Propongo una Tavola che tenni nella mia Loggia alcuni (non troppi) anni fa.
Considerato il contesto storico, il riferimento ai piccoli inquisitori è molto chiaro. I piccoli (non grandi!) inquisitori sono coloro che incontri tutti i giorni, dal piccolo capufficio all'altrettanto piccolo capo-loggia o capo-logge o, peggio ancora, amico del capo in una logica (mi spiace per loro) analoga alla logica mafiosa. Ma sono piccoli (piccolissimi!) inquisitori anche quelli che non vedono e che non vogliono vedere e che si rinchiudono nei loro infimi particulari.
Insegnava Dante che si pecca per troppo di vigore, ma anche per poco di vigore.
Chi è l'inquisitore? Cosa vuol dire essere inquisitore?
Cominciamo con un punto di partenza. Inquisitore deriva dal verbo latino inquīro, inquīsīvi, inquīsītum, inquirěre cioè: investigare, ricercare, esaminare informazioni, fare un’inchiesta, ricercare l'elemento di un'accusa, istruire un processo, interrogare. Cassiodoro, grande intellettuale del VI secolo, lo spiega così: interrogare multus de rebus obscurissimis (interrogare molti sulle cose oscurissime). In italiano inquisitore assume il significato di chi cerca con cura e con impegno per trovare qualcosa, cioè una verità. Forse potremmo dire: una sua verità, cioè quella di chi è incaricato dell'inchiesta.
Quindi vediamo subito due aspetti: il poter conoscere da una parte e potremmo dire anche che chi ricerca in se stesso è un inquisitore di se stesso, e la via diciamo giuridica di svolgere un'inchiesta per conoscere qualcosa (un illecito, un reato) che è nascosto e che si vuole mettere in luce.
Storicamente l'inquisizione è il grande movimento della chiesa cattolica che ricercava chi non aveva posizioni conformi con la regola. E' purtroppo atteggiamento non solo del cattolicesimo, ma anche di altre religioni e culti. Per esempio Giordano Bruno fu scomunicato dalla chiesa cattolica, ma fu anche escluso dalla tavola calvinista (è l'equivalente della scomunica) e in seguito anche dalla tavola luterana.
Noi siamo abituati a pensare al processo della Santa Inquisizione come oscurantismo. In realtà lo scopo principale era di riconfermare la verità di fede. Solo l' "impenitenza" e la recidiva portavano alle esecuzioni dei condannati (ipocritamente giustiziati dal cosiddetto braccio secolare). Il cardinal Bellarmino, una delle menti più raffinate del XVII secolo, suggerì a Galileo di presentare il sistema eliocentrico non come una verità scientifica (affermazione in contrasto con alcuni passi della Bibbia) ma come una semplice ipotesi. E continuava, appoggiandosi anche alle imperfezioni degli strumenti oculari del tempo: invece di dire che Venere ha fasi come la luna perché non dite "supponiamo che Venere abbia…"? Galileo rifiutò sostenendo che le cose stavano come diceva lui. La storia ha stabilito che Galileo aveva ragione e il cardinal Bellarmino no.
Paradossalmente oggi si coglie "più moderna" la posizione di Bellarmino (supponiamo che sia…) piuttosto che quella di Galileo (no, è così!).
Chi legge quegli articoli senza altre considerazioni e conoscenze vede un Bellarmino problematico e moderno di contro a un Galileo dogmatico. Noi invece sappiamo che il contesto storico dice esattamente il contrario: la problematicità di Bellarmino è un rifiuto delle prove scientifiche e l'asserzione di Galileo è l'esatto contrario.
Questo vuol dire che il contesto non va mai ignorato. Atteggiamento ovviamente contrario alla odierna cancel culture, la cultura della cancellazione, che giudica con l'occhio di oggi il passato isolandolo dal contesto. Così per esempio si condanna e rifiuta in toto un personaggio come George Washington perché schiavista e possessore di schiavi (in un'epoca in cui lo schiavismo era socialmente accettato) senza mettersi nel contesto sociale del tempo che prevedeva tutti i grandi piantatori possessori di schiavi (non esisteva mano d'opera agricola salariata) e senza tener conto che proprio con l'opera di uomini come Washington alcuni decenni dopo la schiavitù venne abolita. Io la chiamo legge della contestualizzazione ma in realtà è semplice buon senso.
