martedì 5 maggio 2026

Il tempo... e il resto 4

Continuano le mie riflessioni sul tempo 


Anche Zeus però è stato detronizzato e un altro Dio ha preso il potere destrutturando il suo mondo e trasformandolo in qualcosa di diverso.

Mi domando se questo nuovo Dio sia il dio definitivo oppure un altro dio prima o poi prenderà il suo posto destrutturando ancora il nostro mondo.

Gli archetipi deteriorati

Archetipo proviene dal greco ἀρχε = principio, origine e τύπος = modello.

Il termine ha molti sensi. Qui intendiamo le immagini primordiali contenute nell’intimo nostro e della nostra comunità, quello che Jung ha chiamato inconscio collettivo, che riunisce le esperienze della specie umana e di ciò che la precedette, e costituisce la simbolica di favole, leggende e sogni.

Sono i nostri totem comunitari, quelli la cui bellezza ci da forza e vigore.

Anche noi massoni li abbiamo, primo fra tutti Hiram, l’architetto del Tempio di Re Salomone.

Cosa succederebbe se Hiram non fosse più il nostro archetipo? La risposta è molto semplice: la Massoneria sarebbe diversa.

S. suggerisce che la crisi in cui la società versa dipenda dalla distruzione degli archetipi universali della nostra vita, quelli in base ai quali riusciamo ad incanalare le nostre attività mentali e spirituali. M. soggiunge che archetipi “forti” producono persone forti e corrette, il contrario di quelle che si appoggiano ad archetipi deboli o inconsistenti.

Sono affermazioni forti ma sensate e realistiche. Molte “confusioni” della nostra società hanno proprio lì le cause del “disordine” o almeno le più significative. La stessa situazione attuale della Massoneria indica la "sconoscenza" (il termine anomalo credo sia il più significativo) dell’archetipo Hiram.

Gli archetipi dipendono dalle esigenze di uomini e comunità (tribù, clan, gruppi, etnie,…) e seguono i loro destini: banalmente detto, camminano con le gambe degli uomini.

Quando i gruppi si attenuano o non ci sono più, gli archetipi non camminano più e un poco alla volta sbiadiscono. E se i gruppi sono troppo numerosi? Gli archetipi si rafforzano o perdono vigore annacquandosi o frantumandosi?

Le conseguenze dello smorzamento degli archetipi sono davanti ai nostri occhi.

Le “esigenze” spirituali e psichiche dell’uomo rimangono, i canali di esecuzione o di sfogo invece sono cambiati o, peggio, non ci sono più. Così se l’acqua in piena di un fiume non incontra bacini di contenimento ove defluire, il fiume esce dall’alveo e allaga tutto. E’ una semplice legge fisica e naturale.

Durata

Il primo incontro dell’uomo con il tempo è la durata o – dal punto di vista umano – l’attesa.

Il bimbo che avverte lo stimolo della fame deve attendere il “tempo giusto”. Si trova suo malgrado a fare i conti con il tempo-durata. Il bambino che vuol diventare grande deve aspettare.

L'uomo cinico pretende di insegnare: la vita è solo lunghe attese.

Cinico: da cinismo, i filosofi greci che volevano combattere le grandi illusioni.

Illusione? Speranza? Oppure finzione oppure funzione utile per vivere in questo mondo?

Il non cinico obietta: non è criminale togliere le illusioni? Non servono a vivere meglio?

Ma: sono illusioni o speranze?

Qualcuno afferma che le utopie di oggi saranno la realtà di domani. Illusione o speranza?

*

In fisica durata è una quantità ben definita: la durata di un intervallo di tempo dal tempo A al tempo B è la differenza dei due tempi B – A.

Nella nostra vita di tutti i giorni invece non è così semplice. Al bambino che ti chiede quanto tempo ci vuole per diventare grandi cosa rispondi?

Un tempo avrei risposto: Lo diventerai. In seguito avrei aggiunto: Lo diventerai presto e successivamente avrei completato con: Anche troppo presto. Oggi direi: Non fai in tempo a dirlo e sei già grande. E non gli posso dire, guccinianamente:

La paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la maturità...

