15 maggio 2026

Il «mio» Rito 2

 Si diceva che la Massoneria fosse la culla dell’individualismo e ricevette nel tempo feroci critiche per questo. Cioè sarebbe il luogo in cui si valorizzerebbe il singolo amplificando i legami massonici a scapito dei legami non massonici.

Niente di più falso. Certo l’individuo c’è, ma non predomina e non è predominato. Il Maestro Venerabile non è l’amplificatore del singolo né il livellatore del gruppo-loggia, ma l’operaio specializzato che riesce a “trarre” da ogni fratello il “succo” comune che rende “universale” il lavoro della Loggia intera. Il Maestro Venerabile, sorretto dalla sua scienza muratoria e dal suo intuito, affiancato dalla presenza attiva e partecipe dell’Oratore e aiutato dal Sorveglianti, che fanno il “lavoro sporco” di filtro tra il singolo fratello che presenta la sua pietra e la Loggia tutta, è l’aleph del lavoro e il garante dell’armonia di tutti. Ecco perché in Loggia aperta non possiamo e non dobbiamo essere disarmonici, dobbiamo essere e non apparire. Ecco perché in Loggia aperta non bisogna mai (e dico e sottolineo mai) né approvare né disapprovare un Fratello. Mai. Approvare vuol dire accogliere senza cernita; disapprovare significa contrapporsi e rifiutare.

E non bisogna mai (e sottolineo mai) applaudire. Nemmeno il Grande Questo o il Grande Quello.

L’applauso è rumore che sconquassa l’armonia. Se proprio si vuole sottolineare la peculiarità di un Fratello, ebbene, che si chieda una Batteria di Giubilo in suo onore e in onore del lavoro! Cosa ben diversa da un applauso profano: la Batteria è suono, assonanza, armonia; l’applauso è rumore, dissonanza, strepito.

Il rituale è il modo di renderci tutti in armonia per qualche tempo: per il tempo necessario, quello giusto e perfetto. E’ la sentinella che avvisa che le cose sono diverse da quello che appare: lo spazio e il tempo non sono più lo spazio e il tempo pur restando lo spazio e il tempo.

Chi è chiamato a svolgere funzioni rituali deve sapere ciò che fa, sapere cosa dire e come dire.

Non chiediamo che si sappia recitare a memoria il rituale come un attore la propria parte, ma almeno si sappia leggere senza stenti, e concentrati. Come disturbano i pss… pss… è a pagina 10, o a pagina 23 suggeriti al Sorvegliante distratto!… Come ci guadagneremmo tutti se il suggeritore sapesse tacere!

Per la concentrazione dobbiamo essere comodi, senza posture strane. E’ consigliata la seduta cosiddetta faraonica. E’ adatta al lavoro, non al riposo. La fatica non aiuta la concentrazione.

Una volta, durante un rito (non muratorio) un bello spirito pretese che i lavori procedessero con i partecipanti in piedi a braccia alzate per accogliere gli influssi dell’alto.

Mi parve quasi un ritornare alla scuola elementare: il maestro puniva i bambini indisciplinati facendoli stare per un poco di tempo in piedi a braccia alzate (a quei tempi a scuola si usava anche questo).

In quella postura non riuscii a trovare la minima concentrazione, e nemmeno gli altri; tanto che chiedemmo di non ripetere più l’esperimento.

Fu allora che capii la necessità di una postura adatta. Ci si può concentrare anche con esercizi fisici, anche estremi, ma allora la via non è più muratoria.

Infatti se nel rituale cambia qualcosa, anche minima (una parola, una invocazione, un gesto), in realtà cambia molto. Moltissimo.

Invece si deve essere attenti a non cambiare e attivi nel praticare: nessuno assiste, ma tutti debbono praticare.

Ricordo una volta una tornata alla quale partecipavo per così dire per dovere istituzionale: ero l’Ispettore di Loggia.

Al termine, uno dei presenti si complimentò per la serata: era venuto stanco dopo una giornata di lavoro – disse – e in Loggia si era ritemprato e usciva contento e riposato.

Caro Fratello – lo ripresi, forte anche del mio ruolo verso di lui (fui uno dei suoi tegolatori) – in Loggia si viene riposati e si va via stanchi, sporchi e affaticati per il lavoro compiuto, come il muratore dopo una giornata passata nel cantiere alle intemperie del tempo. Se te ne vai riposato vuol dire che non hai lavorato. Se eri stanco prima della tornata non avresti dovuto venire ma rimanere a casa a riposarti.

