20 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 7

Settima parte delle mie riflessioni 


Edmond Dantès

Il Conte di Montecristo è un romanzo d’appendice scritto da Alexandre Dumas (autore dei celeberrimi Tre Moschettieri) detto “padre” (per distinguerlo dall’omonimo figlio autore della Signora delle Camelie, vicenda alla base della trama della Traviata di Giuseppe Verdi) pubblicato a puntate sul Journal des débats dall’agosto 1844 al gennaio 1846.

Il romanzo d'appendice o feuilleton è un genere di romanzo popolare che si sviluppò tra gli anni Trenta dell'Ottocento e la prima metà del Novecento: veniva pubblicato a puntate in genere nell'ultima pagina di quotidiani e riviste, anche a scopo (come diremmo oggi) di marketing. Capisaldi del genere sono considerati I miserabili di Victor Hugo e I misteri di Parigi di Eugène Sue, I tre moschettieri e Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas padre, Manoscritto trovato in una bottiglia di Edgar Allan Poe, La signorina Cormon di Honoré de Balzac e La freccia nera di Robert Louis Stevenson. A puntate comparvero brani del Finnegans Wake di James Joyce e Pinocchio di Collodi, oltre ai romanzi di Emilio Salgari.

Il romanzo d’appendice è il precursore del romanzo popolare (spesso pubblicato a puntate), dei fotoromanzi e degli odierni sceneggiati televisivi a puntate, teleromanzi e soap-opere.

Dumas scrive Montecristo durante gli ultimi anni della monarchia di luglio di Luigi Filippo, salito al potere sulle barricate del luglio 1830 che cadrà di lì a poco nel ‘48 a causa di altre barricate, quelle che daranno vita alla Seconda Repubblica francese.

Trama

La storia comincia nel febbraio 1815, all’inizio del regno di Luigi XVIII e alla vigilia degli effimeri cento giorni di Napoleone. La trama è molto intricata, tipica di un romanzo a puntate che ha bisogno di continui colpi di scena per mantenere nel tempo viva l’attenzione del pubblico. Per sommi capi possiamo riassumerla così.

Il complotto. Edmond Dantès, secondo della nave mercantile Pharaon di Marsiglia, seguendo le ultime volontà del defunto capitano, consegna un plico a un collaboratore di Napoleone in esilio all’isola d’Elba e riceve una lettera per un bonapartista di Marsiglia. Dantès è all’oscuro di tutto e non conosce il contenuto delle lettere.

Rientrato a Marsiglia viene arrestato il giorno prima delle nozze con la bella Mércèdes, denunciato anonimamente da alcuni suoi conoscenti: Danglars, invidioso contabile del Pharaon, Fernand Mondego, invidioso cugino di Mércèdes invaghito di lei, e Gaspard Caderousse, invidioso vicino di casa del padre di Edmond.

Il sostituto procuratore del re, Gérard de Villefort, fa imprigionare Edmond senza processo come pericoloso sovversivo: la lettera di Edmond è infatti indirizzata proprio al padre, fervente bonapartista, e il magistrato teme possa venire compromessa la sua carriera.

Il carcere e Faria. Durante la prigionia, Dantès, abbattuto dall’insensatezza della sua vicenda, rischia la sanità mentale, fino all’incontro con l’abate Faria, un altro detenuto che da anni sta scavando un tunnel per evadere, ma sbagliando direzione arriva nella sua cella. L’abate gli diventa maestro e lo istruisce nelle varie scienze. Gli spiega il complotto dei suoi presunti amici e gli rivela l’esistenza di un favoloso tesoro nascosto nell’isola di Montecristo. Anziano e malato, Faria muore e Dantès, sostituitosi al suo cadavere, riesce a evadere dal carcere. Dopo ben quattordici anni di prigionia ritorna libero e ricchissimo grazie al tesoro di Faria. Siamo nel febbraio del 1829, Edmond ha trentatré anni e ha riacquistato fiducia nel futuro. Soprattutto riesce a dare un nuovo senso alla propria vita

La vendetta. Edmond torna a Marsiglia sotto mentite spoglie. Il padre, dopo il suo arresto, è morto di stenti e di dolore e Mercedes si è sposata con il cugino Fernand, uno dei cospiratori, divenuto nel frattempo conte di Morcerf e Pari di Francia. La coppia si è trasferita a Parigi dove sono anche Danglars, divenuto facoltoso banchiere e barone, e Villefort, promosso Procuratore del re. L’unico a non aver fatto fortuna è Caderousse che, disonesto taverniere, vivacchia in provincia.

