domenica 4 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 7

Il narratore spesso si recò all’indirizzo trovato cercando di incontrare Leo. Invano.


Finalmente un giorno, era davanti a quella casa per l’ennesima volta, udì un fischio melodioso. Quelle note erano un richiamo a qualcosa, e non so quale ricordo cominciò a liberarsi dal sonno. Era una musica volgare ma i suoni che quello produceva fischiando con le labbra erano meravigliosamente dolci, belli e leggeri. (54-55). Insomma erano un richiamo a qualcosa. (54).

Richiamo. Ecco il senso della musica: un richiamo. Non tutti i giorni si sente fischiettare così (54) osservò un passante. Pareva quasi che il narratore in crisi di narrazione fosse non solo atteso ma addirittura attirato.


Finalmente il fischiettatore uscì di casa e... tosto il mio cuore avvertì con certezza: quello era Leo, non soltanto il Leo dell’annuario di indirizzi, ma Leo in persona, il nostro caro compagno di viaggio, (...) E ora ricordai, soltanto ora, che anche a quel tempo, durante il pellegrinaggio in Oriente, molte volte lo avevo udito fischiettare. Erano le note di allora, ma quanto stranamente diverse sonavano al mio orecchio. (56)


Note diverse... Non solo per i dieci e più anni trascorsi dall’epoca del viaggio, ma anche per il nuovo stato d’animo: la sorpresa del ritrovamento tanto sperato e l’amarezza dell’eccessivo tempo impiegato nella ricerca. E in fondo in fondo c’era anche un piccolo dubbio: era finalmente la persona cercata o un nuovo abbaglio? Ed io aggiungo, anche se il narratore non ne pareva consapevole: un ritrovamento oppure un essere ritrovato?


Strane sono le sensazioni che prova il narratore. In tanti anni era cambiato. Ed è cambiato anche il mondo. E il confronto non è tra oggi e ieri, ma è tra l’oggi e il ricordo di ieri...


Il nostro è il mondo del relativo (non del relativismo!) dai ricordi fissi. Noi ricordiamo una persona non come era e nemmeno come noi la conoscemmo, ma come è “fissata” nella nostra memoria. Insomma: noi la ricordiamo come noi crediamo oggi che fosse.

Ecco perché non mi pare bello esporre le salme dei defunti. I presenti debbono ricordare la persona cara come “era” non come i resti di un corpo spossato.


Il narratore seguì il presunto Leo: Scese lungo la via e il suo passo, benché fosse leggero, giovanile e sciolto, era però serale, aveva lo stesso suono del crepuscolo, era connaturato con l’ora. (56-57).

L’incontro tra i due non poteva avvenire che in un luogo naturale, nel giardinetto lì vicino, in una panchina sotto un grande albero, quasi testimone silente di un avvenimento per il narratore fuori del comune. Ma Leo non fece segno di riconoscere il narratore e il colloquio parve svolgersi impersonalmente con educato distacco.

Pareva quasi un colloquio banale tra due estranei che non sapevano di cosa parlare.


Ma non sempre i colloqui sono così banali come sembrano. Forse sono invece utili ad uno dei due per conoscere meglio l’altro; oppure a piantare qualcosa che come un piccolo seme possa poi germogliare.


Leo si mostrava tranquillo e sereno, mentre il narratore era visibilmente affannato. Proprio questo è la vita quando è bella e felice: un giuoco! (60). Ma altri fanno i seri e rendono la vita un dovere, una guerra, una prigione, non riuscendo certo a mostrarla più bella.


“La vita non deve essere un dovere?” è la domanda che ci poniamo spesso. E anche: “Facciamo il nostro dovere”, eccetera.

