28 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 16 - Fine

 Concludo le mie riflessioni sopra una Tavola di Loggia dell'anno scorso. E' solo una conclusione momentanea.

Appendice personale: Il mio Edipo

Aggiungo alcune considerazioni che nulla aggiungono al lavoro precedente, ma possono esserne complementi non superflui.

Ho conosciuto il mito di Edipo fin dalla scuola elementare, come esempio di… oggi diremmo somma sfiga. Lo lessi in una piccola enciclopedia (si intitolava "Il mio amico" ed era in sei volumi) che mi regalò mio padre per il superamento dell'esame di terza elementare (ultimo anno di validità del residuo burocratico dell'obbligo scolastico – già negli anni Cinquanta del Novecento esteso alla quinta elementare – fissato nel 1877 dalla Legge del ministro massone Michele Coppino ai soli primi tre anni delle elementari). Lessi e rilessi quei volumi quasi perdendomi in labirinti narrativi che spaziavano dalla storia alla geografia, dai miti e leggende (la parte che mi affascinò di più furono i miti greci) all’arte ed ai costumi umani (si parlava ancora, in quegli anni, di razze umane e religioni idolatriche!). Edipo mi attirò – ricordo – per l'indovinello (quale bambino non è attratto da un indovinello?), ma molto meno dalla vicenda dell'uomo che sposa la madre, anche se oggi non posso escludere che il racconto dell'incesto fosse stato molto edulcorato in tempi di moralismo imperante (ricordo che i film hollywoodiani dell'epoca mostravano i letti matrimoniali come due lettini single con il comodino nel mezzo).

Come molti miti, Edipo ha intersecato il percorso intero dell'umanità, perché tocca “corde sensibili” dell’uomo: l'allontanamento/abbandono del figlio dalla famiglia, l'attrazione del maschio verso la femmina, il giovane che si sostituisce al vecchio, la legittimazione del nuovo potere.

Edipo in me rimase però per molti anni al livello intellettuale (oggi direi niccianamente apollineo). Sapevo che l'incesto era possibile e che nelle famiglie faraoniche dell'antico Egitto il faraone spesso si univa con una sorella per mantenere “puro” il sangue divino. Ma non andavo oltre un nozionismo appunto intellettuale.

Con la Nascita della tragedia di Nietzsche (autore ignorato nel liceo degli anni Sessanta per il suo presunto filo-nazismo e che io ho affrontato solo in età matura), Edipo passò dal mio lato apollineo alla cripta del Tempio, là dove sta la parte più nascosta di ognuno di noi, il nostro “pentolone” esistenziale dove prudenza vuole ci si avvicini con molta cautela.

Nietzsche critica Socrate e Platone per avere nascosto il dionisiaco a vantaggio dell'apollineo: l'uomo della grecità classica è infatti uomo a metà, solare e razionale, che non vede la parte notturna dell'esistenza e quando si avvicina al "lato oscuro" combina solo guai. E' significativo che nel tempio greco non vi siano cripte, che compaiono solo in età cristiana? Per il solare Socrate è sufficiente conoscere il bene per farlo. Oggi verrebbe da rispondere: Magari fosse così!

Purtroppo per noi c'è anche la notte. E nella notte c'è Oreste che uccide la madre, assassina del padre, e c’è la sorella Elettra che lo spinge al matricidio. Nella notte c'è il padre Agamennone che aveva ucciso la figlia Ifigenia per placare la dea offesa e permettere la partenza della spedizione a Troia. Nella notte c’è il solare e apollineo Apollo che non solo giustifica il matricidio di Oreste, ma addirittura lo incita. Nella notte c'è la maga Medea che uccide i figli. Nella notte c’è Edipo che uccide il padre e sposa la madre dalla quale ha dei figli (ma non tutti i miti raccontano la storia così!). Nella notte c’è Nawal Marwan stuprata dal figlio e ci sono i gemelli Jeanne e Simon che scoprono di essere nati da uno stupro commesso dal loro fratello. Nella notte c'è Edmond Dantès sbattuto in una buia segreta del Castello d'If.

Il lato oscuro fa parte di noi. L’uomo è anche i gelidi spazi bui delle immensità galattiche, ed è anche la profondità di antri cupi e bui (le oscure e profonde prigioni al vizio di muratoria memoria, che spesso troppo ottimisticamente ci raccontiamo come una edulcorata favola): c’è anche l’oscura cripta del tempio nella quale gettiamo tanto di noi ma della quale non parliamo mai (per difesa? per pudore? per dimenticanza? Oppure per incapacità? O per prudenza?).

Eppure lo stesso (solare?) fratello Walt Disney ci ha avvertito che non possiamo separarci dalla nostra ombra. E’ proprio con la perdita dell'ombra che Peter Pan inizia la sua avventura. Nel film disneyano l’ombra di Peter "staccatasi" dal suo “legittimo proprietario” assume una veste di quasi giocosa libertà (temporanea?). Con difficoltà Peter riesce a riprenderla. Che sarebbe successo in caso contrario?

Io posso solo commentare: Per fortuna Peter ricattura l'ombra, altrimenti Peter Pan non sarebbe mai stato Peter Pan.

