Quando fui tegolato scoprii che le riunioni di Loggia cominciavano e terminavano con la lettura di “frasi fatte non modificabili” e doveva essere sempre aperto il Vangelo di Giovanni.
La cosa sconcertò il mio anticlericalismo. Ma il richiamo risorgimentale del termine “massoneria” mi spinse a firmare la domanda.
Ancora più sconcertato rimasi dopo il rito di iniziazione. Di quella sera ancora oggi trattengo nella memoria alcune immagini. L’impressione del rito di ingresso restò in me e anche se non sono mai riuscito a descrivere come lo vissi, effettivamente “sentii” qualcosa. Quel rito fu senza dubbio l’inizio di un cammino.
Mi posi subito il problema del senso di quelle parole e quei gesti (proprio quelli e non altri) obbligatori per tutte le logge.
Perché quelle frasi fatte? Perché quei gesti ripetitivi?
Ben presto mi convinsi che il rito non era un procedimento vuoto, ma strumento che permetteva l’uso di tutte le attività della mente, anche quelle che vanno oltre la ragione. Non uso la parola “irrazionale” perché nel linguaggio comune è termine non positivo, ma effettivamente è il più corretto: ciò che va oltre (anche, non di rado, oltre) la ragione.
Fui aiutato anche dai miei studi. Laureato in matematica, mi ero concentrato sul problema affascinante dei fondamenti della matematica stessa e sulla forza dirompente dei due teoremi di incompletezza di Gödel (Il primo: in una teoria sufficientemente ampia e potente da contenere l’aritmetica esistono proposizioni delle quali non è possibile dire né che siano vere né che siano false. Il secondo: data una teoria sufficientemente potente da contenere l’aritmetica, non è possibile dimostrare che essa sia coerente o no senza ricorrere ad altre teorie).
In parole povere: qualunque sistema logico-matematico è incompleto ed esiste sempre qualcosa che non è espresso nel sistema.
Furono poi i figli a insegnarmi il senso, anzi la necessità quasi di un rito. Il rituale della buonanotte del bimbo, cioè quei piccoli gesti, sempre quelli e in quell’ordine, in un certo senso danno sicurezza al bimbo e lo aiutano a sopportare il distacco del sonno.
Al contrario certe resistenze all’essere lasciato all’asilo nido e le simmetriche resistenze all’uscita oggi ritengo possano essere spiegate con la mancanza di un rituale opportuno (che nel contesto della scuola materna non era possibile inventarsi e praticare); in un certo senso mancava il bacino di contenimento nel quale poteva tracimare il turbamento provocato dalla frattura del tran tran quotidiano.
Al tempo della P2 un tizio comparso negli elenchi di Gelli scrisse che, di famiglia risorgimentale, era passato alla loggia coperta per evitare i vuoti formalismi (cioè il rituale) delle logge normali. E così ancora oggi tanti ritengono il rito un di più da sbrigare in fretta.
Ma il rito non è formalismo. Lo diventa, se i partecipanti lo ritengono tale. Mi delude il rituale recitato male, da insipienti, quasi borbottato e bofonchiato, come mi delude il fratello Bravini pronto a correggere manchevolezze formali dei praticanti il rituale.
Non ho intenzione di parlare di energie, flussi energetici, ecc. ecc. Semplicemente noto che i lavori di Loggia assumono una certa "caratteristica" se tutti sono concentrati ed attenti. Se qualcuno dei partecipanti è annoiato e distratto, specie se seduto non lontano da me, mi sento disturbato. E se sono disturbato, mi concentro poco o nulla. Ecco perché dobbiamo lasciar fuori i metalli.
E mi domando: se la mia libertà termina dove inizia la libertà dell’altro, allora nella partecipazione al rito muratorio, la “libertà di noia” di uno non limita la libertà di partecipazione agli altri abbassando il tono del lavoro?
(continua)
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