Concludo con una citazione di Antoine de Saint-Exupéry sulla quale consiglio di riflettere.

Il piccolo principe ritornò l'indomani.

"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.

"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".

"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.

"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza.

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.

E così noi dovremo addomesticare la nostra volpe.



14 maggio 2026

Il «mio» Rito 1

 

Quando fui tegolato scoprii che le riunioni di Loggia cominciavano e terminavano con la lettura di “frasi fatte non modificabili” e doveva essere sempre aperto il Vangelo di Giovanni.

La cosa sconcertò il mio anticlericalismo. Ma il richiamo risorgimentale del termine “massoneria” mi spinse a firmare la domanda.

Ancora più sconcertato rimasi dopo il rito di iniziazione. Di quella sera ancora oggi trattengo nella memoria alcune immagini. L’impressione del rito di ingresso restò in me e anche se non sono mai riuscito a descrivere come lo vissi, effettivamente “sentii” qualcosa. Quel rito fu senza dubbio l’inizio di un cammino.

Mi posi subito il problema del senso di quelle parole e quei gesti (proprio quelli e non altri) obbligatori per tutte le logge.

Perché quelle frasi fatte? Perché quei gesti ripetitivi?

Ben presto mi convinsi che il rito non era un procedimento vuoto, ma strumento che permetteva l’uso di tutte le attività della mente, anche quelle che vanno oltre la ragione. Non uso la parola “irrazionale” perché nel linguaggio comune è termine non positivo, ma effettivamente è il più corretto: ciò che va oltre (anche, non di rado, oltre) la ragione.

Fui aiutato anche dai miei studi. Laureato in matematica, mi ero concentrato sul problema affascinante dei fondamenti della matematica stessa e sulla forza dirompente dei due teoremi di incompletezza di Gödel (Il primo: in una teoria sufficientemente ampia e potente da contenere l’aritmetica esistono proposizioni delle quali non è possibile dire né che siano vere né che siano false. Il secondo: data una teoria sufficientemente potente da contenere l’aritmetica, non è possibile dimostrare che essa sia coerente o no senza ricorrere ad altre teorie).

In parole povere: qualunque sistema logico-matematico è incompleto ed esiste sempre qualcosa che non è espresso nel sistema.

Furono poi i figli a insegnarmi il senso, anzi la necessità quasi di un rito. Il rituale della buonanotte del bimbo, cioè quei piccoli gesti, sempre quelli e in quell’ordine, in un certo senso danno sicurezza al bimbo e lo aiutano a sopportare il distacco del sonno.

Al contrario certe resistenze all’essere lasciato all’asilo nido e le simmetriche resistenze all’uscita oggi ritengo possano essere spiegate con la mancanza di un rituale opportuno (che nel contesto della scuola materna non era possibile inventarsi e praticare); in un certo senso mancava il bacino di contenimento nel quale poteva tracimare il turbamento provocato dalla frattura del tran tran quotidiano.

Al tempo della P2 un tizio comparso negli elenchi di Gelli scrisse che, di famiglia risorgimentale, era passato alla loggia coperta per evitare i vuoti formalismi (cioè il rituale) delle logge normali. E così ancora oggi tanti ritengono il rito un di più da sbrigare in fretta.

Ma il rito non è formalismo. Lo diventa, se i partecipanti lo ritengono tale. Mi delude il rituale recitato male, da insipienti, quasi borbottato e bofonchiato, come mi delude il fratello Bravini pronto a correggere manchevolezze formali dei praticanti il rituale.

Non ho intenzione di parlare di energie, flussi energetici, ecc. ecc. Semplicemente noto che i lavori di Loggia assumono una certa "caratteristica" se tutti sono concentrati ed attenti. Se qualcuno dei partecipanti è annoiato e distratto, specie se seduto non lontano da me, mi sento disturbato. E se sono disturbato, mi concentro poco o nulla. Ecco perché dobbiamo lasciar fuori i metalli.

E mi domando: se la mia libertà termina dove inizia la libertà dell’altro, allora nella partecipazione al rito muratorio, la “libertà di noia” di uno non limita la libertà di partecipazione agli altri abbassando il tono del lavoro?

