lunedì 11 maggio 2026

Loggia madre - Loggia matrigna

C’è una delicatezza profonda nella poesia di Kipling dedicata alla Loggia Madre, la Hope and Perseverance n.782 all'Oriente di Lahore, unita ad una grande nostalgia per quei Fratelli. Costumi diversi, estrazioni diverse, religioni diverse, ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie prescrizioni: chi non può mangiar carne, chi non beve alcool, chi non può sedersi a tavola con caste inferiori, e così via. E allora cosa fanno? Semplicemente stanno assieme a fumare e a parlare (magari oggi non fumerebbero nemmeno per non disturbare i Fratelli non fumatori).

Si è parlato spesso di Kipling come espressione alta dell'imperialismo inglese. Ma a ben vedere in lui non si tratta di vero e proprio imperialismo, bensì di consapevolezza di portare nel mondo la civiltà (certo idea discutibile, ma lui ci credeva), come l’antico romano vedeva in Roma il centro irradiante della civiltà umana. E la Massoneria viene vista come il legame più saldo e più “civile” (perdonate il bisticcio di parole) per tenere unite persone di origini così diverse.

Io qui vedo il piacere di stare assieme, senza discutere, parlando ordinatamente uno dopo l'altro, in letizia. Ecco, qui forse assume il suo significato originale la letizia di Francesco d'Assisi. E' una vicinanza che unisce e non vuole dividere, che fa capire come siano assurde le guerre sante contro l'infedele: ...non esiste qualcosa come un infedele, Eccetto, forse, noi stessi – scrive Kipling.

Non cercano le cose che dividono, ma quello che unisce. Non pongono un Dio contro l'altro Dio, ma tutti parlano rifacendosi al Dio che meglio conoscono. Divinità diverse o aspetti diversi dell'unico Dio? Non importa. Lasciano alle teologie disquisizioni del genere. Quei Fratelli hanno un solido senso di religiosità che ognuno “descrive” e “interpreta” con i parametri che sente più confacenti a lui. E questo per loro è sufficiente.

Il senso della Loggia Madre è di uno struggimento commovente.

Il legame è forte. La Loggia Madre è unica, per tutta la vita massonica. Puoi cambiare Loggia, puoi cambiare Istituzione, puoi venire ri-iniziato per certe regole che all'una Istituzione non fanno riconoscere l'altra Istituzione, puoi entrare in Corpi Rituali ed avere altre iniziazioni o elevazioni o esaltazioni o come si chiamano, ma la prima Loggia, la tua Loggia Madre, è sempre e rimarrà sempre solo quella, e non altre.

Il legame che si è costruito con quella è viscerale e lo avverti se i casi della vita ti portano a cambiare Loggia. Lo avverti anche se la tua Loggia da madre diventa matrigna (perché certi fratelli cambiano, altri ancora non ci sono più e nuovi ne sono entrati). Solo così avverti la profondità, la sacralità quasi di quanto costruito in quella lontana tornata dove sei stato fatto Apprendista, e proprio lì, in quella particolare Loggia, e non altrove.

E se anni dopo vi ritornerai, ti renderai conto, anche se fisicamente i Fratelli di allora non ci sono più, anche se il locale non è più quello, che è rimasto forte il legame con la Loggia, la tua Loggia Madre: lì c'è la spada fiammeggiante con la quale fosti creato Apprendista, lì c'è la pietra grezza sulla quale hai iniziato il tuo lavoro, lì c'è il Volume della Legge sul quale giurasti, lì ti sei alzato in piedi e hai mosso i primi incerti passi.

Appunto, ci fu un momento in cui la mia Loggia da madre diventò matrigna.

Qualche anno fa in collina vidi in un campo lontano, un gruppo di caprioli che si muoveva in fila indiana, faticosamente arrancando sulla neve. Guardai col binocolo: cinque sagome, tutte in fila. I primi tre camminavano in avanti, ma gli ultimi due stavano dando vita ad un rito drammatico: il quarto della fila scacciava l’ultimo e gli imponeva di non seguirli. Immaginai che l’ultimo fosse il piccolo della cucciolata dell’estate precedente e l’animale che lo scacciava dal gruppo fosse proprio la madre che gli imponeva brutalmente una ferrea legge di vita. Il piccolo tentava di ritornare nel gruppo, il suo mondo conosciuto, ma la madre, ferrea, ogni volta che notava un suo avvicinamento, lo scacciava sempre più brutalmente.

