03 giugno 2026

I grandi inquisitori... e i piccoli? 2

 Seconda parte della tavola.


Il finale di Don Carlo vorrebbe essere di speranza: don Carlo, figlio di Filippo II, scende nella tomba accompagnato dal nonno Don Carlo, l'imperatore Carlo V, padre di Filippo II, quasi ad indicare che solo in cielo, nell'aldilà, si possono superare i meschini conflitti.

In realtà, per l'uomo di oggi che invece del Paradiso spera in un miglioramento, sia pur piccolo, nel mondo di quaggiù, è un finale senza speranze.

Ed è tragico che analoghi giochi di intrecci dei vari poteri si svolgano anche oggi, negli ambiti più disparati, anche là dove sono in gioco non i destini di un regno ma il possesso di un mazzetto di cipolle.

Infatti il piccolo inquisitore odierno non ha gli ideali dei grandi inquisitori (che, pur deteriorati e piegati a interessi materiali, li avevano!) ma solo spesso prepotenza spicciola per i propri meschini interessi (il capoufficio aguzzino, il dirigente aggressivo, chi ha un piccolo potere spesso prevarica). Questi "ometti" sono ovunque.

Una volta in una loggia ho assistito, imbarazzato, ad un episodio increscioso: il Maestro Venerabile ha apostrofato seccamente un fratello che stava parlando non come avrebbe voluto: "Guarda il tuo Maestro Venerabile negli occhi quando parli!". Purtroppo ho saputo che un episodio del genere si è verificato poco tempo fa per opera di un fratello più o meno "altolocato" entro il Grande Oriente d'Italia.

Esempi urtanti di piccoli arroganti inquisitori. I quali differiscono solo per quantità, e non per qualità di prepotenza, da quei piccoli inquisitori maschi che pretendono di mantenere la compagna in uno stato di perenne controllo e subalternità e spesso giungono a gesti estremi.

Al grande inquisitore possiamo dare l'alibi del grande, invece questi minuscoli inquisitorucoli non hanno neanche l'alibi del piccolo. Non hanno nemmeno un qualunque alibi di compiere qualcosa di grande. Il loro potere si riduce alla prepotenza entro il loro infimo particolare dove approfittano delle debolezze di chi hanno vicino perché sono incapaci di rapporti umani.

***

Il lavoro di Loggia si è svolto lungo i seguenti filoni.


La Loggia è il luogo ove possiamo insieme scoprire quello che ci unisce non quello che ci divide. Per noi è un modo normale di essere.

Un tempo mi dicevo: man mano che il mondo avanza e i giovani crescono il mondo diventerà migliore. Temo di essermi sbagliato e che il mondo non stia diventando migliore o se lo sta diventando allora lo diventa molto poco. Conclusione? Non c'è conclusione.

Il Maestro Venerabile ha insistito sull'essere insieme, ma spesso non è accaduto. Addirittura, succede ed è successo, siamo tornati a forme di separazione per chi non accettava costrizioni.

Nell'era attuale c'è molta violenza, anche verbale (non ti vaccini allora uccidi – sei per l'eutanasia allora sei per l'omicidio legalizzato). La terminologia utilizzata è da Santa Inquisizione, proveniente non dalla chiesa ma dalla politica o da altri ambiti. Pare che l'unirsi in cattiverie renda più forti chi fa le cattiverie. Esperienze di altre vite o vissuti precedenti?

Dopo una pausa dai lavori di Loggia, per scelte generali che ho subito e non condiviso, pausa che ho avvertito come una grande mancanza, è piacevole il ritorno tra i Fratelli.

Oggi esiste una inquisizione che pretende di decidere e spesso decide cosa si può fare della vita di ognuno. Io penso che bisogna mantenere la perseveranza in quello in cui si crede e opporsi alla violenza civile del "se non sei omologato allora sei escluso".

Nel mio piccolo mi propongo di continuare a perseverare nel seguire proprio ciò che ritengo giusto: è dall'individualità che si può portare nel gruppo, nell'eggregore qualcosa.

Molti piccoli inquisitori impazzano per mancanza di informazioni: la loro visione viene accettata perché non si conosce o non si vuole conoscere la situazione reale.

Durante le dittature molti piccoli ometti (persone normali, banali) si sono assunti il ruolo di piccoli inquisitori

I grandi inquisitori, il cardinale Bellarmino in testa, sono gli esecutori di un potere centrale, religioso, politico, e non fanno altro che affermare il loro pensiero dominante.

Nel Seicento il pensiero dominante vedeva la Terra al centro dell'universo. Chiunque affermava il contrario andava contro il potere dominante ed era preciso dovere dei grandi inquisitori quello di inquisire e censurare e fare abiurare: era il loro dovere e lo esercitavano in nome di un potere superiore (che loro avevano e altri no). Non verificavano se fossero vere le argomentazioni degli oppositori ma se erano conformi alla verità ufficiale.

I piccoli inquisitori sono un fenomeno che emergere con l'affermarsi sempre più l'idea dell'idea che uno vale uno, ovvero che il pensiero di una persona X vale come quello di una persona Y. E' ciò che avviene in rete dove tutti possono dire tutto. Ecco quindi che hanno voce i terrapiattisti, convinti che la terra sia piatta, e che evidentemente hanno conoscenze carenti sulla forza di gravità e le leggi fisiche. Affermano con forza che la loro idea sia quella giusta, e basta.

"Uno vale uno" vuol dire mettere ciò che dice il terrapiattista sullo stesso piano di ciò che dice lo scienziato, che invece ha studiato la fisica e la forza di gravità. Ribadiamo l'affermazione della non autorevolezza: ciò che conta non è "uno vale uno", ma l'autorevolezza delle persone, la serietà, la dimostrazione scientifica, razionale, matematica e magari anche l'intuizione basilare. C'è sempre prima di tutto un fatto intuitivo come è avvenuto per tutte le scoperte scientifiche; poi segue la conferma scientifica, razionale. E ciò vale anche per il problema vaccini.

Oggi si dà voce a tutti, e tutti sullo stesso piano, anche a chi non ha competenze per affermare certe cose. Non era così ai tempi del cardinale Bellarmino: il potere costituito non andava a verificare l'autorevolezza di Galileo Galilei ma gliele contestava sulla base delle Sacre Scritture con giudici molto competenti (sulle Sacre Scritture, non sulla scienza). Non così oggi: tantissimi "tuttologi" appaiono incompetenti su tutto.

