venerdì 1 maggio 2026

Alla porta della Camera di Mezzo

 

Narratore. La notte sta trascorrendo placida e tranquilla. Ormai l’alba non è lontana.

Io. All’improvviso mi sveglio. Che strano! Non provo più i soliti dolori. Sono qui, nel mio letto, e mi sento bene, senza dubbio meglio del solito.

Narratore. L’uomo tenta di cambiare posizione ma non riesce. Mani, braccia, gambe sono bloccate, come se qualcuno, a sua insaputa, quella notte, l’avesse immobilizzato con corde.

Io. E’ ancora notte. Ma l’alba non è lontana. Tra poco gli uccellini si sveglieranno e cominceranno a cinguettare.

Narratore. Tutti i giorni, ai primi bagliori dell’alba, l’uomo si alza, accende il camino, prepara il caffè.

Io. Un caffè. Il mio rito mattutino. Oggi però non ne ho voglia. Sto bene così, nel letto, senza dolori, accarezzato dai rumori della notte morente.

Narratore. L’uomo temeva quasi che muovendosi ed alzandosi l’incanto cessasse e ritornasse il banale del quotidiano.

Io. Che bello star qui, fermo. I pensieri ti rotolano addosso, accarezzandoti quasi. Pensieri lievi, senza tempo. Pensieri del bimbo che immagina, del giovane che riflette. Ricordi di un tempo che non c’è più.

Narratore. L’uomo ritorna al presente. Steso nel letto prova ancora a cambiare posizione, ma ancora non ci riusce.

Io. Che strano! Pare quasi di esser diventato di sasso.

Narratore. L’uomo non prova dispiacere o rabbia. Erano sentimenti, questi, che non provava più.

Io. Che faccio, ora?

Narratore. L’uomo è stupito per un nuovo flusso di pensieri, scaturiti quasi all’improvviso.

Io. Sono solo. Penso. Voglio pensare a voce alta, a parlare, per sentire la mia voce, un suono umano.

Narratore. L’uomo cerca di parlare, ma la voce non risponde.

Io. Che è questo? Vedo un volo di uccelli, alti nel cielo. Sono in formazione, come aerei che vanno lontano.

Narratore. L’uomo è colpito dall’immagine di uno stormo di uccelli migratori che al termine della stagione vanno altrove.

Io. Potessi volare anch’io! Andarmene, non più costretto in questo letto.

Narratore. Era sempre stato il sogno dell’uomo, un sogno ricorrente, alzarsi in volo e andarsene. Andarsene, e niente altro, non importava dove.

Io. Ma… che succede?… Posso muovermi,… alzarmi… uscire...

Narratore. L’uomo si accorse, all’improvviso, che poteva muoversi, non più imprigionato. Poteva uscire, camminare, forse volare e raggiungere gli uccelli lontani. Il corpo non serviva più. Bisognava abbandonarlo senza rimpianti.

Io. L’uomo, quasi folgorato dall’attimo fuggente, finalmente comprende. E sorride...

Maestro Venerabile, tutto è giusto e perfetto.


Spunto da un racconto di Federico Garberoglio






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Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.