Così quando affrontiamo il fenomeno dell'inquisizione dobbiamo avere il buon senso di esaminarne tutti gli aspetti senza fermarci alla chiusura del proprio pensiero ideologico.
Un inquisitore che ci spinge a riflessioni profonde è la grande figura uscita dalla penna di Dostoevskij.
Si immagina il ritorno di Gesù nel XV secolo a Siviglia, all'apice dell'operato della Santa Inquisizione. Gesù sostanzialmente si presenta in sordina all'indomani di una grandiosa celebrazione nella quale erano stati bruciati sul rogo molti eretici. Tutti però lo riconoscono e lo acclamano. Opera un miracolo resuscitando una bambina di sette anni già nella bara semplicemente dicendole di alzarsi (le uniche parole che pronuncerà). Il grande inquisitore, che lo osserva da lontano, lo fa subito incarcerare pur avendolo riconosciuto.
Il colloquio-interrogatorio (anzi, soliloquio perché Gesù non apre bocca) è illuminante.
L'inquisitore lo incalza.
Perché è ritornato dopo quindici secoli? Perché è tornato a infastidire gli uomini?
Per l'inquisitore quindi avere Gesù presente è un grosso problema. Il popolo lo acclama, ma gli uomini non sono abbastanza forti da accettare la rinuncia al pane a favore del messaggio di Dio.
La libertà è sostanzialmente effimera e impraticabile se il pane è scarso. Qui interviene l'inquisitore: la libertà non è praticabile, quindi è necessario il suo ruolo di custode e guardiano dell'ordine delle cose dando una speranza a chi il pane non l'ha in cambio di una ragione di vita nella fede e nella chiesa, senza quindi tradire lo slancio spirituale dei suoi fedeli.
Tu sei orgoglioso dei tuoi eletti – dice a Gesù – ma con te ci sono solo loro. Chi si occupa di tutti gli altri? Chi garantisce a tutti la pace anche per i più spiritualmente deboli e incapaci senza quella forza che può avere solo un potere in grado di tenere insieme gli uomini dando loro una parvenza di libertà.
E' un gioco sottile quello dell'inquisitore, sul dualismo contrapposto di potere e libertà, che in realtà non può esistere per la stessa natura e debolezza degli uomini. E quindi non può essere concessa libertà perché gli uomini non sono in grado di gestirla.
E' per noi un dilemma cui è arduo dare risposta, se consideriamo l'uomo come preda dei suoi bassi istinti. E differenza tra uomo moderno e antico vale poco perché al di là dei valori, che evolvono con il pensiero, le pulsioni umane restano sempre le stesse, tra egoismo e solidarietà.
L'inquisitore si pone in un mezzo tra le due esigenze in un falso equilibrio che da un lato fa credere agli uomini di essere liberi ma dall'altro è intransigente per il mantenimento dell'ordine (del potere?). Certo è acuto questo grande inquisitore (ricordiamoci che inquisire vuol dire guardare, cercare dentro), il suo dialogo-monologo lo descrive nei minimi dettagli: di età avanzata, di grande esperienza e profonda conoscenza della natura umana, delle sue debolezze e delle sue aspirazioni. Ha costruito il proprio ruolo per preservare l'ordine sociale che lui sente necessario.
Distinguiamo ora molto nettamente tra i grandi inquisitori e i piccoli inquisitori, quelli che non guardano dentro e non cercano (non ne sono capaci!), guidati non dalla ragione o da grandi ideali ma solo dalla pancia. L'unico ordine che concepisce la loro limitata visione è il potere, meglio se potere personale.
Il racconto di Dostoevskij termina emblematicamente con Gesù che bacia sulle labbra l'inquisitore non senza che il bacio produca un forte sussulto nel vecchio, che alla fine lo libera scacciandolo per sempre.
Dei piccoli inquisitori non si dovrebbe nemmeno parlare se non fosse per i danni che producono.
La riflessione sul potere è fondamentale per mantenersi liberi. Ricordo di aver letto ai tempi del liceo un saggio di Bertrand Russell sul potere. Iniziava così: quando si mettono insieme tre persone immediatamente si stabilisce una gerarchia di poteri. Allora ero nella fase idealista e mi pareva osservazione superficiale. Poi diventato più riflessivo ho purtroppo osservato che è vero: mettendo insieme due persone c'è chi "comanda" e chi "obbedisce". Oggi aggiungo che c'è chi vuole comandare perché c'è chi vuole obbedire.