(continua)

13 maggio 2026

La Bellezza

 

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, qualcuno batte alla porta del Tempio.

Maestro Venerabile. Fratello 1° Sorvegliante, guardate chi osa disturbare i nostri architettonici lavori.

1° Sorvegliante. Fratello Copritore, fate il vostro dovere.

Il Copritore apre la porta.

Copritore Interno. Fratello 1° Sorvegliante, alla porta del Tempio c’è il fratello... no, non è il fratello, è un profano... no! Non è un profano... no! Perdiana non può essere un profano...ma è il... no... la... Beh, no non può entrare. No, non può,... o forse sì... ma... non so... Insomma, fratello 1° Sorvegliante, non so chi sta battendo alla porta del Tempio.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, non sappiamo chi ci sia alla porta del Tempio. Ma chiede di entrare.

Maestro Venerabile. Ma come può entrare qualcuno che voi non conoscete? E se fosse un nemico? Fratelli, armiamoci! Spade in pugno!

1° Sorvegliante. No! Maestro Venerabile, fermatevi. Non so chi ci sia alla porta del Tempio, non lo conosco. Non so cosa voglia. Ma non dobbiamo essere troppo precipitosi.

2° Sorvegliante. Maestro Venerabile, il timore può dare cattivi consigli. Forse qualcuno che non conosciamo vuole entrare non per offenderci: forse vuole solo lavorare con noi.

Maestro Venerabile. Cosa volete dire, fratello 2° Sorvegliante?

2° Sorvegliante. Forse chi chiede di entrare non è un nemico. Magari è un amico che non conosciamo e non sappiamo di avere. Forse non lo conosciamo per colpa nostra che non abbiamo saputo cercare bene.

Maestro Venerabile. E cosa consigliate di fare?

2° Sorvegliante. Maestro Venerabile, facciamolo entrare, chiunque sia. Noi possiamo stare in guardia, ma senza assumere atteggiamenti ostili. Lasciamo le spade nel fodero e assumiamo aria amichevole pur concentrandoci sul nostro protettore Ercole, figlio di Giove. I Maestri Muratori della Loggia sanno come proteggere il nostro patrimonio, anche senza spade.

Maestro Venerabile. E sia come consigliate, fratello 2° Sorvegliante. Fratello Copritore fate entrare chi chiede di entrare.

Segretario. Il Copritore introduce una figura velata, evanescente, eterea. Sembra quasi una creatura dell’aria, come una inconsistente bava di vento. Non è possibile distinguerla, come fosse una mucca grigia in una stanza grigia e in penombra. Non è nemmeno possibile stabilire se sia maschio o femmina. Forse la regolarità della Loggia è messa a repentaglio se fosse femmina? No certo...: a repentaglio deve essere posto solo l’inconsistente concetto stesso di regolarità.

Maestro Venerabile. Entrate, signore. O dovrei dire signora? E siate il benvenuto.

Oratore.

E gira gira il mondo

e gira il mondo e giro te

mi guardi e non rispondo

perché risposta non c’è

nelle parole

bella come una mattina d’acqua cristallina

come una finestra che mi illumina il cuscino

calda come il pane

ombra sotto un pino...

Segretario. Molte persone non sanno cosa sia la bellezza. Molte persone non hanno mai visto la bellezza. Molte persone possono perdere la vista e non vedere. Si chiamano ciechi. E ci sono uomini ciechi dalla nascita.

Oratore. Un cieco di nascita era curioso. Voleva sempre sapere.

1° Sorvegliante. Di che colore è il latte?

2° Sorvegliante. Il latte? E’ dello stesso colore della carta bianca.

1° Sorvegliante. Allora fa il rumore della carta bianca quando la si spiegazza?

2° Sorvegliante. No, il latte è bianco come la farina.

1° Sorvegliante. Allora è delicato al tatto e scorre tra le dita come la farina?

2° Sorvegliante. No, è bianco semplicemente, come la pelliccia dell’ermellino.

1° Sorvegliante. Allora è vellutato e soffice?

2° Sorvegliante. No, il bianco è il colore della neve.

1° Sorvegliante. Allora è freddo come la neve?

