23 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 10

 Edmond Dantès fa riflettere molto, ben al di là degli stereotipi di una moderna avventura di una implacabile vendetta. Continuiamo a seguire i labirinti delle riflessioni.


Una, nessuna, centomila prospettive ?

American Gothic è un dipinto del 1930 del pittore statunitense Grant Wood. Oggi è considerato rappresentativo di un certo modo di vita (ne ho già parlato qualche anno fa e richiamo quelle mie considerazioni come richiamo anche l'articolo, che cito con gli estremi, in Conoscenza Religiosa dal quale ho molto attinto).



Prospettiva di chi guarda il dipinto. Sullo sfondo, dietro una coppia di agricoltori, una tipica casa colonica del Midwest americano dallo stile goticheggiante. Il cielo è senza nuvole e accentua la costruzione che divide in due gruppi sette alberi.

Erano case prefabbricate e si montavano velocemente. Bastavano due persone: l’immaginazione corre a padre e figlio maggiore (madre e figli minori si occupavano di altri lavori): travi e travetti leggeri, senza fondamenta profonde, da inchiodare facilmente insieme. E’ una casa di serie che si compra su ordinazione, assieme ad infissi, ferramenta, tetti. Come di serie, oppure fatti in casa, sono gli abiti del contadino e della moglie: abiti sobri, senza cedere nulla all’eleganza se non per qualche piccolo particolare (il collarino di lei e il suo piccolo cammeo, forse un gioiello di famiglia ereditato dalla madre o dalla suocera). Sguardo onesto e sicuro lui, modesto lei.

Questa modesta Moglie di Contadino dello Iowa ha una crocchia da Madonna medievale, un collarino da Riformata, porta un cammeo greco e un grembiule ottocentesco. Martin Lutero la costringe a stare d'un passo indietro rispetto al marito; John Knox le fa squadrare le spalle, la crisi azionaria del 1929 le infonde quello sguardo. (G. Davenport, La Geografia dell’immaginario in Conoscenza Religiosa, n. 2 1983, Ed. La Nuova Italia, Firenze, pp.131-34).

Vedo qui due americani, solidi: lui gran lavoratore, sempre in cerca del modo migliore di compiere il proprio lavoro, del gesto giusto, soddisfatto se è compiuto bene; lei degna moglie di un siffatto uomo, gran lavoratrice, energica, modesta, senza fronzoli, che si concede la sola piccola vanità nel collarino e nel cammeo. Sono persone forse un po’ mediocri, ma giuste. Giuste, ma dure. Conoscono sì la giustizia (la imparano dalla Bibbia)... ma paiono zoppicanti sulla misericordia. Conoscono la forza del dovere, ma ne trascurano la bellezza che pone in armonia il dovere con il mondo.

Persone per bene, per carità. Sicuramente pretendono da sé prima che dagli altri. Sicuramente sono free born, of good repute, and well recommended (così viene presentato il Candidato che bussa alla porta del Tempio nella tradizione anglosassone)... Mi piacerebbe incontrare lui (in altre prospettive pure lei) tra le colonne? Francamente, non so.

Prospettiva reale. Come sono andate in realtà le cose? Lo racconta lo stesso pittore.

Grant Wood fu colpito da una piccola casa dipinta di bianco a Eldon, nello Iowa, e volle dipingere una coppia di persone che immaginava potessero abitarvi. Scelse come modelli la sorella ed il proprio dentista. I due non hanno mai posato davanti alla casa (il quadro richiama anche una posa fotografica forse per dare più realismo) e nemmeno hanno posato insieme. Il pittore li ha dipinti separatamente come separatamente ha dipinto la casa (che nella realtà non ha il tetto così spiovente) e nel portico ha aggiunto piante che non c’erano.

Insomma, dal punto di vista della realtà quella scena non è mai esistita. Eppure ha descritto meglio di tante altre rappresentazioni un certo tipo di America.

Altre prospettive. Tutti pensano ai due come ad una coppia di coniugi, lei molto più giovane di lui. La sorella del pittore dopo certi commenti ironici del pubblico protestò con lui per essere creduta moglie di un uomo con più del doppio dei suoi anni. Grant lasciò così intendere che non si trattava di marito e moglie, ma di padre e figlia. Dunque, un’altra prospettiva.

Ma non l’unica. Gli abitanti dell’Iowa non gradirono di riconoscersi nella coppia nella quale vedevano rappresentati i valori di una società chiusa su valori integralisti e protestarono vivamente (qualcuno minacciò di staccare a morsi le orecchie del pittore!). Ecco un’altra prospettiva.

Successivamente la coppia fu vista come rappresentante dei valori incrollabili di tutta l’America, senza la quale il mondo libero non esisterebbe. Ulteriore prospettiva.

E ce ne sono altre, ma qui mi fermo.

Quale prospettiva è la vera?

*

Può lasciare perplessi l’uso del termine “prospettiva”.

Il termine deriva dal latino prospicĕre (composto di pro = avanti e specĕre = guardare, guardare innanzi) che significa “guardare avanti”.

Comunemente viene inteso come un modo di guardare la realtà (si pensi alle arti pittoriche), quindi come qualcosa di diverso dalla realtà. La geometria proiettiva (che mette la prospettiva alla base) mostra le varie forme sotto le quali uno stesso oggetto si presenta. Per esempio un parallelepipedo retto (facce rettangolari e spigoli perpendicolari tra di loro) può diventare un poliedro a facce non rettangolari e spigoli non perpendicolari se osservato da un certo punto di vista. L’osservatore però sa che l’oggetto pur potendo essere visto in modi diversi resta quello e non cambia.

