Il Candidato entra dalla porta del Nord e viene condotto attraverso il Labirinto. Gli viene ricordata la caduta di Helel e la desolazione nella città dopo la scomparsa della letizia.
Il Venerabile Patriarca ricorda la Muratoria del Legno, risalente a Noach, che con il legno costruì l’Arca dell’Alleanza tra l’Eterno e i Viventi.
E in questo grado,- dice il Venerabile Patriarca - dopo aver rivissuto l’immenso dramma dell’inizio dei tempi, dramma che ancora segna il cammino dei Viventi, voi vi apprestate ad edificare nuovamente l’Arca, poiché perenne è la minaccia delle Acque della Morte e perenne dev’essere la rigenerazione del Noachita.
Costruite dunque un’Arca ampia e stabile come la dimora dell’Eterno, accogliete in essa, senza esclusioni, tutti i Viventi, per condurli nella Sublime Terra dell’Armonia.
Il Candidato si impegna alla costruzione dell’Arca Universale e ad affrontare al giusto tempo il viaggio verso la Sublime Terra dell’Armonia. Vivida e trasparente è in lui la memoria dell’Eden: lavorando alla costruzione dell’Arca nei boschi e nella campagna, tra il profumo flagrante degli olivi, dei cedri, dei cipressi, delle rose e dei gigli in ogni istante ha avvertito la Divina Presenza.
giovedì 31 dicembre 2009
8.1.1 Leggenda del Grado
Gli uomini di Egitto, basandosi sulla legge di analogia, consideravano luoghi, pietre, piante e animali corrispondenti a differenti qualità Divine. I figli di Israele tradussero la legge di analogia nel Libro Sacro.
I Padri Antichi veneravano l’Eterno nei boschi e giardini (intelligenza e saggezza) ed ogni pianta era il simbolo di un aspetto del Bene e del Vero. L’Eden era simbolo della purezza e della ricchezza che la Virtù porta in sé. La Verità Infinita è come un fiume che nessuno può attraversare; al momento di entrare nella mente umana si divide e delimita, analogicamente al Fiume della Vita che si quadripartisce nella Terra Sacra.
Dapprima la Verità entra nella regione più intima ed elevata, poi discende spontaneamente ai livelli intermedi ed inferiori, fino a coprire l’intero uomo, collegandolo all’Oceano della Divina Manifestazione. Nel rito dei quattro guadi - insegna il Venerabile Patriarca - voi avete percorso a ritroso il cammino della Verità Infinita, risalendo dalle caviglie del Fondamento ai ginocchi del Movimento e attraversando poi le anche della Sensazione per giungere alla base del capo, ove risiede il Principio della Coscienza.
Il mondo esterno è simbolo del mondo interiore. Come la Legge Divina regnava sulla Natura, così ora regna sul Massone Illuminato.
I Padri Antichi veneravano l’Eterno nei boschi e giardini (intelligenza e saggezza) ed ogni pianta era il simbolo di un aspetto del Bene e del Vero. L’Eden era simbolo della purezza e della ricchezza che la Virtù porta in sé. La Verità Infinita è come un fiume che nessuno può attraversare; al momento di entrare nella mente umana si divide e delimita, analogicamente al Fiume della Vita che si quadripartisce nella Terra Sacra.
Dapprima la Verità entra nella regione più intima ed elevata, poi discende spontaneamente ai livelli intermedi ed inferiori, fino a coprire l’intero uomo, collegandolo all’Oceano della Divina Manifestazione. Nel rito dei quattro guadi - insegna il Venerabile Patriarca - voi avete percorso a ritroso il cammino della Verità Infinita, risalendo dalle caviglie del Fondamento ai ginocchi del Movimento e attraversando poi le anche della Sensazione per giungere alla base del capo, ove risiede il Principio della Coscienza.
Il mondo esterno è simbolo del mondo interiore. Come la Legge Divina regnava sulla Natura, così ora regna sul Massone Illuminato.
8.1 Massone Illuminato
Il recipiendario viene accolto con la proclamazione che il Maestro dei Liberi Muratori è il Supremo Patriarca dei Mondi, intendendo come tale chi sovrintende al Grande Tempio della Natura Primordiale (appunto la natura pre-noetica): l’Arca Noachita infatti rappresenta il Grande Tempio della Natura Primordiale, il solo modello degno della imitazione dei Liberi Muratori.
Il candidato compie a ritroso, guidato dalla Stella Vespertina, il cammino dall’Abisso all’Eden di Luce, da Settentrione (l’oscurità, perno del cammino di Luce sempre nascosto alla vista), a Occidente (stazione del tramonto), a Meridione (apice della potenza luminosa) fino a Oriente, l’Alba Orientale che racchiude in sé la Tenebra, il Tramonto e lo splendore Diurno.
All’Ara riceve la Luce dell’Eden e la diffonde attraverso i tre punti cardinali attraversati.
Contempla inoltre il Nome Ineffabile Fiammeggiante. In esso stanno il Padre, la Madre, la loro perpetua congiunzione e la Matrice Universale delle Forme Viventi, cioè al di là della identificazione con princìpi religiosi (che a mio parere limiterebbero l’universalità del simbolo) riconosce la centralità di un Principio entro il quale sono comprese tutte le possibilità. Il camminatore nel suo cammino non può avanzare alla cieca, ma ha bisogno di una guida (la stella) non tanto per seguire quanto per possedere un orientamento interno (attenzione: guida, non luce! - guida interna, non esterna!) che gli permetta di non perdere la via oppure di ritrovarla in caso di diversioni.
Il recipiendario stipula il triplice patto stabilito con l’Eterno (tenere sacro il Nome Ineffabile e seguire i Comandamenti), con i Viventi (rispettare l’Armonia della Natura Primordiale) e con se stesso (verità, fedeltà e giustizia).
Ritorna il motivo del Patto, alla base dell’esistenza di popoli (e religioni: l’ebraismo). Il patto giuridicamente è un contratto tra due persone (i contraenti) che appunto per il fatto stesso di “patteggiare” si riconoscono uguali o almeno di pari dignità. Se nella religione può essere una concessione dall’alto (la divinità che si degna di “abbassarsi” patteggiando con chi ha creato come l’adulto si rivolge al bimbo promettendo un premio in cambio di un comportamento educato) il camminatore si pone in un’ottica diversa: l’uomo riconosce un altro da sé (l'altro contraente del patto) e si impegna. Nel corso del cammino riconoscerà che fondamentalmente il patto è un triplice accordo con se stesso.
In virtù del patto può rivivere la Festa delle Capanne al termine del raccolto,antica festività ebraica durante la quale ognuno viveva per sette giorni in una capanna di frasche, che si era costruito, senza l’ausilio di utensili di metallo, come memoriale della Grande Opera divina, cioè come preparazione all’entrata nella Terra dell’Eden, la Terra dei Quattro Fiumi, all’angolo nord-est, il luogo della sorgente più elevata del mondo: Qui abitarono i nostri Antenati... Punto di intersezione tra la Luce e le Tenebre. Il neofita vive il rito dei quattro guadi: nel primo guado l’acqua giunge alle caviglie, nel secondo alle ginocchia, nel terzo alle anche, ma nel quarto alla base del capo, impedendo il passaggio e interrompendo il cammino.
Il candidato compie a ritroso, guidato dalla Stella Vespertina, il cammino dall’Abisso all’Eden di Luce, da Settentrione (l’oscurità, perno del cammino di Luce sempre nascosto alla vista), a Occidente (stazione del tramonto), a Meridione (apice della potenza luminosa) fino a Oriente, l’Alba Orientale che racchiude in sé la Tenebra, il Tramonto e lo splendore Diurno.
All’Ara riceve la Luce dell’Eden e la diffonde attraverso i tre punti cardinali attraversati.
Contempla inoltre il Nome Ineffabile Fiammeggiante. In esso stanno il Padre, la Madre, la loro perpetua congiunzione e la Matrice Universale delle Forme Viventi, cioè al di là della identificazione con princìpi religiosi (che a mio parere limiterebbero l’universalità del simbolo) riconosce la centralità di un Principio entro il quale sono comprese tutte le possibilità. Il camminatore nel suo cammino non può avanzare alla cieca, ma ha bisogno di una guida (la stella) non tanto per seguire quanto per possedere un orientamento interno (attenzione: guida, non luce! - guida interna, non esterna!) che gli permetta di non perdere la via oppure di ritrovarla in caso di diversioni.
Il recipiendario stipula il triplice patto stabilito con l’Eterno (tenere sacro il Nome Ineffabile e seguire i Comandamenti), con i Viventi (rispettare l’Armonia della Natura Primordiale) e con se stesso (verità, fedeltà e giustizia).
Ritorna il motivo del Patto, alla base dell’esistenza di popoli (e religioni: l’ebraismo). Il patto giuridicamente è un contratto tra due persone (i contraenti) che appunto per il fatto stesso di “patteggiare” si riconoscono uguali o almeno di pari dignità. Se nella religione può essere una concessione dall’alto (la divinità che si degna di “abbassarsi” patteggiando con chi ha creato come l’adulto si rivolge al bimbo promettendo un premio in cambio di un comportamento educato) il camminatore si pone in un’ottica diversa: l’uomo riconosce un altro da sé (l'altro contraente del patto) e si impegna. Nel corso del cammino riconoscerà che fondamentalmente il patto è un triplice accordo con se stesso.
