12 giugno 2026

Ancora nel Gabinetto di Riflessione 4

 Si conclude l'esperienza di Ulisse nel Gabinetto di Riflessione. E' inutile starvi prima del Passaggio a Compagno?

Esaù e Giacobbe

« Potresti anche aver ragione sugli altri – ribatte Ulisse-2 – ma lasciali perdere. Concentrati e cerca che Forza e Bellezza acquistino un senso per te.

Bellezza non significa chiamare in ballo l’estetica. Qui l’estetica non c’entra nulla. Bellezza è una specie di canone costruttivo, che in un certo senso riesce a incanalare la forza bruta mantenendola sempre forte ma plasmandola e controllandola. C’è differenza tra la Forza di un minus habens e la forza del Libero Muratore: il primo si preoccupa solo di forza, resistenza e solidità, il secondo ha un orizzonte più ampio, perché sa vedere oltre e comprende che vi sono altri aspetti oltre la forza bruta ».

Ulisse-2 continua.

« Pensa, Ulisse, al significato del mito di Esaù e Giacobbe. Sono gemelli, ma sono completamente diversi. Uno è il tipico selvaggio, tutto muscoli, che dirige il suo pensiero solo dove sono i suoi interessi immediati. Ha insomma un pensiero limitato ad un solo settore per volta. L’altro, Giacobbe, sa andare oltre, con il pensiero e con le azioni. In più ha l’appoggio della madre Rebecca, cioè della Bellezza.

Certo, non tutti possono comprendere.

Certo, la Massoneria si rivolge ad una élite, è vero, ma non nel senso sociale, anche se molti massoni così l’hanno trasformata (e questo è uno dei segni della sua degenerazione!). La Massoneria si rivolge a chi cerca, a chi vuole cercare, a chi non può fare altro che cercare e cercarsi ».

Profano

Ulisse-2 è ora incontenibile.

« Tu sai, Ulisse, che io non uso il termine “profano”, che non mi piace. Viene utilizzato generalmente come sinonimo di non massone, per distinguere chi sta fuori della Loggia da chi sta dentro, come etichetta che classifica qualcosa che non è classificabile così superficialmente. In realtà il profano esiste e il suo senso non coincide necessariamente con non massone. Profano è chi resta alla superficie e non approfondisce, come la schiuma resta sulla superficie dell’acqua. Profano è il superficiale. E in questo senso esistono purtroppo tanti massoni che sono profani, “galleggiano” sulla Massoneria come la schiuma sul mare. Insomma, restano sulla superficie di se stessi!

Tanti sono i problemi che un uomo non può affrontare da solo e deve essere insieme ad altri. Se il lavoro muratorio si svolge come dovrebbe diventa indagine interiore ed ognuno contribuisce non con cose lette e rimasticate ma con esperienze personali; allora l’aiuto che tutti danno a tutti diventa effettivo, quasi terapeutico.

Molti purtroppo intendono il silenzio come attributo dell’Apprendista e, una volta passati di grado, si comportano come se il Compagno o il Maestro avessero quasi l’obbligo di parlare ».

Silenzio

« Sì, ricordo cosa mi ha detto il Vecchio Copritore – qui Ulisse pare all’altezza della situazione – Quando avrai guadagnato il diritto di parola in Loggia, ricordati sempre di aspettare che parlino prima gli altri: magari qualcuno dirà ciò che vuoi dire e lo dirà meglio! ».

« Appunto! – continua Ulisse-2 –  Il silenzio è un atteggiamento molto particolare e allo stesso tempo molto ampio. Si può stare in silenzio perché felici. Si può stare in silenzio al contrario perché infelici. Si può stare in silenzio perché appagati. Si può stare in silenzio perché angosciati. Si può stare in silenzio perché concentrati su altro. Si può stare in silenzio perché stanchi. Si può stare in silenzio perché indifferenti. Si può stare in silenzio perché annoiati.

Consapevolezza

E tu, Ulisse, perché stai in silenzio? E non dire che taci perché così deve essere: non è una risposta, è solo un ripetere ciò che altri ti hanno detto. Ma se vuoi essere Massone, non devi limitarti a ripetere ciò che ti dicono gli altri. Il tuo silenzio deve essere concentrazione massima sul tuo dentro e non giochino con cose grandi ».

« Ne sono consapevole ».

« Ulisse, non parlar di consapevolezza senza sapere cosa sia. Sì, certo che capisci, ma non la pratichi, non la senti. La consapevolezza va avvertita, “sentita”, sempre, di giorno e di notte. Non son queste, cose da comprendere con la ragione, ma da sentire nel flusso dell’energia vitale.

L’uomo è come un corpo quasi del tutto sepolto, una specie di iceberg terrestre. E’ visibile solo una piccola parte che esce dal terreno, tutto il resto è sepolto, ben nascosto. Andarci dentro è scavare nelle proprie viscere, senza sapere cosa si troverà, tesori nascosti o mostri terribili. Ma è un lavoro da fare altrimenti non potrai conoscerti.

Apprendista e Compagno nella cripta. L'immaginazione

E’ una discesa nella propria cripta, là dove è nascosto il segreto più prezioso del Libero Muratore. Il Secondo Grado vuole insegnarti ad allentare la rigidità del ragionamento.

Da Apprendista hai lavorato privilegiando l’intelligenza costruttiva. Ora come Compagno devi “modellare” il tuo lavoro. Ci devi mettere del sentimento, delle emozioni. Ci devi mettere del “tuo” ».

Ulisse-2 continua.

« Insomma devi imparare ad avere immaginazione. Ma, attento! L’immaginazione è una signora molto potente, forse addirittura più forte della Forza (se mi passi il  bisticcio di parole!). E’ una signora bianca che può diventar nera o di tutti i colori, se si mette a fantasticare senza fondamento (appunto, senza la Forza!); e allora ti trasporta lontano, troppo lontano, verso le più strampalate manie a volte pericolose, spesso sterili e fuorvianti. Sarebbe un inutile spreco di energia ».

Ulisse ribatte stancamente: « Ma mi hanno sempre detto di stare con i piedi per terra! »

Ulisse-2 ha la risposta pronta.

« Certo, ma stare con i piedi per terra non significa privarsi dell’immaginazione.

Significa invece evitare l’immaginazione sfrenata, frivola e vana, l’immaginazione del superficiale,  che si accontenta di rimanere appunto alla superficie delle cose ».

« Faccio fatica a distinguere tra immaginazione valida e immaginazione sfrenata ».

« La differenza non dipende dall’immaginazione, ma da chi immagina. Un sogno, per esempio, non è immaginazione vacua e sterile: dal profondo emergono simbologie personali che ti aiutano a conoscerti. L’immaginazione sfrenata è quella di chi crede di essere l’uomo volante e si butta giù da una finestra. Oppure di chi va alla ricerca di cose strampalate. L’Immaginazione valida invece va abbinata alla Forza.

