01 giugno 2026

Il Mercurio Filosofico... parte 2

 Continua il dialogo tra Ulisse e il Poeta, due "alter ego" uno dell'altro che viaggiano


Ermes-Ulisse. Non ho convinto nessuno. Ho solo ricordato il senso dell’essere uomo, caminante, navigante...

O frati, dissi, che per cento milia perigli...

se non senti questo... beh!... hai sbagliato a nascere uomo.

Ermes-Poeta.

Indi trahendo poi l’antiquo fianco

per l’ extreme giornate di sua vita,

quanto più po’ col buon voler s’aita,

rotto dagli anni et dal camino stanco...

Ermes-Ulisse. La volontà è la grande spinta dell’uomo... La volontà unita al trovare... Anzi, no. Non trovare, ma cercare. La ricerca, la queste degli antichi cavalieri. Qui sta il nocciolo duro dell’uomo.

Ermes-Poeta. (suadente) Dove vai Ulisse? Perché non ti fermi un po’? Anche tu hai il diritto di riposarti.

Ermes-Ulisse. Nessuno ha il diritto di fermarsi. Nemmeno la morte è arresto, ma è solo movimento. Un movimento diverso... che ancora non capiamo...

Ermes-Poeta. Ma un po’ di riposo...

Ermes-Ulisse. Riposo... riposarsi... Riposarsi da cosa? Un medico ti dice che la fatica è legata alla quantità di acido lattico nel sangue. Ma il caminante non si cura dell’acido lattico, va oltre. Il suo viaggiare non è solo fisico: è anche fisico.

Ermes-Poeta.

Et viene a Roma, seguendo ‘l desio,

per mirar la sembianza di colui

ch’ancor lassù nel ciel vedere spera...

Certo Roma è una bella città, così carica di memorie...

Ermes-Ulisse. Roma è una bella città, carica di storia. Ma il caminante non è un turista. Non viaggia per piacere. Non viaggia per affari. Roma è per molti, per tanti, il centro del mondo. Come per tanti altri il centro è Gerusalemme, o la Mecca. O Benares o Lhasa o altro ancora.

Ermes-Poeta. (Con sufficienza) Tanti centri, nessun centro. Dài, non crederai ancora a queste cose?

Ermes-Ulisse. Non sono cose superate. Quando dico “centro” non parlo di una dimensione fisica. Come potrebbe la città di Roma essere un centro di qualcosa con i suoi innumerevoli problemi tra malagestione e malaffare, tra confusione e corruzione? O come potrebbe essere un centro la città di Lhasa così snaturata sotto l’occupazione cinese? Ma Roma e Lhasa lo sono. Perché per tanti è il loro centro interiore. E quindi sono centro di un tessuto simbolico, metaforico, religioso che non dobbiamo negare o deridere...

Ermes-Poeta.

Cosí, lasso, talor vo cerchand’io,

donna, quanto è possibile, in altrui

la disïata vostra forma vera.

Ermes-Ulisse. Chi cammina cerca. Chi cammina cerca qualcosa. Forse non sa cosa, ma confusamente lo cerca.

Ermes-Poeta. Tu cosa cerchi, Ulisse?

Ermes-Ulisse. La risposta è molto semplice. E molto difficile.

Ermes-Poeta. (Stupito) Semplice? Difficile?

Ermes-Ulisse. Mi aveva detto il signore Tiresia quando lo incontrai laggiù, nella dimora invernale della regina Proserpina: Prendi un remo e vai. Quando giungerai in un paese dove ti verrà chiesto perché ti porti una pala del grano in spalla, allora sarai arrivato. Fai un sacrificio e potrai tornare libero a casa.

Ermes-Poeta. E hai trovato quel paese?

Ermes-Ulisse. No, non l’ho mai trovato. E ormai dubito che esista.

Ermes-Poeta. E allora?

Ermes-Ulisse. Tu vai perché devi andare. E il tuo viaggio, lungo, lunghissimo, è composto di tante tappe. Tappe diverse una dall’altra, ma tutte indispensabili. E tutte importanti.

Ermes-Poeta. Vai perché devi andare?

Ermes-Ulisse. Vai perché devi andare.

Ermes-Poeta. Ma ha senso?

Ermes-Ulisse. Ha senso.

Ermes-Poeta. Che senso?

Ermes-Ulisse. Ci son cose che senti di dover fare. Non sai il perché o il percome: sai che devi cercare. E... cerchi.

Ermes-Poeta. Cerchi...

Ermes-Ulisse. Sì, cerco. Son tante le strade... Son tanti i cammini. Lascialo dire da uno... non che se n’intende, perché io non mi intendo di nulla... ma che ha camminato tanto...

Ermes-Poeta. (Sconsolato) “Gli uomini” disse il piccolo principe “non sanno più che cosa cercano. Allora si agitano, e girano intorno a se stessi...”. E soggiunse: “Non vale la pena...”.

Ermes-Ulisse. Ci sono uomini che non sono così. Che cercano la “bianca dea” nascosta in un paese lontano.