Credo che semplicemente Leo volesse dire che la vita non deve essere impostata come necessari doveri da compiere. Così infatti il dovere verrebbe ad essere una serie di costrizioni esterne e perderesti la libertà. L’antico filosofo si stupiva davanti a due grandi realtà che lo commuovevano: la volta stellata e la legge morale. E vedeva la prima “sopra di sé” e la seconda “in me”. Qui sta la chiave. La legge del dovere deve scaturire da “dentro”. In tal modo non la puoi sentire imposta, ma la cogli “tua” e la compi perché proprio tu scegli di far così, non per autorità di altro o paura di supposti castighi. Vedendo dal tetto di un alto palazzo una palla rotolare in un prato devi ipotizzare l’esistenza di certe forze in certi punti per spiegare la sua traiettoria irregolare. Chi invece osserva la stessa palla dal primo piano non ha più bisogno di supporre l’esistenza di quelle forze: la traiettoria non regolare viene spiegata semplicemente dalle asperità del terreno che permettono il passaggio della palla in alcuni posti e non in altri. Così la legge del dovere: è semplicemente una costruzione dell’uomo per spiegare la traiettoria del comportamento umano; chi ha il dovere “dentro” compie certe azioni e non altre semplicemente perché il terreno del suo comportamento non è liscio e certi passaggi non li puoi proprio fare, non per divieti ma perché il terreno è fatto così ed è impensabile andar contro la legge. Insomma il dovere è una specie di “legge del sì”: certe azioni le compi perché sì e altre invece no.

Se giungi a sentirti parte del dovere ti sentirai nel centro della bellezza della vita. Bellezza, uno dei due pilastri metaforici (l’altro è la Forza) che avverti nell’agire del mondo e che armoniosamente avvinti porteranno l’uomo alla Sapienza, la comprensione del grande gioco della vita.


Già... Il gioco della vita. Non certo le cose ludiche che noi volgarmente associamo al gioco, ma l’intensità e la leggerezza e l’impegno del bimbo che gioca. Impegno, perché nulla è più intenso del bimbo che gioca. Ma allo stesso tempo il bimbo che gioca sa che è solo un gioco. Ecco la sua leggerezza. Gioca intensamente, ma sa che è un gioco; si impegna con tutto se stesso, ma sa che c’è altro. E’ la “leggerezza forte” del vento sulle vele che può portare con l’arte del marinaio un bastimento dall’altra parte del mondo.


Ed eccoci giunti al momento dello “svelamento”, tanto atteso e allo stesso tempo temuto: atteso per giungere al punto cruciale che avrebbe posto termine agli anni di tormenti e incertezze; temuto per il rischio che non fosse il Leo “giusto”.


Leo, Leo! Lei non è forse Leo? Non mi conosce più? Siamo stati confratelli e dovremmo esserlo ancora. Siamo partiti insieme per il viaggio in Oriente. Leo, mi ha davvero dimenticato? Davvero non sa più nulla dei Custodi della Corona, di Klingsor e Boccadoro, della festa a Bremgarten, della gola di Morbio Inferiore? Leo, abbia pietà! (61)


Leo non mosse ciglio e non fece alcun cenno di riconoscimento. Proseguì tranquillo come non avesse udito nulla, ma mi lasciò il tempo di raggiungerlo e parve non avesse nulla in contrario a che mi accompagnassi a lui. (60)


Leo mostrava di non voler interrompere bruscamente il colloquio? Non aveva negato di riconoscerlo, ma il narratore era troppo agitato per notarlo e troppo preso dalla delusione: il primo incontro – a suo parere – non avrebbe dovuto succedere così. Gli pareva quasi che Leo fosse su un altro mondo (e forse era vero!), educato e gentile con lui come con chiunque. A ogni passo, ad ogni animale che incontrava, ad ogni goccia di pioggia pareva che Leo fosse in comunione con tutto ciò che lo circondava. Il narratore non si sentiva riconosciuto, pur essendoci qualche indizio del contrario che il suo tormentato sconforto non riusciva a cogliere.


Lei chiede se la conosco? Quale uomo conosce mai l’altro o sia pure se stesso? E io, vede, non sono affatto un conoscitore di uomini. Non m’interessa. I cani sì, li conosco molto bene... (61-62)

E inizia una disquisizione sui cani.


Come questo atteggiamento sfuggente frustrasse ancor di più l’interlocutore possiamo solo immaginarlo: Io sono sempre in cammino, signore, e appartengo sempre alla Lega. C’è molta gente che va e viene, ci si conosce e non ci si conosce. Coi cani è molto più facile. (62). Ecco un fugace cenno alla Lega, subito ricoperto da una ulteriore digressione sui cani.


Il narratore apparve disorientato: è Leo o non è Leo? Sì, è Leo, ma non è lui: un mondo di estraneità lo separava da me. (63).

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