Perché l’uomo non coglie l’oscurità? La risposta è troppo banale per le “infime profondità” dell’uomo qualunque, quello che il buon Friedrich ha marchiato come “ultimo uomo”: non vediamo l’oscurità proprio perché è oscura; e non vedendola, l'ultimo uomo (il nostro mondo pullula di ultimi uomini!) pensa che non esista e sia solo una costruzione mentale di qualche pseudo-intellettuale.

Quante volte ci siamo detti, nel nostro egocentrico delirio di onnipotenza: A me certe cose non succederanno. Ricordo, nitida, l’immagine di un sogno di qualche anno fa. In un paesaggio tenebroso e inquietante mi si avvicina una figura nera, il volto nascosto da una maschera bianca, un bianco da brivido accentuato da lugubri segni neri. Mi dice, sarcastica: “Pensavi che a te non sarebbe mai successo! E invece... eccomi!”.

Edipo. La figura che avevo razionalizzato per tutta la vita (un modo di tenerla a distanza?) improvvisamente si è trasformato nella inquietante figura del mio sogno.

Eccomi! E’ arrivato il dionisiaco, un flusso magmatico che non so descrivere, attraente e repellente. Edipo ha incontrato il dionisiaco. Jeanne e Simon hanno incontrato il dionisiaco, Edmond in carcere è stato immerso nel dionisiaco.

Calma! Manteniamo la rotta e non facciamoci travolgere dalla burrasca. Ma… per carità!… abbandoniamo le insidiose acque rivierasche e inoltriamoci in alto mare. Non sempre le rotte vicino a riva sono le più sicure!


27 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 15

 Ci avviamo alla conclusione (per ora!) delle mie riflessioni nate da una tavola tenuta in Loggia e dalle considerazioni dei Fratelli. E da altre considerazioni sorte riflettendo durante le tornate successive.

Appunto... per ora!


End

Al maschile è la religione dopo Edipo. Al maschile è il mondo del conte di Montecristo. Edmond ricorda il padre fisico e l'abate Faria, padre spirituale e intellettuale, ma non ricorda nessuna figura materna. La promessa sposa non gli resta fedele Anche le donne che compaiono nella vicenda sono tutte spose o compagne o figlie, quindi dipendenti da una figura maschile.

 L’opinione

Il vecchio. S’intende! Ciascuno ha le sue opinioni.

Il giovine sottile. Ma nessuno, per dir la verità, par che ci s’attenga sicuro, se tutti come lei, prima di manifestarle, vogliono sapere che cosa ne dicono gli altri.

Il vecchio. Io alle mie mi attengo sicurissimo; ma certo la prudenza, non volendo parlare a caso, mi consiglia di conoscere se gli altri sanno qualche cosa che io non so e che potrebbe in parte modificare la mia opinione.

Il giovine sottile. Ma per quello che ne sa?

Il vecchio. Caro amico, non si sa mai tutto!

Il giovine sottile. E allora, le opinioni?

Il vecchio. Oh Dio mio, mi tengo la mia ma — ecco — fino a prova contraria!

Il giovine sottile. No, mi scusi; con l’ammettere che non si sa mai tutto, lei già presuppone che ci siano codeste prove contrarie.

(Pirandello, Ciascuno a suo modo)


Fino a prova contraria. Edmond risponde a questa situazione. La sua vendetta ormai è conclusa, ma la fine del piccolo Villefort è diventato un tarlo invadente.

Danglars pare sinceramente pentito. Lo è? Pare esserlo perché al momento non vede vie d’uscita? Magari, una volta sfuggito alla morte odierà il suo aguzzino?

Edmond non sa. Non può sapere. Caro amico non si sa mai tutto! dirà più di mezzo secolo dopo Pirandello. Ora Edmond si accontenta della “prova contraria” (vera o presunta che sia) che vede di fronte a sé e se ne accontenta, senza attendere rigorose dimostrazioni e pentimenti che si rivelassero sinceri solo nel tempo. Edmond si accontenta e basta. Forse è proprio questo il passo che fa uscire Edmond dalla sua epoca e lo fa entrare nel tempo senza dimensioni.

Politicamente corretto

Attraverso personaggi corrotti e ambiziosi come Danglars, Villefort e Fernand, l’autore mette in luce i mali morali della società del tempo (avidità e sete di potere, egoismo e accaparramento) contrari ad ogni sano principio che dovrebbe essere prevalente.

Ma azzardo alcune riflessioni che nascono dal prendere atto del diverso sentire odierno, dopo un paio di secoli.

*

Mercedes. Promessa sposa di Edmond, si sposa invece con Fernando, nemico giurato di Edmond, delatore fedifrago e ipocrita, e non resta fedele a chi avrebbe dovuto essere il suo compagno, che la trova anni dopo in una posizione sociale invidiabile, ricca anche se probabilmente non felice. L’autore la pone in una luce oscillante tra una sorta di colpevolezza (certo molto meno colpevole dei quattro) e una non negabile infedeltà o, forse meglio, slealtà.

Seguiamo il colloquio decisivo tra Edmond e Mercedes. Parla Edmond.

