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11 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 12

Ecco la scelta della prova.

« Sei disposto ad ammansire un cane furioso per dar prova della tua fede? » Rabbrividii di orrore. « No, non ne sarei capace » esclamai rifiutando.
« Sei disposto a dare immediatamente alle fiamme per nostro ordine l’archivio della Lega come ora il Fiduciario ne incendia una parte davanti ai tuoi occhi? »...
«No,» gridai « nemmeno questo saprei fare ». (88)

Quale prova, allora sceglierà il già narratore?

« Cave, frater » esclamò il Capo supremo, rivolgendosi a me. « Stai in guardia, impetuoso fratello! Ho cominciato dai compiti più facili, per i quali basta un minimo di fede. I compiti seguenti saranno via via più difficili. Rispondi: Sei pronto e disposto a interrogare l’archivio sul conto di te stesso? ». (88-89).
Mi sentii venir freddo e fermarsi il respiro... Col respiro affannato risposi di sì. (89)

Già, interrogare gli archivi su se stesso. Una specie di esame di coscienza che la pratica religiosa imponeva quotidianamente al devoto. Ma non era devozione, era al contrario un atto importante: rivedersi nelle azioni della giornata imponeva il giudizio sul comportamento tenuto. Giudicarsi significa vedersi con gli occhi altrui.

Salire sulla scala curva significa aumentare il proprio orizzonte e cambiare punto di vista. Ma significa che anche gli altri cambiano la loro visuale possono vedere anche ciò che tu non vedi (banalmente ti guardano la schiena, che tu non hai mai visto né vedrai mai).

Ed eccoci al giudizio di quell’archivio onnicomprensivo. Che cosa vi era registrato di così tremendo?

Vidi poi il mio nome con questa nota:
Chattorum r. gest. XC.
civ. Calv. infid. 49.
Il foglietto mi tremava tra le mani. Intanto i Superiori si alzarono l’uno dopo l’altro, mi strinsero la mano; mi guardarono negli occhi e si allontanarono. L’Eccelso Seggio rimase vuoto, per ultimo scese dal trono il Capo supremo, mi porse la mano, mi guardò negli occhi, sorrise di quel suo pio e servizievole sorriso da vescovo e per ultimo uscì dalla sala. (89)

Ecco il già narratore solo con se stesso, pronto a interrogare la propria coscienza sul suo comportamento. Non è tanto il giudizio su di sé, già dato. Ma vedere dove e come avesse sbagliato.
Si trattava del viaggio in Oriente e precisamente del punto cruciale nella gola di Morbio Inferiore. Ed ecco la prima scheda.

Il nostro gruppo, si leggeva, era arrivato fino a Morbio dove aveva dovuto sostenere una prova, ma senza esito felice: la scomparsa di Leo. Benché avessimo dovuto lasciarci guidare dalle norme della Lega e benché ci fossero precetti anche per il caso che uno dei gruppi rimanesse senza guida e questi precetti ci fossero stati ripetuti all’inizio del viaggio, tutto il nostro gruppo, dal momento in cui scoprimmo l’assenza di Leo, aveva perduto la testa e la fede, si era ingolfato nei dubbi e in vane discussioni e alla fine, contrariamente allo spirito della Lega, il gruppo si era scisso e smembrato in più partiti. (90-91).

La scomparsa del servitore Leo fu dunque una prova. Ma quei viaggiatori persero la testa e la fede, si trovarono cioè senza equilibrio tra Forza e Bellezza, con una Forza squilibrata perché le discussioni accentuarono la disgregazione del gruppo e una Bellezza squilibrata perché si persero ad arzigogolare e fantasticare su questioni irrilevanti. Mancò la realtà e mancarono in coesione; non ebbero la necessaria fiducia degli uni verso gli altri, non tanto per mantenere in vita il gruppo quanto perché solo in gruppo si poteva continuare. Non più gruppo, smarrirono la via.

Anche altri due partecipanti a quel viaggio tentarono di raccontarne la storia: Essi descrivevano i fatti di quella giornata in maniera non molto diversa dalla mia, eppure quanto sonavano diversi per me! (91)

Lesse in un manoscritto chiari riferimenti a sé.

Quel musicista H. H. fu un esempio lacrimevole. Pur essendo stato fino al giorno di Morbio Inferiore uno dei più fedeli e convinti confratelli, benvoluto inoltre come artista e, nonostante certe debolezze di carattere, uno dei soci più vivaci, si abbandonò ora ad almanaccare, soffrì di depressioni, si fece diffidente e nel suo ufficio peggio che trascurato, incominciando a diventare intrattabile, nervoso, attaccabrighe. Un giorno, quando rimase dietro agli altri, nessuno pensò di interrompere la marcia per lui e di andarlo a cercare, tanto era evidente la sua diserzione. (92-93).
Nell’altro la descrizione degli stessi fatti è ancor più sorprendente.
Come l’antica Roma cadde con la morte di Cesare o l’idea democratica universale con la diserzione di Wilson, così la nostra Lega crollò con l’infelice giornata di Morbio. Se in questo caso si può parlare di colpa e responsabilità, il crollo va addebitato a due confratelli apparentemente innocui: al musico H. H. e a Leo, uno dei servitori. Questi due, seguaci della Lega fino allora fedeli e benvoluti, per quanto ignari della sua importanza nella storia universale, questi due scomparvero un giorno senza lasciar traccia e non senza appropriarsi oggetti preziosi e documenti importanti, donde si può argomentare che i due miserandi fossero comperati da potenti avversari della Lega... (93)

Tre resoconti (i due qui letti e quello del nostro narratore dato all’inizio del racconto) dei medesimi fatti per opera di testimoni oculari. “Io c’ero!” potevano ben dire tutti e tre. Ma avevano raccontato le cose in tre modi del tutto diversi.

Le nostre fatiche storiche erano dunque vane, non era il caso di continuarle né di leggerle, si poteva tranquillamente lasciare che si coprissero di polvere nell’archivio. (93-94)

E se succede così per fatti storici, che molti hanno vissuto, sui quali esistono documenti, pensiamo come possono essere i resoconti di esperienze personali. Come si spostava, si mutava e snaturava ogni cosa in questi specchi, com’era beffardo e irraggiungibile il volto della verità che si nascondeva dietro a tutte queste notizie, contronotizie e leggende! Che cos’era vero? Che cosa era credibile? (94)

Ormai preparato a tutto, una furia prese il già narratore: doveva sapere cosa l’archivio diceva di lui.

Lasciamo la parola al narratore.

Mi trovai davanti allo scaffale che recava il mio nome. Era una nicchia che, quando ne spostai la sottile tendina, non mi presentò nulla di scritto. Conteneva soltanto una figura, una vecchia e malconcia scultura di legno e di cera, a colori pallidi, una specie di idolo barbarico che a prima vista mi fu del tutto incomprensibile. Era una figura che veramente ne conteneva due, in quanto avevano il dorso in comune. Mi soffermai a guardare stupito e deluso. In quella vidi una candela fissata al fondo della nicchia in un candeliere di metallo. C’erano fiammiferi, sicché accesi la candela che illuminò la strana doppia figura. A poco a poco questa mi si rivelò. Piano piano cominciai a intuire e poi a comprendere che cosa volesse rappresentare. Rappresentava un personaggio – che ero io — e il mio ritratto era spiacevolmente debole e semireale, aveva lineamenti sbiaditi e in complesso un’espressione instabile, fiacca, morente o suicida, sicché sembrava quasi un’opera di scultura che fosse intitolata « Caducità » oppure « La decomposizio­ne » o qualcosa di simile. L’altra figura invece, che era unita alla mia, era tutta florida di colori e di forme e, mentre incominciavo a indovinare a chi somigliasse, cioè al servitore e Capo supremo Leo, scorsi anche un’altra candela fissata alla parete e accesi anche quella. Così vidi il doppio personaggio, che alludeva a me e a Leo, non solo diventare più evidente e somigliante, ma notai pure che la superficie delle figure era trasparente e si poteva vederne l’interno come si vede attraverso il vetro d’una bottiglia o di un vaso. E nell’interno dei personaggi vidi muoversi qualcosa, muoversi adagio con infinita lentezza, come si muove un serpe addormentato. Qualche cosa stava succedendo, come un fluire, uno sciogliersi lentissimo ma ininterrotto: dal mio ritratto qualcosa si scioglieva o fluiva passando nel ritratto di Leo, e così potei notare che la mia immagine stava per donarsi sempre più a Leo e per effondersi, per alimentarlo, e rafforzarlo. Col tempo l’intera sostanza sarebbe probabilmente passata da una delle immagini nell’altra e ne sarebbe rimasta una sola: Leo. Egli doveva crescere, io dovevo diminuire. (94-96)

La prima chiave di lettura è certo immediata: I personaggi di opere poetiche sono di solito più vivi e reali dei loro poeti (96)

Ma un finale ridotto così mi delude. Non riesco ad immaginare che tutto debba terminare così banalmente: il personaggio, Leo, creato dal narratore (H. H.) col trascorrere del tempo diverrà letterariamente grande e l’autore in carne ed ossa scomparirà.
Penso anche che la lettura di qualunque opera letteraria sia anche un colloquio che il lettore ha con chi scrisse, per cui io spiego e interpreto col mio sentire ciò che leggo oggi e fu scritto ieri. Forzo le intenzioni del narratore? Forse, ma è questione che non mi interessa: a me preme che una lettura lasci un segno in me, se possibile.

