mercoledì 29 aprile 2026

Il Segretario di Loggia

 

La Loggia è un grande organismo? Un qualcosa di super-umano in cui i presenti assumono ruoli e funzioni di organi o facoltà dell’uomo? Possiamo dirlo?

Possiamo anche vedere i Diaconi come messaggeri (il sangue, gli impulsi nervosi)? l’Oratore è la coscienza (il collegamento alla Legge)? il Maestro Venerabile è il centro cerebrale e decisionale? e così via?

In questa visione, un po’ olistica e un po’ ironica (ma l’ironia è la grande igiene mentale del caminante) il Segretario può essere (perché no?) espressione della memoria? memoria del passato, memoria del conservato, memoria per il futuro. Riportato quanto fatto nella Tornata precedente, durante la quale era stato riportato quanto fatto in quella prima, durante la quale era stato riportato eccetera eccetera, il Segretario collega l’attività della Loggia a quella fatidica e primordiale Tornata primordiale e primigenia n. 1, la prima, richiamando continuamente allo spirito originario della Loggia.

La memoria è come la massaia che prepara marmellate per l’inverno. Ma appunto conserviamo la marmellata, non la frutta. Sì, perché nel ricordare vengono identificati i topos, i motivi ricorrenti che la mente ritiene significativi. E già questo la dice lunga su una presunta obiettività del ricordo. Nulla come i ricordi è più lontano dalla oggettività (ammesso che l’oggettività esista).

Allora – ribatte il Fratello scocciato dalla lettura di pedanti verbali – che senso può avere scrivere qualcosa del quale non sappiamo se ciò che è scritto si è verificato o no e del quale siamo sicuri che tanto di ciò che si è verificato non è scritto?

Non sarebbe meglio accontentarsi di un registratore meccanico o elettronico?

In realtà le dinamiche sono più complesse.

Il resoconto di una tavola va ben oltre il verbale di un’assemblea ed è lontanissimo dai resoconti di qualche consiglio amministrativo.

Intanto il nostro non è “verbale” ma “tavola” (precisamente: “tavola architettonica della tornata”). Non è solo distinzione formale: il verbale è resoconto il più minuzioso possibile di quanto detto nella riunione, segnalando eventuali posizioni discordi e il risultato di votazioni; la tavola è composizione armonica di quanto detto e non detto. Sì, anche quanto “non detto”, perché il lavoro di Loggia non è semplicemente ciò che viene pronunciato, ma anche il gesto, la postura, l’attenzione, lo sbadiglio, la sintonia e la disarmonia, il profumo e il suono.

Vediamo cosa prevede il rituale.

In genere, dopo l’apertura, si lavora sulla tavola in calendario oppure su spunti del Maestro Venerabile. Al termine, prima di chiudere i lavori, c’è uno spazio dedicato al bene dell’Ordine in generale o della Loggia in particolare, spazio dedicato a questioni organizzative ed amministrative.

Alla fine ecco intervenire l’Oratore di Loggia che dà le sue conclusioni. (Attenzione: le “sue conclusioni”, non il suo intervento personale).

E questo è parallelamente il momento del Segretario che deve “registrare” l’Oratore.

Mi viene spesso alla mente la figura di un Fratello della mia vecchia Loggia, di gran cuore e di alcune ben radicate convinzioni sul verbale che – sosteneva – doveva riportare minuziosamente le parole di tutti i Fratelli intervenuti.

A lui rispondeva un altro Fratello che sosteneva invece il verbale dover segnare solo i nomi di presenti, giustificati, intervenuti e il titolo della Tavola.

Credo che questi siano i due paletti entro i quali si possano redigere i resoconti di Loggia, a seconda delle disposizioni dei segretari, delle loro concezioni e del tempo – anche – che possono dedicare a questo compito. E soprattutto in base alla loro storia e massonica.

Ognuno di noi infatti si pone in Loggia come risultato della sua storia massonica personale.

La mia storia massonica è infatti lunga ed è (muratoriamente parlando) molto aggrovigliata. Oggi non faccio parte di nessun Corpo Rituale, ma in passato ne ho attraversato parecchi. Di alcuni sono stato pure tra i fondatori.

Partecipando a così tante compagnie, ho purtuttavia visto partecipazioni sincere e convinte ma anche altri comportamenti di massoni, con protagonismi ed esibizionismi, sforzi di primeggiare, insomma.

Per carità, sono atteggiamenti permessi, forse un po’ pesanti per gli altri partecipanti, ma leciti (entro certi limiti), anche se, a mio parere, estranei ad un lavoro in una Loggia massonica.

Il lavoro di Loggia infatti deve essere corale: tutti sullo stesso piano. Anche il Maestro Venerabile è sullo stesso piano degli altri (cioè: degli altri Maestri) ma appunto per il ruolo che la Loggia tutta gli ha affidato ha il compito di “drizzare” le orecchie per captare tutto ciò che può essere captato e comportarsi di conseguenza. Per questo è lui che dà la parola ai partecipanti, li segue negli interventi, eventualmente li commenta, li può limitare in durata, può non concedere un secondo intervento; infine è lui, il Venerabile, che completa i lavori della Tornata (completa, non conclude, poiché solo all’Oratore spettano le conclusioni).

Il Segretario registra, ma deve evitare personalismi e protagonismi. Usa quindi un metodo molto semplice, tra l’altro a mio parere conseguente della particolarità dei lavori della Loggia. Intanto registra i nomi degli intervenuti e gli interventi, ma evita il collegamento tra chi parla e ciò che dice. In questo modo si evita di riportare una specie di dibattito e si considera gli interventi come apporto di materiale che viene depositato nel magazzino del cantiere.