2° Sorvegliante. No. Il bianco… è... bianco…

Oratore. E colui che vedeva, inutilmente citò altri esempi: il cieco non riuscì a comprendere come fosse il colore bianco.

Segretario. Ci sono persone che non potranno mai vedere.

Oratore. E ci sono persone che non vedono ma vedono.

Segretario. Maestro Venerabile, le antiche usanze impongono che venga tracciata la Tavola Architettonica della Tornata. Chi è entrato nel Tempio?

Maestro Venerabile. Fratello 1° Sorvegliante, insomma: chi è entrato nel Tempio?

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, non so rispondere.

Maestro Venerabile. Fratello Oratore, è una situazione strana. Confortateci con il vostro parere.

Oratore. Maestro Venerabile, le antiche leggi dell’Ordine non possono confortarci. Qui siamo oltre la legge. Nel Tempio è entrato qualcuno che prima non c’era, ma che forse avrebbe dovuto ben esserci fin dal principio.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, colui che è entrato sa cosa è il bianco!

Segretario. Ma insomma, chi è entrato? Dovrò pure scriverlo!

Oratore.

Bella come un armonia

come l’allegria

come la mia nonna in una foto da ragazza

come una poesia o madonna mia

come la realtà che incontra la mia fantasia

Bella... Bella…

Segretario. Maestro Venerabile, la Tavola Architettonica della Tornata registra che nel Tempio è entrata, a pieno diritto membro della Loggia, la Bellezza.



Il dialogo riporta la celebre favola di Tolstoj sul cieco dalla nascita e il colore del latte. L’Oratore legge il testo di Bella di Jovanotti.


 

12 maggio 2026

Sapienza

 

Da antichi rituali:

Che ora è?

L'Oriente si illumina, il Sole si alza; l'Occhio del Mondo sta per aprirsi, la Verità sta per apparire.

S'oscurerà forse il Sole per i profani? Rifiuterà forse il calore e la vita agli ignoranti? Non distribuirà forse i suoi benevoli influssi anche ai malvagi?

Il Sole, manifestazione visibile del centro invisibile d'ogni vita e di qualsiasi luce, non rifiuta a nessuno i suoi influssi, ed ogni essere creato riceve i suoi raggi.

Fratello mio, per quale motivo la Verità non dovrebbe essere manifestata? Perché dovremmo noi rifiutare di far partecipare al suo influsso l'uomo desideroso?

Il Sole si alza. Che i veli cadano come si dissolvono le notturne ombre.

* * *

Maestro Venerabile. Fratello 1° Sorvegliante qual è il posto del Maestro Venerabile?

1° Sorvegliante. Ad Oriente, Maestro Venerabile.

Maestro Venerabile. Perché il Maestro Venerabile siede ad Oriente?

1° Sorvegliante. Siede ad Oriente per compiere il proprio dovere.

Maestro Venerabile. Qual è il dovere del Maestro Venerabile?

1° Sorvegliante. Come il sole sorge ad Oriente per aprire e dirigere il giorno, così il Maestro Venerabile si alza ad Oriente (il Maestro Venerabile batte tre colpi di maglietto ● e si alza. Tutti si alzano) per aprire e dirigere la Loggia, indirizzare gli operai e dar loro le direttive per il lavoro del cantiere.

Maestro Venerabile. Fratelli, sedete.

(Tutti si siedono).

Maestro Venerabile. Fratello Oratore, a voi la parola.

Oratore. Un giorno il sole viaggiava in cielo, allegro e glorioso sul suo carro di fuoco, gettando i suoi raggi in tutte le direzioni.

Segretario. Lì nei pressi c’era una nuvola di umore temporalesco. Quando il sole le passò vicino lei borbottò con grande rabbia:

1° Sorvegliante. Sciupone, mano bucata, butta pur via i tuoi raggi, vedrai quanti te ne rimangono.

Nelle vigne ogni acino d'uva che matura sui tralci ti ruba un raggio al minuto, o anche due; e non c’è filo d’erba, o ragno, o fiore, o goccia d'acqua, che non si prenda la sua parte.

2° Sorvegliante. Lascia, lascia che tutti ti derubino: vedrai come ti ringrazieranno, quando non avrai più niente da farti rubare.

Oratore. Il sole non ascoltò quella nuvola brontolona. Continuò allegramente il suo viaggio, regalando raggi a migliaia, a milioni, senza contarli.