Qui preferisco interpretare la “doppia statuina” con Leo che “assorbe” HH (tanti direbbero, negativamente, vampirizza) come HH che diventerà Leo, conquistando il suo “doppio”, una specie di suo alter ego completandosi e dando vita a qualcosa di nuovo.
Intendo il Pellegrinaggio in Oriente non racconto di un volo della fantasia ma spunto di un metaforico “viaggio interiore” con il protagonista che è riuscito a comprendere che la fantomatica Lega che tutto registra e pare conoscere come comportarsi con ciascun suo aderente in realtà sia il “vero” se stesso. Quando il protagonista “capirà” necessariamente diventa uno dei Superiori della Lega, anzi il “Capo” della Lega perché “lui” è la Lega.

09 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 11

Tanti erano i sentimenti del narratore, sintetizzati in pochi tratti dal romanziere.

Ero tutto proteso nell’aspettazione della sentenza che ero pronto ad accettare umilmente...
Ma più ancora ero colpito, commosso, costernato e felice per la grande scoperta della giornata: che cioè la Lega esisteva...
Ero stato io così debole e stolto da svisare le mie esperienze, da dubitare della Lega, da considerare fallito il pellegrinaggio in Oriente e da scorgere in me stesso il sopravvissuto e il cronista d’una storia liquidata e arenata...
Non ero che un fuggitivo, un apostata, un disertore.
Piccolo e umile stavo ai piedi dell’Eccelso Seggio, dal quale un giorno ero stato accolto come fratello nella Lega, dal quale a suo tempo avevo ottenuto la consacrazione a novizio e l’anello e, come il servitore Leo, ero stato inviato al pellegrinaggio...
E in mezzo a tutto ciò un nuovo peccato, una nuova inesplicabile omissione, una nuova vergogna si insinuò nel mio cuore : non avevo più l’anello, l’avevo perduto, non sapevo neanche quando e dove, fino a quel momento non ne avevo nemmeno avvertito la mancanza! (81-82)

Ecco finalmente la sentenza di questo anomalo processo, almeno come noi intendiamo il processo. Qui non c’erano accuse, testimoni, contraddittorio, difesa dell’imputato. Anzi, anomalia ancora più macroscopica, l’accusatore era l’imputato stesso.
Ma ascoltiamo la sentenza, pronunciata dal già servitore ed ora capo supremo della Lega. Merita una lettura attenta. Qui c’è la chiave di volta del racconto.

L’accusatore di se stesso... ha avuto occasione di liberarsi da alcuni dei suoi errori. Molte cose sono contro di lui. Si può anche comprendere e scusare che abbia rotto fede alla Lega, che ad essa abbia rinfacciato la propria colpa e stoltezza, che abbia dubitato della vita di essa, della sua continuazione, che abbia coltivato la strana ambizione di diventare lo storiografo della Lega. Tutte cose che non hanno gran peso. Sono, me lo permetta l’accusatore di se stesso, nient’altro che stupidaggini di novizio. Noi le liquidiamo con un sorriso. (82)

Improvviso le prospettive si sono rovesciate. Il narratore, cioè l’imputato, cioè l’accusatore di se stesso, per tutti gli ultimi anni non aveva fatto altro che “fuggire” da qualcosa della quale invece era convinto di essere alla ricerca. Forse non si sentiva all’altezza del nobile scopo ma non osava confessarselo e trasformò la meta che non voleva in un impossibile “oggetto del desiderio”. La scomparsa del creduto servitore Leo apparve un’azione voluta e necessaria: i viaggiatori dovevano proseguire da soli, guida di se stessi. Furono i viaggiatori a perdere Leo, non il viceversa. Fu il narratore tra i fumi distruttivi dei dubbi (non il dubbio sano che ti fa prendere coscienza dei tuoi limiti ma la titubanza incerta ed esitante che ti fa sospettare di tutto), a non incontrar più Leo. Eppure la ricerca del “servitore Leo” non sarebbe stata così difficile se a un estraneo (qualcuno direbbe un profano) fu sufficiente consultare un annuario pubblico per trovarne l’indirizzo.

Ma all’accusato sono da imputare anche altri peccati molto più gravi e il peggio è che egli non si accusa di questi peccati, ma pare che non se ne renda conto. Si rammarica di aver fatto torto alla Lega nei suoi pensieri, non sa perdonarsi di non aver saputo vedere nel servitore Leo il supremo detentore del trono ed è quasi sul punto di riconoscere quanto fosse grande la sua infedeltà. Ma mentre prese troppo sul serio questi peccati di pensiero e queste stoltezze e soltanto in questo momento si accorge con sollievo che si possono liquidare mediante un sorriso, egli si ostina a dimenticare le sue vere colpe che sono legione e ciascuna delle quali è abbastanza grave per meritare solenne punizione. (83)

Evidentemente il narratore-imputato si sentì molto sollevato dal sentirsi dire che i suoi presunti peccati gravi venissero cancellati: non sapeva vederne altri, anzi ai suoi occhi non ce n’erano altri. E non per un generale buonismo che fa supporre che un peccato diffuso in tutti sia meno peccato, ma perché non aveva ancora capito che certi stati d’animo, certi sentimenti sono di impedimento al cammino. Non aveva fallito il suo viaggio in Oriente?

La sentenza continuò, implacabile.

Imputato H., più tardi lei imparerà a vedere i suoi errori e le verrà indicata anche la via per evitarli in avvenire. Ora, soltanto per mostrarle quanto poco lei si renda conto della sua posizione le domando: ricorda la sua traversata della città in compagnia del servitore Leo che era incaricato di condurla davanti all’Eccelso Seggio? Sì, lei, se ne ricorda. E ricorda che siamo passati davanti al Municipio, alla chiesa di San Paolo, al Duomo e che il servitore Leo vi entrò per inginocchiarsi e pregare, mentre lei non solo rinunciò a entrare e a pregare, contrariamente al quarto paragrafo del suo voto, ma rimase fuori impaziente e annoiato ad attendere la fine di quella molesta cerimonia che a lei pareva tanto superflua e per lei non era che una odiosa prova della sua egoistica impazienza? Sì, lei se ne ricorda. Col suo comportamento davanti al portone del Duomo lei ha calpestato tutti i postulati fondamentali e gli usi della Lega, ha disprezzato la religione, trascurato un confratello, si è sottratto con dispetto all’occasione e all’invito alla preghiera e alla concentrazione. (83-84)

Già, l’impazienza, il non saper attendere... E l’orgoglio di voler procedere, la menzogna di credere di essere diversi da quello che si è, la cupidigia di “possedere”, l’incapacità di scrollarsi via le cose...
E’ così importante la preghiera? Sicuramente è una via per uscire dalla stretta materialità del mondo quotidiano, per collegarsi alla trascendenza, all’Altrove. Il narratore era stato invitato a collegarsi alla trascendenza. Era stato invitato – come si usa dire in queste occasioni – a chiedere l’assistenza e l’aiuto di Dio. Non l’ha fatto? Certo fu un’altra dimostrazione della sua pretesa di onnipotenza e di impazienza. Aveva dimenticato (ma l’aveva mai saputo?) che ogni cosa ha il suo momento e ogni atto ha il suo tempo sotto il sole. Aveva dimenticato il saggio consiglio a vivere l’armonia del mondo.

Il peccato sarebbe imperdonabile se non ci fossero particolari circostanze attenuanti.
Non vogliamo enumerare tutti gli errori dell’imputato, considerando che non deve essere giudicato secondo la lettera, e noi sappiamo benissimo che basta un nostro monito per ridestare la coscienza dell’imputato e farne un autoaccusatore pentito. (84)

Le cose si stanno chiarendo. Il tribunale del quale l’Eccelso Saggio proclama la sentenza è il tribunale della coscienza del narratore. Ecco chi è l'accusatore, chi è l’imputato, chi è il difensore, chi è il giudice e chi è il pubblico: è sempre lui, il narratore. Si trova di fronte al tribunale più minaccioso che avrebbe potuto incontrare, che ben difficilmente assolve l’imputato.

Comunque sia, autoaccusatore H., io devo darle il consiglio di portare anche qualche altra sua azione davanti al tribunale della sua coscienza. Devo rammentarle la sera in cui andò in cerca del servitore Leo desiderando di essere da lui riconosciuto come confratello, benché ciò fosse impossibile, poiché lei si era reso così irriconoscibile in quanto confratello? Devo ricordarle ciò che disse al servitore Leo? La vendita del violino? La vita disperata, stolta, angusta, da suicida che ha condotto da anni?
C’è anche un’altra cosa, confratello H., che non devo tacere. Certamente è possibile che quella sera il servitore Leo le abbia fatto torto col pensiero. Supponiamo che sia così. Leo è stato forse un po’ troppo severo, troppo razionale, non ha avuto forse sufficiente indulgenza e senso di umorismo per lei e per le sue condizioni. Esistono però istanze superiori e giudici più sicuri del servitore Leo. Quale fu il giudizio dell’animale sul suo conto? Si ricorda del cane Necker? Rammenta il ripudio e la condanna pronunciati contro di lei? E l’animale incorruttibile, non è partigiano, non è un confratello. (84-85)

Il cane quella sera al ritorno dopo l’incontro con Leo non riconobbe più l’uomo presentatogli solo poco prima. Il cane nel sentire comune è il segno della fedeltà e se abbaia non riconosce più chi gli è di fronte, come il cane pastore si scaglia contro l’estraneo, contro il potenziale nemico del gregge. Non canta Omero che i cani con la loro sensibilità straordinaria avvertono la presenza del dio?