Poi “smontiamo” gli interventi in piccole molecole, rimescolate le une alle altre.

In questo modo il resoconto della Tornata diventa una raccolta di periodi staccati, semplicemente accostati gli uni agli altri, come appunto in un magazzino.

Insomma: ogni Fratello, ascoltando la tavola della tornata, deve sentir l’eco del suo contributo, ma non deve ritrovarlo. Starà a lui, in sede di rielaborazione della Tornata, raccogliere le pietre che ritiene opportuno e con quelle lavorare al suo Tempio interiore.

Perché infatti questo è il compito “nascosto” della tavola della tornata: essere il materiale a disposizione di ogni singolo per le sue intime e personali considerazioni: insomma la polenta cotta dalla Loggia che dovrà lui solo, da solo, in base a ciò che ritiene giusto ed opportuno, rimescolare nel suo paiolo.

Quello del Segretario è quindi un lavoro tutto particolare, che presuppone una conoscenza significativa dei Fratelli. In un certo senso “rimescola” la polenta cotta nella Tornata e la ripropone ai Fratelli dopo un superficiale sgrossamento, materiale non più grezzo, ma ancora grossolano, e sempre coerente con la ricetta originaria. E’ il suo un lavoro di memoria ma anche una specie di manipolazione: il Segretario potrebbe evitare di registrare interventi o parti di interventi che a suo parere sono andati oltre i fini o le modalità del lavoro di Loggia. Non dimentichiamoci che il Segretario è uno dei cinque Dignitari di Loggia.

Allora. Grande manipolatore (non potrebbe essere altrimenti, la memoria è invincibile manipolatrice!). Ma la manipolazione è accettabile solo se alla base di tutto c’è un grande rispetto per tutti. Solo così è possibile riportare non solo ciò che si è detto ma anche suggerire ciò che si voleva dire oppure ciò che si è detto ma non è strato registrato.

Faccio un esempio, puramente teorico, per cui è inutile cercar di riconoscervisi.

Il fratello Bravini è solito richiamarsi agli aspetti più superficiali della conformità muratoria. Termina spesso i suoi interventi invitando i presenti a vestirsi adeguatamente in nero; purtroppo per lui il suo dire sconfina nella saccenteria più pretenziosa. Ben si comporta allora il Segretario di quella Loggia a non registrare quell’intervento oppure, registrandolo, a cambiarne il senso, che da rampogna e censura (atteggiamenti che non possono che dividere) diventano, opportunamente “digeriti”, incitamento all’unione e al bello dello stare insieme.

E’ censura? No. E’ manipolazione? Sì e no: sì, perché l’intervento non è stato proprio così; no, perché nella Tavola vanno registrate le cose che uniscono e non gli interventi che dividono, che per la loro stessa natura non fanno parte della Massoneria.

Insomma il Segretario è interprete tendenzioso della tornata.

E ricordatevi. In una futura indagine sulla Loggia, scomparsi ormai i protagonisti, resterà solo il resoconto del Segretario!




Cari Amici restati là... 3

 Concludo la lettera idealmente indirizzata a chi è restato nel Goi o si è trasferito nella Glri

 

 

Pastore, eccezione, evaso?

Corri avanti? – Lo fai come pastore? o come eccezione? Un terzo caso sarebbe: come l'evaso…

Amici, noi non siamo pastori, perché non vogliamo condurre o guidare nessuno. Se qualcuno cerca una guida e un pastore non venga con noi.

Amici, noi non siamo evasi, non siamo fuggiti di notte segando le sbarre alla finestra. Noi ce ne siamo andati dalla porta, alla luce del sole, a testa alta, spiegando chiaramente, senza urlare, il nostro cammino.

Amici, noi non siamo eccezioni. Noi siamo massoni, desiderosi di lavorare nelle nostre logge, scavare prigioni ai nostri vizi e costruire il nostro tempio. Il resto non solo non ci interessa, ma lo vogliamo lontano.

Oppure… oppure… Forse sì, un po' eccezioni lo siamo, almeno dal punto di vista dei restati e degli andati altrove. Vogliamo elevare templi alla virtù, non ai dirigenti di una struttura; vogliamo scegliere le pietre da utilizzare nel nostro lavoro, non usare materiale scelto da altri. Vogliamo lavorare liberi e indipendenti, non inserirci in una struttura non meno verticistica di quella che abbiamo appena lasciato. Non vogliamo monoliti autoritari, ve li lasciamo.

Avverto quasi un certo disappunto, da parte di chi è restato e da parte di chi è emigrato altrove. Pare quasi che ci consideriate “fratellini” dispettosi che a un certo punto “non giocano più”, ma col loro farsi da parte hanno reso più difficile la vittoria dei buoni verso i cattivi (appunto un bell'Idolo tutto lustro e lucente quello del Bene che prima o poi vincerà il Male!).

Il massone malpensante che si annida nel nostro intimo suggerisce un pizzico di malignità: in fondo noi abbiamo fatto quello che qualcuno di voi avrebbe voluto o potuto o desiderato fare, ma non ha voluto o potuto o desiderato farlo. E lì è rimasto o là se ne è andato, con una piccola ripicca verso chi, indifferente alle sirene obbedenziali, ha scelto una strada diversa e soprattutto non si è intruppato nell'Obbedienza vostra o nell'Obbedienza altra. Quanto vizio, evaso dalle oscure e profonde prigioni che il massone dovrebbe costruire, in quella parola, Obbedienza, che qualcuno ha voluto gettare sulla massoneria come la spada di Brenno sul piatto della bilancia!