La Forza è diretta. Ha una direzione e quella segue. Va dritto, non sa deviare. L’hai già incontrata la prima volta in cui hai bussato alla porta della Loggia ».

Ulisse è pronto a ribattere: « Non ricordo questa brutalità della Forza ».

Maglietto e scalpello

« Non puoi ricordarlo – spiega Ulisse-2 – perché il nostro Rituale qui è molto succinto. Altri Rituali invece sono più chiari. Nel Rituale Emulation dopo il giuramento il Maestro Venerabile spiega al neofita: I pericoli ai quali siete sfuggito sono quelli di essere trafitto e strangolato, perché, quando siete entrato nella Loggia, questa spada venne puntata contro la parte sinistra del vostro petto nudo, per cui, se vi foste temerariamente gettato in avanti, sareste stato complice della vostra morte facendovi trafiggere, perché il Fratello che la brandiva sarebbe rimasto immobile, facendo il suo dovere. Qual è il senso della spiegazione se non quello di indicare che la Forza indirizzata verso una certa direzione, si muove solo verso quella direttrice? ».

« Te l’hanno pur detto – continua Ulisse-2 – che se colpisci una pietra con il solo mazzuolo puoi solo spaccarla, se il colpo è abbastanza potente; altrimenti la scalfisci. Se devi lavorar di fino hai bisogno dello scalpello, che “controlla” la direzione della Forza, permettendo non di scheggiare la pietra, ma di scolpirla, il che non è lo stesso.

Ecco perché la Forza deve essere sempre accompagnata dalla Bellezza ».

Ulisse ribatte che ne è consapevole, ma Ulisse-2 continua.

« Ascolta, è una questione importante. Forza e Bellezza debbono collaborare, altrimenti l’azione è bloccata. Tra poco, appena sarai entrato in Loggia come un Apprendista postulante il Secondo Grado, dovrai compiere alcuni viaggi. Prima di partire il Maestro Venerabile ti spronerà a conseguire una conoscenza più sottile: “alla Forza dell’Intelletto – ti dirà – dovrete aggiungere la Bellezza dell’Immaginazione”. Non ti dirà invece una cosa che dovrebbe essere scontata, ma non sempre lo è: che Forza e Bellezza debbono cooperare, altrimenti la loro unione diventa inutile e sterile ».

« Ovvio » osserva Ulisse.

Ma Ulisse-2 lo mette in guardia.

« Attento Ulisse. Non essere troppo facilone e perentorio. Dire che Forza e Bellezza devono cooperare è detto bene ed è “bello” dirlo. Ma la cooperazione non è facile. L’Intelletto cerca di comprendere concetti e pensieri ed elaborarli, l’Immaginazione elabora liberamente certi pensieri ed esperienze e lo fa al di fuori di esperienze pratiche. Se l’Immaginazione ti proponesse l’Ouroboro, il serpente che si mangia la coda, come simbolo sul quale riflettere, e contemporaneamente l’Intelletto ti suggerisse che è una raffigurazione impossibile perché non esiste nessun serpente tanto stupido da mordersi la coda, allora la validità del simbolo sarebbe compromessa e il simbolo rimarrebbe muto ».

« Ulisse – continua Ulisse-2 – questa è una situazione limite, ma è molto frequente la possibilità che l’Intelletto o la ragione intacchino la validità di un simbolo semplicemente suggerendo che sia  inutile riflettere sopra qualcosa di troppo vago o di logicamente impossibile ».

Ulisse riflette a voce alta. « Deve esserci da qualche parte un punto cui riferirsi. Come potrei salire su una scala senza un punto di riferimento? ».

« Fulcro – riprende il suo inseparabile compagno – si chiama fulcro, non ricordi? Ma stai attento, Ulisse, tu non sei la leva di Archimede, che ha bisogno di un punto di appoggio altrimenti non può funzionare. Devi semplicemente concentrarti sul tuo centro di gravità, che non è il punto dove si applica il peso che ti vuol portare verso il basso. E’ una specie di punto di configurazione o di identità che tiene unite tutte le parti che messe assieme formano l’uomo Ulisse ».

« Quindi anche te! - ribatte piccato Ulisse.

« Certamente! - risponde un po’ pomposamente Ulisse-2 – io, te, tutti noi (anche gli altri Ulisse che tu ancora non conosci) partiamo proprio da lì ».

La porta si apre silenziosamente. È il Vecchio Copritore: « Ulisse, andiamo. E’ ora ».

Ulisse esce. Ulisse-2 fa in tempo ad esortarlo velocemente: « Non pensare al futuro basandoti su ciò che sei ora. Magari non te ne sei accorto, ma sei già un po’ diverso e i tuoi pensieri rischiano di diventare elucubrazioni sterili ».

« Bisognerebbe sostare nel Gabinetto di Riflessione prima di ogni Tornata » gli risponde silenziosamente Ulisse.

Il Vecchio Copritore, ora Esperto, gli consegna un Regolo di 24 pollici:

« Ulisse, cominciamo. Appoggia il Regolo sulla spalla sinistra. Hai già il tuo grembiule da Apprendista. Ricordati che il Rito che stai per affrontare simbolicamente si indica come passaggio dalla Perpendicolare alla Livella. Vai alla porta e bussa ».

Ulisse va, e bussa tre volte alla porta chiusa:  ●  ●  ●

(fine)

Ancora nel Gabinetto di Riflessione 3

 Segue dal post precedente.


« Ulisse, tu sei come sei, non come credi di essere. Quando compi una “buona azione” sei sicuro di non avere altri fini? Per esempio soddisfare la tua vanità e il tuo orgoglio col dirti di aver compiuto un’azione positiva? Pensa e rifletti. Apriti! ».

« A che cosa? ».

« Ma a te stesso, diamine! ».

Ulisse-2 continua: « Il Vecchio Copritore ti ha parlato di una scala curva sulla quale il Compagno deve salire per andare a riscuotere il salario. E allora, Ulisse, salici su questa scala! Non cogli niente? Scendi e risali. E questa volta? Ancora niente? Bene, ridiscendi e risali ancora, ogni volta più concentrato. Provando e riprovando...

Provando e riprovando

Ricordi Ulisse i tempi del liceo? Allora spesso ti parevano studi noiosi, ma oggi?...

Quel sol che pria d’amor mi scaldò il petto

Di bella verità m’avea scoverto

Provando e riprovando, il dolce aspetto ».

« Sì, ricordo. E quei versi oggi mi paiono più significativi di allora » risponde Ulisse.

« Ulisse, concentrati sul provando e riprovando. Lì sta il segreto, non tanto della Massoneria, quanto dell’uomo (ma è la stessa cosa!). Altro che massoni padroni occulti dell’universo, adoratori della grande bestia o roba del genere!

In cima alla scala finalmente avrai gli strumenti per “ritrovarti”. Ritrovarsi è un riconoscersi.

