sabato 9 maggio 2026

Il tempo... e il resto 8

Concludo la lettera-riflessione al mio Maestro Venerabile e ai Fratelli della mia Loggia sul lavoro compiuto


 

Ancora gli spaghetti

Sì, è vero. Due eventi debbono essere “ordinati” nel tempo, cioè uno “deve” precedere o seguire l’altro. Nell’immediato è così. Ma se sfumiamo nel passato può non continuare più ad esserlo. Per molti di noi che Alessandro Magno sia vissuto il secolo prima o quello dopo Eschilo è cosa del tutto insignificante.

Se il tempo è visto come un piatto di spaghetti sullo stesso spaghetto due eventi sono necessariamente ordinati cronologicamente, ma se gli eventi appartengono a spaghetti diversi possono diventare inconfrontabili.

Faccio un esempio (lo avrete già sentito perché lo ripeto spesso) ricordando tre eventi che mi hanno toccato da vicino.

Sera del 10 maggio 1974: in Loggia passo Compagno d’Arte. Mattino dell’11 maggio: mi sposo. Mattino del 12 maggio: prima di partire per il viaggio di nozze io e mia moglie votiamo al referendum sul divorzio.

Nei miei ricordi sono tre avvenimenti che fatico a vedere nella successione cronologica. Li vedo sfumatamente contemporanei, come tre punti coincidenti o quasi. Oppure cronologicamente non confrontabili, come appartenenti a tre spaghetti diversi: il primo al mio spaghetto massonico, il secondo allo spaghetto personale e familiare, il terzo allo spaghetto civile.

Seguendo uno specifico spaghetto si ripristina l’ordine cronologico, per cui massonicamente il passaggio a Compagno precede quello a Maestro. Ma guardando il piatto nel suo insieme la confrontabilità dei tre eventi vien meno.

Ogni schema che costruiamo è “una” rappresentazione-interpretazione della realtà che sempre mostra certe caratteristiche rilevanti per quel punto di vista e ne trascura altre.

Quando?

Una prima idea di tempo non lineare mi venne molti anni fa. Stavo impostando la mia tesi di laurea in logica temporale e spesso ne parlavo con il professore, persona di grande spessore umano

Mi disse una volta: noi siamo qui a parlare ma chi può escludere che due altri “noi” siano da un’altra parte in qualche “universo parallelo” a parlare in questo stesso momento delle stesse cose, magari con conclusioni completamente diverse?

Un’altra volta osservò: dall’evento “noi siamo qui ora” possono scaturire molteplici domani, forse incompatibili tra loro o forse no, ma ognuno coerente conseguenza di oggi?

Battute da fantascienza, si potrebbe osservare; e proprio in un Istituto di Matematica parlando di una tesi in logica temporale, aggiungo io.

Quei pensieri sono rimasti depositati da qualche parte e sporadicamente mi tornavano alla mente. Il pensare e ripensare mi familiarizzò con un modello di tempo non lineare, ramificato o no.

Il pensiero fu nitido anche alcuni mesi fa proprio al ritorno da una tornata: noi siamo in Loggia a lavorare sul tempo, ma chi può escludere che da qualche altra parte, nel nostro universo o altrove, altri “noi” abbiano appena lavorato nella “nostra” Loggia “parallela” sulla “stessa tavola”? Lavoro uguale, o diverso? Oppure che dalla tornata appena conclusa possano ramificarsi diversi futuri che concretizzano tornate future, forse diverse, forse contemporanee, forse logicamente non coerenti tra loro, ma tutte coerenti con questa che le precede?

E’ vero? Non è vero? E’ probabile?

Perché allora un quark è ora qui e subito dopo, come se ci fosse un rapporto di causa-effetto (non solo non dimostrabile, ma pure impensabile e, oserei dire, nemmeno fantasticabile) è là (lui o qualcos’altro come lui) come se la causa qui producesse una conseguenza là o la conseguenza là producesse la causa qui?

Eventi e tempo

C’è un’altra domanda da porre. Il tempo è un assoluto? Senza scomodare Einstein nel nostro piccolo tutti noi abbiamo sperimentato quanto lo stesso intervallo di tempo possa essere diverso. Certo si dovrebbe dire più correttamente che quel tempo viene “percepito” in modo diverso, ma nella nostra rappresentazione del mondo che siano tempi diversi oppure che il medesimo tempo sia percepito in modi diversi è la stessa cosa. Così i canonici cinque minuti diventano lunghissimi se attendi la "morosa" oppure cortissimi se attendi di entrare dal dentista: “sono” tempi diversi.



Definitivo

Credo sia parola deteriore.

Definitivo proviene dal latino definitivus. La sua storia comincia da finis, inizialmente relativo a definitio = definizione, cioè ”azione di fissare i limiti”, poi allargato al mondo come “limitato, definito, decisivo”. Una parola che ha attraversato buona parte del mondo occidentale (definitif nel francese del XII secolo e definitive nell’inglese di due secoli dopo, e così via). Sa di teologia assoluta, appunto definitiva come può esserlo una definizione matematica.

Esempio. Il triangolo è un poligono con tre lati.

