26 maggio 2026

Canzoni...

La Loggia legge la poesia  Cantares di Antonio Machado


Maestro Venerabile. Fratelli 1° e 2° Sorvegliante avvisate le vostre Colonne che chiamo la Loggia al lavoro.

1° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Meridione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

2° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Settentrione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

Maestro Venerabile. Dispongo che la Loggia lavori sull’uomo che cammina.

Oratore.

Tutto passa e tutto resta,

però il nostro è passare,

passare facendo sentieri,

sentieri sul mare.

1° Sorvegliante. Chi cammina per vie sconosciute deve farsi da sé il cammino.

2° Sorvegliante. Però il cammino è valido solo per te e non per altri.

Oratore.

Mai cercai la gloria,

né di lasciare alla memoria

degli uomini il mio canto,

io amo i mondi delicati,

lievi e gentili,

come bolle di sapone.

1° Sorvegliante. Chi cammina cammina per sé.

2° Sorvegliante. Solo chi cammina per sé può camminare per gli altri.

Oratore.

Mi piace vederle dipingersi

di sole e scarlatto, volare

sotto il cielo azzurro, tremare

improvvisamente e disintegrarsi...

Mai cercai la gloria.

1° Sorvegliante. Chi cammina deve cogliere la bellezza delle piccole grandi cose.

2° Sorvegliante. Chi cerca la gloria non coglie la bellezza delle piccole grandi cose.

Oratore.

Caminante, sono le tue orme

il sentiero e niente più;

Caminante, non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando.

1° Sorvegliante. Chi cammina non ha un tracciato da seguire.

2° Sorvegliante. Chi cammina non ha una mappa che lo aiuti.

Oratore.

Camminando si fa il sentiero

e girando indietro lo sguardo

si vede il sentiero che mai più

si tornerà a calpestare.

1° Sorvegliante. Chi cammina è lui stesso a tracciare il suo cammino.

2° Sorvegliante. Chi cammina non tornerà mai più sui propri passi.

Oratore.

Caminante non esiste il sentiero,

ma solamente scie nel mare...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che il suo passo deve essere leggero come il battello sulle onde.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che le onde sostengono i più pesanti bastimenti.

Oratore.

Un tempo in questo luogo dove

ora i boschi si vestono di spine,

si udì la voce di un poeta gridare

«Caminante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...»

Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo sul sentiero.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo verso il non si sa.

Oratore.

Il poeta morì lontano dal focolare.

Lo copre la polvere di un paese vicino.

Allontanandosi lo videro piangere.

«Caminante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...»

Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che non tornerà indietro.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che andrà in esilio.

Oratore.

Quando il cardellino non può cantare.

Quando il poeta è un pellegrino,

quando non serve a nulla pregare.

«Caminante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...»

Colpo dopo colpo, verso dopo verso.

Maestro Venerabile. Chi cammina sa che deve camminare.


Nel testo di Machado ho lasciato il termine spagnolo Caminante non tradotto.

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 14

Continuano le riflessioni che dal Canada e Libano di Nawal, attraverso la Tebe di Edipo e Atene di Oreste, mi hanno portato all'Edmond Dantès della Francia di Luigi Filippo.

Ma il mio punto di vista è del mondo di oggi...


Chi nega la prospettiva della casualità sfortunata nella vicenda di Edipo grosso modo fa le seguenti valutazioni.

Qual era la probabilità di un neonato abbandonato sul monte Citerone di essere raccolto e non perire? E la probabilità di andare a Tebe e non altrove? E di incontrare per la strada due tizi che lo aggrediscono e che lui uccide? Qual era la probabilità di diventare re sposando la regina vedova? E così via. La probabilità di una tale catena di eventi è talmente minima da spingere a concludere: non potendo capitare per caso, è successo così perché così doveva succedere. Pare quasi che Edipo sia la pallina del flipper che una volta lanciata sul piano inclinato andrà sì! qua e là con rapide ed effimere risalite, ma alla fine sempre laggiù dovrà terminare la corsa, proprio nella buca di uscita. Volontà superiore? No, semplice fisica elementare. Conclusione: il destino lì ha portato Edipo, perché così doveva andare. Il determinismo è tentazione più insidiosa del serpente del Paradiso Terrestre!

E’ infatti immediato ribattere che una probabilità pur piccola piccola, quasi vicina allo zero, non è zero (cioè evento impossibile). Per cui un evento con una sia pur minima probabilità di verificarsi non è affatto impossibile e non si può correttamente dedurre che non potrebbe mai accadere se non ci fosse una "superiore volontà”.

Ancora. Edipo abbandona volontariamente la città. E perché non andare dalla fiorente Corinto alla altrettanto fiorente Tebe, un grande centro distante solo un centinaio di chilometri, una manciata di ore di strada a piedi? E’ litigioso con due arroganti che pretendono la precedenza? I due sono arroganti perché uno è il re di Tebe, Edipo ribatte irascibile perché è figlio del re di Corinto e, per di più, si trova in uno stato psicologico alterato dalla recente scoperta: il litigio diventa praticamente obbligato ed è nelle cose che in uno scontro fisico il più giovane abbia la meglio. Il matrimonio con Giocasta non è dettato da legami di amore (mancano corteggiamento e una qualche, per così dire, “affinità elettiva”), ma è legittimazione dell’autorità ottenuta.

Improbabile? Forse; ma improbabile non vuol dire impossibile.

Accade spesso che in certi avvenimenti tragici della vita quotidiana si pretenda l’intervento del destino, che invece non va scomodato. Per esempio. In un rettilineo un’auto guidata da un giovane esce di strada nell’unica curva a gomito del percorso e si scontra contro l'unico albero della zona. Era buio, pioveva, l’auto è distrutta e il guidatore è morto.