E perché fui arrestato, perché ero in prigione?”. “Lo ignoro” disse Mercedes.

Sì, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero. [la sottolineatura è mia] Ebbene, ve lo dirò io. Fui arrestato e messo in prigione, perché sotto il pergolato dell'osteria la Riserva, la stessa vigilia del giorno in cui dovevo sposarvi, un uomo chiamato Danglars scrisse questa lettera che il pescatore Fernando s'incaricò di consegnare lui stesso alla posta”.

E Montecristo, andando allo scrittoio, estrasse un foglio... e lo mise sotto gli occhi di Mercedes. Era la lettera di Danglars al regio procuratore...

Mercedes lesse con spavento: “Il signor regio procuratore è avvisato da un amico del trono e della religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento Il Faraone, giunto questa mattina da Smirne, dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera per l'usurpatore, e dall'usurpatore di una lettera per il comitato bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo, poiché si troverà questa lettera, o nelle sue tasche o presso suo padre, o nella sua cabina a bordo del Faraone”.

Oh, mio Dio!” gridò Mercedes… “E il risultato di questa lettera?”.

Voi lo sapete, signora, fu il mio arresto. Quello però che non sapete è che io sono stato per quattordici anni ad un quarto di lega da voi, in una prigione segreta del Castello d'If. Ciò che non sapete, è che ogni giorno di questi quattordici anni ho rinnovato il mio giuramento di vendetta che avevo fatto il primo giorno. Eppure ignoravo che aveste sposato Fernando, il mio delatore, e che mio padre fosse morto, e morto di fame!”...

Ecco ciò ch'io ho saputo nell'uscire di prigione, quattordici anni dopo esservi entrato, ed ecco quello che mi ha indotto a giurare su Mercedes viva e su mio padre estinto, di vendicarmi, e... io mi vendico”.

Grande Dumas, ma legato alle convinzioni (pregiudizi?) del proprio tempo e luogo! Ho sottolineato l’inciso significativo: Sì, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero.

Dopo ventitré anni, dopo tutte le sue vicissitudini, Edmond si permette ancora di aggiungere “almeno lo spero” come se Mercedes potesse avere nella denuncia non certo una improbabile responsabilità ma almeno una qualche cognizione (come se il saperne qualcosa ne avesse fatto ipso facto una oggettiva complice).

Anche qui non posso che prendere atto che il maschilismo di Creonte si è ben prolungato nel corso dei secoli!

Chiedo: che avrebbe dovuto fare Mercedes? Attendere chi o cosa?

Aveva saputo che il promesso sposo era stato arrestato, ma nessuno (tranne i fedifraghi delatori) ne conosceva la causa. Edmond, per lei, era diventato un desaparecido. Non ne aveva saputo più nulla: forse condannato definitivamente alla prigione, forse morto, forse fuggito in terre lontane (a quei tempi non si divulgavano notizie attinenti la sicurezza del regno e non si usciva di prigione per “giusta causa”!). Avrebbe dovuto aspettare un fantasma? Allo stesso tempo – immagino – era sottoposta ad una corte serrata da parte del cugino innamorato o infatuato di lei. Perché non avrebbe dovuto accettarne il corteggiamento? Ci siamo dimenticati del senso spregiativo che fino a non molti anni fa si attribuiva al termine zitella con il quale si apostrofava la donna non sposata?

*

Il finale della storia è molto romantico e sicuramente ottimista.

Haydée. Edmond e Haydée partono veleggiando verso il futuro, finale che il lettore scanzonato non tarda a paragonare, per esempio, a Charlot e alla monella di Tempi Moderni incamminati mano nella mano verso il futuro o al cinico Domani è un altro giorno della Rossella di Via col vento.

Lui ultra-quarantenne, lei sedicenne. Oggi che si direbbe? Vedo già un immenso esercito di “giudici da tastiera” giudicare sull’uomo di mezza età che in fondo in fondo – pensano non troppo nascostamente – non è che un nascosto pedofilo, orco ammantato di belle maniere, che allunga le mani sul frutto proibito.

Pedofilia? Amore inopportuno? O semplice cambiamento di parametri validi allora e biasimati oggi? Rosa Vercellana, (la bela Rosin, che fu prima amante poi moglie morganatica di Vittorio Emanuele II) aveva 14 anni quando incontrò il ventisettenne Vittorio di Savoia. L’attaccamento di Vittorio e Rosa fece scandalo, ma non per l’età di lei bensì per le sue origini non aristocratiche, e scandalizzati furono solo gli aristocratici di corte non la gente comune. Erano frequenti a quei tempi matrimoni con ragazze così giovani, mentre oggi sarebbe reato.

Eugénie Danglars. La figlia di Danglars esce per così dire dal coro. Evita sistematicamente i matrimoni (di convenienza) proposti dal padre. Si intuisce essere legata sentimentalmente a Louise d’Armilly. “Tutti gli uomini sono infami, ed io sono felice di poter fare più che detestarli: ora li disprezzo dichiara all’amica, palesando una fin troppo evidente tendenza sessuale.