In virtù del patto può rivivere la Festa delle Capanne al termine del raccolto,antica festività ebraica durante la quale ognuno viveva per sette giorni in una capanna di frasche, che si era costruito, senza l’ausilio di utensili di metallo, come memoriale della Grande Opera divina, cioè come preparazione all’entrata nella Terra dell’Eden, la Terra dei Quattro Fiumi, all’angolo nord-est, il luogo della sorgente più elevata del mondo: Qui abitarono i nostri Antenati... Punto di intersezione tra la Luce e le Tenebre. Il neofita vive il rito dei quattro guadi: nel primo guado l’acqua giunge alle caviglie, nel secondo alle ginocchia, nel terzo alle anche, ma nel quarto alla base del capo, impedendo il passaggio e interrompendo il cammino.
mercoledì 30 dicembre 2009
8 La Massoneria del legno
Accanto alla massoneria della pietra si trovano una massoneria del legno e una massoneria del ferro, in accordo col ritmo ternario che pervade l’universo.
[Il ritmo ternario è pure indicato dalle tre figure nella direzione dei lavori muratori (il Venerabile e i due Sorveglianti nell’Ordine, i tre Principali nel sistema dell’Arco Reale, ecc.)].
Se riflettiamo sulle tecniche costruttive tradizionali, immediatamente risalta la presenza, accanto alla pietra ed ai materiali connessi, del legno e del ferro: legno non solo per impalcature ma anche come componente essenziale della costruzione (travi di sostegno e copertura, travetti, ecc.) e ferro come elemento denotante per esteso i metalli in genere (in primis grappe di sostegno e di “chiusura” delle pietre, ecc.).
Nulla ho da dire sulla massoneria del ferro (sulla quale comunque rifletto da parecchio tempo) se non che non è praticata [sporadiche notizie si trovano nella Nuova Enciclopedia Massonica di Moramarco, Reggio Emilia, 1989,v. 1, p. 317].
Invece è simbolicamente interessante la massoneria del legno, che risulta complementare a quella della pietra: dopo aver incontrato Hiram il massone conosce Noè (o Noach). In Italia la Massoneria del legno nell'ambito del Grande Oriente è “praticata" nell'Antico Rito Noachita.
Il maestro massone che bussa alla porta dell’Arca rappresenta come Massone Illuminato l’uomo degno e qualificato alla ricerca dell’armonia universale: il ricercatore che sente tutto il disagio della propria situazione particolare.
Come Massone Sublime si impegna alla costruzione dell’Arca dell’Alleanza, cioè si impegna in prima persone alla costruzione dei mezzi per raggiungere ciò che cerca.
Come Massone Perfetto rivive l’archetipo di Noach il giusto, che costruisce l’Arca, seguendo quel comando interiore al quale non ci si può sottrarre, naviga sulle acque del diluvio, assiste al volo del corvo e ai voli della colomba, il primo – provvisorio - e il secondo - definitivo – durante il quale la colomba supera l’orizzonte e non ritorna più indietro.
Diventa quindi contraente del Patto tra i viventi e l’Altrove e sente imperativa la partecipazione alla vita, ma al contempo sentendosene fondamentalmente distaccato nella imperturbabilità del saggio. Non considera la vita fisica un valore da difendere a tutti i costi, ma riesce ad inquadrarla in una visione più ampia. Come contraente del patto non parteggia per nessuna fede o ideologia, nella convinzione che in tutti esiste un sia pur minimo collegamento con l’universale, indicato dalla colomba pronta a spiccare il grande volo. Questa una prima grande lezione da mettere in pratica.
Certo, l'uomo sente un “io devo” imperativo e forse non tutti lo sentiamo con la stessa intensità. Ma i princìpi ai quali si deve ispirare l’uomo debbono essere calibrati secondo la regola aurea del non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te. Prendere come ispirazione la figura di Noè, contraente, a nome di tutti gli uomini, del Patto con l’Eterno significa riconoscere princìpi superiori alla realtà individuale o alle singole realtà collettive. Significa assumere regole generali che possano informarsi sì alle singole tradizioni, ma che da queste possano e debbano distaccarsene, se non altro per permettere che esse non si combattano o distruggano a vicenda ma possano coesistere armonicamente.
[Il ritmo ternario è pure indicato dalle tre figure nella direzione dei lavori muratori (il Venerabile e i due Sorveglianti nell’Ordine, i tre Principali nel sistema dell’Arco Reale, ecc.)].
Se riflettiamo sulle tecniche costruttive tradizionali, immediatamente risalta la presenza, accanto alla pietra ed ai materiali connessi, del legno e del ferro: legno non solo per impalcature ma anche come componente essenziale della costruzione (travi di sostegno e copertura, travetti, ecc.) e ferro come elemento denotante per esteso i metalli in genere (in primis grappe di sostegno e di “chiusura” delle pietre, ecc.).
Nulla ho da dire sulla massoneria del ferro (sulla quale comunque rifletto da parecchio tempo) se non che non è praticata [sporadiche notizie si trovano nella Nuova Enciclopedia Massonica di Moramarco, Reggio Emilia, 1989,v. 1, p. 317].
Invece è simbolicamente interessante la massoneria del legno, che risulta complementare a quella della pietra: dopo aver incontrato Hiram il massone conosce Noè (o Noach). In Italia la Massoneria del legno nell'ambito del Grande Oriente è “praticata" nell'Antico Rito Noachita.
Il maestro massone che bussa alla porta dell’Arca rappresenta come Massone Illuminato l’uomo degno e qualificato alla ricerca dell’armonia universale: il ricercatore che sente tutto il disagio della propria situazione particolare.
Come Massone Sublime si impegna alla costruzione dell’Arca dell’Alleanza, cioè si impegna in prima persone alla costruzione dei mezzi per raggiungere ciò che cerca.
Come Massone Perfetto rivive l’archetipo di Noach il giusto, che costruisce l’Arca, seguendo quel comando interiore al quale non ci si può sottrarre, naviga sulle acque del diluvio, assiste al volo del corvo e ai voli della colomba, il primo – provvisorio - e il secondo - definitivo – durante il quale la colomba supera l’orizzonte e non ritorna più indietro.
Diventa quindi contraente del Patto tra i viventi e l’Altrove e sente imperativa la partecipazione alla vita, ma al contempo sentendosene fondamentalmente distaccato nella imperturbabilità del saggio. Non considera la vita fisica un valore da difendere a tutti i costi, ma riesce ad inquadrarla in una visione più ampia. Come contraente del patto non parteggia per nessuna fede o ideologia, nella convinzione che in tutti esiste un sia pur minimo collegamento con l’universale, indicato dalla colomba pronta a spiccare il grande volo. Questa una prima grande lezione da mettere in pratica.
Certo, l'uomo sente un “io devo” imperativo e forse non tutti lo sentiamo con la stessa intensità. Ma i princìpi ai quali si deve ispirare l’uomo debbono essere calibrati secondo la regola aurea del non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te. Prendere come ispirazione la figura di Noè, contraente, a nome di tutti gli uomini, del Patto con l’Eterno significa riconoscere princìpi superiori alla realtà individuale o alle singole realtà collettive. Significa assumere regole generali che possano informarsi sì alle singole tradizioni, ma che da queste possano e debbano distaccarsene, se non altro per permettere che esse non si combattano o distruggano a vicenda ma possano coesistere armonicamente.
7.2.1 Osservazioni
Al di là di invocazioni alla divinità (il Grande Architetto inteso come la generalizzazione del concetto di Dio nelle singole chiese cristiane ed ebrea) l’insegnamento fondamentale credo stia nella preparazione lungimirante alla riscoperta della Parola nel caso della sua probabile futura perdita (ammesso che si sia un tempo posseduta e poi persa la parola).
Innanzi tutto il fatto sconcertante (solo sconcertante?) che sia l’unica camera muratoria (almeno per quanto a mia conoscenza) dove un nuovo ingresso implica necessariamente la morte (sì, la morte mediante esecuzione sommaria!) di un adepto: dunque: il camminatore infingardo è destinato a perdersi (Attenzione! Il prossimo a morire potresti essere proprio te).
Il sistema criptico invita il massone a lavorare all'interno di se stesso.
Come procede il lavoro? Qui sta il difficile. Non esiste il perfetto manuale per il massone.
L’indicazione di Hiram Abif è chiarissima: Se morrò (…) la Parola Sacra sarà sepolta qui, dentro noi.
La Parola non è perduta, ma è in noi, e davanti alla morte, alla prospettiva della nostra morte fisica, non è possibile barare, tanto meno barare con noi stessi: la Parola è qui e la troveremo se saremo sinceri e obiettivi con noi stessi, se cioè sapremo compiere quell’esame introspettivo (da non confondersi con l'esame di coscienza tipico di un atteggiamento devozionale) che ci permetterà di raggiungerla. Il grado stesso ci indica che la Parola non è perduta, ma è solamente nascosta e alla portata di chi saprà cercare. Ancora una volta ci rendiamo conto che le Parole ritrovate nei gradi precedenti sono solo Parole Sostitutive e quella della quale siamo alla ricerca è la Nostra Parola Sacra!