Sì, lo so. La Natura (con la N maiuscola) non lascia spazio ai sentimenti. Il piccolo capriolo deve essere allontanato perché il territorio non può reggere un aumento eccessivo della popolazione e perché si potrebbe correre il rischio di un rapporto incestuoso, geneticamente micidiale. La Natura rifugge dai moralismi, ma ne sa di genetica molto più dei nostri più ferrati genetisti; non si preoccupa della salute psichica del singolo individuo ma della salute dell’intera popolazione. I malesseri psichici di un singolo fan presto a passare quando le tue giornate sono scandite dalla affannosa ricerca del cibo e dalla ancor più affannosa fuga dai pericoli. E se il singolo capriolo non dovesse sopravvivere, beh, in tal caso quel capriolo contribuirà alla sopravvivenza magari di un gruppo di lupi.

Guardando dalla finestra quella scena mi immedesimai nello stato d’animo del capriolo scacciato dalla madre e ritornai con la mente a quella tornata della mia Loggia.

Erano almeno un paio d’anni che mi lamentavo della mancanza dei lavori nei gradi. Ebbene, quella sera, ebbi l’onore di una tornata tutta per me. Elevarono la Loggia al Terzo Grado e il Venerabile lesse la sentenza del Tribunale di Loggia che mi condannava.

Ma il bello venne nella Sala dei Passi Perduti. Mi trovai al centro di un cerchio vuoto. Mi spostavo e si spostava il cerchio vuoto. Quasi nessuno mi rivolse la parola. Qualcuno immaginai per ritegno e imbarazzo non sapendo che dirmi, altri per non andar contro l’indirizzo predominante, altri ancora proprio per non volermi avvicinare. Partecipai ad un’altra tornata dopo quattro mesi e gli altri mi trattarono con formale cortesia (ma quanto gelida!).

Anni dopo vi ritornai come Maestro Venerabile della Loggia che mi aveva accolto. Francamente stare all’Oriente la prima volta non mi dispiacque (dopo tutto quello che era successo) e qualche pavoneggiamento temo pure di averlo fatto.

I tempi erano cambiati, io ero cambiato, presumo che anche i protagonisti di quella vicenda fossero cambiati, alcuni di loro non c’erano più. Ritornai e fui anche, per tre anni, Ispettore di Loggia, seduto alla sinistra del Venerabile e attento allo svolgimento dei lavori.

Un giorno incontrai per strada l’allora Maestro Venerabile e Presidente del Tribunale che mi condannò. Mi chiese scusa di quanto successo, confessandomi di essere stato spinto da qualcuno che al tempo aveva idee grandiose e manipolatorie.

Gli risposi, con aria da vecchio saggio (ma forse non colse l’ironia ) che quello aveva preso in giro parecchie persone...

Sporadicamente frequentai i lavori della mia Loggia Madre.

Oggi è rimasta là dove io non sono più, deluso e stancato dall'atmosfera di irreggimentazione e dalla passività arrendevole praticata dalla gran parte di chi là è restato. Ma sento ancora forte il legame con la mia Loggia Madre, anche se ormai quella Loggia, anche se fosse raggiungibile, non c'è più. 

domenica 10 maggio 2026

Il Segretario di Loggia 2

 (continuazione del post precedente)

Credo che questi siano i due paletti entro i quali si possano redigere i verbali di Loggia, a seconda delle disposizioni dei segretari, delle loro concezioni e del tempo – anche – che possono dedicare a questo compito. E soprattutto in base alla loro storia massonica.

Ognuno di noi infatti si pone in Loggia come risultato della sua storia massonica personale.

La mia storia massonica è lunga più di quattro decenni ed è (muratoriamente parlando) molto aggrovigliata. Oggi non faccio parte di nessun Corpo Rituale, ma in passato ne ho attraversato parecchi. Di alcuni sono stato pure tra i fondatori.

Frequentando diverse "compagnie" (logge o corpi rituali) , ho visto molti comportamenti di massoni. Probabilmente proprio per la mole di "materiale" incontrato sono diventato sensibile (forse più di altri) ai protagonismi ed agli esibizionismi, sforzi di primeggiare insomma, che per così dire attenuano il senso del contributo proprio per la carenza di apertura verso gli altri.