Probabilmente l’omosessualità, evanescentemente accennata, nelle intenzioni dell’autore è una ulteriore pennellata sul disordine morale della società francese di Luigi Filippo. Oggi invece, in una “attualità” sconcertante, pare quasi antesignana del canto di Nawal che innalza la libertà oltre i vincoli sociali: il buon Dumas è riuscito a captare il sapore della modernità oltre ogni vincolo anche fisico?

Hermine Danglars. Un’altra figura significativa è Hermine Danglars, sposa in seconde nozze del neo barone Danglars.

Già madre del forzato Benedetto, alias Andrea Cavalcanti, il bimbo nato dalla relazione clandestina, con il procuratore Villefort; già ricca prima di sposare Danglars, con l'aiuto dell’amico e amante Lucien Debray (ben informato sugli eventi politici come addetto al Ministero dell’Interno), si trova scaricata da lui che, uomo onesto (un altro apprezzabile fuori-schema dalla mentalità che vede disonestà in ogni relazione clandestina), le lascia un milionario gruzzolo per gli investimenti con denaro (sottratto al marito) che lei non avrebbe potuto possedere personalmente al di fuori della comunione matrimoniale. Malgrado tutte le rimostranze morali (anche qui Dumas probabilmente intendeva esercitare una critica sociale) è difficile non provare una sincera simpatia per una donna che sa difendersi in una società completamente al maschile.

(conclusione nella prossima puntata)

26 maggio 2026

Canzoni...

La Loggia legge la poesia  Cantares di Antonio Machado


Maestro Venerabile. Fratelli 1° e 2° Sorvegliante avvisate le vostre Colonne che chiamo la Loggia al lavoro.

1° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Meridione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

2° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Settentrione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

Maestro Venerabile. Dispongo che la Loggia lavori sull’uomo che cammina.

Oratore.

Tutto passa e tutto resta,

però il nostro è passare,

passare facendo sentieri,

sentieri sul mare.

1° Sorvegliante. Chi cammina per vie sconosciute deve farsi da sé il cammino.

2° Sorvegliante. Però il cammino è valido solo per te e non per altri.

Oratore.

Mai cercai la gloria,

né di lasciare alla memoria

degli uomini il mio canto,

io amo i mondi delicati,

lievi e gentili,

come bolle di sapone.

1° Sorvegliante. Chi cammina cammina per sé.

2° Sorvegliante. Solo chi cammina per sé può camminare per gli altri.

Oratore.

Mi piace vederle dipingersi

di sole e scarlatto, volare

sotto il cielo azzurro, tremare

improvvisamente e disintegrarsi...

Mai cercai la gloria.

1° Sorvegliante. Chi cammina deve cogliere la bellezza delle piccole grandi cose.

2° Sorvegliante. Chi cerca la gloria non coglie la bellezza delle piccole grandi cose.

Oratore.

Caminante, sono le tue orme

il sentiero e niente più;

Caminante, non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando.

1° Sorvegliante. Chi cammina non ha un tracciato da seguire.

2° Sorvegliante. Chi cammina non ha una mappa che lo aiuti.

Oratore.

Camminando si fa il sentiero

e girando indietro lo sguardo

si vede il sentiero che mai più

si tornerà a calpestare.

1° Sorvegliante. Chi cammina è lui stesso a tracciare il suo cammino.

2° Sorvegliante. Chi cammina non tornerà mai più sui propri passi.

Oratore.

Caminante non esiste il sentiero,

ma solamente scie nel mare...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che il suo passo deve essere leggero come il battello sulle onde.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che le onde sostengono i più pesanti bastimenti.

Oratore.

Un tempo in questo luogo dove

ora i boschi si vestono di spine,

si udì la voce di un poeta gridare

«Caminante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...»

Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo sul sentiero.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo verso il non si sa.

Oratore.

Il poeta morì lontano dal focolare.

Lo copre la polvere di un paese vicino.

Allontanandosi lo videro piangere.

«Caminante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...»

Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che non tornerà indietro.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che andrà in esilio.

Oratore.

Quando il cardellino non può cantare.

Quando il poeta è un pellegrino,

quando non serve a nulla pregare.

«Caminante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...»

Colpo dopo colpo, verso dopo verso.

Maestro Venerabile. Chi cammina sa che deve camminare.


Nel testo di Machado ho lasciato il termine spagnolo Caminante non tradotto.

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 14

Continuano le riflessioni che dal Canada e Libano di Nawal, attraverso la Tebe di Edipo e Atene di Oreste, mi hanno portato all'Edmond Dantès della Francia di Luigi Filippo.

Ma il mio punto di vista è del mondo di oggi...


Chi nega la prospettiva della casualità sfortunata nella vicenda di Edipo grosso modo fa le seguenti valutazioni.

