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26 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 14

Continuano le riflessioni che dal Canada e Libano di Nawal, attraverso la Tebe di Edipo e Atene di Oreste, mi hanno portato all'Edmond Dantès della Francia di Luigi Filippo.

Ma il mio punto di vista è del mondo di oggi...


Chi nega la prospettiva della casualità sfortunata nella vicenda di Edipo grosso modo fa le seguenti valutazioni.

Qual era la probabilità di un neonato abbandonato sul monte Citerone di essere raccolto e non perire? E la probabilità di andare a Tebe e non altrove? E di incontrare per la strada due tizi che lo aggrediscono e che lui uccide? Qual era la probabilità di diventare re sposando la regina vedova? E così via. La probabilità di una tale catena di eventi è talmente minima da spingere a concludere: non potendo capitare per caso, è successo così perché così doveva succedere. Pare quasi che Edipo sia la pallina del flipper che una volta lanciata sul piano inclinato andrà sì! qua e là con rapide ed effimere risalite, ma alla fine sempre laggiù dovrà terminare la corsa, proprio nella buca di uscita. Volontà superiore? No, semplice fisica elementare. Conclusione: il destino lì ha portato Edipo, perché così doveva andare. Il determinismo è tentazione più insidiosa del serpente del Paradiso Terrestre!

E’ infatti immediato ribattere che una probabilità pur piccola piccola, quasi vicina allo zero, non è zero (cioè evento impossibile). Per cui un evento con una sia pur minima probabilità di verificarsi non è affatto impossibile e non si può correttamente dedurre che non potrebbe mai accadere se non ci fosse una "superiore volontà”.

Ancora. Edipo abbandona volontariamente la città. E perché non andare dalla fiorente Corinto alla altrettanto fiorente Tebe, un grande centro distante solo un centinaio di chilometri, una manciata di ore di strada a piedi? E’ litigioso con due arroganti che pretendono la precedenza? I due sono arroganti perché uno è il re di Tebe, Edipo ribatte irascibile perché è figlio del re di Corinto e, per di più, si trova in uno stato psicologico alterato dalla recente scoperta: il litigio diventa praticamente obbligato ed è nelle cose che in uno scontro fisico il più giovane abbia la meglio. Il matrimonio con Giocasta non è dettato da legami di amore (mancano corteggiamento e una qualche, per così dire, “affinità elettiva”), ma è legittimazione dell’autorità ottenuta.

Improbabile? Forse; ma improbabile non vuol dire impossibile.

Accade spesso che in certi avvenimenti tragici della vita quotidiana si pretenda l’intervento del destino, che invece non va scomodato. Per esempio. In un rettilineo un’auto guidata da un giovane esce di strada nell’unica curva a gomito del percorso e si scontra contro l'unico albero della zona. Era buio, pioveva, l’auto è distrutta e il guidatore è morto.

Comunemente si dice: è stata una fatalità, era il suo destino morire così, un metro prima o un metro dopo e non sarebbe morto!

Se analizziamo la situazione dovremmo invece fare un ragionamento diverso.

Era tardi; era buio e pioveva. Il guidatore, uscendo a quella determinata ora da quel particolare locale, con quel certo grado di stanchezza, andando a quella velocità (né di più, né di meno) con quel grado di usura di freni e pneumatici sull’asfalto bagnato, muovendo leggermente il volante in un verso e nell’altro, come si fa guidando, proprio con quei movimenti esigui e non con altri, aveva innestato una catena di piccoli eventi che “necessariamente” ha portato l’auto ad uscire di strada in quel particolare punto (non prima né dopo) con quella direzione e quella velocità e terminare la corsa contro l’unico albero della zona e non altrove.

Conclusione: non è stato il destino, ma la conseguenza di una serie di eventi innestati da chi era alla guida. [Sono debitore di questo esempio al prof. Matteo Saudino del canale Youtube Barbasophia].

