Il narratore spesso si recò
all’indirizzo trovato cercando di incontrare Leo. Invano.
Finalmente un giorno, era davanti a
quella casa per l’ennesima volta, udì un fischio melodioso. Quelle
note erano un richiamo a qualcosa, e non so quale ricordo cominciò a
liberarsi dal sonno. Era una musica volgare ma i suoni che quello
produceva fischiando con le labbra erano meravigliosamente dolci,
belli e leggeri. (54-55). Insomma erano un richiamo a
qualcosa. (54).
Richiamo. Ecco il senso della musica:
un richiamo. Non tutti i giorni si sente fischiettare così
(54) osservò un passante. Pareva quasi che il narratore in crisi di
narrazione fosse non solo atteso ma addirittura attirato.
Finalmente il fischiettatore uscì di
casa e... tosto il mio cuore avvertì con certezza: quello era
Leo, non soltanto il Leo dell’annuario di indirizzi, ma Leo in
persona, il nostro caro compagno di viaggio, (...)
E ora ricordai, soltanto ora, che anche a quel tempo, durante il
pellegrinaggio in Oriente, molte volte lo avevo udito fischiettare.
Erano le note di allora, ma quanto stranamente diverse sonavano al
mio orecchio. (56)
Note diverse... Non solo per i dieci e
più anni trascorsi dall’epoca del viaggio, ma anche per il nuovo
stato d’animo: la sorpresa del ritrovamento tanto sperato e
l’amarezza dell’eccessivo tempo impiegato nella ricerca. E in
fondo in fondo c’era anche un piccolo dubbio: era finalmente la
persona cercata o un nuovo abbaglio? Ed io aggiungo, anche se il
narratore non ne pareva consapevole: un ritrovamento oppure un essere
ritrovato?
Strane sono le sensazioni che prova il
narratore. In tanti anni era cambiato. Ed è cambiato anche il mondo.
E il confronto non è tra oggi e ieri, ma è tra l’oggi e il
ricordo di ieri...
Il nostro è il mondo del relativo (non
del relativismo!) dai ricordi fissi. Noi ricordiamo una persona non
come era e nemmeno come noi la conoscemmo, ma come è “fissata”
nella nostra memoria. Insomma: noi la ricordiamo come noi crediamo
oggi che fosse.
Ecco perché non mi pare bello esporre le salme dei
defunti. I presenti debbono ricordare la persona cara come “era”
non come i resti di un corpo spossato.
Il narratore seguì il presunto Leo:
Scese lungo la via e il suo passo, benché fosse leggero,
giovanile e sciolto, era però serale, aveva lo stesso suono del
crepuscolo, era connaturato con l’ora. (56-57).
L’incontro tra i due non poteva
avvenire che in un luogo naturale, nel giardinetto lì vicino, in una
panchina sotto un grande albero, quasi testimone silente di un
avvenimento per il narratore fuori del comune. Ma Leo non fece segno
di riconoscere il narratore e il colloquio parve svolgersi
impersonalmente con educato distacco.
Pareva quasi un colloquio
banale tra due estranei che non sapevano di cosa parlare.
Ma non sempre i colloqui sono così
banali come sembrano. Forse sono invece utili ad uno dei due per
conoscere meglio l’altro; oppure a piantare qualcosa che come un
piccolo seme possa poi germogliare.
Leo si mostrava tranquillo e sereno,
mentre il narratore era visibilmente affannato. Proprio questo è
la vita quando è bella e felice: un giuoco! (60). Ma altri fanno
i seri e rendono la vita un dovere, una guerra, una prigione, non
riuscendo certo a mostrarla più bella.
“La vita non deve essere un dovere?”
è la domanda che ci poniamo spesso. E anche: “Facciamo il nostro
dovere”, eccetera.
