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09 maggio 2026

Il tempo... e il resto 8

Concludo la lettera-riflessione al mio Maestro Venerabile e ai Fratelli della mia Loggia sul lavoro compiuto


 

Ancora gli spaghetti

Sì, è vero. Due eventi debbono essere “ordinati” nel tempo, cioè uno “deve” precedere o seguire l’altro. Nell’immediato è così. Ma se sfumiamo nel passato può non continuare più ad esserlo. Per molti di noi che Alessandro Magno sia vissuto il secolo prima o quello dopo Eschilo è cosa del tutto insignificante.

Se il tempo è visto come un piatto di spaghetti sullo stesso spaghetto due eventi sono necessariamente ordinati cronologicamente, ma se gli eventi appartengono a spaghetti diversi possono diventare inconfrontabili.

Faccio un esempio (lo avrete già sentito perché lo ripeto spesso) ricordando tre eventi che mi hanno toccato da vicino.

Sera del 10 maggio 1974: in Loggia passo Compagno d’Arte. Mattino dell’11 maggio: mi sposo. Mattino del 12 maggio: prima di partire per il viaggio di nozze io e mia moglie votiamo al referendum sul divorzio.

Nei miei ricordi sono tre avvenimenti che fatico a vedere nella successione cronologica. Li vedo sfumatamente contemporanei, come tre punti coincidenti o quasi. Oppure cronologicamente non confrontabili, come appartenenti a tre spaghetti diversi: il primo al mio spaghetto massonico, il secondo allo spaghetto personale e familiare, il terzo allo spaghetto civile.

Seguendo uno specifico spaghetto si ripristina l’ordine cronologico, per cui massonicamente il passaggio a Compagno precede quello a Maestro. Ma guardando il piatto nel suo insieme la confrontabilità dei tre eventi vien meno.

Ogni schema che costruiamo è “una” rappresentazione-interpretazione della realtà che sempre mostra certe caratteristiche rilevanti per quel punto di vista e ne trascura altre.

Quando?

Una prima idea di tempo non lineare mi venne molti anni fa. Stavo impostando la mia tesi di laurea in logica temporale e spesso ne parlavo con il professore, persona di grande spessore umano

Mi disse una volta: noi siamo qui a parlare ma chi può escludere che due altri “noi” siano da un’altra parte in qualche “universo parallelo” a parlare in questo stesso momento delle stesse cose, magari con conclusioni completamente diverse?

Un’altra volta osservò: dall’evento “noi siamo qui ora” possono scaturire molteplici domani, forse incompatibili tra loro o forse no, ma ognuno coerente conseguenza di oggi?

Battute da fantascienza, si potrebbe osservare; e proprio in un Istituto di Matematica parlando di una tesi in logica temporale, aggiungo io.

Quei pensieri sono rimasti depositati da qualche parte e sporadicamente mi tornavano alla mente. Il pensare e ripensare mi familiarizzò con un modello di tempo non lineare, ramificato o no.

Il pensiero fu nitido anche alcuni mesi fa proprio al ritorno da una tornata: noi siamo in Loggia a lavorare sul tempo, ma chi può escludere che da qualche altra parte, nel nostro universo o altrove, altri “noi” abbiano appena lavorato nella “nostra” Loggia “parallela” sulla “stessa tavola”? Lavoro uguale, o diverso? Oppure che dalla tornata appena conclusa possano ramificarsi diversi futuri che concretizzano tornate future, forse diverse, forse contemporanee, forse logicamente non coerenti tra loro, ma tutte coerenti con questa che le precede?

E’ vero? Non è vero? E’ probabile?

Perché allora un quark è ora qui e subito dopo, come se ci fosse un rapporto di causa-effetto (non solo non dimostrabile, ma pure impensabile e, oserei dire, nemmeno fantasticabile) è là (lui o qualcos’altro come lui) come se la causa qui producesse una conseguenza là o la conseguenza là producesse la causa qui?

Eventi e tempo

C’è un’altra domanda da porre. Il tempo è un assoluto? Senza scomodare Einstein nel nostro piccolo tutti noi abbiamo sperimentato quanto lo stesso intervallo di tempo possa essere diverso. Certo si dovrebbe dire più correttamente che quel tempo viene “percepito” in modo diverso, ma nella nostra rappresentazione del mondo che siano tempi diversi oppure che il medesimo tempo sia percepito in modi diversi è la stessa cosa. Così i canonici cinque minuti diventano lunghissimi se attendi la "morosa" oppure cortissimi se attendi di entrare dal dentista: “sono” tempi diversi.