Ovviamente il bambino rifiuta queste risposte e, dal suo punto di vista, ha ragione. Ma dal mio punto di vista sono risposte corrette. La differenza è tra la prospettiva di chi chiede e quella di chi risponde. I numeri spiegano tutto. Per un bimbo di dieci anni giungere all’età adulta di (diciamo) venticinque anni significa attendere un tempo pari ad una volta e mezzo la sua vita, mentre dal mio punto di vista lo stesso tempo è solo un quinto della mia. Per me la stessa attesa di una volta e mezza la mia vita mi porterebbe al secolo seguente, un’ottica priva di significato.

Tempo di Loggia

I lavori di Loggia cominciano a mezzogiorno e subito mezzogiorno non c’è più. Ne siamo sicuri? Certo, il Secondo Sorvegliante è molto scrupoloso nell’osservare il corso del Sole: da provetto ufficiale del tempo controlla, scandisce il lavoro, ed avverte del mezzogiorno e della mezzanotte.

La tornata è finita.

Finire viene dal latino finis = fine, da una radice find che ha il senso di dividere, fendere. Quindi fine è il punto di divisione, di termine tra il prima e il dopo, tra il dentro e il fuori.

Tornata finita, terminata. Punto.

E’ veramente terminata?

I nostri lavori durano mezza giornata, da mezzogiorno a mezzanotte. Lo sappiamo.

Si comincia a mezzogiorno, si lavora quindi nel pomeriggio, e si termina a mezzanotte.

Concentriamoci ora sull’apertura.

Il Maestro Venerabile apre i lavori della (di questa e solo di questa) tornata.

Ma è come se contemporaneamente riassumesse (riassumere: teniamo presente questo verbo che per sua conformazione si riferisce sempre a qualcosa d’altro) tutte le precedenti aperture della nostra Loggia. Il Segretario lo ricorda a tutti.

Una “super-apertura” quindi? Beh, forse sì, almeno un poco. Tanto più che in quel breve rito si possono pensare le aperture di tutte le Logge del mondo (almeno quelle che usano lo stesso rituale).

Come è possibile? Il tempo e lo spazio hanno “proprietà” molto strane...

*

Dal punto di vista della Loggia, ad ogni apertura segue la corrispondente chiusura. Anche ad ogni chiusura segue una corrispondente apertura o, meglio, ri-apertura. Ma per noi è significativo (accanto alla qualità del lavoro) il tempo tra apertura e chiusura, cioè la “durata” dei lavori.

Durata è caratteristica essenziale di uno dei simboli più significativi ma sul quale poco o nulla si lavora: la scala curva. Durata indica il tempo che si impiega per salire e... scendere!

Simbolo essenziale, la scala curva. Nella ritualità anglosassone (Emulation, Duncan) la scala curva porta dall’atrio del Tempio di Salomone alla Camera di Mezzo (sopra il Tempio) ove vengono pagati i Compagni di Mestiere. Infatti nei cantieri dei massoni operativi gli Apprendisti non ricevevano un salario ma solo una razione settimanale di grano, vino e olio e un tetto per dormire: oggi diremmo vitto e alloggio. Invece i Maestri così come li conosciamo noi semplicemente non esistevano: c’era un solo Maestro, il capo del cantiere, come alla costruzione del Tempio di Salomone c’era un solo Maestro, Hiram.

Perché nessuno parla mai di scendere dalla scala curva? Eppure, riscosso il salario, bisognerà pur uscire!

La salita e la successiva discesa portano a continui cambiamenti di punti di vista e di orientamento che permettono sorprendenti stimoli e pensieri. E’ un tempo bene impiegato.

Soprattutto la consapevolezza del simbolo curvilineo ci deve insegnare ad evitare il facile sentiero rettilineo dei luoghi comuni e spingerci su vie inesplorate e personali.

Attenzione anche ai luoghi comuni della Massoneria. Ce ne sono tanti e per noi sono i più subdoli perché spesso non ce ne rendiamo conto.