La "contro-inquisizione" sta nella possibilità di difesa così come nella possibilità di spiegare l'altro punto di vista (drasticamente ridotta).

Io con me stesso non sono un abile inquisitore di ciò che faccio o dico. Quando devo riferirmi a me stesso le garanzie difensive sono al massimo: noi siamo eccellenti avvocati difensori di noi stessi. A volte dovrei essere più inquisitore di me stesso.

Il grande inquisitore ha ampie visioni del mondo. Il piccolo inquisitore invece ha una visione molto più ristretta. La sua prepotenza lo fa sentire grande e lo svela molto piccolo. Il grande inquisitore può trovare una giustificazione nel riferirsi al piano generale. Ma interpreta quello che è il piano fatto da qualcun altro, tra i grandi artefici dell'universo. Quindi il grande inquisitore lo vedo agire in maniera più pericolosa, però in un certo senso più innocente.

Il grande inquisitore ha alle spalle un disegno, il piccolo inquisitore ha alle spalle un disegnino, che è semplicemente sopraffazione. Penso anche ai recenti casi di uccisioni di donne e ragazze da parte di mariti e compagni, effettivi o ex. L'atteggiamento ossessivo verso chi è o è stato la propria compagna, la propria partner non fa pensare al contesto di un processo dell'inquisizione con sentenza già pronunciata?

Una volta si imprigionava, giustiziava, eliminava il dissidente in galera. Ieri lo si ricoverava in un ospedale psichiatrico. Oggi non ce ne è più bisogno. Oggi è sufficiente il bombardamento soporifero di tv e social. Oggi è tutto soporifero, abbattuto, livellato. Ma non è il risultato del lavoro della livella. E' il livellamento dell'acqua marcescente della palude. Abbiamo perso l'alto e il basso, abbiamo perso il bello e il brutto.

Il peccato imperdonabile della nostra epoca sta nell'aver fatto coincidere zenit e nadir.

L'inquisitore è un uomo di potere, ma è un uomo che in ogni caso gestisce il potere, tutto sommato, con intelligenza. Il suo confronto con Gesù in un certo senso è molto sincero. Ha messo in moto a suo tempo una grande cosa, ma ora non serve più. Anzi può diventare addirittura un nemico perché potrebbe dar vita ad una nuova ventata di libertà. Il potere non può permetterlo. Dostoevskij descrive con lucida intelligenza questa situazione.

I grandi inquisitori come quello descritto da Dostoevskij erano uomini di potere. Anche i piccoli inquisitori di oggi sono uomini di potere. Anche il potere ha subito un livellamento generale e si è pure degradato perdendo la grandezza degli ideali (ammesso che li avesse).

L'unico spiraglio di ottimismo oggi sta nel mantenere alta e lucida la propria attenzione e sforzarsi di rendere consapevole della situazione chi ci è vicino.

Il livellamento al quale siamo arrivati ha fatto sì che ogni argomento sia quasi programmaticamente (dogmaticamente?) suddiviso nettamente fra bene e male, senza cogliere le immense sfumature di grigio che purtroppo o per fortuna ci sono in tutte le cose.

Tra il bianco e nero è forse più importante il grigio. Io credo che non dobbiamo rivoltare il grigio.

In un pavimento bianco e nero non si cammina mai o solo sul bianco o solo sul nero, ma nel mezzo, cioè sul grigio, meglio: sul maculato bianco-nero. Molto nell'uomo è maculato perché l'uomo è nel relativo. Il mondo del relativo ha tutte le diverse tonalità dal bianco al nero. Il pericolo sta nel voler assolutizzare i grigi oppure solo quel particolare grigio.

Ma il piccolo inquisitore di oggi queste cose non le sa e quindi dal piccolo inquisitore bisogna difendersi.

I grandi inquisitori diventano quasi anche dei modelli perché non possiamo dire che fossero persone sgradevoli: erano colti, acuti. I piccoli inquisitori odierni invece sono sgradevoli, non colti, prepotenti ed arroganti. Insomma col tempo gli spessori inquisitorii sono cambiati e in un certo senso degenerati. Forse anche questo è un segno della nostra epoca.


02 giugno 2026

I grandi inquisitori... e i piccoli? 1

Propongo una Tavola che tenni nella mia Loggia alcuni (non troppi) anni fa.

Considerato il contesto storico, il riferimento ai piccoli inquisitori è molto chiaro. I piccoli (non grandi!) inquisitori sono coloro che incontri tutti i giorni, dal piccolo capufficio all'altrettanto piccolo capo-loggia o capo-logge o, peggio ancora, amico del capo in una logica (mi spiace per loro) analoga alla logica mafiosa. Ma sono piccoli (piccolissimi!) inquisitori anche quelli che non vedono e che non vogliono vedere e che si rinchiudono nei loro infimi particulari.

Insegnava Dante che si pecca per troppo di vigore, ma anche per poco di vigore.


 