Infatti è questa la situazione che tutti noi intuiamo. Noi ci pensiamo immersi in un mondo luminoso e colorato. Discutiamo se il mondo sia o non sia finalistico (tutto nell’universo fluisce verso una meta finale), ordinato, deterministico, ma trascuriamo il fatto che in realtà il mondo noi non lo vediamo, non lo odoriamo, non lo sentiamo. La scienza mostra che l’uomo vive in un mondo fatto solo di vibrazioni elettromagnetiche: l’occhio non vede, l’orecchio non ode, il naso non odora ma colgono onde che il cervello modifica e traduce in modo che noi dopo il processo del cervello (cervellotico?) “vediamo”, “udiamo”, “odoriamo”.

Il mondo colorato così come lo vediamo non è la realtà ma è una immagine (prospettiva) creata dal nostro cervello (organo che non è la nostra mente). Chi è effetto da daltonismo vede una immagine (prospettiva) diversa delle stesse cose: è cambiata la prospettiva non le cose.

Il mondo come lo udiamo è un’altra prospettiva creata dal nostro cervello, organo talmente bravo da rendere le due prospettive non solo compatibili ma anche talmente coerenti tra loro che noi non siamo più in grado di distinguerle. Non siamo nemmeno in grado di capire, se non con sforzo mentale, che sono solo prospettive create dall’uomo e non la realtà. E ci lascia perplessi (talmente perplessi che tanti non accettano) che il colore non è una proprietà intrinseca di un oggetto, ma solo un rimbalzare di onde elettromagnetiche. Ciò che noi chiamiamo per esempio colore verde di una certa cosa non è proprietà di quella cosa e non di altre, ma solo una particolare lunghezza d’onda delle onde elettromagnetiche che quella cosa riflette come un muro fa rimbalzare una palla. Ce n’è abbastanza per confutare più della metà della metafisica umana dai tempi di Platone!

Prospettive, non realtà. E allora rimaniamo pure tra le prospettive: la realtà è al di fuori della nostra portata.

Certo che a questo punto vengono messe in forse le risposte alle domande fondamentali dell’uomo. Probabilmente è saggio accogliere le prospettive che permettono di vivere al meglio. E basta.

Quale prospettiva ?

Quale prospettiva è corretta?

La domanda è malposta. La prospettiva "universale" non esiste, oppure se esiste è irrimediabilmente al di fuori della portata dell’uomo. La stessa scienza ammonisce con Heisenberg che non è possibile giungere alla conoscenza delle informazioni complete di una singola particella sub atomica; figuriamoci per qualunque cosa un po' più complessa! L’osservatore influisce irrimediabilmente su ciò che osserva, che, se non osservato, è diverso da come appare a chi osserva (ed è diverso ai tanti osservatori). Ogni osservazione è una prospettiva della realtà, non la realtà stessa.

Dovremmo trarre un salutare insegnamento da una comune espressione che ancora oggi viene usata: “E’ la sua Waterloo!” in bocca a un francese indica una sconfitta definitiva, ma detta da un inglese si riferisce alla vittoria decisiva.

Ogni prospettiva mette in evidenza qualcosa di rilevante (per quel punto di vista). Se si vuole esprimere qualche altro aspetto è gioco forza modificare prospettiva. Non fa lo stesso anche la scienza quando parla del reale ma lo colloca entro paradigmi stabiliti e accettati? Cambiando paradigma cambia il senso del reale. Dire paradigma non vuol dire punto di vista, prospettiva? Ci sono esperimenti che mettono in evidenza la natura della luce come fascio di particelle (pensiamo ad una mitragliatrice che spara) e altri che invece mostrano la luce sotto un aspetto ondulatorio (come le onde del mare); nessun esperimento potrà mai mostrare la luce contemporaneamente come onda e particelle. Non riusciremo mai a decidere (oggi la scienza insegna non essere realistico nemmeno supporlo) quale effettivamente sia la natura della luce, se ondulatoria o corpuscolare.

Ciò che invece ancora mi sorprende è la praticamente illimitata capacità dell’uomo di dividere ancora di più ciò che è già diviso. I vari politeismi religiosi all’origine di numerose guerre hanno dato origine solo a scaramucce. La stessa guerra di Troia, pur nella sua importanza di scontro tra Greci (al tempo i Micenei) e Troiani (legati alla civiltà ittita) per il controllo di rotte commerciali, non poté realisticamente coinvolgere che qualche migliaia di uomini e non le miriadi cantate da Omero (parla di quasi 1200 navi e 130.000 greci contro 50.000 troiani e loro alleati). Sono le religioni monoteiste (ognuna con il suo assolutismo particolare) che hanno dato origine ai grandi conflitti (tra cristiani di un tipo contro cristiani dell’altro tipo, e tra cristiani e musulmani, tra ideologie diverse). L’ultimo conflitto mondiale, ideologico non religioso (ma non è lo stesso?), ha coinvolto milioni di persone.

Traduco. I monoteismi sono prospettive diverse, autoescludentesi, che si ritengono incompatibili tra loro, per cui l’uno deve tentare di distruggere l’altro, e viceversa. I politeismi sono prospettive diverse, non necessariamente autoescludentesi, quindi difficilmente presentano contrasti totalizzanti che mirano alla distruzione dell’altro. Le distruzioni nascono invece da interessi politici o commerciali diversi (per esempio i Greci contro i Persiani, Roma contro Cartagine).