I mostri che abbiamo dentro e il fuoco

Hai già avvertito in te l’esistenza di quelli che chiamiamo “mostri che abbiamo dentro”.

Hai già compreso che non è possibile domarli tutti e neppure completamente. Ora cambia punto di vista. Non pensarli come condanna e dannazione, ma considerali come ricchezza, abbondanza di energia, utile, ma da tenere sotto controllo. E soprattutto convinciti che non abbiamo dentro solo mostri.

Pensa di essere come una grossa automobile con un grande serbatoio di carburante. Ma il carburante va centellinato, come un buon bicchiere di vino. Sorseggiarne un poco è piacevole; berne di più può far male. Berne smodatamente è disastroso.

Così un grande falò può essere bello ma è pericolosa fonte di incendi. Un fuoco più piccolo riscalda ed è piacevole. Un fuoco ancora più piccolo cuoce il cibo e permette di sopravvivere.

Il fuoco va tenuto sotto controllo.

La Bellezza adorna e contemporaneamente pone dei paletti per incanalare la Forza ed evitare le esplosioni incontrollate. Solo con certi ornamenti e soddisfacendo certi canoni la colonna diventa robusta e bella ».

Ulisse ricorda le lezioni del suo vecchio insegnante di matematica sulla sezione aurea, definita da quella strana proporzione che lo ha sempre lasciato indifferente: la sezione aurea di un segmento è il medio proporzionale tra tutto il segmento e la parte rimanente. Definizione semplice e chiara, ma della quale non coglieva il senso.

Alla fin fine quale è mai stata l’importanza della parte aurea? Gli rispondevano che “è bella”. Ma che vuol dire che una proporzione è bella? E che? Ci sono anche le proporzioni brutte?

« Vuoi vedere – si sta dicendo Ulisse – che è proprio questo il senso della Bellezza? Se un disegno, una statua, un edificio tiene conto di proporzioni auree allora è bello altrimenti non lo è o lo è solo poco o non abbastanza.

Ma l’uomo è legato alle sue radici animali e materiali e non può reciderle: andrebbe contro natura e taglierebbe la fonte di buona parte di sé. La natura umana è anche un campo di battaglia tra l’io e l’istinto ».

« La battaglia – interviene ancora una volta Ulisse-2 – o la vinci o la perdi. Se non ti senti in grado di affrontarla puoi tenere sotto controllo le forze dell’istinto con piccole valvole di sfogo (le manie quotidiane, a volte innocue, a volte irritanti, a volte pesanti per chi ti sta vicino). Non sarà “bello”, ma puoi andare avanti, imparando ad incanalare quegli sfoghi proprio come l’uomo ha imparato ad imbrigliare l’acqua e ad usarne l’energia ».

« Ma ti puoi bloccare! » ribatte Ulisse.

« Cioè? » lo contraddice il suo numero 2.

Ulisse risponde con sicurezza: « Rimani terra terra, procedi lentamente, hai poche possibilità di “vedere” ».

Ulisse-2 è perentorio: « Il Massone non cerca visioni, neanche quelle interiori ».

« E perché no? » – chiede Ulisse.

« Semplicemente perché non è quello il metodo. Bada, Ulisse, non dico che sia un metodo sbagliato, semplicemente non è il metodo della Libera Muratoria » risponde Ulisse-2.

E continua. « Ti ricordi quel tuo collega che, andando tanti anni fa in camper a Medjugorice, ti raccontò di aver visto lungo la strada la Madonna spronarlo e incitarlo? Alla domanda diretta che ti fece (Ma tu ci credi che io l’abbia veramente vista?) rispondesti con sincerità affermativamente, lasciandolo forse un po’ stupito. Per lui quella fu una vera e propria esperienza spirituale, tanto che te la raccontò come punto di svolta della sua vita. Fu per lui una esperienza positiva, certamente. Ma non fu una esperienza muratoria. E non solo perché lui non era massone.

Forza e Bellezza

Il lavoro muratorio non cerca le visioni, che erompono dalle fessure della nostra crosta terrestre come le colonne d’acqua di un geyser; belle sì, ma di una bellezza fine a se stessa. Il lavoro muratorio è molto più calmo, è una costruzione lenta ma costante: non è estraniarsi dal mondo, ma costruire nel mondo. E’ equilibrio tra Forza e Bellezza ».

« Ancora? - ribatté quasi stanco Ulisse – Tutti si riempiono la bocca con queste parole, ma ho l’impressione che non abbiano capito affatto che vuol dire. Io almeno ho capito poco ».


(continua)


11 giugno 2026

Ancora nel Gabinetto di Riflessione 2

Continua l'esperienza di Ulisse in procinto di essere passato Compagno. Si ritrova (stranamente o per fortuna?) ancora nel Gabinetto di Riflessione. Ulisse riflette sulle parole del Vecchio Copritore: ha come interlocutore (ingombrante interlocutore, non desiderato e non cercato) una specie di alter-ego, Ulisse-2.


« E non pensi invece – eccolo lì l’Ulisse-2, puntuale come l’influenza d’inverno! – che magari quel vecchio Fratello (se poi è proprio andata come pensi tu), presunto impiccione, semplicemente abbia desiderato aiutarti ed esserti vicino? ».

« Rifletti, Ulisse. – continua imperterrito – Per entrar qui dentro hai dovuto varcare una porta. Ma è solo una porta simbolica. Se vuoi che questa esperienza diventi significativa devi oltrepassare anche la vera tua porta interna ».

« Ma qui dentro ci son già stato – ribatte Ulisse – E ritornarci non è prescritto. Può essere solo utile ».

Massoneria calda e Massoneria fredda

Ulisse-2 ha la risposta pronta:

« Solo utile? Certo. Ma appunto perché utile devi passare questa porta. L’altra volta ti aiutò la tua emotività, acuita dal contesto (la “sceneggiata dell’uomo mascherato” direbbe un minus habens). Ora ne sai un po’ di più e sai che non devi affidarti all’emotività (o almeno non solo all’emotività), ma devi ampliare la tua visuale, essere più freddo ma contemporaneamente più sereno.
Qualcuno dice che c’è una Massoneria calda ed una fredda, ed io accetto questi termini. Li accetto ma ne stravolgo il senso, in origine un po’ troppo denigratorio. Per me la Massoneria “calda” è quella dell’Apprendista e la Massoneria “fredda” è quella del Compagno ».

« E quella del Maestro, cos’è?, Massoneria tiepida? » ribatte piccato Ulisse, che stava stufandosi di tutti quei discorsi (Nemmeno qui dentro si può stare un po’ in pace, da soli – si dice, calcando su quel "da soli" illudendosi di non venir ascoltato dal suo interlocutore).

« Quella del Maestro? Ma è semplicemente Massoneria » conclude Ulisse-2.

Ulisse: « Sì, Massoneria. Ma è strano questo nuovo passaggio nel Gabinetto di Riflessione. Quando il Vecchio Copritore me lo propose, lì per lì faticai ad essere accondiscendente. Ancora lì? E perché? ».