Il suo vecchio padrone, l’armatore Morrel, l’unico che ha sempre creduto nella sua innocenza, versa in cattive acque. Edmond, senza rivelarsi, lo salva dal fallimento.

Fatto ciò il non più Edmond Dantès ma ormai conte di Montecristo si dedica alla vendetta contro coloro che lo hanno gettato ingiustamente in carcere.

Edmond, ormai conte di Montecristo, ricompare alcuni anni dopo (per l'esattezza nove), nel 1838, prima a Roma e subito dopo a Parigi. Ora ha 42 anni.

Poco alla volta riesce ad entrare in rapporto di cordialità con i vecchi nemici, che non lo riconoscono sotto la veste aristocratica e raffinata di uomo dalla mente acuta e dai mezzi economici pressoché illimitati, dal passato misterioso.

Caderousse, inizialmente perdonato da Edmond, criminale sempre più bramoso, durante un tentativo di furto in casa Montecristo viene ucciso dal complice Benedetto, già galeotto al bagno penale, in realtà figlio adulterino di Villefort, scampato a sua volta al tentato infanticidio per opera del padre.

Il procuratore Villefort è particolarmente segnato dalla sorte. Spinge al suicidio la seconda moglie che aveva avvelenato, causa eredità, i parenti della defunta moglie (l’unica a salvarsi è la figlia Valentine), ma la donna uccidendosi “porta con sé” anche il figlioletto a favore del quale aveva ucciso. In un pubblico processo l’imputato dell’omicidio di Caderousse si rivela essere proprio il bimbo nato dalla relazione adulterina del procuratore: Villefort impazzisce.

Il conte di Morcerf, cioè Mondego, viene a sua volta condannato dalla Camera Alta del Parlamento, per avere tradito il pascià Alì-Tebelen mentre era al suo servizio. Indignati dal suo comportamento, la moglie Mercedes e il figlio Albert lo abbandonano e Fernand si uccide.

Infine il ricco Danglars viene portato al tracollo finanziario per poi essere rapito e imprigionato e costretto, per sfamarsi, a dilapidare il denaro rimastogli. Solo a questo punto Edmond gli si rivela, ma di fronte al vecchio nemico che si pente i dubbi sulla bontà del proprio comportamento aumentano e gli impongono quasi di perdonarlo.

Terminata la sua opera, il conte di Montecristo fa vela verso Oriente, in compagnia della dolce Haydée verso una nuova vita.


(continua)


19 maggio 2026

Massoneria. Più chiaro di così!...

 

Io non "faccio massoneria" per avere onori, incarichi di prestigio o possibili “affari”. Nella piccola ma grande Comunione alla quale io do la mia adesione è sicuramente impossibile.

Abbiamo costruito un ambiente pulito, senza interessi profani, senza ambizioni politiche, dove tutti vogliamo essere amici oltre che fratelli, interessati alla qualità e non alla quantità. Qui senza clamori lavoro alla costruzione di qualcosa che giustificherà la mia esistenza di uomo.

E soprattutto al riparo da tentativi di “colonizzazioni”. I colonizzatori, siano inglesi o tedeschi o americani o russi o cinesi, non mi piacciono. Io voglio amici, non pseudo amici con tentazioni di colonizzatori. E, per fortuna, i colonizzatori non concependo il grande se non in termini di numero, non capiscono e non hanno attenzioni al "grande non numerico".

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 6

 Continuano le riflessioni partite dalla vicenda della "Donna che canta"


Oreste

L’antagonismo tra le due prospettive al femminile e al maschile si accentua in Eschilo, poco più giovane di Sofocle. Prendo spunto dall’Orestea, la trilogia di tragedie incentrate sul mito di Oreste, figlio di Agamennone.

Agamennone, il sovrano della polis di Argo, alla partenza per la guerra di Troia sacrifica la figlia Ifigenia per propiziarsi la dea Artemide. Al ritorno dalla guerra, la moglie Clitennestra con l’aiuto dell’amante Egisto (cugino di Agamennone) vendica la figlia massacrando il marito.

Eschilo racconta come Oreste, figlio di Agamennone, su istigazione della sorella Elettra e su ordine del dio Apollo, vendichi il padre uccidendo madre e amante.