L’Eccelso Saggio terminò. Autoaccusatore H., lei mi ha ascoltato, ha risposto di sì. Ha pronunciato, supponiamo, da sé la sua sentenza. (86)

Anzi, no. La sentenza non era ancora stata pronunciata: l’Eccelso Saggio non aveva fatto altro che mettere in evidenza, al narratore-imputato prima che agli altri, i fatti nudi e crudi. Il narratore era stato obbligato, in un certo senso, a salire sulla scala curva, a capire come certe azioni che paiono irrilevanti, in realtà possono essere gravi mancanze. Ha dovuto prendere atto che i suoi comportamenti non sono stati improntati dalla bellezza necessaria che non può essere solo un estetismo fine a se stesso, ma deve essere il necessario ornamento della vita vissuta. Senza bellezza la vita si riduce alla successione di atti di forza fini a se stessi.

La risposta del narratore-imputato non si fece attendere.

« Sì, sì » confermai con voce sommessa. « Sarebbe, come noi supponiamo, una sentenza di condanna? ». « Sì » mormorai con voce sommessa. (86)

Il Tribunale della coscienza, l’auto-tremendo Tribunale aveva emesso la sentenza, definitiva, senza appello. L’imputato si era condannato più che per le mancanze commesse, per la sua superficialità e per non avere capito. La sua colpa non era stata la ricerca fallita della risposta alla domanda, ma non essersi posto la domanda. Porsi la domanda significa essere già sulla via della trasformazione. In un certo senso la chiave della trasformazione è proprio tutta nella domanda, che spinge al cammino.

Il consesso dei Superiori della Lega non era un Tribunale, il luogo cioè dove i giudici esercitano il loro potere, ma semplicemente un consesso di aristocratici (mai senso etimologico fu più pertinente: gli ottimi, i migliori) che non cercava punizioni o condanne ma spingeva alla comprensione, al cambiamento.

Infatti Leo intervenne, alzandosi e allargando dolcemente le braccia in un impulso quasi di armonia generale.

Ora mi rivolgo a voi, Superiori. Voi avete udito. Sapete le vicende del confratello H. Si tratta di un destino che non vi è ignoto, parecchi di voi lo hanno sperimentato. (86)

La comprensione nasce sempre dalla sperimentazione. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, aveva ammonito il Maestro insegnando compassione e rifiutando una giustizia senza comprensione.

Fino a questo momento l’imputato non sapeva ancora o almeno non riusciva a capacitarsi che la sua apostasia e il suo smarrimento erano una prova a cui veniva sottoposto. Per molto tempo non ha ceduto, ha sopportato per anni di rimanere senza notizie della Lega, di restare solo e di vedere distrutto ogni fondamento della sua fede precedente. In fine però non potè più nascondersi e sottrarsi, il suo dolore divenne troppo grande, e voi sapete che non appena il dolore diventa abbastanza profondo si va avanti. La prova portò il fratello H. fino alla disperazione, e disperazione è il risultato di ogni serio tentativo di comprendere e giustificare la vita umana. Disperazione è il risultato di ogni serio tentativo di sostenere la vita con la virtù, con la giustizia, con la ragione, e di soddisfare le sue esigenze. (86)

Disperazione è mancanza di speranza. L’uomo disperato si sente incatenato da un fato avverso che sente ingiusto. Non riesce a cogliere la via d’uscita (c’è sempre una via d’uscita!): lavorare con speranza e fiducia. Infatti cosa è la fede se non fiducia in sé, nelle proprie capacità, nel futuro?

Al di qua di questa disperazione vivono i fanciulli, al di là i risvegliati. L’imputato H non è più un fanciullo e non è ancora interamente risvegliato. Si trova ancora nella disperazione. La attraverserà e con ciò presterà il suo secondo noviziato. (86)

Se ci disperiamo è perché non abbiamo saputo volere con tenacia. Non è facile. Si fa presto a dire: Non devi fare così! E’ una battaglia con se stessi, lunga, faticosa e continua.

Leo concluse. Noi gli diamo di nuovo il benvenuto nella Lega della quale egli non presume più di comprendere il significato. Gli riconsegniamo l’anello perduto che il servitore Leo ha conservato per lui. (87)

L’anello suscitò nel narratore ricordi arcani e antiche usanze.
Rammentai anzitutto che nell’anello sono incastonate quattro pietre a distanze uguali e che secondo le norme della Lega e del voto bisogna almeno una volta al giorno girare lentamente l’anello e ricordare a ognuna delle pietre uno dei quattro fondamentali precetti del voto. Io non solo avevo perduto l’anello e non ne avevo nemmeno sentito la mancanza, ma in tutti quegli anni terribili non avevo mai recitato né ricordato i quattro precetti fondamentali. (87)

Alla base dell’appartenenza alla Lega c’erano dunque delle pratiche spirituali (ecco perché la Lega non era una associazione come tutte le altre).

Ora cercai subito di recitarli dentro di me. Li sentivo, li avevo ancora nel cuore, mi appartenevano come ci appartiene un nome che abbiamo sulla punta della lingua ma lì per lì non riusciamo a trovare. Se non che la mia ricerca fu vana, non seppi recitare le regole, ne avevo dimenticato la formula. Da molti anni non le ripetevo, da molti anni non le avevo seguite – e tuttavia avevo potuto considerarmi un confratello fedele! (87-88)

La fedeltà (collegata nel significato del nome a fede e a fiducia) non si manifesta con esercizi spirituali, sia pure coinvolgenti. La fedeltà è uno stato d’animo, è adesione agli obiettivi di fondo. Sì, il narratore si era allontanato dalla Lega, ma aveva mantenuto un legame, sia pure confuso e non concretizzabile, ma pur tuttavia un legame. Aveva cercato di capire il senso della sue esperienza.

Ed ecco la voce del Capo supremo: Accusato e autoaccusatore H., lei è assolto. (88)

L’assoluzione però comportava assumersi alcuni doveri: avrebbe dovuto essere uno dei Superiori della Lega non appena abbia dato prova della sua fede e della sua obbedienza. (88)

Ancora prove? Certo! La vita è una prova continua. Ma questa prova sarà peggiore: La scelta della prova è lasciata a Lui. (88)

La voce del Capo supremo gli giunse tagliente come un rasoio. Avrebbe dovuto lui stesso, appena un momento prima narratore mancato, subire “la” prova...

07 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriete 10

Il narratore cominciò consultando l’atto di fondazione della Lega.

Ma... Dovevo però aspettarmi di non saperlo leggere. (75). Il documento ufficiale, così importante, così fondamentale, ma... inservibile, scritto in un linguaggio strano che non si sapeva comprendere.

Sconcertato ma non scoraggiato il narratore sfogliò il catalogo dell’archivio scoprendovi molti nomi familiari, persino il suo: Ma non gli venne né curiosità né coraggio per consultarlo: Chi potrebbe sopportare la sentenza pronunciata da un tribunale onnisciente su di lui? (76)

Colpisce l’atteggiamento del narratore: non sapeva cosa fosse registrato, ma parve certo che fossero giudizi severamente critici.
Sembrerebbe quasi che l’archivio della Lega funzionasse come la nostra memoria, registrando ricordi “manipolati” dei singoli fatti, ricordati non “come” effettivamente accaddero, ma “come noi” ricordiamo.

Consultò invece diverse volte la scheda su Leo, incomprensibile ma contornata da un duplice monito: Cave! (77). Lesse la scheda di Fatma, la sua meta del pellegrinaggio, ammirandone il ritratto di una principessa deliziosa che in quell'istante mi rammentò tutte le mille e una notte, tutte le fiabe della mia giovinezza, tutti i sogni e i desideri di quel tempo grandioso in cui per andare in Oriente da Fatma avevo compiuto il mio noviziato e mi ero fatto accogliere nella Lega. (78). Fatma, la fiaba della gioventù... l’ ideale di allora...

Sembra con Fatma di assaporare quasi il senso della Bellezza che – il lettore lo indovina senza indugi – mancava al narratore da tanto, troppo tempo. Che sia stata proprio la mancanza della Bellezza a fargli ripercorrere il proprio pellegrinaggio non più verso Oriente ma alla ricerca della propria bussola interiore? Che la principessa Fatma fosse non la Bellezza degli ideali di gioventù ma la seduzione di fantasticherie sterili sulla Bellezza? Fatma ormai non era più la meta, ma un sogno già sognato che non riguardava l’uomo maturo.

Il narratore era giunto ad un punto morto. Annichilito, infinitamente sciocco e ridicolo, incapace di capire me stesso, ridotto a un granellino di polvere, mi vidi in mezzo alle cose con le quali mi avevano permesso di giocare un poco per farmi sentire che cosa fosse la Lega, che cosa fossi io stesso. (79)

In effetti la sua frustrazione era ben giustificata. Propostosi un compito immane e forse illusorio (la narrazione di un evento che in realtà non fu un evento bensì un’esperienza molto intima), propostosi di anteporre alla narrazione una introduzione sulla Lega (una istituzione quasi per definizione sfuggente), sciolto dal segreto (che in realtà indicava non una proibizione al narrare ma la semplice impossibilità di descrivere cose intime), avuto a disposizione l’intero archivio della Lega (ma illeggibile come avrebbe dovuto ben aspettarsi per l’impossibilità di registrare “oggettivamente” cose non oggettive), ebbene era più disorientato che mai e si sentiva inetto

Un positivista potrebbe intendere che le informazioni possono essere raccolte e utilizzate solo applicando un valido metodo di indagine che il narratore non possedeva per cui l’archivio gli rimaneva precluso. Il lettore, molto più semplicemente, osserva che certi propositi più che obiettivi assomigliano a fantasticherie per cui era semplicemente impossibile capire ciò che in quell’archivio onnicomprensivo era conservato.