Si può anche aggiungere: era estremamente difficile (se non impossibile) prevedere la successione esatta degli stessi eventi prima del loro verificarsi, ma è sbagliato attribuire a un presunto destino fatale la responsabilità del loro verificarsi.

E’ corretto supporre che il destino dell’uomo Edipo fosse segnato dal Fato?

Se consideriamo Edipo un singolo uomo è certo “surplus metafisico” immaginarlo perseguitato dalla sorte: perché mai avrebbe dovuto nascere con quel destino già stabilito? E poi: stabilito da chi, o da cosa? E perché?

Se invece consideriamo Edipo un simbolo collettivo, allora la risposta può essere diversa. Se per esempio Edipo viene inteso come segno della società al femminile di contro a Creonte segno di quella al maschile, allora il suo destino è segnato dalla fatalità, non metafisica ma storica, e il simbolo Edipo ha effettivamente il destino segnato. Che poi il vincitore Creonte si trovi sperduto tra macerie e cadaveri non potrebbe essere una rivalsa mitologica del narratore di parte perdente? Non sempre la storia è scritta dai vincitori!

*

Credo comunque che si debba essere molto prudenti in letture così particolari, perché il rischio di stravolgere il mito può essere elevato.

Narwan non è nel mito: è una donna di oggi. E’ stata torturata e violentata: l’innamorato ucciso dai fratelli, il figlio sottrattole alla nascita, rinchiusa per quindici anni in una cella lunga appena tre passi, torturata e violentata. Scoprirà – ultimo colpo della sorte! – che il violentatore padre dei suoi figli è lo stesso figlio mai dimenticato. Eppure il suo appello contro l’odio, sapiente sintesi di forza e bellezza malgrado tutto e malgrado tutti, è un inno alla libertà che stravolge i singoli fatti e dà significato al futuro contro i nichilismi intellettuali.

E’ quello di Narwan un destino immutabile già scolpito nelle stelle oppure una serie di coincidenze sfortunate?

Anche qui la risposta dipende dalla prospettiva di chi risponde: per gli uni è sbagliata la risposta degli altri, e viceversa.

La risposta di Edipo è rivolta alle figlie: Ma esiste un'unica parola, che premia ogni durezza della vita: intimità, quel sentirvi sue che da nessun altro aveste, più che da questo vecchio, che vi lascia, e che non sopporterete più nei vostri giorni. Altri traducono “intimità” con amore; e amore da nessuno più che da me ne aveste, conclude Edipo il saluto alle figlie.

E’ una risposta sorprendentemente personale e soprattutto intima, anche nel caso in cui Edipo, Antigone e Ismene vengano intesi come gli ultimi sprazzi della morente religione al femminile: non ci sono connessioni del vecchio che scompare con il nuovo che sorge. Per questi motivi non può esserci una risposta universale; però come non cogliere la bellezza di Edipo e di Narwan?

La risposta di Narwan è diretta ai figli ma è pure un grande messaggio di speranza che travalica i singoli personaggi e le prospettive parziali per assumere valenza generale, oserei dire universale. Il notaio libanese aveva detto ai gemelli: Voi dovete capire che quel periodo è una successione di rappresaglie susseguitesi l'un l'altra in una logica implacabile, come in una addizione. Narwan vuole spezzare la catena dell'odio. Rifiuta la logica implacabile che incasella il mondo in vittime e colpevoli, cioè in buoni e cattivi.

Attenzione! Non significa non schierarsi perché hanno tutti ragione o tutti torto; vuol dire che è necessario schierarsi, ma senza partigianerie e faziosità.