Credo che semplicemente Leo volesse
dire che la vita non deve essere impostata come necessari doveri da
compiere. Così infatti il dovere verrebbe ad essere una serie di
costrizioni esterne e perderesti la libertà. L’antico filosofo si
stupiva davanti a due grandi realtà che lo commuovevano: la volta
stellata e la legge morale. E vedeva la prima “sopra di sé”
e la seconda “in me”. Qui sta la chiave. La legge del
dovere deve scaturire da “dentro”. In tal modo non la puoi
sentire imposta, ma la cogli “tua” e la compi perché proprio tu
scegli di far così, non per autorità di altro o paura di supposti
castighi. Vedendo dal tetto di un alto palazzo una palla rotolare in
un prato devi ipotizzare l’esistenza di certe forze in certi punti
per spiegare la sua traiettoria irregolare. Chi invece osserva la
stessa palla dal primo piano non ha più bisogno di supporre
l’esistenza di quelle forze: la traiettoria non regolare viene
spiegata semplicemente dalle asperità del terreno che permettono il
passaggio della palla in alcuni posti e non in altri. Così la legge
del dovere: è semplicemente una costruzione dell’uomo per spiegare
la traiettoria del comportamento umano; chi ha il dovere “dentro”
compie certe azioni e non altre semplicemente perché il terreno del
suo comportamento non è liscio e certi passaggi non li puoi proprio
fare, non per divieti ma perché il terreno è fatto così ed è
impensabile andar contro la legge. Insomma il dovere è una specie di
“legge del sì”: certe azioni le compi perché sì e altre invece
no.
Se giungi a sentirti parte del dovere
ti sentirai nel centro della bellezza della vita. Bellezza, uno dei
due pilastri metaforici (l’altro è la Forza) che avverti
nell’agire del mondo e che armoniosamente avvinti porteranno l’uomo
alla Sapienza, la comprensione del grande gioco della vita.
Già... Il gioco della vita. Non certo
le cose ludiche che noi volgarmente associamo al gioco, ma
l’intensità e la leggerezza e l’impegno del bimbo che gioca.
Impegno, perché nulla è più intenso del bimbo che gioca. Ma allo
stesso tempo il bimbo che gioca sa che è solo un gioco. Ecco la sua
leggerezza. Gioca intensamente, ma sa che è un gioco; si impegna con
tutto se stesso, ma sa che c’è altro. E’ la “leggerezza forte”
del vento sulle vele che può portare con l’arte del marinaio un
bastimento dall’altra parte del mondo.
Ed eccoci giunti al momento dello
“svelamento”, tanto atteso e allo stesso tempo temuto: atteso per
giungere al punto cruciale che avrebbe posto termine agli anni di
tormenti e incertezze; temuto per il rischio che non fosse il Leo
“giusto”.
Leo, Leo! Lei non è forse Leo? Non
mi conosce più? Siamo stati confratelli e dovremmo esserlo ancora.
Siamo partiti insieme per il viaggio in Oriente. Leo, mi ha davvero
dimenticato? Davvero non sa più nulla dei Custodi della Corona, di
Klingsor e Boccadoro, della festa a Bremgarten, della gola di Morbio
Inferiore? Leo, abbia pietà! (61)
Leo non mosse ciglio e non fece alcun
cenno di riconoscimento. Proseguì tranquillo come non avesse
udito nulla, ma mi lasciò il tempo di raggiungerlo e parve non
avesse nulla in contrario a che mi accompagnassi a lui. (60)
Leo mostrava di non voler interrompere
bruscamente il colloquio? Non aveva negato di riconoscerlo, ma il
narratore era troppo agitato per notarlo e troppo preso dalla
delusione: il primo incontro – a suo parere – non avrebbe dovuto
succedere così. Gli pareva quasi che Leo fosse su un altro mondo (e
forse era vero!), educato e gentile con lui come con chiunque. A ogni
passo, ad ogni animale che incontrava, ad ogni goccia di pioggia
pareva che Leo fosse in comunione con tutto ciò che lo circondava.
Il narratore non si sentiva riconosciuto, pur essendoci qualche
indizio del contrario che il suo tormentato sconforto non riusciva a
cogliere.
Lei chiede se la conosco? Quale uomo
conosce mai l’altro o sia pure se stesso? E io, vede, non sono
affatto un conoscitore di uomini. Non m’interessa. I cani sì, li
conosco molto bene... (61-62)
E inizia una disquisizione sui
cani.
Come questo atteggiamento sfuggente
frustrasse ancor di più l’interlocutore possiamo solo immaginarlo:
Io sono sempre in cammino, signore, e appartengo sempre alla Lega.
C’è molta gente che va e viene, ci si conosce e non ci si conosce.
Coi cani è molto più facile.
(62). Ecco un fugace cenno alla Lega, subito ricoperto da una
ulteriore digressione sui cani.
Il
narratore apparve disorientato: è Leo o non è Leo? Sì, è Leo, ma
non è lui: un mondo di estraneità lo separava da me.
(63).
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