Là – voglio andare; e confido

in me, d’ora in poi, e nel mio timone.

Aperto è il mare, verso l’azzurro

mi spinge la mia nave...

Su spazio e tempo dorme il meriggio

solo il tuo occhio, immenso,

mi guarda, o infinito!


(Nietzsche, Canti del Principe Vogelfrei in La Gaia Scienza)


31 maggio 2026

Il Mercurio Filosofico... parte 1

 Il Mercurio Filosofico

o... 

dell’Argento Vivo addosso


Premessa

Ricordo…

Anni fa il Maestro Venerabile mi assegnò una Tavola dal titolo ben preciso: Il Mercurio filosofico.

Io non sono alchimista e di alchimia non so nulla. Del Mercurio alchemico conosco solo il nome. Nella mia infanzia muratoria tentai la lettura di Fulcanelli, ma in breve capii che non era la mia strada.

La prima reazione alla tavola è stata quindi di rifiuto: avrei dovuto parlare di cose che non conosco oppure dedicarmi ad un copia-incolla che mi avrebbe fatto dire cose non mie. Ma ci ho ripensato e ho allora cercato di intrufolarmi nei miei meandri mentali per individuare un sentiero da percorrere con sincerità.

E ricordo...

Fino a qualche decennio fa per misurare la temperatura del corpo, la febbre come comunemente si dice, si usavano termometri a mercurio in vetro. Erano fragili e capitava si rompessero. Osservavo affascinato il mercurio, dal piacevole colore argenteo, che usciva dal termometro rotto e il suo comportamento da liquido “non troppo liquido”: non bagnava il piano del tavolo e rotolava via a forma di goccia come appunto fosse un liquido e non un metallo. Uno dei suoi antichi nomi era proprio “argento vivo”, qualcosa che non stava mai fermo, dalla vitalità briosa ed esuberante, ma anche opportunista e violenta: si adattava ad ogni pendenza del tavolo e una volta segnò la mia penna d’oro che ne conservò la traccia per diversi anni.

Ho poi riflettuto sulle proprietà di un metallo molto lontane dal mondo dei metalli: mi hanno aiutato astronomia e mitologia. Mi aiutò soprattutto l'immaginazione.

Il pianeta Mercurio è il più vicino al Sole con caratteristiche uniche. Ruota su se stesso più lentamente della rivoluzione attorno al sole tanto che tre giorni di Mercurio durano due anni (è come se sulla terra un giorno durasse otto mesi, cioè è mattina a Capodanno ed è sera a Ferragosto!, la sera del giorno successivo è a Pasqua e il giorno dopo ancora termina a San Silvestro (roba da chiodi!). Mercurio ha l’anno più corto degli altri pianeti (e questo è ovvio: è il pianeta più vicino al sole). Il suo moto retrogrado (il pianeta visto dalla Terra pare invertire la direzione del moto, come un corpo che sulla terra sale in cielo e non cade appunto a terra!) è frequente e molto evidente.

Non può stupire che gli antichi Greci abbiano veduto nel dio Hermes (Mercurio per i Romani) il messaggero degli dei (Zeus gli regalò berretto e calzari alati), il protettore dei viaggiatori e dei ladri, chi era fuori dalle regole civili. Hermes aiutò Ades a rapire Persefone, uccise il gigante Argo dai cento occhi, liberò il dio Ares prigioniero, incatenò Prometeo ad una roccia del Caucaso, vendette Eracle schiavo, affidò il piccolo dio Dioniso alle ninfe, addormentò i Greci permettendo a re Priamo di uscire da Troia a riscattare il corpo di Ettore, diede ad Ulisse una magica erba per annullare gli incantesimi della maga Circe; ordinò alla ninfa Calipso di lasciar partire Ulisse, accompagnò Orfeo alla ricerca della moglie Euridice.

Credo che l’uomo debba farsi permeare dal messaggero degli dei, sempre in movimento e mai fermo.

Così deve essere l’uomo e così deve essere il massone.

Il massone deve aver dentro di sé l’intero pianeta Mercurio, con i suoi tre giorni che durano due anni, con temperature estreme da +480 a -180 gradi, con il suo moto rapido e strano.

Il massone deve essere un piccolo pianeta Mercurio che, come Venere, compare fugacemente subito dopo il tramonto e immediatamente prima dell’alba, tanto che gli antichi greci gli diedero due nomi diversi: Apollo al mattino e Hermes la sera. Non sappia la destra ciò che fa la sinistra, ammoniva il Maestro.

Il Massone è uomo che viaggia, e viaggia per viaggiare perché ha l’argento vivo addosso.

E ho immaginato un dialogo tra il pianeta Mercurio-Apollo e il pianeta Mercurio-Hermes, tra il massone che viaggia e il massone che disegna (sulla Tracing Board), tra l’uomo in cammino (un po’ santo e un po’ ladro, un po’ mercante e un po’ truffatore) e l’uomo artista (che un po’ sogna e un po’ fantastica, un po’ canta e un po’ stona).