Gli antichi ebrei resero fondamentale la Parola facendola scaturire da Dio. Noi, oggi, dobbiamo considerarla altrettanto importante cercando di farla scaturire da noi stessi. Non perché Dio l’ha nascosta in noi, ma perché noi siamo Dio. Dio è l’unica grande creazione umana da quando il primo nostro antenato alzò gli occhi al cielo e iniziò quel lungo cammino che lo portò da ominide a homo, da homo a homo sapiens e via via dovrà far avanzare noi sulla via verso l’homo deus, punto di incontro tra homo e deus.
Allora come ci potremo incamminare?
Non dobbiamo andare dove ci porta il vento, ma coscientemente cominciare ad eliminare la nostra zavorra.
Chi non si sente invaso da una sorta di delirio di onnipotenza quando si mette al volante della propria auto? Bene, questo delirio di onnipotenza deve essere cambiato, trasmutato in consapevolezza di raggiungere la meta.
Chi di noi non prova invidia, timore, orgoglio?
Bene, invidia, timore, orgoglio devono essere eliminati e cambiati nella perseveranza e nella fermezza del proprio impegno, consapevoli della difficoltà del lavoro (l’orgoglio è l’ultimo vizio che si riesce a trasmutare, perché spesso si maschera in legittima soddisfazione per il lavoro compiuto).
E’ un lavoro solo concettualmente collettivo. La Camera criptica non è un cantiere, ma una camera di riflessione. Possiamo certo riflettere insieme sulle leggi che regolano la costruzione e che nelle camere precedenti abbiamo solo applicato. Qui dobbiamo capirle e capendole applicarle su noi, sul nostro ego, sul nostro io.
Non dimentichiamo l’esecuzione sommaria del fratello venuto meno ai propri compiti il cui posto noi abbiamo preso. Anzi, noi siamo entrati proprio perché quello è stato giustiziato.
Grande responsabilità per il recipiendario, che qui viene messo a un duro confronto con la propria coscienza. Impegno enorme, perché il compagno giustiziato è la nostra personalità, la nostra profanità che ancora sopravvive malgrado l’iter percorso da chi bussa alla porta della Cripta.
Il rituale dice: il vecchio sa che sta per morire, il saggio sa che morirà… Ma il saggio sa anche che la morte non è la meta, ma solo una tappa.
Innanzi tutto il fatto sconcertante (solo sconcertante?) che sia l’unica camera muratoria (almeno per quanto a mia conoscenza) dove un nuovo ingresso implica necessariamente la morte (sì, la morte mediante esecuzione sommaria!) di un adepto: dunque: il camminatore infingardo è destinato a perdersi (Attenzione! Il prossimo a morire potresti essere proprio te).
Il sistema criptico invita il massone a lavorare all'interno di se stesso.
Come procede il lavoro? Qui sta il difficile. Non esiste il perfetto manuale per il massone.
L’indicazione di Hiram Abif è chiarissima: Se morrò (…) la Parola Sacra sarà sepolta qui, dentro noi.
La Parola non è perduta, ma è in noi, e davanti alla morte, alla prospettiva della nostra morte fisica, non è possibile barare, tanto meno barare con noi stessi: la Parola è qui e la troveremo se saremo sinceri e obiettivi con noi stessi, se cioè sapremo compiere quell’esame introspettivo (da non confondersi con l'esame di coscienza tipico di un atteggiamento devozionale) che ci permetterà di raggiungerla. Il grado stesso ci indica che la Parola non è perduta, ma è solamente nascosta e alla portata di chi saprà cercare. Ancora una volta ci rendiamo conto che le Parole ritrovate nei gradi precedenti sono solo Parole Sostitutive e quella della quale siamo alla ricerca è la Nostra Parola Sacra!
Gli antichi ebrei resero fondamentale la Parola facendola scaturire da Dio. Noi, oggi, dobbiamo considerarla altrettanto importante cercando di farla scaturire da noi stessi. Non perché Dio l’ha nascosta in noi, ma perché noi siamo Dio. Dio è l’unica grande creazione umana da quando il primo nostro antenato alzò gli occhi al cielo e iniziò quel lungo cammino che lo portò da ominide a homo, da homo a homo sapiens e via via dovrà far avanzare noi sulla via verso l’homo deus, punto di incontro tra homo e deus.
Allora come ci potremo incamminare?
Non dobbiamo andare dove ci porta il vento, ma coscientemente cominciare ad eliminare la nostra zavorra.
Chi non si sente invaso da una sorta di delirio di onnipotenza quando si mette al volante della propria auto? Bene, questo delirio di onnipotenza deve essere cambiato, trasmutato in consapevolezza di raggiungere la meta.
Chi di noi non prova invidia, timore, orgoglio?
Bene, invidia, timore, orgoglio devono essere eliminati e cambiati nella perseveranza e nella fermezza del proprio impegno, consapevoli della difficoltà del lavoro (l’orgoglio è l’ultimo vizio che si riesce a trasmutare, perché spesso si maschera in legittima soddisfazione per il lavoro compiuto).
E’ un lavoro solo concettualmente collettivo. La Camera criptica non è un cantiere, ma una camera di riflessione. Possiamo certo riflettere insieme sulle leggi che regolano la costruzione e che nelle camere precedenti abbiamo solo applicato. Qui dobbiamo capirle e capendole applicarle su noi, sul nostro ego, sul nostro io.
Non dimentichiamo l’esecuzione sommaria del fratello venuto meno ai propri compiti il cui posto noi abbiamo preso. Anzi, noi siamo entrati proprio perché quello è stato giustiziato.
Grande responsabilità per il recipiendario, che qui viene messo a un duro confronto con la propria coscienza. Impegno enorme, perché il compagno giustiziato è la nostra personalità, la nostra profanità che ancora sopravvive malgrado l’iter percorso da chi bussa alla porta della Cripta.
Il rituale dice: il vecchio sa che sta per morire, il saggio sa che morirà… Ma il saggio sa anche che la morte non è la meta, ma solo una tappa.
domenica 27 dicembre 2009
7.2 Maestro Eletto
I lavori si svolgono nella Cripta segreta (collegata al vestibolo, la stanza più riservata di Re Salomone), sotto nove archi, otto dei quali in costruzione e solo l’ultimo, il nono, completo.
Il candidato impersona Zabud, fedele amico di Re Salomone, che, vista la porta della cripta aperta e la sentinella Ahishar addormentata, entra per essere subito bloccato dalle guardie. Dimostrata la sua innocenza (l'ingresso nella cripta non dipendeva da curiosità o disobbedienza, ma da fervore e zelo), la sentinella negligente viene giustiziata per inosservanza dei propri doveri e Zabud ammesso al posto vacante (il numero dei componenti ammessi non può superare ventisette).
Gli operai addetti alla costruzione del Tempio sanno già per rivelazione divina che il Tempio stesso sarà distrutto e il popolo tutto condotto in schiavitù, dimenticando il culto e i riti. Per impedire la sciagura, Dio stesso ha indicato ai Maestri Eletti di nascondere in luogo sicuro, appunto sotto il nono arco, quei Sacri Tesori citati nelle Sacre Scritture (il vaso di manna, il bastone di Aronne, il Libro in cui Mosè scrisse gli insegnamenti ricevuti): Vi verrà altresì posta la Parola e la chiave per decifrarla.
Il candidato impersona Zabud, fedele amico di Re Salomone, che, vista la porta della cripta aperta e la sentinella Ahishar addormentata, entra per essere subito bloccato dalle guardie. Dimostrata la sua innocenza (l'ingresso nella cripta non dipendeva da curiosità o disobbedienza, ma da fervore e zelo), la sentinella negligente viene giustiziata per inosservanza dei propri doveri e Zabud ammesso al posto vacante (il numero dei componenti ammessi non può superare ventisette).
Gli operai addetti alla costruzione del Tempio sanno già per rivelazione divina che il Tempio stesso sarà distrutto e il popolo tutto condotto in schiavitù, dimenticando il culto e i riti. Per impedire la sciagura, Dio stesso ha indicato ai Maestri Eletti di nascondere in luogo sicuro, appunto sotto il nono arco, quei Sacri Tesori citati nelle Sacre Scritture (il vaso di manna, il bastone di Aronne, il Libro in cui Mosè scrisse gli insegnamenti ricevuti): Vi verrà altresì posta la Parola e la chiave per decifrarla.
7.1.4 Hiram e Zarathustra
Quel grande dissacratore che fu Nietzsche colse nel segno quando parlò Della libera morte (in Così parlò Zarathustra – Un libro per tutti e per nessuno, Milano, 2003, p. 80).