Per carità, sono atteggiamenti permessi, forse un po’ pesanti per i partecipanti, ma leciti, anche se, a mio parere sono estranei al lavoro in una Loggia massonica.

Il lavoro di Loggia infatti deve essere corale: tutti sullo stesso piano. Anche il Maestro Venerabile è sullo stesso piano degli altri (cioè: degli altri Maestri) anche se, appunto per il ruolo che la Loggia tutta gli ha affidato, ha il compito di “drizzare” le orecchie per captare tutto ciò che può essere captato e comportarsi di conseguenza. Per questo è lui che dà la parola ai partecipanti, li segue negli interventi, eventualmente li commenta, li può limitare in durata, può non concedere un secondo intervento; infine è lui, il Venerabile, che completa i lavori della Tornata (completa, non conclude, poiché solo all’Oratore spettano le conclusioni).

Il Segretario registra, ma deve evitare personalismi e protagonismi. Usa quindi un metodo molto semplice, tra l’altro a mio parere conseguente della particolarità dei lavori della Loggia. Intanto registra i nomi degli intervenuti e gli interventi, ma evita il collegamento tra il parlante e il parlato, chi parla e ciò che dice. In questo modo si evita di riportare una specie di dibattito e si considerano gli interventi come apporto di materiale che viene depositato nel magazzino del cantiere.

Poi “smontiamo” gli interventi in piccole molecole, rimescolate le une alle altre.

In questo modo il resoconto della Tornata diventa una raccolta di periodi staccati, semplicemente accostati gli uni agli altri, come appunto in un magazzino.

Insomma: ogni Fratello, ascoltando la tavola della tornata, deve sentir l’eco del suo contributo, ma non deve ritrovarlo. Starà a lui, in sede di rielaborazione della Tornata prendere il salario ricevuto e "spenderlo"), raccogliere raccogliere dal magazzino le pietre opportune e con quelle lavorare al suo Tempio interiore.

Perché infatti questo è il compito “nascosto” della tavola della tornata: essere il materiale a disposizione di ognuno per le sue intime e personali considerazioni: insomma la pasta parzialmente precotta che dovrà lui, da solo, in base a ciò che ritiene giusto ed opportuno, rimescolare nel suo paiolo.

Quello del Segretario è quindi un lavoro delicato, che presuppone una conoscenza significativa dei Fratelli. In un certo senso “rimescola” il pentolone della Tornata e ripropone ai Fratelli dopo un superficiale sgrossamento, materiale non più grezzo, ma ancora grossolano, e sempre coerente con la ricetta originaria. E’ il suo un lavoro di memoria ma anche una specie di manipolazione: il Segretario potrebbe evitare di registrare interventi o parti di interventi che a suo parere sono andati oltre i fini o le modalità del lavoro di Loggia.

Allora. Grande manipolatore (o grande "digestore"). Ma la manipolazione è accettabile solo se alla base di tutto c’è un grande rispetto per tutti. Solo così è possibile riportare non solo ciò che si è detto ma anche a suggerire (non scrivere!) ciò che si sarebbe potuto dire.

Faccio un esempio, puramente teorico, per cui è inutile cercar di riconoscervisi.

Il fratello Bravini è solito richiamarsi agli aspetti più superficiali della conformità muratoria. Termina spesso i suoi interventi invitando i presenti a vestirsi adeguatamente in nero; purtroppo per lui il suo dire sconfina nella saccenteria più pretenziosa. Ben si comporta allora il Segretario di quella Loggia a non registrare quell’intervento oppure, registrandolo, a cambiarne il senso, che da rampogna e censura (atteggiamenti che non possono che dividere) diventano opportunamente “digeriti” incitamento all’unione e al bello dello stare insieme.

E’ censura? No. E’ manipolazione? Sì e no: sì, perché l’intervento non è stato proprio così; no, perché in tal modo la Tavola della Tornata registra correttamente ciò che unisce e non gli interventi che dividono, che per la loro stessa natura sono (debbono essere!) estranei alla Massoneria.

Insomma il Segretario è interprete tendenzioso della tornata.