Come ad un segnale convenuto i Superiori della Lega rientrarono e il Fiduciario proclamò: La Lega è disposta a pronunciarsi per bocca dei suoi Superiori sul conto dell’autoaccusatore H., il quale si sentiva chiamato a tenere nascosti i segreti della Lega, e ora ha compreso quanto fosse strana e blasfema la sua intenzione di scrivere la storia di un pellegrinaggio che era superiore alle sue forze e la storia di una lega nella cui esistenza non credeva più e alla quale aveva negato fedeltà. (79-80)

La situazione era ormai giunta al culmine. Il Fiduciario rivolgendosi a me esclamò con la sua limpida voce di araldo: « Autoaccusatore H., sei disposto a riconoscere il tribunale e ad assoggettarti alla sua sentenza? ». (80)

Il narratore accettò il Tribunale e la sentenza che deciderà della sua vita. Un po’ troppo melodrammatico? Forse; ma il lettore capisce che questo non era un procedimento giudiziario come se ne possono trovare nella vita quotidiana. Qui siamo di fronte a qualcosa di molto diverso, una specie di tribunale dei migliori compagni o, meglio ancora, una specie di tribunale della propria coscienza.

Ed ecco avanzarsi l’Eccelso Saggio a pronunciare la sentenza.
Dalle profondità della sala, dagli orizzonti di deserto dell’archivio, si avanzò un uomo: lieve e pacifico era il suo passo, la sua veste scintillante d’oro; si avanzò nel silenzio dell’assemblea e io ne riconobbi l’andatura, ì movimenti e infine il viso. Era Leo. In paludamenti solenni e magnifici salì come un papa attraverso le file dei Superiori fino all’Eccelso Seggio. Portava su per i gradini lo splendore della veste come uno stupendo fiore esotico, e ogni fila di Superiori si alzava salutando al suo passaggio. Con cura e umiltà egli portava la dignità raggiante, proprio come un pio papa o patriarca porta umilmente le proprie insegne. (80-81)

A capo della Lega c’è quello che nei ricordi era un servitore. E parrebbe quasi che spontaneamente avesse scelto quel ruolo. Che quell’antico viaggio fosse in realtà una prova per i partecipanti? Che Leo (il “Capo Supremo”, l’Eccelso Seggio), si fosse allontanato volontariamente per lasciare i viaggiatori liberi di viaggiare? La ricerca, la queste, non può essere che personale. Sembrava quasi di udire l’antica esortazione: “Viaggiate dunque dal meridione al settentrione, dall’occidente all’oriente... viaggiate e cercate... Cercate e trovate... Trovate e ritornate...”.

06 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 9

Al risveglio il narratore trovò nella stanza Leo!

E’ la Lega che mi manda. Lei mi ha scritto una lettera in proposito. L’ho consegnata ai Superiori. L’Eccelso Seggio l’aspetta. Possiamo andare? (68)

E’ immaginabile lo stato d’animo del narratore. Aveva avuto finalmente la conferma non solo dell’esistenza della Lega (non era dunque un sogno della sua immaginazione!) ma la Lega lo chiamava. Si sentiva pieno di speranza: la Lega voleva parlare con lui, proprio con lui!

Si potrebbe chiamare, la sua, speranza remissiva. Lui voleva essere ri-accettato, disposto a qualunque cosa pur di essere accettato. Disposto a tutto, pronto a obbedire. (69)

Tremenda sottomissione, pure malsana. Cosa risponderei ad una tale sottomissione se io fossi membro della Lega? Sicuramente sarei molto a disagio di fronte ad una soggezione cosi evidente e plateale, da suddito poco libero. Sicuramente consiglierei ad un tale adepto un lavoro che lo depurasse da remissività poco producenti.
I due si incamminarono, Leo davanti e il narratore, ancora tutto esaltato, dietro. Il narratore seguiva la sua guida, ma non le si accompagnava. Pareva un “venir condotto”, non un “andare con”. Si mostrava pure un seguace impaziente: la via segnatami da Leo pareva intollerabilmente lunga alla mia impazienza, dovendo per più di due ore seguire la mia guida nei giri più strani e, secondo me, più capricciosi. (70)

Leo si fermò a pregare in due chiese e rimase a lungo in ammirazione del vecchio Municipio, con la scusa della sua fondazione da parte di un celebre membro della Lega. (70)

Non pensò, il narratore, che proprio quel percorso lungo e inconcludente, quel girovagare senza apparente senso fosse un consiglio alla riflessione e alla tranquillità d’animo. L’impazienza è disperdersi e mentre stava per avvenire un incontro con i capi della Lega sarebbe stato necessario invece un saldo equilibrio interiore e riflessività concentrata, non una storditezza esagitata e un po’ folle.
Sagge istruzioni insegnano che l’impazienza, spesso accompagnata da irriflessività e imprudenza, fa ritardare i risultati attesi.

L’impazienza va combattuta con l’attesa, che aiuta a riflettere e a pensare. Leo, accorta guida, tentava di placare l’effervescenza dell’altro in modo da liberar la mente per l’imminente incontro? Anche la sosta davanti a municipio e chiesa era uno stimolante invito a riflettere sul mondo e sul mondo oltre il mondo. Insomma il narratore non stava girovagando, ma compiendo un vero e proprio viaggio iniziatico verso il proprio centro. E non pareva essersene accorto!

Finalmente il viaggio terminò in un vasto e tranquillo edificio che di fuori si sarebbe detto un palazzo per uffici o un museo. Non vi si vedeva anima viva, corridoi e scale erano deserti e rimbombavano dei nostri passi. Leo incominciò a cercare nei corridoi, su per le scale, nelle anticamere. (71)

Era dunque nascosta in questo enorme, vasto, deserto e silenzioso palazzo la sede della Lega?

Finalmente nella parte più alta dell’immenso edificio arrivammo in un solaio dove si sentiva un odore di carta e cartone, e lungo le pareti per molte centinaia di metri si vedevano sportelli di armadi, dorsi di volumi e fasci di documenti: un archivio enorme, una grandiosa cancelleria. Nessuno si curò di noi, tutti lavoravano in silenzio; ebbi l’impressione che tutto il mondo, compreso il firmamento stellato, fosse governato di lì o almeno registrato e sorvegliato. Rimanemmo a lungo in attesa, intorno a noi giravano senza far rumore, con le mani piene di schede e cataloghi, numerosi bibliotecari e archivisti che appoggiavano scale e vi salivano, mentre montacarichi e carrelli erano in moto sommesso. (71)

Ogni istituzione deve avere un centro che focalizza le energie dell’istituzione stessa, ma pure un centro organizzativo che osserva e classifica ciò che succede. Non necessariamente per dirigere e indirizzare secondo le sempre in voga teorie complottiste, ma semplicemente per capire e comprendere la realtà. E fuor di metafora, accantonando la suggestiva ma fantastica presenza di una fantomatica “super organizzazione”, qual è l’attività della nostra mente se non capire immaginando, analizzando e conservando i fatti nei suoi archivi, la nostra memoria?

Leo iniziò a cantare. Commosso ascoltai quelle note che una volta mi erano tanto familiari: era la melodia di uno dei canti della Lega. (71)

Fu come un segnale: la sala si svuotò trasformandosi in una specie di anfiteatro con sedie che via via si riempivano di Superiori (il narratore ne riconobbe qualcuno) e culminante in un grande trono.
Si fece avanti il Fiduciario che platealmente annunciò quanto stava per accadere: Autoaccusa di un confratello fuggito. (72)

Dunque un processo. Dunque qualcuno lo stava accusando. Infatti il Fiduciario continuò: Lei ha preso parte alla marcia attraverso la Svevia superiore, alla festa di Bremgarten? Poco dopo Morbio Inferiore, ha disertato? Confessa di voler scrivere una storia del pellegrinaggio in Oriente? Si considera ostacolato dal voto del silenzio intorno ai segreti della Lega? (72-73)

Domande pressanti che accusano il narratore di “infedeltà”, anche se in lui mai venne meno la fiducia verso la Lega, tanto da proporsi di scrivere un rapporto sul viaggio. Ma la conclusione è sorprendente. Dopo un breve consulto il Fiduciario annunciò: L’accusatore di se stesso è qui autorizzato a mettere in pubblico qualunque legge e qualunque segreto della Lega gli siano noti. Oltre a ciò gli viene messo a disposizione per il suo lavoro l’intero archivio della Lega. (73)

Dunque il narratore ha avuto licenza di narrare ciò che gli stava a cuore, senza vincoli o ritegni. Avrebbe potuto raccontare tutto, senza segreti.

Quasi per incanto comparve il suo manoscritto del resoconto del viaggio, che – si accorse – era del tutto inadeguato a raccontare quell’esperienza. Ma ora, senza vincoli, con la possibilità di accedere a qualunque documento dell’archivio smisurato, le difficoltà sarebbero state superate.

