09 giugno 2026

Giove

Anni fa il nostro Maestro Venerabile chiese alla Loggia di lavorare sui pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Luna, eccetera). Per me fu scelto Giove. Io proposi questo dialogo, che mi fu suggerito da una vecchia novella di Isaac Asimov, manipolandola in libertà.

DIALOGO TRA ULISSE E IL VECCHIO COPRITORE DI LOGGIA



NOTA. Ulisse è stato accettato nella Loggia Agli Antichi Viaggiatori n. 000 all'Oriente dell'Umanità. Lì è stato Creato Apprendista, poi è stato passato Compagno di Mestiere ed infine è stato elevato Maestro Libero Muratore.
Per sua natura Ulisse-Odisseo periodicamente chiede di essere dispensato temporaneamente dai lavori di Loggia per la sua necessità di viaggiare.
Da un viaggio è appena ritornato ed incontra un Fratello che fu il Fratello Terribile alla sua iniziazione, chiamato da tutti Vecchio Copritore.


VC. Bentornato, Ulisse. E’ stato un viaggio lungo?

U. Salute a te, Vecchio Copritore. Sì, è stato un viaggio lungo.

VC. Dove questa volta?

U. Una spedizione lontanissima e segreta. Ho fatto parte della delegazione terrestre inviata su Giove.

VC. Giove?

U. Volevamo stabilire un contatto con i gioviani, che nelle trasmissioni radio dimostravano grande aggressività verso gli altri sentendosi i più forti di tutti: volevano invadere e soggiogare tutti i popoli del sistema solare.

VC. Siete andati su Giove in missione diplomatica?

U. Non proprio Giove. Ci fermammo su Ganimede e mandammo sul pianeta una navicella con robot collegati alle nostre menti, una specie di nostri doppi. Io ero su Ganimede ma con la mente ero nel mio robottino e sentivo e parlavo come fossi su Giove. Di persona non avremmo potuto sopportare la forza di gravità del pianeta. E men che mai avremmo potuto respirare quell’aria mefitica che avrebbe potuto corrodere anche le nostre tute!

VC. I nostri antichi avrebbero esclamato: Mirabile dictu!

U. Mi sentivo proprio strano. E ancora più strano è quel pianeta. Lo immaginavo come una palla grande e dura circondata da una pestifera atmosfera, come la Terra. Ma…

VC. Ma?

U. Non c’era superficie. Scendendo, avvertivo che l’atmosfera si faceva sempre più densa e mi sentivo come un farfallone svolazzante che un po’ alla volta si trasformava in una specie di manta gigante che “volava” in qualcosa di simile all’acqua, una nebbia densa e viscida. Faticavo a distinguere alto e basso: forse è questo il significato profondo della materialità, anche se là non c’era materia nel senso che noi diamo al termine. Non c’era un solido terreno sul quale camminare. Non era un posto dove innalzare templi alla virtù e nemmeno scavare prigioni al vizio. Mi pareva di essere nel niente!

VC. Ma ti sarai pur fermato!

U. Sì. Scendendo, la densità dell’aria (chiamo quella robaccia gioviana aria) aumentava fino a che ci ha fermato ad una certa quota. I miei compagni scienziati l’hanno subito battezzata “quota zero” e l’hanno considerata la superficie del pianeta. Tanto più che lì c’erano i gioviani. Ma non era terreno solido come lo possiamo intendere noi, da camminarci sopra; in un certo senso eravamo sospesi a mezz’aria come palloncini un po’ flosci.

VC. Vi hanno accolto?

U. Se quella era accoglienza… Erano aggressivi e arroganti. Si consideravano i padroni dell’universo e ben presto lo avrebbero dimostrato a tutti, benevoli carcerieri solo con chi sarebbe stato arrendevole; gli altri invece eliminati!

VC. Bella prospettiva.

U. La loro insolenza impudente metteva in ombra il resto. Anche la bellezza del pianeta, e altri gioviani, completamente diversi da loro.

VC. Altri gioviani?

U. Anche su Giove ci sono popoli diversi, come sulla Terra. Ce ne accorgemmo ben presto dopo che quegli arroganti ci sollecitarono a visitare il pianeta per renderci conto della loro superiorità e quindi sottometterci fin da subito a quei mega esseri che si ritenevano invincibili.

VC. C’erano quindi anche altri gioviani?

U. Ed erano completamente diversi. Cioè diversi non fisicamente, ma mentalmente, psicologicamente.

VC. In che senso?

U. I primi erano megalomani aggressivi e orgogliosi. Però malgrado la loro sedicente forza non erano i padroni. Gli altri erano decisamente diversi.

VC. Migliori?

U. Più disponibili, non aggressivi.

VC. Un pianeta con molte nazioni e popolazioni diverse… Come potevano stare insieme?

U. Se mi permetti un paragone un po’ strano, penso a Giove come al grande stagnino.

VC. Stagnino?

U. Lo stagnino faceva cose con rame e stagno, un metallo conosciuto dalla più remota antichità. Quarantacinque secoli fa stagno e rame furono fusi assieme per originare formidabili utensili in bronzo. Le armi di Achille, che gli Achei mi donarono dopo la sua morte, erano splendide armi in bronzo.

VC. L’età del bronzo.

U. Troppo stagno nel rame dà una lega fragile, la quantità giusta dà leghe dure e resistenti.

VC. Armonia ed equilibrio. Che la sapienza guidi il lavoro dello stagnino.

U. Certo. Lo stagnino non fonde rame e stagno ma lavora con rame e con stagno, li mette assieme, li accosta in un groviglio armonioso.

VC. Appunto, armonia ed equilibrio.

U. Ricordo quegli straordinari tegami di rame stagnato per cuocere il cibo: il meglio dei due metalli veniva messo insieme per cuocere succulenti cibi. Ma quelli erano tempi in cui si mangiava per vivere e non si viveva per mangiare. La materia serviva per costruire cattedrali, non per spianare la via dell’inferno.

VC. Già, lo stagno… duttile, malleabile, resistente. Non arrugginisce. È però intaccato da acidi forti.

U. Come certi uomini che resistono alla cupidigia ma non si trattengono dallo sperperare. Così i gioviani. Abbiamo incontrato anche esseri dalle aspirazioni non terra terra (forse dovrei dire: non giove giove), non spocchiosi e non aggressivi. Altri si mostravano non egoisti ed altri ancora fin troppo prodighi.