E ricordiamo. In una futura indagine sulla Loggia, scomparsi ormai i protagonisti, resterà solo il resoconto del Segretario!


Il Segretario di Loggia

La Loggia è un grande organismo? Un qualcosa di super-umana in cui i presenti assumono ruoli e funzioni di organi o facoltà dell’uomo? Possiamo dirlo?

Possiamo anche vedere i Diaconi come messaggeri (il sangue, gli impulsi nervosi)? l’Oratore è la coscienza (il collegamento alla Legge)? il Maestro Venerabile è il centro cerebrale e decisionale? e così via?

In questa visione, un po’ olistica e un po’ ironica (ma l’ironia è la grande igiene mentale del caminante) il Segretario può essere (perché no?) espressione della memoria? memoria del passato, memoria del conservato, memoria per il futuro. Riportato quanto fatto nella Tornata precedente, durante la quale era stato riportato quanto fatto in quella prima, durante la quale era stato riportato eccetera eccetera, il Segretario collega l’attività della Loggia a quella fatidica Tornata primordiale e primigenia n. 1, la prima nella vita della Loggia, richiamando continuamente i Fratelli allo spirito originario della Loggia.

La memoria è come la massaia che prepara marmellate per l’inverno. Ma appunto conserviamo la marmellata, non la frutta. Sì, perché nel ricordare vengono identificati i topos, i motivi ricorrenti che la mente ritiene significativi. E già questo la dice lunga su una presunta obiettività del ricordo. Nulla come i ricordi è più lontano dalla oggettività (ammesso che l’oggettività esista).

Allora – ribatte il Fratello scocciato dalla lettura di pedanti verbali – che senso può avere scrivere qualcosa del quale non sappiamo se ciò che è scritto si è verificato o no e del quale siamo sicuri che tanto di ciò che si è verificato non è scritto?

Non sarebbe meglio accontentarsi di una registrazione audio o di una sua trascrizione?

In realtà le dinamiche sono più complesse.

Il resoconto di una tavola di loggia va ben oltre il verbale di un’assemblea ed è lontanissimo dai resoconti di un consiglio amministrativo.

Intanto il nostro non è “verbale” ma “tavola” (precisamente: “tavola architettonica della tornata”). Non è solo distinzione formale: il verbale è resoconto il più minuzioso possibile di quanto detto nella riunione, segnalando eventuali posizioni discordi e il risultato di votazioni; la tavola è composizione armonica di quanto detto e non detto. Sì, anche quanto “non detto”, perché il lavoro di Loggia non è semplicemente ciò che viene pronunciato, ma anche il gesto, la postura, l’attenzione, lo sbadiglio, la sintonia e la disarmonia, il profumo e il suono. E, ovviamente, mattone significativo della storia della Loggia registrando le votazioni e le decisioni collettive con eventuali posizioni discordi.

Vediamo cosa prevede il rituale.

In genere, dopo l’apertura, si lavora sulla tavola in calendario oppure su spunti del Maestro Venerabile. Al termine, prima di chiudere i lavori, c’è uno spazio dedicato al bene dell’Ordine in generale o della Loggia in particolare, spazio dedicato a questioni organizzative ed amministrative.

Alla fine ecco intervenire l’Oratore di Loggia che dà le sue conclusioni. (Attenzione: le “sue conclusioni”, non il suo intervento personale).

E questo è parallelamente il momento del Segretario che deve “registrare” l’Oratore.

Mi viene spesso alla mente la figura di un caro Fratello, ormai passato da tempo all'Oriente Eterno, con alcune ben radicate convinzioni sul verbale che – sosteneva – doveva riportare le parole di tutti i Fratelli intervenuti.

A lui rispondeva un altro Fratello che sosteneva invece il verbale dover segnare solo i nomi di presenti, giustificati, intervenuti e il titolo della Tavola.

Credo che questi siano i due paletti entro i quali si possano redigere i verbali di Loggia, a seconda delle disposizioni dei segretari, delle loro concezioni e del tempo – anche – che possono dedicare a questo compito. E soprattutto in base alla loro storia massonica.