05 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 8

Era una situazione paradossale. Immaginiamo la scena. Da una parte un tranquillo personaggio, che pareva emanare calma e serenità da tutti i pori, in comunione e armonia con il mondo circostante, amico degli animali (non ci saremmo stupiti se il romanziere lo lo avesse addirittura fatto parlare con qualche uccello come san Francesco). Dall’altra un tipo esagitato, sorpreso, affannato, talmente sicuro di aver trovato ciò che cercava da tempo da rimanere senza argomenti di fronte alle sue aspettative frustrate. Eppure pareva sicuro: quella persona era Leo, ne era certo, certissimo. Non ne comprendeva il comportamento ma “sapeva” di aver trovato il Leo che cercava da tanto tempo. Purtroppo quel Leo pareva in vibrante comunione con quel che gli era intorno, conoscesse tutti, fosse da tutti conosciuto e amato, mentre soltanto verso di me, che così profondamente lo amavo e tanto bisogno avevo di lui, non lo conducesse alcuna via. (63). Purtroppo quel Leo gli appariva molto lontano. Purtroppo quel Leo pareva fosse da tutti conosciuto e amato, mentre soltanto verso di me, che così profondamente lo amavo e tanto bisogno avevo di lui. (63)

Anche il lettore rimane sconcertato dal comportamento di Leo. E gli sorge un dubbio: la labile traccia, la serie inutile degli appostamenti del narratore in quella via, poi il motivetto fischiato e infine la persona che finalmente esce di casa per una passeggiata... o per farsi seguire, per dare all’altro la possibilità di un incontro? Era proprio casuale quell’incontro? Oppure era stato preparato. Insomma il narratore ha incontrato Leo o Leo si è fatto incontrare?
Sembravano due mondi troppo distanti per il minimo contatto che non fosse un fugace cenno di cortese saluto. E infatti i due dimostravano (almeno a prima vista) tutta la loro estraneità. E la gentilezza di Leo apparve così fredda ( Sono ben disposto a passeggiare così tutta la notte, non mi mancano né il tempo né la voglia, sempre che non sia troppo per lei – 64) da allontanarsi immediatamente al primo cenno di improvvisa stanchezza dell’altro lasciandolo sui due piedi tutto incerto: Egli scomparve rapidamente nella notte nera e io rimasi solo, allocchito, sconcertato: avevo perduto la partita. Egli non mi conosceva, non voleva conoscermi, si faceva beffe di me. Ritornai sui miei passi, il cane Necker abbaiava furioso dietro la cancellata. Nella calda umidità della notte estiva gelavo dalla stanchezza, dalla malinconia e dalla solitudine. (64)

Il narratore è certo deluso: quel Leo era tanto affabile con i cani ma così poco con lui. Certo, educato e cortese, si era intrattenuto con uno sconosciuto che pareva tutto fuorché equilibrato, ma null’altro. Nulla soprattutto che facesse pensare a lui come a partecipante a quella straordinaria impresa di tanti anni prima!

Si sentì addosso tutta la stanchezza di una ricerca alla quale aveva forse dato troppa importanza. Si sentì depresso e disperato, come se la vita all’improvviso avesse perso il suo senso. In un certo senso quell’ultimo episodio gli faceva quasi “concentrare” le delusioni e le speranze svanite, gli avvilimenti, gli abbattimenti, gli scoraggiamenti in un unico viaggio ad infera che fa dubitare di tutto e di tutti: Era il “suo” Leo? Aveva senso scrivere una storia del pellegrinaggio? L’abbandono del viaggio fu un grande errore? Aver abbandonato la Lega fu uno sbaglio?

Era solo, senza più fiducia in se stesso. Nessuno poteva aiutarlo.
Rientrò a casa, ma non trovò pace. E scrisse una lettera a Leo. Scrissi dieci, dodici, venti pagine di lamenti, di contrizione, di umile preghiera a Leo. Gli descrissi la mia misera condizione, evocai per lui le immagini delle comuni esperienze, le figure dei comuni amici di allora, gli esposi le immense, diaboliche difficoltà, contro le quali stava naufragando la mia nobile impresa. Non sentivo più la stanchezza del momento, scrivevo con grande ardore. Nonostante tutte le difficoltà, scrissi, avrei preferito subire il peggio anziché tradire uno solo dei segreti della Lega, e a onta di tutto avrei cercato di portare a termine la mia opera per ricordare il pellegrinaggio in Oriente ed esaltare la Lega. Come scosso dalla febbre empii una pagina dopo l’altra di parole frettolose, senza riflessione, senza alcuna fede. (66)

Scrisse, uscì ad imbucare nella più vicina cassetta postale, rientrò e all’alba finalmente si addormentò. Dormii pesantemente a lungo. (67)

04 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 7

Il narratore spesso si recò all’indirizzo trovato cercando di incontrare Leo. Invano.


Finalmente un giorno, era davanti a quella casa per l’ennesima volta, udì un fischio melodioso. Quelle note erano un richiamo a qualcosa, e non so quale ricordo cominciò a liberarsi dal sonno. Era una musica volgare ma i suoni che quello produceva fischiando con le labbra erano meravigliosamente dolci, belli e leggeri. (54-55). Insomma erano un richiamo a qualcosa. (54).

Richiamo. Ecco il senso della musica: un richiamo. Non tutti i giorni si sente fischiettare così (54) osservò un passante. Pareva quasi che il narratore in crisi di narrazione fosse non solo atteso ma addirittura attirato.


Finalmente il fischiettatore uscì di casa e... tosto il mio cuore avvertì con certezza: quello era Leo, non soltanto il Leo dell’annuario di indirizzi, ma Leo in persona, il nostro caro compagno di viaggio, (...) E ora ricordai, soltanto ora, che anche a quel tempo, durante il pellegrinaggio in Oriente, molte volte lo avevo udito fischiettare. Erano le note di allora, ma quanto stranamente diverse sonavano al mio orecchio. (56)


Note diverse... Non solo per i dieci e più anni trascorsi dall’epoca del viaggio, ma anche per il nuovo stato d’animo: la sorpresa del ritrovamento tanto sperato e l’amarezza dell’eccessivo tempo impiegato nella ricerca. E in fondo in fondo c’era anche un piccolo dubbio: era finalmente la persona cercata o un nuovo abbaglio? Ed io aggiungo, anche se il narratore non ne pareva consapevole: un ritrovamento oppure un essere ritrovato?


Strane sono le sensazioni che prova il narratore. In tanti anni era cambiato. Ed è cambiato anche il mondo. E il confronto non è tra oggi e ieri, ma è tra l’oggi e il ricordo di ieri...


Il nostro è il mondo del relativo (non del relativismo!) dai ricordi fissi. Noi ricordiamo una persona non come era e nemmeno come noi la conoscemmo, ma come è “fissata” nella nostra memoria. Insomma: noi la ricordiamo come noi crediamo oggi che fosse.

Ecco perché non mi pare bello esporre le salme dei defunti. I presenti debbono ricordare la persona cara come “era” non come i resti di un corpo spossato.


Il narratore seguì il presunto Leo: Scese lungo la via e il suo passo, benché fosse leggero, giovanile e sciolto, era però serale, aveva lo stesso suono del crepuscolo, era connaturato con l’ora. (56-57).

L’incontro tra i due non poteva avvenire che in un luogo naturale, nel giardinetto lì vicino, in una panchina sotto un grande albero, quasi testimone silente di un avvenimento per il narratore fuori del comune. Ma Leo non fece segno di riconoscere il narratore e il colloquio parve svolgersi impersonalmente con educato distacco.

Pareva quasi un colloquio banale tra due estranei che non sapevano di cosa parlare.


Ma non sempre i colloqui sono così banali come sembrano. Forse sono invece utili ad uno dei due per conoscere meglio l’altro; oppure a piantare qualcosa che come un piccolo seme possa poi germogliare.


Leo si mostrava tranquillo e sereno, mentre il narratore era visibilmente affannato. Proprio questo è la vita quando è bella e felice: un giuoco! (60). Ma altri fanno i seri e rendono la vita un dovere, una guerra, una prigione, non riuscendo certo a mostrarla più bella.


“La vita non deve essere un dovere?” è la domanda che ci poniamo spesso. E anche: “Facciamo il nostro dovere”, eccetera.

Credo che semplicemente Leo volesse dire che la vita non deve essere impostata come necessari doveri da compiere. Così infatti il dovere verrebbe ad essere una serie di costrizioni esterne e perderesti la libertà. L’antico filosofo si stupiva davanti a due grandi realtà che lo commuovevano: la volta stellata e la legge morale. E vedeva la prima “sopra di sé” e la seconda “in me”. Qui sta la chiave. La legge del dovere deve scaturire da “dentro”. In tal modo non la puoi sentire imposta, ma la cogli “tua” e la compi perché proprio tu scegli di far così, non per autorità di altro o paura di supposti castighi. Vedendo dal tetto di un alto palazzo una palla rotolare in un prato devi ipotizzare l’esistenza di certe forze in certi punti per spiegare la sua traiettoria irregolare. Chi invece osserva la stessa palla dal primo piano non ha più bisogno di supporre l’esistenza di quelle forze: la traiettoria non regolare viene spiegata semplicemente dalle asperità del terreno che permettono il passaggio della palla in alcuni posti e non in altri. Così la legge del dovere: è semplicemente una costruzione dell’uomo per spiegare la traiettoria del comportamento umano; chi ha il dovere “dentro” compie certe azioni e non altre semplicemente perché il terreno del suo comportamento non è liscio e certi passaggi non li puoi proprio fare, non per divieti ma perché il terreno è fatto così ed è impensabile andar contro la legge. Insomma il dovere è una specie di “legge del sì”: certe azioni le compi perché sì e altre invece no.

Se giungi a sentirti parte del dovere ti sentirai nel centro della bellezza della vita. Bellezza, uno dei due pilastri metaforici (l’altro è la Forza) che avverti nell’agire del mondo e che armoniosamente avvinti porteranno l’uomo alla Sapienza, la comprensione del grande gioco della vita.


Già... Il gioco della vita. Non certo le cose ludiche che noi volgarmente associamo al gioco, ma l’intensità e la leggerezza e l’impegno del bimbo che gioca. Impegno, perché nulla è più intenso del bimbo che gioca. Ma allo stesso tempo il bimbo che gioca sa che è solo un gioco. Ecco la sua leggerezza. Gioca intensamente, ma sa che è un gioco; si impegna con tutto se stesso, ma sa che c’è altro. E’ la “leggerezza forte” del vento sulle vele che può portare con l’arte del marinaio un bastimento dall’altra parte del mondo.