VC. Quindi in un certo senso erano “umani”?

U. Diciamo così, anche se il termine “umano” è fuori posto riferito ad un gioviano. Abbiamo incontrato esseri disponibili verso gli altri. Avevano ovviamente grande considerazione del mondo nel quale vivevano, ma molti di loro lo consideravano solo un mondo possibile, non il mondo migliore.

VC. E’ atteggiamento che permette il dialogo.

U. Ti rapporti con gli altri su posizioni diverse ma compatibili. Come la squadratura delle nostre pietre: non le lisciamo ma semplicemente (semplicemente!) le squadriamo: la robustezza del muro dipende anche dall’attrito fra le pietre, e l’attrito dipende dalle scabrosità non dalla levigatezza delle facce.

VC. Già.

U. Il confronto con i gioviani mi ha dato la possibilità di apprezzare la bellezza di quei posti per me molto strani. Un tipo di bellezza diversa che mi fa apprezzare ancora più la bellezza che ho sempre ammirato.

VC. La bellezza terrestre?

U. Ma anche la bellezza “gioviana”. La bellezza è bellezza, sulla Terra e su Giove.

VC. Forse la bellezza gioviana ha sfumature che la bellezza terrestre non ha.

U. E viceversa. Ho trovato nei gioviani, almeno nei migliori, comportamenti accettabili. In qualcuno ho notato una forte spinta alla crescita non materiale. Tanti di loro parevano vivere coerenti con i loro ideali. Mostravano uno spiccato senso di giustizia che contrastava con l’arroganza degli altri.

VC. Giustizia gioviana?

U. Giustizia, senza aggettivi. Sulla Terra, su Giove e altrove. Un tempo si classificava bene e male in base ai propri assoluti. Che contrasti quando l’assoluto dell’uno era diverso dall’assoluto dell’altro! Oggi dobbiamo cambiare riferendoci a ciò che vogliamo o non vogliamo fare agli altri e viceversa, secondo quella mirabile regoletta aurea presente in tutti i sistemi umani e che credo sia valida anche al di fuori del nostro pianeta. Quei gioviani, almeno tanti di loro, mostravano di comportarsi così. E proprio per questi loro comportamenti venivano considerati dagli altri delle autorità morali, molto più dei prepotenti che ci avevano accolto all’arrivo.

VC. Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te.

U. E fai agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te.
Sia chiaro. Non è egoismo, ma pratica regola di vita che mette assieme Forza e Bellezza. Pensando agli dei della mia giovinezza mi pareva di collegare Giove a Venere tramite il desiderio di Bellezza, rivolto alla contemplazione della bellezza materiale nel caso di lei ma con aspirazioni ad andare oltre la materia o almeno di sollevare quella strana quota zero della superficie del pianeta verso altezze dove l’atmosfera è meno densa.

VC. Quindi hai incontrato tanti gioviani.

U. Sì, diversi gli uni dagli altri, proprio come gli umani. In tanti ho notato benevolenza e magnanimità; e il piacere di comunicare con gli altri. E il desiderio di sollevarsi da quella fatidica quota zero verso “più spirabili auree” (magari il paragone va bene anche per loro).

VC. Superamento della materialità di Giove.

U. Giove materialità? Non so, non credo. Materia forse che aspira ad essere non più materia o almeno meno materiale possibile.
Mi tornarono alla mente i miti della mia giovinezza. Il padre Zeus, quello che oggi noi tutti chiamiamo Giove, è in un certo senso il dio del cielo e degli dei. Non è il dio del mare (lì regge il fratello Poseidone-Nettuno) e nemmeno degli inferi affidati all’altro fratello Ade-Plutone. E nessuno di loro reggeva la terra, che restava competenza di Gea, la terra madre. Ma esiste su Giove la terra madre?

VC. Gli antichi conoscevano gli archetipici flussi tra le cose del mondo.

U. Quel viaggio mi ha insegnato che Giove è proprio in analogia con la capacità di andare oltre. I miei antenati lo capirono se nella guerra contro i Titani e il padre Cronos, fecero aiutare Zeus-Giove da un’aquila, l’uccello degli spazi alti e liberi, ponte tra il cielo e ciò che è oltre, come del resto pare indicare Giove, un pianeta che è stato lì lì per diventare un altro sole (pensa a un sistema solare con due soli!), ma è rimasto pianeta; nondimeno è un pianeta gassoso, non roccioso come gli altri.

VC. Che vuoi dire?

U. La materia di Giove è materia diversa dalla materia volgare. In un certo senso è materia che evidenzia la potenzialità, in positivo e negativo. Noi siamo abituati a etichettare tutto come spirito (buono) e materia (cattiva). Ma non è così. Tra materia e spirito vi sono innumerevoli stati intermedi, tanto da far supporre che lo spirito sia materia che ancora non cade sotto i nostri sensi e che la materia sia spirito che già cade sotto i nostri sensi.

VC. Spirito e materia così come li vediamo non esistono.

U. Proprio così. Sono una grande “cosa-una”. L’ho capito proprio su Giove. Questo strano pianeta mi ha spinto ad individuare il mio ideale, ciò in cui credere e per cui lottare.

VC. Giove come tuo mito personale?

U. Direi piuttosto un mio utensìle personale. Giove viene considerata una stella mancata per “poco di vigore” (insomma non ce l’ha fatta a diventare un sole). Se invece la spiegazione fosse diversa?

VC. Cosa vuoi dire?

U. Giove non è diventata una stella: non ha raggiunto il valore della massa che fa diventare un corpo celeste una stella con fusione del proprio nucleo. Se si fosse fermato alla stadio pre-stellare per indicare la via della realizzazione del proprio potenziale? L’homo faber fortunae suae costruisce il proprio destino e in Giove trova (può trovare) indicazioni utili. Non è il pianeta più brillante nel cielo notturno? Anche Mercurio e Venere sarebbero brillanti così, ma a notte fonda Mercurio e Venere non ci sono, e Giove invece sì.