Il primo l’ho chiamato Ermes-Ulisse. L’altro l’ho chiamato Ermes-Poeta.

Ulisse e Mercurio si sono incontrati: chi se non il protettore dei ladri avrebbe potuto suggerire lo stratagemma del cavallo, grande mossa per i vincitori, ma grande frode per i vinti?

Mercurio è in fondo artista. Chi se non Mercurio può suggerire agli uomini il verso o la nota, il disegno o l’architettura?

Ulisse e il Poeta, entrambi della famiglia mercuriale di Ermes: Mercurio che va e Mercurio che architetta, Mercurio che cammina e Mercurio che sogna. Ma…

Attenti al Mercurio che fantastica!… Attenti al Mercurio che protegge i ladri!...


* * *


Ermes-Poeta.

Movesi il vecchierel canuto et biancho

del dolce loco ov’à sua età fornita...

Ermes-Ulisse. Io non posso fermarmi, ogni sosta è temporanea, è solo un intervallo tra due tappe di un lungo viaggio...

Ermes-Poeta. Ah... “temporanea”?... La famiglia, gli amici non sono vincoli passeggeri, ma legami duraturi, di tutta la vita.

Ermes-Ulisse. Certo. Certo. Sono importanti, sono il dovere che l’uomo si è assunto liberamente e spontaneamente.

Ermes-Poeta (interrompendo con convinzione). Lo insegna anche la Massoneria. Tu rispetterai i tuoi impegni di Massone ed aiuterai i Fratelli purché entro la lunghezza del tuo cable-tow, il cappio che ti fu messo al collo quando bussasti alla porta della Loggia.

Ermes-Ulisse. Ma il vecchierel ha ormai assolto i suoi doveri verso la famiglia. Ora, quasi al termine della vita, riprende il suo andare. Non rinnega la famiglia, semplicemente riprende il cammino.

Ermes-Poeta.

...et da la famigliuola sbigottita

che vede il caro padre venir manco...

Ermes-Ulisse. La tua famigliuola si aspetta forse il tuo definitivo stare? Allora non ti capisce.

Io non posso fermarmi. Io debbo andare. Io vado, fosse l’ultima cosa che farò in questo mondo.

Ermes-Poeta. Forse non volevano farlo partire. Temevano per la sua vita, vedendolo così vecchio e fragile... e... così maledettamente determinato. Erano semplicemente preoccupati.

Ermes-Ulisse. Comprensibile, la preoccupazione. Ma lo debbono lasciare andare. Li avrà convinti con una orazion picciola al cammino.

Ermes-Poeta (con ironia). Ti auto-citi?

Ermes-Ulisse. No. Citare significa leggere cose di qualcun altro. Oppure leggere cose che tu stesso hai detto in un’altra epoca, in un altro tempo, ma oggi non senti più tue. Allora, sì, tu citi.

Ma l’orazion picciola è talmente connaturata in me che non è citazione: è una parte di me stesso che viene fuori. E viene fuori con tanta convinzione che nessuno è più capace di fermarmi.

Ermes-Poeta. Insomma, li hai tutti convinti.


(continua)

30 maggio 2026

La volta stellata

 

Maestro Venerabile. Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.

Oratore. Il tempio della libera muratoria non è completo: ha per tetto il cielo stellato, uno degli spettacoli più impressionanti che possano colpire l’uomo.

Maestro Venerabile. Forse proprio contemplando il cielo stellato l’ominide sceso dagli alberi imboccò la strada verso l’homo sapiens.

Oratore. Se l’immagine del cielo notturno può colpire ancora oggi l’uomo materiale e materialista del XX secolo, accecato dall’inquinamento luminoso, che vede le stelle solo alla televisione e raramente ad occhio nudo, pensiamo quale impatto invece possa avere avuto su quell’essere, non più scimmia e non ancora uomo, timoroso del buio, e pur tuttavia affascinato dallo spettacolo di una volta scura e nera, con tanti puntini scintillanti.

Maestro Venerabile. Volta scura che si illuminava e quindi si ri-scuriva, con la presenza a volte di un globo fiammeggiante e altre di un luminare minore, e altre volte solo di puntini scintillanti distribuiti secondo strane e misteriose figure, che cercava di cogliere, ma non comprendeva...

1° Sorvegliante. Non possiamo certo stupirci se l’uomo pensò di associare le stelle agli dei, a dio, all’alto, all’altro, all’altrove.

2° Sorvegliante. E quindi uscimmo a riveder le stelle, prende atto sollevato Dante al termine della tappa infernale del suo viaggio, e non può che collegarle alla visione finale: l’amor che muove il sole e l’altre stelle.

1° Sorvegliante. Anche il libero muratore lavora sotto il cielo aperto nel Tempio senza tetto. La mancanza del tetto non dipende solo dall’incompletezza della costruzione: oggi manca il tetto, che verrà costruito domani (forse, se sarà in grado). Il lavoro è sotto le stelle perché immediato deve essere il collegamento con quel mondo buio e misterioso, eppure così fantasticamente luminoso, dell’altrove.

