Concludo la lettera-riflessione al mio Maestro Venerabile e ai Fratelli della mia Loggia sul lavoro compiuto
Ancora gli spaghetti
Sì, è
vero. Due eventi debbono essere “ordinati” nel tempo, cioè uno
“deve” precedere o seguire l’altro. Nell’immediato è così.
Ma se sfumiamo nel passato può non continuare più ad esserlo. Per
molti di noi che Alessandro Magno sia vissuto il secolo prima o
quello dopo Eschilo è cosa del tutto insignificante.
Se il tempo
è visto come un piatto di spaghetti sullo stesso spaghetto due
eventi sono necessariamente ordinati cronologicamente, ma se gli
eventi appartengono a spaghetti diversi possono diventare
inconfrontabili.
Faccio un
esempio (lo avrete già sentito perché lo ripeto spesso) ricordando
tre eventi che mi hanno toccato da vicino.
Sera del 10
maggio 1974: in Loggia passo Compagno d’Arte. Mattino dell’11
maggio: mi sposo. Mattino del 12 maggio: prima di partire per il
viaggio di nozze io e mia moglie votiamo al referendum sul divorzio.
Nei miei
ricordi sono tre avvenimenti che fatico a vedere nella successione
cronologica. Li vedo sfumatamente contemporanei, come tre punti
coincidenti o quasi. Oppure cronologicamente non confrontabili, come
appartenenti a tre spaghetti diversi: il primo al mio spaghetto
massonico, il secondo allo spaghetto personale e familiare, il terzo
allo spaghetto civile.
Seguendo
uno specifico spaghetto si ripristina l’ordine cronologico, per cui
massonicamente il passaggio a Compagno precede quello a Maestro. Ma
guardando il piatto nel suo insieme la confrontabilità dei tre
eventi vien meno.
Ogni
schema che costruiamo è “una” rappresentazione-interpretazione
della realtà che sempre mostra certe caratteristiche rilevanti
per quel punto di vista
e ne trascura
altre.
Quando?
Una prima
idea di tempo non lineare mi venne molti anni fa. Stavo impostando la
mia tesi di laurea in logica temporale e spesso ne parlavo con il
professore, persona di grande spessore umano
Mi disse
una volta: noi siamo qui a parlare ma chi può escludere che due
altri “noi” siano da un’altra parte in qualche “universo
parallelo” a parlare in questo stesso momento delle stesse cose,
magari con conclusioni completamente diverse?
Un’altra
volta osservò: dall’evento “noi siamo qui ora” possono
scaturire molteplici domani, forse incompatibili tra loro o forse no,
ma ognuno coerente conseguenza di oggi?
Battute da
fantascienza, si potrebbe osservare; e proprio in un Istituto di
Matematica parlando di una tesi in logica temporale, aggiungo io.
Quei
pensieri sono rimasti depositati da qualche parte e sporadicamente mi
tornavano alla mente. Il pensare e ripensare mi familiarizzò con un
modello di tempo non lineare, ramificato o no.
Il pensiero
fu nitido anche alcuni mesi fa proprio al ritorno da una tornata: noi
siamo in Loggia a lavorare sul tempo, ma chi può escludere che da
qualche altra parte, nel nostro universo o altrove, altri “noi”
abbiano appena lavorato nella “nostra” Loggia “parallela”
sulla “stessa tavola”? Lavoro uguale, o diverso? Oppure che dalla
tornata appena conclusa possano ramificarsi diversi futuri che
concretizzano tornate future, forse diverse, forse contemporanee,
forse logicamente non coerenti tra loro, ma tutte coerenti con questa
che le precede?
E’ vero?
Non è vero? E’ probabile?
Perché
allora un quark è ora qui e subito dopo, come se ci fosse un
rapporto di causa-effetto (non solo non dimostrabile, ma pure
impensabile e, oserei dire, nemmeno fantasticabile) è là (lui o
qualcos’altro come lui) come se la causa qui producesse una
conseguenza là o la conseguenza là producesse la causa qui?