« E perché no? » aveva immediatamente insinuato l’inseparabile e ingombrante alter-ego, il suo numero 2.

Ma il Vecchio Copritore aveva ragione. Prima di affrontare momenti particolari (e il passaggio a Compagno è un momento molto importante nella vita di un Libero Muratore) è opportuno, per non dire necessario, fermarsi un attimo e riflettere su ciò che sta per accadere o è appena accaduto.

Ricorda ancora, Ulisse, l’altro “soggiorno” nel Gabinetto di Riflessione, alla sua iniziazione.

Gli fece scoprire, quel soggiorno, che in lui c’è un mondo del quale, sì, sospettava l’esistenza, ma non la profondità. Insomma, scoprì che era “lui” il problema che si opponeva ad un percorso che volontariamente lui stesso aveva intrapreso e voleva continuare in una Loggia muratoria (liberamente e spontaneamente, con pieno e profondo convincimento dell’animo – recitava il giuramento).

« Ora – gli aveva suggerito il Vecchio Copritore – l’atteggiamento deve essere diverso. Certo continuerai a fissarti sul tuo problema, cioè su te che sei un problema; ma dovrai anche renderti conto che non sei l’unico problema. Ogni uomo è un problema, ogni tuo Fratello è un problema; anzi sono “il” problema. Devi comprendere il problema dell’altro, devi comprendere l’altro come problema. Devi capire che questi problemi tutti assieme sono il problema uomo, non i problemi di tanti uomini.

Il Compagno ha a disposizione uno strumento nuovo, anzi una metodologia che nasce dall’applicazione di uno strumento nuovo. Strumento che il rito non indica, ma semplicemente suggerisce en passant, lasciando a te il compito di procedere ».

Ulisse-2, a bruciapelo, gli rivolge una domanda brusca. Gliela rivolge quasi vigliaccamente, sapendo di metterlo in difficoltà:

« Ulisse, hai per caso paura degli uomini? O di te stesso? ».

Ulisse ascolta, sente la furia montargli dentro. Sta per esplodere, ma nell’anticamera della sua mente succede un fatto strano, come se fosse presente qualcuno che gli facesse un silenzioso cenno di tacere.

Sta per esplodere, Ulisse, ma proprio per quel rapido cenno si trattiene. Riconoscerà poi che fu gesto opportuno, anzi proprio il gesto giusto al momento giusto: la domanda sgradevole è infatti stata posta perché sgradevole. L’Ulisse-2, purtroppo o per fortuna, sa quello che fa.

Non fa mai domande piacevoli, Ulisse-2, e le pone al momento opportuno; Ulisse deve riconoscerlo: il momento era opportuno, anche se lui non vuole rispondere. E perché non deve rispondere? Non lo sa, Ulisse, ma fatica a mettere a fuoco la situazione.

« No, non fai fatica. E’ che proprio non vuoi » interviene Ulisse-2.

« Ancora? E che vuoi da me – ribatte stancamente Ulisse. E cerca di concludere – Smettila una buona volta. Quando ti fai sentire vuoi sempre qualcosa, e spesso pretendi l’impossibile ».

« Io non voglio proprio niente – scandisce Ulisse-2 – Sei tu che hai bisogno ».

« No, io non ho bisogno di niente » ribadisce Ulisse.

« Ne sei sicuro? » Chiede Ulisse-2.

Ulisse tace. Con quello non ce la fa proprio, quindi non replica. Tanto più che sente che in fondo Ulisse-2 ha ragione. Quella domanda, sparata a bruciapelo, è dirompente. Sì, è entrato in Loggia. Sì, accetta il silenzio dell’Apprendista, ma in realtà l’ha accettato perché sapeva che era temporaneo, che sarebbe durato pochi mesi, non per convinzione. Forse, un poco, per snobismo. Sapeva e si aspettava che il periodo di silenzio sarebbe terminato con il suo passaggio a Compagno.

« Passaggio che prevedevi sarebbe avvenuto prima del passaggio del Fratello entrato dopo di te – osserva implacabile il suo numero 2 – Ma come avresti reagito se quel Fratello fosse passato Compagno prima di te?

« Ma insomma, cosa vuoi da me? – taglia corto Ulisse, che ode in sottofondo il borbottio sogghignante del suo numero 2 – Non puoi scomparire, almeno per un po’? Anche in occasione di questa Tornata vieni a disturbare! ».

Ulisse-2 risponde rapidamente, con un tono che non ammette repliche:

« Appunto in occasioni come questa mi debbo far sentire. Senza la mia presenza il tuo passaggio sarebbe anonimo e solo amministrativo; e invece di conseguenze deve averne, caro mio...

Sei ancora troppo preso da tante piccole cose. Liberati, Ulisse, sciogli i legacci che ti bloccano. Pensa all’insegnamento di quel maestro: non sei un pollo, ma un’aquila che crede di essere un pollo. Vola, Ulisse, vola... questa è la tua strada. Butta via la zavorra che ti appesantisce e spicca il volo! ».

« Ma... » cerca di ribattere Ulisse.

« No, sta zitto. Non parlare. E ascolta. Ascoltati. Non hai zavorra? Ti vorrei credere... ».

E allora Ulisse tace: il suo alter-ego ha colpito nel segno. Fa fatica ad ammetterlo, ma avrebbe accettato male se fosse passato al Secondo Grado dopo quelli entrati in Loggia dopo di lui.

Ulisse-2, con un tono tra il dolce e l’impersonale, continua:

« Ulisse, sai bene che l’anzianità di ingresso non deve essere il criterio per decidere se un Fratello è pronto oppure no. Non hai ancora capito che il silenzio non è una sottomissione, ma un modo di lavorare? Un rivolgere l’attenzione altrove? Se quel Fratello fosse passato Compagno prima di te avrebbe voluto dire che aveva lavorato meglio di te. In Loggia non si va per anzianità! ».

Poi bruscamente Ulisse-2 cambia argomento, considerando concluso definitivamente ciò che aveva appena detto.

« Ulisse, tu sei come sei, non come credi di essere. Quando compi una “buona azione” sei sicuro di non avere altri fini? Per esempio soddisfare la tua vanità e il tuo orgoglio col dirti di aver compiuto un’azione positiva? Pensa e rifletti. Apriti! ».


(continua)

10 giugno 2026

Ancora nel Gabinetto di Riflessione 1

Tempo fa supposi che Ulisse-Odisseo fosse iniziato alla Massoneria e ne immaginai il suo viaggio nei post Arrivo e partenza (qui il primo dei sette capitoli). Dopo il debito apprendistato Ulisse viene passato al grado di Compagno.

Oggi lo accompagniamo nel suo nuovo viaggio.

***   ***


Il nostro amico Ulisse è stato proposto dalle Dignità di Loggia per il passaggio al Secondo Grado. La Loggia ha approvato.