2° Sorvegliante. Le costellazioni, questi arcani disegni che gli antichi hanno costruito e individuato nella volta scura, vere e proprie chiavi di lettura del proprio interiore, non sono semplici disegni nei quali fantastiche linee immaginarie uniscono punti luminosi, ma sono modalità di lavoro che indicano obiettivi del e nel cantiere-uomo.

1° Sorvegliante. Così le due Orse sono punti certi di riferimento. La sempre visibile Maggiore quasi compagna e indicatrice della Minore che in questo ciclo epocale ruotando sul perno settentrionale, la stella polare, è faro sempre presente. L’asse settentrionale indica il centro di rotazione della terra e del nostro mondo. L’angolo di nord-est era quello in cui anticamente avvenivano le iniziazioni e ancora oggi nella ritualità anglo-sassone vi viene posto il neo-massone. Sotto il nord, sotto la stella polare, sedeva il Cappellano di Loggia, conservatore della Parola sacra, che all’inizio dei lavoro metteva in squadratura il cantiere con modalità ben note.

2° Sorvegliante. Assai belle e commoventi le leggende che le accompagnano. I greci vedevano nella maggiore la ninfa Callisto (amata da Zeus) e il figlio Arcade nella minore, trasformati in costellazioni dalla gelosia di Era. Ma gli arabi – con non frequente rovesciamento semantico – vedevano nel Piccolo Carro una piccola bara e nella stella polare un assassino condannato alla immobilità eterna. I romani chiamavano invece il Gran Carro Septem Triones, i sette buoi che lentamente arano i cielo attorno alla Polare.

Oratore. E’ sufficiente alzare gli occhi al cielo e ricercare gli antichi simboli per sentirsi in sintonia con il cammino a duplice direzione tra la terra e il cielo.

Segretario. Le costellazioni allora non sono più semplici storie mitologiche di edificazione (al pari delle biografie devozionistiche dei santi cattolici), ma diventano simboli capaci di far vibrare le corde giuste nell’intimo dell’osservatore.

1° Sorvegliante. Se l’Orsa Minore insegna la stabilità dell’orientamento e impedisce la perdita della via, Orione il cacciatore, che splende immane nel limpido cielo invernale accompagnato dai Cani, indica il prossimo “aumento di luce” e mostra come il buio sia un periodo a termine (ma attento, camminatore, anche la luce sarà “a termine”!).

2° Sorvegliante. Il caminante sarà in armonia con se stesso e la natura se saprà “pesarsi” con la Bilancia, riconoscere il binario in sé con i Gemelli e i Pesci e superarlo con la forza del Leone e la crudeltà dello Scorpione.

Oratore. Il cielo stellato ci suggerisce... Le stelle ora si vedono, ora sono nascoste, ma il cielo stellato c’è, è là, sia che lo vediamo sia che resti nascosto.

Segretario. Il segno suggerisce...

Maestro Venerabile. La volta stellata di giorno non è visibile, ma c’è.

Oratore. La volta stellata nelle terse serate invernali, molto fredde, c’è: noi la vediamo.

Segretario. La volta stellata c'è, ma noi sentiamo il gelo...

Maestro Venerabile. La volta stellata in una afosa e fosca serata estiva c’è, poco visibile ma c’è.

Oratore. La volta stellata in una sera nebbiosa o nuvolosa non si vede, ma c’è.

1° Sorvegliante. La volta stellata in pieno mezzogiorno non si vede ma c’è

2° Sorvegliante. La volta stellata allo scoccare della mezzanotte c’è.

Maestro Venerabile. Meditiamo Fratelli, meditiamo…






29 maggio 2026

Il semaforo blu

 

Maestro Venerabile. Fratello Segretario, a voi la parola per la Tavola Architettonica.

Segretario. Una volta il semaforo di Piazza del Compagnonaggio fece una stranezza. Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu

Oratore. La gente non sapeva più come regolarsi.

1° Sorvegliante. Attraversiamo o non attraversiamo?

2° Sorvegliante. Stiamo fermi o ci muoviamo?

Segretario. Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l'insolito segnale blu.

Oratore. Era un blu che così blu il cielo della città non era stato mai.

1° Sorvegliante. Gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano rombare il motore.

2° Sorvegliante. I pedoni urlavano arrabbiati: Ora passo io!

1° Sorvegliante. No, passo io!

Oratore. Gli spiritosi lanciavano frizzi: Il verde se lo sarà mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna.

1° Sorvegliante. Il rosso lo hanno adoperato per tingere i pesci ai Giardini Pubblici.

2° Sorvegliante. Col giallo allungano l’olio d'oliva.

Oratore. Finalmente arrivò un vigile e si mise lui in mezzo all'incrocio a districare il traffico.

Segretario. Un tecnico aprì la cassetta dei comandi per riparare il guasto.

Oratore. Quell’uomo per prima cosa tolse la corrente.