E’ significativa la terza opera della trilogia eschilea, Le Eumenidi. Il nome indica le Erinni, dee infernali personificazione del rimorso e della maledizione divina, dette anche Eumenidi (le benevoli) verso il colpevole pentito. Le Erinni perseguitano Oreste matricida (ma non perseguitano Clitennestra che ha ucciso il marito!) e svolgono il ruolo dell’accusa nel processo che giudica Oreste sull’ateniese collina di Ares, l’Areopago, sede delle corti di giustizia. La dea Atena stessa presiede la giuria e il dio Apollo assume la difesa di Oreste.

Lo svolgimento del processo può essere riassunto in poche battute tra il coro (l’accusa, cioè le Erinni) da una parte e Oreste e Apollo (imputato e difensore) dall’altra.

Apollo: Il talamo nuziale cui il destino lega l’uomo e la donna è vincolo assai più grave del giuramento.

Coro: Fu sua [di Oreste] la scelta: assassinare la madre. Oreste: Perché non braccavi lei [Clitennestra], quand'era in vita? [per avere ucciso il marito] Coro: Non aveva il sangue di colui che uccise.

Apollo: Non è la madre la generatrice di colui che si dice da lei generato, di suo figlio, bensì è la nutrice del feto appena in lei seminato.

Oreste: E io? Faccio parte, io, del sangue di mia madre? Coro: Mostro! Come ti crebbe, nel cavo del ventre? Ripudi il sangue della madre, che più t'appartiene?

Oreste sostiene di aver ucciso la madre per legittima vendetta su ordine di Apollo. Lo stesso Apollo indica Clitennestra come causa della propria morte avendo per prima ucciso lei il marito. Che Clitennestra abbia agito vendicando la figlia (sorella di Oreste) uccisa e sacrificata dal padre è particolare trascurabile per Oreste e Apollo.

Le Erinni ribattono che l’uccisione del marito è meno grave dell’uccisione della madre essendo il marito non consanguineo, come invece è la madre.

In una logica del tutto maschilista, Apollo replica che la generazione di un figlio dipende dal seme del padre mentre la madre contribuisce solo al nutrimento durante la gestazione: il figlio ha lo stesso sangue del padre e quindi ha il pieno diritto di vendicarlo.

Atena chiude il dibattito e passa al voto della giuria. Lei è l’ultima a votare dichiarandosi favorevole ad Oreste in una logica patriarcale stringente.

Atena: Madre che mi abbia generato io non l’ho. Il mio cuore, esclusi i legami di nozze, è tutto per l’uomo. Io sono solamente del padre. E così il destino di una donna omicida del proprio sposo a me non importa: lo sposo m’importa, custode del focolare domestico.

Vista la parità dei voti della giuria (sei giurati per la condanna e sei per l'assoluzione) Oreste viene assolto per la prevalenza del voto favorevole del presidente della giuria, cioè Atena (dunque: il punto di vista del maschio prevale per volere degli dei – così si auto-assolve il vincitore).

La stessa Atena convince le Erinni a diventare Eumenidi, divinità della giustizia anziché della vendetta, e quindi a non perseguitare più Oreste.

Eschilo scrive l’Orestea alla metà del V secolo ac, all’epoca della morte di Talete. Il passaggio alla società al maschile è ormai cosa fatta: il legame ex lege (il figlio è dello stesso sangue del padre e non della madre) ha ormai la predominanza sul legame ex natura (il figlio nasce dal ventre materno).

Post Scriptum. Nella "storia sacra" ebraico-cristiana troviamo un episodio simile al sacrificio di Ifigenia: Abramo per ordine di Dio (che vuole provare la sua fede e la sua obbedienza) è pronto a sacrificare (= uccidere) il figlio Isacco. Isacco però si salva (a differenza di Ifigenia) perché all'ultimo momento Dio sostituisce Isacco con un montone. Nella prospettiva della religione al maschile viene da domandarsi se la salvezza di Isacco sia dovuta all'essere figlio primogenito maschio a differenza di Ifigenia, figlia primogenita sì, ma femmina!

Incesto

Come si inserisce l’incesto nella vicenda? Nel mito e nella storia sacra (sono la stessa cosa: il mito è la storia sacra di una religione che non è più, la storia sacra è il mito di una religione che ancora è) troviamo molti incesti primordiali.