Chi è l'inquisitore? Cosa vuol dire essere inquisitore?
Cominciamo con un punto di partenza. Inquisitore deriva dal verbo latino inquīro, inquīsīvi, inquīsītum, inquirěre cioè: investigare, ricercare, esaminare informazioni, fare un’inchiesta, ricercare l'elemento di un'accusa, istruire un processo, interrogare. Cassiodoro, grande intellettuale del VI secolo, lo spiega così: interrogare multus de rebus obscurissimis (interrogare molti sulle cose oscurissime). In italiano inquisitore assume il significato di chi cerca con cura e con impegno per trovare qualcosa, cioè una verità. Forse potremmo dire: una sua verità, cioè quella di chi è incaricato dell'inchiesta.
Quindi vediamo subito due aspetti: il poter conoscere da una parte e potremmo dire anche che chi ricerca in se stesso è un inquisitore di se stesso, e la via diciamo giuridica di svolgere un'inchiesta per conoscere qualcosa (un illecito, un reato) che è nascosto e che si vuole mettere in luce.
Storicamente l'inquisizione è il grande movimento della chiesa cattolica che ricercava chi non aveva posizioni conformi con la regola. E' purtroppo atteggiamento non solo del cattolicesimo, ma anche di altre religioni e culti. Per esempio Giordano Bruno fu scomunicato dalla chiesa cattolica, ma fu anche escluso dalla tavola calvinista (è l'equivalente della scomunica) e in seguito anche dalla tavola luterana.
Noi siamo abituati a pensare al processo della Santa Inquisizione come oscurantismo. In realtà lo scopo principale era di riconfermare la verità di fede. Solo l' "impenitenza" e la recidiva portavano alle esecuzioni dei condannati (ipocritamente giustiziati dal cosiddetto braccio secolare). Il cardinal Bellarmino, una delle menti più raffinate del XVII secolo, suggerì a Galileo di presentare il sistema eliocentrico non come una verità scientifica (affermazione in contrasto con alcuni passi della Bibbia) ma come una semplice ipotesi. E continuava, appoggiandosi anche alle imperfezioni degli strumenti oculari del tempo: invece di dire che Venere ha fasi come la luna perché non dite "supponiamo che Venere abbia…"? Galileo rifiutò sostenendo che le cose stavano come diceva lui. La storia ha stabilito che Galileo aveva ragione e il cardinal Bellarmino no.
Paradossalmente oggi si coglie "più moderna" la posizione di Bellarmino (supponiamo che sia…) piuttosto che quella di Galileo (no, è così!).
Chi legge quegli articoli senza altre considerazioni e conoscenze vede un Bellarmino problematico e moderno di contro a un Galileo dogmatico. Noi invece sappiamo che il contesto storico dice esattamente il contrario: la problematicità di Bellarmino è un rifiuto delle prove scientifiche e l'asserzione di Galileo è l'esatto contrario.
Questo vuol dire che il contesto non va mai ignorato. Atteggiamento ovviamente contrario alla odierna cancel culture, la cultura della cancellazione, che giudica con l'occhio di oggi il passato isolandolo dal contesto. Così per esempio si condanna e rifiuta in toto un personaggio come George Washington perché schiavista e possessore di schiavi (in un'epoca in cui lo schiavismo era socialmente accettato) senza mettersi nel contesto sociale del tempo che prevedeva tutti i grandi piantatori possessori di schiavi (non esisteva mano d'opera agricola salariata) e senza tener conto che proprio con l'opera di uomini come Washington alcuni decenni dopo la schiavitù venne abolita. Io la chiamo legge della contestualizzazione ma in realtà è semplice buon senso.
Così quando affrontiamo il fenomeno dell'inquisizione dobbiamo avere il buon senso di esaminarne tutti gli aspetti senza fermarci alla chiusura del proprio pensiero ideologico.
Un inquisitore che ci spinge a riflessioni profonde è la grande figura uscita dalla penna di Dostoevskij.
Si immagina il ritorno di Gesù nel XV secolo a Siviglia, all'apice dell'operato della Santa Inquisizione. Gesù sostanzialmente si presenta in sordina all'indomani di una grandiosa celebrazione nella quale erano stati bruciati sul rogo molti eretici. Tutti però lo riconoscono e lo acclamano. Opera un miracolo resuscitando una bambina di sette anni già nella bara semplicemente dicendole di alzarsi (le uniche parole che pronuncerà). Il grande inquisitore, che lo osserva da lontano, lo fa subito incarcerare pur avendolo riconosciuto.
Il colloquio-interrogatorio (anzi, soliloquio perché Gesù non apre bocca) è illuminante.
L'inquisitore lo incalza.
Perché è ritornato dopo quindici secoli? Perché è tornato a infastidire gli uomini?
Per l'inquisitore quindi avere Gesù presente è un grosso problema. Il popolo lo acclama, ma gli uomini non sono abbastanza forti da accettare la rinuncia al pane a favore del messaggio di Dio.
La libertà è sostanzialmente effimera e impraticabile se il pane è scarso. Qui interviene l'inquisitore: la libertà non è praticabile, quindi è necessario il suo ruolo di custode e guardiano dell'ordine delle cose dando una speranza a chi il pane non l'ha in cambio di una ragione di vita nella fede e nella chiesa, senza quindi tradire lo slancio spirituale dei suoi fedeli.
Tu sei orgoglioso dei tuoi eletti – dice a Gesù – ma con te ci sono solo loro. Chi si occupa di tutti gli altri? Chi garantisce a tutti la pace anche per i più spiritualmente deboli e incapaci senza quella forza che può avere solo un potere in grado di tenere insieme gli uomini dando loro una parvenza di libertà.
E' un gioco sottile quello dell'inquisitore, sul dualismo contrapposto di potere e libertà, che in realtà non può esistere per la stessa natura e debolezza degli uomini. E quindi non può essere concessa libertà perché gli uomini non sono in grado di gestirla.
E' per noi un dilemma cui è arduo dare risposta, se consideriamo l'uomo come preda dei suoi bassi istinti. E differenza tra uomo moderno e antico vale poco perché al di là dei valori, che evolvono con il pensiero, le pulsioni umane restano sempre le stesse, tra egoismo e solidarietà.
L'inquisitore si pone in un mezzo tra le due esigenze in un falso equilibrio che da un lato fa credere agli uomini di essere liberi ma dall'altro è intransigente per il mantenimento dell'ordine (del potere?). Certo è acuto questo grande inquisitore (ricordiamoci che inquisire vuol dire guardare, cercare dentro), il suo dialogo-monologo lo descrive nei minimi dettagli: di età avanzata, di grande esperienza e profonda conoscenza della natura umana, delle sue debolezze e delle sue aspirazioni. Ha costruito il proprio ruolo per preservare l'ordine sociale che lui sente necessario.
Distinguiamo ora molto nettamente tra i grandi inquisitori e i piccoli inquisitori, quelli che non guardano dentro e non cercano (non ne sono capaci!), guidati non dalla ragione o da grandi ideali ma solo dalla pancia. L'unico ordine che concepisce la loro limitata visione è il potere, meglio se potere personale.
Il racconto di Dostoevskij termina emblematicamente con Gesù che bacia sulle labbra l'inquisitore non senza che il bacio produca un forte sussulto nel vecchio, che alla fine lo libera scacciandolo per sempre.
Dei piccoli inquisitori non si dovrebbe nemmeno parlare se non fosse per i danni che producono.
La riflessione sul potere è fondamentale per mantenersi liberi. Ricordo di aver letto ai tempi del liceo un saggio di Bertrand Russell sul potere. Iniziava così: quando si mettono insieme tre persone immediatamente si stabilisce una gerarchia di poteri. Allora ero nella fase idealista e mi pareva osservazione superficiale. Poi diventato più riflessivo ho purtroppo osservato che è vero: mettendo insieme due persone c'è chi "comanda" e chi "obbedisce". Oggi aggiungo che c'è chi vuole comandare perché c'è chi vuole obbedire.
Naturalmente i personaggi che comandano e obbediscono vanno interpretati in modo molto diverso perché per esempio a scuola l'insegnante dà ordini e l'alunno obbedisce. Anni fa le pagelle della scuola elementare registravano voti di profitto, oggi frasi militaresche quali "esegue le consegne".
Sì, il bravo bambino sa obbedire. Il primo passo è imparare a obbedire. Dipende come si svolgono i passi successivi.
Perché, per tornare alla Santa Inquisizione, Giordano Bruno fu condannato a morte e Galileo invece no? Per quale motivo? Forse il motivo fondamentale è uno solo. Galileo accettò la gerarchia della Chiesa e abiurò (più o meno formalmente) subendo una condanna che oggi potremmo dire di arresti domiciliari. Giordano Bruno invece non accettò la gerarchia e salì sul rogo: il potere non ammette eccezioni, troppo tardi si accorse di non averlo eliminato bensì aumentato.
Analoghe situazioni si presentano anche oggi: o assecondi la gerarchia, anche formalmente restando "oppositore", oppure sei "condannato al rogo".
Chi sono oggi i piccoli inquisitori?
I grandi inquisitori – leggiamo Dostoevskij – hanno una loro dignità. Il vecchio inquisitore, cinico e brutalmente sincero, ha una sua saggezza, tutto proteso all'assoluto deve essere applicato per il bene di tutti, uomini compresi. Non è il potere fine a se stesso, bensì il potere per – paradossalmente – il bene dell'Umanità (che poi sia un bene è tutto da dimostrare).
Non è certo l'altro grande inquisitore, sempre letterario anzi musicale, figura chiave del Don Carlo di Verdi. Sono personaggi molto diversi.
La storia è molto banale. Il re di Spagna Filippo II (figlio di Carlo V) sposa la principessa Elisabetta di Valois già promessa al figlio don Carlo. Ma lei è innamorata del figlio e il figlio è innamorato di lei.
Don Carlo, procuratore delle Fiandre, al tempo sotto il duro dominio spagnolo che lui vorrebbe attenuare, è in contrasto con il padre Filippo II.
Il padre si consulta con il grande inquisitore, vecchio e cieco, ma dalla mente molto acuta. Il vecchio capisce subito cosa vuole Filippo: il re e padre è contro il figlio e futuro successore.
La logica dell'inquisitore è stringente. Il figlio è contro il re suo padre: eliminalo pure.
Ma non commetto peccato? – obietta debolmente il re.
La risposta non ammette repliche: Dio per la salvezza dell'uomo sacrificò il figlio. La pace dell'impero (causa superiore) giustifica l'eliminazione di tuo figlio.
L'inquisitore segue una logica perversa. In realtà la logica non è né perversa né morale, né scellerata né virtuosa. La logica è semplicemente logica. Se vuoi la pace dell'impero devi eliminare la causa che mina la pace. (Forse potrebbero esserci altre alternative, ma esulerebbe dal racconto e dalla psicologia dei due).
E il re obietta (sempre più debolmente): posso io cristiano immolare (ipocritamente non dice eliminare) mio figlio?
La risposta è apodittica: Per riscattarci Dio sacrificò il suo.
Il re non è ancora convinto: Ma tu (inquisitore) puoi dare vigore, forza (cioè approvare) alla necessità (che mi fa eliminare mio figlio)?
L'inquisitore dà la risposta definitiva: Ovunque avrà vigore, se sul Calvario l'ebbe. La fede viene davanti a tutto.
Risposta definitiva, ma ambigua. La fede (l'istituzione che si basa sulla fede) viene davanti a tutto e giustifica anche i tuoi atti immorali, ma tu le devi riconoscere il primato. Così, poiché non si dà mai nulla per nulla (nelle camere del potere), se io ti do questo, allora, c'è un prezzo da pagare. L'amico del tuo figlio è un eretico e va eliminato, eccetera, eccetera.
Altro che spirito! Qui si è in piena materia! Qui siamo ad una brutale transazione di favori tra due poteri.

