17 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 4

 Continua il lavoro Nawal, Edipo, Oreste, Edmond


La forza del mito è straordinaria; mi affascina supporre che ci sia altro.

Per sommi capi possiamo intendere il processo svolgersi lungo alcune tappe.

La rivoluzione del neolitico permise il passaggio da una economia di caccia e raccolta e allevamento sporadico ad una economia basata su allevamento più intensivo e agricoltura ove la riproduzione (animale e vegetale) assume rilevanza fondamentale (legata alla sopravvivenza dell’uomo). Le prime tracce archeologiche di credenze religiose consistono in figure femminili (suggerite dalla fecondità della terra? dalla nascita degli animali? il femminile come ciò che dispensa la vita?). Nella successiva età dei metalli (rame, bronzo e finalmente ferro, in Europa dal X secolo ac in poi) si è avuta una radicazione e diffusione di pratiche agricole, con domesticazione di piante e animali. E quindi (ricordiamo l’importanza delle simboliche fondamenta nella costruzione del Tempio di Salomone!) con preminenza religiosa della figura femminile. Archeologi ed etnografi concordano sul ruolo sussidiario che il culto miceneo (isola di Creta, secondo millennio precedente la nostra era) attribuisce alle figure divine maschili rispetto alle femminili. I misteri della vita fisiologica della donna paiono come manifestazioni di una oscura potenza divina; la maternità è alla base della continuità del gruppo e quindi base sociale stabile della famiglia, cellula basilare della tribù, del clan, della gens, e quindi della società organizzata.

Nel linguaggio della Grecia classica vi sono ancora tracce significative di un antico sistema matrilineare. Adelphos (il greco fratello nel senso di parente, confratello, connazionale, della stessa religione o tribù) deriva da delphús (= utero, vulva) con il senso letterale di “nato dallo stesso grembo, dallo stesso utero”. Invece il latino frater = fratello e anche frate, proviene dal greco phràtria, raggruppamento sociale che solo successivamente assume anche il carattere personale di parentela. Alcuni lo fanno provenire dal sanscrito bhra (= portare, sostenere, sostentare, nutrire) come aiuto per procurare cibo a sorelle ed anziani genitori e aiuto nelle faccende domestiche più gravose che abbisognavano di maggior robustezza.

La donna nella religione minoica appare tutt’uno con la vita istintiva e finisce con il dare caratteristiche istintuali e sensitive, non intellettuali (come sarà nella successiva religione greca) alla vita i tutti i giorni. Possiamo parlare di religione al femminile?

Verso la metà del II millennio prima di Cristo, in concomitanza con la fine della civiltà minoica, compaiono gli Achei, popoli indoeuropei che si stabiliscono in Grecia. Dal punto di vista religioso non si notano modifiche sostanziali tranne la preminenza di deità maschili sulle “preesistenti” femminili.

E’ fondato supporre un passaggio da un pensare religioso e sociale al femminile a un pensare religioso e sociale al maschile? un cambiamento valoriale e comportamentale ove nuovi paletti assumono il ruolo paradigmatico?

Rifletto, con il senno (e con tutti i limiti!) del poi. Il “passaggio” dal femminile al maschile è effettivamente fondato oppure la religione al femminile è una prospettiva narrativamente (e, sotto tono, negativa?) sopravvalutata per legittimare la successiva preponderanza maschile, solare, apollinea, spiegata pure con una presunta minorità femminile basata sull’istintualità? Creonte al figlio che supplica per Antigone è lapidario: ...Nessun cedimento ad una donna. Se cadere si deve, dopo tutto, meglio che avvenga per mano d’un uomo; né mai vorrei che di noi si dicesse che siamo schiavi in balìa di una donna. Ad Antigone dice: Mai, finch’io viva, prevarrà una donna.

Il maschilismo odierno vien proprio da lontano!

*

La discendenza nella società al femminile è chiara e netta: il figlio naturaliter discende dalla madre. Non c’è bisogno di prove, lo mostra la natura. Il femminile trasmette l’auctoritas. Non c’è bisogno di altro: mater certa est.

Nella società al maschile invece l’auctoritas si trasmette per legittima discendenza: il nuovo nato è erede non per nascita dalla “madre giusta”, ma perché legittimo figlio del “padre giusto”. Ricordiamo tutti il parto di Costanza imperatrice, la madre di Federico II, in piazza a Jesi per mostrare la legittimità del neonato! Legittimo, latino legitimus, è termine composto da lex = legge e dal suffisso -timus che indica appartenenza. Quindi è colui che ha le qualità (i nostri buoni costumi?), le condizioni richieste dalla legge. Il discendente è tale perché così è indicato dalla legge.

Grossolanamente, potremmo dire che il contrasto tra religione al femminile e religione al maschile sta nella contesa tra principio naturale (l’uomo nella fisicità) e legge della società (l’uomo nella sfera intellettuale astratta delle regole sociali): là ha il sopravvento la natura, qui la legge-convenzione sociale.