Zeus genera con la sorella-sposa Era; loro stessi sono figli della relazione incestuosa tra Crono e Rea, fratello e sorella, a loro volta nati dall’incestuoso rapporto tra Urano-figlio e la di lui madre Gea. Ad essere pignoli anche la discendenza di Adamo ed Eva discende da incesti. Eva è tratta da Adamo ed insieme (padre e figlia? Hanno lo stesso patrimonio genetico, una clone dell’altro – o viceversa?) danno origine al genere umano. I loro figli (dopo Caino e Abele nasce Set, poi molti altri figli e figlie, racconta la Genesi) con chi generarono se non tra di loro? E poi Abramo e Sara, genitori di Isacco, sono fratello e sorella avendo lo stesso padre Terach.

Sono incesti simbolici, perché se il principio da cui tutto proviene è uno e il mondo generato è molti, allora necessariamente l’uno deve essersi diviso e moltiplicato da se stesso. Se invece il principio da cui tutto proviene è già "molti" allora cade la necessità di incesti sia pure simbolici.

Fuori dal simbolico l’uomo di ogni cultura e religione ha visto e vede l’incesto come un vero e proprio tabù, che assegna una valenza morale alla sana legge di natura di non mescolarsi entro una poco numerosa popolazione pena l’emersione di anomalie genetiche. A quanto ne so non sono mai esistite culture umane che accettano la possibilità di unioni sessuali tra figli e genitori, anche se non ne escludono l’eventualità. Il divieto nasce non certo per evitare mescolanze genetiche (delle quali fino a ieri si ignorava perfino l’esistenza), ma da possibili turbamenti sociali entro la famiglia, la tribù o lo stato stesso (il figlio nato dal re con concubine o amanti non ha diritti al trono, ma un figlio nato da un rapporto incestuoso del re con una propria figlia?). Spesso nel mondo antico il “fattaccio” veniva (utilmente dal punto di vista sociale?) considerato episodio “privato” entro la famiglia e “sanato”, come per esempio prescriveva l’antica legge di re Tullo Ostilio: i pontefici avrebbero dovuto offrire un sacrificio espiatorio a Diana (la versione romana della greca Artemide), lunare dea non solo della caccia ma anche della fecondità e delle nascite, contro la carestia che si credeva l’incesto avrebbe procurato.

Saggi i nostri politeisti avi che lasciavano una via di fuga, e meno saggi i monoteismi che impongono condanne eterne (come se l’eternità fosse monopolio umano!).

Con Edipo l’incesto non è fatto privato, sia pure compiuto inconsapevolmente, ma questione pubblica perché investe lo stato: Edipo, figlio ripudiato di re, è pur sempre il re di Tebe, e Giocasta è la regina che ne ha garantito la successione, e Creonte è stato re e lo sarà di nuovo.

Se intendiamo Edipo come “ultimo re” al femminile e Creonte come “primo re” al maschile, l’incesto non potrebbe indicare la confusione durante il periodo di transizione dal vecchio al nuovo? Oppure è l’accusa che il nuovo lancia al vecchio per delegittimarlo? Oppure, specularmente invertito, l’accusa che il vecchio sconfitto lancia al nuovo vincente mostrando le conseguenze della vittoria? Oppure l’incesto indica che i due ordini debbono essere separati essendo inconciliabili?

Zeus ha vinto e la Grande Dea Madre ha perso, Edipo si acceca e Giocasta si uccide.

Qual è la colpa di Giocasta? Fu lei a portare il neonato Edipo al servo perché lo sopprimesse. E’ l’atto corretto dal punto di vista maschile di salvare il re e la stabilità dello Stato; dal punto di vista della società al femminile invece è il crimine imperdonabile di sopprimere il proprio figlio, frutto del proprio ventre, carne della propria carne.


(continua)


18 maggio 2026

Uomo libero

 La Massoneria non è per tutti. Non è per uomini comuni ma per chi è da tempo uscito dal gregge. E' la condizione principale per incamminarsi su sentieri aspri e difficili e soprattutto solitari.

La Libera Muratoria accetta solo uomini liberi (altrimenti diventa qualcosa d'altro) e li fa diventare ancora più liberi perché il suo metodo spinge a guardare dentro le cose al di là delle apparenze esteriori. Soprattutto è un metodo che rifiuta preconcetti e pregiudizi.

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 5

Altra puntata del mio caleidoscopio di prospettive... 


Antigone.

Edipo ha quattro figli. I due maschi, successori al trono, Eteocle e Polinice, gli impongono di lasciare la città (taglio netto col passato?); le femmine lo accompagnano, accentuando la cesura. La religione al maschile non vuole essere prosecuzione della precedente ma pretende essere qualcosa di nuovo. Le figlie raccolgono l’eredità del padre e Antigone sarà antagonista di Creonte e ultima paladina del mondo che sta scomparendo. Con lei possiamo restituire dignità collettiva ad una storia che il sentire moderno vuole relegata nei meandri dell’intimo privato.