Naturalmente i personaggi che comandano e obbediscono vanno interpretati in modo molto diverso perché per esempio a scuola l'insegnante dà ordini e l'alunno obbedisce. Anni fa le pagelle della scuola elementare registravano voti di profitto, oggi frasi militaresche quali "esegue le consegne".
Sì, il bravo bambino sa obbedire. Il primo passo è imparare a obbedire. Dipende come si svolgono i passi successivi.
Perché, per tornare alla Santa Inquisizione, Giordano Bruno fu condannato a morte e Galileo invece no? Per quale motivo? Forse il motivo fondamentale è uno solo. Galileo accettò la gerarchia della Chiesa e abiurò (più o meno formalmente) subendo una condanna che oggi potremmo dire di arresti domiciliari. Giordano Bruno invece non accettò la gerarchia e salì sul rogo: il potere non ammette eccezioni, troppo tardi si accorse di non averlo eliminato bensì aumentato.
Analoghe situazioni si presentano anche oggi: o assecondi la gerarchia, anche formalmente restando "oppositore", oppure sei "condannato al rogo".
Chi sono oggi i piccoli inquisitori?
I grandi inquisitori – leggiamo Dostoevskij – hanno una loro dignità. Il vecchio inquisitore, cinico e brutalmente sincero, ha una sua saggezza, tutto proteso all'assoluto deve essere applicato per il bene di tutti, uomini compresi. Non è il potere fine a se stesso, bensì il potere per – paradossalmente – il bene dell'Umanità (che poi sia un bene è tutto da dimostrare).
Non è certo l'altro grande inquisitore, sempre letterario anzi musicale, figura chiave del Don Carlo di Verdi. Sono personaggi molto diversi.
La storia è molto banale. Il re di Spagna Filippo II (figlio di Carlo V) sposa la principessa Elisabetta di Valois già promessa al figlio don Carlo. Ma lei è innamorata del figlio e il figlio è innamorato di lei.
Don Carlo, procuratore delle Fiandre, al tempo sotto il duro dominio spagnolo che lui vorrebbe attenuare, è in contrasto con il padre Filippo II.
Il padre si consulta con il grande inquisitore, vecchio e cieco, ma dalla mente molto acuta. Il vecchio capisce subito cosa vuole Filippo: il re e padre è contro il figlio e futuro successore.
La logica dell'inquisitore è stringente. Il figlio è contro il re suo padre: eliminalo pure.
Ma non commetto peccato? – obietta debolmente il re.
La risposta non ammette repliche: Dio per la salvezza dell'uomo sacrificò il figlio. La pace dell'impero (causa superiore) giustifica l'eliminazione di tuo figlio.
L'inquisitore segue una logica perversa. In realtà la logica non è né perversa né morale, né scellerata né virtuosa. La logica è semplicemente logica. Se vuoi la pace dell'impero devi eliminare la causa che mina la pace. (Forse potrebbero esserci altre alternative, ma esulerebbe dal racconto e dalla psicologia dei due).
E il re obietta (sempre più debolmente): posso io cristiano immolare (ipocritamente non dice eliminare) mio figlio?
La risposta è apodittica: Per riscattarci Dio sacrificò il suo.
Il re non è ancora convinto: Ma tu (inquisitore) puoi dare vigore, forza (cioè approvare) alla necessità (che mi fa eliminare mio figlio)?
L'inquisitore dà la risposta definitiva: Ovunque avrà vigore, se sul Calvario l'ebbe. La fede viene davanti a tutto.
Risposta definitiva, ma ambigua. La fede (l'istituzione che si basa sulla fede) viene davanti a tutto e giustifica anche i tuoi atti immorali, ma tu le devi riconoscere il primato. Così, poiché non si dà mai nulla per nulla (nelle camere del potere), se io ti do questo, allora, c'è un prezzo da pagare. L'amico del tuo figlio è un eretico e va eliminato, eccetera, eccetera.
Altro che spirito! Qui si è in piena materia! Qui siamo ad una brutale transazione di favori tra due poteri.
(continua)
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