(continua)


22 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 9

 Continuano le mie riflessioni nate dal lavoro della mia Loggia l'anno scorso


Le Prospettive

Le molteplici individualità di Edmond sono complementari e propedeutiche alle molteplici prospettive entro le quali si pone il lettore di Montecristo.

Prospettive diverse per confrontarsi con l’opera oppure nomadismo concettuale che vede solo ciò che la propria mente permette o vuole si veda oppure – peggio – salti qua e là in base all’umore del momento?

Dantès è l’uomo con amici sbagliati nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.

E’ immediata una domanda impertinente: se non fosse stato tutto così sbagliato sarebbe poi stato tutto così... giusto?

Quattordici anni al buio di una cella. Stare con se stessi, lontano dalla luce del sole e dagli spazi aperti, giungendo persino a “vedere al buio”.

Della “banda dei quattro” (termine di mao-zedonghiana memoria!) Fernand in un certo senso è il vero avversario di Edmond, l’unico ad avere profonda avversione e malanimo personale e invidia e gelosia (ah... il sempiterno detto: cherchez la femme!). Anche Caderousse e Danglars sono nemici, ma non al modo di Fernand: il primo è solo un mediocre avido e il secondo un bramoso dedicato all’avere e non all’essere. Per loro Edmond è solo occasione oppure ostacolo; a loro manca l’animosità personale e personalistica di Fernand. A Villefort la sorte di Dantès interessa solo nella misura in cui può compromettere la propria carriera per la quale è disposto a calpestare tutto: per lui Edmond è solo un impaccio da eliminare (nulla di personale).

Fernand invece è nemico esplicito. Nel confronto finale lo esprime chiaramente: Sono venuto per dirvi che io vi considero mio nemico! Sono venuto per dirvi che vi odio per istinto, che mi sembra d'avervi sempre conosciuto, sempre odiato...

*

Prospettiva avventurosa

Montecristo è una storia avvincente e piacevole che “prende” il lettore fin dalle prime righe per l’intreccio degli avvenimenti e situazioni coinvolgenti.

Probabilmente è la prospettiva della maggior parte dei lettori del tempo, che attendevano la continuazione della storia nel numero successivo del Journal des débats: si limitavano a seguire gli intrecci della vicenda così come si sviluppano, apprezzando l’aspetto avventuroso, tutt’al più anche i risvolti morali o moralistici. Probabilmente non avrebbero potuto fare altro e proprio questo era l’intento del giornale: una storia avvincente con numerosi colpi di scena interrotti sul più bello per invogliare il lettore ad acquistare il successivo numero del giornale. Intelligente marketing (oggi diremmo così) di grande qualità: quale spot pubblicitario odierno sarà ricordato tra due secoli?

Anche in quei tempi in cui il “ritmo sociale” era molto più lento rispetto ad oggi, il lettore standard probabilmente non aveva tempo di approfondire un lavoro che si stava sviluppando a puntate e approfondire l’architettura complessiva. Edmond è ingiustamente imprigionato, evade dopo molti anni e trova in Montecristo la sua isola del tesoro. Chi non può approvare una giusta vendetta, minuziosamente descritta, quasi da scienziato positivista, fin nei minimi particolari, senza evitare qualche compiacimento? Ogni colpo di scena è giustificato dalla intelligente struttura costruita con – passatemi il termine – ottima maestria da un architetto “in gamba” senza chiedersi delle leggi e delle regole che sostengono la costruzione.

Prospettiva di formazione

Il romanzo di formazione descrive l’evoluzione del protagonista dalla infanzia e giovinezza all’età adulta, sia seguendo gli eventi nel loro svolgersi sia ricordando da vecchi la propria vita. Ogni opera che narra di una trasformazione o scoperta o conquista durante un certo periodo di tempo o di spazio può essere visto anche come un percorso di maturazione, dalle fiabe di Cenerentola e del Gatto con gli Stivali fino a Pinocchio, passando per Wilhelm Meister e il giovane Holden, fissando le trasformazioni del protagonista, approfondendo la parte psicologica o privilegiando la narrazione.

Dumas segue Edmond durante le tappe della vita, da comandante provvisorio diciannovenne alla prigionia, all’evasione in età matura, all’incontro con Mercedes sposa altrui, alla vendetta e alle “opere buone” verso Morrel e la giovane Valentine fino alla “liberazione finale” con Haydée.

La stessa Haydée può essere intesa maschilisticamente (tacitando l’odierno ipocrita politically correct) il “premio al vincitore” ma anche modernamente come la compagna innocente e pura di un nuovo inizio.

Prospettiva muratoria

Dumas fu massone, iniziato nella Loggia napoletana Fede Italica nel 1862 al tempo del suo incarico di Direttore dei musei e degli scavi napoletani, quindi quasi due decenni dopo avere scritto il romanzo. Mi pare quindi azzardato intendere Montecristo come un romanzo massonico. Vi sono però indubbie attinenze con il metodo muratorio, probabilmente “tracce” di un profondo pescaggio nel proprio calderone interiore (anni dopo quel contenuto si materializzerà nel passaggio tra le Colonne del Tempio).