Definitivo

Credo sia parola deteriore.

Definitivo proviene dal latino definitivus. La sua storia comincia da finis, inizialmente relativo a definitio = definizione, cioè ”azione di fissare i limiti”, poi allargato al mondo come “limitato, definito, decisivo”. Una parola che ha attraversato buona parte del mondo occidentale (definitif nel francese del XII secolo e definitive nell’inglese di due secoli dopo, e così via). Sa di teologia assoluta, appunto definitiva come può esserlo una definizione matematica.

Esempio. Il triangolo è un poligono con tre lati.

Questa cosa è un poligono? Sì. Ha tre lati? Sì. Allora è un triangolo. Punto. Non si discute: è un triangolo, de-fi-ni-ti-va-men-te. Altrimenti non lo è. Se non ci sta bene possiamo cambiare definizione, e allora “triangolo” sarà qualcosa d’altro.

Invece nel nostro mondo del quotidiano, del relativo, con buona pace di tanti teologi e filosofi, non c’è nulla di definitivo (eccettuato forse le definizioni matematiche): persino uno degli ultimi baluardi del permanente (il sesso attribuito ad ognuno alla nascita) è ormai incrinato e minato.

Ma la scomparsa dell’assoluto, del “così è, se vi pare e non vi pare” sotto sotto non ci piace.

Credo non ci sia vocabolo più disumano di definitivo.

L’uomo vive nel mondo che continuamente cambia. Sappiamo fin dai tempi di Eraclito di non poterci bagnare due volte nello stesso fiume. Nel mondo del continuo cambiamento non ci può essere nulla di definitivo. Se c’è, purtroppo ci sbagliamo.

E’ tremendo fissare nell’assoluto ciò che assoluto non può essere. Quanti danni può provocare!

Ancora oggi molte Chiese e istituzioni religiose sono ferme al “Siate fecondi e moltiplicatevi. Riempite la terra” della Genesi, opera anteriore al 1000 prima di Cristo, quando la popolazione stimata nell’intero blocco dei tre continenti raggiungibili via terra (Asia, Africa ed Europa) era di una cinquantina di milioni. Era dunque prescrizione pienamente comprensibile.

Oggi, le stesse terre sono abitate da più di 6 miliardi e mezzo di persone (130 volte quelle di allora – otto miliardi in tutto il pianeta). Saggezza impone che il “Crescete e moltiplicatevi” debba perdere di validità. Ma come fai a cambiare un “assoluto” ordine di Dio?

*

La tradizione

E. ricorda certi giudizi dei vecchi: i giovani di oggi non sono più quelli dei miei tempi.

Anche a me capita talvolta di esclamare che non ci sono più i giovani di una volta. E aggiungo pure che non ci sono più i Massoni di una volta.

Infatti dei massoni presenti alla tornata in cui entrai ce ne sono rimasti solo tre, e pure malandati in salute. Dei Massoni presenti alla prima tornata della mia seconda Loggia cui partecipai a metà anni Settanta uno solo. Gli altri non ci sono più.

Dei giovani della mia generazione non ce n’è più nessuno. I superstiti sono tutti vecchi.

E’ vero: non ci sono più i giovani di una volta; ma ci sono i giovani di oggi.

Ai tempi del liceo detestavo la figura di Catone il Censore con il suo continuo richiamo al costume degli antenati contro la dissolutezza dei contemporanei. Non voglio oggi essere una sua brutta copia. E’ vero, ho difficoltà a comprendere usi e comportamenti delle generazioni successive alla mia, ma mi rendo conto che queste difficoltà dipendono dalla mia incomprensione della società di oggi: non ho più gli utensili adatti.

I giovani di una volta erano preparati ad affrontare i problemi come si presentavano una volta e dubito siano/siamo in grado di affrontare i problemi come si presentano oggi.