In gran parte degli uomini prevalgono spinte irrazionali. L’uomo cerca posizioni sicuramente drastiche ma... molto rassicuranti, specie in questo odierno mondo “fluido” dove non c’è più bianco e nero ma solo un amorfo grigio. Chi non ha mai provato la tentazione di trasformare una persona non amica in nemico (ho un nemico, quindi esisto), il desiderio di prevaricazione (io comando, quindi sono), il desiderio di alzare le mani (io picchio, quindi valgo) piuttosto che convivere pacificamente con gli altri (come se si dicesse: io convivo, quindi non valgo)? Chi non giustifica il proprio diritto di rivalsa e vendetta (se lo fanno loro, perché io no?) o di semplice dispetto verso gli altri?

Come se dicesse: Io… tutto questo, quindi io sono.

E invece no!… tu non sei.

(continua)


18 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 5

Altra puntata del mio caleidoscopio di prospettive... 


Antigone.

Edipo ha quattro figli. I due maschi, successori al trono, Eteocle e Polinice, gli impongono di lasciare la città (taglio netto col passato?); le femmine lo accompagnano, accentuando la cesura. La religione al maschile non vuole essere prosecuzione della precedente ma pretende essere qualcosa di nuovo. Le figlie raccolgono l’eredità del padre e Antigone sarà antagonista di Creonte e ultima paladina del mondo che sta scomparendo. Con lei possiamo restituire dignità collettiva ad una storia che il sentire moderno vuole relegata nei meandri dell’intimo privato.

La vicenda è lineare nella sua semplicità. Antigone alla morte di Edipo ritorna a Tebe, in guerra per la successione al trono dei due fratelli, che infine si danno reciprocamente la morte. Mentre il re in carica Eteocle è sepolto con tutti gli onori (è il re e non importa sia venuto meno alla parola data al fratello di regnare un anno a testa), Polinice dovrà essere abbandonato senza sepoltura quale sovvertitore dell’ordine stabilito (non importa che volesse far valere il suo diritto contro il fratello fedifrago) e traditore della patria. Antigone si oppone al divieto e re Creonte ordina di seppellirla viva per disobbedienza alla legge della città. Antigone nella tomba murata si uccide. Il di lei promesso sposo Èmone, figlio di Creonte, si uccide, e si uccide pure la madre Euridice, moglie di Creonte. La società al maschile vince e distrugge l’altra (Giocasta, la regina legittima, è morta e Antigone, figlia di Giocasta, muore), della quale non vuole essere erede. Nasce ex novo qualcosa di diverso. Di migliore?

La prospettiva laica integrale vede Creonte e Antigone come rappresentanti del diritto civile il primo e religioso la seconda. Giustamente – conclude – le regole dello stato civile (di tutti, anche dei non religiosi) devono avere il sopravvento sulle regole religiose (valide solo per i religiosi).

La prospettiva religiosa integrale interpreta la situazione esattamente al contrario: le regole religiose devono (dovrebbero) avere il sopravvento perché legge non umana ma divina.

Entrambe le prospettive interpretano le conseguenze finali (lo stato vince con risultati disastrosi) come conseguenza del contrasto: è stata stolta l’opposizione della religione (dicono gli uni) oppure dello stato (dicono gli altri).

Una prospettiva meno antagonista riconosce l’esistenza del dilemma e ne vuole attenuare la drammaticità: nel contrasto tra legge civile e legge morale a quale deve andare la prevalenza ed entro quali limiti?

Primato alla legge dello stato, a patto che questo sia libera associazione di uomini? In caso di stato autoritario il dilemma non si dovrebbe porre?

Oppure primato alla legge morale? Ricordate?… La volta stellata sopra di me e la legge morale in me?

Credo non possa esistere una risposta definitiva nel mondo del relativo. Ma possiamo cogliere spunti per le nostre riflessioni.

Possiamo leggere la morte di Antigone e di Èmone, figlio di Creonte, come la definitiva scomparsa della società al femminile della “Legge di Natura” contro la società al maschile della “Legge sociale. Sono due società inconciliabili il cui antagonismo viene risolto dalla storia. O dalla forza?