In una società che sta trasformandosi in società al maschile, Edipo con la risposta al quesito della Sfinge si dichiara appartenente al vecchio mondo al femminile (l’uomo nella sua fisicità, che nasce dalla donna ed è uomo perché appunto nasce dalla donna ed è uomo fisico nell’infanzia, maturità, vecchiaia e poi muore), e infatti avrà bisogno del legame con la regina per essere re. Creonte invece è l’uomo della nuova religione al maschile (re perché legittimo fratello – non sposo – della regina e appartiene quindi alla stessa famiglia reale). Prima di Edipo è reggente-re (al maschile), provvisorio, dal potere (del maschio) non ancora consolidato: infatti dovrà lasciare il trono. Dopo la morte di Eteocle ritorna a reggere il trono e si trova in contrasto con Antigone. Nella prospettiva delle due religioni l’antagonismo Creonte-Antigone è senza possibilità di accordi e diventerà mortale: lei dalla parte della religione al femminile, lui di quella al maschile. Creonte vincerà, ma si troverà solo, tra cadaveri. Fuor di metafora, la società al maschile vincerà, lasciando dietro di sé una scia di morti (orrenda scia dal punto di vista femminile, ma necessaria conseguenza del nuovo potere dall’altro punto di vista).


(continua)


Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 3

 Continuano le riflessioni: dalla "Donna che canta" siamo giunti a Edipo.


 Edipo

La storia richiama Edipo, una figura che, come tante altre del mito greco, è intensamente intrecciata con l’uomo. Tanto intrecciata che ha sempre colpito durante il corso della storia umana. Tanto intrecciata che poco più di un secolo fa è diventata paradigma per descrivere l’attrazione tra il bimbo e il genitore di sesso opposto.

La storia

Laio, re di Tebe, avendo l'oracolo predetto la nascita di un figlio che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, dispone di eliminare il neonato, che viene abbandonato nel bosco. Un pastore impietosito lo raccoglie e il re di Corinto lo alleva come proprio figlio.

Divenuto adulto, Edipo, conosciuto l’oracolo sul suo terribile destino, abbandona quelli che ritiene i propri genitori per evitare una sorte tremenda. Nel vagare si scontra ad un bivio con due insolenti che, in una banale lite per una presunta precedenza, uccide. Si imbatte poi nella Sfinge, un mostro dalla testa di donna e corpo di leone, che divora chi non sa risolvere il suo quesito.

L’enigma (Qual è quella cosa che ha voce, che la mattina va con quattro piedi, a mezzogiorno con due e la sera con tre?) è misterioso per tutti, ma non per lui, che sa dare la risposta giusta (l’uomo, che all’inizio della vita va a gattoni, da adulto è bipede e nella vecchiaia si aiuta con un bastone, il terzo piede). La Sfinge si uccide e Creonte, fratello di Giocasta e reggente di Tebe dopo la morte di re Laio, offre il trono ad Edipo. Il matrimonio con Giocasta, la regina vedova, legittima la nuova posizione regale.

Il seguito è noto. Per eliminare una pesante pestilenza gli dei impongono la punizione del colpevole dell’uccisione di re Laio, primo marito di Giocasta. Edipo, fattosi parte diligente nella ricerca, scopre di essere lui non solo il colpevole, ma anche figlio di Laio e Giocasta, e quindi di avere lui sposato la propria madre e di essere fratello dei propri figli.

La profezia si è compiuta. Edipo si acceca, Giocasta si uccide.

Rifletto

Tra Edipo e Nawal Marwan ci sono molte analogie ma anche molte dissomiglianze, sia per il diverso sentire del greco del V secolo ac rispetto all’uomo del XXI, sia per il diverso punto di vista. Là, al centro della vicenda, il figlio-padre; qui, i figli-figli. Soprattutto noi non potremo sapere mai come Edipo e Nawal hanno sentito e possiamo solo intuire come gli altri, in tempi e spazi diversi, li hanno visti.

Attenzione! I figli di Nawal, una femmina e un maschio, indicano entrambi i principii, maschile e femminile. Di più! I ruoli maschile e femminile paiono rimescolati: la femmina, ricercatrice di matematica, indica quasi la parte razionale simbolicamente individuata nel maschile e il maschio più emotivo l’aspetto simbolicamente detto femminile. Pare la trasposizione a sessi contrapposti di una celebre coppia del Novecento, la filosofa spirito tormentato Simone Weil e il fratello matematico altrettanto famoso André.

Mescolanza significativa? Alla lettura della lettera della madre la gemella matematica versa lacrime di commozione e il gemello irruente mostra stabilità, quasi rovesciamento-superamento dei ruoli mostrati nel corso della vicenda. Il miscuglio è una nuova partenza?