Comunemente si dice: è stata una fatalità, era il suo destino morire così, un metro prima o un metro dopo e non sarebbe morto!

Se analizziamo la situazione dovremmo invece fare un ragionamento diverso.

Era tardi; era buio e pioveva. Il guidatore, uscendo a quella determinata ora da quel particolare locale, con quel certo grado di stanchezza, andando a quella velocità (né di più, né di meno) con quel grado di usura di freni e pneumatici sull’asfalto bagnato, muovendo leggermente il volante in un verso e nell’altro, come si fa guidando, proprio con quei movimenti esigui e non con altri, aveva innestato una catena di piccoli eventi che “necessariamente” ha portato l’auto ad uscire di strada in quel particolare punto (non prima né dopo) con quella direzione e quella velocità e terminare la corsa contro l’unico albero della zona e non altrove.

Conclusione: non è stato il destino, ma la conseguenza di una serie di eventi innestati da chi era alla guida. [Sono debitore di questo esempio al prof. Matteo Saudino del canale Youtube Barbasophia].

Si può anche aggiungere: era estremamente difficile (se non impossibile) prevedere la successione esatta degli stessi eventi prima del loro verificarsi, ma è sbagliato attribuire a un presunto destino fatale la responsabilità del loro verificarsi.

E’ corretto supporre che il destino dell’uomo Edipo fosse segnato dal Fato?

Se consideriamo Edipo un singolo uomo è certo “surplus metafisico” immaginarlo perseguitato dalla sorte: perché mai avrebbe dovuto nascere con quel destino già stabilito? E poi: stabilito da chi, o da cosa? E perché?

Se invece consideriamo Edipo un simbolo collettivo, allora la risposta può essere diversa. Se per esempio Edipo viene inteso come segno della società al femminile di contro a Creonte segno di quella al maschile, allora il suo destino è segnato dalla fatalità, non metafisica ma storica, e il simbolo Edipo ha effettivamente il destino segnato. Che poi il vincitore Creonte si trovi sperduto tra macerie e cadaveri non potrebbe essere una rivalsa mitologica del narratore di parte perdente? Non sempre la storia è scritta dai vincitori!

*

Credo comunque che si debba essere molto prudenti in letture così particolari, perché il rischio di stravolgere il mito può essere elevato.

Narwan non è nel mito: è una donna di oggi. E’ stata torturata e violentata: l’innamorato ucciso dai fratelli, il figlio sottrattole alla nascita, rinchiusa per quindici anni in una cella lunga appena tre passi, torturata e violentata. Scoprirà – ultimo colpo della sorte! – che il violentatore padre dei suoi figli è lo stesso figlio mai dimenticato. Eppure il suo appello contro l’odio, sapiente sintesi di forza e bellezza malgrado tutto e malgrado tutti, è un inno alla libertà che stravolge i singoli fatti e dà significato al futuro contro i nichilismi intellettuali.

E’ quello di Narwan un destino immutabile già scolpito nelle stelle oppure una serie di coincidenze sfortunate?

Anche qui la risposta dipende dalla prospettiva di chi risponde: per gli uni è sbagliata la risposta degli altri, e viceversa.

La risposta di Edipo è rivolta alle figlie: Ma esiste un'unica parola, che premia ogni durezza della vita: intimità, quel sentirvi sue che da nessun altro aveste, più che da questo vecchio, che vi lascia, e che non sopporterete più nei vostri giorni. Altri traducono “intimità” con amore; e amore da nessuno più che da me ne aveste, conclude Edipo il saluto alle figlie.

E’ una risposta sorprendentemente personale e soprattutto intima, anche nel caso in cui Edipo, Antigone e Ismene vengano intesi come gli ultimi sprazzi della morente religione al femminile: non ci sono connessioni del vecchio che scompare con il nuovo che sorge. Per questi motivi non può esserci una risposta universale; però come non cogliere la bellezza di Edipo e di Narwan?

La risposta di Narwan è diretta ai figli ma è pure un grande messaggio di speranza che travalica i singoli personaggi e le prospettive parziali per assumere valenza generale, oserei dire universale. Il notaio libanese aveva detto ai gemelli: Voi dovete capire che quel periodo è una successione di rappresaglie susseguitesi l'un l'altra in una logica implacabile, come in una addizione. Narwan vuole spezzare la catena dell'odio. Rifiuta la logica implacabile che incasella il mondo in vittime e colpevoli, cioè in buoni e cattivi.

Attenzione! Non significa non schierarsi perché hanno tutti ragione o tutti torto; vuol dire che è necessario schierarsi, ma senza partigianerie e faziosità.

In gran parte degli uomini prevalgono spinte irrazionali. L’uomo cerca posizioni sicuramente drastiche ma... molto rassicuranti, specie in questo odierno mondo “fluido” dove non c’è più bianco e nero ma solo un amorfo grigio. Chi non ha mai provato la tentazione di trasformare una persona non amica in nemico (ho un nemico, quindi esisto), il desiderio di prevaricazione (io comando, quindi sono), il desiderio di alzare le mani (io picchio, quindi valgo) piuttosto che convivere pacificamente con gli altri (come se si dicesse: io convivo, quindi non valgo)? Chi non giustifica il proprio diritto di rivalsa e vendetta (se lo fanno loro, perché io no?) o di semplice dispetto verso gli altri?

Come se dicesse: Io… tutto questo, quindi io sono.

E invece no!… tu non sei.