La sera stabilita giunge in Loggia un po’ eccitato, anche se cerca di non farlo vedere. E chi incontra subito? Proprio il Fratello che inconsciamente cercava, il Vecchio Copritore, che era lì apparentemente per caso ma in realtà aspettandolo. Sentiva un qualcosa che lo spingeva a stargli vicino in quell’occasione e avvertiva in qualche strano modo che il sentimento era reciproco. Infatti  quel vecchio Fratello, che di norma ricopriva l’incarico di Copritore, aveva chiesto per quella occasione di svolgere il ruolo di Esperto, facendosi forte del fatto che era stato proprio lui ad avere accolto mascherato il profano Ulisse e ad averlo accompagnarlo nei suoi primi passi muratorii.

Il Fratello che accompagna il bussante assume per il Candidato un ruolo molto importante – aveva sostenuto il Vecchio Copritore con il Maestro Venerabile – ed è ovvio che sia sempre lui ad accompagnarlo anche nelle successive tappe. Il Vecchio Copritore stava proprio aspettando Ulisse, perché, conoscendolo, voleva preparargli un rito che gli facesse intuire il senso del passaggio da Apprendista a Compagno.

Compagno di Mestiere o d'Arte

« Compagno d’Arte?... Che brutta traduzione di Fellow Craft. – pensò il Vecchio Copritore – Per specificare l’attività di uno che lavora con le mani si è preso un termine quasi lezioso. Molto più sensato parlar di un lavorante del Craft, della Corporazione, del Mestiere. Ecco, Compagno di Mestiere andrebbe meglio, uno che si “sporca” le mani nel lavoro, ma che allo stesso tempo deve usare la testa per costruire ».

Dunque, arriva Ulisse e subito trova il Vecchio Copritore in attesa. Lo sta aspettando, il Vecchio Copritore, perché lo vuole instradare su un passaggio intimo, suo, tutto suo, senza dover ascoltare le chiacchiere degli intervenuti che usano la Sala dei Passi Perduti non per la necessaria preparazione ma semplicemente come un luogo di ameni conversari.

Il Vecchio Copritore prende Ulisse e lo accompagna là dove Ulisse non avrebbe mai immaginato. Sì, il Vecchio Copritore porta Ulisse nel Gabinetto di Riflessione.

Entrano tutti e due e il Vecchio Copritore fa sedere Ulisse. Lui rimane in piedi, ma si premura di chiudere la porta.

Di nuovo nel Gabinetto di Riflessione

Ulisse rimane stupito, in due nel Gabinetto di Riflessione. Gli pare strano; certo è anomalo.

« Ti ricordi Ulisse, quando ti portai qui la sera della tua iniziazione? »

fa il Vecchio Copritore.

« Certo » risponde Ulisse.

« Ho chiesto al Maestro Venerabile di essere io ad accompagnarti nel rito che dovrai affrontare: sarò quindi il tuo Fratello Esperto. Il motivo è molto semplice: questa sarà una esperienza unica. Tu passi Compagno di Mestiere e non rivivrai mai più nella tua vita massonica questo momento. Desidero tu possa viverlo al meglio ».

Bellezza e Forza

Il Vecchio Copritore continua.

« Ora qualche spiegazione preventiva. Tu sei Apprendista Libero Muratore. Vuol dire che nel tuo lavoro hai cercato di comprendere gli interventi della Forza e rendertene consapevole. Questo però non vuol dire che hai lavorato solo con la Forza.
Ricordi la favola sul cambiamento dell’entropia che ti ho raccontato l’anno scorso? Tu hai una solida preparazione scientifica, quindi se vogliamo parlar di entropia tu, Apprendista, sei il mio Maestro, ché io di entropia so poco o nulla. Vedi dunque che contemporaneamente sei Apprendista per certi versi, e Maestro per altri ancora? E quindi sei anche Compagno per altri aspetti.
La contemporanea presenza in te di qualcosa dell’Apprendista, del Compagno e del Maestro ti deve far comprendere la limitatezza di quelli che sostengono la scansione temporale dei tre gradi: prima Apprendista, poi da un certo momento Compagno (e non più Apprendista) e finalmente, da una certa ora x in poi, Maestro.
Ulisse, non è così.
Essere Apprendista deve farti diventare consapevole della Forza. Essere Maestro significa renderti conto che tu sai alcune cose e non ne sai tante altre. Devi quindi essere conscio dei tuoi limiti (quelli che conosci e quelli che ignori) ed essere umile (umile, da humus = terra) nel trasmettere agli altri.
L’Apprendista deve imparare i propri limiti e il Maestro deve essere consapevole dei propri limiti.
Stai per diventare Compagno. Ovviamente anche il Compagno ha dei limiti. E lo vedrai.
Mi preme invece proporti alcuni stimoli che ti possano far comprendere il senso del Grado che stai per ricevere. Per prima cosa, fondamentale, il Compagno deve imparare la Bellezza, che tu finora hai “utilizzato” inconsapevolmente ».

Il Compagno segreto

Il Vecchio Copritore continua.

« Dovrai imparare non solo l’uso della Forza, ma anche l’uso “indiretto” della Forza, cioè l’intervento della Bellezza, che in un certo modo “tempera” la Forza e la “addolcisce”, adornandola di quegli ornamenti non inutili e leziosi, tali da toglierle la caratteristica di forza bruta.
Insomma la Bellezza deve allentare le maglie della Forza senza distruggere la rete formata da quelle maglie: senza la rete il manufatto si sgretola.
Devi evitare l’insofferenza per ogni limite: se togli tutti i limiti non c’è più l’uomo.
Fosti accolto nella Loggia di Apprendista sulla punta di una spada. Ti insegnava, quella punta, il colpo dritto, il giungere immediatamente al cuore del problema, con volontà, razionalità e immaginazione (in questo senso ancella della ragione). Volontà di dominare il problema, volontà di risolvere, volontà di emergere, insomma volontà di potere. E non è in sé atteggiamento negativo.
Diventa però negativo se ti fermi qui, se cioè il potere diventa dominazione e predominio, egemonia sugli altri. Devi procedere oltre.
Ricorda Ulisse che come Compagno hai diritto di ricevere il salario. Le antiche leggende della nostra Corporazione indicano che il Compagno riscuote il salario nella Camera di Mezzo. Si va nella Camera di Mezzo salendo una scala dal Portico del Tempio. E’ una scala curva così che mentre sali cambi continuamente punto di vista. Basta, non aggiungo altro, ma concentrati su questo simbolo: è forse il più significativo del Secondo Grado.
Ricordati che da qualche parte esiste un tuo Fratello, legato a te da vincoli più forti dei legami di sangue. E’ il tuo uguale e contrario. Sali e risali sulla Scala Curva e cerca di capire ».