L’invidia dei Ruffians (così il rituale Duncan chiama i “cattivi compagni” che uccidono Hiram) è certo intrisa di ignoranza, fanatismo, e ambizione. Non è difficile intendere la denuncia di Mondego, Danglars e Caderousse come i colpi che uccidono il maestro e la decisione di Villefort come il marchio finale che inchioda il coperchio della bara.

La prigionia nella cella buia non è il viaggio nella terra? Pare un athanor alchemico dal quale Edmond esce homo novus quasi rinato tra noi: l’educazione avuta dall’abate Faria lo ha cambiato radicalmente. Faria/Fratello-Terribile gli dà le chiavi per riveder le stelle.

L’evasione e la ritrovata libertà richiamano il viaggio nell’acqua, mentre l’incontro con Mercedes sposata (i due si riconoscono! Lo capisce subito il lettore) fa pensare al viaggio nell’aria, di una “bellezza aerea” intrisa di una suggestiva atmosfera di qualcosa che avrebbe potuto essere ma non è stato.

Quanto alla vendetta è sicuramente il viaggio nel fuoco che non brucia l’operatore ma elimina scorie dannose. Infatti l’intento di Dantès è il ripristino di una giustizia violata più che una vendetta crudele: Edmond è (si sente) il demiurgo che riporta giustizia, non l’offeso che ricambia pan per focaccia. Però giustizia e vendetta a volte possono essere ruoli talmente vicini e connessi da non riuscire a individuare il confine oltre il quale il desiderio di riparare la giustizia offesa diventa volontà di far soffrire chi ci fece soffrire. Occhio per occhio, dente per dente, (per esempio nelle leggi del babilonese Hammurabi nel XVIII secolo ac, e in seguito nei biblici Esodo e Levitico) la classica legge del taglione (“taglione” derivante dal latino talis = “tale e quale”, non da taglio come potrebbe ritenere l’insipiente) non sempre indica giustizia. Fu introdotta in antico per porre un limite alle vendette private e quindi avvicinarsi ad un senso di giustizia, ma non sempre indica appunto giustizia. Infatti, a differenza del masso che dal vertice di lunga erta montana… precipitando a valle, batte sul fondo e sta, lì sta e non si muove più, ciò che si mette in moto nel mondo reale produce azioni certo conseguenti una all’altra ma non sempre prevedibili fino alle estreme conseguenze: il famoso masso alla fine dove effettivamente sta?

La partenza finale con Haydée è l’inizio (ricerca?) della vita nova che non dimentica il passato ma vuole il passato superare.

(continua)

21 maggio 2026

La "grande" Famiglia Muratoria!

 Trovi ovunque scritto che la Massoneria è una grande famiglia. Infatti tra loro i massoni si chiamano Fratelli.

Poi ti accorgi che gli altri fratelli ti considerano più un cugino che un fratello e che sarai accolto in famiglia sì ma… con calma.

E se vuoi visitare un fratello di altro ramo della famiglia? Ah, no. Questo non si può. Peggio che andare all'estero con passaporto scaduto. Gli altri sono irregolari. No, gli altri sono dogmatici. No gli altri sono… No, gli altri sono…

Sì, avete ragione. Sono sempre gli altri a non voler essere...


Per essere una grande famiglia, non vi pare una famiglia un po' troppo... "separata"?

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 8

 In questa parte le riflessioni sul personaggio Edmond Dantès si pongono domande imquietanti


Le molteplici identità

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è il caleidoscopio delle tante identità di Edmond quasi da smarrire il lettore in un labirinto affascinante.

Il protagonista è infatti Edmond Dantès, ma è anche Zaccone conte di Montecristo, e pure lord Wilmore, e ancora l’abate Busoni, e Sindbad il marinaio. Altro? Sì, la più importante: il post-Edmond-Dantès che al termine della vicenda parte con Haydée.

Zaccone conte di Montecristo è l'identità assunta dal possessore del tesoro. Indica la forza (razionale?) dell’uomo che può: progetta sulla tavola da disegno la ragnatela dell’immediato futuro (il futuro lontano è oltre i limiti umani?) nella quale invischierà i colpevoli. Zaccone è l’artefice della vendetta, ma Edmond resta talmente “innocente” da riconoscere alla fine di non potere essere al di sopra di tutto: gli antichi sopra tutto avevano il Fato; e i moderni? Il conte è una sapiente mescolanza di forza irresistibile e bellezza gelida (bellezza non bella?) che arretra prima dell’ultimo passo che lo porterebbe nell’abisso. Se scruti a lungo un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te dirà Nietzsche qualche decennio dopo Dumas. Edmond che parte con Haydée non pare l’uomo che ha scrutato l’abisso e che dall’abisso si allontana un attimo prima dell'irreparabile caduta? I nostri mostri, quelli che popolano il nostro abisso, è opportuno lasciarli là dove sono e non stuzzicarli.

Lord Wilmore, eccentrico nobile inglese, è la generosità materiale, una specie di bancomat ante litteram che compare al momento opportuno. In un certo senso è la bellezza calda in deciso contrasto con la forza fredda di Montecristo, verso il quale manifesta una profonda avversione. Tocco magistrale del maestro: un alter ego nemico di se stesso!

L’abate Busoni, sacerdote italiano, mostra la misericordia, che sempre deve essere abbinata alla giustizia. Si presenta sotto veste talare come un “faccendiere del bene” che opera senza giudicare. Come potrebbe, altrimenti, giudicare se stesso vendicatore implacabile?