(continua)


25 maggio 2026

Io, un uomo

 

Sono un uomo come tanti. Ma non uomo qualunque, termine che riporta ad una patologica sfiducia verso tutti e spesso verso tutto, che aborro perché pare quasi esaltazione della personale mediocrità (il contrario dell’oraziana aurea mediocritas, la moderazione d’oro). Sono un navigatore del quotidiano, perché quotidianamente io viaggio e navigo pur restando fermo.

Mi puoi dire: vivi i tuoi giorni uno uguale all’altro?

No! Sembra forse così a chi non sa andare oltre le apparenze.

Mi vedono sempre qui, ma sanno dove io vado veramente? Io sono qui, ma non sono qui, sono altrove.

Là dove vado nessuno può seguirmi: il cammino è solo mio, nessun altro lo può percorrere. Ed è un sentiero strano, quasi segnato nell’aria, come se i passi ti dirigono là dove il profumo pare diverso,

Caminante, sono le tue orme

il sentiero e niente più;

caminante, non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando.

Camminando si fa il sentiero

e girando indietro lo sguardo

si vede il sentiero che mai più

si tornerà a calpestare.

(Antonio Machado, Cantares)

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 13

 Le riflessioni continuano. 


Pensierino finale ?…

I gemelli riescono a ricostruire la loro storia: sono nati non da un atto di amore ma da una violenza scientemente perpetrata dal carnefice per distruggere psicologicamente e fisicamente la madre. L’autore della violenza e loro padre biologico è il fratello biologico. La realtà fisica è discorde da qualunque prospettiva di vita: è un aberrante 1 + 1 = 1.

Come uscirne? Nawal suggerisce un sentiero impervio e difficoltoso: spezzare la catena dell’odio. Uscire dalla deterministica logica ancestrale: tu fai una cosa a me e io faccio la stessa cosa a te, e così via. Spezzare l’orrendo se… allora...

Spezzare la catena dell’odio, l’ultimo messaggio di Nawal, non è dissimile dall’ultimo messaggio di Edipo: intimità che accomuna. Qualcun altro, sette secoli fa, parlò dell’amor che move il sole e l’altre stelle. Edmond ribadisce: con tutta l’umiltà del cristiano… aspettare e sperare…

C’è un filo conduttore fra Edipo, Edmond e Nawal: speranza e fiducia. Non faccio fatica a riconoscerlo messaggio universale che al di là di ideologie e religioni unisce uomini di luoghi diversi e di tempi diversi. E’ esattamente questo il compito del Maestro muratore, mettere assieme e unire ciò che è sparso e diviso, utilizzando la calcina della fiducia e della speranza.

*

Ha senso oggi parlare di percorsi lontani nel tempo? La vicenda di Edipo è ormai talmente destrutturata da essere stata ridotta a problema paradigmatico.

Edipo è sul confine tra due mondi. Edmond lascia un mondo alla ricerca di un nuovo mondo. Pure lui in un certo senso è sul confine.

Anche noi oggi siamo al confine di un mondo che si sta esaurendo e qualcosa che verrà. Viviamo la crisi del mondo al maschile. Il mito di Edipo integrato con l’eredità di Nawal e impregnato della speranza di Edmond ci impone di riflettere: non ritornare alle origini sostituendo al maschile il femminile, con funeree coloriture di “uguale e contrario”, ma andare ancora oltre. Come? Non so rispondere. Forse possiamo provare a fondere maschile e femminile in una nuova forma transgender che riesca ad essere sia l’uno che l’altro e qualcosa di più: 1 + 1 non più uguale a 2 e nemmeno a 1, bensì tendente a 3.

…o iniziale ?

Resta una domanda fondamentale. Tutto è accaduto perché gli avvenimenti sono inseriti in un flusso finalistico che non può che portare a quella conclusione oppure le cose avvengono casualmente? In termini concisi: caso o necessità?

La domanda si intreccia alla vita dell’uomo. Ma l’uomo stenta a capire.

Un tizio estrae una moneta dalla tasca e prima di lanciarla in aria chiede quale sia la probabilità che il risultato sia “testa”. I presenti rispondono in coro: “50 per cento”. Il tizio lancia la moneta, la copre e chiede: Qual è la probabilità che sia uscita testa? Tutti ancora rispondono: “Stessa domanda, stessa risposta. L’abbiamo già detto: 50 per cento”.

No, non è così. La situazione è radicalmente cambiata e la domanda è diversa: da un’incertezza aleatoria su ciò che deve ancora succedere e non si può prevedere si è passati a un’incertezza conoscitiva su ciò che è già successo ma ancora non si conosce. La risposta potrebbe essere diversa?

Il tizio mostra infine il risultato: effettivamente è testa; ma – aggiunge – la sua è una moneta particolare, con “testa” su entrambe le facce. Se quel tizio avesse permesso ad uno dei presenti di esaminare la moneta prima del lancio la risposta di costui sarebbe stata diversa da quella degli altri perché lui solo avrebbe avuto un “di più” di conoscenza”. E se un terzo tizio, pur non sapendo nulla della moneta, si fosse fidato ciecamente di lui e lo avesse seguito nella risposta “testa”, avrebbe dato una risposta non per aumento di conoscenza ma solo per fiducia nell’altro.

L’esempio dice che la probabilità di un certo evento dipende non solo dai cosiddetti “dati conosciuti”, ma anche dalla “fiducia” che quell’evento si verifichi. La fiducia si basa su ipotesi, sensazioni e conoscenze spesso soggettive e non sempre prevedibili.

La probabilità insomma non è proprietà oggettiva dell’evento, come potrebbe essere la temperatura, ma dipende dall’osservatore; quindi non è concetto che esista di per sé ma è costruzione umana basata su valutazioni e supposizioni diverse, spesso dubbiose.

Questo è un modo di pensare cui non siamo abituati e forse molti sentono estraneo.