Credo sia legge di vita che ciò che ci viene tramandato (la Tradizione) dalla generazione passata sia per noi un tesoro che va sempre contestualizzato al tempo e allo spazio e come tale consegnato alle generazioni successive. Non possiamo consegnare ai nostri figli il modello di società che ci è stato consegnato dai nostri padri. E’ la vita e noi vogliamo bene alla vita: noi diciamo sì alla vita.

Non si tratta di negare i valori del passato, ma di riviverli. I nostri vecchi si accontentavano di un’autorità assoluta dalla quale provenissero le nostre leggi e appunto le garantisse.

Noi, più modestamente, ci accontentiamo (le vorremmo!) di leggi che non nuocciano agli altri secondo la regoletta aurea presente in tutte le religioni e in tutti i sistemi morali: non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te; e fa’ agli altri tutto quello che vuoi gli altri facciano a te. Ci fu ricordata al momento dell’iniziazione e non dobbiamo mai dimenticarla.

Permette di darci regole morali a prescindere da un assoluto che le garantisca: le garantiamo tutti noi, gli uni verso gli altri.

*

Ciò che abbiamo ricevuto dobbiamo tramandarlo senza modifiche?

La fisica insegna che l’osservatore con la propria osservazione modifica quanto osservato.

Se ricevo una tradizione e la trattengo per trasmetterla ad altri, sono proprio sicuro di non averla modificata nel frattempo? Sono sicuro di aver recepito correttamente quanto mi fu trasmesso? Sono sicuro di trasmettere correttamente quanto ricevuto?

Anche trasmettendo informazioni, insegna la fisica, c’è un aumento di entropia. Quindi qualcosa si modifica. E’ impossibile non succeda.

*

Mi rendo conto che i miei nonni non ragionavano come ragiono io: il loro mondo era molto diverso dal mio. Come il mondo di oggi è molto diverso dal mondo della mia giovinezza e debbo quindi accettare che i miei nipoti non ragionino come ragiono io.

Banalmente: chi della generazione dei miei nipoti riesce a pensare ad un mondo senza internet, in cui tutti eravamo scollegati? Chi di loro ha mai visto una cornetta del telefono o un semplice elenco telefonico che fino a una ventina di anni fa era in tutte le case? Chi di loro vedrà un regolo calcolatore, diffusissimo tra gli ingegneri fino a qualche decennio fa?

Io debbo solo preoccuparmi di trasmettere loro il senso dei valori del vivere civile. Starà a loro concretizzarne l’applicazione in un mondo che io fatico a comprendere.

I miei nipoti non possono ragionare come ragiono io. Sarebbe un disastro. Non debbo farmi ingannare dalle apparenze: le osterie di fuori porta non fanno più per me.

Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta,

ma la gente che ci andava a bere, fuori o dentro è tutta morta:

*

Come è il tempo?

Ma insomma come è il tempo: lineare o circolare? Oppure lacustre o “a spaghetti”?

Rispondo con una domanda: la luce è un’onda di energia oppure è formata da corpuscoli?

Fino al XIX secolo descrivere la luce come un fenomeno ondulatorio (la luce si propaga come le onde nel mare) spiegava molti fenomeni.

La teoria presupponeva però l’esistenza del “mezzo” (si parlava di un etere luminifero) attraverso il quale si propagassero le onde (potrebbero esistere le onde in un mare senza acqua?). Non solo l’etere non fu mai trovato, ma si dimostrò pure che non poteva esistere. Di più: certi fenomeni fotoelettrici non potevano essere spiegati dalle onde. Einstein li spiegò supponendo che la luce viaggiasse nello spazio sotto forma di “quanti”, cioè corpuscoli. Si trattava però di un nuovo tipo di particelle, che avevano sia le proprietà ondulatorie sia quelle corpuscolari. In momenti diversi venivano evidenziate o le prime o le altre, mai tutte e due contemporaneamente, come poco più di due decenni dopo dimostrò Niels Bohr.

Quindi la domanda “Cosa è la luce?” è senza risposta. E’ qualcosa che a volte pare onde e altre volte corpuscoli. Cosa sia “realmente” – ammesso e non concesso che la domanda abbia senso scientifico – non lo sappiamo.

*

In quanto al tempo oggi io mi sono proposto una visione analoga.