Qual era la probabilità di un neonato abbandonato sul monte Citerone di essere raccolto e non perire? E la probabilità di andare a Tebe e non altrove? E di incontrare per la strada due tizi che lo aggrediscono e che lui uccide? Qual era la probabilità di diventare re sposando la regina vedova? E così via. La probabilità di una tale catena di eventi è talmente minima da spingere a concludere: non potendo capitare per caso, è successo così perché così doveva succedere. Pare quasi che Edipo sia la pallina del flipper che una volta lanciata sul piano inclinato andrà sì! qua e là con rapide ed effimere risalite, ma alla fine sempre laggiù dovrà terminare la corsa, proprio nella buca di uscita. Volontà superiore? No, semplice fisica elementare. Conclusione: il destino lì ha portato Edipo, perché così doveva andare. Il determinismo è tentazione più insidiosa del serpente del Paradiso Terrestre!

E’ infatti immediato ribattere che una probabilità pur piccola piccola, quasi vicina allo zero, non è zero (cioè evento impossibile). Per cui un evento con una sia pur minima probabilità di verificarsi non è affatto impossibile e non si può correttamente dedurre che non potrebbe mai accadere se non ci fosse una "superiore volontà”.

Ancora. Edipo abbandona volontariamente la città. E perché non andare dalla fiorente Corinto alla altrettanto fiorente Tebe, un grande centro distante solo un centinaio di chilometri, una manciata di ore di strada a piedi? E’ litigioso con due arroganti che pretendono la precedenza? I due sono arroganti perché uno è il re di Tebe, Edipo ribatte irascibile perché è figlio del re di Corinto e, per di più, si trova in uno stato psicologico alterato dalla recente scoperta: il litigio diventa praticamente obbligato ed è nelle cose che in uno scontro fisico il più giovane abbia la meglio. Il matrimonio con Giocasta non è dettato da legami di amore (mancano corteggiamento e una qualche, per così dire, “affinità elettiva”), ma è legittimazione dell’autorità ottenuta.

Improbabile? Forse; ma improbabile non vuol dire impossibile.

Accade spesso che in certi avvenimenti tragici della vita quotidiana si pretenda l’intervento del destino, che invece non va scomodato. Per esempio. In un rettilineo un’auto guidata da un giovane esce di strada nell’unica curva a gomito del percorso e si scontra contro l'unico albero della zona. Era buio, pioveva, l’auto è distrutta e il guidatore è morto.

Comunemente si dice: è stata una fatalità, era il suo destino morire così, un metro prima o un metro dopo e non sarebbe morto!

Se analizziamo la situazione dovremmo invece fare un ragionamento diverso.

Era tardi; era buio e pioveva. Il guidatore, uscendo a quella determinata ora da quel particolare locale, con quel certo grado di stanchezza, andando a quella velocità (né di più, né di meno) con quel grado di usura di freni e pneumatici sull’asfalto bagnato, muovendo leggermente il volante in un verso e nell’altro, come si fa guidando, proprio con quei movimenti esigui e non con altri, aveva innestato una catena di piccoli eventi che “necessariamente” ha portato l’auto ad uscire di strada in quel particolare punto (non prima né dopo) con quella direzione e quella velocità e terminare la corsa contro l’unico albero della zona e non altrove.

Conclusione: non è stato il destino, ma la conseguenza di una serie di eventi innestati da chi era alla guida. [Sono debitore di questo esempio al prof. Matteo Saudino del canale Youtube Barbasophia].

Si può anche aggiungere: era estremamente difficile (se non impossibile) prevedere la successione esatta degli stessi eventi prima del loro verificarsi, ma è sbagliato attribuire a un presunto destino fatale la responsabilità del loro verificarsi.

E’ corretto supporre che il destino dell’uomo Edipo fosse segnato dal Fato?

Se consideriamo Edipo un singolo uomo è certo “surplus metafisico” immaginarlo perseguitato dalla sorte: perché mai avrebbe dovuto nascere con quel destino già stabilito? E poi: stabilito da chi, o da cosa? E perché?

Se invece consideriamo Edipo un simbolo collettivo, allora la risposta può essere diversa. Se per esempio Edipo viene inteso come segno della società al femminile di contro a Creonte segno di quella al maschile, allora il suo destino è segnato dalla fatalità, non metafisica ma storica, e il simbolo Edipo ha effettivamente il destino segnato. Che poi il vincitore Creonte si trovi sperduto tra macerie e cadaveri non potrebbe essere una rivalsa mitologica del narratore di parte perdente? Non sempre la storia è scritta dai vincitori!

*

Credo comunque che si debba essere molto prudenti in letture così particolari, perché il rischio di stravolgere il mito può essere elevato.

Narwan non è nel mito: è una donna di oggi. E’ stata torturata e violentata: l’innamorato ucciso dai fratelli, il figlio sottrattole alla nascita, rinchiusa per quindici anni in una cella lunga appena tre passi, torturata e violentata. Scoprirà – ultimo colpo della sorte! – che il violentatore padre dei suoi figli è lo stesso figlio mai dimenticato. Eppure il suo appello contro l’odio, sapiente sintesi di forza e bellezza malgrado tutto e malgrado tutti, è un inno alla libertà che stravolge i singoli fatti e dà significato al futuro contro i nichilismi intellettuali.

E’ quello di Narwan un destino immutabile già scolpito nelle stelle oppure una serie di coincidenze sfortunate?

Anche qui la risposta dipende dalla prospettiva di chi risponde: per gli uni è sbagliata la risposta degli altri, e viceversa.