Infatti l’uomo tendenzialmente ragiona in termini di implicazione “se… allora…”. Implicazione viene dal greco em-plèkein (= piegare insieme, avvolgere), derivato da una radice proto-indoeuropea plek (= intrecciare). Quindi: attorcigliare, intrecciare, avvolgere, frammischiare (Nota Bene: frammischiare = mescolare tra loro cose diverse, come nel miscuglio olio e aceto).

L’uomo tende a “legare” assieme due eventi anche se appaiono slegati. Pensiamo al nostro antenato nella boscaglia: ode un rumore sospetto oppure vede un’ombra strana e subito fugge. Forse è segno di un pericolo o forse no. Ma (pensa l’antenato – cioè: non pensa ma lo fa d'istinto): se c’è un pericolo allora io fuggo. La mente ha collegato i due eventi interpretando il primo (odo un rumore) come segnale di pericolo e il secondo (io fuggo) come conseguenza logica.

La mente dell’uomo è programmata in modo da ragionare per classificazioni e implicazioni: il nostro “centro direzionale” attribuisce significato a ciò che percepiscono i sensi e si trova a disagio se non riesce a farlo. L’esempio che mi viene in mente è immaginare la faccia umana nella luna o in certi paesaggi (un esempio per tutti: la collina chiamata Punta del Nasone sul Vesuvio) o il "vedere" costruzioni artificiali in certe particolari ombre sulle foto di un pianeta lontano oppure vedere lontane distese d’acqua in aridi deserti. La fuga a seguito di un rumore interpretato come segnale di pericolo senza dubbio offre all’uomo della foresta maggiori opportunità di sopravvivenza rispetto al non fuggire.

Però dobbiamo porci una domanda. E’ corretto estendere interpretazioni circoscritte a un certo ambito anche altrove? « Se nel mondo ogni oggetto è costruito da qualcuno allora qualcuno ha creato il mondo» è ragionamento corretto?

Il buon Kant ci ammonisce che l’idea di avere in tasca trenta talleri (all’epoca una somma consistente) non possa significare che in tasca io realmente li abbia. Ciò non impedisce di credere di averli effettivamente in tasca oppure che qualcuno abbia effettivamente creato il mondo, ma mette in guardia dalle illusioni costruite dalla mente, che vede presunti collegamenti anche là dove non ce ne sono.

Se nel mondo quotidiano la soggettività può influire fortemente sul modo in cui si valuta l’accadere di un avvenimento, non possiamo non domandarci se le nostre rappresentazioni del mondo siano corrette o almeno attendibili o, invece, troppo “soggettive”.

Chi ha avuto frequentazione di lavori di Loggia prima o poi si è imbattuto in qualcuno che ha detto: “Il caso non esiste. Lo diceva persino Einstein che Dio non può giocare a dadi con il mondo!”. Questo buon fratello tralascia il resto. Non sa che Niels Bohr, uno dei padri nobili della meccanica quantistica, replicò una volta ad Einstein di smetterla di dire a Dio cosa deve fare con i suoi dadi. Cosa vuol dire? Semplicemente che nel campo metafisico e gnoseologico si è proceduto troppo spesso per supposizioni personali basati su nostre presunte estensioni delle regole del mondo fisico ritenute valide per tutto e per tutti. Chissà? Magari Dio odia giocare con i dadi, oppure i suoi dadi sono molto diversi dai nostri. Oppure non ci sono i dadi di Dio e non c’è nemmeno Dio! Oppure, ancora, "caso" è la parola che noi usiamo per indicare qualcosa che ancora non comprendiamo, ma che esiste.

(continua)


24 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 12

 Continuano le riflessioni


Destino?

Esiste il destino? Si può cambiarlo? Ha senso tenere un comportamento etico se qualunque azione inevitabilmente porta a ciò che si voleva evitare? Oppure è più opportuno accettare il fato perinde ac cadaver (allo stesso modo passivo di un corpo morto) in balia di una “volontà superiore”?

La dea Ananke (= necessità, inevitabilità, costrizione), che Platone intende come madre delle Moire, era poco adorata al di fuori dei Misteri. Oggi aggiungeremmo: “per forza”! Nemmeno noi potremmo adorare una dea che significa appunto “per forza”! Come i Greci non adorarono nessun dio o dea che volesse dire “per caso”.

*

Quello di Edipo e di Nawal è stato un destino possibile oppure il destino necessario? Casualità o causalità?… Oppure… oppure... esistono certi strani incroci in cui tutto è possibile... anche l’impossibile?...

Nella società greca il discorso è semplice, nella nostra invece diventa (artificiosamente?) complicato. Ha (ancora) senso l’osservazione di Lévi-Strauss che i sistemi sociali semplici orientano e prescrivono (per esempio la scelta del coniuge all’esterno del gruppo) mentre i sistemi sociali complessi (come per esempio il nostro odierno occidentale) non orientano ma si limitano a proibire? Ma – ecco il punto focale! – in nome di quali valori da tutti riconosciuti?

Giocasta si uccide, inorridita da ciò che è stato commesso; Edipo si acceca, inorridito da ciò che è stato commesso. Maledice i figli (attenzione! solo i maschi!). Le sue ultime parole a Colono sono di pace per le figlie per la vicinanza che immedesima.

Nawal Marwan è talmente inorridita da ciò che è successo da ritenere fondato il sospetto che il suo malore fatale sia diretta conseguenza (questa sì causa e non caso!) de avere scoperto che il torturatore padre dei gemelli è il figlio sempre cercato e mai dimenticato. Ma Nawal non si uccide, non impreca e non maledice nessuno, e men che mai maledice il suo torturatore. Lascia in eredità l’impegno di rompere la catena dell'odio. Pare quasi un novello Hiram che si rialza vivente dalla fossa in cui era stato gettato dai tre compagni traditori e non pensa a vendette o rivalse.