(continua)


01 giugno 2026

Il Mercurio Filosofico... parte 2

 Continua il dialogo tra Ulisse e il Poeta, due "alter ego" uno dell'altro che viaggiano


Ermes-Ulisse. Non ho convinto nessuno. Ho solo ricordato il senso dell’essere uomo, caminante, navigante...

O frati, dissi, che per cento milia perigli...

se non senti questo... beh!... hai sbagliato a nascere uomo.

Ermes-Poeta.

Indi trahendo poi l’antiquo fianco

per l’ extreme giornate di sua vita,

quanto più po’ col buon voler s’aita,

rotto dagli anni et dal camino stanco...

Ermes-Ulisse. La volontà è la grande spinta dell’uomo... La volontà unita al trovare... Anzi, no. Non trovare, ma cercare. La ricerca, la queste degli antichi cavalieri. Qui sta il nocciolo duro dell’uomo.

Ermes-Poeta. (suadente) Dove vai Ulisse? Perché non ti fermi un po’? Anche tu hai il diritto di riposarti.

Ermes-Ulisse. Nessuno ha il diritto di fermarsi. Nemmeno la morte è arresto, ma è solo movimento. Un movimento diverso... che ancora non capiamo...

Ermes-Poeta. Ma un po’ di riposo...

Ermes-Ulisse. Riposo... riposarsi... Riposarsi da cosa? Un medico ti dice che la fatica è legata alla quantità di acido lattico nel sangue. Ma il caminante non si cura dell’acido lattico, va oltre. Il suo viaggiare non è solo fisico: è anche fisico.

Ermes-Poeta.

Et viene a Roma, seguendo ‘l desio,

per mirar la sembianza di colui

ch’ancor lassù nel ciel vedere spera...

Certo Roma è una bella città, così carica di memorie...