La risposta di Edipo è rivolta alle figlie: Ma esiste un'unica parola, che premia ogni durezza della vita: intimità, quel sentirvi sue che da nessun altro aveste, più che da questo vecchio, che vi lascia, e che non sopporterete più nei vostri giorni. Altri traducono “intimità” con amore; e amore da nessuno più che da me ne aveste, conclude Edipo il saluto alle figlie.

E’ una risposta sorprendentemente personale e soprattutto intima, anche nel caso in cui Edipo, Antigone e Ismene vengano intesi come gli ultimi sprazzi della morente religione al femminile: non ci sono connessioni del vecchio che scompare con il nuovo che sorge. Per questi motivi non può esserci una risposta universale; però come non cogliere la bellezza di Edipo e di Narwan?

La risposta di Narwan è diretta ai figli ma è pure un grande messaggio di speranza che travalica i singoli personaggi e le prospettive parziali per assumere valenza generale, oserei dire universale. Il notaio libanese aveva detto ai gemelli: Voi dovete capire che quel periodo è una successione di rappresaglie susseguitesi l'un l'altra in una logica implacabile, come in una addizione. Narwan vuole spezzare la catena dell'odio. Rifiuta la logica implacabile che incasella il mondo in vittime e colpevoli, cioè in buoni e cattivi.

Attenzione! Non significa non schierarsi perché hanno tutti ragione o tutti torto; vuol dire che è necessario schierarsi, ma senza partigianerie e faziosità.

In gran parte degli uomini prevalgono spinte irrazionali. L’uomo cerca posizioni sicuramente drastiche ma... molto rassicuranti, specie in questo odierno mondo “fluido” dove non c’è più bianco e nero ma solo un amorfo grigio. Chi non ha mai provato la tentazione di trasformare una persona non amica in nemico (ho un nemico, quindi esisto), il desiderio di prevaricazione (io comando, quindi sono), il desiderio di alzare le mani (io picchio, quindi valgo) piuttosto che convivere pacificamente con gli altri (come se si dicesse: io convivo, quindi non valgo)? Chi non giustifica il proprio diritto di rivalsa e vendetta (se lo fanno loro, perché io no?) o di semplice dispetto verso gli altri?

Come se dicesse: Io… tutto questo, quindi io sono.

E invece no!… tu non sei.

(continua)


25 maggio 2026

Io, un uomo

 

Sono un uomo come tanti. Ma non uomo qualunque, termine che riporta ad una patologica sfiducia verso tutti e spesso verso tutto, che aborro perché pare quasi esaltazione della personale mediocrità (il contrario dell’oraziana aurea mediocritas, la moderazione d’oro). Sono un navigatore del quotidiano, perché quotidianamente io viaggio e navigo pur restando fermo.

Mi puoi dire: vivi i tuoi giorni uno uguale all’altro?

No! Sembra forse così a chi non sa andare oltre le apparenze.

Mi vedono sempre qui, ma sanno dove io vado veramente? Io sono qui, ma non sono qui, sono altrove.

Là dove vado nessuno può seguirmi: il cammino è solo mio, nessun altro lo può percorrere. Ed è un sentiero strano, quasi segnato nell’aria, come se i passi ti dirigono là dove il profumo pare diverso,

Caminante, sono le tue orme

il sentiero e niente più;

caminante, non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando.

Camminando si fa il sentiero

e girando indietro lo sguardo

si vede il sentiero che mai più

si tornerà a calpestare.

(Antonio Machado, Cantares)

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 13

 Le riflessioni continuano. 


Pensierino finale ?…

I gemelli riescono a ricostruire la loro storia: sono nati non da un atto di amore ma da una violenza scientemente perpetrata dal carnefice per distruggere psicologicamente e fisicamente la madre. L’autore della violenza e loro padre biologico è il fratello biologico. La realtà fisica è discorde da qualunque prospettiva di vita: è un aberrante 1 + 1 = 1.

Come uscirne? Nawal suggerisce un sentiero impervio e difficoltoso: spezzare la catena dell’odio. Uscire dalla deterministica logica ancestrale: tu fai una cosa a me e io faccio la stessa cosa a te, e così via. Spezzare l’orrendo se… allora...

Spezzare la catena dell’odio, l’ultimo messaggio di Nawal, non è dissimile dall’ultimo messaggio di Edipo: intimità che accomuna. Qualcun altro, sette secoli fa, parlò dell’amor che move il sole e l’altre stelle. Edmond ribadisce: con tutta l’umiltà del cristiano… aspettare e sperare…

C’è un filo conduttore fra Edipo, Edmond e Nawal: speranza e fiducia. Non faccio fatica a riconoscerlo messaggio universale che al di là di ideologie e religioni unisce uomini di luoghi diversi e di tempi diversi. E’ esattamente questo il compito del Maestro muratore, mettere assieme e unire ciò che è sparso e diviso, utilizzando la calcina della fiducia e della speranza.

*

Ha senso oggi parlare di percorsi lontani nel tempo? La vicenda di Edipo è ormai talmente destrutturata da essere stata ridotta a problema paradigmatico.