Per certi aspetti mi pare plausibile un tempo lineare, dall’inizio (la mia nascita) alla fine (la mia morte). Per altri aspetti è rilevante il futuro ritorno (la tornata di Loggia dopo un’altra, il nuovo anno dopo la fine del vecchio, la nuova primavera dopo l’inverno). Mi affascina anche considerare gli eventi come pesci nel lago, ciascuno in riferimento oppure no con gli altri senza preoccuparmi di eventuali “se… allora…” che li legano (a volte sì e a volte no).

Visione troppo frammentata? E io riunisco ciò che è sparso mescolando un piatto di spaghetti al pomodoro con la forchetta-cazzuola e spandendo uniformemente il sugo-calcina dopo aver cucinato gli spaghetti degli eventi!

*

Attenzione! Riprendo la domanda “Cosa è la luce?”. Rassegnamoci! La domanda rimane senza risposta. Non solo. Domandarsi cosa sia la luce presuppone che la luce sia un “qualcosa” di cui noi oggi non sappiamo (si manifesta ora in un modo ora in un altro contrastante) ma potremmo forse conoscere in futuro.

No, non è così. Dire che luce-onda e luce-particella sono facce diverse della stessa medaglia non vuol dire nulla perché il “qualcosa” che chiamiamo luce (luce-onda oppure luce-particella) non sappiamo se esiste effettivamente: è solo una nostra prospettiva che vogliamo mettere al posto di due prospettive separate e distinte, ondulatoria e corpuscolare, diverse e contrastanti. Noi possiamo solo dire che la luce a volte è un’onda di energia che parte da una sorgente luminosa, a volte un fascio di particelle “sparate” dalla stessa sorgente. E basta.

Altrettanto suppongo per il tempo! La domanda “Cosa è il tempo?” alla fin fine è priva di senso.

Forse il tempo siamo noi!

*

Tutti sono avari nel tenersi ben stretto il patrimonio, ma generosissimi nel buttar via il tempo. Sono parole di Seneca che subito dopo aggiunge: … e pensare che questa è l’unica cosa di cui sarebbe molto decoroso essere avari!

Decoroso scrive, cioè: che conviene, che si addice, che ha dignità. Non scrive utile o proficuo, come magari direbbe un nostro contemporaneo.

Dopo venti secoli sono parole che mantengono inalterata la loro forza vitale. Non è critica del tempo, ma critica all’uomo che non sa vivere nel tempo, nel “suo” tempo.

Ci incoraggiano a continuare il nostro lavoro: un invito a non fermare il “nostro” tempo ma, per quel che si può, continuare.

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,

io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai...



Cari Fratelli, un saluto a tutti, uno solo. Non ipocritamente triplice, ma fraternamente sincero.




08 maggio 2026

Il tempo... e il resto 7

 Continuano le riflessioni sul tempo: circolare o lineare. Oppure...


I presenti

C’è un punto di vista che il nostro rituale non prende mai in considerazione e che invece è fondamentale: il punto di vista dei partecipanti.

Anzi, no. Non dei “partecipanti”, termine dalla semantica edulcorata e annacquata, bensì dei Fratelli presenti.

Anzi, nemmeno. “Fratelli” è vocabolo troppo generico. Il gruppo-Loggia si sta formando, non si è ancora formato (succede pure, è successo, che non si riesca a formare!). Bisogna dire: dell’un Fratello, dell’altro Fratello, dell’altro ancora, eccetera… che insieme formano i “Fratelli” di cui parla il rituale.

Fratelli, assistetemi ad aprire i lavori” dice il Maestro Venerabile, oggi rappresentato dal fratello L.. E poi continua rivolgendosi al 1° Sorvegliante, oggi rappresentato da .: Fratello 1° Sorvegliante qual è il primo dovere eccetera eccetera”. E via via si continua.

Bisogna cambiare il punto di vista.

Fratelli, assistetemi ad aprire i lavori” dice L., che rappresenta il Maestro Venerabile. E poi continua rivolgendosi ad E., che rappresenta il 1° Sorvegliante: Fratello E., che sei oggi 1° Sorvegliante, qual è il primo dovere eccetera eccetera”. E così via.

Dobbiamo mettere al primo posto il Fratello, proprio lui e non altri, che in quel momento rappresenta quella funzione e non altre. Insomma: il lavoro di Loggia è lavoro tra persone fisiche, fatte di carne e di sangue, con i loro equilibri e i loro scazzi (termine accolto dal vocabolario Treccani!), non da maschere impersonali che freddamente leggono un copione.