Segretario. Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare: « Poveretti! Io avevo dato il segnale di "via libera" per il cielo ».

Oratore. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare.

Maestro Venerabile. Ma forse è mancato il coraggio. Quante volte nella vita ci manca il coraggio e ci accontentiamo del presente!...


Lettura corale di una delle Favole al telefono di Gianni Rodari


28 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 16 - Fine

 Concludo le mie riflessioni sopra una Tavola di Loggia dell'anno scorso. E' solo una conclusione momentanea.

Appendice personale: Il mio Edipo

Aggiungo alcune considerazioni che nulla aggiungono al lavoro precedente, ma possono esserne complementi non superflui.

Ho conosciuto il mito di Edipo fin dalla scuola elementare, come esempio di… oggi diremmo somma sfiga. Lo lessi in una piccola enciclopedia (si intitolava "Il mio amico" ed era in sei volumi) che mi regalò mio padre per il superamento dell'esame di terza elementare (ultimo anno di validità del residuo burocratico dell'obbligo scolastico – già negli anni Cinquanta del Novecento esteso alla quinta elementare – fissato nel 1877 dalla Legge del ministro massone Michele Coppino ai soli primi tre anni delle elementari). Lessi e rilessi quei volumi quasi perdendomi in labirinti narrativi che spaziavano dalla storia alla geografia, dai miti e leggende (la parte che mi affascinò di più furono i miti greci) all’arte ed ai costumi umani (si parlava ancora, in quegli anni, di razze umane e religioni idolatriche!). Edipo mi attirò – ricordo – per l'indovinello (quale bambino non è attratto da un indovinello?), ma molto meno dalla vicenda dell'uomo che sposa la madre, anche se oggi non posso escludere che il racconto dell'incesto fosse stato molto edulcorato in tempi di moralismo imperante (ricordo che i film hollywoodiani dell'epoca mostravano i letti matrimoniali come due lettini single con il comodino nel mezzo).

Come molti miti, Edipo ha intersecato il percorso intero dell'umanità, perché tocca “corde sensibili” dell’uomo: l'allontanamento/abbandono del figlio dalla famiglia, l'attrazione del maschio verso la femmina, il giovane che si sostituisce al vecchio, la legittimazione del nuovo potere.

Edipo in me rimase però per molti anni al livello intellettuale (oggi direi niccianamente apollineo). Sapevo che l'incesto era possibile e che nelle famiglie faraoniche dell'antico Egitto il faraone spesso si univa con una sorella per mantenere “puro” il sangue divino. Ma non andavo oltre un nozionismo appunto intellettuale.

Con la Nascita della tragedia di Nietzsche (autore ignorato nel liceo degli anni Sessanta per il suo presunto filo-nazismo e che io ho affrontato solo in età matura), Edipo passò dal mio lato apollineo alla cripta del Tempio, là dove sta la parte più nascosta di ognuno di noi, il nostro “pentolone” esistenziale dove prudenza vuole ci si avvicini con molta cautela.

Nietzsche critica Socrate e Platone per avere nascosto il dionisiaco a vantaggio dell'apollineo: l'uomo della grecità classica è infatti uomo a metà, solare e razionale, che non vede la parte notturna dell'esistenza e quando si avvicina al "lato oscuro" combina solo guai. E' significativo che nel tempio greco non vi siano cripte, che compaiono solo in età cristiana? Per il solare Socrate è sufficiente conoscere il bene per farlo. Oggi verrebbe da rispondere: Magari fosse così!

Purtroppo per noi c'è anche la notte. E nella notte c'è Oreste che uccide la madre, assassina del padre, e c’è la sorella Elettra che lo spinge al matricidio. Nella notte c'è il padre Agamennone che aveva ucciso la figlia Ifigenia per placare la dea offesa e permettere la partenza della spedizione a Troia. Nella notte c’è il solare e apollineo Apollo che non solo giustifica il matricidio di Oreste, ma addirittura lo incita. Nella notte c'è la maga Medea che uccide i figli. Nella notte c’è Edipo che uccide il padre e sposa la madre dalla quale ha dei figli (ma non tutti i miti raccontano la storia così!). Nella notte c’è Nawal Marwan stuprata dal figlio e ci sono i gemelli Jeanne e Simon che scoprono di essere nati da uno stupro commesso dal loro fratello. Nella notte c'è Edmond Dantès sbattuto in una buia segreta del Castello d'If.

Il lato oscuro fa parte di noi. L’uomo è anche i gelidi spazi bui delle immensità galattiche, ed è anche la profondità di antri cupi e bui (le oscure e profonde prigioni al vizio di muratoria memoria, che spesso troppo ottimisticamente ci raccontiamo come una edulcorata favola): c’è anche l’oscura cripta del tempio nella quale gettiamo tanto di noi ma della quale non parliamo mai (per difesa? per pudore? per dimenticanza? Oppure per incapacità? O per prudenza?).