VC. Giove, il padre degli dei, sta nell’Olimpo, ma guarda in basso al mondo degli uomini.

U. E’ la sua caratteristica. Ma non è debolezza, come qualcuno vorrebbe insinuare, o incapacità di guardare alto. E’ la Forza del principio spirituale vicino all’uomo; tanto vicino all’uomo che pare quasi prediligere le sue figlie, le più belle. Innumerevoli amplessi con Giove hanno popolato la terra di eroi e di semidei ma gli hanno dato la fama di incallita infedeltà coniugale. Ma il semidio che proviene dagli amplessi di Giove sotto innumerevoli vesti, dal cigno al toro, non è forse un oltre-uomo, stimolo al cammino dell’uomo? Giove non è contro gli uomini, non li blocca, ma li stimola.

VC. Non sarebbe la materia che tutto prende e assorbe? Quindi non dobbiamo aspettarci guerre e invasioni da quei gioviani arroganti e pretenziosi?

U. Credo di no. Quando la missione dei nostri doppi terminò e ci accingemmo a partire (dico accingemmo, tanto mi sono immedesimato nel mio robottino), i gioviani arroganti (che nella mia testa chiamavo ormai i super-macho) colsero una caratteristica dell’astronave. I nostri scienziati infatti avevano costruito una navicella spaziale per robot non per uomini, quindi non si erano preoccupati né dell’atmosfera interna né di mantenervi una certa pressione e nemmeno delle radiazioni cosmiche, per cui la navicella era come un auto che viaggia con i finestrini aperti. Gli arroganti super-macho ne restarono stupiti e terrorizzati: avevano trovato – pensarono – dei macho ancora più super di loro in grado di sopportare senza conseguenze sia l’assenza di pressione del vuoto interplanetario sia la pressione altissima di Giove. Ci avevano considerati deboli perché eravamo gentili ed ora avevano la prova che la nostra forza era più forte della loro. Ci chiesero un trattato perpetuo di alleanza ed amicizia.

VC. La Forza da sola non basta.

U. Ti ricordi, Vecchio Copritore? Alla Forza dell’Intelletto dovrete aggiungere la Bellezza dell’Immaginazione...

VC. La Forza non è tutto.

U. La forza della Bellezza ha vinto la forza della Forza.



08 giugno 2026

Uno e Sette

La Loggia lavora sull'uomo


Maestro Venerabile. Fratello 1° Sorvegliante, all’apertura dei lavori mi avete informato di essere Maestro Massone. Che cosa vi ha indotto a diventarlo?

1° Sorvegliante. Perché posso viaggiare per paesi stranieri, lavorare e ricevere il salario del Maestro, essendo meglio in grado di sostenere me e la famiglia e contribuire ad alleviare i disagi dei Maestri Massoni degni, delle loro vedove e dei loro orfani.

*

Maestro Venerabile. Ho conosciuto un bambino. Abita a Roma, si chiama Paolo e suo padre è un tranviere.

1° Sorvegliante. No, Maestro Venerabile. Abita a Parigi, si chiama Jean e suo padre lavora in una fabbrica di automobili.

2° Sorvegliante. No, Fratello 1° Sorvegliante. Abita a Berlino, si chiama Kurt e suo padre è un professore di violoncello.

Oratore. No, Fratello 2° Sorvegliante. Abita a Mosca, si chiama Juri e suo padre fa il muratore.

Segretario. No, Fratello Oratore. Abita a New York, si chiama Jimmy e suo padre fa il tassista.

1° Diacono. No, Fratello Segretario. Abita a Shanghai, si chiama Ciu e suo padre è un pescatore.

2° Diacono. No, Fratello 1° Diacono. Abita a Buenos Aires, si chiama Pablo e suo padre fa l’imbianchino.

Copritore Interno. Maestro Venerabile, la confusione si è introdotta nella Loggia.

Maestro Venerabile. Fratello Oratore, confortateci con il vostro parere.

Oratore. Paolo, Jean, Kurt, Juri, Jimmy, Ciu e Pablo. Sette bambini, cinque bambini, tre bambini?

Maestro Venerabile. No, Fratello Oratore. Non sette bambini, neanche cinque e nemmeno tre. Tutti hanno sette anni. Hanno superato il compitare: ora sanno leggere e scrivere.
Paolo è bruno, Jean biondo, Kurt castano, Juri è europeo e Ciu asiatico. Pablo guarda i film in spagnolo e Jimmy in inglese.
Non sono sette bambini, sono lo stesso bambino, uno solo.
Forse non mangiano lo stesso cibo, ma sognano gli stessi sogni. Saltano gli stessi salti. Ridono le stesse risate.
Ora sono cresciuti tutti e sette, e non potranno più farsi la guerra, perché tutti e sette sono un solo uomo.

Segretario. Maestro Venerabile, cosa deve registrare la Tavola Architettonica della Tornata?

Maestro Venerabile. Ho conosciuto un bambino che pare sette bambini. Ma è uno solo. Il bambino di oggi, l’uomo di domani.


Lettura muratoria di una delle Favole al telefono di Gianni Rodari.

07 giugno 2026

Sapienza

La Loggia è al lavoro.


Maestro Venerabile. Qual è il posto del Maestro Venerabile?

1° Sorvegliante. Ad Oriente, Maestro Venerabile.

Maestro Venerabile. Perché siede ad Oriente? Qual è ad Oriente il suo dovere?

1° Sorvegliante. Come il sole sorge ad Oriente, per aprire e dirigere il giorno, così il Maestro Venerabile si alza ad Oriente...

Il Maestro Venerabile batte tre colpi di maglietto ● ● ● e si alza - Tutti si alzano in piedi e all'ordine.

...per aprire e dirigere la Loggia, indirizzare gli operai al lavoro e dar loro le proprie direttive.

Maestro Venerabile. Fratelli, sedete.

Tutti si siedono.

Oratore. Un giorno il sole viaggiava in cielo, allegro e felice sul suo carro di fuoco, gettando i suoi raggi in tutte le direzioni.

Segretario. Lì nei pressi c’era una nuvola di umore temporalesco. Quando il sole le passò vicino borbottò con disappunto e irritazione.

1° Sorvegliante. Sciupone, mano bucata, butta pur via i tuoi raggi, vedrai quanti te ne rimarranno...
Nelle vigne ogni acino d'uva che matura sui tralci ti ruba un raggio o anche due; e non c’è filo d’erba, o ragno, o fiore, o goccia d'acqua, che non si prenda la sua parte.