*

Tralascio per carità di patria (anzi di massoneria) la domandaccia: siamo proprio Fratelli (con la F maiuscola) o almeno fratelli (con la F minuscola)? Altrimenti non verrà aperto un bel niente!

Come è dal punto di vista dei partecipanti l’apertura dei lavori che in sé riassume tutte le aperture precedenti? Come la vivono? Cosa sentono?

Il Maestro Venerabile riesce a concentrare in quella singola apertura dei lavori tutte le aperture precedenti della Loggia?

Non vorrebbe dire che, anche se non lo ammettiamo, consideriamo il tempo entro il quale si incardinano le tornate di Loggia come un tempo lineare, dalla fondazione della Loggia fino alla sua fine (la morte fisica di una Loggia)? Ma lo consideriamo anche, pur non ammettendolo, un tempo circolare che ripete tutte le aperture precedenti e anticipa tutte le aperture successive della Loggia?

Il tempo della Loggia ritorna, da una apertura all’altra? Ritorna sempre uguale oppure diverso?

E le Logge? Se il tempo ritorna anche le Logge debbono ritornare?

Molti non lo credono. Potranno nascere nuove Logge con lo stesso nome di altre che non ci sono più – dicono – sarebbero la stessa Loggia? Io mentre scrivo faccio fatica ad immaginare una Loggia come la nostra dove noi non ci siamo… Ma forse è solo un mio vaniloquio. Non dimentichiamo mai la regola base della nostra igiene mentale: tutti sono importanti, ma nessuno è fondamentale.

Ricordi

Forse i ricordi, i nostri ricordi sono gli unici ancoraggi che ci aiutano. Cosa è un uomo senza ricordi? I ricordi sono belli perché sono ricordi.

Domando: gran parte della loro bellezza non sta nel sapere che non ritorneranno? Chi ha detto che i ricordi sono tentativi di invertire il corso del tempo?

Ricordo (un altro ricordo!) un piccolo episodio. Abitavo in condominio a Forlì e mi trovai in ascensore con mio figlio poco prima che lui cominciasse il primo anno di asilo. Con noi erano saliti altri due bambini che frequentavano già la scuola elementare. Il maschietto (seconda elementare) disse: “Beato te, che devi ancora fare tutto l’asilo, che bello! Come vorrei essere al tuo posto!”. La sorella, classe quinta: “E poi deve fare anche tutta la scuola dopo. No, no!”.

Noi ricordiamo gli anni della scuola con un pizzico di nostalgia. Ma se per magia domattina tutti ci ritrovassimo studenti ad andare a scuola? Uno ha il compito di matematica e l’altro di ragioneria. Un altro verrà interrogato in inglese e un altro ancora dovrà sorbirsi una lezione sui Promessi sposi. Che ne direste? No, per carità, no!

Se il tempo è circolare tutto ritorna; tutto: il bello e il brutto. Anche la chimica organica e l’esame di maturità; anche Licio Gelli e la P2 !

Proprio Nietzsche, che parlò di eterno ritorno dell’uguale (lui lo chiamava così), osservò che obiettava alla teoria proprio la futura ri-presenza di madre e sorella!

*

Ricordi. Dolce nostalgia dei ricordi. Gradevole magia dei ricordi. Anche sensazione bella e inconsueta per la nostalgia di qualcosa che non si è mai vissuto rivivendo i ricordi degli altri Fratelli.

D. e M. colgono nei lavori di Loggia un sentore strano che emoziona per le esperienze di un singolo Fratello che l’incanto del lavoro in Loggia fa diventare in un certo strano modo vissuto di tutti, come se ci fosse un magazzino nel cantiere (la cripta del Tempio?) che rende comunitario ciò che era di uno solo.

*

Come passa il tempo. E non ripassa mai. Cantava una canzone di tanti anni fa. Continuava: ...e il tempo se ne frega e passa su di noi.

Il tempo scorre indipendentemente da noi, come se non ci fossimo. Già! Senza di noi ci sarebbe ancora il tempo? Un essere vivente diverso dall’uomo percepisce il tempo? e come? Prima del big bang c’era il tempo?