Segretario. Al tramonto contò i raggi che gli rimanevano.

Oratore. Ebbene… Non gliene mancava nemmeno uno.

Segretario. La Tavola Architettonica registra che la nuvola, per la sorpresa, si sciolse in pioggia.

Maestro Venerabile. Il sole si tuffò allegramente nel mare.



Da una delle Fiabe al telefono di Gianni Rodari

L'ultimo Apprendista

 

All'Ultimo Apprendista, quello appena entrato, ieri o l'altro ieri, ancora spaesato e curioso, che non sa niente, che non capisce niente, che si domanda come diavolo sia capitato qui, ma… è un po' orgoglioso di esserci; quello che deve imparare tutto… Quello "talmente" ultimo che non si è accorto che l'Ultimo Apprendista non è lui, ma siamo noi che non vogliamo essere ultimi.

11 maggio 2026

Maestro... Apprendista

 Paradossalmente in Loggia si entra Maestri e si diventa, pian piano, Apprendisti.

O no?...

Loggia madre - Loggia matrigna

C’è una delicatezza profonda nella poesia di Kipling dedicata alla Loggia Madre, la Hope and Perseverance n.782 all'Oriente di Lahore, unita ad una grande nostalgia per quei Fratelli. Costumi diversi, estrazioni diverse, religioni diverse, ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie prescrizioni: chi non può mangiar carne, chi non beve alcool, chi non può sedersi a tavola con caste inferiori, e così via. E allora cosa fanno? Semplicemente stanno assieme a fumare e a parlare (magari oggi non fumerebbero nemmeno per non disturbare i Fratelli non fumatori).

Si è parlato spesso di Kipling come espressione alta dell'imperialismo inglese. Ma a ben vedere in lui non si tratta di vero e proprio imperialismo, bensì di consapevolezza di portare nel mondo la civiltà (certo idea discutibile, ma lui ci credeva), come l’antico romano vedeva in Roma il centro irradiante della civiltà umana. E la Massoneria viene vista come il legame più saldo e più “civile” (perdonate il bisticcio di parole) per tenere unite persone di origini così diverse.

Io qui vedo il piacere di stare assieme, senza discutere, parlando ordinatamente uno dopo l'altro, in letizia. Ecco, qui forse assume il suo significato originale la letizia di Francesco d'Assisi. E' una vicinanza che unisce e non vuole dividere, che fa capire come siano assurde le guerre sante contro l'infedele: ...non esiste qualcosa come un infedele, Eccetto, forse, noi stessi – scrive Kipling.

Non cercano le cose che dividono, ma quello che unisce. Non pongono un Dio contro l'altro Dio, ma tutti parlano rifacendosi al Dio che meglio conoscono. Divinità diverse o aspetti diversi dell'unico Dio? Non importa. Lasciano alle teologie disquisizioni del genere. Quei Fratelli hanno un solido senso di religiosità che ognuno “descrive” e “interpreta” con i parametri che sente più confacenti a lui. E questo per loro è sufficiente.

Il senso della Loggia Madre è di uno struggimento commovente.

Il legame è forte. La Loggia Madre è unica, per tutta la vita massonica. Puoi cambiare Loggia, puoi cambiare Istituzione, puoi venire ri-iniziato per certe regole che all'una Istituzione non fanno riconoscere l'altra Istituzione, puoi entrare in Corpi Rituali ed avere altre iniziazioni o elevazioni o esaltazioni o come si chiamano, ma la prima Loggia, la tua Loggia Madre, è sempre e rimarrà sempre solo quella, e non altre.

Il legame che si è costruito con quella è viscerale e lo avverti se i casi della vita ti portano a cambiare Loggia. Lo avverti anche se la tua Loggia da madre diventa matrigna (perché certi fratelli cambiano, altri ancora non ci sono più e nuovi ne sono entrati). Solo così avverti la profondità, la sacralità quasi di quanto costruito in quella lontana tornata dove sei stato fatto Apprendista, e proprio lì, in quella particolare Loggia, e non altrove.

E se anni dopo vi ritornerai, ti renderai conto, anche se fisicamente i Fratelli di allora non ci sono più, anche se il locale non è più quello, che è rimasto forte il legame con la Loggia, la tua Loggia Madre: lì c'è la spada fiammeggiante con la quale fosti creato Apprendista, lì c'è la pietra grezza sulla quale hai iniziato il tuo lavoro, lì c'è il Volume della Legge sul quale giurasti, lì ti sei alzato in piedi e hai mosso i primi incerti passi.