2° Sorvegliante.
Lascia, lascia che tutti ti derubino: vedrai come ti ringrazieranno, quando non avrai più niente da farti rubare.

Oratore. Il sole non ascoltò quella nuvola brontolona. Continuò allegramente il suo viaggio, regalando raggi a migliaia, a milioni, senza contarli.

Segretario. Al tramonto, per curiosità, contò i raggi che gli rimanevano.

Oratore. Ebbene, non gliene mancava nemmeno uno.

Segretario.
La nuvola, per la sorpresa, si sciolse in pioggia.

Maestro Venerabile.
Il sole si tuffò allegramente nel mare.


Da una delle Fiabe al telefono di Gianni Rodari



06 giugno 2026

C'è dubbio e dubbio

Tavola: Al lume di una candela l'uomo del dubbio si interroga. La Coscienza e il coraggio della Libertà.


Quando ho letto nel calendario di Loggia il titolo della Tavola mi è subito venuto in mente il testamento di Norberto Bobbio, un filosofo forse lontano da posizioni spiritualiste, ma sicuramente profondamente umano e umanista. Scrisse Bobbio: io mi sento come l'omino che cammina al buio con una candela  in mano. La candela illumina fiocamente intorno, rischia solo qualcosa, un poco di terreno per compiere qualche passo, non di più. E purtroppo la filosofia non dà gli strumenti, perché non li può dare, di sapere cosa c'è oltre il buio.

L'uomo con la candela in mano è associato al dubbio, l'uomo del dubbio.

Cosa vuol dire? Che c'è dubbio e dubbio. C'è il dubbio che distrugge, deleterio, quello che non crede in nulla. E c'è il dubbio compagno scomodo del nostro camminare, che isola il caminante ancora di più. Ma ancora di più lo spinge sul cammino.

E' vero, il nostro mondo oggi è fatto di persone certe e sicure, persone che hanno fede in piccole cose. Ricordate l'aneddoto che raccontò Krishnamurti?

Un giorno un diavolo ed un amico stanno passeggiando e vedono un uomo che si china, raccoglie qualcosa, un sasso forse, e lo mette in tasca.

L'amico domanda: cosa sta facendo?

E il diavolo risponde: ha trovato una piccola verità e adesso la conserva.

L'amico gli ribatte: è un brutto segno per te.

Ma il diavolo risponde: niente affatto. Adesso gli faccio organizzare una sua religione e io sono a posto.

Infatti se e quando la tua piccola verità diventa qualcosa di organizzato allora cessa di essere verità, né grande né piccola.

Quando da una tua ispirazione si organizza qualcosa, l'ispirazione è terminata, istituzionalizzata e perde il suo valore rivoluzionario.

Questo è il senso del dubbio. Dobbiamo tenerci il dubbio caro perché è solo il dubbio che ci mantiene all'erta. Sono due "paroline" quasi magiche che evitano l'addormentarsi: "o no?".

E' quello che ci fa sempre dire: Sì è così, o no? Io faccio così, o no? Sì, va bene, o no?

Sentiamo qualcosa dentro di noi che dice sempre: o no?

Questo è il dubbio critico, è il dubbio che ti fa ripensare le tue cose, che ti fa controllare i calcoli, che ti fa rileggere ciò che hai scritto per evitare errori.

Poi c'è il dubbio di chi che non crede più a niente, che considera non vera qualunque cosa si possa credere.

E' un tipo di dubbio oggi molto diffuso, l'esatto opposto nel credere tutto malgrado tutto (anche la fede credulona molto diffusa).

Chi dubita di tutto non se ne accorge ma dubita pure di se stesso.

Questo dubbio atroce, funesto, disastroso è sintomo delle grandi crisi del mondo di oggi. Esiste  un termine che comprende sia false verità più o meno strutturate in organismi pseudo o para-religiosi, sia dubbi atroci fallimentari, ed è nichilismo, posizione che vede tutto uguale, tutto sullo stesso piano, tutto uguale.

Non è l'uguaglianza che compare nel Tempio, non è la livella di Totò che giunge a far giustizia sulle disuguaglianze del mondo: le esperienze umane sono ugualmente meritevoli di considerazione perché vissute. No, questo invece è il livellamento dell'acqua stagnante nella palude.

E' il dubbio che pretende di dire che tutto sia uguale, il caldo e il freddo, il buio e la luce, l'alto e il basso, per cui non vale la pena di impegnarsi per l'uno e per l'altro.

E' il dubbio che mette sullo stesso piano falsità e verità, credulità e risultati della scienza. In certe scuole degli Stati Uniti comitati di genitori pretendono che la cosiddetta teoria creazionista venga insegnata sullo stesso piano della teoria evoluzionistica, ignorando scienza e filosofia da Darwin a Teilhard de Chardin, il gesuita proibito.

Quindi l'insegnante di scienze in quelle scuole americane deve mettere allo stesso piano una teoria come quella di Darwin che si basa su degli dati scientifici, con la teoria che dice che tutto fu creato da Dio 4000 anni e che le prove di vita anteriore ai 4000 anni sono state pure quelle create da Dio solo per mettere alla prova la nostra fede. Chi sostiene questo è dentro una bolla impermeabile a qualsiasi ragionamento. 

Il mondo di oggi è una realtà dove urlano quelli delle certezze.

Una volta il mondo italiano era pieno di esperti da bar che sapevano come far vincere la nazionale di calcio, sempre e comunque, solo a dar retta a loro. Per fortuna erano esperti appunto da bar e cianciavano solo nei bar.

Oggi sono tutti esperti da bar e sanno come combattere le epidemie, come risolvere la guerra in Iran e in Ucraina, sanno come risolvere il problema della bomba atomica e della fame nel mondo. E' semplicissimo - dicono - basta dar retta a loro.

Purtroppo per noi non cianciano più solo nei bar, ma ahimè non cianciano più solo nei bar. Li trovi dappertutto, anche là dove non dovrebbero essere. Ormai hanno gli strumenti per infierire su tutto.

05 giugno 2026

Zeno Cosini, Baudelaire e Andrea Sperelli

Il mio Maestro Venerabile per il primo semestre di quest'anno ha proposto come tema dei lavori di Loggia:

CONOSCENZA E COSCIENZA. Il massone è uomo del dubbio che ricerca la Conoscenza. Ma che rapporto c'è tra Conoscenza e la nostra Coscienza?