Questa cosa è un poligono? Sì. Ha tre lati? Sì. Allora è un triangolo. Punto. Non si discute: è un triangolo, de-fi-ni-ti-va-men-te. Altrimenti non lo è. Se non ci sta bene possiamo cambiare definizione, e allora “triangolo” sarà qualcosa d’altro.

Invece nel nostro mondo del quotidiano, del relativo, con buona pace di tanti teologi e filosofi, non c’è nulla di definitivo (eccettuato forse le definizioni matematiche): persino uno degli ultimi baluardi del permanente (il sesso attribuito ad ognuno alla nascita) è ormai incrinato e minato.

Ma la scomparsa dell’assoluto, del “così è, se vi pare e non vi pare” sotto sotto non ci piace.

Credo non ci sia vocabolo più disumano di definitivo.

L’uomo vive nel mondo che continuamente cambia. Sappiamo fin dai tempi di Eraclito di non poterci bagnare due volte nello stesso fiume. Nel mondo del continuo cambiamento non ci può essere nulla di definitivo. Se c’è, purtroppo ci sbagliamo.

E’ tremendo fissare nell’assoluto ciò che assoluto non può essere. Quanti danni può provocare!

Ancora oggi molte Chiese e istituzioni religiose sono ferme al “Siate fecondi e moltiplicatevi. Riempite la terra” della Genesi, opera anteriore al 1000 prima di Cristo, quando la popolazione stimata nell’intero blocco dei tre continenti raggiungibili via terra (Asia, Africa ed Europa) era di una cinquantina di milioni. Era dunque prescrizione pienamente comprensibile.

Oggi, le stesse terre sono abitate da più di 6 miliardi e mezzo di persone (130 volte quelle di allora – otto miliardi in tutto il pianeta). Saggezza impone che il “Crescete e moltiplicatevi” debba perdere di validità. Ma come fai a cambiare un “assoluto” ordine di Dio?

*

La tradizione

E. ricorda certi giudizi dei vecchi: i giovani di oggi non sono più quelli dei miei tempi.

Anche a me capita talvolta di esclamare che non ci sono più i giovani di una volta. E aggiungo pure che non ci sono più i Massoni di una volta.

Infatti dei massoni presenti alla tornata in cui entrai ce ne sono rimasti solo tre, e pure malandati in salute. Dei Massoni presenti alla prima tornata della mia seconda Loggia cui partecipai a metà anni Settanta uno solo. Gli altri non ci sono più.

Dei giovani della mia generazione non ce n’è più nessuno. I superstiti sono tutti vecchi.

E’ vero: non ci sono più i giovani di una volta; ma ci sono i giovani di oggi.

Ai tempi del liceo detestavo la figura di Catone il Censore con il suo continuo richiamo al costume degli antenati contro la dissolutezza dei contemporanei. Non voglio oggi essere una sua brutta copia. E’ vero, ho difficoltà a comprendere usi e comportamenti delle generazioni successive alla mia, ma mi rendo conto che queste difficoltà dipendono dalla mia incomprensione della società di oggi: non ho più gli utensili adatti.

I giovani di una volta erano preparati ad affrontare i problemi come si presentavano una volta e dubito siano/siamo in grado di affrontare i problemi come si presentano oggi.

Credo sia legge di vita che ciò che ci viene tramandato (la Tradizione) dalla generazione passata sia per noi un tesoro che va sempre contestualizzato al tempo e allo spazio e come tale consegnato alle generazioni successive. Non possiamo consegnare ai nostri figli il modello di società che ci è stato consegnato dai nostri padri. E’ la vita e noi vogliamo bene alla vita: noi diciamo sì alla vita.

Non si tratta di negare i valori del passato, ma di riviverli. I nostri vecchi si accontentavano di un’autorità assoluta dalla quale provenissero le nostre leggi e appunto le garantisse.

Noi, più modestamente, ci accontentiamo (le vorremmo!) di leggi che non nuocciano agli altri secondo la regoletta aurea presente in tutte le religioni e in tutti i sistemi morali: non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te; e fa’ agli altri tutto quello che vuoi gli altri facciano a te. Ci fu ricordata al momento dell’iniziazione e non dobbiamo mai dimenticarla.

Permette di darci regole morali a prescindere da un assoluto che le garantisca: le garantiamo tutti noi, gli uni verso gli altri.

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Ciò che abbiamo ricevuto dobbiamo tramandarlo senza modifiche?

La fisica insegna che l’osservatore con la propria osservazione modifica quanto osservato.

Se ricevo una tradizione e la trattengo per trasmetterla ad altri, sono proprio sicuro di non averla modificata nel frattempo? Sono sicuro di aver recepito correttamente quanto mi fu trasmesso? Sono sicuro di trasmettere correttamente quanto ricevuto?

Anche trasmettendo informazioni, insegna la fisica, c’è un aumento di entropia. Quindi qualcosa si modifica. E’ impossibile non succeda.

*

Mi rendo conto che i miei nonni non ragionavano come ragiono io: il loro mondo era molto diverso dal mio. Come il mondo di oggi è molto diverso dal mondo della mia giovinezza e debbo quindi accettare che i miei nipoti non ragionino come ragiono io.