Ermes-Ulisse. Roma è una bella città, carica di storia. Ma il caminante non è un turista. Non viaggia per piacere. Non viaggia per affari. Roma è per molti, per tanti, il centro del mondo. Come per tanti altri il centro è Gerusalemme, o la Mecca. O Benares o Lhasa o altro ancora.

Ermes-Poeta. (Con sufficienza) Tanti centri, nessun centro. Dài, non crederai ancora a queste cose?

Ermes-Ulisse. Non sono cose superate. Quando dico “centro” non parlo di una dimensione fisica. Come potrebbe la città di Roma essere un centro di qualcosa con i suoi innumerevoli problemi tra malagestione e malaffare, tra confusione e corruzione? O come potrebbe essere un centro la città di Lhasa così snaturata sotto l’occupazione cinese? Ma Roma e Lhasa lo sono. Perché per tanti è il loro centro interiore. E quindi sono centro di un tessuto simbolico, metaforico, religioso che non dobbiamo negare o deridere...

Ermes-Poeta.

Cosí, lasso, talor vo cerchand’io,

donna, quanto è possibile, in altrui

la disïata vostra forma vera.

Ermes-Ulisse. Chi cammina cerca. Chi cammina cerca qualcosa. Forse non sa cosa, ma confusamente lo cerca.

Ermes-Poeta. Tu cosa cerchi, Ulisse?

Ermes-Ulisse. La risposta è molto semplice. E molto difficile.

Ermes-Poeta. (Stupito) Semplice? Difficile?

Ermes-Ulisse. Mi aveva detto il signore Tiresia quando lo incontrai laggiù, nella dimora invernale della regina Proserpina: Prendi un remo e vai. Quando giungerai in un paese dove ti verrà chiesto perché ti porti una pala del grano in spalla, allora sarai arrivato. Fai un sacrificio e potrai tornare libero a casa.

Ermes-Poeta. E hai trovato quel paese?

Ermes-Ulisse. No, non l’ho mai trovato. E ormai dubito che esista.

Ermes-Poeta. E allora?

Ermes-Ulisse. Tu vai perché devi andare. E il tuo viaggio, lungo, lunghissimo, è composto di tante tappe. Tappe diverse una dall’altra, ma tutte indispensabili. E tutte importanti.

Ermes-Poeta. Vai perché devi andare?

Ermes-Ulisse. Vai perché devi andare.

Ermes-Poeta. Ma ha senso?

Ermes-Ulisse. Ha senso.

Ermes-Poeta. Che senso?

Ermes-Ulisse. Ci son cose che senti di dover fare. Non sai il perché o il percome: sai che devi cercare. E... cerchi.

Ermes-Poeta. Cerchi...

Ermes-Ulisse. Sì, cerco. Son tante le strade... Son tanti i cammini. Lascialo dire da uno... non che se n’intende, perché io non mi intendo di nulla... ma che ha camminato tanto...

Ermes-Poeta. (Sconsolato) “Gli uomini” disse il piccolo principe “non sanno più che cosa cercano. Allora si agitano, e girano intorno a se stessi...”. E soggiunse: “Non vale la pena...”.

Ermes-Ulisse. Ci sono uomini che non sono così. Che cercano la “bianca dea” nascosta in un paese lontano.

Là – voglio andare; e confido

in me, d’ora in poi, e nel mio timone.

Aperto è il mare, verso l’azzurro

mi spinge la mia nave...

Su spazio e tempo dorme il meriggio

solo il tuo occhio, immenso,

mi guarda, o infinito!


(Nietzsche, Canti del Principe Vogelfrei in La Gaia Scienza)


31 maggio 2026

Il Mercurio Filosofico... parte 1

 Il Mercurio Filosofico

o... 

dell’Argento Vivo addosso


Premessa

Ricordo…

Anni fa il Maestro Venerabile mi assegnò una Tavola dal titolo ben preciso: Il Mercurio filosofico.

Io non sono alchimista e di alchimia non so nulla. Del Mercurio alchemico conosco solo il nome. Nella mia infanzia muratoria tentai la lettura di Fulcanelli, ma in breve capii che non era la mia strada.

La prima reazione alla tavola è stata quindi di rifiuto: avrei dovuto parlare di cose che non conosco oppure dedicarmi ad un copia-incolla che mi avrebbe fatto dire cose non mie. Ma ci ho ripensato e ho allora cercato di intrufolarmi nei miei meandri mentali per individuare un sentiero da percorrere con sincerità.

E ricordo...

Fino a qualche decennio fa per misurare la temperatura del corpo, la febbre come comunemente si dice, si usavano termometri a mercurio in vetro. Erano fragili e capitava si rompessero. Osservavo affascinato il mercurio, dal piacevole colore argenteo, che usciva dal termometro rotto e il suo comportamento da liquido “non troppo liquido”: non bagnava il piano del tavolo e rotolava via a forma di goccia come appunto fosse un liquido e non un metallo. Uno dei suoi antichi nomi era proprio “argento vivo”, qualcosa che non stava mai fermo, dalla vitalità briosa ed esuberante, ma anche opportunista e violenta: si adattava ad ogni pendenza del tavolo e una volta segnò la mia penna d’oro che ne conservò la traccia per diversi anni.

Ho poi riflettuto sulle proprietà di un metallo molto lontane dal mondo dei metalli: mi hanno aiutato astronomia e mitologia. Mi aiutò soprattutto l'immaginazione.

Il pianeta Mercurio è il più vicino al Sole con caratteristiche uniche. Ruota su se stesso più lentamente della rivoluzione attorno al sole tanto che tre giorni di Mercurio durano due anni (è come se sulla terra un giorno durasse otto mesi, cioè è mattina a Capodanno ed è sera a Ferragosto!, la sera del giorno successivo è a Pasqua e il giorno dopo ancora termina a San Silvestro (roba da chiodi!). Mercurio ha l’anno più corto degli altri pianeti (e questo è ovvio: è il pianeta più vicino al sole). Il suo moto retrogrado (il pianeta visto dalla Terra pare invertire la direzione del moto, come un corpo che sulla terra sale in cielo e non cade appunto a terra!) è frequente e molto evidente.