Ulisse sobbalza a queste parole. Che il Vecchio Copritore si riferisca a...? No, impossibile. Non ne aveva mai parlato con nessuno. Ulisse temeva infatti che solo ipotizzare la presenza invadente e invasiva di quel qualcuno dentro di lui, che aveva chiamato Ulisse-2, la sua petulanza nel fargli osservazioni sgradevoli quanto inopportune, avrebbe instillato nelle menti degli interlocutori il sospetto di una specie di “anormalità” psichica da curare al più presto. Infatti – concludeva sconsolato – è accettabile che ad “udire” le “voci” sia una Giovanna d’Arco e magari è pure ammirevole; ma se le voci le ode un Ulisse qualunque, ahimè viene considerato un caso patologico da curare.

Che il Vecchio Copritore sospetti qualcosa? Che ne abbia parlato con qualcuno? Oppure che qualche Fratello di Loggia, più perspicace, abbia detto qualcosa al Vecchio Copritore sapendolo capace di parlare con Ulisse? E perché qualcuno dovrebbe “impicciarsi degli affari suoi”?

Il Vecchio Copritore conclude:

« Ora Ulisse ti lascio. Resta qui, concentrati, rifletti ».

Quindi esce, lasciandolo ancora una volta chiuso in quell’angusto stanzino.

(continua)

09 giugno 2026

Giove

Anni fa il nostro Maestro Venerabile chiese alla Loggia di lavorare sui pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Luna, eccetera). Per me fu scelto Giove. Io proposi questo dialogo, che mi fu suggerito da una vecchia novella di Isaac Asimov, manipolandola in libertà.

DIALOGO TRA ULISSE E IL VECCHIO COPRITORE DI LOGGIA



NOTA. Ulisse è stato accettato nella Loggia Agli Antichi Viaggiatori n. 000 all'Oriente dell'Umanità. Lì è stato Creato Apprendista, poi è stato passato Compagno di Mestiere ed infine è stato elevato Maestro Libero Muratore.
Per sua natura Ulisse-Odisseo periodicamente chiede di essere dispensato temporaneamente dai lavori di Loggia per la sua necessità di viaggiare.
Da un viaggio è appena ritornato ed incontra un Fratello che fu il Fratello Terribile alla sua iniziazione, chiamato da tutti Vecchio Copritore.


VC. Bentornato, Ulisse. E’ stato un viaggio lungo?

U. Salute a te, Vecchio Copritore. Sì, è stato un viaggio lungo.

VC. Dove questa volta?

U. Una spedizione lontanissima e segreta. Ho fatto parte della delegazione terrestre inviata su Giove.

VC. Giove?

U. Volevamo stabilire un contatto con i gioviani, che nelle trasmissioni radio dimostravano grande aggressività verso gli altri sentendosi i più forti di tutti: volevano invadere e soggiogare tutti i popoli del sistema solare.

VC. Siete andati su Giove in missione diplomatica?

U. Non proprio Giove. Ci fermammo su Ganimede e mandammo sul pianeta una navicella con robot collegati alle nostre menti, una specie di nostri doppi. Io ero su Ganimede ma con la mente ero nel mio robottino e sentivo e parlavo come fossi su Giove. Di persona non avremmo potuto sopportare la forza di gravità del pianeta. E men che mai avremmo potuto respirare quell’aria mefitica che avrebbe potuto corrodere anche le nostre tute!

VC. I nostri antichi avrebbero esclamato: Mirabile dictu!

U. Mi sentivo proprio strano. E ancora più strano è quel pianeta. Lo immaginavo come una palla grande e dura circondata da una pestifera atmosfera, come la Terra. Ma…

VC. Ma?

U. Non c’era superficie. Scendendo, avvertivo che l’atmosfera si faceva sempre più densa e mi sentivo come un farfallone svolazzante che un po’ alla volta si trasformava in una specie di manta gigante che “volava” in qualcosa di simile all’acqua, una nebbia densa e viscida. Faticavo a distinguere alto e basso: forse è questo il significato profondo della materialità, anche se là non c’era materia nel senso che noi diamo al termine. Non c’era un solido terreno sul quale camminare. Non era un posto dove innalzare templi alla virtù e nemmeno scavare prigioni al vizio. Mi pareva di essere nel niente!

VC. Ma ti sarai pur fermato!

U. Sì. Scendendo, la densità dell’aria (chiamo quella robaccia gioviana aria) aumentava fino a che ci ha fermato ad una certa quota. I miei compagni scienziati l’hanno subito battezzata “quota zero” e l’hanno considerata la superficie del pianeta. Tanto più che lì c’erano i gioviani. Ma non era terreno solido come lo possiamo intendere noi, da camminarci sopra; in un certo senso eravamo sospesi a mezz’aria come palloncini un po’ flosci.

VC. Vi hanno accolto?

U. Se quella era accoglienza… Erano aggressivi e arroganti. Si consideravano i padroni dell’universo e ben presto lo avrebbero dimostrato a tutti, benevoli carcerieri solo con chi sarebbe stato arrendevole; gli altri invece eliminati!

VC. Bella prospettiva.

U. La loro insolenza impudente metteva in ombra il resto. Anche la bellezza del pianeta, e altri gioviani, completamente diversi da loro.

VC. Altri gioviani?

U. Anche su Giove ci sono popoli diversi, come sulla Terra. Ce ne accorgemmo ben presto dopo che quegli arroganti ci sollecitarono a visitare il pianeta per renderci conto della loro superiorità e quindi sottometterci fin da subito a quei mega esseri che si ritenevano invincibili.

VC. C’erano quindi anche altri gioviani?

U. Ed erano completamente diversi. Cioè diversi non fisicamente, ma mentalmente, psicologicamente.

VC. In che senso?

U. I primi erano megalomani aggressivi e orgogliosi. Però malgrado la loro sedicente forza non erano i padroni. Gli altri erano decisamente diversi.

VC. Migliori?

U. Più disponibili, non aggressivi.

VC. Un pianeta con molte nazioni e popolazioni diverse… Come potevano stare insieme?

U. Se mi permetti un paragone un po’ strano, penso a Giove come al grande stagnino.

VC. Stagnino?

U. Lo stagnino faceva cose con rame e stagno, un metallo conosciuto dalla più remota antichità. Quarantacinque secoli fa stagno e rame furono fusi assieme per originare formidabili utensili in bronzo. Le armi di Achille, che gli Achei mi donarono dopo la sua morte, erano splendide armi in bronzo.

VC. L’età del bronzo.

U. Troppo stagno nel rame dà una lega fragile, la quantità giusta dà leghe dure e resistenti.

VC. Armonia ed equilibrio. Che la sapienza guidi il lavoro dello stagnino.

U. Certo. Lo stagnino non fonde rame e stagno ma lavora con rame e con stagno, li mette assieme, li accosta in un groviglio armonioso.