Il massone camminatore potrà afferrare il senso della morte solo dopo essersi liberato dalle paure ancestrali della individualizzazione della specie. Allora sì che potranno imparare a consacrare le feste più belle (la morte è quindi non il termine cristiano della vita [Alla stessa concezione appartengono anche le immagini della Loggia Celeste e l'Onnipotente Mano del Supremo Maestro richiamate nel terzo discorso di Hiram] – sia pure con tutti gli abbellimenti dell’oltretomba – quanto una porta che si pone di fronte al camminatore). Per sua natura estraneo al devotismo religioso e consolatorio, che promette premi nel post mortem in cambio di una condotta retta il libero muratore affronta la porta e si affaccia sull'altrove. La morte, che in molti devoti viene vista con il terrore di chi teme la punizione eterna, non gli suscita paura e sgomento: è un atto necessario della vita, è l’altra faccia della vita (come d’altro canto la vita è l’altra faccia della morte).
Continua Zarathustra, quasi all'unisono con Hiram:
Attenzione. Zarathustra non predica la “bella morte” (in battaglia, durante un gesto epico, in uno slancio di altruismo), ma la morte per così dire “opportuna”: non si deve morire né troppo presto, né troppo tardi. Il camminatore è dunque giunto a un punto tale del cammino da “sapere” quando è il tempo “giusto” per morire: chiosando il 1° Sorvegliante, quando è giunto il tempo giusto e perfetto per morire. Non vuole, il massone, la morte che si avvicina di soppiatto e all’improvviso (anche se comunque deve essere sempre pronto, “con la valigia in mano”). Non vuole la morte che sopraggiunga troppo presto e non vuole la morte che tardi a venire: per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo.
Il camminatore è un felice connubio di forza e bellezza, fuor di metafora tra ragione e intuizione. L’intuizione può anche essere “giusta”, ma se non è supportata dalla necessaria forza raziocinante non può essere messa in pratica; la forza della ragione può essere vigorosa e possente, ma se non è “guidata” dall’intuizione rimane sterile e fine a se stessa. Se l’equilibrio tra forza e bellezza viene meno e l’una non riesce più a compenetrarsi con l’altra, allora l’unità complessa “uomo” perde la propria coesione e possono verificarsi (perché l’uomo così squilibrato lo vuole o crede di volerlo) atti contraddittori.
La famosa “conversione in punto di morte”, esempi della quale riempiono le apologetiche del devotismo di ogni religione, è il tipico risultato della perdita di equilibrio del decadimento dell’uomo fisico.
La morte è vista come una tappa del cammino. Il camminatore non sa se la tappa è l’ultima oppure è una delle tante (molte o poche) del percorso. Ma non se ne preoccupa: suo compito è di percorrere al meglio questa tappa, senza pensare alle (eventuali) successive (così insegna anche Hiram nel secondo discorso).
Simbolo del grado è il triangolo spezzato, che allude proprio a quanto temuto. Al momento di trasmettere la Parola si prende atto che uno dei tre, Hiram appunto, è mancato: la Parola non può essere trasmessa e viene sepolta nella cripta.
Molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto. Ancora suona insolita questa dottrina: «Muori al momento giusto!».[Perché questo - secondo Nietzsche - è il destino della noce: avere il guscio spezzato per essere mangiata, la migliore come la meno buona (così si sente migliore?). Al di là del punto di vista (sia pure simbolico) esclusivamente antropocentrico (la noce potrebbe obiettare che il suo destino, come frutto dell'albero noce, è di dar vita ad altri noci), la risultante dell’esistenza del frutto noce – dal punto di vista del mangiatore – è di essere degustata, la buona e la cattiva. Così tutte le noci aspirano ad essere schiacciate, atto appunto precedente la degustazione.].
Muori al momento giusto: così insegna Zarathustra. Certo, colui che mai vive al momento giusto, come potrebbe morire al momento giusto? Non fosse mai nato! - Questo consiglio io do ai superflui.
Ma anche i superflui si dànno grande importanza quando muoiono, e anche la più vuota delle noci vuol essere schiacciata
Per tutti, morire è una cosa importante: ma la morte non è ancora una festa. Gli uomini non hanno ancora imparato come si consacrano le feste più belle.
Il massone camminatore potrà afferrare il senso della morte solo dopo essersi liberato dalle paure ancestrali della individualizzazione della specie. Allora sì che potranno imparare a consacrare le feste più belle (la morte è quindi non il termine cristiano della vita [Alla stessa concezione appartengono anche le immagini della Loggia Celeste e l'Onnipotente Mano del Supremo Maestro richiamate nel terzo discorso di Hiram] – sia pure con tutti gli abbellimenti dell’oltretomba – quanto una porta che si pone di fronte al camminatore). Per sua natura estraneo al devotismo religioso e consolatorio, che promette premi nel post mortem in cambio di una condotta retta il libero muratore affronta la porta e si affaccia sull'altrove. La morte, che in molti devoti viene vista con il terrore di chi teme la punizione eterna, non gli suscita paura e sgomento: è un atto necessario della vita, è l’altra faccia della vita (come d’altro canto la vita è l’altra faccia della morte).
Continua Zarathustra, quasi all'unisono con Hiram:
Io vi mostro la morte come adempimento, la morte che per i vivi diventa uno stimolo e una promessa.
Colui che adempie la sua vita, morrà la sua morte da vittorioso, circondato dalla speranza e dalle promesse di altri.
Così si dovrebbe imparare a morire: e non vi dovrebbe essere festa alcuna, senza che un tal morente non consacrasse i giuramenti dei vivi!
Questa è la morte migliore; quindi viene: morire in battaglia e profondere un’anima grande.
Ma la vostra morte ghignante, che si avvicina furtiva come un ladro, e tuttavia viene come la padrona, - è odiosa tanto al combattente quanto al vincitore.
Vi faccio l’elogio della mia morte, la libera morte, che viene a me, perché io voglio.
Attenzione. Zarathustra non predica la “bella morte” (in battaglia, durante un gesto epico, in uno slancio di altruismo), ma la morte per così dire “opportuna”: non si deve morire né troppo presto, né troppo tardi. Il camminatore è dunque giunto a un punto tale del cammino da “sapere” quando è il tempo “giusto” per morire: chiosando il 1° Sorvegliante, quando è giunto il tempo giusto e perfetto per morire. Non vuole, il massone, la morte che si avvicina di soppiatto e all’improvviso (anche se comunque deve essere sempre pronto, “con la valigia in mano”). Non vuole la morte che sopraggiunga troppo presto e non vuole la morte che tardi a venire: per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo.
Il camminatore è un felice connubio di forza e bellezza, fuor di metafora tra ragione e intuizione. L’intuizione può anche essere “giusta”, ma se non è supportata dalla necessaria forza raziocinante non può essere messa in pratica; la forza della ragione può essere vigorosa e possente, ma se non è “guidata” dall’intuizione rimane sterile e fine a se stessa. Se l’equilibrio tra forza e bellezza viene meno e l’una non riesce più a compenetrarsi con l’altra, allora l’unità complessa “uomo” perde la propria coesione e possono verificarsi (perché l’uomo così squilibrato lo vuole o crede di volerlo) atti contraddittori.
La famosa “conversione in punto di morte”, esempi della quale riempiono le apologetiche del devotismo di ogni religione, è il tipico risultato della perdita di equilibrio del decadimento dell’uomo fisico.
La morte è vista come una tappa del cammino. Il camminatore non sa se la tappa è l’ultima oppure è una delle tante (molte o poche) del percorso. Ma non se ne preoccupa: suo compito è di percorrere al meglio questa tappa, senza pensare alle (eventuali) successive (così insegna anche Hiram nel secondo discorso).
Simbolo del grado è il triangolo spezzato, che allude proprio a quanto temuto. Al momento di trasmettere la Parola si prende atto che uno dei tre, Hiram appunto, è mancato: la Parola non può essere trasmessa e viene sepolta nella cripta.
martedì 22 dicembre 2009
7.1.3 Il testamento di Hiram: la Parola e la morte
Scocca mezzogiorno. Mentre gli operai sono mandati dal lavoro alla ricreazione il Gran Maestro Hiram Abif entra nel Sancta Sanctorum per elevare le proprie preghiere.
Secondo il Rituale la preghiera deve essere scelta fra le tre seguenti:
1.
Divino Padre, possa la Tua grazia scendere su me così come io mi inginocchio all’Altare. Possa una parte della Tua saggezza essere da me ricevuta affinché io tracci sul tavolo da disegno progetti accettabili alla Tua vista. Alimentami con cibo adatto affinché io rimuova la paura che, sazio, Ti rinneghi. Possa la mia pietra essere la Tua roccaforte. Per tutta questa opera indirizzami e guidami. Amen.
2.
Proverbi, 30 8-9: Tieni lontano da me falsità e menzogna e dammi quello che è necessario per vivere, senza farmi né ricco né povero. Se fossi ricco potrei rinnegarTi pensando di non aver bisogno di Te; se fossi povero potrei rubare disobbedendo alla Tua volontà.
3.
Salmi 31 1-4: In Te, Signore, ho trovato rifugio, fa che non resti mai deluso. Tu che sei giusto, mettimi al sicuro. Ascoltami, corri a liberarmi. Sii per me una fortezza invincibile, la roccaforte che mi salva. Sei Tu la mia roccia e la mia difesa. Fà onore al Tuo nome, conducimi e guidami.