Là l’intreccio insolubile tra privato e pubblico (una vicenda intima è problema collettivo che coinvolge il re, quindi la comunità e lo stato); qui il fatto è strettamente confinato alla sfera privata. Là Edipo cerca di sottrarsi al destino ineluttabile noto ai protagonisti fin dal principio; qui il destino ineluttabile viene individuato passo dopo passo. Là i figli di Edipo e Giocasta sanno cosa accadde; qui i figli lo scoprono un poco alla volta in una ricerca che si trasforma in un vero e proprio percorso di formazione.

Sembra quasi che le tappe che portano i due giovani a scoprire la verità siano come i viaggi dei Maestri alla ricerca del corpo di Hiram. Le tappe sono scandite chiaramente.

La morte della madre è l’inizio del cammino (morte come principio); l’abbandono del villaggio materno dall’atmosfera soffocante è la necessaria uscita dalle certezze iniziali diventate legacci ingombranti.

Scoprire che la madre è stata in prigione è il viaggio nel mezzogiorno del deserto assolato ed ostile, dove solo i forti come la donna che canta possono sopravvivere.

Scoprire le violenze sessuali è il cammino della sera: il buio si fa più profondo e il chiarore si dissolve in tenebre inquietanti.

Scoprire nello stupratore il padre e nel padre il fratello è il buio più buio del buio, una conflagrazione esistenziale: più in basso non puoi sprofondare; puoi solo o impazzire oppure, faticosamente, risalire.

Edipo ha fatto di tutto per sottrarsi al destino. Perché gli dei con lui furono silenti?

Direbbero gli antichi: non è possibile cambiare il fato. La virgiliana Sibilla è drastica verso il povero Palinuro: desine fata deum flecti sperare precando (smetti di sperare che gli dei cambino il destino pregandoli!). Nel pantheon antico il Fato è la potenza suprema, invisibile e tenebrosa, dal potere assoluto. Anche gli dei vi debbono sottostare!

Una prospettiva nuova (o sempre vecchia ?)

Oppure... forse ancora oggi dopo venticinque secoli il mito (potenza del mito!) invita l'uomo a non rinchiudersi in una unica prospettiva e a porsi domande.

*

La Sfinge. Perché la Sfinge uccide chi non sa rispondere al suo quesito? La perdita della vita per una risposta errata sembra un pedaggio sproporzionato.

L’enigma è misterioso per tutti, ma non per Edipo. Obiettivamente non pare risposta molto difficile: un cultore di enigmistica, oggi, non farebbe fatica a trovarla. Ma… ieri?

Qualcuno propone un’analisi a ritroso: non partire dall’enigma e trovare la risposta, bensì partire dalla risposta e cercare un enigma che abbia proprio l’uomo come risposta. E allora cambia tutto.

L’uomo è la misura di tutte le cose. Non è solo massima filosofica di Protagora (il sofista contemporaneo di Sofocle, uno degli intellettuali più brillanti dell’antica Grecia), ma chiaro manifesto di una posizione filosofica e religiosa. Mi domando: la risposta di Edipo intende l’uomo nel senso astratto di essere umano oppure l’uomo legato al mondo fisico, gagliardo ma anche fragile, forte ma anche vulnerabile, e quindi l’uomo che per natura nasce dalla donna?

Domanda peregrina? Una possibile interpretazione vede Edipo rappresentare il passaggio tra la vecchia generazione e la nuova: il giovane elimina il vecchio capo e ne assume poteri e prerogative: simbolicamente il figlio uccide il padre e l’allievo uccide il maestro. Il passaggio – dice il mito – non è indolore; ma il mito pare quasi un invito a sbarazzarsi completamente del vecchio. Un esempio che precede di venticinque secoli la teoria delle catastrofi?


(continua)



16 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 2

Continua la Tavola 

 Anche se i due ragazzi non paiono più interessati alla ricerca di un padre siffatto (non uomo amato dalla madre ma brutale torturatore e stupratore), devono ancora trovare il fratello che non sapevano di avere. Che fine ha fatto? I due riescono ad entrare in contatto con chi attaccò l’orfanotrofio del fratello sconosciuto al quale sapevano che era stato dato il nome Nyad di Maggio.

Simon (ora sappiamo che il suo nome alla nascita era Sarwan), bendato fin dalla partenza dall'albergo, è a colloquio con Chamseddine, il capo miliziano che comandò la distruzione del villaggio e dell'orfanotrofio di Kfar Kout.

Chamseddine. Buongiorno, Sarwan. Scusami per l'accoglienza, ma è per la tua incolumità. Mi chiamano Walad Shamseddin. Dimmi, come posso aiutarti, Sarwan Marwan?

Simon. Ha conosciuto mia madre?

Chamseddine. Diciamo che ha lavorato per me. Che cosa posso fare per te?

Simon. Cerco un uomo che si chiama Nihad Di Maggio.

Chamseddine. Perché cerchi Nihad Di Maggio?

Simon. È mio fratello. Mia madre mi ha chiesto di ritrovarlo.

Chamseddine. Come puoi affermare che Nihad Di Maggio è il figlio di Nawal Marwan?