Una delle Tavole del ciclo è stata:

La coscienza di Zeno, lo spleen di Baudelaire e il Piacere di D'Annunzio. La Coscienza fra nevrosi e illusioni dell'uomo moderno

Un Fratello è intervenuto così.


Il Maestro Venerabile quest'anno è stato geniale nel trovare un filone di riflessioni che ci sta impegnando a fondo, anche perché non sono le solite riflessioni, ma toccano profondamente l'uomo e specialmente l'uomo in rapporto alla vita di oggi.

Mi pongo una domanda concentrandomi sui tre personaggi richiamati dalla Tavola: Zeno Cosini della sveviana Coscienza di Zeno, Charles Baudelaire uno dei poètes maudits, e il dannunziano Andrea Sperelli protagonista de Il piacere.

La prima domanda che mi pongo è immediata. Perché questi personaggi, a prima vista ben poco diversi, hanno reazioni diverse di fronte al mondo del tempo? 

Ancora. Perché loro non sono soddisfatti?

E ancora. Perché l'uomo di oggi non è soddisfatto?

Questa è una domanda fondamentale, quasi discriminante e di non facile risposta.

Io sono nato qualche anno dopo la fine dell'ultima guerra mondiale. Ricordo di aver visto da piccolo ancora le macerie provocate dai bombardamenti.

Io ricordo per esempio certi edifici pubblici che il regime non aveva fatto in tempo a completare ancora  ricovero di sfollati, privi di case. Continuò fin quasi agli anni '60. Ero già adolescente, ma ricordo ancora oggi che i miei nonni si raccomandavano continuamente di non passarci vicino "perché è un brutto posto".

C'erano molto meno cose di oggi nel vivere quotidiano. Si scaldavano le case con le stufe, e non in tutte le stanze. Si vestiva meno bene e gli abiti duravano anni. Si portavano dal sarto gli abiti vecchi "importanti" per rivoltare la stoffa e allungarne la vita. Non c'era la televisione se non in poche case di abbienti. Un modo di vivere oggi semplicemente impensabile. Eppure erano tutti ottimisti.

Questo è il problema di oggi. Oggi materialmente si sta molto meglio, ma sono tutti pessimisti.

Perché?

Questa è la grande domanda.

Altra bella domanda: perché Baudelaire e Svevo hanno reagito in quel modo che oggi fatichiamo ad accettare mentre, nello stesso periodo, altri, altrove, per esempio negli Stati Uniti, hanno reagito in modo molto diverso?

Forse si può rispondere per le diverse fondamenta della società in Europa e in America nella stessa epoca.

Noi siamo tutti con la testa rivolta al cielo e guardiamo tutti il cielo, ma in realtà abbiamo i piedi per terra (che ci sostengono) e ce lo dimentichiamo.

C'è chi abita in montagna e porta le scarpe grosse per camminare nei sentieri impervi. Chi abita al mare porta sandali, chi abita in palude porta gli stivali. Modi di vestire diversi, vitto e modi di vivere diversi e anche modi di ragionare diversi. Gli ambienti in cui si vive sono appunto diversi.

Le abitazioni al sud Italia hanno il tetto piatto o quasi, mentre al nord hanno il tetto a falde più o meno inclinate, per scaricare il peso della neve.

Ogni paese comporta anche in chi ci abita mentalità diverse.

In genere il contadino ha mentalità più chiusa del cittadino: il contadino sta sempre attaccato alla terra, a quel terreno particolare, a quel campo lì, non va in giro, frequenta meno persone. Il cittadino si muove di più, incontra più persone.

Quindi in Europa si reagisce in un modo, in America magari in un altro. L'America è la terra dei grandi spazi. L'Europa ha spazi più piccoli.

Ogni persona, ogni luogo produce modi diversi di parlare e pensare.

In Europa questa sovrapposizione di pensieri e pensatori che non c'era in America ha dato alla fine un risultato che è da una parte disastroso, dall'altra invece apre una una porta, ma non c'è la strada oltre la porta.

I tre personaggi descritti nella Tavola sono molto significativi. Ce n'è un altro ancora più significativo, che il mondo considera un poeta per gli innamorati.

In realtà sì fu grande poeta e scrisse versi immortali. Ma è stato soprattutto un grande filosofo, tra i più significativi innovatori. Parlo di Leopardi.

Non ha scritto grandi trattati e sintesi come Aristotele, Kant, Hegel ma cose sparse. Come i grandi filosofi dell'ultimo secolo: ormai non è più il tempo delle grandi sintesi che spiegano tutto e prevedono tutto. Nessuno oggi è in grado di poter fare una sintesi del pensiero umano, e forse non è nemmeno possibile non solo farlo ma anche pensarlo. Il motivo molto semplice.

Il nostro mondo è andato avanti per 2000 anni con un grande ideale.

Abbiamo lavorato come Loggia l'anno scorso sul tempo, lineare o circolare.

Il tempo lineare ha una meta finale, il tempo circolare non ce l'ha.

L'Europa e il mondo occidentale hanno avuto per millenni un tempo lineare, non ciclico. Quindi il mondo occidentale ha una meta finale, che può essere il paradiso per il credente religioso o altro per il non credente (per esempio la rivoluzione del proletariato o il trionfo della scienza).

Poi arriva un "è funesto a chi nasce il dì natale" di Leopardi, arriva un Darwin che scopre non essere vero che l'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, un Freud che demolisce la fisiologia ottimistica dell'uomo. Infine arriva un Nietzsche, che spiega che tutto è prospettiva umana, troppo umana. E arriva Baudelaire con il male di vivere, e via via vengono tutti gli altri. E la fisica fa cadere il paradigma del determinismo. E poi Müsil, Buzzati, Sartre, 

Tutto questo a cosa ha portato? A un dramma tremendo: la perdita di senso del mondo. L'uomo deve vivere in un mondo che non ha più senso.

Come fa a vivere in questo mondo?

Ecco. D'Annunzio risponde con l'estetismo, la voluttà. Baudelaire non dà risposte

Zeno Cosini risponde con l'ironia, ma non combina niente.

E se andiamo a vedere tanti altri pensatori danno risposte diverse.

