sabato 3 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 6

Il principio alla base dell’impresa fu di non calcolare mai, di non lasciarmi mai sconcertare da motivi razionali, di considerare sempre la fede più forte della cosiddetta realtà. (46)

Nobile principio, ma va puntualizzato.

Considerare la fede più forte della cosiddetta realtà è certo guida elevata delle nostre azioni. Ma non significa piegare la realtà alla nostra fede perché obbligheremmo la fede ad assumere vesti coercitive non sue. “Tu sol – pensando – o ideal sei vero” ha cantato il poeta mostrando che l’ideale (la nostra fede) deve essere regola di vita. Se si permette un paragone, pensiamo al massone che in Loggia impara certe regole di vita (il rispetto per gli altri, sapere ascoltarli, l’armonia tra i partecipanti) e nella vita quotidiana cerca di praticare principi, che a troppi appaiono lontani e desueti, non per “massonificare” la società come strepitano certi minus habentes, ma per renderla un poco meno peggiore di quel che è. Insomma: educazione con l’esempio, non coercizione con la violenza.

Il narratore cercò aiuto nel vecchio amico Lukas, giornalista, che infatti si ricordò con garbata ironia (46) della cosiddetta Crociata dei bambini (47), come all’epoca con scarsa considerazione fu chiamata. Insomma, il giornalista mostrò un amichevole e benevolo scetticismo (47), nemmeno scalfito dalle intenzioni del narratore di redigerne il resoconto. Ma la realtà che un giorno vissi insieme coi miei compagni non esiste più e nonostante che i ricordi di essa siano ciò che possiedo di più prezioso e di più vivo, mi appaiono così lontani, sono di un’altra sostanza, come se quei fatti si fossero svolti in altri millenni, su altri astri o fossero stati sogni di un febbricitante. (48)

Lukas gli confermò di aver provato pure lui sensazioni analoghe nel tentativo di raccontare l’esperienza della guerra in trincea. Tentò più volte – disse – ma tutto... era indicibilmente lontano, era soltanto sognato, non si collegava con nulla e rimaneva inafferrabile. (49)

La memoria può servire solo se si mantiene il bandolo della matassa altrimenti non può che riportare frammenti sparsi, e probabilmente più i frammenti sono sparsi e più sono veritieri. Comunque – continuò Lukas – il libro fu scritto. Fu possibile... soltanto perché era necessario. Dovevo o scrivere il libro o darmi alla disperazione, era l’unica possibilità di salvarmi dal nulla, dal caos, dal suicidio. Il libro è scritto sotto questa costrizione e mi ha dato l’attesa salvezza appunto perché è scritto, non importa se bene o male. (50)

Per Lukas quindi era importante terminare il libro riportando qualunque ricordo in qualunque modo ricordato. Per l’altro invece era fondamentale scrivere bene il libro, non scriverlo a tutti i costi. Per quello dunque richiamo ad una specie di memoria “teorica”, anche se spesso il “ricordo come fu” è percorso impraticabile, per questo invece richiamo ad una memoria “pratica”, che però si scontrava contro il frustrante e incompleto “non ricordo più come fu”.

Il narratore rimase deluso dalle parole di Lukas. Io non credo che dieci libri di questo genere, scritti ciascuno dieci volte meglio e più efficacemente del mio, possano dare al lettore meglio intenzionato un’idea della guerra se il lettore non l’ha vissuta da parte sua. (49). E forse – concluse Lukas – può darsi che l’uomo accanto alla fame di esperienze non abbia fame più gagliarda che quella dell’oblio. (49)

Come esiste il diritto al cammino esiste anche il diritto a restare fermi. Accanto al diritto di ricordare esiste anche il diritto di non ricordare (Ma Chi scorderà il passato sarà condannato a riviverlo ammonisce la saggezza della vita). Dicono che pure il dimenticare sia una forma di caminar. Che vita sarebbe ricordare ogni minimo torto subito, vero o presunto tale, e ogni piccolo bene fatto, vero o presunto che sia, se non un inutile rimescolare il passato? E invece quel passato è solo una zavorra che ci appesantisce, ma solo se – aggiunge il lettore – viene vissuto con spirito di rivalsa sterile non come insegnamento su comportamenti non adeguati.

Non mi sento di giudicare: sono talmente numerose le vie... Mi sento anzi inadeguato a parlarne. Molte concezioni che vogliono insegnare a morir bene si basano sul ricordo. Il tuo giudizio si basa sul ricordo delle tue azioni. Se tu non ricordassi, il giudizio sarebbe senza fondamento, a meno di qualcuno o qualcosa (Dio?) che nulla dimentica e nulla distrugge.

La distanza tra il narratore e l’amico giornalista era ancora più ampia di quanto appare.

Il viaggio per il narratore fu una grande impresa, ma Lukas lo chiamò con ironia, sia pure garbata, Crociata dei bambini. Per uno fu una grande Istituzione quella che l’altro aveva definito uno dei tanti movimenti “eccentrici” di un dopoguerra culturalmente vivo ma turbolento.

Lukas e il narratore non hanno solo due modi diversi di vedere le cose, ma sono due mondi distanti. L’uno è tutta Forza, “pesante”, incapace di volare e di sognare; l’altro è tutta Bellezza, aerea, priva del minimo senso pratico e incapace di realizzare.

Al secondo incontro il giornalista fu molto essenziale. Procurò al narratore una traccia tangibile: l’indirizzo di un certo Andreas Leo che avrebbe potuto sapere qualcosa del servitore scomparso.
Il narratore si precipitò all’indirizzo segnalato: che fosse proprio il “suo” Leo? Seppe che lo si poteva trovare solo di sera e si appostò nei dintorni in attesa.

Avvertiamo nelle concitate parole del narratore lo spasimo dell’attesa, l’incertezza e la speranza. Ormai non si tratta più di incontrare un vecchio servitore. Ormai c’è qualcosa di molto diverso e di più profondo dei soli ricordi di una esperienza esaltante. Era lo stesso appartenere alla Lega, della quale era giunto persino a mettere in dubbio l’esistenza, la possibilità di trovare finalmente un punto fermo che desse un senso non tanto ad una esperienza, ma alla sua stessa vita. Ecco la posta in gioco: salvare la mia vita ridandole un significato. (53)

Leo infatti era diventato una vera ossessione. Butti a mare Leo, si liberi di Leo (53) – gli aveva consigliato Lukas, che probabilmente riconosceva nel narratore i particolari di un cammino già percorso (noi però sospettiamo non percorso ma “accantonato” con la scrittura di un libro qualunque e non del libro voluto).

Già. Si fa presto a dire: Liberati! Non si può dire all’ossessionato di non pensarci, è inutile e irritante dire al depresso di “tirarsi su”! Sono persone nel delicato confine tra il moto dell’animo e il patologico e non possono tornare indietro ma solo procedere con equilibrio instabile. Infatti il narratore ha avuto buon gioco a rispondere all’osservazione irritante e superficiale del giornalista: Alla stessa maniera potrei buttare a mare la mia testa o il mio stomaco e liberarmene! Dio buono, aiutami Tu! (53)

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