Simon. Mio fratello è stato affidato all’orfanotrofio di Kfar Kout. Abbiamo il registro con il luogo d'origine, le date, tutto combacia. Nihad Di Maggio è mio fratello.

Chamseddine (ripreso di spalle) pare avere un gesto di sconforto. Fa uscire dalla stanza i suoi uomini e permette che Simon si tolga la benda.

Chamseddine. Con i miei compagni ho attaccato i cristiani del villaggio di Kfar Kout per rispondere alle aggressioni contro i nostri fratelli rifugiati. C'era un orfanotrofio a Kfar Kout. Ho risparmiato i bambini. Li ho presi con noi. E Nihad era tra loro. Li abbiamo addestrati e preparati per combattere al nostro fianco.

Nihad aveva un dono. Era speciale. Molto presto è diventato un tiratore infallibile. Ma voleva ritrovare sua madre. L'ha cercata per mesi. Non so cosa avesse visto o sentito. È diventato un fanatico della guerra. È venuto a cercarmi. Voleva diventare un martire. Così sua madre avrebbe visto la sua faccia su tutti i muri del paese... Mi sono rifiutato. E lui è tornato a Daresh. È diventato un cecchino. Il più pericoloso della regione. Una vera macchina. Sparava a chiunque.

E poi c'è stata l'invasione nemica. E una mattina hanno catturato Nihad. Ha ucciso sette tiratori prima di essere preso.

Non l'hanno mica ucciso. L'hanno addestrato. E l'hanno mandato alla prigione di Kfar Ryat.

Simon. È stato in prigione?

Chamseddine. Sì. (pausa) Come torturatore.

Simon. Ha lavorato con mio padre?

Chamseddine. No. Non ha lavorato con Abou Tarek...Tuo padre.

Il filmato cambia scena. Simon ritorna dal colloquio. Incontra la sorella: lui è palesemente sconvolto fin nel profondo.

Jeanne. Stai bene?

Simon. (sommesso, quasi balbettando) Uno più uno... fa due.

Jeanne. Cosa?

Simon. (quasi supplicando) Uno più uno fa due. Non può fare uno.

Jeanne. Tu hai la febbre.

Simon. (con voce flebile) Uno più uno può fare uno?

La sorella lo guarda dapprima con stupore che via via si fa sempre più preoccupato fino a quando la verità si fa strada anche in lei, con un gemito di sgomento. Ecco la conclusione del colloquio con Chamseddine.

Chamseddine. Una volta divenuto un torturatore, tuo fratello ha cambiato nome. È diventato Abou Tarek. Nihad Di Maggio è Abou Tarek. Sappiamo che ora vive in Canada con una nuova identità.

Con raccapriccio i gemelli scoprono la verità peggiore… il padre loro è il fratello che non sapevano di avere. La madre è morta per un malore conseguente dall’averlo scoperto: le due lettere al padre e al figlio quindi sono per lo stesso destinatario… Matematica ripugnante: 1 + 1 = 1.

L’ex-torturatore, fratello-padre, abita proprio in Canada nella loro città. Le due lettere vengono quindi consegnate al, per così dire, legittimo destinatario e il notaio può loro leggere ai gemelli l’ultima lettera che la madre ha loro inviato.

Le lettere di Nawal

Lettera al padre. Tremo mentre le scrivo. L'ho riconosciuta, lei non ha riconosciuto me. E' un miracolo magnifico. Io sono il suo numero 72. Questa lettera le verrà consegnata dai nostri figli. Lei non li riconoscerà perché loro sono belli, ma loro sanno chi è lei. Attraverso loro voglio dirle che lei è ancora vivo. Ma presto resterà in silenzio; lo so, perché per tutti c'è il silenzio davanti alla verità. Firmato. La puttana 72.

Lettera al figlio. Parlo al figlio, non al torturatore. Qualsiasi cosa accada, ti amerò sempre. Te l'ho promesso quando sei nato, figlio mio. Qualsiasi cosa accada ti amerò sempre. Ti ho cercato per tutta la vita. Ti ho trovato. Tu non potevi riconoscermi. Hai un tatuaggio sul tallone destro, l'ho visto: ti ho riconosciuto e ti ho trovato bello. Ti avvolgo con tutta la dolcezza del mondo, amore mio. Consolati, perché niente è più bello dell'essere insieme. Tu sei nato dall'amore. Tuo fratello e tua sorella sono nati anche loro dall'amore. Niente è più bello dell'essere insieme. Tua madre Nawal Marwan, prigioniera n. 72.

Lettera ai gemelli. Amori miei, dove comincia la vostra storia? Alla vostra nascita? Allora comincia nell'orrore. Alla nascita di vostro padre? Allora comincia con una grande storia d'amore. Io dico che la vostra storia comincia con una promessa, quella di rompere la catena dell'odio. Grazie a voi io sono riuscita oggi a mantenerla. La catena è spezzata. Finalmente posso prendermi il tempo di cullarvi, di cantarvi dolcemente una ninna-nanna per consolarvi. Niente è più bello dell'essere insieme. Vi amo. Vostra madre Nawal.