Eventi
e tempo
C’è
un’altra domanda da porre. Il tempo è un assoluto? Senza scomodare
Einstein nel nostro piccolo tutti noi abbiamo sperimentato quanto lo
stesso intervallo di tempo possa essere diverso. Certo si dovrebbe
dire più correttamente che quel tempo viene “percepito” in modo
diverso, ma nella nostra rappresentazione del mondo che siano tempi
diversi oppure che il medesimo tempo sia percepito in modi diversi è
la stessa cosa. Così i canonici cinque minuti diventano lunghissimi
se attendi la "morosa"
oppure cortissimi se attendi di entrare dal dentista: “sono”
tempi diversi.
Definitivo
Credo sia
parola deteriore.
Definitivo
proviene dal latino definitivus. La sua storia comincia da
finis, inizialmente relativo a definitio = definizione,
cioè ”azione di fissare i limiti”, poi allargato al mondo come
“limitato, definito, decisivo”. Una parola che ha attraversato
buona parte del mondo occidentale (definitif nel francese del
XII secolo e definitive nell’inglese di due secoli dopo, e
così via). Sa di teologia assoluta, appunto definitiva come può
esserlo una definizione matematica.
Esempio. Il
triangolo è un poligono con tre lati.
Questa cosa
è un poligono? Sì. Ha tre lati? Sì. Allora è un triangolo. Punto.
Non si discute: è un triangolo, de-fi-ni-ti-va-men-te. Altrimenti
non lo è. Se non ci sta bene possiamo cambiare definizione, e allora
“triangolo” sarà qualcosa d’altro.
Invece nel
nostro mondo del quotidiano, del relativo, con buona pace di tanti
teologi e filosofi, non c’è nulla di definitivo (eccettuato forse
le definizioni matematiche): persino uno degli ultimi baluardi del
permanente (il sesso attribuito ad ognuno alla nascita) è ormai
incrinato e minato.
Ma la
scomparsa dell’assoluto, del “così è, se vi pare e non vi pare”
sotto sotto non ci piace.
Credo non
ci sia vocabolo più disumano di definitivo.
L’uomo
vive nel mondo che continuamente cambia. Sappiamo fin dai tempi di
Eraclito di non poterci bagnare due volte nello stesso fiume. Nel
mondo del continuo cambiamento non ci può essere nulla di
definitivo. Se c’è, purtroppo ci sbagliamo.
E’
tremendo fissare nell’assoluto ciò che assoluto non può essere.
Quanti danni può provocare!
Ancora oggi
molte Chiese e istituzioni religiose sono ferme al “Siate
fecondi e moltiplicatevi. Riempite la terra” della Genesi,
opera anteriore al 1000 prima di Cristo, quando la popolazione
stimata nell’intero blocco dei tre continenti raggiungibili via
terra (Asia, Africa ed Europa) era di una cinquantina di milioni. Era
dunque prescrizione pienamente comprensibile.
Oggi, le
stesse terre sono abitate da più di 6 miliardi e mezzo di persone
(130 volte quelle di allora – otto miliardi in tutto il pianeta).
Saggezza impone che il “Crescete e moltiplicatevi” debba
perdere di validità. Ma come fai a cambiare un “assoluto” ordine
di Dio?
*
La tradizione
E. ricorda
certi giudizi dei vecchi: i giovani di oggi non sono più quelli dei
miei tempi.
Anche a me
capita talvolta di esclamare che non ci sono più i giovani di una
volta. E aggiungo pure che non ci sono più i Massoni di una volta.
Infatti dei
massoni presenti alla tornata in cui entrai ce ne sono rimasti solo
tre, e pure malandati in salute. Dei Massoni presenti alla prima
tornata della mia seconda Loggia cui partecipai a metà anni Settanta uno solo.
Gli altri non ci sono più.
Dei giovani
della mia generazione non ce n’è più nessuno. I superstiti sono
tutti vecchi.
E’ vero:
non ci sono più i giovani di una volta; ma ci sono i giovani di
oggi.
