Essi non hanno colpa della loro esistenza meschina». Ma la loro anima angusta pensa: «Colpevole è ogni grande esistenza».

Zarathustra ammonisce: Bada però che non diventi la tua rovina, dover sopportare i loro torti velenosi!

La tolleranza viene comunemente intesa come applicazione del principio voltairiano: non sono d’accordo con te, ma mi batterò fino alla morte perché tu abbia il diritto di esprimerti.

E’ sicuramente un principio ideale da perseguire nella società e ancora oggi non attuato in molti paesi.

Zarathustra però si pone in una prospettiva diversa dal sociale (che – ripeto – è pur fondamentale per la convivenza civile), per cui la valenza della tolleranza può non essere positiva. Non è accettabile infatti confondere tolleranza con sopportazione. Mi spiego. Supponiamo che qualcuno sostenga che non sempre un corpo lasciato libero cade verso il basso, ma che può anche salire verso l’alto. Io gli chiederei di specificare o i casi in cui il corpo non cade o le leggi che regolamentano la caduta; in caso contrario mi sentirei di accusarlo di ignoranza senza per questo sentirmi intollerante.

Lo stesso succede nel lavoro interiore.

Io non credo che ogni idea abbia la stessa valenza nel lavoro interiore perché bisognerà pur evitare questa indifferenza morale o culturale.

Io personalmente ritengo che non tutte le opinioni possano essere considerate ugualmente valide e che si possa (anzi, in certi casi si debba) opporsi a certe opinioni, anche se sono consapevole della non universalità delle piccole verità che ho raggiunto e della mia impossibilità di imporle ad altri.. Ma è un terreno scivoloso e non mi sento in grado di stabilire con una precisione accettabile cosa sia valido e cosa no.

Per parte mia ritengo che la tolleranza, oltre ad ammettere implicitamente la facoltà che tu possa esprimere le tue idee, nel lavoro interiore assuma un senso per così dire costruttivistico.
In un certo senso richiama il simbolo dell’arco che si appoggia e supera le due colonne, le quali per così dire sostengono e “tollerano” l’arco stesso. Ecco, tollerare significa porsi nell’ottica di costruzione: da due idee opposte riuscire a costruire una nuova idea (né l’una, né l’altra, ma un po’ dell’una e dell’altra) che “tolleri” i due punti di partenza. Tollerare quindi significa modalità costruttiva di superamento del binario. L’immagine architettonica della tolleranza è data a mio parere dall’arco che sormonta le due colonne: entrambe le colonne “tollerano”, “sopportano” l’arco, che si regge appunto perché si appoggia su entrambe. A sua volta l’arco completa le colonne e “supera” le loro individualità, rendendole struttura unica. Tollerare quindi significa costruire e significa pure non accettare ciò che appare distruttivo.

Nel piano spirituale (non in quello comportamentale nel quale restano ristretti tanti uomini non ancora leoni) quindi debbo cercare nelle altre posizioni diverse dalla mia quel quid che permetta la costruzione e la stabilità dell’arco. In questo senso (ma solo in questo senso) posso accettare una specie di equivalenza delle posizioni come ricchezza dell’uomo e in questo senso (ma solo in questo senso) rigettare la posizione di chi si ritiene investito di verità rivelate e di guardarmi – con Brecht – da colui che ha dio in cielo.
Il camminatore deve liberarsi dai fastidi degli sciocchi, dai quali non solo non deve aspettarsi aiuti, ma dai quali deve guardarsi.

Anche se sei mite con loro, si sentono pur sempre disprezzati; e ricambiano ogni tuo atto benefico con subdole cattiverie.
Il tuo orgoglio senza parole va sempre contro il loro gusto; giubilano, se qualche volta sei tanto modesto da essere vanitoso
Nell’atto stesso in cui noi riconosciamo qualcosa in un uomo, questo qualcosa prende fuoco in lui. Perciò guardati dalle persone meschine!
Essi si sentono meschini di fronte a te, e la loro bassezza cova, ardente sotto la cenere una vendetta invisibile. Quante volte sono ammutoliti al tuo apparire, e la loro forza li ha abbandonati come il fumo di un fuoco che si estingue: non l’hai notato?
Sì, amico mio, tu sei la cattiva coscienza dei tuoi prossimi: essi infatti non sono degni di te. Perciò ti odiano e vorrebbero succhiarti il sangue.
I tuoi prossimi saranno sempre mosche velenose; ciò che in te è grande – proprio questo non può non renderli più che velenosi e sempre più mosche.
Amico mio, fuggi nella tua solitudine e là dove spira un’aria forte e inclemente. Non è tuo destino essere uno scacciamosche. –
Così parlò Zarathustra.

NOTA  -  La frase di Brecht non significa elogio dell’ateismo (posizione che personalmente rifiuto come rifiuto quella di credente e di religioso), ma rinuncia di idee preconcette e assolutiste. Vi è uguaglianza delle potenzialità nella ricerca, ma la verità è una conquista individuale e non tutti gli uomini sono uguali sul piano delle realizzazioni (uguaglianza dei diritti, ma non dei doveri: chi è più in alto – cfr. il maestro nel Gioco delle perle di vetro di Hesse – ha più doveri). La strada è per tutti – cammelli compresi –, ma sarà percorsa solo da chi vorrà e ne sarà capace. Solo i capaci da cammelli diventeranno leoni. E solo gli ancora più capaci da leoni fanciulli. Troppo superficiale invece la posizione di chi ritiene valide tutte le diverse vie, a patto di mantenere una sola meta.

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.