Non può stupire che gli antichi Greci abbiano veduto nel dio Hermes (Mercurio per i Romani) il messaggero degli dei (Zeus gli regalò berretto e calzari alati), il protettore dei viaggiatori e dei ladri, chi era fuori dalle regole civili. Hermes aiutò Ades a rapire Persefone, uccise il gigante Argo dai cento occhi, liberò il dio Ares prigioniero, incatenò Prometeo ad una roccia del Caucaso, vendette Eracle schiavo, affidò il piccolo dio Dioniso alle ninfe, addormentò i Greci permettendo a re Priamo di uscire da Troia a riscattare il corpo di Ettore, diede ad Ulisse una magica erba per annullare gli incantesimi della maga Circe; ordinò alla ninfa Calipso di lasciar partire Ulisse, accompagnò Orfeo alla ricerca della moglie Euridice.

Credo che l’uomo debba farsi permeare dal messaggero degli dei, sempre in movimento e mai fermo.

Così deve essere l’uomo e così deve essere il massone.

Il massone deve aver dentro di sé l’intero pianeta Mercurio, con i suoi tre giorni che durano due anni, con temperature estreme da +480 a -180 gradi, con il suo moto rapido e strano.

Il massone deve essere un piccolo pianeta Mercurio che, come Venere, compare fugacemente subito dopo il tramonto e immediatamente prima dell’alba, tanto che gli antichi greci gli diedero due nomi diversi: Apollo al mattino e Hermes la sera. Non sappia la destra ciò che fa la sinistra, ammoniva il Maestro.

Il Massone è uomo che viaggia, e viaggia per viaggiare perché ha l’argento vivo addosso.

E ho immaginato un dialogo tra il pianeta Mercurio-Apollo e il pianeta Mercurio-Hermes, tra il massone che viaggia e il massone che disegna (sulla Tracing Board), tra l’uomo in cammino (un po’ santo e un po’ ladro, un po’ mercante e un po’ truffatore) e l’uomo artista (che un po’ sogna e un po’ fantastica, un po’ canta e un po’ stona).

Il primo l’ho chiamato Ermes-Ulisse. L’altro l’ho chiamato Ermes-Poeta.

Ulisse e Mercurio si sono incontrati: chi se non il protettore dei ladri avrebbe potuto suggerire lo stratagemma del cavallo, grande mossa per i vincitori, ma grande frode per i vinti?

Mercurio è in fondo artista. Chi se non Mercurio può suggerire agli uomini il verso o la nota, il disegno o l’architettura?

Ulisse e il Poeta, entrambi della famiglia mercuriale di Ermes: Mercurio che va e Mercurio che architetta, Mercurio che cammina e Mercurio che sogna. Ma…

Attenti al Mercurio che fantastica!… Attenti al Mercurio che protegge i ladri!...


* * *


Ermes-Poeta.

Movesi il vecchierel canuto et biancho

del dolce loco ov’à sua età fornita...

Ermes-Ulisse. Io non posso fermarmi, ogni sosta è temporanea, è solo un intervallo tra due tappe di un lungo viaggio...

Ermes-Poeta. Ah... “temporanea”?... La famiglia, gli amici non sono vincoli passeggeri, ma legami duraturi, di tutta la vita.

Ermes-Ulisse. Certo. Certo. Sono importanti, sono il dovere che l’uomo si è assunto liberamente e spontaneamente.

Ermes-Poeta (interrompendo con convinzione). Lo insegna anche la Massoneria. Tu rispetterai i tuoi impegni di Massone ed aiuterai i Fratelli purché entro la lunghezza del tuo cable-tow, il cappio che ti fu messo al collo quando bussasti alla porta della Loggia.

Ermes-Ulisse. Ma il vecchierel ha ormai assolto i suoi doveri verso la famiglia. Ora, quasi al termine della vita, riprende il suo andare. Non rinnega la famiglia, semplicemente riprende il cammino.

Ermes-Poeta.

...et da la famigliuola sbigottita

che vede il caro padre venir manco...

Ermes-Ulisse. La tua famigliuola si aspetta forse il tuo definitivo stare? Allora non ti capisce.

Io non posso fermarmi. Io debbo andare. Io vado, fosse l’ultima cosa che farò in questo mondo.

Ermes-Poeta. Forse non volevano farlo partire. Temevano per la sua vita, vedendolo così vecchio e fragile... e... così maledettamente determinato. Erano semplicemente preoccupati.

Ermes-Ulisse. Comprensibile, la preoccupazione. Ma lo debbono lasciare andare. Li avrà convinti con una orazion picciola al cammino.

Ermes-Poeta (con ironia). Ti auto-citi?

Ermes-Ulisse. No. Citare significa leggere cose di qualcun altro. Oppure leggere cose che tu stesso hai detto in un’altra epoca, in un altro tempo, ma oggi non senti più tue. Allora, sì, tu citi.

Ma l’orazion picciola è talmente connaturata in me che non è citazione: è una parte di me stesso che viene fuori. E viene fuori con tanta convinzione che nessuno è più capace di fermarmi.

Ermes-Poeta. Insomma, li hai tutti convinti.


(continua)

30 maggio 2026

La volta stellata

 

Maestro Venerabile. Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.

Oratore. Il tempio della libera muratoria non è completo: ha per tetto il cielo stellato, uno degli spettacoli più impressionanti che possano colpire l’uomo.

Maestro Venerabile. Forse proprio contemplando il cielo stellato l’ominide sceso dagli alberi imboccò la strada verso l’homo sapiens.

Oratore. Se l’immagine del cielo notturno può colpire ancora oggi l’uomo materiale e materialista del XX secolo, accecato dall’inquinamento luminoso, che vede le stelle solo alla televisione e raramente ad occhio nudo, pensiamo quale impatto invece possa avere avuto su quell’essere, non più scimmia e non ancora uomo, timoroso del buio, e pur tuttavia affascinato dallo spettacolo di una volta scura e nera, con tanti puntini scintillanti.

Maestro Venerabile. Volta scura che si illuminava e quindi si ri-scuriva, con la presenza a volte di un globo fiammeggiante e altre di un luminare minore, e altre volte solo di puntini scintillanti distribuiti secondo strane e misteriose figure, che cercava di cogliere, ma non comprendeva...

1° Sorvegliante. Non possiamo certo stupirci se l’uomo pensò di associare le stelle agli dei, a dio, all’alto, all’altro, all’altrove.