La vicenda è lineare nella sua semplicità. Antigone alla morte di Edipo ritorna a Tebe, in guerra per la successione al trono dei due fratelli, che infine si danno reciprocamente la morte. Mentre il re in carica Eteocle è sepolto con tutti gli onori (è il re e non importa sia venuto meno alla parola data al fratello di regnare un anno a testa), Polinice dovrà essere abbandonato senza sepoltura quale sovvertitore dell’ordine stabilito (non importa che volesse far valere il suo diritto contro il fratello fedifrago) e traditore della patria. Antigone si oppone al divieto e re Creonte ordina di seppellirla viva per disobbedienza alla legge della città. Antigone nella tomba murata si uccide. Il di lei promesso sposo Èmone, figlio di Creonte, si uccide, e si uccide pure la madre Euridice, moglie di Creonte. La società al maschile vince e distrugge l’altra (Giocasta, la regina legittima, è morta e Antigone, figlia di Giocasta, muore), della quale non vuole essere erede. Nasce ex novo qualcosa di diverso. Di migliore?

La prospettiva laica integrale vede Creonte e Antigone come rappresentanti del diritto civile il primo e religioso la seconda. Giustamente – conclude – le regole dello stato civile (di tutti, anche dei non religiosi) devono avere il sopravvento sulle regole religiose (valide solo per i religiosi).

La prospettiva religiosa integrale interpreta la situazione esattamente al contrario: le regole religiose devono (dovrebbero) avere il sopravvento perché legge non umana ma divina.

Entrambe le prospettive interpretano le conseguenze finali (lo stato vince con risultati disastrosi) come conseguenza del contrasto: è stata stolta l’opposizione della religione (dicono gli uni) oppure dello stato (dicono gli altri).

Una prospettiva meno antagonista riconosce l’esistenza del dilemma e ne vuole attenuare la drammaticità: nel contrasto tra legge civile e legge morale a quale deve andare la prevalenza ed entro quali limiti?

Primato alla legge dello stato, a patto che questo sia libera associazione di uomini? In caso di stato autoritario il dilemma non si dovrebbe porre?

Oppure primato alla legge morale? Ricordate?… La volta stellata sopra di me e la legge morale in me?

Credo non possa esistere una risposta definitiva nel mondo del relativo. Ma possiamo cogliere spunti per le nostre riflessioni.

Possiamo leggere la morte di Antigone e di Èmone, figlio di Creonte, come la definitiva scomparsa della società al femminile della “Legge di Natura” contro la società al maschile della “Legge sociale. Sono due società inconciliabili il cui antagonismo viene risolto dalla storia. O dalla forza?

Antigone è antagonista di Creonte. Il nome proviene da antì = “contro”, “in contrasto”, “in sostituzione di” e gonos = “nato”, “generato”, quindi: generato, nato in contrasto, contro qualcuno o qualcosa”. Antagonista deriva da antì = contro, in contrasto e agonistès = lottatore (da agòn=contesa).

Creonte a sua volta deriva da kréon = governante, sovrano, reggente. Chi portava questo nome aveva una posizione di prestigio, nobiltà e dominio (dunque: potere). E’ chiaramente il punto di vista al maschile.

Creonte, le leggi dello stato e della “nuova società”, vincerà contro Antigone, la legge degli dei e della “vecchia società” nella contesa sul seppellimento del fratello traditore dello stato che lo stato aveva condannato a restare insepolto.

Non si cada nell’errore, tipico della contemporaneità, di personalizzare il contrasto. Qui sono di fronte non zio e nipote ma due concezioni inconciliabili. Creonte: Chi per tracotanza fa violenza alle leggi vigenti… non avrà da me in nessun caso lode. (…) L’anarchia è il peggiore dei guai, quella che uccide gli Stati, quella che spianta le case. Così Creonte, rappresentante della legge, che però non si pote il problema della legge “giusta o ingiusta”, ma solo della legge “in vigore”. Antigone invece: A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degli Inferi, Dice, fissò mai leggi simili fra gli uomini… Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove.

Il contrasto ci suggerisce una (tra le tante) chiave di lettura. Sottolineo una, perché il mito per sua stessa natura è polisemantico; e lo è perché così è l’uomo.