E. ci invita ad approfondire. Fa l’esempio dell’effimera, insetto che nello stadio adulto vive solo poche ore (tanto che non ha nemmeno la bocca e non si nutre). Percepisce il tempo? E come? Ha qualcosa che possa paragonarsi ai ricordi della vita larvale (che dura anche alcuni anni) oppure la larva è tutt’altro?

Gli spaghetti

Due ipotesi sul tempo: tempo lineare o tempo ciclico.

La mentalità occidentale di oggi pretende una corrispondenza tra la realtà e la sua rappresentazione. Comprende quindi la concezione lineare da un inizio fino ad un termine: in piccolo, nell’uomo, dalla nascita alla morte.

Per ipotizzare una concezione circolare del tempo pretenderebbe che il giorno di oggi, 22 settembre 2024, si ripeta in futuro come dovrebbe essersi ripetuto nel passato.

Sarebbe come assurgere a regola universale il ritorno di ogni primavera uguale a tutte le primavere passate, pur sapendo che ogni primavera in sé è diversa da tutte le altre primavere. La regola stabilisce che a un inverno segue una, non la stessa, primavera.

Cicerone, considerando la storia maestra di vita, diceva sostanzialmente che dalla storia possiamo imparare quali comportamenti assumere in presenza di fenomeni che non sono mai del tutto nuovi e hanno quindi qualcosa in comune con eventi già accaduti.

Concezione del tempo?

Il Vocabolario Treccani spiega:

Concezione [dal latino. concipĕre «concepire»]. 1. L’atto del concepire o dell’essere concepito. 2. Facoltà di concepire con l’intelletto o con la fantasia. 3. Modo di intendere e interpretare.

Io preferisco usare il termine “prospettiva” nel senso di angolazione o punto di vista da cui considerare un fatto o valutare una situazione.

*

Mi domando: c’è corrispondenza tra il tempo del mondo fisico, quello per intenderci misurato dagli orologi, sul quale scandiamo le nostre giornate, e il tempo della nostra prospettiva alla base della nostra esistenza?

Banalmente la risposta sarebbe affermativa. Noi non avvertiamo discrepanze: l’una del pomeriggio dell’orologio praticamente ci pare sia anche la “nostra” una del pomeriggio.

Ma quante volte abbiamo esclamato “E’ già l’una!” oppure “Non è ancora l’una!” stupiti della discordanza tra l’orologio “ufficiale” e il “nostro”?

Insistere sulla nostra prospettiva o angolazione che dir si voglia suggerisce che la corrispondenza tra i tempi non porta alla coincidenza, bensì solo ad una correlazione, che tutto sommato è più che adeguata agli scopi pratici della vita quotidiana. Ma il tempo è ben altro.

*

La domanda è sempre la stessa: il tempo è lineare o circolare?

Io rilancio. Né lineare, né ciclico.

Mi spiego. Da molti anni ho lasciato la città per abitare in collina. Spesso, specie nei primi anni, la strada da casa alla città mi suscitava strani pensieri.

Spazio e spaghetti

Mi domandavo: la strada che percorro è una strada lineare oppure la linearità è solo una mia approssimazione comoda per descrivere una realtà più complessa?

Se esamino la carta geografica, da casa alla città non esistono solo quelle due o tre vie che comunemente percorro: ce ne sono altre che mi suggeriscono l’idea di una rete di vie più che un modello singolo lineare.

Forse, con un pizzico di ironia, il modello che descrive meglio la situazione è il piatto di spaghetti. Sono aggrovigliati, dall’esterno fatichiamo a seguirne uno, che subito scompare nel mucchio. Ma se potessimo camminare dentro lo spaghetto non avremmo nessuna difficoltà.

Ecco, lo spazio pare un piatto di spaghetti.

Sicuramente la strada lineare è semplice: parti, segui la via e arrivi. Non puoi perderti.

La via “a spaghetti”? Ti serve una bussola che non sia sensibile solo al campo magnetico terrestre ma efficace nel districarsi nel “tuo” campo magnetico, dove non necessariamente un luogo precede un altro.

Ecco il punto cruciale spazio-temporale!