Assieme a Obbedienza ci sono altre parole che nel tempo hanno costruito una ragnatela invasiva che è riuscita talmente a invischiare la massoneria da far supporre a troppi che senza quella ragnatela si rimarrebbe in un simulacro vuoto. Parlo di Regolarità, Legittimità, Brevetti, Riconoscimenti...

Cari amici torniamo alle origini. Rileggiamo gli Antichi Doveri. A James Anderson quelle parole sono sconosciute e ben sarebbe stato se fossero rimaste sconosciute anche ai massoni dopo di lui. La Massoneria italiana invece le ha messe al posto dei simboli di unità e concordia accantonando la cazzuola, la calcina, l'alveare. Regolarità, Legittimità, Brevetti, Riconoscimenti sono parole di divisione e frammentazione, proprio l'esatto contrario del compito del Maestro Libero Muratore.

Sono parole che dicono: la mia è vera massoneria, la tua invece è solo “sedicente” massoneria.

Sono parole che dicono: io ho i riconoscimenti e sono vera massoneria, tu invece non li hai e quindi sei solo “sedicente” massoneria.

Sono parole che dicono: solo il brevetto rilasciato regolarmente (il “santo brevetto”!) ti fa essere vera massoneria – io ce l'ho e tu no, e quindi sei solo “sedicente” massoneria.

Sono parole che dicono: andate pure; fate, fate pure; non sarete mai riconosciuti da nessuno! Voi non siete vera massoneria ma solo “sedicente” massoneria.

Cari amici di là e dell'altra parte, quanta ipocrisia in quel “sedicente” e in quel “riconoscimento” e in quel “brevetto”! E… quanta supponenza nelle vostre parole! Se siete veramente convinti che la massoneria dipenda da una bolla o da riconoscimenti vari avete una ben limitata visione. State pure dove siete: è il vostro posto. Chi viene con noi deve saper camminare! Voi non ne siete capaci.

Scimmia o attore?

Sei schietto? o solo un attore? uno che rappresenta qualcosa? o la stessa cosa rappresentata? Alla fine sei semplicemente la scimmiottatura di un attore...

Francamente noi ci sentiamo schietti. Non ci poniamo il problema se rappresentiamo qualcuno. A dire di certi frequentatori dei social saremmo l'avanguardia di questo contro quello per imboscate strategiche ed eventuali sacrifici per la causa (quale?). A questi “minus habens” da tastiera rispondo che noi siamo solo noi, non siamo con nessuno e non copriamo nessuno: noi rappresentiamo solo noi stessi. Lo dico sapendo che non sarò creduto perché troppo spesso l'idolo crea la sua realtà, una realtà alternativa che non ha se non labili agganci con la realtà stessa, quella vera. "Tu sol" pensando "o ideal, sei vero". Le parole che Carducci dedicò a Mazzini trovano anche qui, nell'infimo delle illusioni umane, un'altra verifica. Cari amici, la realtà è quella che è, anche a dispetto dei vostri idoli. E peggio per voi se non ve ne accorgete!

Ma a voi si adducono di più altre parole carducciane: il gallo canta e non ti vuoi svegliare! Il gallo canta, e pare quasi dica: Sveglia, è giunta l'ora. Attenti a non perdere il treno!

Parla il deluso. – Cercavo grandi uomini, e ho trovato sempre e soltanto le scimmie del loro ideale. Noi non vogliamo essere scimmie addestrate dal piccolo burattinaio di turno. Noi facciamo come il cercator di funghi. In un posto non troviamo funghi pur sapendo che nel passato ce ne erano? Ebbene, cerchiamo altrove.

Così molti massoni cercano altrove, infastiditi dell’atmosfera livellatrice che cerca di ammosciarli. Infastiditi di un mondo che in passato ha avuto molte belle pagine e oggi invece....

Ma non riempiamoci la bocca con Mazzini e Garibaldi, cari amici, perché se vogliamo ricordare il passato dobbiamo menzionare anche Licio Gelli (che comunque fu scacciato proprio dai massoni del Goi!). E dobbiamo soprattutto pensare al presente. Mazzini e Garibaldi sono ormai ricordi, ma i massoni del Goi condannati per reati di mafia (esempio Giancarlo Pittelli a Vibo Valentia e Alfonso Tumbarello a Mazara del Vallo) sono oggi ben presenti.

Perché costoro non sono stati espulsi eliminando così i loro requisiti massonici, ma sono stati semplicemente sospesi o depennati dal piedilista, quindi senza perdere i caratterizzanti requisiti?

Le regole massoniche furono applicate per Licio Gelli, espulso dalla Corte Centrale (e il fenomeno P2 cominciò subito a sgonfiarsi); perché oggi le regole non si sono applicate a questi personaggi non contigui alla malavita ma ben dentro al malaffare? Non è garantismo, ma – temiamo – qualcosa di peggio.

Voi siete ancorati al vostro “Ha da passà 'a nuttata”. La nostra risposta invece è forte e chiara: non è più il Goi di allora.

Certo non vi consideriamo compiacenti o conniventi verso non più supposte (i tribunali della Repubblica sono chiari) ma reali infiltrazioni malavitose nel Goi. Voi dite (esecrabile forza degli idoli!) essere casi isolati.