(continua)

17 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 4

 Continua il lavoro Nawal, Edipo, Oreste, Edmond


La forza del mito è straordinaria; mi affascina supporre che ci sia altro.

Per sommi capi possiamo intendere il processo svolgersi lungo alcune tappe.

La rivoluzione del neolitico permise il passaggio da una economia di caccia e raccolta e allevamento sporadico ad una economia basata su allevamento più intensivo e agricoltura ove la riproduzione (animale e vegetale) assume rilevanza fondamentale (legata alla sopravvivenza dell’uomo). Le prime tracce archeologiche di credenze religiose consistono in figure femminili (suggerite dalla fecondità della terra? dalla nascita degli animali? il femminile come ciò che dispensa la vita?). Nella successiva età dei metalli (rame, bronzo e finalmente ferro, in Europa dal X secolo ac in poi) si è avuta una radicazione e diffusione di pratiche agricole, con domesticazione di piante e animali. E quindi (ricordiamo l’importanza delle simboliche fondamenta nella costruzione del Tempio di Salomone!) con preminenza religiosa della figura femminile. Archeologi ed etnografi concordano sul ruolo sussidiario che il culto miceneo (isola di Creta, secondo millennio precedente la nostra era) attribuisce alle figure divine maschili rispetto alle femminili. I misteri della vita fisiologica della donna paiono come manifestazioni di una oscura potenza divina; la maternità è alla base della continuità del gruppo e quindi base sociale stabile della famiglia, cellula basilare della tribù, del clan, della gens, e quindi della società organizzata.

Nel linguaggio della Grecia classica vi sono ancora tracce significative di un antico sistema matrilineare. Adelphos (il greco fratello nel senso di parente, confratello, connazionale, della stessa religione o tribù) deriva da delphús (= utero, vulva) con il senso letterale di “nato dallo stesso grembo, dallo stesso utero”. Invece il latino frater = fratello e anche frate, proviene dal greco phràtria, raggruppamento sociale che solo successivamente assume anche il carattere personale di parentela. Alcuni lo fanno provenire dal sanscrito bhra (= portare, sostenere, sostentare, nutrire) come aiuto per procurare cibo a sorelle ed anziani genitori e aiuto nelle faccende domestiche più gravose che abbisognavano di maggior robustezza.

La donna nella religione minoica appare tutt’uno con la vita istintiva e finisce con il dare caratteristiche istintuali e sensitive, non intellettuali (come sarà nella successiva religione greca) alla vita i tutti i giorni. Possiamo parlare di religione al femminile?

Verso la metà del II millennio prima di Cristo, in concomitanza con la fine della civiltà minoica, compaiono gli Achei, popoli indoeuropei che si stabiliscono in Grecia. Dal punto di vista religioso non si notano modifiche sostanziali tranne la preminenza di deità maschili sulle “preesistenti” femminili.

E’ fondato supporre un passaggio da un pensare religioso e sociale al femminile a un pensare religioso e sociale al maschile? un cambiamento valoriale e comportamentale ove nuovi paletti assumono il ruolo paradigmatico?

Rifletto, con il senno (e con tutti i limiti!) del poi. Il “passaggio” dal femminile al maschile è effettivamente fondato oppure la religione al femminile è una prospettiva narrativamente (e, sotto tono, negativa?) sopravvalutata per legittimare la successiva preponderanza maschile, solare, apollinea, spiegata pure con una presunta minorità femminile basata sull’istintualità? Creonte al figlio che supplica per Antigone è lapidario: ...Nessun cedimento ad una donna. Se cadere si deve, dopo tutto, meglio che avvenga per mano d’un uomo; né mai vorrei che di noi si dicesse che siamo schiavi in balìa di una donna. Ad Antigone dice: Mai, finch’io viva, prevarrà una donna.

Il maschilismo odierno vien proprio da lontano!

*

La discendenza nella società al femminile è chiara e netta: il figlio naturaliter discende dalla madre. Non c’è bisogno di prove, lo mostra la natura. Il femminile trasmette l’auctoritas. Non c’è bisogno di altro: mater certa est.

Nella società al maschile invece l’auctoritas si trasmette per legittima discendenza: il nuovo nato è erede non per nascita dalla “madre giusta”, ma perché legittimo figlio del “padre giusto”. Ricordiamo tutti il parto di Costanza imperatrice, la madre di Federico II, in piazza a Jesi per mostrare la legittimità del neonato! Legittimo, latino legitimus, è termine composto da lex = legge e dal suffisso -timus che indica appartenenza. Quindi è colui che ha le qualità (i nostri buoni costumi?), le condizioni richieste dalla legge. Il discendente è tale perché così è indicato dalla legge.