La donna che canta lascia ai tre figli il suo ultimo canto, un canto di libertà e di amore.

La fine è un nuovo inizio: la promessa di rompere la catena dell’odio. Il film termina con la figura del fratello-padre in silenzio davanti alla tomba di Nawal: un inizio anche per lui?

(continua)





Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 1

 

L'anno scorso tenni una tavola in Loggia partendo da un film che mi aveva colpito nel profondo: La donna che canta. Il collegamento tra la protagonista Nawal Marwan, violentata dal figlio perduto, e la figura di Edipo è stato immediato, anche se i punti di vista sono diversi: qui la storia è vista dai figli gemelli nati dagli stupri, là la visione è per così dire più "distaccata". 

Edipo è ormai "scritto" nel patrimonio genetico dell'uomo occidentale. Mi affascina l'idea (Erich Fromm in prima fila) che Edipo si trovi al confine temporale tra una religione "al femminile" che aveva in Creta uno dei centri propulsori (culto della Gran Madre) e la religione "al maschile" dei popoli sopravvenienti (in Sofocle ed Euripide rappresentata da Creonte, Oreste e dalla stessa dea Atena nelle "Eumenidi"). Viene quindi spontaneo il collegamento tra Edipo ed Oreste, le due figure al confine tra due modi di pensare diversi.

Le mie riflessioni sono continuate anche dopo quella tornata di Loggia. Anzi, proprio grazie agli spunti che i Fratelli mi hanno dato i miei pensieri hanno continuato a "lievitare" in un impasto mai terminato. 

Punti di vista diversi fanno riflettere. Prospettive diverse della stessa cosa o cose diverse della stessa prospettiva? Una delle figure jolly della cultura occidentale a mio parere è Edmond Dantès, il poliedrico conte di Montecristo, che merita ben più della fama di freddo vendicatore da feuilleton. Oggi Edmond assurge quasi a paradigma dell'uomo moderno, un self-made men, alla latina un artifex sui.  Edmond riesce a sublimare i suoi metalli e a veleggiare verso Oriente con la sua luna. L'uomo moderno?...

Il lettore potrebbe chiedersi il senso di queste riflessioni in un contesto muratorio.

La mia risposta è molto semplice: la Massoneria è una continua riflessione sull'uomo che offre all'uomo massone utensìli adatti a lavorare su se stesso.


* * *


Premessa

Sembra una tremenda vicenda familiare, governata da un Fato tanto illogico quanto crudele. Le passioni umane (odio, amore, oppure debolezze umane piccole o grandi) possono spesso provocare effetti catastrofici, sproporzionati, imprevisti e imprevedibili, sui quali il piccolo uomo non ha possibilità di intervenire. Nel mondo greco il Fato era divino e di fronte a lui nemmeno il grande Zeus, il padre degli dei, aveva potere.

Nawal

Film Incendies, italianizzato in La donna che canta. E’ del 2010, regista Denis Villeneuve.

Siamo nel Canada, una quindicina di anni fa. Alla morte improvvisa di Nawal Marwan, emigrata dal Libano, il notaio legge ai figli, i gemelli Jeanne e Simon, le ultime volontà di lei. Il lascito prescrive che i gemelli consegnino due lettere della madre a destinatari impensabili, una al padre che credevano morto e l’altra a un fratello di cui ignoravano l'esistenza.

Dopo lo shock iniziale Jeanne, giovane ricercatrice di matematica, parte per il Libano alla ricerca del passato della madre che i figli ignoravano e del quale lei non aveva mai parlato. Le vicende, un passo alla volta, vengono alla luce.

Ha tutto inizio negli anni Settanta del secolo scorso, al tempo di una feroce guerra civile tra fazioni arabe musulmane e cristiane.

La giovane Nawal, di famiglia araba cristiana, ama Wahab, arabo di fazione avversa, suscitando violente reazioni nei parenti. I fratelli uccidono Wahab, il figlio che nasce le viene sottratto e lei è cacciata di casa e dal villaggio per avere disonorato tutti. Solo la nonna si impietosisce: segna il tallone destro del bambino con un tatuaggio in modo che in futuro possa essere riconosciuto.

La figlia Jeanne, raggiunto il villaggio della madre, tocca con mano l’ostilità che dopo tanti anni ancora persiste: “Se sei la figlia di Nawal Marwan, non sei la benvenuta. Torna a casa tua!”.

Jeanne continua la ricerca e giunge alla successiva tappa. Scopre che la fotografia che la madre aveva sempre conservato le era stata fatta in una prigione e incontra un uomo che ne fu sorvegliante.

Custode. Sono custode della scuola.

Jeanne. Sì, ma prima…

Custode. Prima? Prima ero custode della scuola. E' da molto tempo che sono custode della scuola.

Jeanne mostra all'uomo la fotografia della madre.