E' vero, una rondine non fa primavera, suggerisce la saggezza popolare. La stessa saggezza allo stesso tempo ammonisce: una mela marcia rovina tutto il cesto. E' possibile che i “fratelli” di Loggia di Pittelli e Tumbarello non sapessero nulla? Anche loro hanno supposto fossero la solitaria rondine? Oppure…

Già: oppure...

Guarda da un'altra parte

Sei uno che sta a guardare? o che interviene? – o che guarda da un'altra parte, si fa da parte…

Ci accusate andar via e di abbandonare la lotta: “vi fate da parte e togliete forza a noi che vogliamo cambiare…”.

Non è un'accusa precisa, ma un borbottio, un brontolamento quasi. Noi non guardiamo altrove; noi ce ne andiamo avendo ben guardato. Mi dispiace ribattere, ma temo siate voi che guardate altrove. Sono preciso. Voi state lì nel Goi e volgete lo sguardo altrove per non vedere quello che non vi piace. Voi altri invece lasciate il Goi e andate nella Glri e non vi vedete criticità ma solo la fantasiosa “terra promessa”.

Non vedete ciò che sta succedendo perché non volete vedere. Ha ragione il filosofo: Voglio, una volta per tutte, non sapere molto. – La saggezza pone dei limiti anche alla conoscenza.

Sembra quasi un motto che rappresenta chi ha già deciso di star lì e chi non ha mai avuto titubanze perché la decisione di andar via semplicemente non l'ha mai presa in considerazione. La sua aspirazione è il vivere quieto non il vivere libero.

Nei mesi scorsi ho sentito molti di voi proporre di chiudersi nella propria loggia e disinteressarsi del resto e del contesto. Purtroppo il contesto non è mai neutro se non nelle illusioni sognate da chi sceglie di non vedere: il contesto non può essere lasciato fuori dalla porta: prima o poi, anzi spesso molto presto, bussa alla porta oppure – peggio ancora – entra dalla finestra. Cari amici, non potrete voltarvi dall'altra parte per sempre. Il contesto vi farà vedere le cose come sono e lo farà in modo drammatico.

Cosa volere?

Vuoi andare con gli altri? o andare avanti? o andartene per conto tuo?... Si deve sapere che cosa si vuole e che lo si vuole.

Io non so cosa volete voi, cari amici rimasti nel Goi o transitati alla Glri; lo posso supporre ma ormai non spetta più a me dirlo, e non mi interessa affatto. Posso solo dire che il Goi non sarà più quello di prima, dopo lo tsunami degli ultimi due anni che lo ha irrimediabilmente frantumato in gruppi dalla coesistenza poco fraterna, avvelenandone l'aria. Posso anche aggiungere che la Glri è “governata” verticalmente da un Gran Maestro in carica dal 2001 e che lo sarà fino al 2031 (trent'anni! Come la famosa guerra nel Seicento!). Anche in Glri si sono contate espulsioni e allontanamenti delle voci critiche: ci sarà più libertà che nel Goi? Non lo so e non mi riguarda.

Io so cosa vogliamo noi. Convinti che i mali nascano da una rilassata selezione delle ammissioni e da una dirigistica gestione che insiste più su Obbedienza che su Comunione, noi vogliamo (insisto: noi vogliamo) una Comunione-Non-Obbedienza, un libero patto tra liberi massoni, dove sia fondamentale “fare massoneria” senza se e senza ma. Accettiamo regole perché siamo noi stessi ad averle decise, ma rifiutiamo che possano diventare arma in mano al “potente” di turno.

Tutto sommato la formula per la nostra “felicità” muratoria è ben piccola cosa (ma quanto grande!). Formula della mia felicità: un sì, un no, una linea..., una meta…

Mi piace ricordare alcuni versi di un poeta, passato anche lui tra le Colonne del Tempio, versi non belli, ma che descrivono perfettamente la nostra situazione, criticata (che eufemismo!) da quelli restati e pure da quelli rifugiatisi altrove:

Siamo una cupa masnada

che si rifiuta e si scaccia,

e che riprende la strada

col piccone e la bisaccia;

mentre nel cuore profondo

che riflette nuove nubi e nuove stelle,

passano tre caravelle

che cercano un mondo...

Vi saluto, cari amici dell'una e dell'altra parte. Snobisticamente (ma sinceramente) vi auguro: salve atque vale. Noi siamo partiti; il cambiamento climatico del Goi ci ha spinto altrove.

La separazione è definitiva. Io non mi volterò più indietro.

Et de hoc satis!

17 gennaio 2026



***



Le citazioni, riconoscibili perché in corsivo, sono tratte da: Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli.

Il poeta dei versi finali è Giovanni Pascoli



martedì 28 aprile 2026

Cari Amici restati là... 2

 Continua la lettera agli Amici-Fratelli restati nel GOI.

 

Idolo o ideale?

Al mondo ci sono più idoli che realtà.

Gli idoli sono le proprie visioni, che corrono il rischio di trasformarsi in feticci ai quali la realtà deve inchinarsi. Gli idoli sono forti, spesso più forti della realtà.

Cosa (tanto per fare un esempio non sospetto) se non l'idolo dell’immaginazione (o fantasticheria?) ha ritardato di un secolo il riconoscimento della dipendenza evolutiva della classe uccelli dai dinosauri? Il dinosauro piumato (e ne esistettero!) era al di fuori della visione scientifica ottocentesca che vedeva quegli animali solo come lucertoloni lenti.