Appunto, ci fu un momento in cui la mia Loggia da madre diventò matrigna.

Qualche anno fa in collina vidi in un campo lontano, un gruppo di caprioli che si muoveva in fila indiana, faticosamente arrancando sulla neve. Guardai col binocolo: cinque sagome, tutte in fila. I primi tre camminavano in avanti, ma gli ultimi due stavano dando vita ad un rito drammatico: il quarto della fila scacciava l’ultimo e gli imponeva di non seguirli. Immaginai che l’ultimo fosse il piccolo della cucciolata dell’estate precedente e l’animale che lo scacciava dal gruppo fosse proprio la madre che gli imponeva brutalmente una ferrea legge di vita. Il piccolo tentava di ritornare nel gruppo, il suo mondo conosciuto, ma la madre, ferrea, ogni volta che notava un suo avvicinamento, lo scacciava sempre più brutalmente.

Sì, lo so. La Natura (con la N maiuscola) non lascia spazio ai sentimenti. Il piccolo capriolo deve essere allontanato perché il territorio non può reggere un aumento eccessivo della popolazione e perché si potrebbe correre il rischio di un rapporto incestuoso, geneticamente micidiale. La Natura rifugge dai moralismi, ma ne sa di genetica molto più dei nostri più ferrati genetisti; non si preoccupa della salute psichica del singolo individuo ma della salute dell’intera popolazione. I malesseri psichici di un singolo fan presto a passare quando le tue giornate sono scandite dalla affannosa ricerca del cibo e dalla ancor più affannosa fuga dai pericoli. E se il singolo capriolo non dovesse sopravvivere, beh, in tal caso quel capriolo contribuirà alla sopravvivenza magari di un gruppo di lupi.

Guardando dalla finestra quella scena mi immedesimai nello stato d’animo del capriolo scacciato dalla madre e ritornai con la mente a quella tornata della mia Loggia.

Erano almeno un paio d’anni che mi lamentavo della mancanza dei lavori nei gradi. Ebbene, quella sera, ebbi l’onore di una tornata tutta per me. Elevarono la Loggia al Terzo Grado e il Venerabile lesse la sentenza del Tribunale di Loggia che mi condannava.

Ma il bello venne nella Sala dei Passi Perduti. Mi trovai al centro di un cerchio vuoto. Mi spostavo e si spostava il cerchio vuoto. Quasi nessuno mi rivolse la parola. Qualcuno immaginai per ritegno e imbarazzo non sapendo che dirmi, altri per non andar contro l’indirizzo predominante, altri ancora proprio per non volermi avvicinare. Partecipai ad un’altra tornata dopo quattro mesi e gli altri mi trattarono con formale cortesia (ma quanto gelida!).

Anni dopo vi ritornai come Maestro Venerabile della Loggia che mi aveva accolto. Francamente stare all’Oriente la prima volta non mi dispiacque (dopo tutto quello che era successo) e qualche pavoneggiamento temo pure di averlo fatto.

I tempi erano cambiati, io ero cambiato, presumo che anche i protagonisti di quella vicenda fossero cambiati, alcuni di loro non c’erano più. Ritornai e fui anche, per tre anni, Ispettore di Loggia, seduto alla sinistra del Venerabile e attento allo svolgimento dei lavori.

Un giorno incontrai per strada l’allora Maestro Venerabile e Presidente del Tribunale che mi condannò. Mi chiese scusa di quanto successo, confessandomi di essere stato spinto da qualcuno che al tempo aveva idee grandiose e manipolatorie.

Gli risposi, con aria da vecchio saggio (ma forse non colse l’ironia ) che quello aveva preso in giro parecchie persone...

Sporadicamente frequentai i lavori della mia Loggia Madre.

Oggi è rimasta là dove io non sono più, deluso e stancato dall'atmosfera di irreggimentazione e dalla passività arrendevole praticata dalla gran parte di chi là è restato. Ma sento ancora forte il legame con la mia Loggia Madre, anche se ormai quella Loggia, anche se fosse raggiungibile, non c'è più. 

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.