(continua)


lunedì 4 maggio 2026

Per san Giovanni

 

Le Logge ravennati del Grande Oriente in occasione della festa di san Giovanni d’estate  del 1975 ravennati hanno dato alle stampe un piccolo memento dal titolo LL. Ravennati Riunite:

 

Un po’ più di pace

e meno discordie,

Un po’ più di bontà

e meno invidia,

un po’ più di verità

ovunque

e molto più aiuto

nel pericolo!

Un po’ più “NOI”

e meno “IO”.

Un po’ più forza,

non così ritroso.

E molti più fiori

sul cammino della vita.

Poiché sulle tombe

sono inutili.

Il tempo... e il resto 3

 Continuano le riflessioni sul lavoro della mia Loggia.


Il tempo divora i suoi figli e ben lo sapeva Crono, che è stato messo da parte proprio da un figlio. Da allora non è più re, ma non fu affatto sconfitto: Zeus ha permesso, con un atto violento, la vita dell’uomo ed ha esiliato il tempo. Ma il tempo resta e l’uomo vive nel tempo.


*

C’è anche un’altra storia, più recente e non meno affascinante.

Big bang 1.

In principio, circa 15 miliardi di anni fa, ci fu un’esplosione. Non come le esplosioni che conosciamo che partono da un centro ben preciso e si diffondono fino ad inghiottire una parte sempre maggiore dello spazio circostante: un palloncino che si gonfia, un rumore assordante tutto intorno. No, fu silenziosissima (non c’era nulla per trasmettere il rumore) e si verificò simultaneamente ovunque. Ma attenzione le parole “simultaneamente” (dal latino simul = allo stesso tempo) e “ovunque” (dal latino ubicumque = in qualunque luogo) vengono usate per comodità, perché all’istante dell’esplosione non significano nulla, come nulla significa la parola “istante”. Non c’è (ancora) ciò che conosciamo come “spazio” e non c’è (ancora) ciò che conosciamo come “tempo”. Facciamo fatica ad immaginarlo. Insomma siamo all’epoca degli amplessi geo-uranici, Crono deve ancora nascere, quindi il tempo non c’è.

Il tempo più all’indietro che riusciamo a raggiungere per avere un quadro non solo speculativo ma anche fisico (nel senso della fisica nucleare e astronomica) è successivo al big bang, anche se di poco: circa la cento-miliardesima parte di un secondo dopo il “botto”. Per intenderci un numero zero virgola undici 0 e un 1: cento miliardi di questi tempuscoli fanno un secondo! – Tanto per averne un’idea, se cominciassimo a contare 1, 2, 3,… un numero al secondo, senza interruzioni, ricordando che in un anno ci sono 31 milioni e mezzo di secondi, impiegheremmo più di tremila anni per giungere a 100 miliardi! Se volessimo ricorrere all’immaginazione esiodea forse è questo il momento del primo amplesso di Crono e Gea.

La temperatura complessiva è diminuita (comunque è cento milioni di volte più alta di quella del sole) e i quark, raffreddati, perdono la loro libertà e sono imprigionati (si fa per dire) all’interno di neutroni e protoni. Esiodo direbbe: per azione di Eros!

Raffreddandosi ulteriormente, protoni e neutroni si fondono a formare i nuclei atomici, eccetera eccetera… e tutto l’universo si imbarca in questa corsa che dura ancora oggi.

Big bang 2.

E’ andata proprio così?

Altre ipotesi sono state avanzate per spiegare certe anomalie.

Qualcuno suppone che l’espansione dell’universo immediatamente dopo il “big bang” abbia avuto una improvvisa accelerazione.

Altri suppongono che l’universo sia non tanto un palloncino che si espande ma un immenso frattale (un oggetto geometrico frastagliato) che si ripete continuamente nella stessa forma.

Altri ancora ipotizzano che dall’universale frattale nascano continuamente nuovi universi a causa di tanti piccoli “big bang locali”.

Sono ipotesi che per me diventano troppo astruse. Troppa Forza che non comprendo più e poca Bellezza che non riesco a cogliere.