VC. Appunto, armonia ed equilibrio.

U. Ricordo quegli straordinari tegami di rame stagnato per cuocere il cibo: il meglio dei due metalli veniva messo insieme per cuocere succulenti cibi. Ma quelli erano tempi in cui si mangiava per vivere e non si viveva per mangiare. La materia serviva per costruire cattedrali, non per spianare la via dell’inferno.

VC. Già, lo stagno… duttile, malleabile, resistente. Non arrugginisce. È però intaccato da acidi forti.

U. Come certi uomini che resistono alla cupidigia ma non si trattengono dallo sperperare. Così i gioviani. Abbiamo incontrato anche esseri dalle aspirazioni non terra terra (forse dovrei dire: non giove giove), non spocchiosi e non aggressivi. Altri si mostravano non egoisti ed altri ancora fin troppo prodighi.

VC. Quindi in un certo senso erano “umani”?

U. Diciamo così, anche se il termine “umano” è fuori posto riferito ad un gioviano. Abbiamo incontrato esseri disponibili verso gli altri. Avevano ovviamente grande considerazione del mondo nel quale vivevano, ma molti di loro lo consideravano solo un mondo possibile, non il mondo migliore.

VC. E’ atteggiamento che permette il dialogo.

U. Ti rapporti con gli altri su posizioni diverse ma compatibili. Come la squadratura delle nostre pietre: non le lisciamo ma semplicemente (semplicemente!) le squadriamo: la robustezza del muro dipende anche dall’attrito fra le pietre, e l’attrito dipende dalle scabrosità non dalla levigatezza delle facce.

VC. Già.

U. Il confronto con i gioviani mi ha dato la possibilità di apprezzare la bellezza di quei posti per me molto strani. Un tipo di bellezza diversa che mi fa apprezzare ancora più la bellezza che ho sempre ammirato.

VC. La bellezza terrestre?

U. Ma anche la bellezza “gioviana”. La bellezza è bellezza, sulla Terra e su Giove.

VC. Forse la bellezza gioviana ha sfumature che la bellezza terrestre non ha.

U. E viceversa. Ho trovato nei gioviani, almeno nei migliori, comportamenti accettabili. In qualcuno ho notato una forte spinta alla crescita non materiale. Tanti di loro parevano vivere coerenti con i loro ideali. Mostravano uno spiccato senso di giustizia che contrastava con l’arroganza degli altri.

VC. Giustizia gioviana?

U. Giustizia, senza aggettivi. Sulla Terra, su Giove e altrove. Un tempo si classificava bene e male in base ai propri assoluti. Che contrasti quando l’assoluto dell’uno era diverso dall’assoluto dell’altro! Oggi dobbiamo cambiare riferendoci a ciò che vogliamo o non vogliamo fare agli altri e viceversa, secondo quella mirabile regoletta aurea presente in tutti i sistemi umani e che credo sia valida anche al di fuori del nostro pianeta. Quei gioviani, almeno tanti di loro, mostravano di comportarsi così. E proprio per questi loro comportamenti venivano considerati dagli altri delle autorità morali, molto più dei prepotenti che ci avevano accolto all’arrivo.

VC. Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te.

U. E fai agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te.
Sia chiaro. Non è egoismo, ma pratica regola di vita che mette assieme Forza e Bellezza. Pensando agli dei della mia giovinezza mi pareva di collegare Giove a Venere tramite il desiderio di Bellezza, rivolto alla contemplazione della bellezza materiale nel caso di lei ma con aspirazioni ad andare oltre la materia o almeno di sollevare quella strana quota zero della superficie del pianeta verso altezze dove l’atmosfera è meno densa.

VC. Quindi hai incontrato tanti gioviani.

U. Sì, diversi gli uni dagli altri, proprio come gli umani. In tanti ho notato benevolenza e magnanimità; e il piacere di comunicare con gli altri. E il desiderio di sollevarsi da quella fatidica quota zero verso “più spirabili auree” (magari il paragone va bene anche per loro).

VC. Superamento della materialità di Giove.

U. Giove materialità? Non so, non credo. Materia forse che aspira ad essere non più materia o almeno meno materiale possibile.
Mi tornarono alla mente i miti della mia giovinezza. Il padre Zeus, quello che oggi noi tutti chiamiamo Giove, è in un certo senso il dio del cielo e degli dei. Non è il dio del mare (lì regge il fratello Poseidone-Nettuno) e nemmeno degli inferi affidati all’altro fratello Ade-Plutone. E nessuno di loro reggeva la terra, che restava competenza di Gea, la terra madre. Ma esiste su Giove la terra madre?

VC. Gli antichi conoscevano gli archetipici flussi tra le cose del mondo.

U. Quel viaggio mi ha insegnato che Giove è proprio in analogia con la capacità di andare oltre. I miei antenati lo capirono se nella guerra contro i Titani e il padre Cronos, fecero aiutare Zeus-Giove da un’aquila, l’uccello degli spazi alti e liberi, ponte tra il cielo e ciò che è oltre, come del resto pare indicare Giove, un pianeta che è stato lì lì per diventare un altro sole (pensa a un sistema solare con due soli!), ma è rimasto pianeta; nondimeno è un pianeta gassoso, non roccioso come gli altri.

VC. Che vuoi dire?

U. La materia di Giove è materia diversa dalla materia volgare. In un certo senso è materia che evidenzia la potenzialità, in positivo e negativo. Noi siamo abituati a etichettare tutto come spirito (buono) e materia (cattiva). Ma non è così. Tra materia e spirito vi sono innumerevoli stati intermedi, tanto da far supporre che lo spirito sia materia che ancora non cade sotto i nostri sensi e che la materia sia spirito che già cade sotto i nostri sensi.

VC. Spirito e materia così come li vediamo non esistono.

U. Proprio così. Sono una grande “cosa-una”. L’ho capito proprio su Giove. Questo strano pianeta mi ha spinto ad individuare il mio ideale, ciò in cui credere e per cui lottare.

VC. Giove come tuo mito personale?

U. Direi piuttosto un mio utensìle personale. Giove viene considerata una stella mancata per “poco di vigore” (insomma non ce l’ha fatta a diventare un sole). Se invece la spiegazione fosse diversa?

VC. Cosa vuoi dire?

U. Giove non è diventata una stella: non ha raggiunto il valore della massa che fa diventare un corpo celeste una stella con fusione del proprio nucleo. Se si fosse fermato alla stadio pre-stellare per indicare la via della realizzazione del proprio potenziale? L’homo faber fortunae suae costruisce il proprio destino e in Giove trova (può trovare) indicazioni utili. Non è il pianeta più brillante nel cielo notturno? Anche Mercurio e Venere sarebbero brillanti così, ma a notte fonda Mercurio e Venere non ci sono, e Giove invece sì.