Ed eccoci giunti al momento dello “svelamento”, tanto atteso e allo stesso tempo temuto: atteso per giungere al punto cruciale che avrebbe posto termine agli anni di tormenti e incertezze; temuto per il rischio che non fosse il Leo “giusto”.


Leo, Leo! Lei non è forse Leo? Non mi conosce più? Siamo stati confratelli e dovremmo esserlo ancora. Siamo partiti insieme per il viaggio in Oriente. Leo, mi ha davvero dimenticato? Davvero non sa più nulla dei Custodi della Corona, di Klingsor e Boccadoro, della festa a Bremgarten, della gola di Morbio Inferiore? Leo, abbia pietà! (61)


Leo non mosse ciglio e non fece alcun cenno di riconoscimento. Proseguì tranquillo come non avesse udito nulla, ma mi lasciò il tempo di raggiungerlo e parve non avesse nulla in contrario a che mi accompagnassi a lui. (60)


Leo mostrava di non voler interrompere bruscamente il colloquio? Non aveva negato di riconoscerlo, ma il narratore era troppo agitato per notarlo e troppo preso dalla delusione: il primo incontro – a suo parere – non avrebbe dovuto succedere così. Gli pareva quasi che Leo fosse su un altro mondo (e forse era vero!), educato e gentile con lui come con chiunque. A ogni passo, ad ogni animale che incontrava, ad ogni goccia di pioggia pareva che Leo fosse in comunione con tutto ciò che lo circondava. Il narratore non si sentiva riconosciuto, pur essendoci qualche indizio del contrario che il suo tormentato sconforto non riusciva a cogliere.


Lei chiede se la conosco? Quale uomo conosce mai l’altro o sia pure se stesso? E io, vede, non sono affatto un conoscitore di uomini. Non m’interessa. I cani sì, li conosco molto bene... (61-62)

E inizia una disquisizione sui cani.


Come questo atteggiamento sfuggente frustrasse ancor di più l’interlocutore possiamo solo immaginarlo: Io sono sempre in cammino, signore, e appartengo sempre alla Lega. C’è molta gente che va e viene, ci si conosce e non ci si conosce. Coi cani è molto più facile. (62). Ecco un fugace cenno alla Lega, subito ricoperto da una ulteriore digressione sui cani.


Il narratore apparve disorientato: è Leo o non è Leo? Sì, è Leo, ma non è lui: un mondo di estraneità lo separava da me. (63).

03 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 6

Il principio alla base dell’impresa fu di non calcolare mai, di non lasciarmi mai sconcertare da motivi razionali, di considerare sempre la fede più forte della cosiddetta realtà. (46)

Nobile principio, ma va puntualizzato.

Considerare la fede più forte della cosiddetta realtà è certo guida elevata delle nostre azioni. Ma non significa piegare la realtà alla nostra fede perché obbligheremmo la fede ad assumere vesti coercitive non sue. “Tu sol – pensando – o ideal sei vero” ha cantato il poeta mostrando che l’ideale (la nostra fede) deve essere regola di vita. Se si permette un paragone, pensiamo al massone che in Loggia impara certe regole di vita (il rispetto per gli altri, sapere ascoltarli, l’armonia tra i partecipanti) e nella vita quotidiana cerca di praticare principi, che a troppi appaiono lontani e desueti, non per “massonificare” la società come strepitano certi minus habentes, ma per renderla un poco meno peggiore di quel che è. Insomma: educazione con l’esempio, non coercizione con la violenza.

Il narratore cercò aiuto nel vecchio amico Lukas, giornalista, che infatti si ricordò con garbata ironia (46) della cosiddetta Crociata dei bambini (47), come all’epoca con scarsa considerazione fu chiamata. Insomma, il giornalista mostrò un amichevole e benevolo scetticismo (47), nemmeno scalfito dalle intenzioni del narratore di redigerne il resoconto. Ma la realtà che un giorno vissi insieme coi miei compagni non esiste più e nonostante che i ricordi di essa siano ciò che possiedo di più prezioso e di più vivo, mi appaiono così lontani, sono di un’altra sostanza, come se quei fatti si fossero svolti in altri millenni, su altri astri o fossero stati sogni di un febbricitante. (48)

Lukas gli confermò di aver provato pure lui sensazioni analoghe nel tentativo di raccontare l’esperienza della guerra in trincea. Tentò più volte – disse – ma tutto... era indicibilmente lontano, era soltanto sognato, non si collegava con nulla e rimaneva inafferrabile. (49)

La memoria può servire solo se si mantiene il bandolo della matassa altrimenti non può che riportare frammenti sparsi, e probabilmente più i frammenti sono sparsi e più sono veritieri. Comunque – continuò Lukas – il libro fu scritto. Fu possibile... soltanto perché era necessario. Dovevo o scrivere il libro o darmi alla disperazione, era l’unica possibilità di salvarmi dal nulla, dal caos, dal suicidio. Il libro è scritto sotto questa costrizione e mi ha dato l’attesa salvezza appunto perché è scritto, non importa se bene o male. (50)

Per Lukas quindi era importante terminare il libro riportando qualunque ricordo in qualunque modo ricordato. Per l’altro invece era fondamentale scrivere bene il libro, non scriverlo a tutti i costi. Per quello dunque richiamo ad una specie di memoria “teorica”, anche se spesso il “ricordo come fu” è percorso impraticabile, per questo invece richiamo ad una memoria “pratica”, che però si scontrava contro il frustrante e incompleto “non ricordo più come fu”.

Il narratore rimase deluso dalle parole di Lukas. Io non credo che dieci libri di questo genere, scritti ciascuno dieci volte meglio e più efficacemente del mio, possano dare al lettore meglio intenzionato un’idea della guerra se il lettore non l’ha vissuta da parte sua. (49). E forse – concluse Lukas – può darsi che l’uomo accanto alla fame di esperienze non abbia fame più gagliarda che quella dell’oblio. (49)

Come esiste il diritto al cammino esiste anche il diritto a restare fermi. Accanto al diritto di ricordare esiste anche il diritto di non ricordare (Ma Chi scorderà il passato sarà condannato a riviverlo ammonisce la saggezza della vita). Dicono che pure il dimenticare sia una forma di caminar. Che vita sarebbe ricordare ogni minimo torto subito, vero o presunto tale, e ogni piccolo bene fatto, vero o presunto che sia, se non un inutile rimescolare il passato? E invece quel passato è solo una zavorra che ci appesantisce, ma solo se – aggiunge il lettore – viene vissuto con spirito di rivalsa sterile non come insegnamento su comportamenti non adeguati.

Non mi sento di giudicare: sono talmente numerose le vie... Mi sento anzi inadeguato a parlarne. Molte concezioni che vogliono insegnare a morir bene si basano sul ricordo. Il tuo giudizio si basa sul ricordo delle tue azioni. Se tu non ricordassi, il giudizio sarebbe senza fondamento, a meno di qualcuno o qualcosa (Dio?) che nulla dimentica e nulla distrugge.

La distanza tra il narratore e l’amico giornalista era ancora più ampia di quanto appare.

Il viaggio per il narratore fu una grande impresa, ma Lukas lo chiamò con ironia, sia pure garbata, Crociata dei bambini. Per uno fu una grande Istituzione quella che l’altro aveva definito uno dei tanti movimenti “eccentrici” di un dopoguerra culturalmente vivo ma turbolento.

Lukas e il narratore non hanno solo due modi diversi di vedere le cose, ma sono due mondi distanti. L’uno è tutta Forza, “pesante”, incapace di volare e di sognare; l’altro è tutta Bellezza, aerea, priva del minimo senso pratico e incapace di realizzare.

Al secondo incontro il giornalista fu molto essenziale. Procurò al narratore una traccia tangibile: l’indirizzo di un certo Andreas Leo che avrebbe potuto sapere qualcosa del servitore scomparso.
Il narratore si precipitò all’indirizzo segnalato: che fosse proprio il “suo” Leo? Seppe che lo si poteva trovare solo di sera e si appostò nei dintorni in attesa.

Avvertiamo nelle concitate parole del narratore lo spasimo dell’attesa, l’incertezza e la speranza. Ormai non si tratta più di incontrare un vecchio servitore. Ormai c’è qualcosa di molto diverso e di più profondo dei soli ricordi di una esperienza esaltante. Era lo stesso appartenere alla Lega, della quale era giunto persino a mettere in dubbio l’esistenza, la possibilità di trovare finalmente un punto fermo che desse un senso non tanto ad una esperienza, ma alla sua stessa vita. Ecco la posta in gioco: salvare la mia vita ridandole un significato. (53)

Leo infatti era diventato una vera ossessione. Butti a mare Leo, si liberi di Leo (53) – gli aveva consigliato Lukas, che probabilmente riconosceva nel narratore i particolari di un cammino già percorso (noi però sospettiamo non percorso ma “accantonato” con la scrittura di un libro qualunque e non del libro voluto).

Già. Si fa presto a dire: Liberati! Non si può dire all’ossessionato di non pensarci, è inutile e irritante dire al depresso di “tirarsi su”! Sono persone nel delicato confine tra il moto dell’animo e il patologico e non possono tornare indietro ma solo procedere con equilibrio instabile. Infatti il narratore ha avuto buon gioco a rispondere all’osservazione irritante e superficiale del giornalista: Alla stessa maniera potrei buttare a mare la mia testa o il mio stomaco e liberarmene! Dio buono, aiutami Tu! (53)

02 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 5

Leo scomparve nella pericolosa gola di Morbio Inferiore (35).

Come? Perché?