Jeanne. Conosce questa donna?

Custode. Sono custode della scuola e basta. E' tutto.

Jeanne. Cerco qualcuno che l'abbia conosciuta. Qualcuno che mi parli di lei. E' mia madre.

Dopo alcuni istanti di silenzio il custode parla.

Custode. E' la donna che canta. Numero 72. E' stata lei a uccidere il capo delle milizie della destra cristiana. E gliel'hanno fatta pagare molto cara. Molto, molto cara... Quindici anni. La chiamavamo la donna che canta. Perché cantava,... sempre.

Jeanne. (stupita) E' sicuro che sia lei?

Custode. Ho passato tredici anni a sorvegliarla. Lei ha passato tredici anni a sorvegliare qualcuno, l'ha fatto? Hanno cercato in tutti i modi di piegarla. Alla fine si teneva ancora in piedi. E li guardava… Incredibile. Non si è mai piegata. Li ha fatti infuriare… Così hanno mandato Abou Tarek.

Jeanne. Chi? Scusi.

Custode. Abou Tarek… (pausa) Ascolti, mi creda, a volte è meglio non sapere tutta la verità.

Jeanne. Ma io ci devo convivere in ogni caso. Continui.

Custode. Abou Tarek. Abou Tarek era uno specialista in torture. L'ha violentata ripetutamente. Per distruggerla prima del suo rilascio. Per farla smettere di cantare. Alla fine è rimasta incinta. E' andata così. Non me lo dimenticherò mai. 72 messa incinta da Abou Tarek. Hanno aspettato che partorisse in prigione. E poi l'hanno lasciata andare.

Jeanne. E il bambino? Lei l'ha visto il bambino?

Custode. C'era un dottore che veniva ogni tanto. Io penso che sia diventato matto. Altri dicono che ha un ristorante a Tel Aviv. Sono sciocchezze. Se non è impazzito, è morto. L'infermiera, lei... La conosco. Vive a Daresh. A Daresh.

Congedatasi dal custode della scuola Jeanne telefona al fratello.

Jeanne. Simon, sta zitto. Non me ne frega un cazzo. Stammi a sentire, ok? Stammi a sentire. La mamma è stata in prigione. Simon, (piange) la mamma... è stata ...violentata. Nostro fratello è nato in prigione. Ho bisogno di te adesso.


Scoppiata la guerra civile Nawal trova l’orfanotrofio in cui era stato messo il figlio in macerie e i bambini scomparsi. Decide allora di ripagare violenza con violenza e in un attentato elimina un esponente di spicco della destra cristiana. Viene quindi imprigionata, ma resterà indomita e non sottomessa, mostrando con il canto la propria libertà interiore. Cantava… Per quindici anni ha subito torture, e lei cantava… Alla fine ha dovuto sopportare anche violenze sessuali da parte di un torturatore, per così dire, di professione, che l’ha messa incinta.

Jeanne si sente sopraffatta da ciò che ha scoperto e chiama a sé il fratello. La storia, purtroppo, non è terminata.

I due fratelli gemelli incontrano l'infermiera che ha assistito la madre al parto.

La scena si svolge all'Ospedale Americano. Una infermiera riceve i visitatori (i gemelli, il notaio canadese che si è assunto il ruolo di amico maggiore e il collega notaio libanese che funge da interprete) che cercano la vecchia ostetrica.

Infermiera. Se sta dormendo, dovrete tornare.

L'infermiera dell'Ospedale americano entra nella stanza. La donna è assopita. L'infermiera la chiama sottovoce svegliandola dal sopore.

Infermiera. Signora Maika, ci sono dei visitatori che vengono da molto lontano per vederti. Vengono dal Canada e parlano francese.

Il notaio libanese li presenta. Parla Jeanne.

Jeanne. Buongiorno, signora. Grazie per averci ricevuto. Noi cerchiamo una persona che lei conosce. Conosce Nawal Marwan?

L’infermiera traduce. Marika spalanca gli occhi e con volto meravigliato e sorridente pronuncia alcune parole arabe che Jeanne e Simon non comprendono: Grazie a Dio! Sarwan! Janaan!

Jeanne. Ha lavorato alla prigione di Kfar Ryat come infermiera?

L'infermiera traduce. Maika risponde con evidente e sorridente meraviglia: Nawal Marwan? Sì, la conosco... Sarwan! Janaan! Sì, i bambini. Grazie a Dio...

Il notaio libanese traduce: Dice che conosce vostra madre.

Marika. I bambini... Sì, conosco tua mamma.

Simon. Noi cerchiamo il bambino che Nawal Marwan ha avuto in prigione. Lei può aiutarci?

Marika pronuncia alcune parole.

Infermiera. Lavorava alla prigione di Kfar Riyad. L'ha assistita durante il parto. Ha preso con sé i bambini. E li ha ridati alla donna che canta quando è uscita di prigione.

Marika. Sarwan! Janaan!...