Sindbad il marinaio compare durante il soggiorno in Italia ed è agente della salvifica donazione a Morrel. Il nome richiama immediatamente il marinaio delle Mille e una notte protagonista di fantastiche avventure. Non è difficile immaginarlo accanto a Edmond e Haydée nel viaggio verso la grande avventura del futuro.

*

Ogni identità è un Edmond diverso? Oppure le identità sono filtri diversi che permettono il passaggio di certi aspetti e non altri dell’unico Edmond? Oppure banalmente sono solo utili mezzi per raggiungere l’obiettivo?

La domanda coinvolge.

Le diverse identità decantano, depurano, setacciano oppure mascherano, nascondono, celano?

Sono le pirandelliane maschere che nascondono il segreto nucleo oppure piccoli athanor che cuociono il “brodo alchemico”?

Il conte vendica, l’abate Busoni perdona, lord Wilmore fa, Sindbad viaggia. Pare quasi una grande esplorazione dentro l’uomo, un profondo “progetto entronauta” che continuamente ricalcola le nostre coordinate della vita.

*

Ma insomma, chi è “realmente” Edmond? Qual è la “sua” identità?

Forse nemmeno Edmond lo sa. Forse Dumas padre nelle ottimistiche certezze del positivismo imperante capta qualcosa dell’angosciante insicurezza novecentesca che ci accompagna nel terzo millennio.

Oggi in pieno XXI secolo pare continuamente necessario definire o ridefinire la propria identità e sentirsi a tutti i costi “identitario” (qualunque cosa voglia dire).

L’Edmond diciannovenne che entra in carcere è lo stesso Edmond che evade quattordici anni dopo? Nawal che entra in carcere dopo l’attentato è la stessa Nawal che esce di prigione dopo tre lustri di violenze e la nascita di due gemelli? Edipo che uccide i due prepotenti incontrati sul Citerone e sposa la regina vedova è lo stesso Edipo padre di quattro figli adulti che viene bandito dalla città?

In altre parole, personalizzando e forse banalizzando: io sono lo stesso di ieri?

Per grandi linee rispondo di sì, ma scendendo nei dettagli debbo dire di no. La risposta corretta (che non mi piace) è: Non lo so.

Attenuo l’aspetto negativo aggiungendo che tra i due io esiste una continuità certa: io non sono quello di allora ma ne sono la sicura conseguenza. Continuo: conseguenza necessaria oppure conseguenza possibile? Io potrei oggi essere diverso anche restando conseguente all’io di allora?

Per me identità è termine che dice e non dice. Non può essere definito rigidamente (la mia logica qui fa un prudente e igienico passo indietro spingendomi a non parlare di cose troppo vaghe che non conosco). Sono anche molto cauto nel pretendere l’identità come appartenenza (a un popolo, a un gruppo etnico o religioso o politico...) perché potrebbe essere una gabbia soffocante. Consiglio a chi entra in una organizzazione o struttura di tenere sempre le metaforiche valigie pronte per una eventuale partenza: è atteggiamento di grande libertà interiore. Anche il conte di Montecristo ribadisce continuamente di non avere legacci che lo limitino e di essere sempre pronto a partire...

Ma insomma, chi è “realmente” Edmond?

Nello scontro finale con Fernand, Edmond gli grida: Delle mie molte identità te ne ricordo una sola

Fernand pare quasi un alter ego in negativo di Edmond: entrambi combattenti, entrambi innamorati della stessa donna… Tutto quello che è Fernand non è Edmond e viceversa. L’uno fedele a sentimenti nobili e l’altro fedele al tornaconto personale, l’uno sbattuto in galera e l’altro tra coloro che in galera l’hanno mandato. Non siete il soldato Fernando che disertò la vigilia della battaglia di Waterloo?... Non siete il sottotenente Fernando, che ha servito di guida e di spia all'armata francese in Spagna? Non siete il capitano Fernando, che ha tradito venduto, assassinato il suo benefattore Alì? E tutti questi Fernandi riuniti, non hanno formato il luogotenente conte Morcerf, Pari di Francia?

Chi è Edmond?

E’ il pirandelliano uomo dalle cento maschere al quale il dubbio finale toglie l’ultima lasciandolo nudo di fronte a se stesso? E’ forse uno sconosciuto tra sconosciuti?

Panta rei è la grande eredità di Eraclito. Edmond tramonta perché vuole tramontare. Edmond tramonta perché uomo libero o almeno uomo che vuole percorrere fino in fondo il cammino per la libertà, cosa che molti non fanno perché nel mondo dei cliché non esiste la libertà. Oppure, forse, la libertà è solo per chi può, per chi se lo può permettere, per chi è “in grado di”? E' possibile per un satellite diventare pianeta?

(continua)

20 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 7

Settima parte delle mie riflessioni 


Edmond Dantès

Il Conte di Montecristo è un romanzo d’appendice scritto da Alexandre Dumas (autore dei celeberrimi Tre Moschettieri) detto “padre” (per distinguerlo dall’omonimo figlio autore della Signora delle Camelie, vicenda alla base della trama della Traviata di Giuseppe Verdi) pubblicato a puntate sul Journal des débats dall’agosto 1844 al gennaio 1846.