Ai tempi
del liceo detestavo la figura di Catone il Censore con il suo
continuo richiamo al costume degli antenati contro la dissolutezza
dei contemporanei. Non voglio oggi essere una sua brutta copia. E’
vero, ho difficoltà a comprendere usi e comportamenti delle
generazioni successive alla mia, ma mi rendo conto che queste
difficoltà dipendono dalla mia incomprensione della società di
oggi: non ho più gli utensili adatti.
I giovani
di una volta erano preparati ad affrontare i problemi come si
presentavano una volta e dubito siano/siamo in grado di affrontare i
problemi come si presentano oggi.
Credo sia
legge di vita che ciò che ci viene tramandato (la Tradizione) dalla
generazione passata sia per noi un tesoro che va sempre
contestualizzato al tempo e allo spazio e come tale consegnato alle
generazioni successive. Non possiamo consegnare ai nostri figli il
modello di società che ci è stato consegnato dai nostri padri. E’
la vita e noi vogliamo bene alla vita: noi diciamo sì alla vita.
Non si
tratta di negare i valori del passato, ma di riviverli. I nostri
vecchi si accontentavano di un’autorità assoluta dalla quale
provenissero le nostre leggi e appunto le garantisse.
Noi, più
modestamente, ci accontentiamo (le vorremmo!) di leggi che non
nuocciano agli altri secondo la regoletta aurea presente in tutte le
religioni e in tutti i sistemi morali: non fare agli altri ciò che
non vuoi che gli altri facciano a te; e fa’ agli altri tutto quello
che vuoi gli altri facciano a te. Ci fu ricordata al momento
dell’iniziazione e non dobbiamo mai dimenticarla.
Permette di
darci regole morali a prescindere da un assoluto che le garantisca:
le garantiamo tutti noi, gli uni verso gli altri.
*
Ciò che
abbiamo ricevuto dobbiamo tramandarlo senza modifiche?
La fisica
insegna che l’osservatore con la propria osservazione modifica
quanto osservato.
Se ricevo
una tradizione e la trattengo per trasmetterla ad altri, sono proprio
sicuro di non averla modificata nel frattempo? Sono sicuro di aver
recepito correttamente quanto mi fu trasmesso? Sono sicuro di
trasmettere correttamente quanto ricevuto?
Anche
trasmettendo informazioni, insegna la fisica, c’è un aumento di
entropia. Quindi qualcosa si modifica. E’ impossibile non succeda.
*
Mi rendo
conto che i miei nonni non ragionavano come ragiono io: il loro mondo
era molto diverso dal mio. Come il mondo di oggi è molto diverso dal
mondo della mia giovinezza e debbo quindi accettare che i miei nipoti
non ragionino come ragiono io.
Banalmente:
chi della generazione dei miei nipoti riesce a pensare ad un mondo
senza internet, in cui tutti eravamo scollegati? Chi di loro ha mai
visto una cornetta del telefono o un semplice elenco telefonico che
fino a una ventina di anni fa era in tutte le case? Chi di loro vedrà
un regolo calcolatore, diffusissimo tra gli ingegneri fino a qualche
decennio fa?
Io debbo
solo preoccuparmi di trasmettere loro il senso dei valori del vivere
civile. Starà a loro concretizzarne l’applicazione in un mondo che
io fatico a comprendere.
I miei
nipoti non possono ragionare come ragiono io. Sarebbe un disastro.
Non debbo farmi ingannare dalle apparenze: le osterie di fuori porta
non fanno più per me.
Sono ancora aperte come un
tempo le osterie di fuori porta,
ma
la gente che ci andava a bere, fuori o dentro è tutta morta:
*
Come
è il tempo?
Ma insomma
come è il tempo: lineare o circolare? Oppure lacustre o “a
spaghetti”?
Rispondo
con una domanda: la luce è un’onda di energia oppure è formata da
corpuscoli?
Fino al XIX
secolo descrivere la luce come un fenomeno ondulatorio (la luce si
propaga come le onde nel mare) spiegava molti fenomeni.