Forza e bellezza.

Io taccio, e ammiro: stupito. O smarrito?

Ma è “bello” e “forte” lo stupore del piccolo di fronte al grande, così grande che più grande non si può nemmeno immaginare. Che sia Dio questo “grande”?

Sappiamo che l’uomo si accorse che il tempo c’era e che non ne poteva fare a meno.

Come se ne accorse? Si avvide che le cose cambiavano.

M. e D. suggeriscono che il cambiamento del Massone possa solo avvenire con la levigazione personale della propria pietra. Il tempo del Massone è quindi un tempo personale, che deve in Loggia rapportarsi con il tempo degli altri Massoni, come se dovessimo tutti noi sincronizzare i nostri orologi interni, ovviamente a mezzogiorno.

*

Metodologicamente rifletto utilizzando i due grandi paradigmi di Forza e Bellezza (utili a porre collegamenti che altri riterrebbero pura fantasticheria); mi domando se non ci sia qualcosa di comune nel nostro patrimonio di homo sapiens che spinse qualcuno a “raccontare” gesta di dei molto umani e altri a “raccontare” di particelle misteriose che vagolano qua e là e si uniscono tra loro (ah... Eros e Afrodite!) in una continua specie di “danza” gioiosa.

La presa di potere di Zeus non è l’attuale strutturazione della materia in atomi e molecole che alla fin fine ha permesso la nostra vita?

*

Anche Zeus però è stato detronizzato e un altro Dio ha preso il potere destrutturando il suo mondo e trasformandolo in qualcosa di diverso.

Mi domando se questo nuovo Dio sia il dio definitivo oppure un altro dio prima o poi prenderà il suo posto destrutturando ancora il nostro mondo.


(continua)


domenica 3 maggio 2026

Uomo e donna. Un dubbio

 

Ho un dubbio. Noi consideriamo la donna lunare e l’uomo solare.

Ma se fosse il contrario?

Esistono persone che possono essere solari (cioè trasmettono) o lunari (cioè ricevono) o entrambe le cose (contemporaneamente o in momenti diversi).

Accanto ad ogni grande uomo c’è una grande donna e accanto ad ogni grande donna c'è un grande uomo. Non è detto che lei sia lunare o solo lunare e lui sia solare o solo solare.

Non schematizziamo.

Ho incontrato persone di sesso femminile che hanno trasmesso luce e quindi non possiamo limitarle alla sola lunarità.

Adottare certi schemi senza le necessarie considerazioni autocritiche può farci sbagliare. Gli schemi possono diventare "oscure e profonde prigioni" dalle quali diventa impossibile uscire.

Il tempo e... il resto 2

 Continuano le riflessioni sui lavori della mia Loggia dedicati al tempo.

            Le citazioni sono tratte dai canti di Francesco Guccini, 

un vero e proprio bardo della mia generazione.


Cari Fratelli, avrei potuto intitolare queste mie parole con frasi fatte: “Ho riflettuto” oppure “Cosa è per me il tempo” o altro. Ma da tempo, per parlare del tempo, del “mio” tempo, io preferisco usare metafore, figure, immagini. Insomma simboli. Per esempio: “Silvia rimembri ancora?” oppure “Or non è più quel tempo e quell’età”.

Il titolo appropriato per queste riflessioni non può essere per me che uno solo.

L’eskimo

E’ nome che viene dal nord, il brumoso nord. Ricorda gli esquimesi, che lassù riescono a viverci, almeno fino a quando non li cancellerà il riscaldamento climatico.

E’ per me simbolo del tempo, il mio personale tempo, il mio tempo collettivo, il mio tempo sociale e il mio tempo ricreativo, il tempo che vorrei sacro (ma che vuol dire sacro?) e il tempo della mia Loggia, che è pure la nostra Loggia.

L’eskimo è un indumento che quelli della mia generazione hanno indossato almeno una volta nella vita. Un giaccone impermeabile, col cappuccio, rigorosamente verde (appunto “verde eskimo” ) con l’interno staccabile per essere usato col freddo e col meno freddo. Era diventata la divisa dei giovani sessantottini, anche di quelli che non contestavano. Era comodo, indistruttibile, economico. E soprattutto non era “fighetto”.