Infermiera. Nawal Marwan ha avuto due gemelli... 

I gemelli drammaticamente scoprono di essere loro i figli nati dagli stupri subiti dalla madre. Ed è molto significativo il tuffo notturno in una piscina semibuia che termina con l’abbraccio tra i due, quasi un ritorno ancestrale nel liquido materno per affrontare insieme il nuovo” viaggio nella vita!

Stupro deriva dal latino stuprum (= onta, disonore), che proviene a sua volta dal sanscrito stup-am (= colpisco, offendo): è atto sessuale commesso con prepotenza contro la volontà della vittima allo scopo di umiliarla e annullarla.

(continua)

15 maggio 2026

Pietra con pietra

 Quando sono in Loggia non mi pongo mai il problema se sono d’accordo con quanto dice un fratello.

Il lavoro deve essere diverso.

Qui c’è la pietra di un fratello e qui c’è la mia pietra. Se entrambi vogliamo fare un lavoro muratorio bisogna che le due pietre vengano squadrate e fatte coincidere nella costruzione, sfruttando la ruvidezza dell'una con la ruvidezza dell'altra per una maggiore solidità della costruzione.

Non è con il consenso verso un fratello che si fanno combaciare le pietre. Ecco perché è fuor di luogo applaudire in Loggia.

Il «mio» Rito 2

 Si diceva che la Massoneria fosse la culla dell’individualismo e ricevette nel tempo feroci critiche per questo. Cioè sarebbe il luogo in cui si valorizzerebbe il singolo amplificando i legami massonici a scapito dei legami non massonici.

Niente di più falso. Certo l’individuo c’è, ma non predomina e non è predominato. Il Maestro Venerabile non è l’amplificatore del singolo né il livellatore del gruppo-loggia, ma l’operaio specializzato che riesce a “trarre” da ogni fratello il “succo” comune che rende “universale” il lavoro della Loggia intera. Il Maestro Venerabile, sorretto dalla sua scienza muratoria e dal suo intuito, affiancato dalla presenza attiva e partecipe dell’Oratore e aiutato dal Sorveglianti, che fanno il “lavoro sporco” di filtro tra il singolo fratello che presenta la sua pietra e la Loggia tutta, è l’aleph del lavoro e il garante dell’armonia di tutti. Ecco perché in Loggia aperta non possiamo e non dobbiamo essere disarmonici, dobbiamo essere e non apparire. Ecco perché in Loggia aperta non bisogna mai (e dico e sottolineo mai) né approvare né disapprovare un Fratello. Mai. Approvare vuol dire accogliere senza cernita; disapprovare significa contrapporsi e rifiutare.

E non bisogna mai (e sottolineo mai) applaudire. Nemmeno il Grande Questo o il Grande Quello.

L’applauso è rumore che sconquassa l’armonia. Se proprio si vuole sottolineare la peculiarità di un Fratello, ebbene, che si chieda una Batteria di Giubilo in suo onore e in onore del lavoro! Cosa ben diversa da un applauso profano: la Batteria è suono, assonanza, armonia; l’applauso è rumore, dissonanza, strepito.

Il rituale è il modo di renderci tutti in armonia per qualche tempo: per il tempo necessario, quello giusto e perfetto. E’ la sentinella che avvisa che le cose sono diverse da quello che appare: lo spazio e il tempo non sono più lo spazio e il tempo pur restando lo spazio e il tempo.

Chi è chiamato a svolgere funzioni rituali deve sapere ciò che fa, sapere cosa dire e come dire.

Non chiediamo che si sappia recitare a memoria il rituale come un attore la propria parte, ma almeno si sappia leggere senza stenti, e concentrati. Come disturbano i pss… pss… è a pagina 10, o a pagina 23 suggeriti al Sorvegliante distratto!… Come ci guadagneremmo tutti se il suggeritore sapesse tacere!

Per la concentrazione dobbiamo essere comodi, senza posture strane. E’ consigliata la seduta cosiddetta faraonica. E’ adatta al lavoro, non al riposo. La fatica non aiuta la concentrazione.

Una volta, durante un rito (non muratorio) un bello spirito pretese che i lavori procedessero con i partecipanti in piedi a braccia alzate per accogliere gli influssi dell’alto.

Mi parve quasi un ritornare alla scuola elementare: il maestro puniva i bambini indisciplinati facendoli stare per un poco di tempo in piedi a braccia alzate (a quei tempi a scuola si usava anche questo).

In quella postura non riuscii a trovare la minima concentrazione, e nemmeno gli altri; tanto che chiedemmo di non ripetere più l’esperimento.

Fu allora che capii la necessità di una postura adatta. Ci si può concentrare anche con esercizi fisici, anche estremi, ma allora la via non è più muratoria.

Infatti se nel rituale cambia qualcosa, anche minima (una parola, una invocazione, un gesto), in realtà cambia molto. Moltissimo.

Invece si deve essere attenti a non cambiare e attivi nel praticare: nessuno assiste, ma tutti debbono praticare.