Se anche i cosiddetti “specialisti” (scienziati, antropologi, filosofi, insomma “color che sanno”) sono nei loro pensieri condizionati dagli idoli, non possiamo stupirci che accada anche a voi.

Cari amici, la risposta che voi date alla situazione attuale del Goi potrebbe essere inquadrata come un idolo attendista-giustificazionista che vi fa perdere di vista tutto il resto.

Non negate l'esistenza delle criticità e sicuramente vorreste fossero risolte. Anzi, siete talmente sicuri che si risolveranno che voi restate. In realtà voi restate perché volete restare, e basta. E vi illudete che tutto ritornerà come prima.

Non c'è bisogno di richiamare snobisticamente la teoria dei corsi e ricorsi storici di Vico, basta un più semplice e popolaresco “Ha dda passà 'a nuttata”. Dopo la notte viene sempre il giorno; ma per Eduardo la frase è il coronamento di un dramma che ha concrete premesse per essere superato. E per voi?

E' saggezza la vostra? Ne dubito. A me pare illusione.

In un luogo lontano, forse un deserto, una foresta oppure i confini del mondo, una sentinella di guardia viene sorpresa dalla domanda di un uomo (un viandante? un pellegrino? uno che semplicemente cammina?): Shomèr ma mi-llailah (Isaia 21 11). Sentinella, quanto resta della notte?

La sentinella risponde, con la voce di Francesco Guccini.

La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato

Sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato.

Ecco cari amici l'unica risposta che noi uomini, immersi nella quotidianità quotidiana (perdonatemi il bisticcio) possiamo dare. E' vero, “Ha dda passà 'a nuttata”, e la nuttata passerà.

Così dice anche la sentinella gucciniana: La notte sta per finire. Ma onestamente aggiunge: l’alba è ancora lontana.

Verrà l'alba? Non è questa la domanda, bensì un'altra, molto più impellente: “Quando verrà l'alba?”.

Qualcuno di voi pare infastidito da una domanda che forse può incrinare il suo idolo. Altri rispondono che l'alba sicuramente verrà, prima o poi. Io rispondo: Non ho più il tempo di aspettare; non posso passare la vita ad aspettare qualcosa che arriverà, sempre, dopo.

Idolo o ideale? L'idolo può diventare un ideale? L'ideale è un idolo oppure è qualcosa di diverso?

Io credo che tra idolo e ideale ci sia una grande differenza, per cui ritengo impossibile che l'idolo, che voi volete magicamente trasformare in ideale, possa avere il valore dell'ideale di chi invece desidera, sia pure non illudendosi, “fare massoneria”; e farla così, semplicemente, senza le sovrastrutture che oggi appesantiscono e possono far colare a picco (come – non offendetevi – è successo o sta succedendo al Goi); e fare massoneria subito, non domani o doman l'altro.

Idolo è la posizione intellettuale che si assume come riferimento assoluto e sempre valido, immutabile e indipendente dalle cose come sono e come vanno.

Ideale è un programma di lavoro, continuamente visto come scopo della propria attività per il quale vale la pena darsi da fare.

Insomma, per parlare schietto, idolo è vedere il Goi come vorremmo che fosse e non come è; ideale è “fare massoneria” senza se e senza ma, indipendentemente dalla situazione di Goi e Gran Loggia Regolare ed eventualmente anche al di fuori: il Goi lo vediamo come ormai è ridotto!

Ricordate la teiera di Bertrand Russell, quella che potrebbe ruotare attorno al Sole con un'orbita compresa tra Marte e Giove? L'idolo la ritiene una teoria probabile fino a prova contraria; l'ideale la ritiene teoria impossibile fino a che qualche dato ne possa far supporre l'esistenza.

Il rasoio di Occam insegna: entia non sunt moltiplicanda praeter necessitatem (= gli enti, le cose, le cause che spiegano, non vanno aggiunte oltre il necessario). La qual cosa vuol dire: scegli la spiegazione più semplice! Il rasoio di Occam (regola basilare di igiene mentale) ci spinge a scegliere la rappresentazione che richiede un minore impegno, per così dire ontologico, nella descrizione.

Voi, cari amici, ritenete possibile che il Goi possa cambiare in meglio fino a quando non ci saranno prove del contrario. Noi “esodati” pensiamo il contrario: fino a quando nel Goi non ci saranno elementi che faranno ipotizzare una possibile rinascita, le cose non cambieranno.

La realtà purtroppo ci dice che nulla fa supporre eventuali possibili metamorfosi e men che mai metamorfosi positive.

Ma, ma, ma… voi obiettate… I segnali positivi oggi non si vedono perché debbono restare nascosti, pena la loro sopravvivenza. (Ecco la forza dell'idolo!).

I segnali positivi oggi non si vedono perché, semplicemente, non ci sono, abbiamo invece concluso noi. (Ecco la forza delle cose!).

Quindi noi ce ne siamo andati. Ma, sorprendentemente, non siamo emigrati in altra Obbedienza (orrendo termine introdotto – disinteressatamente? – negli anni Sessanta-Settanta dell'Ottocento proprio da un Gran Maestro) bensì abbiamo costituito un nuovo gruppo che “Obbedienza” rifiuta di essere.

Sappiamo che voi potete ribattere che le nostre aspirazioni sono il nostro idolo che si contrappone al vostro. Con la ovvia conseguenza che nessuna posizione può avere preminenza sulle altre essendo tutte allo stesso livello.