(continua)

sabato 9 maggio 2026

Il testamento

 Nelle Massonerie latine il Candidato viene rinchiuso in uno stanzino angusto e nero, il Gabinetto di Riflessione, dove compie una indagine introspettiva e redige il proprio testamento. Non è ovviamente l’elenco delle ultime volontà, ma semplicemente (appunto: semplicemente!) la registrazione del percorso che è stato compiuto fino a quel momento. E’ insomma una specie di “registrazione” del punto di partenza del cammino che il Candidato inizia proprio in quella occasione.

Ricordiamo che la ritualità anglosassone non prevede il Gabinetto di Riflessione.

Ho ritrovato tra vecchi appunti la minuta del mio Testamento, redatto più di quarant’anni fa. Ovviamente oggi non mi ci riconosco, non lo sento mio. Infatti è la “fotografia” di come ero allora, il giorno del mio ingresso. Anzi, dico di più. Guai se oggi mi ci riconoscessi! Sarebbe un vero disastro. Vorrebbe dire che quarant’anni sono passati invano!

Ecco, quello è stato il mio punto di partenza muratorio. E non ha nessun interesse (nemmeno per me!) riportarlo qui.

Radici, non identità

Gli uomini che hanno fatto la storia vivevano il loro presente. 

Sapevano chi e cosa erano.

Non si preoccupavano della "identità", qualunque cosa voglia dire!

Conoscevano le proprie radici e guardavano avanti.

Guardavano avanti perché il loro sguardo andava oltre la punta del naso.

Il tempo... e il resto 8

Concludo la lettera-riflessione al mio Maestro Venerabile e ai Fratelli della mia Loggia sul lavoro compiuto


 

Ancora gli spaghetti

Sì, è vero. Due eventi debbono essere “ordinati” nel tempo, cioè uno “deve” precedere o seguire l’altro. Nell’immediato è così. Ma se sfumiamo nel passato può non continuare più ad esserlo. Per molti di noi che Alessandro Magno sia vissuto il secolo prima o quello dopo Eschilo è cosa del tutto insignificante.

Se il tempo è visto come un piatto di spaghetti sullo stesso spaghetto due eventi sono necessariamente ordinati cronologicamente, ma se gli eventi appartengono a spaghetti diversi possono diventare inconfrontabili.

Faccio un esempio (lo avrete già sentito perché lo ripeto spesso) ricordando tre eventi che mi hanno toccato da vicino.

Sera del 10 maggio 1974: in Loggia passo Compagno d’Arte. Mattino dell’11 maggio: mi sposo. Mattino del 12 maggio: prima di partire per il viaggio di nozze io e mia moglie votiamo al referendum sul divorzio.

Nei miei ricordi sono tre avvenimenti che fatico a vedere nella successione cronologica. Li vedo sfumatamente contemporanei, come tre punti coincidenti o quasi. Oppure cronologicamente non confrontabili, come appartenenti a tre spaghetti diversi: il primo al mio spaghetto massonico, il secondo allo spaghetto personale e familiare, il terzo allo spaghetto civile.

Seguendo uno specifico spaghetto si ripristina l’ordine cronologico, per cui massonicamente il passaggio a Compagno precede quello a Maestro. Ma guardando il piatto nel suo insieme la confrontabilità dei tre eventi vien meno.

Ogni schema che costruiamo è “una” rappresentazione-interpretazione della realtà che sempre mostra certe caratteristiche rilevanti per quel punto di vista e ne trascura altre.

Quando?

Una prima idea di tempo non lineare mi venne molti anni fa. Stavo impostando la mia tesi di laurea in logica temporale e spesso ne parlavo con il professore, persona di grande spessore umano

Mi disse una volta: noi siamo qui a parlare ma chi può escludere che due altri “noi” siano da un’altra parte in qualche “universo parallelo” a parlare in questo stesso momento delle stesse cose, magari con conclusioni completamente diverse?

Un’altra volta osservò: dall’evento “noi siamo qui ora” possono scaturire molteplici domani, forse incompatibili tra loro o forse no, ma ognuno coerente conseguenza di oggi?

Battute da fantascienza, si potrebbe osservare; e proprio in un Istituto di Matematica parlando di una tesi in logica temporale, aggiungo io.

Quei pensieri sono rimasti depositati da qualche parte e sporadicamente mi tornavano alla mente. Il pensare e ripensare mi familiarizzò con un modello di tempo non lineare, ramificato o no.