Il punto fondamentale infatti è qui: l'uomo deve imparare a vivere in un mondo senza senso.

E' strano questo discorso in una loggia massonica?

Il massone deve imparare a vivere in un mondo senza senso.

E allora: la massoneria ha un senso?

Beh, se noi siamo qui, credo che tutti noi diciamo che sì, in qualche modo un senso c'è.

Magari non è più quello di prima, dovremo trovarne uno nuovo, altrimenti non saremmo qui. O forse qualcuno è qui perché non sa dove andare? Oppure qui è meno peggio che altrove?

Non so. Ma dobbiamo ricercare un nuovo senso. O crearlo.

Noi proveniamo da un mondo muratorio che ha mostrato come le vecchie regole possano permettere meschini egotismi (sperando che non ci sia compresenza di malaffare).

E allora diciamolo! Forse le vecchie regole, anche in massoneria, non valgono più. Forse dovremmo costruire qualcosa di nuovo anche in massoneria.

In questi ultimi tempi non mi sono mai sentito così libero nel mio essere massone, senza più i legacci di una "obbedienza" che più ubbidiente non poteva essere, senza più la zavorra di un numero (ingente!) di affiliati che erano o interessati o ciechi esecutori e niente altro.

E' la condizione migliore, la nostra, per cercare in piena libertà. Io, da solo, non so andare oltre, ma tutti insieme potremo trovare qualcosa.

04 giugno 2026

I due abissi

 La mia Loggia ha lavorato sulla Tavola "Ciò che è in alto è come ciò che è in basso"



C'è un rapporto tra il sopra e il sotto che l'uomo ha sempre cercato di spiegare-condizionare dal proprio punto di vista: il basso verso l'alto. Per esempio, perché si dice "Regno dei Cieli" e non "Repubblica dei Cieli"? La narrazione antropocentrica spiega che il cristiano uscito dalla clandestinità cerca di "organizzare" l'alto con il modello a propria disposizione che in quel momento storico nell’Occidente è lo stato nella forma politica di impero ritenuto da tutti come l'unica forma possibile e necessaria. Magari alcuni secoli prima si sarebbe pensato ad una repubblica dei cieli guidata da un "senato celeste" e prima ancora ad una "polis celeste" e secoli dopo ad un "libero comune celeste".

Il problema è sorto quando si è preteso di conformare l'organizzazione statale alla "struttura dell'alto" (sic!). Ancora sono vividi nei miei ricordi scolastici le lotte tra papato e impero e la teoria del sole e della luna o dei due soli di dantesca memoria.

Infatti il celeste regno dei cieli (l'alto), che ha preso forza e vigore da una visione chiaramente terrestre (il basso), viene considerato come la visione modello (l'alto) sulla quale strutturare la società umana (il basso).

E' un giro vizioso, come il classico serpente che si morde la coda: il sotto ha prevalso sul sopra strutturandolo a sua immagine e il sopra, strutturato in tal modo, vuole rendere definitiva la struttura ingessando il sotto.

In realtà il collegamento tra alto e basso c'è.

Il sopra è lo spirito e il sotto è quello che sta giù, materia e tutto il resto. Forse non riusciamo a comprenderlo bene ma dobbiamo sforzarci. Perché sopra e sotto? Sono due cose diverse? Due aspetti della stessa cosa?

E i due abissi..., l'abisso di sopra e l'abisso di sotto?

La nostra società occidentale (una delle tre civiltà del libro) si è formata su una interpretazione del libro, che ha diviso in due parti intendendo la seconda parte come la continuazione della prima parte (significativamente per noi - ma non per gli altri - chiamati Vecchio e Nuovo). Il libro nelle tre interpretazioni oppure i tre libri delle tre religioni hanno molto in comune. In esse è presente la palingenesi del diluvio.

Il diluvio avviene con l'apertura delle acque di sopra e delle acque di sotto. E cessò quando l'apertura fu chiusa.

Un oceano di sopra e un oceano di sotto oppure un unico oceano sopra e sotto? Due abissi oppure un solo abisso?

Perché l'abisso è stato diviso in due?

Intanto abisso vuol dire infinito. Ma il termine "infinito" è asettico e neutro. "Abisso" invece coinvolge emotivamente e rende l'idea del piccolo uomo di fronte a un qualcosa di tanto grande che di più grande non c'è niente.

Perché due abissi (cioè due infiniti) e non uno solo.

Mi sono dato questa risposta.

Se di notte guardiamo la volta stellata (l'abisso di sopra) ci sentiamo sommersi dall'infinità di fronte a noi: ...e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Guardiamo e osserviamo il cielo stellato, ma, per parte nostra, ci sentiamo quasi al sicuro per essere ben saldi a terra. Proviamo la stessa sensazione di fronte al vuoto "visto" da un'alta montagna: vediamo l'immensità del baratro sotto di noi, ma noi siamo saldamente attaccati ad una roccia, il nostro punto di riferimento.

Se invece ci immaginiamo come un sommozzatore a parecchie decine di metri sotto il livello del mare, là dove tutto è uniforme e vien meno il senso dell'alto e del basso, ad un certo punto perdiamo l'orientamento tanto da non poter più distinguere l'alto dal basso e può succedere di calare a fondo credendo di emergere.

I due abissi riusciamo ad affrontarli, l'abisso unico invece no.

Era la tecnica di Annibale. Era invincibile perché riusciva a spezzare in due, con gli elefanti, l'esercito avversario e sbaragliare le due parti separate. Fu sconfitto a Zama perché Scipione fece aprire un varco per gli elefanti e non divise l'esercito.

L'uomo non è in grado di affrontare un abisso solo. Quindi, secondo il saggio detto "divide et impera", lo divide in due, riuscendo certo non a vincerlo ma almeno ad affrontare le due parti, i due abissi.

Infatti distinguendoli in "abisso di sopra" e "abisso di sotto" dà un nome all'abisso, attribuendovi un senso. Organizza il mondo e dà significato al mondo. L'uomo non è in grado di affrontare qualcosa di indistinto e indefinito ma riesce ad affrontare e vivere in un mondo dove ogni cosa abbia il suo significato e la sua funzione.

Oggi il mondo dell'uomo si sta disertificando in una terra desolata sovrabbondante di strutture informatiche. Nell'ultima tornata abbiamo posto un confronto molto significativo tra Il deserto dei Tartari e il deserto dell'intelligenza artificiale.