Il romanzo d'appendice o feuilleton è un genere di romanzo popolare che si sviluppò tra gli anni Trenta dell'Ottocento e la prima metà del Novecento: veniva pubblicato a puntate in genere nell'ultima pagina di quotidiani e riviste, anche a scopo (come diremmo oggi) di marketing. Capisaldi del genere sono considerati I miserabili di Victor Hugo e I misteri di Parigi di Eugène Sue, I tre moschettieri e Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas padre, Manoscritto trovato in una bottiglia di Edgar Allan Poe, La signorina Cormon di Honoré de Balzac e La freccia nera di Robert Louis Stevenson. A puntate comparvero brani del Finnegans Wake di James Joyce e Pinocchio di Collodi, oltre ai romanzi di Emilio Salgari.

Il romanzo d’appendice è il precursore del romanzo popolare (spesso pubblicato a puntate), dei fotoromanzi e degli odierni sceneggiati televisivi a puntate, teleromanzi e soap-opere.

Dumas scrive Montecristo durante gli ultimi anni della monarchia di luglio di Luigi Filippo, salito al potere sulle barricate del luglio 1830 che cadrà di lì a poco nel ‘48 a causa di altre barricate, quelle che daranno vita alla Seconda Repubblica francese.

Trama

La storia comincia nel febbraio 1815, all’inizio del regno di Luigi XVIII e alla vigilia degli effimeri cento giorni di Napoleone. La trama è molto intricata, tipica di un romanzo a puntate che ha bisogno di continui colpi di scena per mantenere nel tempo viva l’attenzione del pubblico. Per sommi capi possiamo riassumerla così.

Il complotto. Edmond Dantès, secondo della nave mercantile Pharaon di Marsiglia, seguendo le ultime volontà del defunto capitano, consegna un plico a un collaboratore di Napoleone in esilio all’isola d’Elba e riceve una lettera per un bonapartista di Marsiglia. Dantès è all’oscuro di tutto e non conosce il contenuto delle lettere.

Rientrato a Marsiglia viene arrestato il giorno prima delle nozze con la bella Mércèdes, denunciato anonimamente da alcuni suoi conoscenti: Danglars, invidioso contabile del Pharaon, Fernand Mondego, invidioso cugino di Mércèdes invaghito di lei, e Gaspard Caderousse, invidioso vicino di casa del padre di Edmond.

Il sostituto procuratore del re, Gérard de Villefort, fa imprigionare Edmond senza processo come pericoloso sovversivo: la lettera di Edmond è infatti indirizzata proprio al padre, fervente bonapartista, e il magistrato teme possa venire compromessa la sua carriera.

Il carcere e Faria. Durante la prigionia, Dantès, abbattuto dall’insensatezza della sua vicenda, rischia la sanità mentale, fino all’incontro con l’abate Faria, un altro detenuto che da anni sta scavando un tunnel per evadere, ma sbagliando direzione arriva nella sua cella. L’abate gli diventa maestro e lo istruisce nelle varie scienze. Gli spiega il complotto dei suoi presunti amici e gli rivela l’esistenza di un favoloso tesoro nascosto nell’isola di Montecristo. Anziano e malato, Faria muore e Dantès, sostituitosi al suo cadavere, riesce a evadere dal carcere. Dopo ben quattordici anni di prigionia ritorna libero e ricchissimo grazie al tesoro di Faria. Siamo nel febbraio del 1829, Edmond ha trentatré anni e ha riacquistato fiducia nel futuro. Soprattutto riesce a dare un nuovo senso alla propria vita

La vendetta. Edmond torna a Marsiglia sotto mentite spoglie. Il padre, dopo il suo arresto, è morto di stenti e di dolore e Mercedes si è sposata con il cugino Fernand, uno dei cospiratori, divenuto nel frattempo conte di Morcerf e Pari di Francia. La coppia si è trasferita a Parigi dove sono anche Danglars, divenuto facoltoso banchiere e barone, e Villefort, promosso Procuratore del re. L’unico a non aver fatto fortuna è Caderousse che, disonesto taverniere, vivacchia in provincia.

Il suo vecchio padrone, l’armatore Morrel, l’unico che ha sempre creduto nella sua innocenza, versa in cattive acque. Edmond, senza rivelarsi, lo salva dal fallimento.

Fatto ciò il non più Edmond Dantès ma ormai conte di Montecristo si dedica alla vendetta contro coloro che lo hanno gettato ingiustamente in carcere.

Edmond, ormai conte di Montecristo, ricompare alcuni anni dopo (per l'esattezza nove), nel 1838, prima a Roma e subito dopo a Parigi. Ora ha 42 anni.

Poco alla volta riesce ad entrare in rapporto di cordialità con i vecchi nemici, che non lo riconoscono sotto la veste aristocratica e raffinata di uomo dalla mente acuta e dai mezzi economici pressoché illimitati, dal passato misterioso.

Caderousse, inizialmente perdonato da Edmond, criminale sempre più bramoso, durante un tentativo di furto in casa Montecristo viene ucciso dal complice Benedetto, già galeotto al bagno penale, in realtà figlio adulterino di Villefort, scampato a sua volta al tentato infanticidio per opera del padre.

Il procuratore Villefort è particolarmente segnato dalla sorte. Spinge al suicidio la seconda moglie che aveva avvelenato, causa eredità, i parenti della defunta moglie (l’unica a salvarsi è la figlia Valentine), ma la donna uccidendosi “porta con sé” anche il figlioletto a favore del quale aveva ucciso. In un pubblico processo l’imputato dell’omicidio di Caderousse si rivela essere proprio il bimbo nato dalla relazione adulterina del procuratore: Villefort impazzisce.