VC. Giove, il padre degli dei, sta nell’Olimpo, ma guarda in basso al mondo degli uomini.

U. E’ la sua caratteristica. Ma non è debolezza, come qualcuno vorrebbe insinuare, o incapacità di guardare alto. E’ la Forza del principio spirituale vicino all’uomo; tanto vicino all’uomo che pare quasi prediligere le sue figlie, le più belle. Innumerevoli amplessi con Giove hanno popolato la terra di eroi e di semidei ma gli hanno dato la fama di incallita infedeltà coniugale. Ma il semidio che proviene dagli amplessi di Giove sotto innumerevoli vesti, dal cigno al toro, non è forse un oltre-uomo, stimolo al cammino dell’uomo? Giove non è contro gli uomini, non li blocca, ma li stimola.

VC. Non sarebbe la materia che tutto prende e assorbe? Quindi non dobbiamo aspettarci guerre e invasioni da quei gioviani arroganti e pretenziosi?

U. Credo di no. Quando la missione dei nostri doppi terminò e ci accingemmo a partire (dico accingemmo, tanto mi sono immedesimato nel mio robottino), i gioviani arroganti (che nella mia testa chiamavo ormai i super-macho) colsero una caratteristica dell’astronave. I nostri scienziati infatti avevano costruito una navicella spaziale per robot non per uomini, quindi non si erano preoccupati né dell’atmosfera interna né di mantenervi una certa pressione e nemmeno delle radiazioni cosmiche, per cui la navicella era come un auto che viaggia con i finestrini aperti. Gli arroganti super-macho ne restarono stupiti e terrorizzati: avevano trovato – pensarono – dei macho ancora più super di loro in grado di sopportare senza conseguenze sia l’assenza di pressione del vuoto interplanetario sia la pressione altissima di Giove. Ci avevano considerati deboli perché eravamo gentili ed ora avevano la prova che la nostra forza era più forte della loro. Ci chiesero un trattato perpetuo di alleanza ed amicizia.

VC. La Forza da sola non basta.

U. Ti ricordi, Vecchio Copritore? Alla Forza dell’Intelletto dovrete aggiungere la Bellezza dell’Immaginazione...

VC. La Forza non è tutto.

U. La forza della Bellezza ha vinto la forza della Forza.



08 giugno 2026

Uno e Sette

La Loggia lavora sull'uomo


Maestro Venerabile. Fratello 1° Sorvegliante, all’apertura dei lavori mi avete informato di essere Maestro Massone. Che cosa vi ha indotto a diventarlo?

1° Sorvegliante. Perché posso viaggiare per paesi stranieri, lavorare e ricevere il salario del Maestro, essendo meglio in grado di sostenere me e la famiglia e contribuire ad alleviare i disagi dei Maestri Massoni degni, delle loro vedove e dei loro orfani.

*

Maestro Venerabile. Ho conosciuto un bambino. Abita a Roma, si chiama Paolo e suo padre è un tranviere.

1° Sorvegliante. No, Maestro Venerabile. Abita a Parigi, si chiama Jean e suo padre lavora in una fabbrica di automobili.

2° Sorvegliante. No, Fratello 1° Sorvegliante. Abita a Berlino, si chiama Kurt e suo padre è un professore di violoncello.

Oratore. No, Fratello 2° Sorvegliante. Abita a Mosca, si chiama Juri e suo padre fa il muratore.

Segretario. No, Fratello Oratore. Abita a New York, si chiama Jimmy e suo padre fa il tassista.

1° Diacono. No, Fratello Segretario. Abita a Shanghai, si chiama Ciu e suo padre è un pescatore.

2° Diacono. No, Fratello 1° Diacono. Abita a Buenos Aires, si chiama Pablo e suo padre fa l’imbianchino.

Copritore Interno. Maestro Venerabile, la confusione si è introdotta nella Loggia.

Maestro Venerabile. Fratello Oratore, confortateci con il vostro parere.

Oratore. Paolo, Jean, Kurt, Juri, Jimmy, Ciu e Pablo. Sette bambini, cinque bambini, tre bambini?

Maestro Venerabile. No, Fratello Oratore. Non sette bambini, neanche cinque e nemmeno tre. Tutti hanno sette anni. Hanno superato il compitare: ora sanno leggere e scrivere.
Paolo è bruno, Jean biondo, Kurt castano, Juri è europeo e Ciu asiatico. Pablo guarda i film in spagnolo e Jimmy in inglese.
Non sono sette bambini, sono lo stesso bambino, uno solo.
Forse non mangiano lo stesso cibo, ma sognano gli stessi sogni. Saltano gli stessi salti. Ridono le stesse risate.
Ora sono cresciuti tutti e sette, e non potranno più farsi la guerra, perché tutti e sette sono un solo uomo.

Segretario. Maestro Venerabile, cosa deve registrare la Tavola Architettonica della Tornata?

Maestro Venerabile. Ho conosciuto un bambino che pare sette bambini. Ma è uno solo. Il bambino di oggi, l’uomo di domani.


Lettura muratoria di una delle Favole al telefono di Gianni Rodari.

07 giugno 2026

Sapienza

La Loggia è al lavoro.


Maestro Venerabile. Qual è il posto del Maestro Venerabile?

1° Sorvegliante. Ad Oriente, Maestro Venerabile.

Maestro Venerabile. Perché siede ad Oriente? Qual è ad Oriente il suo dovere?

1° Sorvegliante. Come il sole sorge ad Oriente, per aprire e dirigere il giorno, così il Maestro Venerabile si alza ad Oriente...

Il Maestro Venerabile batte tre colpi di maglietto ● ● ● e si alza - Tutti si alzano in piedi e all'ordine.

...per aprire e dirigere la Loggia, indirizzare gli operai al lavoro e dar loro le proprie direttive.

Maestro Venerabile. Fratelli, sedete.

Tutti si siedono.

Oratore. Un giorno il sole viaggiava in cielo, allegro e felice sul suo carro di fuoco, gettando i suoi raggi in tutte le direzioni.

Segretario. Lì nei pressi c’era una nuvola di umore temporalesco. Quando il sole le passò vicino borbottò con disappunto e irritazione.

1° Sorvegliante. Sciupone, mano bucata, butta pur via i tuoi raggi, vedrai quanti te ne rimarranno...
Nelle vigne ogni acino d'uva che matura sui tralci ti ruba un raggio o anche due; e non c’è filo d’erba, o ragno, o fiore, o goccia d'acqua, che non si prenda la sua parte.

2° Sorvegliante.
Lascia, lascia che tutti ti derubino: vedrai come ti ringrazieranno, quando non avrai più niente da farti rubare.

Oratore. Il sole non ascoltò quella nuvola brontolona. Continuò allegramente il suo viaggio, regalando raggi a migliaia, a milioni, senza contarli.

Segretario. Al tramonto, per curiosità, contò i raggi che gli rimanevano.

Oratore. Ebbene, non gliene mancava nemmeno uno.

Segretario.
La nuvola, per la sorpresa, si sciolse in pioggia.

Maestro Venerabile.
Il sole si tuffò allegramente nel mare.


Da una delle Fiabe al telefono di Gianni Rodari



Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.