Per noi invece non possono esserci posizioni o aspirazioni tutte ugualmente probabili e tutte sullo stesso piano: il quieto vivere non ha lo stesso valore del vivere in libertà. Il Goi di oggi è un luogo triste dove non c'è posto per chi dice di no, il quale troppo spesso viene, più o meno gentilmente, messo alla porta.

Noi spontaneamente, per conto nostro, ci mettiamo da parte. Andiamo altrove. Non nella Glri ma andiamo via assieme per fare qualcosa di nuovo (o di antico?).

E' questo “nuovo gruppo” che vi dà fastidio?

(continua) 

Cari Amici restati là... 1

Nel dicembre scorso la mia Loggia ha revocato l'obbedienza al Grande Oriente d'Italia. Dopo 53 anni non sono più a piedilista di una Loggia del GOI. Ma, per il timore del proverbiale salto "dalla padella alla brace", non abbiamo seguito chi è approdato alla Gran Loggia Regolare (con un Gran Maestro che pare inamovibile da un quarto di secolo). Assieme ad altri Fratelli abbiamo dato vita alla Comunione della Gran Luce d'Italia, libero patto di liberi muratori che si ispira direttamente agli Antichi Doveri. Non è stata una scelta facile e indolore, ma necessaria per mantenere intatto il nostro cammino libero senza condizionamenti.  

 

Lettera liberatoria e irriverente a chi è restato e a chi se ne è andato altrove

...Quasi una mia auto-seduta psicanalitica, una specie di “pulizia di inizio inverno”, per liberare la mente dalle scorie del passato.



Cari amici restati nel Goi, e anche voi cari amici emigrati là dove noi non siamo venuti

Scrivo “amici” perché io mi reputo ancora tale, anche se alcuni segnali che provengono dai vostri pressi non sono incoraggianti. “Ex fratelli” – secondo alcuni – noi siamo diventati; noi che non siamo restati con voi, noi che ce ne siamo andati, ma non con voi altri.

E va ancora bene. Alcuni anni fa, al tempo di una famigerata, per quanto contabilmente non infondata, riforma pensionistica, saremmo stati tacciati di “esodati”, con l'evidente sfumatura negativa di gente che non lavora ma non è pensionata, quindi che non sta né di qua né di là, né carne né pesce, né carnivori né vegetariani. Insomma degli “inclassificabili”, la cui presenza è fastidiosa perché appunto “fuori catalogo”.

Noi abbiamo infranto una regola ferrea: fuori dal catalogo non esisti!

Ho sentito qualcuno a volte dire: meglio “ex” che “ics” con la solita prosopopea antiscientifica che in Italia vien da lontano. Quante volte si sente ricordare quasi con soddisfazione (novello elogio dell'ignoranza): “in matematica non ci ho mai capito niente!”. Io mi sentirei quasi onorato di sentirmi dare dell' “ics”. Infatti “ics” è la “x” lettera universalmente usata per indicare l'incognita di una equazione; e sappiamo tutti che data un'equazione l'impegno è rivolto a trovare il valore dell'incognita. L'incognita “x” è ricerca e sforzo; significa mettere in gioco tutto quel che si sa per trovare qualcosa che non si sa, appunto il suo valore.

Una volta i massoni di altra Associazione massonica (quella che voi chiamate Obbedienza) venivano detti “cugini”, termine riduttivo rispetto a “fratelli”, ma senza le sfumature negative di “ex fratelli”. Era come prendere atto che erano massoni, sia pure di altro ramo e dunque diversi, ma con origini comuni e quindi non estranei: erano solo distanti. Insomma era pure una forma di rispetto. Ex-fratello invece è come dire ex-massone. “Ex” è parola che deriva dal latino e vuol dire “fuori”. Fuori dalla massoneria vuol dire che non si hanno più le qualità massoniche, alla pari di un cosiddetto profano, perché prima avevi la luce e alla luce tu, solo tu, hai rinunciato.

Le nostre usanze (pardon, le usanze massoniche) spiegano che il non più iscritto in un piedilista vien detto essere in sonno, quindi ancora in possesso delle qualità muratorie, sia pur sopite. Peccato per voi che ci chiamate ex: non sapete che le qualità massoniche si perdono solo con l'espulsione? Io non sono stato espulso (polemicamente aggiungo che neanche Pittelli e Tumbarello, condannati dalla giustizia della Repubblica per reati di mafia, sono stati espulsi). Chi mi chiama ex-fratello pone un abisso tra lui e me. Perché io dovrei avere la voglia di colmarlo?

Capisco che la mia/nostra scelta possa avervi sconcertato.

Cerchiamo di fissare alcuni passi.

Nel marzo 2024 si sono svolte le elezioni per la Gran Maestranza. L'esito è stato una vittoria della lista guidata da Leo Taroni in contrapposizione alla lista guidata dal Gran Maestro Aggiunto uscente Antonio Seminario che si presentava in totale continuità con la Giunta uscente. Vittoria di stretta misura, ma vittoria, avendo avuto un numero maggiore di voti delle altre due liste: in democrazia chi ha anche un solo voto in più vince. Punto.

Subito dopo le elezioni alcuni voti sono stati annullati con procedimenti al di fuori delle regole che il Goi si era dato. Non tanti, ma sufficienti a ribaltare il risultato elettorale.