Eppure lo stesso (solare?) fratello Walt Disney ci ha avvertito che non possiamo separarci dalla nostra ombra. E’ proprio con la perdita dell'ombra che Peter Pan inizia la sua avventura. Nel film disneyano l’ombra di Peter "staccatasi" dal suo “legittimo proprietario” assume una veste di quasi giocosa libertà (temporanea?). Con difficoltà Peter riesce a riprenderla. Che sarebbe successo in caso contrario?

Io posso solo commentare: Per fortuna Peter ricattura l'ombra, altrimenti Peter Pan non sarebbe mai stato Peter Pan.

Perché l’uomo non coglie l’oscurità? La risposta è troppo banale per le “infime profondità” dell’uomo qualunque, quello che il buon Friedrich ha marchiato come “ultimo uomo”: non vediamo l’oscurità proprio perché è oscura; e non vedendola, l'ultimo uomo (il nostro mondo pullula di ultimi uomini!) pensa che non esista e sia solo una costruzione mentale di qualche pseudo-intellettuale.

Quante volte ci siamo detti, nel nostro egocentrico delirio di onnipotenza: A me certe cose non succederanno. Ricordo, nitida, l’immagine di un sogno di qualche anno fa. In un paesaggio tenebroso e inquietante mi si avvicina una figura nera, il volto nascosto da una maschera bianca, un bianco da brivido accentuato da lugubri segni neri. Mi dice, sarcastica: “Pensavi che a te non sarebbe mai successo! E invece... eccomi!”.

Edipo. La figura che avevo razionalizzato per tutta la vita (un modo di tenerla a distanza?) improvvisamente si è trasformato nella inquietante figura del mio sogno.

Eccomi! E’ arrivato il dionisiaco, un flusso magmatico che non so descrivere, attraente e repellente. Edipo ha incontrato il dionisiaco. Jeanne e Simon hanno incontrato il dionisiaco, Edmond in carcere è stato immerso nel dionisiaco.

Calma! Manteniamo la rotta e non facciamoci travolgere dalla burrasca. Ma… per carità!… abbandoniamo le insidiose acque rivierasche e inoltriamoci in alto mare. Non sempre le rotte vicino a riva sono le più sicure!


27 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 15

 Ci avviamo alla conclusione (per ora!) delle mie riflessioni nate da una tavola tenuta in Loggia e dalle considerazioni dei Fratelli. E da altre considerazioni sorte riflettendo durante le tornate successive.

Appunto... per ora!


End

Al maschile è la religione dopo Edipo. Al maschile è il mondo del conte di Montecristo. Edmond ricorda il padre fisico e l'abate Faria, padre spirituale e intellettuale, ma non ricorda nessuna figura materna. La promessa sposa non gli resta fedele Anche le donne che compaiono nella vicenda sono tutte spose o compagne o figlie, quindi dipendenti da una figura maschile.

 L’opinione

Il vecchio. S’intende! Ciascuno ha le sue opinioni.

Il giovine sottile. Ma nessuno, per dir la verità, par che ci s’attenga sicuro, se tutti come lei, prima di manifestarle, vogliono sapere che cosa ne dicono gli altri.

Il vecchio. Io alle mie mi attengo sicurissimo; ma certo la prudenza, non volendo parlare a caso, mi consiglia di conoscere se gli altri sanno qualche cosa che io non so e che potrebbe in parte modificare la mia opinione.

Il giovine sottile. Ma per quello che ne sa?

Il vecchio. Caro amico, non si sa mai tutto!

Il giovine sottile. E allora, le opinioni?

Il vecchio. Oh Dio mio, mi tengo la mia ma — ecco — fino a prova contraria!

Il giovine sottile. No, mi scusi; con l’ammettere che non si sa mai tutto, lei già presuppone che ci siano codeste prove contrarie.

(Pirandello, Ciascuno a suo modo)


Fino a prova contraria. Edmond risponde a questa situazione. La sua vendetta ormai è conclusa, ma la fine del piccolo Villefort è diventato un tarlo invadente.

Danglars pare sinceramente pentito. Lo è? Pare esserlo perché al momento non vede vie d’uscita? Magari, una volta sfuggito alla morte odierà il suo aguzzino?

Edmond non sa. Non può sapere. Caro amico non si sa mai tutto! dirà più di mezzo secolo dopo Pirandello. Ora Edmond si accontenta della “prova contraria” (vera o presunta che sia) che vede di fronte a sé e se ne accontenta, senza attendere rigorose dimostrazioni e pentimenti che si rivelassero sinceri solo nel tempo. Edmond si accontenta e basta. Forse è proprio questo il passo che fa uscire Edmond dalla sua epoca e lo fa entrare nel tempo senza dimensioni.

Politicamente corretto

Attraverso personaggi corrotti e ambiziosi come Danglars, Villefort e Fernand, l’autore mette in luce i mali morali della società del tempo (avidità e sete di potere, egoismo e accaparramento) contrari ad ogni sano principio che dovrebbe essere prevalente.

Ma azzardo alcune riflessioni che nascono dal prendere atto del diverso sentire odierno, dopo un paio di secoli.