La teoria
presupponeva però l’esistenza del “mezzo” (si parlava di un
etere luminifero) attraverso il quale si propagassero le onde
(potrebbero esistere le onde in un mare senza acqua?). Non solo
l’etere non fu mai trovato, ma si dimostrò pure che non poteva
esistere. Di più: certi fenomeni fotoelettrici non potevano essere
spiegati dalle onde. Einstein li spiegò supponendo che la luce
viaggiasse nello spazio sotto forma di “quanti”, cioè
corpuscoli. Si trattava però di un nuovo tipo di particelle, che
avevano sia le proprietà ondulatorie sia quelle corpuscolari. In
momenti diversi venivano evidenziate o le prime o le altre, mai tutte
e due contemporaneamente, come poco più di due decenni dopo dimostrò
Niels Bohr.
Quindi la
domanda “Cosa è la luce?” è senza risposta. E’ qualcosa che a
volte pare onde e altre volte corpuscoli. Cosa sia “realmente” –
ammesso e non concesso che la domanda abbia senso scientifico – non
lo sappiamo.
*
In quanto
al tempo oggi io mi sono proposto una visione analoga.
Per certi
aspetti mi pare plausibile un tempo lineare, dall’inizio (la mia
nascita) alla fine (la mia morte). Per altri aspetti è rilevante il
futuro ritorno (la tornata di Loggia dopo un’altra, il nuovo anno
dopo la fine del vecchio, la nuova primavera dopo l’inverno). Mi
affascina anche considerare gli eventi come pesci nel lago, ciascuno
in riferimento oppure no con gli altri senza preoccuparmi di
eventuali “se… allora…” che li legano (a volte sì e a volte
no).
Visione
troppo frammentata? E io riunisco ciò che è sparso mescolando un
piatto di spaghetti al pomodoro con la forchetta-cazzuola e spandendo
uniformemente il sugo-calcina dopo aver cucinato gli spaghetti degli
eventi!
*
Attenzione!
Riprendo la domanda “Cosa è la luce?”. Rassegnamoci! La domanda
rimane senza risposta. Non solo. Domandarsi cosa sia la luce
presuppone che la luce sia un “qualcosa” di cui noi oggi non
sappiamo (si manifesta ora in un modo ora in un altro contrastante)
ma potremmo forse conoscere in futuro.
No, non è
così. Dire che luce-onda e luce-particella sono facce diverse della
stessa medaglia non vuol dire nulla perché il “qualcosa” che
chiamiamo luce (luce-onda oppure luce-particella) non sappiamo se
esiste effettivamente: è solo una nostra prospettiva che vogliamo
mettere al posto di due prospettive separate e distinte, ondulatoria
e corpuscolare, diverse e contrastanti. Noi possiamo solo dire che la
luce a volte è un’onda di energia che parte da una sorgente
luminosa, a volte un fascio di particelle “sparate” dalla stessa
sorgente. E basta.
Altrettanto
suppongo per il tempo! La domanda “Cosa è il tempo?” alla fin
fine è priva di senso.
Forse il
tempo siamo noi!
*
Tutti
sono avari nel tenersi ben stretto il patrimonio, ma generosissimi
nel buttar via il tempo. Sono parole di Seneca che subito dopo
aggiunge: … e pensare che questa è l’unica cosa di cui
sarebbe molto decoroso essere avari!
Decoroso
scrive, cioè: che conviene,
che si addice, che ha dignità. Non
scrive utile
o proficuo,
come magari direbbe
un nostro contemporaneo.
Dopo
venti secoli sono parole che mantengono inalterata la loro forza
vitale. Non è critica del tempo, ma critica all’uomo che non sa
vivere nel tempo, nel “suo” tempo.
Ci
incoraggiano a continuare il nostro lavoro: un invito a non fermare
il “nostro” tempo ma, per quel che si può, continuare.
Ed io che ho sempre un
eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,
io,
come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai...
Cari Fratelli, un saluto a
tutti, uno solo. Non ipocritamente triplice, ma fraternamente
sincero.