Il pensiero fu nitido anche alcuni mesi fa proprio al ritorno da una tornata: noi siamo in Loggia a lavorare sul tempo, ma chi può escludere che da qualche altra parte, nel nostro universo o altrove, altri “noi” abbiano appena lavorato nella “nostra” Loggia “parallela” sulla “stessa tavola”? Lavoro uguale, o diverso? Oppure che dalla tornata appena conclusa possano ramificarsi diversi futuri che concretizzano tornate future, forse diverse, forse contemporanee, forse logicamente non coerenti tra loro, ma tutte coerenti con questa che le precede?

E’ vero? Non è vero? E’ probabile?

Perché allora un quark è ora qui e subito dopo, come se ci fosse un rapporto di causa-effetto (non solo non dimostrabile, ma pure impensabile e, oserei dire, nemmeno fantasticabile) è là (lui o qualcos’altro come lui) come se la causa qui producesse una conseguenza là o la conseguenza là producesse la causa qui?

Eventi e tempo

C’è un’altra domanda da porre. Il tempo è un assoluto? Senza scomodare Einstein nel nostro piccolo tutti noi abbiamo sperimentato quanto lo stesso intervallo di tempo possa essere diverso. Certo si dovrebbe dire più correttamente che quel tempo viene “percepito” in modo diverso, ma nella nostra rappresentazione del mondo che siano tempi diversi oppure che il medesimo tempo sia percepito in modi diversi è la stessa cosa. Così i canonici cinque minuti diventano lunghissimi se attendi la "morosa" oppure cortissimi se attendi di entrare dal dentista: “sono” tempi diversi.



Definitivo

Credo sia parola deteriore.

Definitivo proviene dal latino definitivus. La sua storia comincia da finis, inizialmente relativo a definitio = definizione, cioè ”azione di fissare i limiti”, poi allargato al mondo come “limitato, definito, decisivo”. Una parola che ha attraversato buona parte del mondo occidentale (definitif nel francese del XII secolo e definitive nell’inglese di due secoli dopo, e così via). Sa di teologia assoluta, appunto definitiva come può esserlo una definizione matematica.

Esempio. Il triangolo è un poligono con tre lati.

Questa cosa è un poligono? Sì. Ha tre lati? Sì. Allora è un triangolo. Punto. Non si discute: è un triangolo, de-fi-ni-ti-va-men-te. Altrimenti non lo è. Se non ci sta bene possiamo cambiare definizione, e allora “triangolo” sarà qualcosa d’altro.

Invece nel nostro mondo del quotidiano, del relativo, con buona pace di tanti teologi e filosofi, non c’è nulla di definitivo (eccettuato forse le definizioni matematiche): persino uno degli ultimi baluardi del permanente (il sesso attribuito ad ognuno alla nascita) è ormai incrinato e minato.

Ma la scomparsa dell’assoluto, del “così è, se vi pare e non vi pare” sotto sotto non ci piace.

Credo non ci sia vocabolo più disumano di definitivo.

L’uomo vive nel mondo che continuamente cambia. Sappiamo fin dai tempi di Eraclito di non poterci bagnare due volte nello stesso fiume. Nel mondo del continuo cambiamento non ci può essere nulla di definitivo. Se c’è, purtroppo ci sbagliamo.

E’ tremendo fissare nell’assoluto ciò che assoluto non può essere. Quanti danni può provocare!

Ancora oggi molte Chiese e istituzioni religiose sono ferme al “Siate fecondi e moltiplicatevi. Riempite la terra” della Genesi, opera anteriore al 1000 prima di Cristo, quando la popolazione stimata nell’intero blocco dei tre continenti raggiungibili via terra (Asia, Africa ed Europa) era di una cinquantina di milioni. Era dunque prescrizione pienamente comprensibile.

Oggi, le stesse terre sono abitate da più di 6 miliardi e mezzo di persone (130 volte quelle di allora – otto miliardi in tutto il pianeta). Saggezza impone che il “Crescete e moltiplicatevi” debba perdere di validità. Ma come fai a cambiare un “assoluto” ordine di Dio?

*

La tradizione

E. ricorda certi giudizi dei vecchi: i giovani di oggi non sono più quelli dei miei tempi.

Anche a me capita talvolta di esclamare che non ci sono più i giovani di una volta. E aggiungo pure che non ci sono più i Massoni di una volta.