Al termine Hiram Abif puntualizza ad Adoniram che riceverà la Parola di Maestro solo al completamento del Tempio. Il rituale è eloquente: Hiram risponde ri-velando l'essenza della Parola.
Sono considerazioni di una drammaticità attuale e, pronunciate all'interno del rito, producono effetti palpabili che fanno riflettere nel profondo di se stessi.
Immaginiamo la scena. Hiram ha pregato (per parte mia preferirei la seconda delle tre “preghiere” - altrove svolgerò le mie considerazioni sulla presenza della "preghiera in un lavoro rituale massonico) e si reca alla Tavola da Disegno. Lo avvicina Adoniram e gli chiede quando potrà ricevere la Parola di Maestro (naturalmente l'approccio è diverso dai tre compagni infedeli che pretendevano la Parola); Hiram risponde che potrà averla solo al compimento del Tempio con la presenza contemporanea dei tre Maestri. Ma Adoniram obietta, ragionevolmente ma colpendo nel profondo: che succederebbe se uno dei tre morisse prima? come potrebbe allora ricevere la Parola?
L'obiezione colpisce Hiram. Il problema esiste e sembra insormontabile: la Parola dovrà dunque perdersi? Prende Adoniram sotto braccio e “viaggia” con lui attorno all'Ara.
Ascoltiamo Hiram.
PRIMA DEAMBULAZIONE
Compagno Adoniram, quello della morte è un argomento che non può essere trattato superficialmente da coloro che sono soggetti al suo potere. Il giovane può morire, il vecchio deve morire, il più saggio non sa quando morrà. Ma non c'è nessuno che può sfuggire a questo inesorabile destino. Anche il più giovane che si trova sopra questo pavimento a scacchi è coperto dall'ombra della morte la cui mano invisibile si protende contemporaneamente su Re Salomone e sul suo trono d'avorio. Noi camminiamo sulle ceneri di tutte le generazioni, che hanno percorso questa strada prima di noi; ed a loro volta le nostre stesse ceneri si uniranno a quelle. Non è da me, Compagno Adoniram, sperare di essere sottratto dal comune destino dell'uomo. Io non potrò vivere tanto da vedere il Tempio ultimato. La Parola di Maestro andrà persa... E se morrò... (indica l'Ara e batte tre colpi per terra) la Parola Sacra sarà sotterrata qui!
SECONDA DEAMBULAZIONE
Compagno Adoniram, la morte conclude il lavoro di un uomo. Da quel momento in poi le generazioni successive potranno costruire o conquistare ogni cosa ma egli non ci sarà. Una mente fertile, una mano esperta, un braccio vigoroso, sono purtroppo inutili nella bara. Come ha detto il nostro Eccellente Re Salomone: «I morti perdono la loro saggezza, i loro affetti, le loro inimicizie e le loro gelosie poiché ormai sono cessate e non fanno più parte di alcuna cosa che avvenga alla luce del sole». Quale sprone è questo, per un uso proficuo del nostro tempo e delle nostre capacità, se non di spingerci a utilizzarlo proficuamente fin quando le nostre forze dureranno ed affinché il nostro lavoro sia completo prima del Sabato dell'Eternità. Il mio lavoro, Compagno Adoniram, non è completo; tuttavia ho lavorato a lungo e infaticabilmente per eseguirlo. Io non potrò vivere tanto da vedere il Tempio ultimato. La Parola di Maestro andrà persa... E se morrò... (indica l'Ara e batte tre colpi per terra) la Parola Sacra sarà sotterrata qui!
TERZA DEAMBULAZIONE
Compagno Adoniram, è attraverso il cancello della morte che noi troveremo l'ingresso al luogo della paga, della ricreazione e del riposo. Il Supremo Maestro dell'Universo, davanti al quale noi ci inchiniamo in adorazione ed il cui occhio onniveggente ha guidato i nostri lavori nella Loggia terrena, promette di diffondere su di noi, nella Loggia Celeste, tutte le gioie e le glorie del Sabato Eterno. Dopo che la forte mano della morte ha livellato tutti nella umiliazione della bara, l'Onnipotente Mano del Supremo Maestro prevarrà ed esalterà ciascun Fratello alla gloriosa compagnia di quella indissolvibile Loggia. Là, i disegni tracciati sulla Tavola da disegno saranno visti finiti. Là, l'adorazione della Dodicesima ora sarà ininterrottamente goduta. Là, la luce del giorno splenderà eternamente. Là, i veli del dubbio e della oscurità cadranno dai miei occhi e le sagge indicazioni del Divino Architetto appariranno in tutto il loro splendore. Con questa luce di fede che batte su di me, oh Morte! non temo il tuo colpo. La mia speranza, Compagno Adoniram, è nella Loggia Suprema verso la quale mi sto avviando. Io non potrò vivere tanto da vedere il Tempio ultimato. La Parola di Maestro andrà persa... E se morrò... (indica l'Ara e batte tre colpi per terra) la Parola Sacra sarà sotterrata qui!
Tralascio i riferimenti religiosi e il quadro indiscutibilmente cristiano (specie nella terza deambulazione): ormai il camminatore ha ben superato la religione e non se ne preoccupa.
Osservo invece che al Maestro Reale si insegna che la Parola andrà perduta, mentre come Maestro dell'Ordine l'aveva già ritrovata [ma secondo la ritualità anglosassone ne aveva ritrovata una sostitutiva] e come Maestro dell'Arco Reale aveva scoperto che la Parola perduta è il nome di Dio. Qui l'insegnamento è più profondo. “Storicamente” (la “storia” come affiora dalle leggende muratorie - mitologicamente "più vera" della storia reale) ci troviamo durante la costruzione del primo Tempio, poco prima dell'uccisione di Hiram da parte dei cattivi compagni e ovviamente prima della ricostruzione del secondo Tempio (contesto della leggenda dell'Arco Reale), quindi dovrebbe essere il necessario prodromo alla futura perdita e al posteriore ritrovamento (molti esegeti del grado infatti intendono così).
Credo invece che l'insegnamento sia più profondo. Il Massone Eletto non nasconde nell'eventualità di perdere, ma nasconde perché sa che la Parola verrà persa. E quelle che verranno poi ritrovate? Tutte le Parole ri-trovate in qualunque grado muratorio sono solo Parole Sostitutive, forse qualcuna meno approssimativa di altre, ma tutte sostitutive. La vera Parola sarà sotterrata all'Ara. Il simbolo del grado, un triangolo spezzato, individua proprio l'insegnamento del grado: la Parola verrà perduta. Non esiste una Parola che verrà ritrovata definitivamente: ognuno dovrà indirizzare il proprio cammino alla ricerca. La cazzuola e la spada vengono inseriti nel triangolo spezzato e indicano le due modalità di ricerca: la costruzione di qualcosa e la difesa di qualcosa.
La ricerca della Parola si intreccia inestricabilmente con la vita del ricercatore al quale Hiram indica tre prospettive o - meglio - una triplice prospettiva: ineluttabilità della morte, impegno nel lavoro prima della morte, livellamento della morte (tralascio ciò che sarà “dopo” la morte in quanto pertinente al religioso e/o al “post-massoneria”). La prospettiva comunque è la stessa: la morte. L'uomo deve morire. Possiamo eventualmente aggiungere: morire a questo piano fisico. La morte è il “compimento dell'opera”. L'uomo saggio non va contro un evento naturale che non può essere evitato, ma sa che esiste un tempo giusto per ogni cosa, glielo ha ribadito il 1° Sorvegliante a mezzanotte in punto: Maestro Venerabile, tutto è giusto e perfetto.
Secondo il Rituale la preghiera deve essere scelta fra le tre seguenti:
1.
Divino Padre, possa la Tua grazia scendere su me così come io mi inginocchio all’Altare. Possa una parte della Tua saggezza essere da me ricevuta affinché io tracci sul tavolo da disegno progetti accettabili alla Tua vista. Alimentami con cibo adatto affinché io rimuova la paura che, sazio, Ti rinneghi. Possa la mia pietra essere la Tua roccaforte. Per tutta questa opera indirizzami e guidami. Amen.
2.
Proverbi, 30 8-9: Tieni lontano da me falsità e menzogna e dammi quello che è necessario per vivere, senza farmi né ricco né povero. Se fossi ricco potrei rinnegarTi pensando di non aver bisogno di Te; se fossi povero potrei rubare disobbedendo alla Tua volontà.
3.
Salmi 31 1-4: In Te, Signore, ho trovato rifugio, fa che non resti mai deluso. Tu che sei giusto, mettimi al sicuro. Ascoltami, corri a liberarmi. Sii per me una fortezza invincibile, la roccaforte che mi salva. Sei Tu la mia roccia e la mia difesa. Fà onore al Tuo nome, conducimi e guidami.
Al termine Hiram Abif puntualizza ad Adoniram che riceverà la Parola di Maestro solo al completamento del Tempio. Il rituale è eloquente: Hiram risponde ri-velando l'essenza della Parola.