Lo avevo anch’io: lo ricordo con molta nostalgia.

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà…

Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però...

E quanto son cambiato da allora e l’eskimo che conoscevi tu

lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più…

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,

credevo che Bologna fosse mia….

*

Durante il mio ultimo anno di università a Bologna avevo una stanza in San Petronio Vecchio e passavo dai Servi tutti i giorni per andare in facoltà: via Guerrazzi, piazza Aldrovandi, via Petroni (tutti massoni) e via Zamboni fino alla porta, all’iper-moderno Istituto di Matematica, una scienza antica in una sede allora avveniristica e oggi, forse, solo modernariato (appunto: è passato del tempo!...). Un intrico di vie che ho ritrovato per alcuni mesi quando, inopinato Maestro Venerabile di questa Loggia, andavo alla nuova casa massonica di Bologna. Per me quelle riunioni erano diventate non solo gli appuntamenti mensili dei Venerabili ma anche un personale tuffo nelle mie memorie. Via Irnerio, dove è la sede dell’Istituto di Fisica; via Righi, dove era la sede di una Massoneria poco numerosa ma molto significativa della quale ho fatto parte per alcuni anni; la stazione ferroviaria con le corse per non perdere il treno o la lezione...

Mi ha colpito lo stesso indirizzo della Casa massonica. In quel porticato, proprio davanti a quel portone, attendevo la mia ragazza al termine delle lezioni di inglese per accompagnarla alla fermata dell’autobus alla porta. Era l’autunno del ‘70...

Chi avrebbe immaginato allora che dopo più di cinquant’anni avrei varcato quel portone, quasi collegamento materiale alla mia giovinezza?

Ma quell’io che aspettava la ragazza più di cinquant’anni fa non è quell’io che oggi scrive e parla. L. lo ricorda: noi non siamo quelli di allora e quel tempo non lo attraversiamo sempre uguali a noi stessi e quindi nemmeno quel portone. Il tempo di oggi non è più lo stesso tempo di allora...

Si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina,

ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima.

Al tempo dell’Università spesso passavo davanti a Palazzo Pepoli in via Castiglione e mi colpiva una porticina tra i ferri con anelli infissi nel muro (presumo per legarvi cavalli o somari). Anni dopo scoprii che era l’ingresso della vecchia Casa Massonica che ho frequentato per molti anni.

*

Ricordi, certo, solo ricordi. Non è questo il tempo. Il tempo è altro.

O no? I ricordi non misurano in un certo senso proprio il nostro tempo, il tempo intimo, personale?

Esiodo.

La storia del tempo è nota. La racconta Esiodo. Ce lo ha ricordato E.

Prima sorge il Caos. Poi Gea, la Terra Madre, dall’ampio seno, solida ed eterna. Poi Eros, che scioglie le membra e prende lo spirito di tutti, patrono del continuare la vita.

Gea, la Terra Madre, per prima cosa genera, da sola, Urano, il Cielo Stellato affinché questi la abbracciasse tutta. Urano fecondava la Terra Madre Gea ma odiava i figli concepiti e non permetteva venissero alla luce. L’uomo greco avrebbe potuto aggiungere che Urano un po’ si vergognava di loro, dal nostro umano punto di vista esseri mostruosi.

Uno dei figli di Gea, il grande Crono, dai pensieri tortuosi (appunto, il tempo!) evirò il padre Urano e ne gettò i genitali in mare fermando la orrenda (dal nostro punto di vista) procreazione primordiale. La spuma del mare fecondata dai sanguinanti genitali uraniani generò Afrodite Urania, la celeste dea dell’amore puro e ideale. Che poi Afrodite fosse anche la Areia (la guerriera, da Ares), la Cipride, la Anzeia (la fiorita), la Pandemia (cioè di tutti e quindi triviale padrona dei cuori umani), all’origine di moti e passioni e… disastri, è altro discorso.