Le ultime parole di Nawal sono amorevoli; i gemelli accettano di spezzare la catena dell'odio; il terzo figlio riflette silenziosamente davanti alla tomba della madre. Una fine e un inizio?

Io vedo un forte collegamento di Nawal con Edmond, che se ne va rappacificato con il mondo. Edmond lascia in eredità a Massimiliano e Valentina anche un ingente patrimonio ma la sua vera eredità è un grande insegnamento e una significativa prospettiva di vita.

Dite all'angelo che veglierà sulla vostra vita di pregare qualche volta per un uomo che, simile a Satana, per un momento si è creduto simile a Dio e ha riconosciuto, con tutta l'umiltà di un cristiano, che nelle mani di Dio soltanto sta il supremo potere e la infinita sapienza. Queste preghiere addolciranno forse i rimorsi che porta con sé nel profondo del cuore… Non vi è né felicità né infelicità in questo mondo, è soltanto il paragone di uno stato ad un altro, ecco tutto. Solo chi ha provato l'estremo dolore può gustare la suprema felicità. Bisognava aver bramato la morte per sapere quale bene è vivere. Vivete dunque e siate felici... e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all'uomo l'avvenire, tutta l'umana saggezza sarà riposta in queste due parole: Aspettare e sperare.


(continua)

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 11

 Le riflessioni innescate da una Tavola lavorata in Loggia continuano. Undicesima puntata.


Caso o necessità ?

Dopo Edipo e Narwal la domanda si ripropone con Edmond: la sua vicenda è frutto di un caso stravagante o di una avvincente causalità?

E’ una domanda intrigante.

Alexander Selkirk, sottufficiale della Royal Navy, ai primi del XVIII secolo visse per quattro anni abbandonato in un’isola deserta dell’arcipelago Juan Fernández nell’Oceano Pacifico. E’ possibile individuare un filo che collega Selkirk a Robinson Crusoe?

François Picaud, giovane calzolaio di Parigi, ai primi dell’Ottocento, in piena era napoleonica, promesso sposo a una donna benestante, fu vittima di un complotto orchestrato da quattro invidiosi che lo accusarono ingiustamente di essere una spia inglese. Picaud fu arrestato e trascorse sette anni in prigione. Durante la detenzione, un compagno di cella, un prete morente, gli rivelò l'esistenza di un tesoro nascosto. Dopo essere stato liberato Picaud si impadronì del tesoro e si vendicò ferocemente. Dumas si ispirò a Picaud?

La domanda è secca. Sapere di Selkirk condusse “deterministicamente” Defoe a scrivere il suo capolavoro tanto che senza quella conoscenza non lo avrebbe scritto? Oppure Defoe avrebbe scritto il Crusoe anche senza sapere di Selkirk? Possiamo chiederci lo stesso per Dumas rispetto a Picaud.

Defoe e Dumas hanno sicuramente tratto ispirazione da Selkirk e da Picaud, ma la domanda deve essere chiara: i casi storici sono stati causa accidentale (come un catalizzatore che favorisce una reazione chimica che si verificherebbe comunque) oppure causa efficiente, senza la quale due figure del nostro immaginario universale non sarebbero esistite (oppure sarebbero esistite ma non in quei termini?). Defoe e Dumas avrebbero immaginato Crusoe e Dantes senza sapere di Selkirk e Picaud?

*

Le azioni di Dantès non sono oggettivamente e necessariamente determinate dalla scelta già fatta di vendicarsi? In altre parole: una volta decisa la vendetta, Edmond è libero nelle sue azioni oppure deve seguire un cammino di stretto determinismo o quasi?

Mettiamoci ora dal punto di vista dei quattro. Sono avviluppati in una ragnatela di necessità per cui non possono che finire come racconta Dumas oppure avrebbero potuto liberarsene? L’interrogativo è reso più affascinante dallo svolgersi del racconto, in cui le scelte delle vittime a volte sono obbligate dalle avversità che si abbattono su di loro, ma altre volte paiono proprio libere. Un'altra domanda: è libera la scelta del topo di mangiare il boccone avvelenato?

Per Edmond la libertà sta nella scelta iniziale (vendetta o no)? Ma la libertà non sta anche nella possibilità di recedere dalla propria decisione in ogni momento, come in effetti avviene con Danglars, ma non con Caderousse? Caderousse è lasciato andare incontro al suo tragico destino, pur avendo Edmond la possibilità di salvarlo avvertendolo dell’agguato mortale: “Se rientri in casa tua sano e salvo, lascia Parigi, lascia la Francia, e in qualunque luogo sarai, fino a che ti porterai onestamente, ti farò avere una piccola pensione... Poiché se rientri in casa tua sano e salvo…”. “Ebbene?” domandò Caderousse fremendo. “Io crederò allora che Dio ti abbia perdonato, e ti perdonerò io pure…”.

Non è un affidarsi al caso? Se Edmond non è sicuro dell’assassinio di Caderousse, il suo lasciarlo andare non richiama le antiche ordalie che giudicavano l’innocenza dell’accusato in base alla sopravvivenza da prove praticamente fatali?

Quale differenza c’è tra Danglars e Caderousse che salva il primo ma non il secondo?

*

Edmond sceglie liberamente? La domanda significa che la scelta non dovrebbe dipendere da sentimenti di rivalsa, di ripicca, di castigo, di regolamento di conti. Ricordate? ...Liberamente e spontaneamente, con pieno e profondo convincimento dell’animo, con assoluta e irremovibile volontà...