2° Sorvegliante. E quindi uscimmo a riveder le stelle, prende atto sollevato Dante al termine della tappa infernale del suo viaggio, e non può che collegarle alla visione finale: l’amor che muove il sole e l’altre stelle.

1° Sorvegliante. Anche il libero muratore lavora sotto il cielo aperto nel Tempio senza tetto. La mancanza del tetto non dipende solo dall’incompletezza della costruzione: oggi manca il tetto, che verrà costruito domani (forse, se sarà in grado). Il lavoro è sotto le stelle perché immediato deve essere il collegamento con quel mondo buio e misterioso, eppure così fantasticamente luminoso, dell’altrove.

2° Sorvegliante. Le costellazioni, questi arcani disegni che gli antichi hanno costruito e individuato nella volta scura, vere e proprie chiavi di lettura del proprio interiore, non sono semplici disegni nei quali fantastiche linee immaginarie uniscono punti luminosi, ma sono modalità di lavoro che indicano obiettivi del e nel cantiere-uomo.

1° Sorvegliante. Così le due Orse sono punti certi di riferimento. La sempre visibile Maggiore quasi compagna e indicatrice della Minore che in questo ciclo epocale ruotando sul perno settentrionale, la stella polare, è faro sempre presente. L’asse settentrionale indica il centro di rotazione della terra e del nostro mondo. L’angolo di nord-est era quello in cui anticamente avvenivano le iniziazioni e ancora oggi nella ritualità anglo-sassone vi viene posto il neo-massone. Sotto il nord, sotto la stella polare, sedeva il Cappellano di Loggia, conservatore della Parola sacra, che all’inizio dei lavoro metteva in squadratura il cantiere con modalità ben note.

2° Sorvegliante. Assai belle e commoventi le leggende che le accompagnano. I greci vedevano nella maggiore la ninfa Callisto (amata da Zeus) e il figlio Arcade nella minore, trasformati in costellazioni dalla gelosia di Era. Ma gli arabi – con non frequente rovesciamento semantico – vedevano nel Piccolo Carro una piccola bara e nella stella polare un assassino condannato alla immobilità eterna. I romani chiamavano invece il Gran Carro Septem Triones, i sette buoi che lentamente arano i cielo attorno alla Polare.

Oratore. E’ sufficiente alzare gli occhi al cielo e ricercare gli antichi simboli per sentirsi in sintonia con il cammino a duplice direzione tra la terra e il cielo.

Segretario. Le costellazioni allora non sono più semplici storie mitologiche di edificazione (al pari delle biografie devozionistiche dei santi cattolici), ma diventano simboli capaci di far vibrare le corde giuste nell’intimo dell’osservatore.

1° Sorvegliante. Se l’Orsa Minore insegna la stabilità dell’orientamento e impedisce la perdita della via, Orione il cacciatore, che splende immane nel limpido cielo invernale accompagnato dai Cani, indica il prossimo “aumento di luce” e mostra come il buio sia un periodo a termine (ma attento, camminatore, anche la luce sarà “a termine”!).

2° Sorvegliante. Il caminante sarà in armonia con se stesso e la natura se saprà “pesarsi” con la Bilancia, riconoscere il binario in sé con i Gemelli e i Pesci e superarlo con la forza del Leone e la crudeltà dello Scorpione.

Oratore. Il cielo stellato ci suggerisce... Le stelle ora si vedono, ora sono nascoste, ma il cielo stellato c’è, è là, sia che lo vediamo sia che resti nascosto.

Segretario. Il segno suggerisce...

Maestro Venerabile. La volta stellata di giorno non è visibile, ma c’è.

Oratore. La volta stellata nelle terse serate invernali, molto fredde, c’è: noi la vediamo.

Segretario. La volta stellata c'è, ma noi sentiamo il gelo...

Maestro Venerabile. La volta stellata in una afosa e fosca serata estiva c’è, poco visibile ma c’è.

Oratore. La volta stellata in una sera nebbiosa o nuvolosa non si vede, ma c’è.

1° Sorvegliante. La volta stellata in pieno mezzogiorno non si vede ma c’è

2° Sorvegliante. La volta stellata allo scoccare della mezzanotte c’è.

Maestro Venerabile. Meditiamo Fratelli, meditiamo…






29 maggio 2026

Il semaforo blu

 

Maestro Venerabile. Fratello Segretario, a voi la parola per la Tavola Architettonica.

Segretario. Una volta il semaforo di Piazza del Compagnonaggio fece una stranezza. Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu

Oratore. La gente non sapeva più come regolarsi.

1° Sorvegliante. Attraversiamo o non attraversiamo?

2° Sorvegliante. Stiamo fermi o ci muoviamo?

Segretario. Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l'insolito segnale blu.

Oratore. Era un blu che così blu il cielo della città non era stato mai.

1° Sorvegliante. Gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano rombare il motore.

2° Sorvegliante. I pedoni urlavano arrabbiati: Ora passo io!

1° Sorvegliante. No, passo io!

Oratore. Gli spiritosi lanciavano frizzi: Il verde se lo sarà mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna.

1° Sorvegliante. Il rosso lo hanno adoperato per tingere i pesci ai Giardini Pubblici.

2° Sorvegliante. Col giallo allungano l’olio d'oliva.

Oratore. Finalmente arrivò un vigile e si mise lui in mezzo all'incrocio a districare il traffico.

Segretario. Un tecnico aprì la cassetta dei comandi per riparare il guasto.

Oratore. Quell’uomo per prima cosa tolse la corrente.

Segretario. Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare: « Poveretti! Io avevo dato il segnale di "via libera" per il cielo ».

Oratore. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare.

Maestro Venerabile. Ma forse è mancato il coraggio. Quante volte nella vita ci manca il coraggio e ci accontentiamo del presente!...


Lettura corale di una delle Favole al telefono di Gianni Rodari


28 maggio 2026

Nawal, Edipo, Oreste, Edmond 16 - Fine

 Concludo le mie riflessioni sopra una Tavola di Loggia dell'anno scorso. E' solo una conclusione momentanea.

Appendice personale: Il mio Edipo

Aggiungo alcune considerazioni che nulla aggiungono al lavoro precedente, ma possono esserne complementi non superflui.