Se percorro una strada, prima trovo A, poi B, C e così via. Ma nella rappresentazione che ne faccio magari non vedo né A né B ma solo C, che diventa così la “prima” cosa incontrata. E se poi penso anche ad A allora ritenendo A meno “rilevante” di C può succedere che nella mia rappresentazione “prima” venga C e “dopo” A. Dipende quali spaghetti sono “raccolti” dalla stessa forchettata.

Tempo e spaghetti

Il modello spaghetti può essere anche applicato al tempo?

La prospettiva lineare del tempo è a segmento, un tratto con un punto di inizio e un punto finale. Appunto: uno spaghetto. Tanti segmenti, tanti spaghetti.

Nella visione “più alta” è il tempo escatologico religioso dalla creazione alla fine del mondo. Visione che il mondo occidentale (quello delle religioni del libro) ha mutuato – credo – dalle nostre prime percezioni umane: passato, presente e futuro. Insomma è estensione del “prima, ora, dopo”.

L’eterno ritorno si basa sul concetto di tempo circolare, suggerito dall’osservazione della natura con l’alternarsi di luce e buio, delle stagioni, delle maree. Se all’inizio del tempo poniamo una mitica età dell’oro il tempo circolare dà la sicurezza di ritornarvi. E, con le dovute differenze, non è molto dissimile dalla parusìa cristiana. E’ come se il cristiano avesse tagliato il cerchio del tempo raddrizzandolo in un segmento. Oppure che la circonferenza del tempo fosse talmente “lunga” che il ritorno nello stesso punto avverrebbe dopo un tempo così lungo che la mente umana non riesce a concepire.

*

Tra certi nativi americani il tempo era percepito come un lago e i singoli eventi considerati pesci nel lago. Viene meno quella che per noi appare proprietà fondamentale degli eventi: il poter decidere di due di essi se sono contemporanei oppure se uno precede l’altro.

La legge di tricotomia (dal greco «tagliare in tre parti») valida in molti campi della scienza, per l’algebra dice che dati due numeri a e b o a = b oppure il primo è minore del secondo oppure il primo è maggiore del secondo. Per due eventi è lo stesso: o coincidono oppure uno dei due precede l’altro. Sembra legge di buon senso. Ma la teoria della relatività ha scardinato le proprietà del “prima” e del “dopo”, con buona pace del buon senso.

La concezione lacustre è intrigante e affascinante. Rompe lo schema della rappresentazione occidentale del flusso temporale, comoda descrizione che coglie certo molto del tempo, ma – forse – non tutto. Probabilmente siamo tanto condizionati dal pensare di essere immersi nel flusso inarrestabile dal prima al poi da ritenere questo e solo questo proprietà “vera” del tempo.

*

L’uomo occidentale ritiene lo scorrere del tempo uguale e costante ed ha costruito strumenti sempre più precisi per misurarlo, dalla clessidra al pendolo, all’orologio a molla, all’orologio atomico. La precisione degli orologi è sempre migliorata. Ricordo che ai tempi della scuola avevo una vecchia e rumorosa sveglia che dovevo regolare ogni sera. Poi passai ad un orologio a molla abbastanza preciso (un paio di minuti ogni settimana) ma che doveva essere ricaricato ogni giorno. Ho avuto dopo un più comodo orologio da polso al quarzo più preciso ancora. Oggi uso l’ora del cellulare che non regolo mai perché autoregolato sul segnale della rete web. E’ ancora impreciso? Certo, ma molto meno degli altri. Che me ne faccio di uno più preciso? A me interessa il tempo, non lo strumento per misurarlo.

Oggi costruiamo orologi sempre più accurati addirittura in grado di sbagliare di un secondo ogni tot migliaia di anni e più. Bello! Stupendo! No, non faccio ironia. So benissimo l’importanza scientifica di misure sempre più precise. Ma ai fini della vita quotidiana sono “eccessi”. Lasciamo alla scienza il suo ambito e riportiamo l’uomo nel suo.

*

L’uomo del tempo lacustre si sarebbe appassionato della precisione di certe misure? Credo proprio di no. Anzi credo che le avrebbe ritenute inutili. Misurare è sempre proiettarsi all’esterno mentre in questo campo dovremmo imparare a stare un po’ dentro, anche con noi stessi (cosa molto difficile perché noi siamo il peggior compagno di noi stessi).


(continua)

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.