*

Mercedes. Promessa sposa di Edmond, si sposa invece con Fernando, nemico giurato di Edmond, delatore fedifrago e ipocrita, e non resta fedele a chi avrebbe dovuto essere il suo compagno, che la trova anni dopo in una posizione sociale invidiabile, ricca anche se probabilmente non felice. L’autore la pone in una luce oscillante tra una sorta di colpevolezza (certo molto meno colpevole dei quattro) e una non negabile infedeltà o, forse meglio, slealtà.

Seguiamo il colloquio decisivo tra Edmond e Mercedes. Parla Edmond.

E perché fui arrestato, perché ero in prigione?”. “Lo ignoro” disse Mercedes.

Sì, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero. [la sottolineatura è mia] Ebbene, ve lo dirò io. Fui arrestato e messo in prigione, perché sotto il pergolato dell'osteria la Riserva, la stessa vigilia del giorno in cui dovevo sposarvi, un uomo chiamato Danglars scrisse questa lettera che il pescatore Fernando s'incaricò di consegnare lui stesso alla posta”.

E Montecristo, andando allo scrittoio, estrasse un foglio... e lo mise sotto gli occhi di Mercedes. Era la lettera di Danglars al regio procuratore...

Mercedes lesse con spavento: “Il signor regio procuratore è avvisato da un amico del trono e della religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento Il Faraone, giunto questa mattina da Smirne, dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera per l'usurpatore, e dall'usurpatore di una lettera per il comitato bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo, poiché si troverà questa lettera, o nelle sue tasche o presso suo padre, o nella sua cabina a bordo del Faraone”.

Oh, mio Dio!” gridò Mercedes… “E il risultato di questa lettera?”.

Voi lo sapete, signora, fu il mio arresto. Quello però che non sapete è che io sono stato per quattordici anni ad un quarto di lega da voi, in una prigione segreta del Castello d'If. Ciò che non sapete, è che ogni giorno di questi quattordici anni ho rinnovato il mio giuramento di vendetta che avevo fatto il primo giorno. Eppure ignoravo che aveste sposato Fernando, il mio delatore, e che mio padre fosse morto, e morto di fame!”...

Ecco ciò ch'io ho saputo nell'uscire di prigione, quattordici anni dopo esservi entrato, ed ecco quello che mi ha indotto a giurare su Mercedes viva e su mio padre estinto, di vendicarmi, e... io mi vendico”.

Grande Dumas, ma legato alle convinzioni (pregiudizi?) del proprio tempo e luogo! Ho sottolineato l’inciso significativo: Sì, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero.

Dopo ventitré anni, dopo tutte le sue vicissitudini, Edmond si permette ancora di aggiungere “almeno lo spero” come se Mercedes potesse avere nella denuncia non certo una improbabile responsabilità ma almeno una qualche cognizione (come se il saperne qualcosa ne avesse fatto ipso facto una oggettiva complice).

Anche qui non posso che prendere atto che il maschilismo di Creonte si è ben prolungato nel corso dei secoli!

Chiedo: che avrebbe dovuto fare Mercedes? Attendere chi o cosa?

Aveva saputo che il promesso sposo era stato arrestato, ma nessuno (tranne i fedifraghi delatori) ne conosceva la causa. Edmond, per lei, era diventato un desaparecido. Non ne aveva saputo più nulla: forse condannato definitivamente alla prigione, forse morto, forse fuggito in terre lontane (a quei tempi non si divulgavano notizie attinenti la sicurezza del regno e non si usciva di prigione per “giusta causa”!). Avrebbe dovuto aspettare un fantasma? Allo stesso tempo – immagino – era sottoposta ad una corte serrata da parte del cugino innamorato o infatuato di lei. Perché non avrebbe dovuto accettarne il corteggiamento? Ci siamo dimenticati del senso spregiativo che fino a non molti anni fa si attribuiva al termine zitella con il quale si apostrofava la donna non sposata?

*

Il finale della storia è molto romantico e sicuramente ottimista.

Haydée. Edmond e Haydée partono veleggiando verso il futuro, finale che il lettore scanzonato non tarda a paragonare, per esempio, a Charlot e alla monella di Tempi Moderni incamminati mano nella mano verso il futuro o al cinico Domani è un altro giorno della Rossella di Via col vento.

Lui ultra-quarantenne, lei sedicenne. Oggi che si direbbe? Vedo già un immenso esercito di “giudici da tastiera” giudicare sull’uomo di mezza età che in fondo in fondo – pensano non troppo nascostamente – non è che un nascosto pedofilo, orco ammantato di belle maniere, che allunga le mani sul frutto proibito.

Pedofilia? Amore inopportuno? O semplice cambiamento di parametri validi allora e biasimati oggi? Rosa Vercellana, (la bela Rosin, che fu prima amante poi moglie morganatica di Vittorio Emanuele II) aveva 14 anni quando incontrò il ventisettenne Vittorio di Savoia. L’attaccamento di Vittorio e Rosa fece scandalo, ma non per l’età di lei bensì per le sue origini non aristocratiche, e scandalizzati furono solo gli aristocratici di corte non la gente comune. Erano frequenti a quei tempi matrimoni con ragazze così giovani, mentre oggi sarebbe reato.