Nei mesi successivi si sono verificate diverse azioni della ormai universalmente detta “giustizia domestica” del Goi: con procedimenti obiettivamente discutibili essa ha condannato (espulsioni o sospensioni) diversi Fratelli accusati di “slealtà” e cose del genere verso l'uno o l'altro Fratello, in genere – guarda caso! – proprio verso il Gran Maestro uscente (che non usciva, ma anzi si era auto-prorogato, dopo la pronuncia di un Tribunale della Repubblica che aveva annullato l'affrettata vittoria del suo successore). Pareva che la giustizia domestica avesse ripreso il vecchio reato civile del vilipendio tanto in auge fino a mezzo secolo fa.

Altro caso (apparentemente) strano: gli espulsi e i sospesi erano tutti appartenenti alla parte che si richiamava alla lista Taroni in opposizione all'allora e attuale (inamovibile?) establishment. I motivi apparivano chiari nella prospettiva di nuove elezioni alla Gran Maestranza, che con giustificazioni non chiare, la Gran Loggia del '25 ha audacemente (a iter giudiziario sulle elezioni contestate non ancora concluso!) riconvocato annullando le precedenti del 2024. E' un caso che il candidato oggi avvantaggiato sia lo stesso (in continuità con l'attuale gruppo al comando) non premiato dalle elezioni del '24?

I sospetti sono acuiti anche dall'essere stati ed essere ancora giustizia domestica e gruppo dirigente rapidi ed efficaci verso gli “oppositori”, ma non altrettanto energici verso certi iscritti al Goi condannati, non solo in primo grado, dai tribunali dello Stato per reati di favoreggiamento e contiguità con la malavita organizzata.

Nel frattempo è stato azzerato il patto di intesa con il corpo rituale del candidato sconfitto non dalle urne ma dalla brutalità della giustizia domestica: il Rito Scozzese infatti aveva dato segni di discontinuità con il gruppo al potere.

E' “slealtà” domandarsi se non ci sia qualche oscurità nel rapporto proprio verso gli iscritti condannati e incarcerati per reati di malavita organizzata?

E' “slealtà” immaginare la “giustizia” domestica sapientemente guidata da chi è tenacemente abbarbicato al potere?

E' “slealtà” supporre che ci sia qualcosa da nascondere nella gestione del Goi e nei suoi conti?

E' “slealtà” ritenere che ciò ha procurato una consistente emorragia di Fratelli, molti dei quali verso altra Istituzione muratoria con la quale il suddetto corpo rituale ha stipulato un nuovo patto di alleanza?

E' eccessivo valutare in più di una cinquantina di Logge e in uno o due migliaia di Fratelli i passaggi dal Goi alla Gran Loggia Regolare?

E' eccessivo valutare in un altro migliaio gli assonnamenti di Fratelli usciti dal Goi senza approdare ad altre realtà massoniche ma restandosene semplicemente a casa?

Che dire dei procedimenti di giustizia domestica (mai in numero così elevato nella storia più che bicentenaria del Goi) contro chi non pare al “pasdaran” di turno abbastanza “allineato” con il “potere”?

(continua) 

lunedì 27 aprile 2026

L'uomo e l'isola

 



Marinaio. Dove stai andando, vecchio viandante?

Ulisse. Buongiorno, amico. Io sono uno che cammina.

Marinaio. Non hai bagaglio con te, e calzi scarpe che in mare non ti serviranno.

Ulisse. Le mie sono scarpe da viaggio, ormai vecchie e consunte. Vengo da tanto lontano… Mi serviranno anche sull’isola.

Marinaio. Isola? Quale isola?

Ulisse. Non so. Il nome non lo conosco. So soltanto che è un’isola, e ormai non credo sia lontana. Là potrò riposarmi. Ho raggiunto il mare e troverò una barca che mi ci porti.

Marinaio. Se vuoi, ti posso accompagnare con la mia barca, ma devi dirmi dove andare.

Ulisse. So solo che è un’isola in mezzo al vasto mare. Altro non so dirti.

Marinaio. Solo questo? Non è molto!

Ulisse. So che al centro dell’isola svetta un alto monte. Un monte, mi hanno detto, da cui si possono ammirare sconfinati panorami.

Marinaio. Non sai molto, amico. Nonostante ciò, vuoi andare.

Ulisse. Ci vado, ci sto andando! Ci debbo andare! Non l’ho mai vista, ma qualcuno che sa mi ha detto che è la mia isola con la mia montagna, e questo mi basta.

Marinaio. Sei proprio certo di ciò che dici? Sei certo dell’isola? Sai che esiste ma non sai dove?

Ulisse. Ne sono certo, sì! Non ho dubbi in proposito. Cammino da tanti anni per raggiungerla. Là si compirà la profezia di Tiresia.

Marinaio. Quale profezia?

Ulisse. Le mie peripezie termineranno il quel paese dove avrebbero scambiato il mio remo con una pala del grano. Così mi disse il buon Tiresia.

Marinaio. E tu credi che sul monte di un’isola nessuno conosca un remo?

Marinaio. Dopo tanto peregrinare così mi è stato detto. Se non ne fossi sicuro non mi sarei messo in cammmo.

Marinaio. Possibile che tu non abbia dubbi su voci così vaghe? Su ciò che non hai mai visto?

Ulisse. Esistono tante cose che non ho mai visto. Ci sono. Ci debbono essere. Almeno ho fiducia che ci siano.

Marinaio. Non hai paura? Paura dell’ignoto, di entrare in un mondo che non conosci? Di non ritornare?