Ma sostengo con forza: chiamiamo le cose con il proprio nome altrimenti ci perdiamo noi. Non intelligenza artificiale, ma software. Il termine corretto indica chiaramente chi deve avere il controllo che non può e non deve lasciare ad altri. E se lo fa, è colpevole.

E' pericoloso delegare alla macchina lo svolgimento di certi compiti fino a poco tempo fa riservati esclusivamente agli uomini. Ho ascoltato qualche giorno fa in radio una ricercatrice lamentarsi perché il proprio lavoro inviato ad una prestigiosa rivista scientifica era stato respinto più volte a causa di un supposto plagio. Aveva protestato presso la direzione della rivista ma un redattore le aveva risposto che era stata una scelta del software consigliandole (desolatamente?), poiché che il programma non prevedeva possibilità di interventi umani, di adeguarsi.

A maggior desertificazione, debbo onestamente aggiungere "relata refero", perché non ho la possibilità di controllare: nel lavoro della ricercatrice c'era effettivamente un plagio oppure così aveva inteso il software?

Qui sta il pericolo: delegare certe attività alle macchine. Pare quasi che si stia creando una specie di dittatura della macchina per cui anche se la macchina non potrà mai essere pari all'uomo (si dice) oggi in certi campi esercita un potere che l'uomo ha abbandonato. Che me ne faccio della mia presunta superiorità se debbo adeguarmi a decisioni prese da programmi e algoritmi?

A che pro essere intelligenti se debbo sottostare a regole stabilite dagli stupidi?

Credo sia vero che la macchina non potrà mai avere coscienza di se stessa, per cui resta indiscussa la superiorità dell'intelligenza umana rispetto alla cosiddetta "intelligenza artificiale", che in realtà non è intelligenza ma semplicemente un software complesso. Almeno spero sarà così, perché l'uomo si è posto su una via della quale io nel mio piccolo non riesco a vedere lo sviluppo.


03 giugno 2026

I grandi inquisitori... e i piccoli? 2

 Seconda parte della tavola.


Il finale di Don Carlo vorrebbe essere di speranza: don Carlo, figlio di Filippo II, scende nella tomba accompagnato dal nonno Don Carlo, l'imperatore Carlo V, padre di Filippo II, quasi ad indicare che solo in cielo, nell'aldilà, si possono superare i meschini conflitti.

In realtà, per l'uomo di oggi che invece del Paradiso spera in un miglioramento, sia pur piccolo, nel mondo di quaggiù, è un finale senza speranze.

Ed è tragico che analoghi giochi di intrecci dei vari poteri si svolgano anche oggi, negli ambiti più disparati, anche là dove sono in gioco non i destini di un regno ma il possesso di un mazzetto di cipolle.

Infatti il piccolo inquisitore odierno non ha gli ideali dei grandi inquisitori (che, pur deteriorati e piegati a interessi materiali, li avevano!) ma solo spesso prepotenza spicciola per i propri meschini interessi (il capoufficio aguzzino, il dirigente aggressivo, chi ha un piccolo potere spesso prevarica). Questi "ometti" sono ovunque.

Una volta in una loggia ho assistito, imbarazzato, ad un episodio increscioso: il Maestro Venerabile ha apostrofato seccamente un fratello che stava parlando non come avrebbe voluto: "Guarda il tuo Maestro Venerabile negli occhi quando parli!". Purtroppo ho saputo che un episodio del genere si è verificato poco tempo fa per opera di un fratello più o meno "altolocato" entro il Grande Oriente d'Italia.

Esempi urtanti di piccoli arroganti inquisitori. I quali differiscono solo per quantità, e non per qualità di prepotenza, da quei piccoli inquisitori maschi che pretendono di mantenere la compagna in uno stato di perenne controllo e subalternità e spesso giungono a gesti estremi.

Al grande inquisitore possiamo dare l'alibi del grande, invece questi minuscoli inquisitorucoli non hanno neanche l'alibi del piccolo. Non hanno nemmeno un qualunque alibi di compiere qualcosa di grande. Il loro potere si riduce alla prepotenza entro il loro infimo particolare dove approfittano delle debolezze di chi hanno vicino perché sono incapaci di rapporti umani.

***

Il lavoro di Loggia si è svolto lungo i seguenti filoni.


La Loggia è il luogo ove possiamo insieme scoprire quello che ci unisce non quello che ci divide. Per noi è un modo normale di essere.

Un tempo mi dicevo: man mano che il mondo avanza e i giovani crescono il mondo diventerà migliore. Temo di essermi sbagliato e che il mondo non stia diventando migliore o se lo sta diventando allora lo diventa molto poco. Conclusione? Non c'è conclusione.

Il Maestro Venerabile ha insistito sull'essere insieme, ma spesso non è accaduto. Addirittura, succede ed è successo, siamo tornati a forme di separazione per chi non accettava costrizioni.

Nell'era attuale c'è molta violenza, anche verbale (non ti vaccini allora uccidi – sei per l'eutanasia allora sei per l'omicidio legalizzato). La terminologia utilizzata è da Santa Inquisizione, proveniente non dalla chiesa ma dalla politica o da altri ambiti. Pare che l'unirsi in cattiverie renda più forti chi fa le cattiverie. Esperienze di altre vite o vissuti precedenti?

Dopo una pausa dai lavori di Loggia, per scelte generali che ho subito e non condiviso, pausa che ho avvertito come una grande mancanza, è piacevole il ritorno tra i Fratelli.

Oggi esiste una inquisizione che pretende di decidere e spesso decide cosa si può fare della vita di ognuno. Io penso che bisogna mantenere la perseveranza in quello in cui si crede e opporsi alla violenza civile del "se non sei omologato allora sei escluso".

Nel mio piccolo mi propongo di continuare a perseverare nel seguire proprio ciò che ritengo giusto: è dall'individualità che si può portare nel gruppo, nell'eggregore qualcosa.

Molti piccoli inquisitori impazzano per mancanza di informazioni: la loro visione viene accettata perché non si conosce o non si vuole conoscere la situazione reale.