Ricordo una volta una tornata alla quale partecipavo per così dire per dovere istituzionale: ero l’Ispettore di Loggia.

Al termine, uno dei presenti si complimentò per la serata: era venuto stanco dopo una giornata di lavoro – disse – e in Loggia si era ritemprato e usciva contento e riposato.

Caro Fratello – lo ripresi, forte anche del mio ruolo verso di lui (fui uno dei suoi tegolatori) – in Loggia si viene riposati e si va via stanchi, sporchi e affaticati per il lavoro compiuto, come il muratore dopo una giornata passata nel cantiere alle intemperie del tempo. Se te ne vai riposato vuol dire che non hai lavorato. Se eri stanco prima della tornata non avresti dovuto venire ma rimanere a casa a riposarti.

Concludo con una citazione di Antoine de Saint-Exupéry sulla quale consiglio di riflettere.

Il piccolo principe ritornò l'indomani.

"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.

"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".

"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.

"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza.

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.

E così noi dovremo addomesticare la nostra volpe.



14 maggio 2026

Il «mio» Rito 1

 

Quando fui tegolato scoprii che le riunioni di Loggia cominciavano e terminavano con la lettura di “frasi fatte non modificabili” e doveva essere sempre aperto il Vangelo di Giovanni.

La cosa sconcertò il mio anticlericalismo. Ma il richiamo risorgimentale del termine “massoneria” mi spinse a firmare la domanda.

Ancora più sconcertato rimasi dopo il rito di iniziazione. Di quella sera ancora oggi trattengo nella memoria alcune immagini. L’impressione del rito di ingresso restò in me e anche se non sono mai riuscito a descrivere come lo vissi, effettivamente “sentii” qualcosa. Quel rito fu senza dubbio l’inizio di un cammino.

Mi posi subito il problema del senso di quelle parole e quei gesti (proprio quelli e non altri) obbligatori per tutte le logge.

Perché quelle frasi fatte? Perché quei gesti ripetitivi?

Ben presto mi convinsi che il rito non era un procedimento vuoto, ma strumento che permetteva l’uso di tutte le attività della mente, anche quelle che vanno oltre la ragione. Non uso la parola “irrazionale” perché nel linguaggio comune è termine non positivo, ma effettivamente è il più corretto: ciò che va oltre (anche, non di rado, oltre) la ragione.

Fui aiutato anche dai miei studi. Laureato in matematica, mi ero concentrato sul problema affascinante dei fondamenti della matematica stessa e sulla forza dirompente dei due teoremi di incompletezza di Gödel (Il primo: in una teoria sufficientemente ampia e potente da contenere l’aritmetica esistono proposizioni delle quali non è possibile dire né che siano vere né che siano false. Il secondo: data una teoria sufficientemente potente da contenere l’aritmetica, non è possibile dimostrare che essa sia coerente o no senza ricorrere ad altre teorie).

In parole povere: qualunque sistema logico-matematico è incompleto ed esiste sempre qualcosa che non è espresso nel sistema.

Furono poi i figli a insegnarmi il senso, anzi la necessità quasi di un rito. Il rituale della buonanotte del bimbo, cioè quei piccoli gesti, sempre quelli e in quell’ordine, in un certo senso danno sicurezza al bimbo e lo aiutano a sopportare il distacco del sonno.

Al contrario certe resistenze all’essere lasciato all’asilo nido e le simmetriche resistenze all’uscita oggi ritengo possano essere spiegate con la mancanza di un rituale opportuno (che nel contesto della scuola materna non era possibile inventarsi e praticare); in un certo senso mancava il bacino di contenimento nel quale poteva tracimare il turbamento provocato dalla frattura del tran tran quotidiano.

Al tempo della P2 un tizio comparso negli elenchi di Gelli scrisse che, di famiglia risorgimentale, era passato alla loggia coperta per evitare i vuoti formalismi (cioè il rituale) delle logge normali. E così ancora oggi tanti ritengono il rito un di più da sbrigare in fretta.

Ma il rito non è formalismo. Lo diventa, se i partecipanti lo ritengono tale. Mi delude il rituale recitato male, da insipienti, quasi borbottato e bofonchiato, come mi delude il fratello Bravini pronto a correggere manchevolezze formali dei praticanti il rituale.

Non ho intenzione di parlare di energie, flussi energetici, ecc. ecc. Semplicemente noto che i lavori di Loggia assumono una certa "caratteristica" se tutti sono concentrati ed attenti. Se qualcuno dei partecipanti è annoiato e distratto, specie se seduto non lontano da me, mi sento disturbato. E se sono disturbato, mi concentro poco o nulla. Ecco perché dobbiamo lasciar fuori i metalli.

E mi domando: se la mia libertà termina dove inizia la libertà dell’altro, allora nella partecipazione al rito muratorio, la “libertà di noia” di uno non limita la libertà di partecipazione agli altri abbassando il tono del lavoro?

(continua)

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.