Ulisse. Tutti i mondi sono sconosciuti, fino a quando non li affronti e li conosci. Anche l’antro del ciclope mi era ignoto. Ma vi entrai. Se avessi avuto paura, se avessi pensato al ritorno, non avrei mai potuto conoscere la Forza e comprendere la Bellezza che mi suggerì di farmi chiamare da lui Nessuno.

Marinaio. Ma in mare non si temono solo naufragi. C’è concreto il rischio di non sapere dove andare, di perdersi, di non ritornare più.

Ulisse. No, amico marinaio, non ha senso temere l’ignoto.

Marinaio. Che altro mi puoi narrare, vecchio amico, per condurti all’isola?.

Ulisse. Non ho altro da aggiungere, tranne che è ora di andare.

Marinaio. Che cosa ti aspetti, una volta giunto fin là?

Ulisse. Non so. Probabilmente nulla. Forse là si meraviglieranno del mio remo scambiandolo per la pala del grano e il mio peregrinare avrà fine.

Marinaio. Propio in un’isola pensi che non conoscano un remo?

Ulisse. Neppure questo so. Solamente sento un’invincibile stanchezza di camminare e viaggiare. Non pensi anche tu che abbia viaggiato tanto?

Marinaio. Sembri uno che viaggia da sempre.

Ulisse. E’ vero. Ho visto tanti paesi, ho incontrato tanta gente… Oggi desidero trovare un luogo ove sostare per un poco prima di riprendere il cammino. L’isola sarà il luogo giusto e perfetto, il mio punto geometrico.

Marinaio. E questo ti basta?

Ulisse. Sì, mi basta. Il desiderio di partire si fa struggente, come quando, giovane, dovevo incontrare l’innamorata. Desiderio, da desiderare, “siderare”, sidera, le stelle.

Marinaio. Ti confesso che mi spaventi, amico mio.

Ulisse. Non temere. Voglio conoscere l’isola, salire sulla grande montagna al centro dell’isola: quello diventerà il mio punto geodetico. Sarà un’esperienza magnifica, mai provata, come la ricreazione dopo il lavoro e prima del lavoro. Mi puoi accompagnare con la tua barca?

Marinaio. Vieni, amico e fratello. La barca è pronta. E’ giunta l’ora. Andiamo!

Ulisse. Sì, andiamo. E’ tempo ormai di aprire i nostri architettonici lavori.



Lettura tendenziosa di un racconto di Federico Garberoglio, L’Uomo e l’Isola in Al termine del cammino – 99 Dialoghi, Este Edition, Ferrara, 2016, l’ultima opera del Fr. Federico, il suo testamento di uomo libero e di buoni costumi.



Le scimmie in viaggio

 Non voglio essere inutilmente polemico ma cerchiamo che i viaggi dell'Apprendista non siano come questo!

(lettura muratoria di una Fiaba al telefono di Gianni Rodari .

 

 

Oratore. Un giorno tre scimmie dello zoo decisero di fare un viaggio per vedere il mondo.

Maestro Venerabile. Fratello Esperto, impadronitevi del Candidato e fatelo viaggiare.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, il primo viaggio è già stato compiuto nel Gabinetto delle Riflessioni.

Segretario. E’ un viaggio strano, descritto da una formulina, una specie di gioco enigmistico. Vitriol, cioè Visita Interiora Terrae Rectificandoque invenies Occultum Lapidem.

Maestro Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il quadro della vita umana.

Oratore. Come è grande il mondo, e come è istruttivo viaggiare.

PAUSA

Maestro Venerabile. Fratello Esperto, continuate a far viaggiare il Candidato.

Oratore. Le scimmie salutarono gli amici e partirono all’alba. Cammina, cammina, dopo aver percorso molta strada, a metà mattina si fermarono a riposare e una domandò alle altre due: Che bel panorama! Cosa si vede?

Segretario. La gabbia del leone, la vasca delle foche e il recinto della giraffa.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, il secondo viaggio è terminato.

Maestro Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il quadro della vita umana.

Oratore. Come è grande il mondo, e come è istruttivo viaggiare.

PAUSA

Maestro Venerabile. Fratello Esperto, continuate a far viaggiare il Candidato.

Oratore. Le scimmie ripresero il cammino e si fermarono soltanto a mezzogiorno a riposare e una domandò alle altre due: Che bel panorama! Cosa si vede adesso?

Segretario. Il recinto della giraffa, la vasca delle foche e la gabbia del leone.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, il terzo viaggio è terminato.

Maestro Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il quadro della vita umana.

Oratore. Come è grande il mondo e come è istruttivo viaggiare.

PAUSA

Maestro Venerabile. Fratello Esperto, continuate a far viaggiare il Candidato.

Oratore. Le scimmie ripresero il cammino e si fermarono soltanto al tramonto del sole a riposare e una domandò alle altre due: Che bel panorama! Cosa si vede adesso?

Segretario. La gabbia del leone, il recinto della giraffa e la vasca delle foche.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, il quarto viaggio è terminato.

Maestro Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il quadro della vita umana.

Oratore. Come è grande il mondo e come è istruttivo viaggiare.

Segretario. Ma la terza scimmia non appariva così entusiasta.

1° Sorvegliante. Il mondo è troppo noioso: si vedono sempre le stesse cose.

2° Sorvegliante. E viaggiare non serve proprio a niente. Quanta fatica inutile!

Maestro Venerabile. Già! Viaggiavano, viaggiavano, ma non erano uscite dalla gabbia. Non facevano che girare in tondo come i cavalli della giostra.



Lettura “muratoria” di una delle Fiabe al Telefono di Gianni Rodari

 


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.