Edmond si sente quasi artefice del ripristino di una giustizia violata dai quattro. Le regole della nostra odierna società del diritto (non della società di ieri) però non permettono che la parte lesa assuma il ruolo di giudice, che deve rimanere estraneo alla contesa e seguire regole chiare stabilite in precedenza. E’ rilevante per la coscienza del lettore di oggi. Per la coscienza del lettore di ieri?

Le azioni di Edipo non sono determinate dalla volontà sua di sottrarsi a un destino predeterminato?

*

L’uomo quando agisce è libero? Lo fa in conseguenza di qualcosa oppure per sua libera scelta (libertà di volontà)? La concatenazione causa-effetto permette la possibilità di una libertà etica (agisco senza necessità ma perché così io voglio)?

Quando un uomo si dice: “Sii te stesso!” non si pone in un piano in cui la libertà sfuma in una serie di atti compiuti o non compiuti proprio in conseguenza di quella scelta?

*

Il caso e la necessità è un saggio della fine degli anni Sessanta del secolo scorso ove il premio Nobel Jacques Monod pubblica le sue riflessioni in merito a determinismo e indeterminatezza che si avvertono in molti campi della scienza.

E’ anche una risposta alle teorie darwiniane o almeno alla divaricazione, che tanti vorrebbero inconciliabile, tra la casualità di Darwin e la causalità degli oppositori. Infatti Darwin sosteneva che da una generazione alle successive le variazioni nel patrimonio genetico degli esseri viventi non avvengono prendendo a modello il finalismo di un’azione provvidenziale di un Dio creatore (causalismo), ma si verificano casualmente. Nasceva quindi una polemica con i cosiddetti creazionisti i quali rifiutavano una spiegazione meccanicistica e naturalistica dello sviluppo della vita che esclude un qualsiasi intervento sovrannaturale.

La posizione creazionista si basa apparentemente sul buon senso. Se osserviamo il mondo vi cogliamo un ordine talmente forte che diventa credibile sia scaturito da una volontà e non da mutazioni casuali imprevedibili. Altri creazionisti fondamentalisti giungono a forme estremamente radicate nel loro pregiudizio che nulla può scalfire (il buon Dio ha creato il mondo seimila anni fa mettendoci pure fossili e altre tracce per mettere alla prova la nostra fede che deve rifiutare – appunto per fede – quelle ritenute prove scientifiche!).

Monod si propone di superare le differenze di prospettiva tra evoluzionisti e creazionisti (non sono termini corretti ma li uso per farmi capire).

Le alterazioni nel DNA avvengono a caso e non frequentemente. E poiché sono il solo modo (a parte malattie o influssi esterni come radiazioni nocive) di modificare il patrimonio genetico alla base dell’ereditarietà, segue che “necessariamente” solo il caso è all’origine di ogni cambiamento e ogni novità ereditaria (quindi non c’è adeguamento ad un presunto disegno divino). La modifica genetica avviene per caso ma l’individuo che la “possiede” o che ne è affetto necessariamente trasmette la modifica agli eredi. Tuttavia è una necessità “temperata” da “facilitazioni ambientali” accentuate proprio per quella mutazione (tante altre mutazioni genetiche che portavano non vantaggi ma handicap non hanno dato alla prole maggiori opportunità di sopravvivenza, spesso il viceversa, e alla lunga quelle "vie diverse" sono scomparse). Un esempio che mi viene in mente è quello della giraffa, animale dal collo lungo che le permette di cibarsi delle foglie degli alberi ove ha meno concorrenza (solo gli elefanti dalla lunga proboscide) rispetto all’erba del terreno. Tra i mammiferi la giraffa occupa il posto (gli scienziati dicono nicchia) lasciato libero dai dinosauri erbivori dal collo lungo. La sua “scelta di nicchia” per il cibo più abbondante o meno pericoloso da ottenere le permetterà una maggiore possibilità di sopravvivenza e di prole.

Dunque: il solo caso. Quindi: libertà assoluta (per le modifiche) ma cieca (per l’assenza di qualunque scopo finalistico).

Cosa vuol dire? Io avanzo una risposta. Libertà cieca significa libertà senza significato in un mondo che, diventato da causale (il disegno divino) a casuale (il risultato della natura), ha perso per strada qualunque significato. Temo che per molti non sia accettabile un mondo privo di significato.

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La storia della vita sulla Terra inizia miliardi di anni fa, quando una serie di reazioni chimiche complesse ha dato origine a una cellula capace di replicarsi, evento fondamentale alla base di tutto il vivente oggi sul pianeta. Le prime tracce di vita risalgono a circa 4 e più miliardi di anni fa: sono stati scoperti fossili – leggo nei manuali scientifici – che testimoniano la presenza di cianobatteri (cellule che producono ossigeno) già 3,7 miliardi di anni fa. Non sappiamo come avvenne il passaggio dalla materia inanimata alla materia viva ma sicuramente ci fu. Il creazionista parla di una volontà esterna (la probabilità del verificarsi – sostiene – è troppo bassa perché si sia potuto effettivamente verificare) e l’evoluzionista invece parla di un incrocio casuale nei mari primordiali tra alcune molecole che avrebbe dato il via al “grande gioco” (una probabilità molto bassa non significa impossibilità di verificarsi).

Monod ipotizza che ci siano stati casualmente innumerevoli incroci per così dire “sterili” (dei quali non possono restare tracce) mentre uno solo ha dato origine alla vita. Un tale incrocio non è mai stato riprodotto in laboratorio, vista anche la probabilità estremamente bassa di verificarsi: gli scienziati valutano il tempo in cui si è verificato la creazione della prima molecola bio in qualcosa come 400 milioni di anni. Nessun esperimento oggi può (per fortuna?) essere replicato su scala temporale così immensa. Ha torto chi si chiede se dando un tempo infinito ad una scimmia che batte a caso i tasti di una macchina da scrivere, allora prima o poi scriverà tutte le opere di Shakespeare?