Ho conosciuto il mito di Edipo fin dalla scuola elementare, come esempio di… oggi diremmo somma sfiga. Lo lessi in una piccola enciclopedia (si intitolava "Il mio amico" ed era in sei volumi) che mi regalò mio padre per il superamento dell'esame di terza elementare (ultimo anno di validità del residuo burocratico dell'obbligo scolastico – già negli anni Cinquanta del Novecento esteso alla quinta elementare – fissato nel 1877 dalla Legge del ministro massone Michele Coppino ai soli primi tre anni delle elementari). Lessi e rilessi quei volumi quasi perdendomi in labirinti narrativi che spaziavano dalla storia alla geografia, dai miti e leggende (la parte che mi affascinò di più furono i miti greci) all’arte ed ai costumi umani (si parlava ancora, in quegli anni, di razze umane e religioni idolatriche!). Edipo mi attirò – ricordo – per l'indovinello (quale bambino non è attratto da un indovinello?), ma molto meno dalla vicenda dell'uomo che sposa la madre, anche se oggi non posso escludere che il racconto dell'incesto fosse stato molto edulcorato in tempi di moralismo imperante (ricordo che i film hollywoodiani dell'epoca mostravano i letti matrimoniali come due lettini single con il comodino nel mezzo).

Come molti miti, Edipo ha intersecato il percorso intero dell'umanità, perché tocca “corde sensibili” dell’uomo: l'allontanamento/abbandono del figlio dalla famiglia, l'attrazione del maschio verso la femmina, il giovane che si sostituisce al vecchio, la legittimazione del nuovo potere.

Edipo in me rimase però per molti anni al livello intellettuale (oggi direi niccianamente apollineo). Sapevo che l'incesto era possibile e che nelle famiglie faraoniche dell'antico Egitto il faraone spesso si univa con una sorella per mantenere “puro” il sangue divino. Ma non andavo oltre un nozionismo appunto intellettuale.

Con la Nascita della tragedia di Nietzsche (autore ignorato nel liceo degli anni Sessanta per il suo presunto filo-nazismo e che io ho affrontato solo in età matura), Edipo passò dal mio lato apollineo alla cripta del Tempio, là dove sta la parte più nascosta di ognuno di noi, il nostro “pentolone” esistenziale dove prudenza vuole ci si avvicini con molta cautela.

Nietzsche critica Socrate e Platone per avere nascosto il dionisiaco a vantaggio dell'apollineo: l'uomo della grecità classica è infatti uomo a metà, solare e razionale, che non vede la parte notturna dell'esistenza e quando si avvicina al "lato oscuro" combina solo guai. E' significativo che nel tempio greco non vi siano cripte, che compaiono solo in età cristiana? Per il solare Socrate è sufficiente conoscere il bene per farlo. Oggi verrebbe da rispondere: Magari fosse così!

Purtroppo per noi c'è anche la notte. E nella notte c'è Oreste che uccide la madre, assassina del padre, e c’è la sorella Elettra che lo spinge al matricidio. Nella notte c'è il padre Agamennone che aveva ucciso la figlia Ifigenia per placare la dea offesa e permettere la partenza della spedizione a Troia. Nella notte c’è il solare e apollineo Apollo che non solo giustifica il matricidio di Oreste, ma addirittura lo incita. Nella notte c'è la maga Medea che uccide i figli. Nella notte c’è Edipo che uccide il padre e sposa la madre dalla quale ha dei figli (ma non tutti i miti raccontano la storia così!). Nella notte c’è Nawal Marwan stuprata dal figlio e ci sono i gemelli Jeanne e Simon che scoprono di essere nati da uno stupro commesso dal loro fratello. Nella notte c'è Edmond Dantès sbattuto in una buia segreta del Castello d'If.

Il lato oscuro fa parte di noi. L’uomo è anche i gelidi spazi bui delle immensità galattiche, ed è anche la profondità di antri cupi e bui (le oscure e profonde prigioni al vizio di muratoria memoria, che spesso troppo ottimisticamente ci raccontiamo come una edulcorata favola): c’è anche l’oscura cripta del tempio nella quale gettiamo tanto di noi ma della quale non parliamo mai (per difesa? per pudore? per dimenticanza? Oppure per incapacità? O per prudenza?).

Eppure lo stesso (solare?) fratello Walt Disney ci ha avvertito che non possiamo separarci dalla nostra ombra. E’ proprio con la perdita dell'ombra che Peter Pan inizia la sua avventura. Nel film disneyano l’ombra di Peter "staccatasi" dal suo “legittimo proprietario” assume una veste di quasi giocosa libertà (temporanea?). Con difficoltà Peter riesce a riprenderla. Che sarebbe successo in caso contrario?

Io posso solo commentare: Per fortuna Peter ricattura l'ombra, altrimenti Peter Pan non sarebbe mai stato Peter Pan.

Perché l’uomo non coglie l’oscurità? La risposta è troppo banale per le “infime profondità” dell’uomo qualunque, quello che il buon Friedrich ha marchiato come “ultimo uomo”: non vediamo l’oscurità proprio perché è oscura; e non vedendola, l'ultimo uomo (il nostro mondo pullula di ultimi uomini!) pensa che non esista e sia solo una costruzione mentale di qualche pseudo-intellettuale.

Quante volte ci siamo detti, nel nostro egocentrico delirio di onnipotenza: A me certe cose non succederanno. Ricordo, nitida, l’immagine di un sogno di qualche anno fa. In un paesaggio tenebroso e inquietante mi si avvicina una figura nera, il volto nascosto da una maschera bianca, un bianco da brivido accentuato da lugubri segni neri. Mi dice, sarcastica: “Pensavi che a te non sarebbe mai successo! E invece... eccomi!”.

Edipo. La figura che avevo razionalizzato per tutta la vita (un modo di tenerla a distanza?) improvvisamente si è trasformato nella inquietante figura del mio sogno.

Eccomi! E’ arrivato il dionisiaco, un flusso magmatico che non so descrivere, attraente e repellente. Edipo ha incontrato il dionisiaco. Jeanne e Simon hanno incontrato il dionisiaco, Edmond in carcere è stato immerso nel dionisiaco.

Calma! Manteniamo la rotta e non facciamoci travolgere dalla burrasca. Ma… per carità!… abbandoniamo le insidiose acque rivierasche e inoltriamoci in alto mare. Non sempre le rotte vicino a riva sono le più sicure!


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.