Si diceva che la Massoneria fosse la culla dell’individualismo e ricevette nel tempo feroci critiche per questo. Cioè sarebbe il luogo in cui si valorizzerebbe il singolo amplificando i legami massonici a scapito dei legami non massonici.
Niente di più falso. Certo l’individuo c’è, ma non predomina e non è predominato. Il Maestro Venerabile non è l’amplificatore del singolo né il livellatore del gruppo-loggia, ma l’operaio specializzato che riesce a “trarre” da ogni fratello il “succo” comune che rende “universale” il lavoro della Loggia intera. Il Maestro Venerabile, sorretto dalla sua scienza muratoria e dal suo intuito, affiancato dalla presenza attiva e partecipe dell’Oratore e aiutato dal Sorveglianti, che fanno il “lavoro sporco” di filtro tra il singolo fratello che presenta la sua pietra e la Loggia tutta, è l’aleph del lavoro e il garante dell’armonia di tutti. Ecco perché in Loggia aperta non possiamo e non dobbiamo essere disarmonici, dobbiamo essere e non apparire. Ecco perché in Loggia aperta non bisogna mai (e dico e sottolineo mai) né approvare né disapprovare un Fratello. Mai. Approvare vuol dire accogliere senza cernita; disapprovare significa contrapporsi e rifiutare.
E non bisogna mai (e sottolineo mai) applaudire. Nemmeno il Grande Questo o il Grande Quello.
L’applauso è rumore che sconquassa l’armonia. Se proprio si vuole sottolineare la peculiarità di un Fratello, ebbene, che si chieda una Batteria di Giubilo in suo onore e in onore del lavoro! Cosa ben diversa da un applauso profano: la Batteria è suono, assonanza, armonia; l’applauso è rumore, dissonanza, strepito.
Il rituale è il modo di renderci tutti in armonia per qualche tempo: per il tempo necessario, quello giusto e perfetto. E’ la sentinella che avvisa che le cose sono diverse da quello che appare: lo spazio e il tempo non sono più lo spazio e il tempo pur restando lo spazio e il tempo.
Chi è chiamato a svolgere funzioni rituali deve sapere ciò che fa, sapere cosa dire e come dire.
Non chiediamo che si sappia recitare a memoria il rituale come un attore la propria parte, ma almeno si sappia leggere senza stenti, e concentrati. Come disturbano i pss… pss… è a pagina 10, o a pagina 23 suggeriti al Sorvegliante distratto!… Come ci guadagneremmo tutti se il suggeritore sapesse tacere!
Per la concentrazione dobbiamo essere comodi, senza posture strane. E’ consigliata la seduta cosiddetta faraonica. E’ adatta al lavoro, non al riposo. La fatica non aiuta la concentrazione.
Una volta, durante un rito (non muratorio) un bello spirito pretese che i lavori procedessero con i partecipanti in piedi a braccia alzate per accogliere gli influssi dell’alto.
Mi parve quasi un ritornare alla scuola elementare: il maestro puniva i bambini indisciplinati facendoli stare per un poco di tempo in piedi a braccia alzate (a quei tempi a scuola si usava anche questo).
In quella postura non riuscii a trovare la minima concentrazione, e nemmeno gli altri; tanto che chiedemmo di non ripetere più l’esperimento.
Fu allora che capii la necessità di una postura adatta. Ci si può concentrare anche con esercizi fisici, anche estremi, ma allora la via non è più muratoria.
Infatti se nel rituale cambia qualcosa, anche minima (una parola, una invocazione, un gesto), in realtà cambia molto. Moltissimo.
Invece si deve essere attenti a non cambiare e attivi nel praticare: nessuno assiste, ma tutti debbono praticare.
Ricordo una volta una tornata alla quale partecipavo per così dire per dovere istituzionale: ero l’Ispettore di Loggia.
Al termine, uno dei presenti si complimentò per la serata: era venuto stanco dopo una giornata di lavoro – disse – e in Loggia si era ritemprato e usciva contento e riposato.
Caro Fratello – lo ripresi, forte anche del mio ruolo verso di lui (fui uno dei suoi tegolatori) – in Loggia si viene riposati e si va via stanchi, sporchi e affaticati per il lavoro compiuto, come il muratore dopo una giornata passata nel cantiere alle intemperie del tempo. Se te ne vai riposato vuol dire che non hai lavorato. Se eri stanco prima della tornata non avresti dovuto venire ma rimanere a casa a riposarti.
Concludo con una citazione di Antoine de Saint-Exupéry sulla quale consiglio di riflettere.
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza.
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E così noi dovremo addomesticare la nostra volpe.