Il conte di Morcerf, cioè Mondego, viene a sua volta condannato dalla Camera Alta del Parlamento, per avere tradito il pascià Alì-Tebelen mentre era al suo servizio. Indignati dal suo comportamento, la moglie Mercedes e il figlio Albert lo abbandonano e Fernand si uccide.

Infine il ricco Danglars viene portato al tracollo finanziario per poi essere rapito e imprigionato e costretto, per sfamarsi, a dilapidare il denaro rimastogli. Solo a questo punto Edmond gli si rivela, ma di fronte al vecchio nemico che si pente i dubbi sulla bontà del proprio comportamento aumentano e gli impongono quasi di perdonarlo.

Terminata la sua opera, il conte di Montecristo fa vela verso Oriente, in compagnia della dolce Haydée verso una nuova vita.


(continua)


19 maggio 2026

Massoneria. Più chiaro di così!...

 

Io non "faccio massoneria" per avere onori, incarichi di prestigio o possibili “affari”. Nella piccola ma grande Comunione alla quale io do la mia adesione è sicuramente impossibile.

Abbiamo costruito un ambiente pulito, senza interessi profani, senza ambizioni politiche, dove tutti vogliamo essere amici oltre che fratelli, interessati alla qualità e non alla quantità. Qui senza clamori lavoro alla costruzione di qualcosa che giustificherà la mia esistenza di uomo.

E soprattutto al riparo da tentativi di “colonizzazioni”. I colonizzatori, siano inglesi o tedeschi o americani o russi o cinesi, non mi piacciono. Io voglio amici, non pseudo amici con tentazioni di colonizzatori. E, per fortuna, i colonizzatori non concependo il grande se non in termini di numero, non capiscono e non hanno attenzioni al "grande non numerico".

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 6

 Continuano le riflessioni partite dalla vicenda della "Donna che canta"


Oreste

L’antagonismo tra le due prospettive al femminile e al maschile si accentua in Eschilo, poco più giovane di Sofocle. Prendo spunto dall’Orestea, la trilogia di tragedie incentrate sul mito di Oreste, figlio di Agamennone.

Agamennone, il sovrano della polis di Argo, alla partenza per la guerra di Troia sacrifica la figlia Ifigenia per propiziarsi la dea Artemide. Al ritorno dalla guerra, la moglie Clitennestra con l’aiuto dell’amante Egisto (cugino di Agamennone) vendica la figlia massacrando il marito.

Eschilo racconta come Oreste, figlio di Agamennone, su istigazione della sorella Elettra e su ordine del dio Apollo, vendichi il padre uccidendo madre e amante.

E’ significativa la terza opera della trilogia eschilea, Le Eumenidi. Il nome indica le Erinni, dee infernali personificazione del rimorso e della maledizione divina, dette anche Eumenidi (le benevoli) verso il colpevole pentito. Le Erinni perseguitano Oreste matricida (ma non perseguitano Clitennestra che ha ucciso il marito!) e svolgono il ruolo dell’accusa nel processo che giudica Oreste sull’ateniese collina di Ares, l’Areopago, sede delle corti di giustizia. La dea Atena stessa presiede la giuria e il dio Apollo assume la difesa di Oreste.

Lo svolgimento del processo può essere riassunto in poche battute tra il coro (l’accusa, cioè le Erinni) da una parte e Oreste e Apollo (imputato e difensore) dall’altra.

Apollo: Il talamo nuziale cui il destino lega l’uomo e la donna è vincolo assai più grave del giuramento.

Coro: Fu sua [di Oreste] la scelta: assassinare la madre. Oreste: Perché non braccavi lei [Clitennestra], quand'era in vita? [per avere ucciso il marito] Coro: Non aveva il sangue di colui che uccise.

Apollo: Non è la madre la generatrice di colui che si dice da lei generato, di suo figlio, bensì è la nutrice del feto appena in lei seminato.

Oreste: E io? Faccio parte, io, del sangue di mia madre? Coro: Mostro! Come ti crebbe, nel cavo del ventre? Ripudi il sangue della madre, che più t'appartiene?

Oreste sostiene di aver ucciso la madre per legittima vendetta su ordine di Apollo. Lo stesso Apollo indica Clitennestra come causa della propria morte avendo per prima ucciso lei il marito. Che Clitennestra abbia agito vendicando la figlia (sorella di Oreste) uccisa e sacrificata dal padre è particolare trascurabile per Oreste e Apollo.

Le Erinni ribattono che l’uccisione del marito è meno grave dell’uccisione della madre essendo il marito non consanguineo, come invece è la madre.

In una logica del tutto maschilista, Apollo replica che la generazione di un figlio dipende dal seme del padre mentre la madre contribuisce solo al nutrimento durante la gestazione: il figlio ha lo stesso sangue del padre e quindi ha il pieno diritto di vendicarlo.

Atena chiude il dibattito e passa al voto della giuria. Lei è l’ultima a votare dichiarandosi favorevole ad Oreste in una logica patriarcale stringente.

Atena: Madre che mi abbia generato io non l’ho. Il mio cuore, esclusi i legami di nozze, è tutto per l’uomo. Io sono solamente del padre. E così il destino di una donna omicida del proprio sposo a me non importa: lo sposo m’importa, custode del focolare domestico.

