Il principio alla base dell’impresa
fu di non calcolare mai, di non lasciarmi mai sconcertare da
motivi razionali, di considerare sempre la fede più forte della
cosiddetta realtà. (46)
Nobile principio,
ma va puntualizzato.
Considerare
la fede più forte della cosiddetta realtà
è certo guida elevata delle nostre azioni. Ma non significa piegare
la realtà alla nostra fede perché obbligheremmo la fede ad assumere
vesti coercitive non sue. “Tu sol – pensando – o
ideal sei vero” ha cantato il
poeta mostrando che l’ideale (la nostra fede) deve essere regola di
vita. Se si permette un paragone, pensiamo al massone che in Loggia
impara certe regole di vita (il rispetto per gli altri, sapere
ascoltarli, l’armonia tra i partecipanti) e nella vita quotidiana
cerca di praticare principi, che a troppi appaiono lontani e desueti,
non per “massonificare” la società come strepitano certi minus
habentes, ma per renderla un
poco meno peggiore di quel che è. Insomma: educazione con l’esempio,
non coercizione con la violenza.
Il
narratore cercò aiuto nel vecchio amico Lukas, giornalista, che
infatti si ricordò con garbata ironia
(46) della cosiddetta Crociata dei bambini
(47), come all’epoca con scarsa considerazione fu chiamata.
Insomma, il giornalista mostrò un amichevole e benevolo
scetticismo (47), nemmeno
scalfito dalle intenzioni del narratore di redigerne il resoconto. Ma
la realtà che un giorno vissi insieme coi miei compagni
non esiste più e nonostante che i ricordi di essa siano ciò che
possiedo di più prezioso e di più vivo, mi appaiono così lontani,
sono di un’altra sostanza, come se quei fatti si fossero svolti in
altri millenni, su altri astri o fossero stati sogni di un
febbricitante. (48)
Lukas gli confermò di aver provato
pure lui sensazioni analoghe nel tentativo di raccontare l’esperienza
della guerra in trincea. Tentò più volte – disse – ma tutto...
era indicibilmente lontano, era soltanto sognato, non si collegava
con nulla e rimaneva inafferrabile. (49)
La memoria può servire solo se si
mantiene il bandolo della matassa altrimenti non può che riportare
frammenti sparsi, e probabilmente più i frammenti sono sparsi e più
sono veritieri. Comunque – continuò Lukas – il libro fu
scritto. Fu possibile... soltanto perché era necessario. Dovevo o
scrivere il libro o darmi alla disperazione, era l’unica
possibilità di salvarmi dal nulla, dal caos, dal suicidio. Il libro
è scritto sotto questa costrizione e mi ha dato l’attesa salvezza
appunto perché è scritto, non importa se bene o male. (50)
Per Lukas quindi era importante
terminare il libro riportando qualunque ricordo in qualunque modo
ricordato. Per l’altro invece era fondamentale scrivere bene il
libro, non scriverlo a tutti i costi. Per quello dunque richiamo ad
una specie di memoria “teorica”, anche se spesso il “ricordo
come fu” è percorso impraticabile, per questo invece richiamo ad
una memoria “pratica”, che però si scontrava contro il
frustrante e incompleto “non ricordo più come fu”.
Il narratore rimase deluso dalle parole
di Lukas. Io non credo che dieci libri di questo genere, scritti
ciascuno dieci volte meglio e più efficacemente del mio, possano
dare al lettore meglio intenzionato un’idea della guerra se il
lettore non l’ha vissuta da parte sua.
(49). E forse – concluse Lukas – può darsi che l’uomo
accanto alla fame di esperienze non abbia fame più gagliarda che
quella dell’oblio. (49)
Come esiste il diritto al cammino
esiste anche il diritto a restare fermi. Accanto al diritto di
ricordare esiste anche il diritto di non ricordare (Ma Chi
scorderà il passato sarà condannato a riviverlo ammonisce la
saggezza della vita). Dicono che pure il dimenticare sia una forma di
caminar. Che vita sarebbe ricordare ogni minimo torto subito,
vero o presunto tale, e ogni piccolo bene fatto, vero o presunto che
sia, se non un inutile rimescolare il passato? E invece quel passato
è solo una zavorra che ci appesantisce, ma solo se – aggiunge il
lettore – viene vissuto con spirito di rivalsa sterile non come
insegnamento su comportamenti non adeguati.
Non mi sento di giudicare: sono
talmente numerose le vie... Mi sento anzi inadeguato a parlarne.
Molte concezioni che vogliono insegnare a morir bene si basano sul
ricordo. Il tuo giudizio si basa sul ricordo delle tue azioni. Se tu
non ricordassi, il giudizio sarebbe senza fondamento, a meno di
qualcuno o qualcosa (Dio?) che nulla dimentica e nulla distrugge.
La distanza tra il narratore e l’amico
giornalista era ancora più ampia di quanto appare.
Il viaggio per il narratore fu una
grande impresa, ma Lukas lo chiamò con ironia, sia pure garbata,
Crociata dei bambini. Per uno fu una grande Istituzione quella
che l’altro aveva definito uno dei tanti movimenti “eccentrici”
di un dopoguerra culturalmente vivo ma turbolento.
Lukas e il narratore non hanno solo due
modi diversi di vedere le cose, ma sono due mondi distanti. L’uno è
tutta Forza, “pesante”, incapace di volare e di sognare; l’altro
è tutta Bellezza, aerea, priva del minimo senso pratico e incapace
di realizzare.
Al secondo incontro il giornalista fu
molto essenziale. Procurò al narratore una traccia tangibile:
l’indirizzo di un certo Andreas Leo che avrebbe potuto sapere
qualcosa del servitore scomparso.
Il narratore si precipitò
all’indirizzo segnalato: che fosse proprio il “suo” Leo? Seppe
che lo si poteva trovare solo di sera e si appostò nei dintorni in
attesa.
Avvertiamo nelle concitate parole del
narratore lo spasimo dell’attesa, l’incertezza e la speranza.
Ormai non si tratta più di incontrare un vecchio servitore. Ormai
c’è qualcosa di molto diverso e di più profondo dei soli ricordi
di una esperienza esaltante. Era lo stesso appartenere alla Lega,
della quale era giunto persino a mettere in dubbio l’esistenza, la
possibilità di trovare finalmente un punto fermo che desse un senso
non tanto ad una esperienza, ma alla sua stessa vita. Ecco la posta
in gioco: salvare la mia vita ridandole un significato. (53)
Leo infatti era diventato una vera
ossessione. Butti a mare Leo, si liberi di Leo (53) – gli
aveva consigliato Lukas, che probabilmente riconosceva nel narratore
i particolari di un cammino già percorso (noi però sospettiamo non
percorso ma “accantonato” con la scrittura di un libro qualunque
e non del libro voluto).
Già. Si fa presto a dire: Liberati!
Non si può dire all’ossessionato di non pensarci, è inutile e
irritante dire al depresso di “tirarsi su”! Sono persone nel
delicato confine tra il moto dell’animo e il patologico e non
possono tornare indietro ma solo procedere con equilibrio instabile.
Infatti il narratore ha avuto buon gioco a rispondere
all’osservazione irritante e superficiale del giornalista: Alla
stessa maniera potrei buttare a mare la mia testa o il mio stomaco e
liberarmene! Dio buono, aiutami Tu! (53)
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