Infatti dei massoni presenti alla tornata in cui entrai ce ne sono rimasti solo tre, e pure malandati in salute. Dei Massoni presenti alla prima tornata della mia seconda Loggia cui partecipai a metà anni Settanta uno solo. Gli altri non ci sono più.

Dei giovani della mia generazione non ce n’è più nessuno. I superstiti sono tutti vecchi.

E’ vero: non ci sono più i giovani di una volta; ma ci sono i giovani di oggi.

Ai tempi del liceo detestavo la figura di Catone il Censore con il suo continuo richiamo al costume degli antenati contro la dissolutezza dei contemporanei. Non voglio oggi essere una sua brutta copia. E’ vero, ho difficoltà a comprendere usi e comportamenti delle generazioni successive alla mia, ma mi rendo conto che queste difficoltà dipendono dalla mia incomprensione della società di oggi: non ho più gli utensili adatti.

I giovani di una volta erano preparati ad affrontare i problemi come si presentavano una volta e dubito siano/siamo in grado di affrontare i problemi come si presentano oggi.

Credo sia legge di vita che ciò che ci viene tramandato (la Tradizione) dalla generazione passata sia per noi un tesoro che va sempre contestualizzato al tempo e allo spazio e come tale consegnato alle generazioni successive. Non possiamo consegnare ai nostri figli il modello di società che ci è stato consegnato dai nostri padri. E’ la vita e noi vogliamo bene alla vita: noi diciamo sì alla vita.

Non si tratta di negare i valori del passato, ma di riviverli. I nostri vecchi si accontentavano di un’autorità assoluta dalla quale provenissero le nostre leggi e appunto le garantisse.

Noi, più modestamente, ci accontentiamo (le vorremmo!) di leggi che non nuocciano agli altri secondo la regoletta aurea presente in tutte le religioni e in tutti i sistemi morali: non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te; e fa’ agli altri tutto quello che vuoi gli altri facciano a te. Ci fu ricordata al momento dell’iniziazione e non dobbiamo mai dimenticarla.

Permette di darci regole morali a prescindere da un assoluto che le garantisca: le garantiamo tutti noi, gli uni verso gli altri.

*

Ciò che abbiamo ricevuto dobbiamo tramandarlo senza modifiche?

La fisica insegna che l’osservatore con la propria osservazione modifica quanto osservato.

Se ricevo una tradizione e la trattengo per trasmetterla ad altri, sono proprio sicuro di non averla modificata nel frattempo? Sono sicuro di aver recepito correttamente quanto mi fu trasmesso? Sono sicuro di trasmettere correttamente quanto ricevuto?

Anche trasmettendo informazioni, insegna la fisica, c’è un aumento di entropia. Quindi qualcosa si modifica. E’ impossibile non succeda.

*

Mi rendo conto che i miei nonni non ragionavano come ragiono io: il loro mondo era molto diverso dal mio. Come il mondo di oggi è molto diverso dal mondo della mia giovinezza e debbo quindi accettare che i miei nipoti non ragionino come ragiono io.

Banalmente: chi della generazione dei miei nipoti riesce a pensare ad un mondo senza internet, in cui tutti eravamo scollegati? Chi di loro ha mai visto una cornetta del telefono o un semplice elenco telefonico che fino a una ventina di anni fa era in tutte le case? Chi di loro vedrà un regolo calcolatore, diffusissimo tra gli ingegneri fino a qualche decennio fa?

Io debbo solo preoccuparmi di trasmettere loro il senso dei valori del vivere civile. Starà a loro concretizzarne l’applicazione in un mondo che io fatico a comprendere.

I miei nipoti non possono ragionare come ragiono io. Sarebbe un disastro. Non debbo farmi ingannare dalle apparenze: le osterie di fuori porta non fanno più per me.

Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta,

ma la gente che ci andava a bere, fuori o dentro è tutta morta:

*

Come è il tempo?

Ma insomma come è il tempo: lineare o circolare? Oppure lacustre o “a spaghetti”?

Rispondo con una domanda: la luce è un’onda di energia oppure è formata da corpuscoli?

Fino al XIX secolo descrivere la luce come un fenomeno ondulatorio (la luce si propaga come le onde nel mare) spiegava molti fenomeni.