Il narratore osservò: Solo molto più tardi incominciai a intuire (...) le vere circostanze e i più profondi nessi della scomparsa di Leo che non fu affatto un caso, bensì un anello in quella catena di persecuzioni con le quali il grande Nemico cercava di far fallire la nostra impresa. (35)

Sempre quando le cose non funzionano pensiamo ad un nemico esterno: i guai capitano – diciamo – perché qualcuno ce li fa capitare. Ed è molto rassicurante per noi. Ma la realtà è più semplice (e allo stesso tempo, per noi, più complessa): il grande Nemico spesso non esiste e le difficoltà nascono dal nostro comportamento. Il grande Nemico siamo noi.

La scomparsa di Leo venne subito caricata di un senso profondo e scoraggiante. Era anche l'inizio di una battaglia... Aumentava un senso di sconfitta e di inutilità... Pareva che quanto più la sua perdita diventava certezza, tanto più egli ci fosse indispensabile. (36)

Insomma ci pareva che l'impresa stessa perdesse misteriosamente di valore. (36)

In poche ore l’atmosfera cambiò. Le conseguenze, si indovina fin da ora, saranno funeste.

Non era solo la mancanza di una persona, diventata cara – osserverebbe un maligno – solo dopo la sua scomparsa, ma anche della perdita di alcuni oggetti importanti. Ora l’uno, ora l’altro di noi notò la mancanza di qualche cosa importante, indispensabile, nel proprio bagaglio, e nulla di ciò venne trovato. (38). Tutto era nel sacco di Leo? Quegli oggetti erano veramente così importanti?
La scomparsa del servitore parve catalizzare una crisi latente e tutto venne rimesso in discussione. Dovettero, gli una volta entusiasti viaggiatori, prenderne atto: ciò che pareva mancare in realtà non mancava o era irrilevante, ma ciò che era importante in realtà non c’era più.

I viaggiatori erano disorientati, in preda ai dubbi distruttivi. Certo non erano uniti. Ma lo erano mai stati o lo erano solo parsi? Molte avversità separano ciò che pareva unito. Ciò che resta unito dopo le avversità, allora sì che è veramente unito, e lo è profondamente. E se fosse stato proprio questo l’intento del viaggio: unire ciò che era sparso? Unire ciò che sembrava unito ma non lo era?
Che fine fece Leo? Incidente? Agguato mortale? Allontanamento volontario?

La scomparsa del servitore Leo fu dunque un “punto fermo” del viaggio o di quel che ne restava.

Il ricordo del narratore andò all’accampamento dove si fecero quelle prime discussioni, vedo cadere qua e là, tra le facce insolitamente serie, le foglie gialle d’autunno, vedo l’una fermarsi su un ginocchio, l’altra posarsi su un cappello. (41)

Significative le foglie d’autunno! Nel racconto non era solo l’autunno astronomico, ma pareva quasi il segno del tramonto sulla grande esperienza. O grande illusione?

Cadono le foglie, arriva l’inverno. La natura si addormenta e sospende i suoi lavori solo per iniziare a primavera un nuovo ciclo. Ma quei viaggiatori tristi, che non vedevano futuro nell’impresa, non sembravano consci dei cicli: in cuor loro vedevano irrimediabilmente compromesso il viaggio e forse già cominciavano a pensare a disimpegnarsi.

Oppure... Se invece fosse stato l’inizio di un nuovo modo di viaggiare se solo avesero affrontato il problema da una visuale diversa?

Qualcosa effettivamente scomparve: un documento inestimabile e addirittura fondamentale e indispensabile era perduto davvero e per sempre. (39). Che cosa fosse il documento il narratore non dice o non sa, avanzandone invece le ipotesi più varie sulla natura e dove avrebbe potuto o non potuto essere.

Documento sparito con Leo? Nessuno lo poteva affermare con certezza. Ma da quel momento insomma non ci furono più concordia e sicurezza nella nostra Lega, benché la grande idea ci tenesse ancora uniti. (41)

Era stato colpito proprio il senso dell’essere lì: mancando armonia e concordia di intenti la grande idea del viaggio venne minata alla base.

Il narratore ora voleva raccontare l’esperienza vissuta anche per tramandarne il ricordo. Infatti gli avvenimenti dimenticati è come non fossero mai successi.

Il ricordo è strettamente collegato alla memoria. Ma raccontare basandosi solo sulla (propria) memoria è narrazione deformata. Come raccontare? E cosa? E... soprattutto... è possibile raccontare?
Infatti senza aver, si può dire, raccontato ancora nulla, mi sono arenato in un solo piccolo episodio al quale da principio non avevo neanche pensato, mi sono incagliato nella scomparsa di Leo e, invece di un tessuto, mi trovo in mano un fascio di mille fili aggrovigliati che cento mani impiegherebbero anni a sciogliere e sbrogliare, anche se i singoli fili, non appena si afferrino e si cominci leggermente a tirare, non fossero così tenui e non ti si spezzassero fra le dita. (43)

La memoria fa esattamente questo: non riporta il tessuto, ma un groviglio di fili, una specie di piatto di spaghetti dove il singolo spaghetto si perde in una matassa inestricabile. Puoi seguirne uno, ma solo per un poco. Qualche avvenimento sta in uno spaghetto (e lì son tutti ordinati cronologicamente) e altri eventi in un altro e altri in un altro ancora, ormai cronologicamente confrontabili solo quelli sullo stesso spaghetto e non quelli su spaghetti diversi. Non ce ne rendiamo conto, ma la memoria frantuma l’ordine cronologico, proprio quello che dovrebbe essere alla base di una cronaca fedele del passato. E non solo...

Dov'è il centro degli eventi, il nucleo comune, il punto a cui [gli eventi] si riferiscono e in cui si congiungono? (43). Infatti la memoria non aiutò il narratore. Non ricordava, ammesso che il narratore l’avesse compreso, il “centro degli avvenimenti”, la trama comune che ordina tutto e attribuisce agli avvenimenti il senso di ciò che è successo.

Ricordare infatti non è riportare alla mente gli avvenimenti come accaddero, ma riprendere la nostra immagine (i ricordi, appunto) di quegli avvenimenti: non l’ordito dei fatti ma solo ciò che noi oggi rammentiamo: Non c'è un’unità, un centro, un punto intorno al quale la ruota possa girare. (43)

Il narratore si era perso nei meandri della sua memoria: Tutto mi diventa una massa di immagini frantumate che si sono rispecchiate in qualche cosa, e questo qualche cosa è il mio io. (44)

Dunque, è l’io il centro? No: Questo io, questo specchio, non appena io lo voglia interrogare, non è che un nulla, il pelo di una superficie di vetro. (44)

Il fantomatico centro... Ma è mai esistito?... Non so... non ricordo...

01 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 4

Il viaggio si compiva con tanti, infiniti (24) gruppi contemporaneamente in cammino. Qualche gruppo a volte viaggia insieme per poi di nuovo separarsi. Ma il un singolo viaggiatore a volte viaggiava solo per un po’ per riunirsi successivamente alla compagnia. Molti, tanti sono i modi di viaggiare. Come tante sono le mete: ognuno ha la sua e cammina.

A volte due amici, che ignoravano l’uno dell’altro, si incontravano e si riconoscevano. A volte si incontravano due estranei e pure loro si riconoscevano e camminavano insieme. Ricordo nel “Demian” (cito a memoria): ognuno è solo sulla terra, ma a volte due percorsi si intersecano e in quel momento ti sembra di essere a casa.
Bella l’immagine del camminare assieme. Vuol dire avere qualcosa in comune: la stessa direzione, la stessa fatica del caminar, l’uno con l’altro. “Con” è la chiave di volta; “con”, dal latino cum. Questi amici che camminano insieme sono compagni. Compagno: cum panis, quelli che mangiano lo stesso pane, che hanno il pane in comune.

Piace in questi caminantes il senso di appartenenza ad un grande progetto, che non è il totalitarismo del gruppo, bensì il piacere di camminare insieme, ma anche, al momento giusto, il piacere di essere soli. E poi fors’anche di ri-trovarsi.
Caratteristica fondamentale di tutti è la libertà di essere, di esserci, di comportarsi, che non diventa mai, né può diventare, licenza, come spesso diventa la libertà se non è associata ad un profondo senso del dovere.

E’ soprattutto accettazione degli altri. Ognuno di loro aveva un suo sogno, un desiderio, un giuoco segreto nel cuore, e pure tutti confluivano nel grande fiume ed erano uniti nel sentimento di una stessa adorazione, di una stessa fede e tutti avevano pronunciato lo stesso voto. (25)

Continua il racconto. Incontrai e amai Ninon, nota come « la straniera »: i suoi occhi scuri mi guardavano di sotto a capelli neri, era gelosa di Fatma, la principessa del mio sogno, ma probabilmente era lei stessa Fatma senza saperlo. (25)

E lui stesso, violinista e lettore di fiabe (25), diventò in un certo senso il Maestro di Musica del suo gruppo, concretizzazione naturale del senso della Bellezza che tramite lui si espandeva verso gli altri caminantes.

Solo con armonia può esserci compenetrazione tale da esaltare, elevare le capacità del singolo e dell’intero gruppo come suoni in assonanza si amplificano, in dissonanza si annullano. E nessuno riesce a cogliere e creare armonia come il Maestro di Musica.
Entra ora in scena un personaggio che avrà un ruolo cruciale nella narrazione.