Antigone è antagonista di Creonte. Il nome proviene da antì = “contro”, “in contrasto”, “in sostituzione di” e gonos = “nato”, “generato”, quindi: generato, nato in contrasto, contro qualcuno o qualcosa”. Antagonista deriva da antì = contro, in contrasto e agonistès = lottatore (da agòn=contesa).

Creonte a sua volta deriva da kréon = governante, sovrano, reggente. Chi portava questo nome aveva una posizione di prestigio, nobiltà e dominio (dunque: potere). E’ chiaramente il punto di vista al maschile.

Creonte, le leggi dello stato e della “nuova società”, vincerà contro Antigone, la legge degli dei e della “vecchia società” nella contesa sul seppellimento del fratello traditore dello stato che lo stato aveva condannato a restare insepolto.

Non si cada nell’errore, tipico della contemporaneità, di personalizzare il contrasto. Qui sono di fronte non zio e nipote ma due concezioni inconciliabili. Creonte: Chi per tracotanza fa violenza alle leggi vigenti… non avrà da me in nessun caso lode. (…) L’anarchia è il peggiore dei guai, quella che uccide gli Stati, quella che spianta le case. Così Creonte, rappresentante della legge, che però non si pote il problema della legge “giusta o ingiusta”, ma solo della legge “in vigore”. Antigone invece: A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degli Inferi, Dice, fissò mai leggi simili fra gli uomini… Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove.

Il contrasto ci suggerisce una (tra le tante) chiave di lettura. Sottolineo una, perché il mito per sua stessa natura è polisemantico; e lo è perché così è l’uomo.


(continua)

17 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 4

 Continua il lavoro Nawal, Edipo, Oreste, Edmond


La forza del mito è straordinaria; mi affascina supporre che ci sia altro.

Per sommi capi possiamo intendere il processo svolgersi lungo alcune tappe.

La rivoluzione del neolitico permise il passaggio da una economia di caccia e raccolta e allevamento sporadico ad una economia basata su allevamento più intensivo e agricoltura ove la riproduzione (animale e vegetale) assume rilevanza fondamentale (legata alla sopravvivenza dell’uomo). Le prime tracce archeologiche di credenze religiose consistono in figure femminili (suggerite dalla fecondità della terra? dalla nascita degli animali? il femminile come ciò che dispensa la vita?). Nella successiva età dei metalli (rame, bronzo e finalmente ferro, in Europa dal X secolo ac in poi) si è avuta una radicazione e diffusione di pratiche agricole, con domesticazione di piante e animali. E quindi (ricordiamo l’importanza delle simboliche fondamenta nella costruzione del Tempio di Salomone!) con preminenza religiosa della figura femminile. Archeologi ed etnografi concordano sul ruolo sussidiario che il culto miceneo (isola di Creta, secondo millennio precedente la nostra era) attribuisce alle figure divine maschili rispetto alle femminili. I misteri della vita fisiologica della donna paiono come manifestazioni di una oscura potenza divina; la maternità è alla base della continuità del gruppo e quindi base sociale stabile della famiglia, cellula basilare della tribù, del clan, della gens, e quindi della società organizzata.

Nel linguaggio della Grecia classica vi sono ancora tracce significative di un antico sistema matrilineare. Adelphos (il greco fratello nel senso di parente, confratello, connazionale, della stessa religione o tribù) deriva da delphús (= utero, vulva) con il senso letterale di “nato dallo stesso grembo, dallo stesso utero”. Invece il latino frater = fratello e anche frate, proviene dal greco phràtria, raggruppamento sociale che solo successivamente assume anche il carattere personale di parentela. Alcuni lo fanno provenire dal sanscrito bhra (= portare, sostenere, sostentare, nutrire) come aiuto per procurare cibo a sorelle ed anziani genitori e aiuto nelle faccende domestiche più gravose che abbisognavano di maggior robustezza.