Banalmente: chi della generazione dei miei nipoti riesce a pensare ad un mondo senza internet, in cui tutti eravamo scollegati? Chi di loro ha mai visto una cornetta del telefono o un semplice elenco telefonico che fino a una ventina di anni fa era in tutte le case? Chi di loro vedrà un regolo calcolatore, diffusissimo tra gli ingegneri fino a qualche decennio fa?

Io debbo solo preoccuparmi di trasmettere loro il senso dei valori del vivere civile. Starà a loro concretizzarne l’applicazione in un mondo che io fatico a comprendere.

I miei nipoti non possono ragionare come ragiono io. Sarebbe un disastro. Non debbo farmi ingannare dalle apparenze: le osterie di fuori porta non fanno più per me.

Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta,

ma la gente che ci andava a bere, fuori o dentro è tutta morta:

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Come è il tempo?

Ma insomma come è il tempo: lineare o circolare? Oppure lacustre o “a spaghetti”?

Rispondo con una domanda: la luce è un’onda di energia oppure è formata da corpuscoli?

Fino al XIX secolo descrivere la luce come un fenomeno ondulatorio (la luce si propaga come le onde nel mare) spiegava molti fenomeni.

La teoria presupponeva però l’esistenza del “mezzo” (si parlava di un etere luminifero) attraverso il quale si propagassero le onde (potrebbero esistere le onde in un mare senza acqua?). Non solo l’etere non fu mai trovato, ma si dimostrò pure che non poteva esistere. Di più: certi fenomeni fotoelettrici non potevano essere spiegati dalle onde. Einstein li spiegò supponendo che la luce viaggiasse nello spazio sotto forma di “quanti”, cioè corpuscoli. Si trattava però di un nuovo tipo di particelle, che avevano sia le proprietà ondulatorie sia quelle corpuscolari. In momenti diversi venivano evidenziate o le prime o le altre, mai tutte e due contemporaneamente, come poco più di due decenni dopo dimostrò Niels Bohr.

Quindi la domanda “Cosa è la luce?” è senza risposta. E’ qualcosa che a volte pare onde e altre volte corpuscoli. Cosa sia “realmente” – ammesso e non concesso che la domanda abbia senso scientifico – non lo sappiamo.

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In quanto al tempo oggi io mi sono proposto una visione analoga.

Per certi aspetti mi pare plausibile un tempo lineare, dall’inizio (la mia nascita) alla fine (la mia morte). Per altri aspetti è rilevante il futuro ritorno (la tornata di Loggia dopo un’altra, il nuovo anno dopo la fine del vecchio, la nuova primavera dopo l’inverno). Mi affascina anche considerare gli eventi come pesci nel lago, ciascuno in riferimento oppure no con gli altri senza preoccuparmi di eventuali “se… allora…” che li legano (a volte sì e a volte no).

Visione troppo frammentata? E io riunisco ciò che è sparso mescolando un piatto di spaghetti al pomodoro con la forchetta-cazzuola e spandendo uniformemente il sugo-calcina dopo aver cucinato gli spaghetti degli eventi!

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Attenzione! Riprendo la domanda “Cosa è la luce?”. Rassegnamoci! La domanda rimane senza risposta. Non solo. Domandarsi cosa sia la luce presuppone che la luce sia un “qualcosa” di cui noi oggi non sappiamo (si manifesta ora in un modo ora in un altro contrastante) ma potremmo forse conoscere in futuro.

No, non è così. Dire che luce-onda e luce-particella sono facce diverse della stessa medaglia non vuol dire nulla perché il “qualcosa” che chiamiamo luce (luce-onda oppure luce-particella) non sappiamo se esiste effettivamente: è solo una nostra prospettiva che vogliamo mettere al posto di due prospettive separate e distinte, ondulatoria e corpuscolare, diverse e contrastanti. Noi possiamo solo dire che la luce a volte è un’onda di energia che parte da una sorgente luminosa, a volte un fascio di particelle “sparate” dalla stessa sorgente. E basta.

Altrettanto suppongo per il tempo! La domanda “Cosa è il tempo?” alla fin fine è priva di senso.

Forse il tempo siamo noi!

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Tutti sono avari nel tenersi ben stretto il patrimonio, ma generosissimi nel buttar via il tempo. Sono parole di Seneca che subito dopo aggiunge: … e pensare che questa è l’unica cosa di cui sarebbe molto decoroso essere avari!

Decoroso scrive, cioè: che conviene, che si addice, che ha dignità. Non scrive utile o proficuo, come magari direbbe un nostro contemporaneo.

Dopo venti secoli sono parole che mantengono inalterata la loro forza vitale. Non è critica del tempo, ma critica all’uomo che non sa vivere nel tempo, nel “suo” tempo.

Ci incoraggiano a continuare il nostro lavoro: un invito a non fermare il “nostro” tempo ma, per quel che si può, continuare.

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,

io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai...



Cari Fratelli, un saluto a tutti, uno solo. Non ipocritamente triplice, ma fraternamente sincero.




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Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.