Durante le dittature molti piccoli ometti (persone normali, banali) si sono assunti il ruolo di piccoli inquisitori

I grandi inquisitori, il cardinale Bellarmino in testa, sono gli esecutori di un potere centrale, religioso, politico, e non fanno altro che affermare il loro pensiero dominante.

Nel Seicento il pensiero dominante vedeva la Terra al centro dell'universo. Chiunque affermava il contrario andava contro il potere dominante ed era preciso dovere dei grandi inquisitori quello di inquisire e censurare e fare abiurare: era il loro dovere e lo esercitavano in nome di un potere superiore (che loro avevano e altri no). Non verificavano se fossero vere le argomentazioni degli oppositori ma se erano conformi alla verità ufficiale.

I piccoli inquisitori sono un fenomeno che emergere con l'affermarsi sempre più l'idea dell'idea che uno vale uno, ovvero che il pensiero di una persona X vale come quello di una persona Y. E' ciò che avviene in rete dove tutti possono dire tutto. Ecco quindi che hanno voce i terrapiattisti, convinti che la terra sia piatta, e che evidentemente hanno conoscenze carenti sulla forza di gravità e le leggi fisiche. Affermano con forza che la loro idea sia quella giusta, e basta.

"Uno vale uno" vuol dire mettere ciò che dice il terrapiattista sullo stesso piano di ciò che dice lo scienziato, che invece ha studiato la fisica e la forza di gravità. Ribadiamo l'affermazione della non autorevolezza: ciò che conta non è "uno vale uno", ma l'autorevolezza delle persone, la serietà, la dimostrazione scientifica, razionale, matematica e magari anche l'intuizione basilare. C'è sempre prima di tutto un fatto intuitivo come è avvenuto per tutte le scoperte scientifiche; poi segue la conferma scientifica, razionale. E ciò vale anche per il problema vaccini.

Oggi si dà voce a tutti, e tutti sullo stesso piano, anche a chi non ha competenze per affermare certe cose. Non era così ai tempi del cardinale Bellarmino: il potere costituito non andava a verificare l'autorevolezza di Galileo Galilei ma gliele contestava sulla base delle Sacre Scritture con giudici molto competenti (sulle Sacre Scritture, non sulla scienza). Non così oggi: tantissimi "tuttologi" appaiono incompetenti su tutto.

La "contro-inquisizione" sta nella possibilità di difesa così come nella possibilità di spiegare l'altro punto di vista (drasticamente ridotta).

Io con me stesso non sono un abile inquisitore di ciò che faccio o dico. Quando devo riferirmi a me stesso le garanzie difensive sono al massimo: noi siamo eccellenti avvocati difensori di noi stessi. A volte dovrei essere più inquisitore di me stesso.

Il grande inquisitore ha ampie visioni del mondo. Il piccolo inquisitore invece ha una visione molto più ristretta. La sua prepotenza lo fa sentire grande e lo svela molto piccolo. Il grande inquisitore può trovare una giustificazione nel riferirsi al piano generale. Ma interpreta quello che è il piano fatto da qualcun altro, tra i grandi artefici dell'universo. Quindi il grande inquisitore lo vedo agire in maniera più pericolosa, però in un certo senso più innocente.

Il grande inquisitore ha alle spalle un disegno, il piccolo inquisitore ha alle spalle un disegnino, che è semplicemente sopraffazione. Penso anche ai recenti casi di uccisioni di donne e ragazze da parte di mariti e compagni, effettivi o ex. L'atteggiamento ossessivo verso chi è o è stato la propria compagna, la propria partner non fa pensare al contesto di un processo dell'inquisizione con sentenza già pronunciata?

Una volta si imprigionava, giustiziava, eliminava il dissidente in galera. Ieri lo si ricoverava in un ospedale psichiatrico. Oggi non ce ne è più bisogno. Oggi è sufficiente il bombardamento soporifero di tv e social. Oggi è tutto soporifero, abbattuto, livellato. Ma non è il risultato del lavoro della livella. E' il livellamento dell'acqua marcescente della palude. Abbiamo perso l'alto e il basso, abbiamo perso il bello e il brutto.

Il peccato imperdonabile della nostra epoca sta nell'aver fatto coincidere zenit e nadir.

L'inquisitore è un uomo di potere, ma è un uomo che in ogni caso gestisce il potere, tutto sommato, con intelligenza. Il suo confronto con Gesù in un certo senso è molto sincero. Ha messo in moto a suo tempo una grande cosa, ma ora non serve più. Anzi può diventare addirittura un nemico perché potrebbe dar vita ad una nuova ventata di libertà. Il potere non può permetterlo. Dostoevskij descrive con lucida intelligenza questa situazione.

I grandi inquisitori come quello descritto da Dostoevskij erano uomini di potere. Anche i piccoli inquisitori di oggi sono uomini di potere. Anche il potere ha subito un livellamento generale e si è pure degradato perdendo la grandezza degli ideali (ammesso che li avesse).

L'unico spiraglio di ottimismo oggi sta nel mantenere alta e lucida la propria attenzione e sforzarsi di rendere consapevole della situazione chi ci è vicino.

Il livellamento al quale siamo arrivati ha fatto sì che ogni argomento sia quasi programmaticamente (dogmaticamente?) suddiviso nettamente fra bene e male, senza cogliere le immense sfumature di grigio che purtroppo o per fortuna ci sono in tutte le cose.

Tra il bianco e nero è forse più importante il grigio. Io credo che non dobbiamo rivoltare il grigio.

In un pavimento bianco e nero non si cammina mai o solo sul bianco o solo sul nero, ma nel mezzo, cioè sul grigio, meglio: sul maculato bianco-nero. Molto nell'uomo è maculato perché l'uomo è nel relativo. Il mondo del relativo ha tutte le diverse tonalità dal bianco al nero. Il pericolo sta nel voler assolutizzare i grigi oppure solo quel particolare grigio.

Ma il piccolo inquisitore di oggi queste cose non le sa e quindi dal piccolo inquisitore bisogna difendersi.

I grandi inquisitori diventano quasi anche dei modelli perché non possiamo dire che fossero persone sgradevoli: erano colti, acuti. I piccoli inquisitori odierni invece sono sgradevoli, non colti, prepotenti ed arroganti. Insomma col tempo gli spessori inquisitorii sono cambiati e in un certo senso degenerati. Forse anche questo è un segno della nostra epoca.


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.