Comincia il dominio di Crono, il tempo, e continua l’opera di creazione. Ma il tempo divora i propri figli e così faceva Crono per scongiurare future cacciate. Già!… scacciare il tempo....

Uno dei figli, Zeus, riuscì a vincere il padre ed esiliarlo nelle Isole dei Beati.

Tempo spodestato? Quale tempo? Il tempo dell’età dell’oro?

Terminò l’età di Crono, mitica, indefinita, sfocata, che non avrebbe permesso lo sviluppo dell’uomo come noi lo conosciamo.

Con Zeus inizia il “nostro” tempo, tempo sociale, misurabile, misurato: il tempo della nostra civiltà.

Il tempo divora i suoi figli e ben lo sapeva Crono, che è stato messo da parte proprio da un figlio. Da allora non è più re, ma non fu affatto sconfitto: Zeus ha permesso, con un atto violento, la vita dell’uomo ed ha esiliato il tempo. Ma il tempo resta e l’uomo vive nel tempo.

(continua)


sabato 2 maggio 2026

Il tempo e... il resto 1

 L'anno scorso la mia Loggia ha lavorato sul tempo: Cronos che divora i suoi figli..., il tempo perduto, il tempo nel Tempio, il tempo della squadra, tempo ciclico e lineare, e così via.

Tutte tavole che mi hanno portato a lunghe riflessioni delle quali ho voluto far partecipi il Maestro Venerabile e i Fratelli di Loggia.


Caro Maestro Venerabile e cari Fratelli tutti

La Loggia quest’anno ha lavorato sul tempo, visto sotto diverse angolature. Ho molto riflettuto e ripensato gli interventi dei Fratelli: mi hanno suscitato nuove riflessioni che vi propongo.

Il mio non è un lavoro sistematico. Sono noterelle sparse, anche ripetitive, scritte in prossimità delle Tornate o in riflessioni estive solitarie. Sono disordinate e discontinue perché le mie idee sono ancora confuse; addirittura oggi non mi ritrovo più in certi miei interventi in Loggia.

Il tempo

Il tempo è fondamento dell’uomo: senza tempo non c’è nemmeno l’uomo. La saggezza popolare (o il conformismo?) spiega il presente come impostazione del futuro (chi ben comincia è a metà dell’opera..., se son rose fioriranno…, chi ha tempo non aspetti tempo...) e fissa nel nostro patrimonio sociale il concetto di impiegare il tempo “proficuamente” (economicamente? – si chiederebbe la società odierna). I nostri antichi avevano concezioni ben diverse: l’otium (per chi poteva permetterselo) non era sterile non far niente – anche se non in tutti – ma la disponibilità alla quiete degli studi nel tempo libero dal negotium.

Sul tempo abbiamo riflettuto tutti noi in Tornate aperte. Tutti hanno condiviso con tutti i propri pensieri (noi diciamo: il cantiere ha lavorato le pietre). Tutti hanno continuato con riflessioni successive e personali (noi diciamo: ognuno ha segnato col proprio marchio la pietra lavorata). Tutti hanno continuato a riflettere anche dopo le Tornate (noi diciamo: il salario guadagnato viene speso nel mondo).

*

E’ particolarmente prezioso il consiglio di E. che ci ammonisce contro certe frasi fatte: "Gestisci il tuo tempo”, "Il mio tempo è finito". Il tempo non è mai stato di nessuno. Prima ne conquisteremo una sicura consapevolezza, meglio potremo percorrere la nostra via nel, sul e attraverso il tempo.

*

Quando usiamo certe parole noi, che proprio sulla “parola” fondiamo i nostri lavori, dovremmo essere ben consapevoli di cosa diciamo. Se usate male, le parole possono essere proiettili micidiali.

Sappiamo cosa vuol dire “riflettere”?

Riflessione deriva dal latino flèctere (= piegare, curvare, torcere, girare) unita alla particella ri (= di nuovo, un’altra volta). Quindi ri-flectere = piegare, curvare di nuovo.

Cosa si piega quando pensiamo?