Mio carissimo amico Adoniram, non so quando la potrai ricevere poiché fu concordato tra Salomone Re d'Israele, Hiram Re di Tiro e me stesso, che la Parola di Maestro possa essere conosciuta soltanto quando il Tempio sarà ultimato ed, allora, solo alla presenza di tutti e tre.Ritorna il motivo del Tre, ma ritorna anche il motivo della perdita della Parola non perché l'unico possessore sia stato improvvisamente ucciso (come nella leggenda del Terzo Grado), ma perché la trasmissione può avvenire con la triplice presenza. E' una questione più sottile: non si perde (per scomparsa dell'unico detentore) la Parola, viene meno la possibilità della trasmissione della Parola, per cui si è obbligati al declassamento dalla trasmissione rituale alla trasmissione virtuale. In questo quadro si inseriscono le considerazioni che Hiram svolge ad Adoniram (che aveva chiesto la Parola di Maestro) durante le tre deambulazioni.
Sono considerazioni di una drammaticità attuale e, pronunciate all'interno del rito, producono effetti palpabili che fanno riflettere nel profondo di se stessi.
Immaginiamo la scena. Hiram ha pregato (per parte mia preferirei la seconda delle tre “preghiere” - altrove svolgerò le mie considerazioni sulla presenza della "preghiera in un lavoro rituale massonico) e si reca alla Tavola da Disegno. Lo avvicina Adoniram e gli chiede quando potrà ricevere la Parola di Maestro (naturalmente l'approccio è diverso dai tre compagni infedeli che pretendevano la Parola); Hiram risponde che potrà averla solo al compimento del Tempio con la presenza contemporanea dei tre Maestri. Ma Adoniram obietta, ragionevolmente ma colpendo nel profondo: che succederebbe se uno dei tre morisse prima? come potrebbe allora ricevere la Parola?
L'obiezione colpisce Hiram. Il problema esiste e sembra insormontabile: la Parola dovrà dunque perdersi? Prende Adoniram sotto braccio e “viaggia” con lui attorno all'Ara.
Ascoltiamo Hiram.
PRIMA DEAMBULAZIONE
Compagno Adoniram, quello della morte è un argomento che non può essere trattato superficialmente da coloro che sono soggetti al suo potere. Il giovane può morire, il vecchio deve morire, il più saggio non sa quando morrà. Ma non c'è nessuno che può sfuggire a questo inesorabile destino. Anche il più giovane che si trova sopra questo pavimento a scacchi è coperto dall'ombra della morte la cui mano invisibile si protende contemporaneamente su Re Salomone e sul suo trono d'avorio. Noi camminiamo sulle ceneri di tutte le generazioni, che hanno percorso questa strada prima di noi; ed a loro volta le nostre stesse ceneri si uniranno a quelle. Non è da me, Compagno Adoniram, sperare di essere sottratto dal comune destino dell'uomo. Io non potrò vivere tanto da vedere il Tempio ultimato. La Parola di Maestro andrà persa... E se morrò... (indica l'Ara e batte tre colpi per terra) la Parola Sacra sarà sotterrata qui!
SECONDA DEAMBULAZIONE
Compagno Adoniram, la morte conclude il lavoro di un uomo. Da quel momento in poi le generazioni successive potranno costruire o conquistare ogni cosa ma egli non ci sarà. Una mente fertile, una mano esperta, un braccio vigoroso, sono purtroppo inutili nella bara. Come ha detto il nostro Eccellente Re Salomone: «I morti perdono la loro saggezza, i loro affetti, le loro inimicizie e le loro gelosie poiché ormai sono cessate e non fanno più parte di alcuna cosa che avvenga alla luce del sole». Quale sprone è questo, per un uso proficuo del nostro tempo e delle nostre capacità, se non di spingerci a utilizzarlo proficuamente fin quando le nostre forze dureranno ed affinché il nostro lavoro sia completo prima del Sabato dell'Eternità. Il mio lavoro, Compagno Adoniram, non è completo; tuttavia ho lavorato a lungo e infaticabilmente per eseguirlo. Io non potrò vivere tanto da vedere il Tempio ultimato. La Parola di Maestro andrà persa... E se morrò... (indica l'Ara e batte tre colpi per terra) la Parola Sacra sarà sotterrata qui!
TERZA DEAMBULAZIONE
Compagno Adoniram, è attraverso il cancello della morte che noi troveremo l'ingresso al luogo della paga, della ricreazione e del riposo. Il Supremo Maestro dell'Universo, davanti al quale noi ci inchiniamo in adorazione ed il cui occhio onniveggente ha guidato i nostri lavori nella Loggia terrena, promette di diffondere su di noi, nella Loggia Celeste, tutte le gioie e le glorie del Sabato Eterno. Dopo che la forte mano della morte ha livellato tutti nella umiliazione della bara, l'Onnipotente Mano del Supremo Maestro prevarrà ed esalterà ciascun Fratello alla gloriosa compagnia di quella indissolvibile Loggia. Là, i disegni tracciati sulla Tavola da disegno saranno visti finiti. Là, l'adorazione della Dodicesima ora sarà ininterrottamente goduta. Là, la luce del giorno splenderà eternamente. Là, i veli del dubbio e della oscurità cadranno dai miei occhi e le sagge indicazioni del Divino Architetto appariranno in tutto il loro splendore. Con questa luce di fede che batte su di me, oh Morte! non temo il tuo colpo. La mia speranza, Compagno Adoniram, è nella Loggia Suprema verso la quale mi sto avviando. Io non potrò vivere tanto da vedere il Tempio ultimato. La Parola di Maestro andrà persa... E se morrò... (indica l'Ara e batte tre colpi per terra) la Parola Sacra sarà sotterrata qui!
Tralascio i riferimenti religiosi e il quadro indiscutibilmente cristiano (specie nella terza deambulazione): ormai il camminatore ha ben superato la religione e non se ne preoccupa.
Osservo invece che al Maestro Reale si insegna che la Parola andrà perduta, mentre come Maestro dell'Ordine l'aveva già ritrovata [ma secondo la ritualità anglosassone ne aveva ritrovata una sostitutiva] e come Maestro dell'Arco Reale aveva scoperto che la Parola perduta è il nome di Dio. Qui l'insegnamento è più profondo. “Storicamente” (la “storia” come affiora dalle leggende muratorie - mitologicamente "più vera" della storia reale) ci troviamo durante la costruzione del primo Tempio, poco prima dell'uccisione di Hiram da parte dei cattivi compagni e ovviamente prima della ricostruzione del secondo Tempio (contesto della leggenda dell'Arco Reale), quindi dovrebbe essere il necessario prodromo alla futura perdita e al posteriore ritrovamento (molti esegeti del grado infatti intendono così).
Credo invece che l'insegnamento sia più profondo. Il Massone Eletto non nasconde nell'eventualità di perdere, ma nasconde perché sa che la Parola verrà persa. E quelle che verranno poi ritrovate? Tutte le Parole ri-trovate in qualunque grado muratorio sono solo Parole Sostitutive, forse qualcuna meno approssimativa di altre, ma tutte sostitutive. La vera Parola sarà sotterrata all'Ara. Il simbolo del grado, un triangolo spezzato, individua proprio l'insegnamento del grado: la Parola verrà perduta. Non esiste una Parola che verrà ritrovata definitivamente: ognuno dovrà indirizzare il proprio cammino alla ricerca. La cazzuola e la spada vengono inseriti nel triangolo spezzato e indicano le due modalità di ricerca: la costruzione di qualcosa e la difesa di qualcosa.
La ricerca della Parola si intreccia inestricabilmente con la vita del ricercatore al quale Hiram indica tre prospettive o - meglio - una triplice prospettiva: ineluttabilità della morte, impegno nel lavoro prima della morte, livellamento della morte (tralascio ciò che sarà “dopo” la morte in quanto pertinente al religioso e/o al “post-massoneria”). La prospettiva comunque è la stessa: la morte. L'uomo deve morire. Possiamo eventualmente aggiungere: morire a questo piano fisico. La morte è il “compimento dell'opera”. L'uomo saggio non va contro un evento naturale che non può essere evitato, ma sa che esiste un tempo giusto per ogni cosa, glielo ha ribadito il 1° Sorvegliante a mezzanotte in punto: Maestro Venerabile, tutto è giusto e perfetto.
sabato 19 dicembre 2009
7.1.2 Il Capo d'Opera e la Massoneria dei Metalli
Il candidato, debitamente preparato, si presenta a Hiram Abif per il controllo della propria opera: un vaso d’oro. La Massoneria Criptica si innesta sul sistema dell'Arco Reale, quindi nell'ambito della massoneria della pietra. In precedenza si presentavano all'ispezione manufatti di pietra (vedi il grado del Maestro del Marchio): qui invece si presenta un manufatto di metallo (è oro, ma avrebbe potuto essere bronzo, ferro o altro metallo). Secondo Moramarco può essere una traccia dell’antica massoneria del ferro che simbolicamente si pone accanto alla massoneria della pietra e alla massoneria del legno.
Pietra, legno e ferro sono i tre materiali necessari per la costruzione di edifici e simbolicamente ha senso parlare di una Massoneria della Pietra, del Legno e del Ferro, “patrocinate” rispettivamente da Hiram, Noè e Adonhiram.