La donna nella religione minoica appare tutt’uno con la vita istintiva e finisce con il dare caratteristiche istintuali e sensitive, non intellettuali (come sarà nella successiva religione greca) alla vita i tutti i giorni. Possiamo parlare di religione al femminile?

Verso la metà del II millennio prima di Cristo, in concomitanza con la fine della civiltà minoica, compaiono gli Achei, popoli indoeuropei che si stabiliscono in Grecia. Dal punto di vista religioso non si notano modifiche sostanziali tranne la preminenza di deità maschili sulle “preesistenti” femminili.

E’ fondato supporre un passaggio da un pensare religioso e sociale al femminile a un pensare religioso e sociale al maschile? un cambiamento valoriale e comportamentale ove nuovi paletti assumono il ruolo paradigmatico?

Rifletto, con il senno (e con tutti i limiti!) del poi. Il “passaggio” dal femminile al maschile è effettivamente fondato oppure la religione al femminile è una prospettiva narrativamente (e, sotto tono, negativa?) sopravvalutata per legittimare la successiva preponderanza maschile, solare, apollinea, spiegata pure con una presunta minorità femminile basata sull’istintualità? Creonte al figlio che supplica per Antigone è lapidario: ...Nessun cedimento ad una donna. Se cadere si deve, dopo tutto, meglio che avvenga per mano d’un uomo; né mai vorrei che di noi si dicesse che siamo schiavi in balìa di una donna. Ad Antigone dice: Mai, finch’io viva, prevarrà una donna.

Il maschilismo odierno vien proprio da lontano!

*

La discendenza nella società al femminile è chiara e netta: il figlio naturaliter discende dalla madre. Non c’è bisogno di prove, lo mostra la natura. Il femminile trasmette l’auctoritas. Non c’è bisogno di altro: mater certa est.

Nella società al maschile invece l’auctoritas si trasmette per legittima discendenza: il nuovo nato è erede non per nascita dalla “madre giusta”, ma perché legittimo figlio del “padre giusto”. Ricordiamo tutti il parto di Costanza imperatrice, la madre di Federico II, in piazza a Jesi per mostrare la legittimità del neonato! Legittimo, latino legitimus, è termine composto da lex = legge e dal suffisso -timus che indica appartenenza. Quindi è colui che ha le qualità (i nostri buoni costumi?), le condizioni richieste dalla legge. Il discendente è tale perché così è indicato dalla legge.

Grossolanamente, potremmo dire che il contrasto tra religione al femminile e religione al maschile sta nella contesa tra principio naturale (l’uomo nella fisicità) e legge della società (l’uomo nella sfera intellettuale astratta delle regole sociali): là ha il sopravvento la natura, qui la legge-convenzione sociale.

In una società che sta trasformandosi in società al maschile, Edipo con la risposta al quesito della Sfinge si dichiara appartenente al vecchio mondo al femminile (l’uomo nella sua fisicità, che nasce dalla donna ed è uomo perché appunto nasce dalla donna ed è uomo fisico nell’infanzia, maturità, vecchiaia e poi muore), e infatti avrà bisogno del legame con la regina per essere re. Creonte invece è l’uomo della nuova religione al maschile (re perché legittimo fratello – non sposo – della regina e appartiene quindi alla stessa famiglia reale). Prima di Edipo è reggente-re (al maschile), provvisorio, dal potere (del maschio) non ancora consolidato: infatti dovrà lasciare il trono. Dopo la morte di Eteocle ritorna a reggere il trono e si trova in contrasto con Antigone. Nella prospettiva delle due religioni l’antagonismo Creonte-Antigone è senza possibilità di accordi e diventerà mortale: lei dalla parte della religione al femminile, lui di quella al maschile. Creonte vincerà, ma si troverà solo, tra cadaveri. Fuor di metafora, la società al maschile vincerà, lasciando dietro di sé una scia di morti (orrenda scia dal punto di vista femminile, ma necessaria conseguenza del nuovo potere dall’altro punto di vista).


(continua)


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.