Grossolanamente, potremmo dire che il contrasto tra religione al femminile e religione al maschile sta nella contesa tra principio naturale (l’uomo nella fisicità) e legge della società (l’uomo nella sfera intellettuale astratta delle regole sociali): là ha il sopravvento la natura, qui la legge-convenzione sociale.

In una società che sta trasformandosi in società al maschile, Edipo con la risposta al quesito della Sfinge si dichiara appartenente al vecchio mondo al femminile (l’uomo nella sua fisicità, che nasce dalla donna ed è uomo perché appunto nasce dalla donna ed è uomo fisico nell’infanzia, maturità, vecchiaia e poi muore), e infatti avrà bisogno del legame con la regina per essere re. Creonte invece è l’uomo della nuova religione al maschile (re perché legittimo fratello – non sposo – della regina e appartiene quindi alla stessa famiglia reale). Prima di Edipo è reggente-re (al maschile), provvisorio, dal potere (del maschio) non ancora consolidato: infatti dovrà lasciare il trono. Dopo la morte di Eteocle ritorna a reggere il trono e si trova in contrasto con Antigone. Nella prospettiva delle due religioni l’antagonismo Creonte-Antigone è senza possibilità di accordi e diventerà mortale: lei dalla parte della religione al femminile, lui di quella al maschile. Creonte vincerà, ma si troverà solo, tra cadaveri. Fuor di metafora, la società al maschile vincerà, lasciando dietro di sé una scia di morti (orrenda scia dal punto di vista femminile, ma necessaria conseguenza del nuovo potere dall’altro punto di vista).


(continua)


Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 3

 Continuano le riflessioni: dalla "Donna che canta" siamo giunti a Edipo.


 Edipo

La storia richiama Edipo, una figura che, come tante altre del mito greco, è intensamente intrecciata con l’uomo. Tanto intrecciata che ha sempre colpito durante il corso della storia umana. Tanto intrecciata che poco più di un secolo fa è diventata paradigma per descrivere l’attrazione tra il bimbo e il genitore di sesso opposto.

La storia

Laio, re di Tebe, avendo l'oracolo predetto la nascita di un figlio che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, dispone di eliminare il neonato, che viene abbandonato nel bosco. Un pastore impietosito lo raccoglie e il re di Corinto lo alleva come proprio figlio.

Divenuto adulto, Edipo, conosciuto l’oracolo sul suo terribile destino, abbandona quelli che ritiene i propri genitori per evitare una sorte tremenda. Nel vagare si scontra ad un bivio con due insolenti che, in una banale lite per una presunta precedenza, uccide. Si imbatte poi nella Sfinge, un mostro dalla testa di donna e corpo di leone, che divora chi non sa risolvere il suo quesito.

L’enigma (Qual è quella cosa che ha voce, che la mattina va con quattro piedi, a mezzogiorno con due e la sera con tre?) è misterioso per tutti, ma non per lui, che sa dare la risposta giusta (l’uomo, che all’inizio della vita va a gattoni, da adulto è bipede e nella vecchiaia si aiuta con un bastone, il terzo piede). La Sfinge si uccide e Creonte, fratello di Giocasta e reggente di Tebe dopo la morte di re Laio, offre il trono ad Edipo. Il matrimonio con Giocasta, la regina vedova, legittima la nuova posizione regale.

Il seguito è noto. Per eliminare una pesante pestilenza gli dei impongono la punizione del colpevole dell’uccisione di re Laio, primo marito di Giocasta. Edipo, fattosi parte diligente nella ricerca, scopre di essere lui non solo il colpevole, ma anche figlio di Laio e Giocasta, e quindi di avere lui sposato la propria madre e di essere fratello dei propri figli.

La profezia si è compiuta. Edipo si acceca, Giocasta si uccide.

Rifletto

Tra Edipo e Nawal Marwan ci sono molte analogie ma anche molte dissomiglianze, sia per il diverso sentire del greco del V secolo ac rispetto all’uomo del XXI, sia per il diverso punto di vista. Là, al centro della vicenda, il figlio-padre; qui, i figli-figli. Soprattutto noi non potremo sapere mai come Edipo e Nawal hanno sentito e possiamo solo intuire come gli altri, in tempi e spazi diversi, li hanno visti.