Eugénie Danglars. La figlia di Danglars esce per così dire dal coro. Evita sistematicamente i matrimoni (di convenienza) proposti dal padre. Si intuisce essere legata sentimentalmente a Louise d’Armilly. “Tutti gli uomini sono infami, ed io sono felice di poter fare più che detestarli: ora li disprezzo dichiara all’amica, palesando una fin troppo evidente tendenza sessuale.

Probabilmente l’omosessualità, evanescentemente accennata, nelle intenzioni dell’autore è una ulteriore pennellata sul disordine morale della società francese di Luigi Filippo. Oggi invece, in una “attualità” sconcertante, pare quasi antesignana del canto di Nawal che innalza la libertà oltre i vincoli sociali: il buon Dumas è riuscito a captare il sapore della modernità oltre ogni vincolo anche fisico?

Hermine Danglars. Un’altra figura significativa è Hermine Danglars, sposa in seconde nozze del neo barone Danglars.

Già madre del forzato Benedetto, alias Andrea Cavalcanti, il bimbo nato dalla relazione clandestina, con il procuratore Villefort; già ricca prima di sposare Danglars, con l'aiuto dell’amico e amante Lucien Debray (ben informato sugli eventi politici come addetto al Ministero dell’Interno), si trova scaricata da lui che, uomo onesto (un altro apprezzabile fuori-schema dalla mentalità che vede disonestà in ogni relazione clandestina), le lascia un milionario gruzzolo per gli investimenti con denaro (sottratto al marito) che lei non avrebbe potuto possedere personalmente al di fuori della comunione matrimoniale. Malgrado tutte le rimostranze morali (anche qui Dumas probabilmente intendeva esercitare una critica sociale) è difficile non provare una sincera simpatia per una donna che sa difendersi in una società completamente al maschile.

(conclusione nella prossima puntata)

26 maggio 2026

Canzoni...

La Loggia legge la poesia  Cantares di Antonio Machado


Maestro Venerabile. Fratelli 1° e 2° Sorvegliante avvisate le vostre Colonne che chiamo la Loggia al lavoro.

1° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Meridione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

2° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Settentrione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

Maestro Venerabile. Dispongo che la Loggia lavori sull’uomo che cammina.

Oratore.

Tutto passa e tutto resta,

però il nostro è passare,

passare facendo sentieri,

sentieri sul mare.

1° Sorvegliante. Chi cammina per vie sconosciute deve farsi da sé il cammino.

2° Sorvegliante. Però il cammino è valido solo per te e non per altri.

Oratore.

Mai cercai la gloria,

né di lasciare alla memoria

degli uomini il mio canto,

io amo i mondi delicati,

lievi e gentili,

come bolle di sapone.

1° Sorvegliante. Chi cammina cammina per sé.

2° Sorvegliante. Solo chi cammina per sé può camminare per gli altri.

Oratore.

Mi piace vederle dipingersi

di sole e scarlatto, volare

sotto il cielo azzurro, tremare

improvvisamente e disintegrarsi...

Mai cercai la gloria.

1° Sorvegliante. Chi cammina deve cogliere la bellezza delle piccole grandi cose.

2° Sorvegliante. Chi cerca la gloria non coglie la bellezza delle piccole grandi cose.

Oratore.

Caminante, sono le tue orme

il sentiero e niente più;

Caminante, non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando.

1° Sorvegliante. Chi cammina non ha un tracciato da seguire.

2° Sorvegliante. Chi cammina non ha una mappa che lo aiuti.

Oratore.

Camminando si fa il sentiero

e girando indietro lo sguardo

si vede il sentiero che mai più

si tornerà a calpestare.

1° Sorvegliante. Chi cammina è lui stesso a tracciare il suo cammino.

2° Sorvegliante. Chi cammina non tornerà mai più sui propri passi.

Oratore.

Caminante non esiste il sentiero,

ma solamente scie nel mare...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che il suo passo deve essere leggero come il battello sulle onde.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che le onde sostengono i più pesanti bastimenti.

Oratore.

Un tempo in questo luogo dove

ora i boschi si vestono di spine,

si udì la voce di un poeta gridare

«Caminante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...»

Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo sul sentiero.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo verso il non si sa.

Oratore.

Il poeta morì lontano dal focolare.

Lo copre la polvere di un paese vicino.

Allontanandosi lo videro piangere.

«Caminante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...»

Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che non tornerà indietro.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che andrà in esilio.

Oratore.

Quando il cardellino non può cantare.

Quando il poeta è un pellegrino,

quando non serve a nulla pregare.

«Caminante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...»

Colpo dopo colpo, verso dopo verso.

Maestro Venerabile. Chi cammina sa che deve camminare.


Nel testo di Machado ho lasciato il termine spagnolo Caminante non tradotto.

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.