(continua)

23 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 10

 Edmond Dantès fa riflettere molto, ben al di là degli stereotipi di una moderna avventura di una implacabile vendetta. Continuiamo a seguire i labirinti delle riflessioni.


Una, nessuna, centomila prospettive ?

American Gothic è un dipinto del 1930 del pittore statunitense Grant Wood. Oggi è considerato rappresentativo di un certo modo di vita (ne ho già parlato qualche anno fa e richiamo quelle mie considerazioni come richiamo anche l'articolo, che cito con gli estremi, in Conoscenza Religiosa dal quale ho molto attinto).



Prospettiva di chi guarda il dipinto. Sullo sfondo, dietro una coppia di agricoltori, una tipica casa colonica del Midwest americano dallo stile goticheggiante. Il cielo è senza nuvole e accentua la costruzione che divide in due gruppi sette alberi.

Erano case prefabbricate e si montavano velocemente. Bastavano due persone: l’immaginazione corre a padre e figlio maggiore (madre e figli minori si occupavano di altri lavori): travi e travetti leggeri, senza fondamenta profonde, da inchiodare facilmente insieme. E’ una casa di serie che si compra su ordinazione, assieme ad infissi, ferramenta, tetti. Come di serie, oppure fatti in casa, sono gli abiti del contadino e della moglie: abiti sobri, senza cedere nulla all’eleganza se non per qualche piccolo particolare (il collarino di lei e il suo piccolo cammeo, forse un gioiello di famiglia ereditato dalla madre o dalla suocera). Sguardo onesto e sicuro lui, modesto lei.

Questa modesta Moglie di Contadino dello Iowa ha una crocchia da Madonna medievale, un collarino da Riformata, porta un cammeo greco e un grembiule ottocentesco. Martin Lutero la costringe a stare d'un passo indietro rispetto al marito; John Knox le fa squadrare le spalle, la crisi azionaria del 1929 le infonde quello sguardo. (G. Davenport, La Geografia dell’immaginario in Conoscenza Religiosa, n. 2 1983, Ed. La Nuova Italia, Firenze, pp.131-34).

Vedo qui due americani, solidi: lui gran lavoratore, sempre in cerca del modo migliore di compiere il proprio lavoro, del gesto giusto, soddisfatto se è compiuto bene; lei degna moglie di un siffatto uomo, gran lavoratrice, energica, modesta, senza fronzoli, che si concede la sola piccola vanità nel collarino e nel cammeo. Sono persone forse un po’ mediocri, ma giuste. Giuste, ma dure. Conoscono sì la giustizia (la imparano dalla Bibbia)... ma paiono zoppicanti sulla misericordia. Conoscono la forza del dovere, ma ne trascurano la bellezza che pone in armonia il dovere con il mondo.

Persone per bene, per carità. Sicuramente pretendono da sé prima che dagli altri. Sicuramente sono free born, of good repute, and well recommended (così viene presentato il Candidato che bussa alla porta del Tempio nella tradizione anglosassone)... Mi piacerebbe incontrare lui (in altre prospettive pure lei) tra le colonne? Francamente, non so.

Prospettiva reale. Come sono andate in realtà le cose? Lo racconta lo stesso pittore.

Grant Wood fu colpito da una piccola casa dipinta di bianco a Eldon, nello Iowa, e volle dipingere una coppia di persone che immaginava potessero abitarvi. Scelse come modelli la sorella ed il proprio dentista. I due non hanno mai posato davanti alla casa (il quadro richiama anche una posa fotografica forse per dare più realismo) e nemmeno hanno posato insieme. Il pittore li ha dipinti separatamente come separatamente ha dipinto la casa (che nella realtà non ha il tetto così spiovente) e nel portico ha aggiunto piante che non c’erano.

Insomma, dal punto di vista della realtà quella scena non è mai esistita. Eppure ha descritto meglio di tante altre rappresentazioni un certo tipo di America.

Altre prospettive. Tutti pensano ai due come ad una coppia di coniugi, lei molto più giovane di lui. La sorella del pittore dopo certi commenti ironici del pubblico protestò con lui per essere creduta moglie di un uomo con più del doppio dei suoi anni. Grant lasciò così intendere che non si trattava di marito e moglie, ma di padre e figlia. Dunque, un’altra prospettiva.

Ma non l’unica. Gli abitanti dell’Iowa non gradirono di riconoscersi nella coppia nella quale vedevano rappresentati i valori di una società chiusa su valori integralisti e protestarono vivamente (qualcuno minacciò di staccare a morsi le orecchie del pittore!). Ecco un’altra prospettiva.

Successivamente la coppia fu vista come rappresentante dei valori incrollabili di tutta l’America, senza la quale il mondo libero non esisterebbe. Ulteriore prospettiva.

E ce ne sono altre, ma qui mi fermo.

Quale prospettiva è la vera?

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Può lasciare perplessi l’uso del termine “prospettiva”.

Il termine deriva dal latino prospicĕre (composto di pro = avanti e specĕre = guardare, guardare innanzi) che significa “guardare avanti”.

Comunemente viene inteso come un modo di guardare la realtà (si pensi alle arti pittoriche), quindi come qualcosa di diverso dalla realtà. La geometria proiettiva (che mette la prospettiva alla base) mostra le varie forme sotto le quali uno stesso oggetto si presenta. Per esempio un parallelepipedo retto (facce rettangolari e spigoli perpendicolari tra di loro) può diventare un poliedro a facce non rettangolari e spigoli non perpendicolari se osservato da un certo punto di vista. L’osservatore però sa che l’oggetto pur potendo essere visto in modi diversi resta quello e non cambia.