Attenzione! I figli di Nawal, una femmina e un maschio, indicano entrambi i principii, maschile e femminile. Di più! I ruoli maschile e femminile paiono rimescolati: la femmina, ricercatrice di matematica, indica quasi la parte razionale simbolicamente individuata nel maschile e il maschio più emotivo l’aspetto simbolicamente detto femminile. Pare la trasposizione a sessi contrapposti di una celebre coppia del Novecento, la filosofa spirito tormentato Simone Weil e il fratello matematico altrettanto famoso André.

Mescolanza significativa? Alla lettura della lettera della madre la gemella matematica versa lacrime di commozione e il gemello irruente mostra stabilità, quasi rovesciamento-superamento dei ruoli mostrati nel corso della vicenda. Il miscuglio è una nuova partenza?

Là l’intreccio insolubile tra privato e pubblico (una vicenda intima è problema collettivo che coinvolge il re, quindi la comunità e lo stato); qui il fatto è strettamente confinato alla sfera privata. Là Edipo cerca di sottrarsi al destino ineluttabile noto ai protagonisti fin dal principio; qui il destino ineluttabile viene individuato passo dopo passo. Là i figli di Edipo e Giocasta sanno cosa accadde; qui i figli lo scoprono un poco alla volta in una ricerca che si trasforma in un vero e proprio percorso di formazione.

Sembra quasi che le tappe che portano i due giovani a scoprire la verità siano come i viaggi dei Maestri alla ricerca del corpo di Hiram. Le tappe sono scandite chiaramente.

La morte della madre è l’inizio del cammino (morte come principio); l’abbandono del villaggio materno dall’atmosfera soffocante è la necessaria uscita dalle certezze iniziali diventate legacci ingombranti.

Scoprire che la madre è stata in prigione è il viaggio nel mezzogiorno del deserto assolato ed ostile, dove solo i forti come la donna che canta possono sopravvivere.

Scoprire le violenze sessuali è il cammino della sera: il buio si fa più profondo e il chiarore si dissolve in tenebre inquietanti.

Scoprire nello stupratore il padre e nel padre il fratello è il buio più buio del buio, una conflagrazione esistenziale: più in basso non puoi sprofondare; puoi solo o impazzire oppure, faticosamente, risalire.

Edipo ha fatto di tutto per sottrarsi al destino. Perché gli dei con lui furono silenti?

Direbbero gli antichi: non è possibile cambiare il fato. La virgiliana Sibilla è drastica verso il povero Palinuro: desine fata deum flecti sperare precando (smetti di sperare che gli dei cambino il destino pregandoli!). Nel pantheon antico il Fato è la potenza suprema, invisibile e tenebrosa, dal potere assoluto. Anche gli dei vi debbono sottostare!

Una prospettiva nuova (o sempre vecchia ?)

Oppure... forse ancora oggi dopo venticinque secoli il mito (potenza del mito!) invita l'uomo a non rinchiudersi in una unica prospettiva e a porsi domande.

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La Sfinge. Perché la Sfinge uccide chi non sa rispondere al suo quesito? La perdita della vita per una risposta errata sembra un pedaggio sproporzionato.

L’enigma è misterioso per tutti, ma non per Edipo. Obiettivamente non pare risposta molto difficile: un cultore di enigmistica, oggi, non farebbe fatica a trovarla. Ma… ieri?

Qualcuno propone un’analisi a ritroso: non partire dall’enigma e trovare la risposta, bensì partire dalla risposta e cercare un enigma che abbia proprio l’uomo come risposta. E allora cambia tutto.

L’uomo è la misura di tutte le cose. Non è solo massima filosofica di Protagora (il sofista contemporaneo di Sofocle, uno degli intellettuali più brillanti dell’antica Grecia), ma chiaro manifesto di una posizione filosofica e religiosa. Mi domando: la risposta di Edipo intende l’uomo nel senso astratto di essere umano oppure l’uomo legato al mondo fisico, gagliardo ma anche fragile, forte ma anche vulnerabile, e quindi l’uomo che per natura nasce dalla donna?

Domanda peregrina? Una possibile interpretazione vede Edipo rappresentare il passaggio tra la vecchia generazione e la nuova: il giovane elimina il vecchio capo e ne assume poteri e prerogative: simbolicamente il figlio uccide il padre e l’allievo uccide il maestro. Il passaggio – dice il mito – non è indolore; ma il mito pare quasi un invito a sbarazzarsi completamente del vecchio. Un esempio che precede di venticinque secoli la teoria delle catastrofi?


(continua)



Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.