Edipo è sul confine tra due mondi. Edmond lascia un mondo alla ricerca di un nuovo mondo. Pure lui in un certo senso è sul confine.

Anche noi oggi siamo al confine di un mondo che si sta esaurendo e qualcosa che verrà. Viviamo la crisi del mondo al maschile. Il mito di Edipo integrato con l’eredità di Nawal e impregnato della speranza di Edmond ci impone di riflettere: non ritornare alle origini sostituendo al maschile il femminile, con funeree coloriture di “uguale e contrario”, ma andare ancora oltre. Come? Non so rispondere. Forse possiamo provare a fondere maschile e femminile in una nuova forma transgender che riesca ad essere sia l’uno che l’altro e qualcosa di più: 1 + 1 non più uguale a 2 e nemmeno a 1, bensì tendente a 3.

…o iniziale ?

Resta una domanda fondamentale. Tutto è accaduto perché gli avvenimenti sono inseriti in un flusso finalistico che non può che portare a quella conclusione oppure le cose avvengono casualmente? In termini concisi: caso o necessità?

La domanda si intreccia alla vita dell’uomo. Ma l’uomo stenta a capire.

Un tizio estrae una moneta dalla tasca e prima di lanciarla in aria chiede quale sia la probabilità che il risultato sia “testa”. I presenti rispondono in coro: “50 per cento”. Il tizio lancia la moneta, la copre e chiede: Qual è la probabilità che sia uscita testa? Tutti ancora rispondono: “Stessa domanda, stessa risposta. L’abbiamo già detto: 50 per cento”.

No, non è così. La situazione è radicalmente cambiata e la domanda è diversa: da un’incertezza aleatoria su ciò che deve ancora succedere e non si può prevedere si è passati a un’incertezza conoscitiva su ciò che è già successo ma ancora non si conosce. La risposta potrebbe essere diversa?

Il tizio mostra infine il risultato: effettivamente è testa; ma – aggiunge – la sua è una moneta particolare, con “testa” su entrambe le facce. Se quel tizio avesse permesso ad uno dei presenti di esaminare la moneta prima del lancio la risposta di costui sarebbe stata diversa da quella degli altri perché lui solo avrebbe avuto un “di più” di conoscenza”. E se un terzo tizio, pur non sapendo nulla della moneta, si fosse fidato ciecamente di lui e lo avesse seguito nella risposta “testa”, avrebbe dato una risposta non per aumento di conoscenza ma solo per fiducia nell’altro.

L’esempio dice che la probabilità di un certo evento dipende non solo dai cosiddetti “dati conosciuti”, ma anche dalla “fiducia” che quell’evento si verifichi. La fiducia si basa su ipotesi, sensazioni e conoscenze spesso soggettive e non sempre prevedibili.

La probabilità insomma non è proprietà oggettiva dell’evento, come potrebbe essere la temperatura, ma dipende dall’osservatore; quindi non è concetto che esista di per sé ma è costruzione umana basata su valutazioni e supposizioni diverse, spesso dubbiose.

Questo è un modo di pensare cui non siamo abituati e forse molti sentono estraneo.

Infatti l’uomo tendenzialmente ragiona in termini di implicazione “se… allora…”. Implicazione viene dal greco em-plèkein (= piegare insieme, avvolgere), derivato da una radice proto-indoeuropea plek (= intrecciare). Quindi: attorcigliare, intrecciare, avvolgere, frammischiare (Nota Bene: frammischiare = mescolare tra loro cose diverse, come nel miscuglio olio e aceto).

L’uomo tende a “legare” assieme due eventi anche se appaiono slegati. Pensiamo al nostro antenato nella boscaglia: ode un rumore sospetto oppure vede un’ombra strana e subito fugge. Forse è segno di un pericolo o forse no. Ma (pensa l’antenato – cioè: non pensa ma lo fa d'istinto): se c’è un pericolo allora io fuggo. La mente ha collegato i due eventi interpretando il primo (odo un rumore) come segnale di pericolo e il secondo (io fuggo) come conseguenza logica.

La mente dell’uomo è programmata in modo da ragionare per classificazioni e implicazioni: il nostro “centro direzionale” attribuisce significato a ciò che percepiscono i sensi e si trova a disagio se non riesce a farlo. L’esempio che mi viene in mente è immaginare la faccia umana nella luna o in certi paesaggi (un esempio per tutti: la collina chiamata Punta del Nasone sul Vesuvio) o il "vedere" costruzioni artificiali in certe particolari ombre sulle foto di un pianeta lontano oppure vedere lontane distese d’acqua in aridi deserti. La fuga a seguito di un rumore interpretato come segnale di pericolo senza dubbio offre all’uomo della foresta maggiori opportunità di sopravvivenza rispetto al non fuggire.

Però dobbiamo porci una domanda. E’ corretto estendere interpretazioni circoscritte a un certo ambito anche altrove? « Se nel mondo ogni oggetto è costruito da qualcuno allora qualcuno ha creato il mondo» è ragionamento corretto?