Infatti è questa la situazione che tutti noi intuiamo. Noi ci pensiamo immersi in un mondo luminoso e colorato. Discutiamo se il mondo sia o non sia finalistico (tutto nell’universo fluisce verso una meta finale), ordinato, deterministico, ma trascuriamo il fatto che in realtà il mondo noi non lo vediamo, non lo odoriamo, non lo sentiamo. La scienza mostra che l’uomo vive in un mondo fatto solo di vibrazioni elettromagnetiche: l’occhio non vede, l’orecchio non ode, il naso non odora ma colgono onde che il cervello modifica e traduce in modo che noi dopo il processo del cervello (cervellotico?) “vediamo”, “udiamo”, “odoriamo”.

Il mondo colorato così come lo vediamo non è la realtà ma è una immagine (prospettiva) creata dal nostro cervello (organo che non è la nostra mente). Chi è effetto da daltonismo vede una immagine (prospettiva) diversa delle stesse cose: è cambiata la prospettiva non le cose.

Il mondo come lo udiamo è un’altra prospettiva creata dal nostro cervello, organo talmente bravo da rendere le due prospettive non solo compatibili ma anche talmente coerenti tra loro che noi non siamo più in grado di distinguerle. Non siamo nemmeno in grado di capire, se non con sforzo mentale, che sono solo prospettive create dall’uomo e non la realtà. E ci lascia perplessi (talmente perplessi che tanti non accettano) che il colore non è una proprietà intrinseca di un oggetto, ma solo un rimbalzare di onde elettromagnetiche. Ciò che noi chiamiamo per esempio colore verde di una certa cosa non è proprietà di quella cosa e non di altre, ma solo una particolare lunghezza d’onda delle onde elettromagnetiche che quella cosa riflette come un muro fa rimbalzare una palla. Ce n’è abbastanza per confutare più della metà della metafisica umana dai tempi di Platone!

Prospettive, non realtà. E allora rimaniamo pure tra le prospettive: la realtà è al di fuori della nostra portata.

Certo che a questo punto vengono messe in forse le risposte alle domande fondamentali dell’uomo. Probabilmente è saggio accogliere le prospettive che permettono di vivere al meglio. E basta.

Quale prospettiva ?

Quale prospettiva è corretta?

La domanda è malposta. La prospettiva "universale" non esiste, oppure se esiste è irrimediabilmente al di fuori della portata dell’uomo. La stessa scienza ammonisce con Heisenberg che non è possibile giungere alla conoscenza delle informazioni complete di una singola particella sub atomica; figuriamoci per qualunque cosa un po' più complessa! L’osservatore influisce irrimediabilmente su ciò che osserva, che, se non osservato, è diverso da come appare a chi osserva (ed è diverso ai tanti osservatori). Ogni osservazione è una prospettiva della realtà, non la realtà stessa.

Dovremmo trarre un salutare insegnamento da una comune espressione che ancora oggi viene usata: “E’ la sua Waterloo!” in bocca a un francese indica una sconfitta definitiva, ma detta da un inglese si riferisce alla vittoria decisiva.

Ogni prospettiva mette in evidenza qualcosa di rilevante (per quel punto di vista). Se si vuole esprimere qualche altro aspetto è gioco forza modificare prospettiva. Non fa lo stesso anche la scienza quando parla del reale ma lo colloca entro paradigmi stabiliti e accettati? Cambiando paradigma cambia il senso del reale. Dire paradigma non vuol dire punto di vista, prospettiva? Ci sono esperimenti che mettono in evidenza la natura della luce come fascio di particelle (pensiamo ad una mitragliatrice che spara) e altri che invece mostrano la luce sotto un aspetto ondulatorio (come le onde del mare); nessun esperimento potrà mai mostrare la luce contemporaneamente come onda e particelle. Non riusciremo mai a decidere (oggi la scienza insegna non essere realistico nemmeno supporlo) quale effettivamente sia la natura della luce, se ondulatoria o corpuscolare.

Ciò che invece ancora mi sorprende è la praticamente illimitata capacità dell’uomo di dividere ancora di più ciò che è già diviso. I vari politeismi religiosi all’origine di numerose guerre hanno dato origine solo a scaramucce. La stessa guerra di Troia, pur nella sua importanza di scontro tra Greci (al tempo i Micenei) e Troiani (legati alla civiltà ittita) per il controllo di rotte commerciali, non poté realisticamente coinvolgere che qualche migliaia di uomini e non le miriadi cantate da Omero (parla di quasi 1200 navi e 130.000 greci contro 50.000 troiani e loro alleati). Sono le religioni monoteiste (ognuna con il suo assolutismo particolare) che hanno dato origine ai grandi conflitti (tra cristiani di un tipo contro cristiani dell’altro tipo, e tra cristiani e musulmani, tra ideologie diverse). L’ultimo conflitto mondiale, ideologico non religioso (ma non è lo stesso?), ha coinvolto milioni di persone.

Traduco. I monoteismi sono prospettive diverse, autoescludentesi, che si ritengono incompatibili tra loro, per cui l’uno deve tentare di distruggere l’altro, e viceversa. I politeismi sono prospettive diverse, non necessariamente autoescludentesi, quindi difficilmente presentano contrasti totalizzanti che mirano alla distruzione dell’altro. Le distruzioni nascono invece da interessi politici o commerciali diversi (per esempio i Greci contro i Persiani, Roma contro Cartagine).


(continua)


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.