La teoria presupponeva però l’esistenza del “mezzo” (si parlava di un etere luminifero) attraverso il quale si propagassero le onde (potrebbero esistere le onde in un mare senza acqua?). Non solo l’etere non fu mai trovato, ma si dimostrò pure che non poteva esistere. Di più: certi fenomeni fotoelettrici non potevano essere spiegati dalle onde. Einstein li spiegò supponendo che la luce viaggiasse nello spazio sotto forma di “quanti”, cioè corpuscoli. Si trattava però di un nuovo tipo di particelle, che avevano sia le proprietà ondulatorie sia quelle corpuscolari. In momenti diversi venivano evidenziate o le prime o le altre, mai tutte e due contemporaneamente, come poco più di due decenni dopo dimostrò Niels Bohr.

Quindi la domanda “Cosa è la luce?” è senza risposta. E’ qualcosa che a volte pare onde e altre volte corpuscoli. Cosa sia “realmente” – ammesso e non concesso che la domanda abbia senso scientifico – non lo sappiamo.

*

In quanto al tempo oggi io mi sono proposto una visione analoga.

Per certi aspetti mi pare plausibile un tempo lineare, dall’inizio (la mia nascita) alla fine (la mia morte). Per altri aspetti è rilevante il futuro ritorno (la tornata di Loggia dopo un’altra, il nuovo anno dopo la fine del vecchio, la nuova primavera dopo l’inverno). Mi affascina anche considerare gli eventi come pesci nel lago, ciascuno in riferimento oppure no con gli altri senza preoccuparmi di eventuali “se… allora…” che li legano (a volte sì e a volte no).

Visione troppo frammentata? E io riunisco ciò che è sparso mescolando un piatto di spaghetti al pomodoro con la forchetta-cazzuola e spandendo uniformemente il sugo-calcina dopo aver cucinato gli spaghetti degli eventi!

*

Attenzione! Riprendo la domanda “Cosa è la luce?”. Rassegnamoci! La domanda rimane senza risposta. Non solo. Domandarsi cosa sia la luce presuppone che la luce sia un “qualcosa” di cui noi oggi non sappiamo (si manifesta ora in un modo ora in un altro contrastante) ma potremmo forse conoscere in futuro.

No, non è così. Dire che luce-onda e luce-particella sono facce diverse della stessa medaglia non vuol dire nulla perché il “qualcosa” che chiamiamo luce (luce-onda oppure luce-particella) non sappiamo se esiste effettivamente: è solo una nostra prospettiva che vogliamo mettere al posto di due prospettive separate e distinte, ondulatoria e corpuscolare, diverse e contrastanti. Noi possiamo solo dire che la luce a volte è un’onda di energia che parte da una sorgente luminosa, a volte un fascio di particelle “sparate” dalla stessa sorgente. E basta.

Altrettanto suppongo per il tempo! La domanda “Cosa è il tempo?” alla fin fine è priva di senso.

Forse il tempo siamo noi!

*

Tutti sono avari nel tenersi ben stretto il patrimonio, ma generosissimi nel buttar via il tempo. Sono parole di Seneca che subito dopo aggiunge: … e pensare che questa è l’unica cosa di cui sarebbe molto decoroso essere avari!

Decoroso scrive, cioè: che conviene, che si addice, che ha dignità. Non scrive utile o proficuo, come magari direbbe un nostro contemporaneo.

Dopo venti secoli sono parole che mantengono inalterata la loro forza vitale. Non è critica del tempo, ma critica all’uomo che non sa vivere nel tempo, nel “suo” tempo.

Ci incoraggiano a continuare il nostro lavoro: un invito a non fermare il “nostro” tempo ma, per quel che si può, continuare.

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,

io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai...



Cari Fratelli, un saluto a tutti, uno solo. Non ipocritamente triplice, ma fraternamente sincero.




venerdì 8 maggio 2026

Libertà

 Dove c’è libertà c’è libertà di comportamento (non licenza), libertà di studio, libertà di pensiero.

La massoneria forma uomini che nella società danno contributi validi.

Dove non c’è libertà i massoni combattono per la libertà e preparano le basi della futura società.

La massoneria è metodo, una scuola.

Esistono tanti massoni oscuri che hanno fatto la storia della massoneria.

Riflettiamo...

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.