Il buon Kant ci ammonisce che l’idea di avere in tasca trenta talleri (all’epoca una somma consistente) non possa significare che in tasca io realmente li abbia. Ciò non impedisce di credere di averli effettivamente in tasca oppure che qualcuno abbia effettivamente creato il mondo, ma mette in guardia dalle illusioni costruite dalla mente, che vede presunti collegamenti anche là dove non ce ne sono.

Se nel mondo quotidiano la soggettività può influire fortemente sul modo in cui si valuta l’accadere di un avvenimento, non possiamo non domandarci se le nostre rappresentazioni del mondo siano corrette o almeno attendibili o, invece, troppo “soggettive”.

Chi ha avuto frequentazione di lavori di Loggia prima o poi si è imbattuto in qualcuno che ha detto: “Il caso non esiste. Lo diceva persino Einstein che Dio non può giocare a dadi con il mondo!”. Questo buon fratello tralascia il resto. Non sa che Niels Bohr, uno dei padri nobili della meccanica quantistica, replicò una volta ad Einstein di smetterla di dire a Dio cosa deve fare con i suoi dadi. Cosa vuol dire? Semplicemente che nel campo metafisico e gnoseologico si è proceduto troppo spesso per supposizioni personali basati su nostre presunte estensioni delle regole del mondo fisico ritenute valide per tutto e per tutti. Chissà? Magari Dio odia giocare con i dadi, oppure i suoi dadi sono molto diversi dai nostri. Oppure non ci sono i dadi di Dio e non c’è nemmeno Dio! Oppure, ancora, "caso" è la parola che noi usiamo per indicare qualcosa che ancora non comprendiamo, ma che esiste.

(continua)


24 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 12

 Continuano le riflessioni


Destino?

Esiste il destino? Si può cambiarlo? Ha senso tenere un comportamento etico se qualunque azione inevitabilmente porta a ciò che si voleva evitare? Oppure è più opportuno accettare il fato perinde ac cadaver (allo stesso modo passivo di un corpo morto) in balia di una “volontà superiore”?

La dea Ananke (= necessità, inevitabilità, costrizione), che Platone intende come madre delle Moire, era poco adorata al di fuori dei Misteri. Oggi aggiungeremmo: “per forza”! Nemmeno noi potremmo adorare una dea che significa appunto “per forza”! Come i Greci non adorarono nessun dio o dea che volesse dire “per caso”.

*

Quello di Edipo e di Nawal è stato un destino possibile oppure il destino necessario? Casualità o causalità?… Oppure… oppure... esistono certi strani incroci in cui tutto è possibile... anche l’impossibile?...

Nella società greca il discorso è semplice, nella nostra invece diventa (artificiosamente?) complicato. Ha (ancora) senso l’osservazione di Lévi-Strauss che i sistemi sociali semplici orientano e prescrivono (per esempio la scelta del coniuge all’esterno del gruppo) mentre i sistemi sociali complessi (come per esempio il nostro odierno occidentale) non orientano ma si limitano a proibire? Ma – ecco il punto focale! – in nome di quali valori da tutti riconosciuti?

Giocasta si uccide, inorridita da ciò che è stato commesso; Edipo si acceca, inorridito da ciò che è stato commesso. Maledice i figli (attenzione! solo i maschi!). Le sue ultime parole a Colono sono di pace per le figlie per la vicinanza che immedesima.

Nawal Marwan è talmente inorridita da ciò che è successo da ritenere fondato il sospetto che il suo malore fatale sia diretta conseguenza (questa sì causa e non caso!) de avere scoperto che il torturatore padre dei gemelli è il figlio sempre cercato e mai dimenticato. Ma Nawal non si uccide, non impreca e non maledice nessuno, e men che mai maledice il suo torturatore. Lascia in eredità l’impegno di rompere la catena dell'odio. Pare quasi un novello Hiram che si rialza vivente dalla fossa in cui era stato gettato dai tre compagni traditori e non pensa a vendette o rivalse.

Le ultime parole di Nawal sono amorevoli; i gemelli accettano di spezzare la catena dell'odio; il terzo figlio riflette silenziosamente davanti alla tomba della madre. Una fine e un inizio?

Io vedo un forte collegamento di Nawal con Edmond, che se ne va rappacificato con il mondo. Edmond lascia in eredità a Massimiliano e Valentina anche un ingente patrimonio ma la sua vera eredità è un grande insegnamento e una significativa prospettiva di vita.

Dite all'angelo che veglierà sulla vostra vita di pregare qualche volta per un uomo che, simile a Satana, per un momento si è creduto simile a Dio e ha riconosciuto, con tutta l'umiltà di un cristiano, che nelle mani di Dio soltanto sta il supremo potere e la infinita sapienza. Queste preghiere addolciranno forse i rimorsi che porta con sé nel profondo del cuore… Non vi è né felicità né infelicità in questo mondo, è soltanto il paragone di uno stato ad un altro, ecco tutto. Solo chi ha provato l'estremo dolore può gustare la suprema felicità. Bisognava aver bramato la morte per sapere quale bene è vivere. Vivete dunque e siate felici... e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all'uomo l'avvenire, tutta l'umana saggezza sarà riposta in queste due parole: Aspettare e sperare.


(continua)

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.