Ho riflettuto a lungo sulle tre Massonerie - meglio: sui tre aspetti diversi della Massoneria. Sono infatti tre modalità di costruzione non contrapposte, ma complementari, per cui sono dell'opinione che non sia possibile applicarsi su una prescindendo dalle altre. Qui forse sta uno dei limiti simbolici della Massoneria (quale è comunemente praticata). Mi spiego considerando il nostro rituale (quello - per intenderci - praticato nel Goi).
Nei nostri tre gradi, in particolar modo nei primi due, non ci sono atti che richiamino direttamente all'arte della costruzione se non i colpi che l'Apprendista prima e il Compagno dopo battono sulla pietra, e le spiegazioni (morali, non applicate all'arte del costruire) degli strumenti che l'Apprendista promuovendo impugna nei viaggi che lo porteranno al Secondo Grado. Un po' poco per una Istituzione che proprio all'ars edificandi si richiama. Anche la leggenda di Hiram è imperniata più sul destino del singolo che sulla costruzione del Tempio.
E' probabile (ma è mia supposizione personale) che sia dovuto all'ingresso nelle vecchie Logge operative degli speculativi, approfonditi nelle arti esoteriche e filosofiche ma estranei a tecniche di costruzione. E' stato enucleato solo l'aspetto “costruire con la pietra” senza rendersi conto che mancavano elementi essenziali? Ancora oggi chi è pratico del mestiere sa che per costruire una casa non bastano mattoni, sabbia e cemento, ma sono necessari anche travi e tavole di legno, e ferri (per armare il cemento o fissare le travi). Possiamo affermare che la Massoneria è stata decurtata di qualcosa di se non essenziale certamente significativo?
Se il ritmo del Tre pervade tutta l'organizzazione muratoria (Maestro Venerabile e i due Sorveglianti nell'Ordine, i tre Principali di un Capitolo nel sistema dell'Arco Reale, eccetera) perché non pensare anche alla terna Massoneria della Pietra, del Legno e del Ferro?
Il vaso d’oro, riconosciuto manufatto perfetto, fu ordinato a suo tempo da re Salomone per rappresentare la misteriosa Triade: Fede, Speranza e Carità [per questo ternario si veda più avanti].
Il grado di Maestro Reale ci pare di particolare interesse perché costituisce un residuo della settecentesca «massoneria adonhiramita» e rappresenta la trasmissione iniziatica da Hiram ad Adonhiram, sovrintendente degli operai del metallo. Simbolicamente in tal modo la Massoneria completa il suo ciclo di manifestazione o solidificazione: avendo plasmato il legno prima (tradizione noachita) e la pietra poi (tradizione hiramica), essa lavora infine i metalli (tradizione adonhiramita).
[Michele Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, Reggio Emilia, 1989, v. 1, p. 317].
Pietra, legno e ferro sono i tre materiali necessari per la costruzione di edifici e simbolicamente ha senso parlare di una Massoneria della Pietra, del Legno e del Ferro, “patrocinate” rispettivamente da Hiram, Noè e Adonhiram.
Ho riflettuto a lungo sulle tre Massonerie - meglio: sui tre aspetti diversi della Massoneria. Sono infatti tre modalità di costruzione non contrapposte, ma complementari, per cui sono dell'opinione che non sia possibile applicarsi su una prescindendo dalle altre. Qui forse sta uno dei limiti simbolici della Massoneria (quale è comunemente praticata). Mi spiego considerando il nostro rituale (quello - per intenderci - praticato nel Goi).
Nei nostri tre gradi, in particolar modo nei primi due, non ci sono atti che richiamino direttamente all'arte della costruzione se non i colpi che l'Apprendista prima e il Compagno dopo battono sulla pietra, e le spiegazioni (morali, non applicate all'arte del costruire) degli strumenti che l'Apprendista promuovendo impugna nei viaggi che lo porteranno al Secondo Grado. Un po' poco per una Istituzione che proprio all'ars edificandi si richiama. Anche la leggenda di Hiram è imperniata più sul destino del singolo che sulla costruzione del Tempio.
E' probabile (ma è mia supposizione personale) che sia dovuto all'ingresso nelle vecchie Logge operative degli speculativi, approfonditi nelle arti esoteriche e filosofiche ma estranei a tecniche di costruzione. E' stato enucleato solo l'aspetto “costruire con la pietra” senza rendersi conto che mancavano elementi essenziali? Ancora oggi chi è pratico del mestiere sa che per costruire una casa non bastano mattoni, sabbia e cemento, ma sono necessari anche travi e tavole di legno, e ferri (per armare il cemento o fissare le travi). Possiamo affermare che la Massoneria è stata decurtata di qualcosa di se non essenziale certamente significativo?
Se il ritmo del Tre pervade tutta l'organizzazione muratoria (Maestro Venerabile e i due Sorveglianti nell'Ordine, i tre Principali di un Capitolo nel sistema dell'Arco Reale, eccetera) perché non pensare anche alla terna Massoneria della Pietra, del Legno e del Ferro?
Il vaso d’oro, riconosciuto manufatto perfetto, fu ordinato a suo tempo da re Salomone per rappresentare la misteriosa Triade: Fede, Speranza e Carità [per questo ternario si veda più avanti].
7.1.1 Spazio e tempo
Il Prologo (cosi detto nel rituale) di Re Salomone al Candidato appare assolvere la funzione di sradicare le certezze temporali dei Fratelli (non più profani o apprendisti inesperti, ma Maestri dell'Arco Reale, quindi massoni già provetti nell'Arte). Lo riporto per intero perché mi pare di grande importanza.
Ricordiamo che le parole vengono indirizzate ad un massone che è già Maestro dell'Arco Reale, che ha quindi non solo ritrovato la Parola perduta (che la ritualità anglosassone insegna subentrare a quella del Terzo Grado, indicata come “sostitutiva”), ma che ha scoperto che quella Parola è proprio il Nome della divinità. Qui si vedono i limiti tutti di una visione, sia pure muratoria, ridotta all'ambito religioso, anche se di quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono. Fuor di metafora, nemmeno l'Arco Reale è il punto di arrivo definitivo, ma è solo una tappa della via. E il Nome della divinità non è la Parola perduta finalmente ritrovata, ma è anch'essa un'altra Parola sostitutiva. Il massone che non l'aveva compreso trova qui chiaramente indicato non tanto la dichiarazione preliminare d'intenti di uno dei tanti gradi massonici, quanto la caratteristica fondamentale del sapere muratorio e in ultima istanza della vita dell'uomo: ogni conquista aumenta un poco la tua conoscenza, ma contemporaneamente sai anche di sapere di meno e quindi aumenta la tua ignoranza. Il massone appagato del grado che ha raggiunto (qualunque esso sia) è un massone limitato.
La ricerca ora è più intima e coinvolge intimamente l'essere del massone ricercatore, il camminatore. Il discorso pare riavvitare il cammino muratorio su se stesso, specificando ciò che era già stato incontrato: il viaggio nel Gabinetto di Riflessione implicava uno scardinamento dei parametri spazio-temporali; altrettanto la rinascita di Hiram. Il Maestro del Marchio non lavora in un cantiere (come ci aspetteremmo), bensì in un luogo geodetico che simboleggia un cantiere.
Che si chiede al Segretario Intimo, sesto grado della scala scozzese?
Non è lo scardinamento dei parametri spaziali? Il camminatore non ha davanti a sé una strada tracciata da altri, ma deve trovare da solo la direzione sapendo che ciò che sa può aiutarlo, ma può anche fuorviarlo. Ora si è liberato dai facili fumi dell'entusiasmo, sa che il percorso non è facile ed ha la maturità di ripercorrere i propri passi e “ri-vedere” quanto ha già visto. Che significa il superamento del binario indicato dal muoversi sul pavimento bianco e nero del Tempio? Il camminatore non cammina né sul bianco né sul nero, ma sul bianco-nero: ha scardinato i propri parametri spaziali.
Re Salomone qui è più specifico: se vuoi proseguire devi scardinare anche i parametri temporali per “uscire” dal tempo profano: la cronologia che tu fissi nella tua mente può non essere (sicuramente non è) quella che dovrà essere; lo dovevi aver già fatto, ma ora te ne si dà l'opportunità. Nell'Ordine in ogni grado si stabilisce ora di inizio e fine dei lavori (mezzogiorno e mezzanotte), mente nei gradi del sistema Arco Reale non se ne fa cenno. Doveva già essere stato affrontato il parametro tempo? Ora ritorna il “tempo” dei lavori: il Maestro Eletto lavora dalle nove a mezzanotte. Si vuole ora ribadire che dovrà nuovamente essere affrontato?
Nella nostra mente il tempo presiede la formazione dell'uomo. Due degli atti fondamentali che hanno portato l'uomo ad essere uomo sono il contare e il parlare: entrambi si basano sul tempo (parlo: una parola dopo l'altra; conto: un numero dopo l'altro).