Vista la parità dei voti della giuria (sei giurati per la condanna e sei per l'assoluzione) Oreste viene assolto per la prevalenza del voto favorevole del presidente della giuria, cioè Atena (dunque: il punto di vista del maschio prevale per volere degli dei – così si auto-assolve il vincitore).

La stessa Atena convince le Erinni a diventare Eumenidi, divinità della giustizia anziché della vendetta, e quindi a non perseguitare più Oreste.

Eschilo scrive l’Orestea alla metà del V secolo ac, all’epoca della morte di Talete. Il passaggio alla società al maschile è ormai cosa fatta: il legame ex lege (il figlio è dello stesso sangue del padre e non della madre) ha ormai la predominanza sul legame ex natura (il figlio nasce dal ventre materno).

Post Scriptum. Nella "storia sacra" ebraico-cristiana troviamo un episodio simile al sacrificio di Ifigenia: Abramo per ordine di Dio (che vuole provare la sua fede e la sua obbedienza) è pronto a sacrificare (= uccidere) il figlio Isacco. Isacco però si salva (a differenza di Ifigenia) perché all'ultimo momento Dio sostituisce Isacco con un montone. Nella prospettiva della religione al maschile viene da domandarsi se la salvezza di Isacco sia dovuta all'essere figlio primogenito maschio a differenza di Ifigenia, figlia primogenita sì, ma femmina!

Incesto

Come si inserisce l’incesto nella vicenda? Nel mito e nella storia sacra (sono la stessa cosa: il mito è la storia sacra di una religione che non è più, la storia sacra è il mito di una religione che ancora è) troviamo molti incesti primordiali.

Zeus genera con la sorella-sposa Era; loro stessi sono figli della relazione incestuosa tra Crono e Rea, fratello e sorella, a loro volta nati dall’incestuoso rapporto tra Urano-figlio e la di lui madre Gea. Ad essere pignoli anche la discendenza di Adamo ed Eva discende da incesti. Eva è tratta da Adamo ed insieme (padre e figlia? Hanno lo stesso patrimonio genetico, una clone dell’altro – o viceversa?) danno origine al genere umano. I loro figli (dopo Caino e Abele nasce Set, poi molti altri figli e figlie, racconta la Genesi) con chi generarono se non tra di loro? E poi Abramo e Sara, genitori di Isacco, sono fratello e sorella avendo lo stesso padre Terach.

Sono incesti simbolici, perché se il principio da cui tutto proviene è uno e il mondo generato è molti, allora necessariamente l’uno deve essersi diviso e moltiplicato da se stesso. Se invece il principio da cui tutto proviene è già "molti" allora cade la necessità di incesti sia pure simbolici.

Fuori dal simbolico l’uomo di ogni cultura e religione ha visto e vede l’incesto come un vero e proprio tabù, che assegna una valenza morale alla sana legge di natura di non mescolarsi entro una poco numerosa popolazione pena l’emersione di anomalie genetiche. A quanto ne so non sono mai esistite culture umane che accettano la possibilità di unioni sessuali tra figli e genitori, anche se non ne escludono l’eventualità. Il divieto nasce non certo per evitare mescolanze genetiche (delle quali fino a ieri si ignorava perfino l’esistenza), ma da possibili turbamenti sociali entro la famiglia, la tribù o lo stato stesso (il figlio nato dal re con concubine o amanti non ha diritti al trono, ma un figlio nato da un rapporto incestuoso del re con una propria figlia?). Spesso nel mondo antico il “fattaccio” veniva (utilmente dal punto di vista sociale?) considerato episodio “privato” entro la famiglia e “sanato”, come per esempio prescriveva l’antica legge di re Tullo Ostilio: i pontefici avrebbero dovuto offrire un sacrificio espiatorio a Diana (la versione romana della greca Artemide), lunare dea non solo della caccia ma anche della fecondità e delle nascite, contro la carestia che si credeva l’incesto avrebbe procurato.

Saggi i nostri politeisti avi che lasciavano una via di fuga, e meno saggi i monoteismi che impongono condanne eterne (come se l’eternità fosse monopolio umano!).

Con Edipo l’incesto non è fatto privato, sia pure compiuto inconsapevolmente, ma questione pubblica perché investe lo stato: Edipo, figlio ripudiato di re, è pur sempre il re di Tebe, e Giocasta è la regina che ne ha garantito la successione, e Creonte è stato re e lo sarà di nuovo.

Se intendiamo Edipo come “ultimo re” al femminile e Creonte come “primo re” al maschile, l’incesto non potrebbe indicare la confusione durante il periodo di transizione dal vecchio al nuovo? Oppure è l’accusa che il nuovo lancia al vecchio per delegittimarlo? Oppure, specularmente invertito, l’accusa che il vecchio sconfitto lancia al nuovo vincente mostrando le conseguenze della vittoria? Oppure l’incesto indica che i due ordini debbono essere separati essendo inconciliabili?

Zeus ha vinto e la Grande Dea Madre ha perso, Edipo si acceca e Giocasta si uccide.

Qual è la colpa di Giocasta? Fu lei a portare il neonato Edipo al servo perché lo sopprimesse. E’ l’atto corretto dal punto di vista maschile di salvare il re e la stabilità dello Stato; dal punto di vista della società al femminile invece è il crimine imperdonabile di sopprimere il proprio figlio, frutto del proprio ventre, carne della propria carne.


(continua)


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.