Molti miei compagni e superiori mi furono carissimi. Ma forse nessuno mi rimase così vivo nella memoria come Leo, mentre allora pareva fosse poco considerato. Leo era uno dei nostri servitori (i quali naturalmente erano volontari come noi), ci aiutava a portare il bagaglio ed era spesso comandato al servizio personale del Fiduciario. (26)

Dunque Leo era uno dei nostri servitori. Già questa spiegazione appare poco convincente. Sono credibili viaggiatori che vogliono cimentarsi in un tale viaggio inaudito con servitori? A che scopo? Leo “chi” serviva? A nome di chi? E soprattutto: “chi” era?
Sono interrogativi senza risposta.

Certo che per essere un servitore, Leo un po’ speciale lo era: non solo il servitore ideale, così gentile e così accattivante (26), ma pure era capace di addomesticare uccelli e di attirare farfalle. Ed aveva anche uno scopo per essersi aggregato al viaggio (ma non era un servitore?): Si recava in Oriente per il desiderio di imparare a capire, secondo la chiave salomonica, il linguaggio degli uccelli. (26)

Nel narratore propostosi di raccontare quel viaggio sorse una difficoltà. Intanto la grande diversità delle immagini che ho nella memoria. (27) Il ricordo incompleto sarebbe comprensibile perché non si viaggiava in tanti gruppi, piccoli e meno piccoli, ma tutti sparsi, non sempre in collegamento gli uni con gli altri. Ma non pareva il disperdersi in gruppetti un ostacolo insormontabile per descrivere l’esperienza compiuta. Le difficoltà sorgevano dal “come” si viaggiava e “dove”. Il racconto mi riesce anche difficile perché non camminavamo soltanto attraverso spazi, ma anche nei tempi. Andavamo in Oriente, ma andavamo anche nel Medio Evo o nell’età dell’oro, perlustravamo l’Italia o la Svizzera, ma ogni tanto pernottavamo anche nel secolo decimo e abitavamo coi patriarchi o con le fate. (27)

Un viaggio quindi in ogni direzione, nello spazio e nel tempo, dalla realtà alla Fantasia, dal quotidiano al non quotidiano, dalla Forza del Raziocinio alla Bellezza dell’Immaginazione, dalla Perpendicolare alla Livella, dalla Squadra al Compasso, dall’Occidente all’Oriente, dal Settentrione al Meridione.

Quando rimanevo solo ritrovavo spesso regioni e uomini del mio proprio passato, passeggiavo con la mia ex fidanzata sulle rive boscose dell’Alto Reno, facevo baldoria con amici di gioventù a Tubinga, a Basilea o a Firenze, oppure ero ragazzo e partivo coi compagni di scuola per acchiappare farfalle o fare la posta a una lontra, o la mia compagnia era formata dai personaggi prediletti dei miei libri, accanto a me cavalcavano Almansor1 e Parsifal, Viticone o Boccadoro o Sancio Panza, o eravamo ospiti dei Barmecidi. (27)

Mi rendevo (...) conto che il mio ritorno all'infanzia o la mia cavalcata con Sancio erano parte integrante del mio viaggio; la nostra meta infatti non era soltanto il paese di levante, o meglio il nostro Oriente non era soltanto un paese e un'entità geografica, ma era la patria e la giovinezza dell'anima, era il Dappertutto e l’ In-Nessun-Luogo, era l'unificazione di tutti i tempi. (28)
Un viaggio ben strano, quello...

Di ciò avevo però coscienza solo ogni tanto per un istante e questa era la grande felicità che godevo allora. (28). Sprazzi, come lampi nella notte: illuminavano per un breve attimo ma subito dopo si ritornava nel buio e nell’oscurità.

Questo era il cammino. Non la ricerca di non so cosa, ma riuscire a staccarsi dalla banalità quotidiana, vivere ogni istante, vivere con leggerezza come il bimbo che gioca, concentrato nel gioco, ma, appunto, leggero.

Più tardi infatti, non appena quella felicità mi andò perduta, compresi chiaramente questi nessi, ma senza ricavarne la minima utilità o consolazione. Quando una cosa deliziosa e irrecuperabile si dilegua, abbiamo l'impressione di svegliarci da un sogno. Nel caso mio questa impressione è paurosamente esatta. La mia felicità infatti consisteva effettivamente nello stesso mistero che costituisce la felicità dei sogni, stava nella libertà di vivere contemporaneamente tutte le cose pensabili, di scambiare per gioco il dentro e il fuori, di far scorrere come quinte il tempo e lo spazio. (28).

Non cercavano, quei viaggiatori, eventuali e improbabili realtà oggettive, ma semplicemente (semplicemente!) un nuovo modo di vivere la realtà: con energia creatrice richiamavamo il passato, l'avvenire, l'immaginato, al momento presente. (28).

Diventava quindi estremamente “logico” incontrare uomini che ci capivano (29), imbattersi nel bel mezzo dei tram e delle banche di Zurigo (…) nell’arca di Noè, custodita da alcuni vecchi cani che avevano tutti lo stesso nome. (28).

Sembrava quasi l’apice incantato di un viaggio incantato. Ma come tutti gli incantesimi anche questo sarà di breve durata: un sogno può continuare a fronte di una realtà quotidiana sempre più invadente?

Era terminata una tappa? Era terminato il viaggio? Dovevano quei viaggiatori continuare in altro modo?

Improvvisamente entrò in scena Leo, servitore molto perspicace, in grado di elargire qualche perla di saggezza (oppure in Leo c’era qualche ignoto secondo fine?).

Il narratore aveva già notato, però senza rifletterci a fondo, la presenza di molti artisti: erano uomini molto vivi e amabili, [ma] i personaggi da loro inventati erano invece senza eccezione molto più vivi,- più belli, più allegri e in certo modo più giusti e reali degli stessi poeti e creatori. (32)

Il personaggio è caricato dall’autore di energie che provengono dalle proprie profondità, dalla cripta del tempio interiore del creatore. Il personaggio Dante nella Commedia è ben vivo e vegeto a otto secoli dalla sua creazione a differenza dell’autore Dante, sbiadita figura storica, che ormai ricordiamo solo di nome. E così è per tutti, da Ulisse a don Chisciotte, da Simbad a Faust: sono molto più vivi dei loro creatori che pare abbiano profuso nelle loro creazioni tanta energia da renderli immortali. Tutti conoscono don Chisciotte e nessuno Cervantes; ricordiamo Ulisse e Simbad ma i loro autori sono solo un flatus vocis e nulla più.

Leo spiegò. L’autore pare un uomo soltanto a metà mentre al contrario la sua creazione risulta così inconfutabilmente viva. Lo stesso avviene con le madri. Dopo che hanno partorito i figli e dato loro il proprio latte, la propria bellezza ed energia, diventano a loro volta poco appariscenti e nessuno più le cerca. (33)
E aggiunse: Forse è triste, ma è anche bello. La legge vuole così. (33)

La legge? Quale legge?
La legge del servire. Chi vuol vivere a lungo deve servire. Chi invece vuol dominare non vive a lungo. (33)

La creatura è immagine del creatore. Ma dopo la creazione acquista in un certo modo vita propria diventando autonoma. Addirittura in certi casi tra autore e creatura si instaura un vero e proprio rapporto di repulsione come se la creature mettesse in mostra troppo del creatore e pretendesse di appropriarsi di lui.

Ma è la legge a volere così, – disse Leo – la legge del servire. Che legge strana. Ma forse c’è anche qui una legge antica. Limitiamoci allora ad ascoltare la vecchia strega Baba Jaga, che appunto così apostrofa la piccola Vassilissa: troppo saprai, presto invecchierai.

Come insegna l’antica saggezza: ci son cose che non si debbono conoscere. Accontentiamoci di questa legge del servire che a prima vista può apparire strana. Chiunque vuole dominare sugli altri e sulle cose non vive a lungo come invece succede a chi si limita a servire.

“Servire”, latino servire, da servus, vocabolo che proviene da sero = annodo, connetto e dal greco seirà = fune, corda. Servire come legame verso colui che si serve? E alla scomparsa improvvisa di un servo è come se una parte di te venisse meno.
Significa fondamentalmente considerarsi provvisori in ogni situazione, “incaricati” di qualcosa e non “detentori” della cosa. Per tanti qui sta il difficile.

Così deve essere inteso il cristiano “servo dei servi”, che invece troppo spesso indica solo nominalmente umiltà e nasconde un grande orgoglio. Il senso invece deve essere proprio il sapere di non essere proprietari e non considerarsi mai tali. Chi si fa padrone, magari a spintoni e gomitate o peggio, finisce nel nulla (34).
Il senso del potere pare innato nell’uomo. Forse nacque ai primordi della storia, quando la sopravvivenza spingeva a prevaricare sull’altro. Oggi non deve essere più così. L’uomo nuovo deve riuscire a superare l’atavica legge della giungla.

Anche se molti dissimulano la loro volontà di potenza nascondendosi dietro il velo pudico della carica, in realtà il senso-gusto del potere molti lo hanno dentro. Anche se spesso si tratta di un potere trascurabile o addirittura miserrimo o peggio ancora ridicolo.

Era questo il senso dell’avvertimento di Leo: il vivere a lungo non indica la durata della vita ma la qualità del vivere, vivere leggero senza zavorra inutile.

E’ la “sedia” che fa l’incarico; ma è l’incaricato che deve essere capace di sedersi sulla sedia: se dominerai dall’alto della sedia allora sarà la sedia che domina te. Certuni, ottenuto un “piccolo potere” perdono l’equilibrio diventando piccoli despoti. Anzi, no. Non lo diventano; lo sono sempre stati, ma lo dissimulavano bene e si controllavano. Ora invece non si controllano più.

Non vivranno a lungo... E vivranno male, tenuti a distanza. Sono troppo pesanti. Il problema infatti non è nella carica, ma sono loro.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.