Il libero muratore sa già che il linguaggio non è sufficiente alla completa comunicazione, e infatti ha già imparato ad utilizzare il linguaggio dei simboli fin dal Gabinetto di Riflessione. Ora deve perfezionarlo svincolandolo dai parametri temporali, passando - per riprendere la metafora di Raffaele Simone - dall'intelligenza sequenziale alla simultanea (e non si tratta di “ritorno” e “regressione” contro il verso della freccia evoluzionistica, ma “riappropriazione” di modalità che non sappiamo più di possedere).
Il nostro tempo occidentale è scandito dal Qoelet:
L'uomo occidentale ha scandito il proprio tempo (tempo sacro, tempo profano) su queste parole che scaturiscono dal suo profondo.
Ma il Qoelet aggiunge (3 11, 15):
L'antico autore ammonisce: attenzione, tutto non è come sembra.
Re Salomone esorta il recipiendario: attenzione, puoi andare ancora avanti, ma dovrai andare oltre le categorie spazio-temporali alle quali si affida l'uomo comune.
Compagni voi siete stati più volte informati che la Massoneria è una ricerca senza fine della Luce. Nei gradi dell'Ordine voi avete avuto la prima Luce, poi più Luce e successivamente più Luce ancora; ma la vostra ricerca non fu completa. Nei gradi del Capitolo dei Maestri dell'Arco Reale altra luce vi è stata impartita, e voi avete riscontrato, così come avviene durante la vita terrena, che ogni progresso nella conoscenza apre semplicemente gli occhi ad un campo di ricerca sempre più vasto. Ogni rivelazione, in Massoneria è anche Ri-Velata, cioè velata di nuovo. Ogni ricerca di nuove verità abbassa anche un velo su altre verità; il che determina uno stimolo a protrarsi verso successive ricerche. La Verità Ultima potrà essere scoperta soltanto quando avremo sollevato l'ultimo velo e ci troveremo alla presenza di Colui che è la Via, la Verità e la Vita.
Prendendo i vostri nuovi gradi, c'è una cosa che dovrete ricordare, e cioè che se nella vita l'ordine in cui gli eventi si susseguono è lo stesso ordine nel quale noi ne veniamo a conoscenza, nei successivi gradi della Massoneria, gli eventi, così come li impariamo, non sono rappresentati nell'ordine cronologico in cui essi realmente si svolgono...
Ricordiamo che le parole vengono indirizzate ad un massone che è già Maestro dell'Arco Reale, che ha quindi non solo ritrovato la Parola perduta (che la ritualità anglosassone insegna subentrare a quella del Terzo Grado, indicata come “sostitutiva”), ma che ha scoperto che quella Parola è proprio il Nome della divinità. Qui si vedono i limiti tutti di una visione, sia pure muratoria, ridotta all'ambito religioso, anche se di quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono. Fuor di metafora, nemmeno l'Arco Reale è il punto di arrivo definitivo, ma è solo una tappa della via. E il Nome della divinità non è la Parola perduta finalmente ritrovata, ma è anch'essa un'altra Parola sostitutiva. Il massone che non l'aveva compreso trova qui chiaramente indicato non tanto la dichiarazione preliminare d'intenti di uno dei tanti gradi massonici, quanto la caratteristica fondamentale del sapere muratorio e in ultima istanza della vita dell'uomo: ogni conquista aumenta un poco la tua conoscenza, ma contemporaneamente sai anche di sapere di meno e quindi aumenta la tua ignoranza. Il massone appagato del grado che ha raggiunto (qualunque esso sia) è un massone limitato.
La ricerca ora è più intima e coinvolge intimamente l'essere del massone ricercatore, il camminatore. Il discorso pare riavvitare il cammino muratorio su se stesso, specificando ciò che era già stato incontrato: il viaggio nel Gabinetto di Riflessione implicava uno scardinamento dei parametri spazio-temporali; altrettanto la rinascita di Hiram. Il Maestro del Marchio non lavora in un cantiere (come ci aspetteremmo), bensì in un luogo geodetico che simboleggia un cantiere.
Che si chiede al Segretario Intimo, sesto grado della scala scozzese?
Da dove venite? Da ogni luogo.[Cfr. Catechismo del grado. Vedi anche in Ugo Poli, Massoneria iniziatica – La via Scozzese, Roma, 1981, p. 45]
Dove andate? In ogni luogo.
Non è lo scardinamento dei parametri spaziali? Il camminatore non ha davanti a sé una strada tracciata da altri, ma deve trovare da solo la direzione sapendo che ciò che sa può aiutarlo, ma può anche fuorviarlo. Ora si è liberato dai facili fumi dell'entusiasmo, sa che il percorso non è facile ed ha la maturità di ripercorrere i propri passi e “ri-vedere” quanto ha già visto. Che significa il superamento del binario indicato dal muoversi sul pavimento bianco e nero del Tempio? Il camminatore non cammina né sul bianco né sul nero, ma sul bianco-nero: ha scardinato i propri parametri spaziali.
Re Salomone qui è più specifico: se vuoi proseguire devi scardinare anche i parametri temporali per “uscire” dal tempo profano: la cronologia che tu fissi nella tua mente può non essere (sicuramente non è) quella che dovrà essere; lo dovevi aver già fatto, ma ora te ne si dà l'opportunità. Nell'Ordine in ogni grado si stabilisce ora di inizio e fine dei lavori (mezzogiorno e mezzanotte), mente nei gradi del sistema Arco Reale non se ne fa cenno. Doveva già essere stato affrontato il parametro tempo? Ora ritorna il “tempo” dei lavori: il Maestro Eletto lavora dalle nove a mezzanotte. Si vuole ora ribadire che dovrà nuovamente essere affrontato?
Nella nostra mente il tempo presiede la formazione dell'uomo. Due degli atti fondamentali che hanno portato l'uomo ad essere uomo sono il contare e il parlare: entrambi si basano sul tempo (parlo: una parola dopo l'altra; conto: un numero dopo l'altro).
Se invece guardo, non vedo un oggetto dopo l'altro, ma li osservo contemporaneamente. Queste idee mi sono state suggerite da Simone che individua due modelli di intelligenza: al visivo, un'intelligenza simultanea, che coglie nello stesso momento una varietà di dati percettivi, senza che si possa dire quale di essi sta prima E quale sta dopo. Si tratta dunque di un''intelligenza non strutturata temporalmente, non organizzata in successioni. Al linguaggio, a causa della sua natura intrinsecamente lineare, cioè del fatto che dispone inevitabilmente i suoi elementi l'uno dopo l'altro (non si pronunciano due fonemi nello stesso momento, non si possono dire due parole nello stesso momento, ecc.), si può associare un'intelligenza di tipo sequenziale: la linearità del linguaggio (sia nella percezione che nella produzione) pilota la formazione della capacità di seguire, organizzare e governare successioni ordinate.
La mia personale opinione è che l'intelligenza simultanea sia più primitiva di quella sequenziale, che risalga a fasi evolutive precedenti, e che sia per così dire «controllata» dal nascere dell'intelligenza sequenziale. (Raffaele Simone, Maistock, Il linguaggio spiegato da una bambina, Firenze, 1988, pp. 86-87).
Il libero muratore sa già che il linguaggio non è sufficiente alla completa comunicazione, e infatti ha già imparato ad utilizzare il linguaggio dei simboli fin dal Gabinetto di Riflessione. Ora deve perfezionarlo svincolandolo dai parametri temporali, passando - per riprendere la metafora di Raffaele Simone - dall'intelligenza sequenziale alla simultanea (e non si tratta di “ritorno” e “regressione” contro il verso della freccia evoluzionistica, ma “riappropriazione” di modalità che non sappiamo più di possedere).
Il nostro tempo occidentale è scandito dal Qoelet:
Per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo:
un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato,
un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire;
un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare,
un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci;
un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via,
un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare;
un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
[Qoelet, 3 1-8]
L'uomo occidentale ha scandito il proprio tempo (tempo sacro, tempo profano) su queste parole che scaturiscono dal suo profondo.
Ma il Qoelet aggiunge (3 11, 15):
Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità,...
Ciò che è, è già stato prima, e ciò che sarà è già stato, e Dio riconduce ciò ch'è passato...
L'antico autore ammonisce: attenzione, tutto non è come sembra.
Re Salomone esorta il recipiendario: attenzione, puoi andare ancora avanti, ma dovrai andare oltre le categorie spazio-temporali alle quali si affida l'uomo comune.
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7.1 Maestro Reale
I lavori vengono aperti in grado di Maestro Eletto,. nella Cripta Segreta del Tempio di Salomone, dalle nove a mezzanotte. Vengono quindi sospesi per il passaggio al grado di Maestro Reale
Al recipiendario, già Maestro dell’Arco Reale, re Salomone spiega che ogni avanzamento è aumento di luce e che ogni nuova scoperta di verità abbassa un velo su altre verità.
Al recipiendario, già Maestro dell’Arco Reale, re Salomone spiega che ogni avanzamento è aumento di luce e che ogni nuova scoperta di verità abbassa un velo su altre verità.
7 Il Maestro nella Cripta
E’ uno dei sistemi più significativi della Libera Muratoria, in quanto riesce (almeno a mio parere) a individuare il «nucleo forte» della massonicità. In Italia il sistema è federato nel Rito di York.
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Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.