La riflessione della luce è il fenomeno dei raggi luminosi che ben conosciamo: colpita una superficie appunto ri-flettente tornano indietro “piegando” il percorso. Per estensione immaginiamo che i pensieri ritornino alla mente (da dove sono partiti) per essere ri-pensati e ri-considerati.

*

Il titolo di questi miei pensieri è quello del lavoro di Loggia delle ultime tornate: Il tempo. E’ titolo bello, conciso, significativo.

Cari Fratelli, avrei potuto intitolare queste mie parole con frasi fatte: “Ho riflettuto” oppure “Cosa è per me il tempo” o altro. Ma da tempo, per parlare del tempo, del “mio” tempo, io preferisco usare metafore, figure, immagini. Insomma simboli. Per esempio: “Silvia rimembri ancora?” oppure “Or non è più quel tempo e quell’età”.

Il titolo appropriato per queste riflessioni non può essere per me che uno solo.


(continua)


venerdì 1 maggio 2026

Alla porta della Camera di Mezzo

 

Narratore. La notte sta trascorrendo placida e tranquilla. Ormai l’alba non è lontana.

Io. All’improvviso mi sveglio. Che strano! Non provo più i soliti dolori. Sono qui, nel mio letto, e mi sento bene, senza dubbio meglio del solito.

Narratore. L’uomo tenta di cambiare posizione ma non riesce. Mani, braccia, gambe sono bloccate, come se qualcuno, a sua insaputa, quella notte, l’avesse immobilizzato con corde.

Io. E’ ancora notte. Ma l’alba non è lontana. Tra poco gli uccellini si sveglieranno e cominceranno a cinguettare.

Narratore. Tutti i giorni, ai primi bagliori dell’alba, l’uomo si alza, accende il camino, prepara il caffè.

Io. Un caffè. Il mio rito mattutino. Oggi però non ne ho voglia. Sto bene così, nel letto, senza dolori, accarezzato dai rumori della notte morente.

Narratore. L’uomo temeva quasi che muovendosi ed alzandosi l’incanto cessasse e ritornasse il banale del quotidiano.

Io. Che bello star qui, fermo. I pensieri ti rotolano addosso, accarezzandoti quasi. Pensieri lievi, senza tempo. Pensieri del bimbo che immagina, del giovane che riflette. Ricordi di un tempo che non c’è più.

Narratore. L’uomo ritorna al presente. Steso nel letto prova ancora a cambiare posizione, ma ancora non ci riusce.

Io. Che strano! Pare quasi di esser diventato di sasso.

Narratore. L’uomo non prova dispiacere o rabbia. Erano sentimenti, questi, che non provava più.

Io. Che faccio, ora?

Narratore. L’uomo è stupito per un nuovo flusso di pensieri, scaturiti quasi all’improvviso.

Io. Sono solo. Penso. Voglio pensare a voce alta, a parlare, per sentire la mia voce, un suono umano.

Narratore. L’uomo cerca di parlare, ma la voce non risponde.

Io. Che è questo? Vedo un volo di uccelli, alti nel cielo. Sono in formazione, come aerei che vanno lontano.

Narratore. L’uomo è colpito dall’immagine di uno stormo di uccelli migratori che al termine della stagione vanno altrove.

Io. Potessi volare anch’io! Andarmene, non più costretto in questo letto.

Narratore. Era sempre stato il sogno dell’uomo, un sogno ricorrente, alzarsi in volo e andarsene. Andarsene, e niente altro, non importava dove.

Io. Ma… che succede?… Posso muovermi,… alzarmi… uscire...

Narratore. L’uomo si accorse, all’improvviso, che poteva muoversi, non più imprigionato. Poteva uscire, camminare, forse volare e raggiungere gli uccelli lontani. Il corpo non serviva più. Bisognava abbandonarlo senza rimpianti.

Io. L’uomo, quasi folgorato dall’attimo fuggente, finalmente comprende. E sorride...

Maestro Venerabile, tutto è giusto e perfetto.


Spunto da un racconto di Federico Garberoglio






Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.